XXII. Un’avventura di Maria Pichon.

Verso la stessa epoca in cui si tramavano quei progetti di fuga infra ’l duca di Beaufort e Grimaud, due uomini a cavallo, seguìti a poca distanza da un lacchè, entravano in Parigi pella via del sobborgo San Marcello. Erano il conte di la Fère ed il visconte di Bragelonne.

Era quella la prima volta che il giovinetto veniva a Parigi, ed Athos non aveva fatto figurare di molto la capitale, sua antica amica, mostrandogliela da quella parte: che di certo l’infimo villaggio della Touraine era più gradito alla vista che non fosse Parigi preso dal lato per cui dà inverso Blois. E quindi n’è duopo il dirlo, a vergogna della tanto vantata città, essa non produsse sul garzoncello che un effetto mediocre.

Athos si manteneva nel suo aspetto sereno e non curante.

Arrivato a San Medard, egli, che nel grande laberinto faceva da guida al suo compagno di viaggio, pigliò dalla strada delle poste, indi da quella delle Estrapade, e dopo dai fossi di San Michele, e in seguito di Vaugirard. Giunti nella via Feron, entrambi vi s’inoltrarono. Verso la metà di questa, Athos, alzando gli occhi sorridendo, ed accennando al ragazzo una casa di media apparenza, gli disse:

«Ecco una casa, o Raolo, dove ho passati i sette anni più dolci eppur più crudi della mia vita».

Raolo sorrise anch’esso e salutò la dimora. La di lui pietà pel suo protettore si manifestava in qualunque atto della sua esistenza.

In quanto ad Athos, conforme già avvertimmo, Raolo era per lui, non solamente il centro, ma anche (meno le vecchie rimembranze del reggimento) l’unico oggetto d’ogni suo affetto, e ciascuno comprende in qual modo e tenero e profondo poteva amare questa volta il cuore di Athos.

I due viaggiatori si fermarono in via del Vecchio Colombajo, all’insegna della Volpe verde. Athos conosceva da lunga pezza quella taverna; v’era stato cento volte con gli amici, ma da venti anni erano accaduti molti cambiamenti nell’albergo, principiando dalla padrona.

I forestieri consegnarono i palafreni ai garzoni, e siccome quegli erano animali di razza nobile, raccomandarono di averne somma cura, e che ad essi non si desse altro che paglia e avena, e si lavasse loro il petto e le gambe con del vino tepido. Avevano fatte venti leghe nella giornata! Indi, occupatisi in primo luogo dei corsieri, come debbono fare i veri cavalieri, chiesero eglino per sè due camere.

«Ora vi vestirete meglio, Raolo, disse Athos; vi presenterò a qualcuno.

«Oggi! fece il giovanetto.

«Tra mezz’ora».

Raolo s’inchinò.

Forse meno instancabile di Athos, il qual pareva di ferro, egli avrebbe preferito un bagno in quel fiume Senna, di cui aveva inteso a parlar tanto, e ch’era persuaso di trovare inferiore alla Loira ed al suo letto; ma il conte de la Fère aveva favellato, ed egli non pensò che ad obbedire.

«Appunto, disse Athos, adornatevi bene; vuo’ che vi trovino bello.

«Signore, rispose il ragazzo, spero che non si tratti già di matrimonio; conoscete gli impegni miei con Luigia.

«No, no, benchè io vi voglia presentare ad una donna.

«A una donna?

«Sì, ed anche desidero che la amiate».

Raolo guardò il conte con una tal quale inquietudine, ma visto ch’esso sorrideva si fu presto acquietato.

«E quanti anni ha ella? richiese il visconte di Bragelonne.

«Caro mio, replicò Athos, sappiate una volta per sempre che codesta è una domanda da non farsi mai; quando potete scorgere sul viso di una donna la sua età è inutile ricercargliela; quando non potete più, è imprudenza.

«Ed è bella?

«Sedici anni fa passava non solo per la più leggiadra, ma anco per la più graziosa che fosse in tutta la Francia».

Questa risposta tranquillizzò il visconte. Athos non doveva avere progetto alcuno su di lui e sopra una femmina reputata la più leggiadra e graziosa della Francia un anno prima ch’ei venisse al mondo.

Si ritirò dunque nella sua camera, e con quella vanità che si addice alla gioventù, si applicò a seguire le istruzioni di Athos, cioè a farsi più bello che potesse. E ciò ben gli era facile con quanto aveva già a tal effetto disposto la natura.

Allorchè ei ricomparve, Athos lo accolse con quel sorriso paterno col quale in addietro aveva ricevuto d’Artagnan, ma che per Raolo portava in sè una maggior tenerezza.

Volse lo sguardo a’ suoi piedi, alle sue mani e a’ suoi capelli, tre segni che indicavano la razza. I capelli neri erano scompartiti come usavano in quell’epoca e ricadevano inanellati a contornargli il volto piuttosto pallidetto; guanti di pelle grigia, e che combinavano col colore del cappello, mostravano la vaga forma della mano sottile ed elegante, mentre gli stivali del color medesimo che i guanti ed il cappello stringevano due piedi che parevano di un fanciullo di dieci anni.

«Eh via! disse Athos, se non va superba di lui, conviene che sia pur difficile»

Erano le tre pomeridiane, cioè l’ora opportuna per le visite. I due s’incamminarono dalla via di Grenelle, presero da quella de’ Rosaj, entrarono nell’altra di San Domenico, e si fermarono davanti ad un magnifico palazzo, situato dirimpetto ai Giacobini avente in cima le armi di Luynes.

«È qui» disse Athos.

Entrò nel palazzo col portamento deciso che accenna al guarda-portone come quegli che arriva abbia diritto di agire così. Salì la gradinata, e domandò ad un lacchè, che aspettava in gran livrea, se la signora duchessa di Chevreuse era visibile e poteva ricevere il conte di la Fère.

Indi a un momento il servo ritornò dicendo che quantunque la duchessa di Chevreuse non avesse l’onore di conoscere il signor conte pur lo pregava di passare.

Athos andò col domestico, e questo gli fece traversare una lunga fila di stanze, e si ristette al fine dinanzi ad un usciale chiuso. Athos accennò al visconte che si trattenesse là fuori nel salotto.

Il lacchè avendo aperto annunziò il signor conte di La Fère. Madama di Chevreuse, di cui fu parlato sovente nella storia dei Tre moschettieri senza però che mai si desse occasione di poterla conoscere, era tuttora reputata una bellissima donna.

Difatti, benchè in quel tempo avesse digià quarantaquattro o quarantacinque anni, ne mostrava appena trentotto o trentanove; possedeva tuttavia i bei capelli biondi, gli occhi grandi e vivaci che tanto spesso aveva aperti il raggiro e socchiusi l’amore e il personale da ninfa, il quale faceva sì che a mirarla per dietro paresse ancora la stessa fanciulletta che insieme con Anna saltava di sul famoso fosso delle Tuilerie che nel 1623 privò d’un erede la corona di Francia.

Del rimanente, ell’era sempre la medesima pazza creatura che diede a’ suoi amori un tal carattere di originalità da far che questi diventassero una sorta d’illustrazione pella sua famiglia.

Stava in un piccolo gabinetto che dava con la finestra sul giardino. Secondo la moda messa su da madama di Rambouillet nel fabbricare il suo palazzo, il parato era tutto di una specie di damasco cilestro a fiori color di rosa e foglie d’oro. Grande atto di civetteria era pure in una femmina dell’età della Chevreuse lo starsene in un simil gabinetto, e soprattutto nella positura in cui si teneva in quel momento, cioè distesa in un seggiolone bislungo, con la testa appoggiata alla tappezzeria.

Aveva in mano un libro mezz’aperto, e poi un cuscino per reggere il braccio che sosteneva il libro.

All’annunzio del lacchè sollevò un poco il capo e lo avanzò curiosetta.

Comparve Athos.

Era vestito di velluto violetto con guarnizione di passamani consimili; gli aghetti erano di argento ben brunito, sul suo manto non vi era alcun ricamo d’oro, ed una semplice piuma paonazza gli avvolgeva il cappello nero.

Ai piedi aveva gli stivali di cuojo nero, e al cinturino inverniciato gli pendeva quella spada dalla magnifica impugnatura che tante volte Porthos ammirò in via di Feron, ma che Athos non volle mai imprestargli. Di superbe trine si formava il collo della camicia, e trine eguali ricadevano sulle rivolte degli stivali.

Nell’individuo annunziato a madama di Chevreuse sotto nome al tutto ignoto esisteva un tale aspetto di gran gentiluomo, ch’essa si alzò un pocolino sulla vita ad accennargli graziosamente che prendesse una sedia a lei vicina.

Athos s’inchinò ed obbedì. Il lacchè andava per ritirarsi, ed egli con un segno lo trattenne.

«Signora, disse alla duchessa, ho avuto l’audacia di presentarmi nel vostro palazzo senza essere da voi conosciuto; ben mi è riuscito, poichè vi degnaste ricevermi, e ardisco poi domandarvi una mezz’ora di colloquio.

«Ve lo concedo, signore, rispose la duchessa col più gentile dei suoi sorrisi.

«Ma ciò non basta, madama. Oh! sono un grande ambizioso! lo so; chiedo un colloquio a testa a testa, e bramerei caldamente non essere interrotto.

«Andate, ordinò al servo la signora, io non ci sono per alcuno».

E il domestico uscì.

Fuvvi breve silenzio, durante il quale quei due soggetti che scambievolmente si riconoscevano per personaggi di altissima schiatta, si esaminarono senza provare confusione veruna.

Fu la prima a parlare la duchessa.

«Ebbene, signore, disse con sommo garbo, non vedete che attendo con impazienza?

«Ed io, madama, rispose Athos, guardo con ammirazione.

«Dovete scusarmi, soggiunse la signora, se sono ansiosa di sapere con chi discorro. Voi siete un uomo di alto rango, non v’ha dubbio, eppure mai non vi vidi in corte. Venite forse dalla Bastiglia?

«No, replicò il conte sogghignando, ma forse sono sulla via che ivi conduce.

«In tal caso ditemi presto chi siete, e poi andatevene, soggiunse la dama con quel modo brioso che aveva in lei tanto pregio.

«Chi sono, signora? vi fu detto il mio nome: conte di la Fère. Questo nome non vi fu noto giammai. In passato io ne aveva un altro, che probabilmente sapeste, ma che di certo avete obbliato.

«Ditelo pure, non ostante.

«Prima io mi chiamava Athos».

La signora di Chevreuse, maravigliando, spalancò gli occhi. Era evidente, secondo le diceva il conte, che quel nome non fosse del tutto cancellato dalla sua memoria, ancorchè vi stesse confuso fra altre ricordanze.

«Athos?... ella fece...., aspettate....»

E si pose ambe le mani su la fronte, come per ritenere le mille idee fugaci che vi stavano rinchiuse a fissarsi un momento onde lasciarle discernere chiaro nella lor turba brillantissima.

«Volete ch’io vi ajuti, madama? seguitò Athos sorridendo.

«Oh! disse la duchessa digià stanca di cercare, mi farete piacere.

«Quell’Athos era in istretta relazione con tre giovani moschettieri che si chiamavano d’Artagnan, Porthos ed....

«Ed Aramis! finì con impeto la signora, perocchè Athos si era soffermato.

«Aramis appunto, questi confermò: non vi siete dunque dimenticata affatto di quel nome?

«No, no.... povero Aramis! era un amabile gentiluomo, elegante, prudente, e che faceva dei bei versi; credo che non abbia fatto buon fine.

«Si fece abate.

«Ohimè! peccato! ribattè la Chevreuse muovendo con indolenza il ventaglio. Davvero, signor mio, vi ringrazio.

«Di che, madama?

«D’avermi riprodotta quella rimembranza, ch’è una delle più piacevoli di mia gioventù.

«E allora, mi permettete di rendervene presente anche un’altra?

«Che a quella va congiunta?

«Forse sì, forse no.

«Oh! dite pure. Con un uomo come voi, mi arrischio a tutto».

Athos s’inchinò.

«Aramis, esso proseguì, era in istretti rapporti con una giovane merciaja di Tours.

«Merciaja di Tours?

«Sì, sua cugina, che si chiamava Maria Michon.

«Ah! la conosco! esclamò la duchessa, è quella a cui egli scriveva dall’assedio di la Rochelle onde avvertirla di un complotto che si tramava contro al povero Buckingham.

«Precisamente. Mi concedete di favellarvi di lei?»

La dama fissò in volto Athos.

«Sì, rispose, purchè non ne diciate molto male.

«Sarei un ingrato, ed io considero l’ingratitudine, non come difetto o delitto, ma come vizio, lo che è di peggio.

«Voi ingrato verso Maria Michon? domandò la signora di Chevreuse, procurando di leggere negli occhi di Athos. E come mai potrebbe essere? non la conosceste già personalmente.

«Chi sa, madama! v’è un proverbio popolare il quale dice che solo le montagne non s’incontrano; e i proverbi popolari sono talvolta estremamente giusti.

«Oh! continuate, signore! fece con calore la duchessa, non vi potete figurare quanto mi diverta questa conversazione.

«Voi m’incoraggite, ed io seguiterò. Quella cugina di Aramis, Maria Michon, la merciaja, ad onta della sua volgare condizione, aveva le più elevate conoscenze; chiamava sue amiche le primarie dame della corte, e la regina, benchè superba, diceva a lei sorella.

«Ahimè! interruppe la Chevreuse con un leggierissimo sospiro e col piccolo moto del ciglio che era proprio di lei sola, da quel tempo le cose sono cambiate di molto!

«E la regina aveva ragione, tirò innanzi Athos, giacchè essa le era al sommo affezionata e devota; devota a segno da servirle di mediatrice col suo fratello re di Spagna.

«Il che, ripigliò la duchessa, oggi le si ascrive a gran delitto.

«A tal punto, rispose Athos, che il ministro, il vero ministro, l’altro, una mattina risolse di far arrestare la misera Maria Michon e condurla al castello di Loches. Per fortuna ciò non potè eseguirsi tanto segretamente che non ne traspirasse qualcosa; il caso era preveduto: se a Maria sovrastasse qualche pericolo, la regina dovea farle pervenire un libro di orazioni rilegato di velluto verde.

«Giusto così! siete bene informato.

«Una mattina arrivò il libro verde recato dal principe di Marsillac. Non v’era tempo da perdere. Per buona sorte Maria Michon ed una sua serva, una certa Ketty, portavano egregiamente il vestimento da uomo. Il principe procacciò a Maria un abito da cavaliere, a Ketty uno da lacchè, diede loro due ottimi cavalli, e le due fuggiasche abbandonarono prestamente Tours, avviandosi inverso Spagna, tremando al minimo rumore, pigliando strade indirette perchè non osavano battere le strade maestre, e chiedendo ospitalità quando non trovavano alberghi.

«Ma davvero, fu propriamente a questo modo! gridò la Chevreuse battendo le mani, sarebbe curiosa....»

E si tacque di botto.

«Ch’io seguitassi le due raminghe sino al termine del loro viaggio? disse Athos. No, madama, non abuserò in tal guisa del vostro tempo, e noi non le accompagneremo se non se ad un piccolo villaggio del Limosino situato fra Tulle e Angouleme, e che ha nome di Roche-l’Abeille».

La duchessa diede un grido di sorpresa, e mirò in faccia Athos in cotal atto di stupore che fece sorridere l’antico moschettiere.

«Aspettate, signora, questi continuò, giacchè ciò che ho da dirvi è assai più strano di quel che vi ho detto.

«Eh! replicò la Chevreuse, ormai vi tengo per uno stregone, e da voi mi attendo a tutto.... ma basta.... andate pure innanzi.

«La giornata era stata lunga e faticosa; faceva freddo, era il dì 11 ottobre. Il villaggio non presentava nè locanda, nè palazzo, le case dei contadini erano povere e sporche. Maria Michon era una persona molto aristocratica; come la regina sua sorella, era essa avvezza a odori delicati e biancheria fine.... sicchè si decise a dimandare ospitalità al presbiterio».

Athos fece una breve pausa.

«Ah! seguitate, disse la duchessa, vi ho prevenuto che mi aspettavo a qualunque cosa.

«I due viaggiatori bussarono alla porta. Era tardi; il prete, coricato[10], gridò loro ch’entrassero, ed entrarono mentre la porta non era chiusa. Nelle campagne esiste grandissima fiducia. Stava accesa una lucerna nella camera. Maria Michon, che pareva il più grazioso cavaliere del mondo, spinse l’usciale, avanzò la testa, e chiese ospitalità.

« — Volentieri, mio giovane signore, rispose il padrone del luogo, se volete adattarvi agli avanzi della mia cena ed a metà della mia camera.... —

«Le due viaggiatrici si consultarono un momento; quegli udì che ridevano forte, e indi il padrone, o anzi la padrona, replicò:

« — Grazie, signore, accetto.

« — Dunque cenate, questo soggiunse, e fate meno chiasso che potete, perchè ancor io ho camminato tutto il giorno e non m’increscerebbe di riposare stanotte».

Madama di Chevreuse passava da sorpresa a meraviglia, e da meraviglia a stupefazione; osservava Athos in un modo che non sapremmo definire: si scorgeva che avrebbe bramato di parlare, eppur si taceva per timore di perdere una parola del suo interlocutore.

«E poi? essa disse.

«E poi? fece Athos, ah! qui sta il difficile!

«Dite, dite, dite! a me si può dir tutto.... e d’altronde io non ci ho che fare, è cosa che riguarda Maria Michon.

«Oh! questo è giusto; seguitò Athos. Or bene, Maria Michon mangiò insieme con la sua serva, e dopo, secondo il permesso datole tornò nella stanza dove riposava il suo albergatore, intanto che Kelly si sdrajava sopra una poltrona nell’altra dov’erasi fatto il loro piccolo pasto.

«In coscienza, riprese la duchessa, ammenochè voi siate il demonio in persona, non so come possiate conoscere tutti codesti dettagli.

«Era una cara donnetta, la Maria Michon, continuò Athos, una di quelle pazzarelle a cui passano sempre per la mente le idee le più singolari, uno di quegli esseri nati espressamente per mandarci in dannazione quanti siamo. E pensando che quegli che a lei dava ricovero era un abate, saltò in capo alla bricconcella che sarebbe stata una delle più allegre memorie per la sua vecchiaja (ella ne aveva digià parecchie altre) di fare anche a lui una burla.

«Conte! interruppe la signora di Chevreuse, in parola d’onore, voi mi spaventate.

«Ahimè! disse Athos, il povero galantuomo non era un Sant’Ambrogio, e lo ripeto, Maria Michon era una creatura adorabile.

«Signore! esclamò la duchessa afferrandogli ambe le mani, spiegatemi subito come sapete tutto questo, o che fo venire dal convento dei vecchi Agostini uno che vi esorcizzi».

Athos si mise a ridere.

«Madama, non v’è niente di più facile. Un cavaliere incaricato d’importante incombenza era venuto un’ora prima di voi a domandare ospitalità al presbiterio, nel momento appunto che il curato chiamato presso ad un moribondo si assentava non solo da casa sua ma anche dal villaggio per tutta la notte; l’uomo di Dio, pien di fiducia nel suo ospite, il quale d’altronde era gentiluomo, aveva ad esso abbandonato e casa e cena e camera. Quindi all’ospite del prete, e non al prete, Maria Michon chiedeva ricovero.

«E il cavaliere, il gentiluomo, l’ospite giunto innanzi a lei?

«Era io, conte di la Fère», disse Athos alzatosi a salutare rispettosamente la signora di Chevreuse.

Questa per un istante rimase stupefatta, poi ad un tratto dando una forte risata:

«Affè! disse, il caso è curiosissimo; e la pazza Maria Michon si trovò meglio che non isperasse. Sedete, conte, e ripigliate il filo della vostra narrazione.

«Adesso, o madama, mi resta da incolpare me stesso. Io viaggiava, come vi ho detto, per affari di premura. All’alba uscii dalla camera senza far rumore, lasciando dormire il mio amabile compagno di alloggio. Nella prima stanza dormiva pure con la testa adagiata sulla poltrona la serva, degna in tutto e per tutto della padrona. Il suo vago volto mi fece sensazione, me le accostai, e riconobbi la piccola Ketty che presso di lei avea posta il nostro Aramis. E così fu ch’io seppi che la bella viaggiatrice era....

«Maria Michon, interruppe con impeto la duchessa.

«Maria Michon, confermò Athos. Me ne andai di casa, passai nella stalla, trovai il mio cavallo con la sella addosso e il lacchè pronto, e partimmo.

«Nè più capitaste in quel villaggio? domandò con calore la signora.

«Un anno dopo.

«Ebbene?

«Ebbene! volli rivedere il buon curato. Era inquieto per un avvenimento che non comprendeva. Otto giorni avanti aveva ricevuto in una culla un grazioso bambinello di tre mesi, con una borsa piena d’oro ed un biglietto contenente queste semplici parole: 11 Ottobre 1633.... Egli, poveretto, nella notte di quella data era stato al fianco a un moribondo, e Maria si era partita dal presbiterio innanzi il di lui ritorno.

«Signore, vi è noto che Maria Michon, reduce in Francia nel 1643, ricercò tosto notizie di quel fanciullo; mentre fuggiasca non poteva tenerlo seco, ma recatasi di nuovo nella capitale voleva presso di sè farlo educare.

«E che le disse l’abate? chiese Athos.

«Che un signore da lui non conosciuto erasi compiaciuto d’incaricarsene, si era fatto garante del suo stato avvenire, e lo aveva condotto via.

«Era vero.

«Ah! allora capisco: quel signore eravate voi.... suo padre!

«Zitto! non parlate tanto forte, madama! egli è qui.

«È qui! esclamò la duchessa di Chevreuse rizzatasi in piedi, mio figlio! il figlio di Maria Michon è qui! voglio vederlo subito!

«Badate, signora, ch’ei non conosce nè suo padre nè sua madre, la interruppe Athos.

«Voi serbaste il segreto, e me lo conducete così, persuaso di farmi lieta, oh! lietissima! Grazie! grazie! seguitò la dama prendendogli la mano e procurando portarsela sulle labbra, grazie! Che cuor nobile è il vostro!

«Ve lo conduco, madama, replicò Athos ritirando la destra, acciò voi pure facciate per esso qualche cosa. Sinora io solo invigilai alla sua educazione, e credo averne fatto un compito gentiluomo; ma è giunto il momento in cui mi trovo da capo costretto a riprender la vita errante e perigliosa dell’uomo di parte. Domani mi slancierò in un affare azzardoso nel quale posso essere ucciso: allora ei non avrà altri che voi per avanzarlo nel mondo ov’è chiamato ad occupare un posto.

«Non dubitate! gridò la Chevreuse, disgraziatamente, ho attualmente poco credito, ma quel tanto che me ne rimane è per lui. Quanto alle sue fortune ed al suo titolo....

«Di ciò non vi pigliate pensiero, signora: io gli ho trasferita in sostituzione la tenuta di Bragelonne, che possiedo per eredità, e che gli dà il titolo di visconte e dieci mila lire di rendita.

«Sull’anima mia, siete un vero gentiluomo.... Ma io sono ansiosa di vederlo! dov’è?

«È di là nel salotto; lo fo venire se lo gradite».

Athos fece un movimento verso la porta. La signora di Chevreuse lo trattenne, domandandogli:

«È bello?»

Il conte sorrise, e le rispose:

«Somiglia a sua madre».

Ed aperto l’usciale, fece un cenno al giovanetto, il quale tosto comparve sulla soglia.

La donna non potè frenare un grido di giubilo mirando un sì gentil cavaliere, che oltrepassava quante speranze avesse mai concepite il suo cuore.

«Avvicinatevi, visconte, disse Athos, la signora duchessa di Chevreuse vi permette di baciarle la mano».

Quegli si appressò, coll’amabile suo sorriso, a testa scoperta, e messo in terra un ginocchio baciò la destra a madama di Chevreuse.

«Signor conte, ei richiese volgendosi ad Athos, forse per usar riguardo alla mia timidezza mi dite esser questa la duchessa di Chevreuse, e non è ella piuttosto la regina?

«No, visconte, rispose la signora pigliandolo per la mano, facendolo sedere al suo fianco, ed osservandolo con occhi che brillavano dal contento, no, pur troppo non sono la regina.... chè se lo fossi, farei tosto per voi tutto ciò che meritate; ma orsù, tal quale io sono (e si tratteneva a stento da posare il labbro su la di lui purissima fronte) orsù, qual carriera bramate di seguire?»

Athos in piedi li considerava entrambi con espressione di letizia indicibile.

«Signora, disse il garzoncello con voce dolce ad un tempo e sonora, mi sembra che per un gentiluomo siavi una sola carriera, quella delle armi. Il signor conte mi educava, da quanto io credo, con intenzione di farmi soldato, e mi dava lusinga di presentarmi in Parigi a persona atta a raccomandarmi al signor Principe.

«Sì, capisco: si conviene ad un giovane soldato par vostro di servire sotto un giovane generale suo pari.... ma aspettate.... io nel mio particolare sto piuttosto male con esso a motivo delle contese di madama di Montbazon mia suocera con la signora di Longueville.... però in quanto al principe di Marsillac.... Eh, signor conte, appunto così: il principe di Marsillac è mio vecchio amico; raccomanderà il signorino a madama di Longueville, la quale gli darà una lettera per suo fratello il signor Principe, e questo ama lei troppo teneramente per non fare a pro di esso quanto ella gli chiegga.

«Va a meraviglia, rispose il conte, soltanto oserò pregarvi della maggiore sollecitudine! ho delle ragioni per desiderare che domani a sera il visconte non sia più in Parigi.

«Gradite che si sappia che v’interessate per lui?

«Sarebbe forse meglio pel suo stato avvenire che s’ignorasse avermi egli neppur mai conosciuto.

«Oh signore! esclamò il giovanetto.

«Bragelonne, gli replicò Athos, sapete che nulla io fo giammai senza ragione.

«Sì, so che in voi è la suprema saggezza, e vi obbedirò com’è mio costume.

«Or bene, conte, soggiunse la duchessa, lasciate fare a me; mando a chiamare il principe di Marsillac, che per fortuna è adesso in Parigi, e non mi divido da lui sinchè la cosa non sia terminata.

«Ottimamente, signora duchessa; mille e mille grazie. Io pure ho per oggi da far diverse gite, e al mio ritorno, cioè sulle sei ore di sera, attenderò all’albergo il visconte.

«Che farete questa sera?

«Andremo dall’abate Scarron, per cui ho una lettera, e dal quale devo incontrare un amico mio.

«Benone; ci passerò ancor io per un momento; sicchè non vi partite dalle sue sale finchè non mi abbiate veduta».

Athos salutò madama di Chevreuse e si dispose ad uscire.

«Eh via, signor conte, disse ridendo la duchessa, e si lasciano con tanta cerimonia gli antichi amici?

«Ah! balbettò Athos baciandole la mano, se avessi saputo che Maria Michon era una creatura tanto amabile!...»

E se ne andò sospirando.