Frattanto passava il tempo per il prigioniero come per quelli che occupavansi della sua fuga; se non che per lui trascorreva più lentamente. Al contrario degli altri uomini, i quali prendono con calore una risoluzione pericolosa e si raffreddano a misura che avvicinasi il momento di eseguirla, il duca di Beaufort, il di cui coraggio era ormai passato per proverbio ed incatenato da una inazione di cinque anni, sembrava spingesse innanzi il tempo e co’ suoi voti chiamasse l’ora di agire. Esisteva nella sua fuga, indipendentemente dai progetti che faceva per l’avvenire, e, confessiamolo, molto vaghi ed incerti, un principio di vendetta che gli consolava il cuore. In primo luogo la sua clandestina partenza era un imbroglio pel signor di Chavigny, ch’egli aveva preso ad abborrire a motivo delle piccole persecuzioni in cui lo aveva assoggettato; poi un grave imbarazzo per Mazzarino che detestava ed esecrava a cagione dei grandi rimproveri che avea da fargli. Come ognun vede si manteneva l’opportuna proporzione tra i sentimenti del signor di Beaufort verso il governatore ed il ministro, il subalterno ed il padrone.
Di più il duca, che conosceva tanto bene lo interno del palazzo reale, e non ignorava le relazioni della regina col ministro, metteva in scena dalla sua carcere tutto quel movimento drammatico che succederebbe allorchè dal gabinetto di Mazzarino alla camera di Anna echeggiasse il grido «È scappato di Beaufort!» E ripensando a tutto questo, se la rideva fra sè, e gli pareva già di esser fuori a respirar l’aria delle pianure e delle selve, dando di sprone a un robusto corsiero, ed esclamando ben forte: «Son libero!»
È vero che ritornato poi in sè stesso si trovava tra quattro mura, vedeva dieci passi distante la Ramée che rigirava un dito pollice sull’altro, e nell’anticamera le otto guardie che scherzavano o bevevano.
L’unica cosa che lo riposava da quadro sì odioso, tanto è grande l’instabilità della mente umana, era la faccia arcigna di Grimaud, quella faccia che in sul principio egli aveva presa ad odiare e che indi era diventata tutta la sua speranza. Grimaud gli sembrava bello a pari d’un Antinoo.
È superfluo il dire che tutto questo era un giuoco dell’immaginazione riscaldata del nostro detenuto. Grimaud era sempre lo stesso; e quindi si conservava l’intera fiducia del suo superiore. La Ramée che ormai avrebbe contato più su di lui che sopra sè medesimo, giacchè, come accennammo, la Ramée provava in fondo al cuore una tal qual debolezza a favore del sig. di Beaufort.
E perciò il buon la Ramée godeva anticipatamente della cena da fare da solo a solo col prigioniero. Ei non aveva che un difetto, la gola; aveva trovate squisite le robe del successore di Marteau, e questi gli aveva promesso un pasticcio ripieno di fagiani anzi che di galletti, e del vino di Chambertin invece del Macon. Lo che abbellito dalla presenza dell’ottimo principe, che inventava sì graziose burlette contro il Chavigny, e lepidissimi scherzi addosso al Mazzarino, formava della bella Pentecoste vicinissima una delle più brillanti feste per messer la Ramée.
Sicchè esso attendeva le sei ore di sera con impazienza uguale a quella del duca.
Sino dalla mattina si era occupato di tutti i dettagli, e non fidandosi di alcuno avea fatta in persona una visita al successore di mastro Marteau. Costui aveva operato portenti: gli mostrò un vero pasticcio mostro, adorno sul coperchio con le armi del signor di Beaufort; era vuoto, ma accanto si vedevano un fagiano e due pernici lardellate e tonde che parevano tre torsellini da spilli.
Per maggior fortuna, noi già lo avvertimmo, il signor di Chavigny riposandosi su la Ramée era andato a fare un piccolo viaggio, e partitosi la mattina stessa avea lasciato lui come si direbbe, sotto-governatore del castello.
Grimaud poi sembrava in viso più arcigno che mai.
Nel giorno il signor di Beaufort aveva giuocato alla palla con la Ramée; un cenno di Grimaud gli avea dato a capire che dovesse badar bene a tutto.
Grimaud andando avanti insegnava la strada che doveva farsi la sera. Il giuoco della palla era in quello che chiamava il recinto del piccolo cortile del castello; luogo assai deserto ove non si ponevano sentinelle se non nel momento in cui il duca faceva la partita, ed anco a motivo dell’altezza del muro pareva codesta una precauzione superflua.
V’erano da aprire tre porte innanzi d’arrivare a quel recinto. Ad ognuna serviva una chiave diversa. La Ramée teneva tutte e tre le chiavi.
Giunto al locale predetto, Grimaud andò come alla spensierata a sedersi vicino ad una feritoja, con le gambe penzoloni fuor della muraglia. Diveniva chiaro che in quel punto sarebbe fissata la scala di corde.
Questa manovra, facile a comprendersi pel signor di Beaufort, era però, secondo ciascuno lo riconosce, impossibile a intendersi per la Ramée.
S’incominciò la partita. Questa volta il duca era in vena, e v’era quasi da dire che posasse colle dita le pillotte dove voleva ch’elle andassero. La Ramée fu battuto compiutamente.
Quattro dei guardiani del signor di Beaufort lo avevano accompagnato e raccoglievano le palle. Terminato il giuoco, egli burlando la Ramée pella sua poca abilità, offerse ai guardiani due luigi acciò andassero a bere alla sua salute con gli altri quattro loro camerati.
Coloro chiesero l’autorizzazione a la Ramée, il quale la concesse, ma soltanto per la sera. Sino allora egli aveva da occuparsi di faccende importanti, e dovendo far varie gite desiderava che in assenza sua il prigioniero non si perdesse di vista.
Qualora il signor di Beaufort avesse disposte le cose di per sè, probabilmente le avrebbe fatte meno a sua convenienza di quello che le accomodasse il suo custode.
Finalmente suonarono le sei! sebbene non s’avesse da porsi a tavola sino a sette ore, il pasto era pronto e apparecchiato. Sopra una credenza stava il pasticcio colossale con le armi del duca, che pareva cotto appuntino, da quanto si poteva giudicare al color dorato della crosta.
E tutto il rimanente era sul medesimo genere.
Tutti avevano grande impazienza, le guardie d’ire a bere, la Ramée dì mettersi a mensa, e il signor di Beaufort di scappare.
Il solo Grimaud se ne stava impassibile. Avreste detto che Athos lo avesse educato nella previdenza di quella grande circostanza.
In certi momenti il duca guardandolo domandava fra sè se pur sognava, e se quella figura di marmo era realmente al suo servizio, e se si animerebbe arrivato l’istante opportuno.
La Ramée licenziò le guardie, ad esse raccomandando di bere alla salute del principe, e indi partite ch’esse si furono serrò le porte, si mise in tasca le chiavi, e additò la tavola al duca in modo che significava:
«Quando vorrà monsignore».
Il principe guardò Grimaud, Grimaud guardò l’orologio a pendolo; erano appena sei ore e un quarto; la fuga era fissata per le sette, talchè restava da aspettare tre quarti d’ora.
Il signor di Beaufort per acquistare uno di quei tre quarti, addusse a mo’ di pretesto una certa sua lettura e chiese di finire il capitolo. La Ramée si accostò, allumò di su la spalla che libro fosse quello avente tanta influenza sopra Sua Altezza da impedirle di sedersi a mensa imbandita la cena.
Erano i Commentarj di Cesare, ch’egli stesso ad onta delle istruzioni del signor di Chavigny, procacciati gli aveva tre giorni innanzi.
E la Ramée si propose fermamente di non più porsi in contravvenzione coi regolamenti della torre.
Intanto sturò le bottiglie, e andò ad annusare un tantino il pasticcio.
Alle sei e mezza il duca si alzò dicendo in aria grave:
«Assolutamente Cesare era l’uomo più grande dell’antichità.
«Vi par proprio così, monsignore? fece la Ramée.
«Sì.
«Ebbene, io ho più caro Annibale.
«E perchè, messer la Ramée?
«Perchè non ha lasciato commentarj», replicò il birro col suo solito sorriso assai comune.
Il signor di Beaufort capì l’allusione, e si mise a tavola ammiccando a la Ramée si situasse dirimpetto.
E il birro non se lo fece mica dire due volte.
Non v’è faccia tanto espressiva come quella di un vero ghiottone che stia davanti a lauta mensa; e la faccia di la Ramée, mentre dalle mani di Grimaud ei riceveva la sua scodella di minestra, offeriva il sentimento della vera beatitudine.
Il duca lo guatò sogghignando.
«Per bacco! egli disse, ma sapete che se qualcuno mi asserisse esservi al mondo un uomo più felice di voi, io non lo crederei?
«E in coscienza avreste ragione, monsignore. Per me confesso che quando ho fame non conosco veduta più piacevole che una tavola bene imbandita; e se aggiungete che quegli che tratta è il nepote d’Enrico il Grande, comprenderete che l’onore che si riceve raddoppia il diletto che si gode».
Il principe s’inchinò colla vita, ed apparve un sorriso impercettibile sul volto di Grimaud che stava dietro a la Ramée.
«Mio caro la Ramée, disse il signor di Beaufort, non v’è uno eguale a voi per far un complimento.
«No, monsignore, rispose l’altro nel calore dell’animo suo, no davvero, dico quello che penso, e in questo che vi dico non c’è complimento.
«Dunque mi siete affezionato?
«Cioè, non mi consolerei più se Vostra Altezza uscisse da Vincennes.
«Stranissima maniera di dimostrarmi la vostra afficione (il principe voleva dire: la vostra affezione).
«Ma, Altezza, soggiunse la Ramée, fuori di qui che fareste? qualche pazzia che vi metterebbe in dissapori con la corte e vi farebbe piantare alla Bastiglia invece di Vincennes. Il signor di Chavigny non è garbato, ne convengo (seguitò trincando un bicchierino di Madera), ma il signor du Tremblay è anco di peggio!
«Veramente? fece il duca, il quale aveva genio all’andamento che prendeva il colloquio, e tratto tratto osservava l’orologio la di cui lancetta progrediva con tal lentezza da farlo disperare.
«Che volete aspettarvi dal fratello di uno ch’è avvezzato alla scuola del Richelieu? Ah! Altezza, date retta a me, l’è una gran sorte che la regina, che per quanto ho inteso dire vi ha voluto sempre bene, abbia avuta l’idea di mandarvi qui, dove abbiamo passeggio, giuoco di palla, buoni pasti ed aria ottima.
«Sicchè a sentir voi, continuò il principe, sono molto ingrato per aver concepito un sol momento il pensiero d’uscir di qua?
«È il colmo dell’ingratitudine! ma Vostra Altezza non vi ha mai pensato sul serio.
«Sì, anzi, ribattè il Beaufort, e debbo confessarlo, sarà follia, non dico di no, ma di quando in quando ci penso tuttora.
«Sempre, con uno dei vostri quaranta mezzi, monsignore?
«Eh sì!
«Ecco, via, giacchè siamo a sfogarci, ditemi una delle quaranta maniere inventate da Vostra Altezza.
«Volentieri, rispose il duca, Grimaud, datemi il pasticcio.
«Sto ad ascoltare», disse la Ramée, e buttandosi giù sulla seggiola, alzava il bicchiere, e faceva occhiolino per guardare il sole al tramonto a traverso al liquore color di rubino che in quello si conteneva.
Il signor di Beaufort diede un’occhiata all’orologio: tra dieci minuti sonerebbe le sette.
Grimaud recò il pasticcio davanti al principe. Questi pigliò il suo coltello con la lama d’argento per togliere il coperchio; ma la Ramée per timore che accadesse uno sconcerto a quella bella vivanda, gli porse il suo coltello che avea la lama di ferro.
«Grazie, la Ramée, disse il duca prendendolo.
«Ebbene? domandò il birro, quel bellissimo mezzo?
«V’ho io da dire quello su cui facevo maggior conto, e che avevo deciso d’impiegare prima d’ogni altro?
«Sì, giusto.
«Or bene! seguitò il signor di Beaufort, con una mano bucando il pasticcio e coll’altra segnando dei circoli col coltello, innanzi a tutto speravo di avere per guardiano una buona creatura come voi, la Ramée.
«Benissimo! l’avete; e poi?
«E me ne congratulo».
La Ramée fece una riverenza.
«E fra me dicevo: se una volta fo tanto d’avere presso di me un buon figliuolo come la Ramée, procurerò di fargli raccomandare da qualche suo amico, del quale gli siano ignote le relazioni meco, un uomo che mi sia dedito affatto e con cui io possa intendermi onde disporre la mia fuga.
«Via, via! fece la Ramée, non era immaginato male!
«Non è così? per esempio, il servitore di qualche bravo gentiluomo, nemico del Mazzarino, come dev’essere ogni gentiluomo...
«Zitto, monsignore! non discorriamo di politica!
«Quando avrò quel tale vicino a me, purchè sia un poco accorto ed abbia saputo inspirar fiducia al mio guardiano, questo si riposerà su di lui, e allora avrò notizie di fuori.
«Ah sì! ma come, notizie di fuori?
«Oh! è facilissimo; per esempio, giuocando alla palla.
«Giuocando? domandò la Ramée, e cominciava a prestare la massima attenzione alle parole del duca.
«Sicuramente! ecco, io mando una palla nel fosso; v’è un uomo che la raccoglie; dentro v’e una lettera; invece di rimandare quella pillotta che gli ho chiesta di su dalle mura, me ne manda un’altra; questa racchiude una lettera. Così abbiamo ricambiate le nostre idee, e nessuno ha veduto un ette.
«Diamine! rispose la Ramée grattandosi l’orecchio, fate bene a dirmi codesto, monsignore! invigilerò su coloro che raccolgono le pillotte».
Il duca sorrise.
«Ma, riprese la Ramée, alla fin dei conti questo non è che un mezzo di corrispondenza.
«È molto, mi pare.
«Non basta.
«Domando scusa. Mettiamo il caso; dico agli amici miei: trovatevi il tal giorno, alla tal’ora, dall’altra parte del fosso con due cavalli scossi.
«Ebbene? e poi? fece la Ramée, a meno che i cavalli abbiano le ali per salire sul bastione e venirvi a prendere!
«Eh mio Dio! non si tratta ch’essi abbiano le ali per salire, ma ch’io abbia un mezzo per scendere.
«E quale?
«Una scala di corde.
«Sì, ripigliò il guardiano procurando di ridere, però una scala simile non si manda come un biglietto dentro una palla.
«No, ma si trasmette in qualche altra cosa.
«Altra cosa! altra cosa! e in che?
«Per esempio, in un pasticcio.
«In un pasticcio?
«Sì: supponete.... là! che il mio maestro di casa Noirmont abbia trattato l’acquisto della bottega di maestro Marteau....
«Ebbene? chiese la Ramée tremando.
«Ebbene, la Ramée ch’è un ghiottone, vede i suoi pasticci, gli sembrano migliori di quelli de’ suoi antecessori, e mi esibisce di farmeli assaggiare; io accetto, col patto ch’egli li provi insieme con me; la Ramée per esser più libero allontana i guardiani e non trattiene se non Grimaud per servirci; Grimaud è l’uomo datomi da un mio amico, il servo col quale io m’intendo e pronto a secondarmi in tutto; il momento della mia fuga è stabilito per sette ore. Ed io a sette ore meno pochi minuti....
«A sette ore meno pochi minuti? ripetè la Ramée, a cui cominciava a bagnarsi di sudore la fronte.
«A quel punto, ripigliò a dire il duca unendo l’atto alle parole, tolgo via la crosta al pasticcio; vi trovo due pugnali, una scala di corde e una sbarra; metto uno dei pugnali sul petto a la Ramée, e gli dico: Caro mio, me ne dispiace, ma se tu fai un gesto, se dai un grido, sei morto!»
Come indicavamo or dianzi, il signor di Beaufort univa l’azione alla favella; stava in piedi accanto a la Ramée, e gli posava la punta dell’arme sul seno con tale accento che non permetteva a costui di aver il menomo dubbio in quanto alle sue intenzioni.
Frattanto Grimaud, sempre mutolo, levava dal pasticcio l’altra arme, la scala e la pera di angoscia.
La Ramée aveva osservato ognuno di quegli oggetti con il più fiero terrore.
«Oh monsignore! esclamò guardando il duca in atto di tanta stupefazione che lo avrebbe fatto scoppiare dalle risa in qualunque altra circostanza, non avrete cuore di uccidermi!
«No, se non ti opponi alla mia fuga.
«Ma, se vi lascio scappare, sono un uomo rovinato!
«Ti rimborserò il prezzo della tua carica.
«E siete propriamente deciso ad abbandonare il castello?
«Per bacco!
«Quanto potessi dirvi non muterebbe la vostra risoluzione?
«Questa sera voglio esser libero.
«E se mi difendo, se chiamo, se strillo?
«Ti ammazzo, da gentiluomo ch’io sono».
L’orologio suonò.
«Sette, disse Grimaud che non aveva ancora proferita una parola.
«Le sette! disse il signor di Beaufort, vedi, è tardi oramai».
La Ramée fece un movimento come per isgravio di coscienza.
Il duca inarcò le ciglia, ed il birro sentì la lama che dopo forati i suoi panni era in procinto di bucarli il petto.
«Bene, monsignore, balbettò, basta così, non mi muovo.
«Sbrighiamoci, rispose il principe.
«Altezza, un’ultima grazia!
«E quale? di’ su, presto!
«Legatemi stretto.
«Legarti, perchè?
«Perchè non si creda ch’io sia vostro complice.
«Le mani, pronunciò Grimaud.
«Non mica davanti, di dietro, di dietro!
«Ma con che? domandò il signor di Beaufort.
«Colla vostra cintura», replicò la Ramée.
Il duca si levò la cintura e la diede a Grimaud, il quale avvinse il birro in maniera da contentarlo.
«I piedi» disse Grimaud.
La Ramée porse le gambe, ed egli preso un tovagliuolo e fattone tante striscie lo legò con esse bene e meglio.
«Adesso la mia spada, soggiunse la Ramée, fermate l’impugnatura».
Il duca toltosi un nastro dai calzoni adempiè il desiderio del guardiano.
«Ora, continuò il poveretto, la pera di angoscia; ve la domando; se no, sarei processato per non aver urlato. Cacciatela ben dentro, monsignore».
Grimaud si accinse ad appagare le brame del custode. Questi ammiccò che aveva da dire qualche altra cosa.
«Parlate, fece il principe.
«Monsignore, se per cagion vostra mi succedono de’ guaj, non vi scordate che ho moglie e quattro figliuoli.
«Sta pur quieto. Caccia dentro, Grimaud!»
In un attimo fu messa la sbarra a la Ramée; si gettarono in terra due o tre sedie per dare indizio di lotta accanita; Grimaud prese dalle saccoccie del birro tutte le chiavi che contenevano, aprì subito l’usciale della stanza ove si trovavano, ed essendone usciti egli e il duca si avviarono solleciti alla galleria che conduceva al piccolo recinto; le tre porte furono aperte una dopo l’altra con lestezza che faceva onore all’abilità di Grimaud; i due arrivarono al giuoco della palla; questo era deserto, non sentinelle, nessuno alle finestre.
Il principe corse al muro di bastione, e adocchiò dal lato opposto dei fossi tre uomini con tre cavalli scossi; ricambiò con essi un cenno; stavano colà assolutamente per lui.
Frattanto Grimaud fissava il filo conduttore. Non era già una scala di fune, ma un gomitolo di seta, con un bastone che doveva passarsi tra le gambe e dipanarsi da sè mediante il peso che stesse disopra a cavalcioni.
«Va, ordinò il duca.
«Primo io? domandò Grimaud.
«Certo; se mi agguantano, arrischio soltanto la carcere; se ti agguantano sei tosto impiccato.
«È giusto».
E Grimaud postosi cavalcioni sul bastone principiò la scesa perigliosa. Il duca lo seguitava cogli occhi in un involontario timore. Giunto ai tre quarti del muro, si ruppe la corda. Grimaud cascò precipitato nel fosso.
Il signor di Beaufort mandò un grido. Grimaud non mandò tampoco un lamento, eppure doveva essersi ferito gravemente, poichè restava disteso nel luogo ov’era caduto.
Subito uno degli uomini che attendevano si calò nel fossone, legò sotto alle spalle di Grimaud la cima di una fune, e gli altri due che reggevano la cima opposta tirarono su il disgraziato.
«Scendete, monsignore! disse quegli che era andato abbasso, non v’è di distanza che una quindicina di piedi, e l’erbetta è morbida».
Il duca era digià all’opra. Per lui la faccenda riusciva più difficile, non avendo più bastone a cui sostenersi, e dovendo calarsi a forza di pugno da un’altezza di venticinque braccia. Ma era svelto, robusto e pieno di sangue freddo, e in meno di cinque minuti fu in fondo al cordone: lasciò l’appoggio che lo reggeva sino allora, e cadde ritto senza farsi male.
Tosto si arrampicò alla scarpa del fosso, ed arrivato sopra trovò Rochefort. Gli altri due gentiluomini gli erano ignoti. Grimaud, svenuto, stava legato sur un cavallo.
«Signori, disse il duca di Beaufort, vi ringrazierò poi: adesso non v’è da perdere un momento, via, presto! chi mi vuol bene mi segua!»
Saltò a cavallo, si partì di galoppo, respirando comodamente, e gridando con espressione di giubilo indescrivibile:
«Libero!.... libero!.... libero!....»