XXXVII. Alla vigilia della battaglia.

Raolo fu tratto dai tristi suoi pensieri dal locandiere, il quale entrò precipitosamente nella stanza ov’era accaduto quanto poc’anzi narravamo, gridando:

«Gli Spagnuoli! gli Spagnuoli!»

Era assai importante quel grido perchè ogni altra riflessione cedesse a quelle ch’esso doveva cagionare. I giovanetti domandarono qualche informazione, ed intesero che realmente si avanzava il nemico da Houdain e Bethune.

Mentre il signor d’Arminges dava gli ordini acciò i cavalli che si rinfrescavano fossero messi in istato di partenza, Raolo e di Guiche salirono alle più alte finestre del casamento che dominava le vicinanze, e videro spuntare dalla parte di Mersin e di Sains un corpo considerevole d’infanteria e cavalleria. Questa volta non era più una brigata errante di partigiani, ma un’intera armata.

Sicchè non rimaneva da far altro che seguire le savie istruzioni d’Arminges e battere la ritirata.

Essi scesero rapidamente. D’Arminges era digià in sella. Olivain reggeva a mano i due corsieri dei giovanetti, ed i servi del conte di Guiche tenevano cautamente fra di loro il prigioniero spagnuolo, fermo sopra un ronzino comprato espressamente per lui. E per maggior precauzione questi aveva le mani legate.

La piccola comitiva prese di trotto la strada di Cambrai, ove credeva di trovare il principe; ma egli dal giorno innanzi non v’era più, ed erasi ritirato a la Bassée, avendo inteso per una falsa voce sparsa che il nemico doveva transitare da Lys ad Estaire.

Effettivamente il principe, ingannato da tali avvisi, aveva ritirate le sue truppe da Bethune, e concentrate tutte le sue forze fra Vieille-Chapelle e la Venthie, ed egli stesso, dopo aver esplorata tutta la linea col maresciallo di Grammont, era tornato indietro, e postosi a tavola, interrogando gli uffiziali seduti a lui d’intorno sopra gli schiarimenti che aveva incaricato ciascheduno di essi di procurarsi. Niuno però aveva notizie positive.

L’armata nemica era sparita da quarantotto ore, e nulla più se ne sapeva.

Ora, un esercito nemico non è mai tanto prossimo, e in conseguenza minaccioso, come allorquando è affatto sparito. E perciò il principe contro il suo solito se ne stava pensoso e di mal umore, quando venne un ufficiale di servizio ad annunziare al maresciallo di Grammont esservi alcuno che chiedeva di parlargli.

Il duca di Grammont con uno sguardo domandò licenza, ed uscì.

Il principe lo seguitò cogli occhi, e tenne questi fissi verso la porta, mentre nessuno osava discorrere per tema di distrarlo dalle sue meditazioni.

Ad un tratto si udì rumore. Il principe si alzò in fretta stendendo la mano dal lato onde veniva lo strepito. — Lo strepito gli era ben noto: era quello del cannone.

Tutti al pari di lui si erano levati in piedi.

Nel momento fu schiusa la stanza.

«Monsignore, disse allegro il maresciallo di Grammont, vuole Vostra Altezza permettere che mio figlio, il conte di Guiche, e il suo compagno di viaggio visconte di Bragelonne vengano a darle nuove del nemico, che noi cerchiamo e che essi hanno trovato?

«Come, se lo permetto, anzi lo bramo! entrino pure».

Il maresciallo spinse avanti i due giovani, i quali furono così innanzi a Sua Altezza.

Questi salutandoli disse:

«Parlate, signori, e poi faremo i complimenti d’uso; quel che per noi urge più adesso, è di sapere dove sia il nemico o ciò ch’ei faccia».

Al conte di Guiche incombeva naturalmente di essere il primo a favellare; non solo era maggiore di età, ma anche presentato dal proprio genitore; inoltre conosceva da lunga pezza il principe, che Raolo non aveva mai veduto.

Egli dunque raccontò ciò ch’entrambi avevano visto dall’albergo di Mazingarde.

Frattanto Raolo osservava quel giovane generale digià sì famoso per le battaglie di Rocroy, di Friburgo e di Nortlingen.

Luigi di Borbone, principe di Condé, che dalla morte di Enrico di Borbone suo padre in poi veniva chiamato per abbreviazione e secondo l’usanza il Signor Principe, aveva appena ventisei o ventisette anni, sguardo da aquila, occhi grifagni, come disse Dante, naso ricurvo, lunga chioma ondeggiante in belle anella, personale mediocre ma ben fatto, e tutte le qualità di un grand’uomo di guerra, cioè colpo d’occhio, rapidissima decisione, coraggio quasi favoloso; lo che non toglieva che fosse al tempo stesso uomo di spirito e dotato di eleganza; talmente che oltre la rivoluzione che faceva nella guerra mediante i nuovi calcoli e prospetti che vi recava, aveva fatto altresì rivoluzione in Parigi fra i giovani signori della corte, di cui era il capo naturale, e che in opposizione agli eleganti dell’antica corte, della quale i modelli erano stati Bassompierre, Bellegarde e il duca di Angouleme, venivano nomati i damerini.

Ai primi detti di Guiche, ed alla direzione da che si partiva il rumore del cannone, il prence aveva compreso tutto. L’inimico doveva aver transitata la Lys a Saint-Venant, e marciava sopra Lens, senza dubbio coll’intenzione d’impossessarsi di questa città e separare dalla Francia l’armata francese. La cannonata che si udiva, e i di cui spari dominavano tratto tratto gli altri, era di pezzi di grosso calibro che rispondevano alla cannonata spagnuola e lorenese.

Ma di che forza era poi quella truppa? era un corpo destinato a produrre un semplice diversivo? oppure l’esercito tutto intero?

In questo consisteva l’ultima domanda di Luigi di Borbone, ed a Guiche riusciva impossibile di rispondervi.

Ed essendo poi la più importante, era quella a cui il principe avrebbe desiderato una risposta esatta, precisa, positiva.

Allora Raolo sormontò il sentimento assai naturale di timidezza che provava a suo malgrado in faccia al prence, ed avvicinandosi disse:

«Mi concederete, monsignore, di azzardare su questo argomento alcune parole che forse faranno cessare la vostra perplessità?»

Luigi si volse, e parve che con un solo sguardo squadrasse da cima a fondo il visconte; e sorrise nel riconoscere in esso un fanciullo di appena quindici anni.

«Certamente, signore, parlate, gli disse mitigando la sua voce per solito sonora e fiera, come se questa volta la indirizzasse ad una dama.

«Vostra Altezza potrebbe interrogare il prigioniero spagnuolo, replicò Raolo, ed arrossiva.

«Avete fatto un prigioniero spagnuolo!

«Sì, monsignore.

«Ah! è vero, riprese di Guiche, lo avevo obliato.

«È cosa semplicissima, conte, ribattè Raolo sorridendo, poichè foste voi che lo faceste».

Il vecchio maresciallo si volse al visconte, grato a quell’elogio dato a suo figlio, mentre Luigi di Borbone rispondeva:

«Il giovinetto ha ragione, sia qui condotto il prigioniero».

Frattanto il principe pigliò in disparte di Guiche, e lo interrogò sul modo in cui era stato preso quell’uomo, e gli richiese chi fosse il giovane.

«Signore, disse Luigi tornando a Raolo, so che avete una lettera di mia sorella madama di Longueville, ma veggo che avete preferito raccomandarvi da per voi col darmi un buon consiglio.

«Monsignore, replicò Bragelonne, e diventava più vermiglio di prima, non ho voluto interrompere Vostra Altezza in una conversazione tanto importante come quella da lei intavolata col signor conte; ma ecco la lettera.

«Va bene, me la darete più tardi; ecco il prigioniero, pensiamo a ciò ch’è più urgente».

Difatti veniva condotto il partigiano. Era uno di quei condottieri di cui ne rimanevano ancora in quell’epoca, che vendendo il proprio sangue a chi avesse a genio comprarlo era invecchiato nelle astuzie e nelle ruberie. Dachè era stato preso non aveva pronunziato un accento, talmente che coloro che lo avevano arrestato neppur sapevano di qual nazione si fosse.

Il principe lo guatò con la massima diffidenza domandandogli:

«Di qual nazione sei?»

Quegli rispose alcune parole in lingua straniera.

«Ah ah! par che sia spagnuolo. Parlate, spagnuolo, Grammont?

«Oh! pochissimo, monsignore.

«Ed io nulla affatto; fece ridendo Luigi; signori (e si volgeva a quei che gli stavano attorno) v’è qualcuno fra voi che parli lo spagnuolo e voglia farmi da interprete?

«Io, monsignore, disse Raolo.

«Ah, voi parlate spagnuolo?

«Abbastanza, per quanto credo, onde eseguire in quest’occasione gli ordini dell’Altezza Vostra».

In tutto quel tempo il prigioniero era rimasto impassibile e quasi non avesse capito di che si trattasse.

«Monsignore vi ha fatto richiedere di che nazione siete, gli avvertì Raolo in castigliano purissimo.

«Ich bin ein Deutscher, rispose egli.

«Che diavolo borbotta? fece il principe con una risata, e che gergo è codesto?

«Dice ch’è tedesco, replicò il visconte, ma io ne dubito, perchè l’accento è pessimo e la pronunzia viziosa.

«Dunque sapete anche il tedesco?

«Altezza sì.

«Tanto da potere interrogarlo in quell’idioma?

«Sì, monsignore.

«Allora interrogatelo».

Raolo cominciò, ma vennero i fatti in appoggio alla sua opinione. Colui non intendeva, o fingeva non intendere, ciò che gli diceva Bragelonne, e Bragelonne dal canto suo comprendeva poco le sue risposte mescolate tra fiammingo ed alsaziano.

Nulladimeno in mezzo a tutti gli sforzi del forestiero per eludere un esame regolare, Raolo aveva riconosciuta la sua naturale pronunzia.

«Non siete spagnuolo, gli disse, non tedesco, ma italiano».

Il forestiero si scosse e si morse le labbra.

«Ah! questo, lo capisco a meraviglia, seguitò il principe di Condè, e poichè è italiano, continuerò io l’esame. Grazie, visconte (aggiunse scherzando) da ora vi nomino mio interprete».

Ma l’arrestato non aveva più voglia di appagare le domande in italiano che in altre lingue; unica sua premura era anzi lo schivarle. E così nulla sapeva, nè il numero dei nemici, nè il nome di chi li comandava, nè il piano di marcia stabilito.

«Ottimamente! disse Luigi immaginando appieno le cause di siffatta ignoranza, costui è stato preso mentre rubava e assassinava, avrebbe potuto riscattar la vita parlando, e non vuole; portatelo via, e sia passato per le armi».

Il prigioniero impallidì. I due soldati che ivi lo avevano guidato lo afferrarono ciascuno per un braccio e lo trassero verso la porta, frattanto che il signor di Condé giratosi dalla parte di Grammont, mostrava già aver dimenticato il comando da lui dato.

Ma il disgraziato arrivato sulla soglia, si soffermò; i soldati non conoscendo altro che gli ordini volevano obbligarlo a proseguire il suo cammino.

«Un momento! disse egli in francese, monsignore, sono pronto a parlare.

«Ah ah! esclamò il principe, sapevo bene che ci si verrebbe. Io ho un segreto stupendo per sciogliere la lingua. Giovanotti, vi sia di norma per quando toccherà a voi a comandare.

«Ma, seguitò il prigioniero, con patto che Vostra Altezza mi giuri salva la vita.

«Sulla mia fede da gentiluomo, rispose Luigi di Condé.

«Allora, a voi, monsignore!

«Dove l’armata ha valicato la Lys?

«Tra Saint-Venant ed Aire.

«Chi la comanda?

«Il conte di Fuonsaldagna, il generale Beck e l’Arciduca in persona.

«E marcia?

«Incontro a Lens.

«Vedete, signori miei! gridò il principe in atto di trionfo al maresciallo di Grammont ed agli altri uffiziali.

«Sì, replicò il maresciallo, vostra Altezza aveva indovinato quanto può indovinare umano ingegno.

«Richiamate le Plessis, Belliève, Villequier e d’Erlac, richiamate tutte le truppe che sono di qua dalla Lys; stiano pronte a marciare questa notte, e domani secondo ogni probabilità noi attaccheremo il nemico.

«Monsignore, obiettò Grammont, osservate però che riunendo quanti uomini abbiamo disponibili arriveremo appena alla cifra di quindici mila.

«Signor maresciallo, ripicchiò il prence con quello sguardo ammirabile ch’era proprio di lui solo, con le piccole armate si vincono le grandi battaglie».

Ed accennando il prigioniero:

«Sia condotto colui fuori di qui e guardato a vista. Dipende la sua vita dalle informazioni che ci ha date; se queste sono vere, sarà libero; se false, sia fucilato».

L’individuo a cui facevasi tal minaccia fu tratto subito altrove.

«Conte di Guiche, disse Luigi, da molto tempo non vedeste vostro padre, rimanete presso di lui. Voi (e si volgeva a Raolo) se non siete troppo stanco seguitemi.

«Sino alla fine del mondo, monsignore! gridò Raolo, provando un ignoto entusiasmo per il giovane generale che tanto degno sembravagli della sua rinomanza».

Il principe sorrise; disprezzava gli adulatori, ma stimava moltissimo gli entusiasti.

«Orsù, continuò, siete buono al consiglio, ed ora lo abbiamo esperimentato; vedrem domani qual siete nell’azione.

«Ed io che farò monsignore? chiese il maresciallo.

«Trattenetevi a ricevere le truppe; e tornerò da me a prenderle meco, o vi manderò un corriere perchè a me la guidiate. Venti uomini con buoni cavalli son quel che mi abbisogna pella mia scorta.

«È poco!

«È abbastanza; signor di Bragelonne, avete un buon cavallo?

«Il mio è rimasto ucciso stamane, e adesso provvisoriamente mi prevalgo di quello del mio domestico.

«Chiedete, scegliete nelle mie scuderie, quello che vi convenga. Non vi prendete soggezione; approfittatevi del corsiero che vi sembri il migliore. Stassera forse ne avrete bisogno, e domani di certo».

Raolo non se lo fece dir due volte; sapeva che coi superiori, ed in ispecie quando questi sono principi, la suprema civiltà consiste nell’obbedire senza ragionamenti e senza indugi. Passò nelle scuderie a scegliere un palafreno andalusiano di color sauro, gli pose di per sè la sella e la briglia, perocchè Athos gli aveva suggerito pelle circostanze di pericolo di non affidare di ciò la cura a veruno, e venne a raggiungere il principe che appunto montava a cavallo.

«Adesso, disse questi a Raolo, volete consegnarmi la lettera di cui siete latore?»

Ed egli la porse.

«Restate vicino a me», ordinò Luigi di Borbone.

Diede di sprone, fermò le redini al pomo della sella secondo soleva fare quando voleva aver libere le mani, dissigillò il foglio della signora di Longueville, e si avviò di galoppo sulla strada di Lens, accompagnato da Raolo e seguitato dalla sua piccola scorta, mentre i messaggieri che dovevano richiamare indietro le truppe, correvano frettolosi per opposte direzioni.

E il principe nel tempo del cammino leggeva.

«Signore, disse indi a un momento, qui mi si dice molto bene di voi; la sola cosa che posso significare si è che dal poco che ho visto ed inteso, penso di voi anco meglio che non mi si decanta».

Raolo fece un inchino.

Intanto ad ogni passo che approssimava a Lens la piccola brigata, risuonavano più vicine le cannonate. Luigi teneva lo sguardo fisso a quel rumore come farebbe un uccel di rapina. Pareva che avesse il potere di penetrare con gli occhi fra gli alberi folti che stendevansi a lui davanti e servivano di confine all’orizzonte.

Di quando in quando si dilatavano a lui le narici, quasi fosse ansioso di sentir l’odore della polvere, o sbuffava come il suo destriero.

Alfine si udirono gli spari tanto dappresso ch’era evidente trovarsi tutto al più lontani di una lega dal campo di battaglia. In fatti alla svolta del sentiero, si distinse il piccolo villaggio di Aunay.

I contadini erano in grandissima confusione; si era sparsa la voce della crudeltà degli Spagnuoli, e questa a tutti incuteva spavento; le donne erano di già scappate rifugiandosi inverso a Vitry; rimanevano soli pochi uomini.

Essi al mirare il principe accorsero premurosi; uno di loro lo riconobbe.

«Ah monsignore! disse, venite a discacciare quei furfanti di Spagnuoli e quei ladroni di Lorenesi?

«Sì, se tu vuoi servirmi di guida.

«Volentieri: dove brama vostra Altezza che io la conduca?

«In qualche luogo elevato d’onde io possa scoprire Lens e i dintorni.

«So quanto bisogna.

«Posso fidarmi di te? Sei buon francese?

«Sono un vecchio soldato di Rocroy.

«Tieni! disse Luigi dando una borsa a colui, eccoti per Rocroy. Ed ora vuoi un cavallo, o preferisci ire a piedi?

«A piedi! monsignore, a piedi; ho servito sempre nell’infanteria. E poi, mi propongo di far passare Vostra Altezza per tali strade ove sarà necessario ch’essa pure smonti.

«Vieni via, e non si perda tempo».

Il villico si mosse trottando innanzi al destriero del prence; indi a distanza di un centinajo di passi dal villaggio passò da un piccolo sentiero perduto in fondo a una bella valle. Per una mezza lega camminarono così sotto una cupola di alberi; gli spari del cannone rimbombavano a segno che sembrava ad ognuno di questi doversi udire a fischiare le palle. Poscia, si trovò una strada che abbandonava quella già battuta per attaccarsi al fianco della montagna. Il contadino vi si inoltrò invitando Luigi di Borbone a seguirlo. Questi smontò, ordinò ad uno de’ suoi ajutanti di campo ed a Raolo di fare lo stesso, ed agli altri di attender le sue istruzioni mantenendosi in ogni maggior cautela e vigilanza, e principiò a salire per la strada che accennammo.

A capo a dieci minuti, erano giunti alle ruine di un vecchio castello, le quali facevano corona alla sommità di un colle d’onde si sovrastava a tutti i luoghi circonvicini. Lontano appena un quarto di lega si discopriva Lens ridotta agli estremi, e davanti a questa tutto quanto l’esercito nemico.

Con una sola occhiata il principe abbracciò l’estensione che gli appariva alla vista da Lens sino a Vismy. In un attimo gli si spiegò alla mente tutto il piano della battaglia che alla domane doveva salvare per la seconda volta la Francia da un’invasione. Prese un lapis, distaccò una pagina del suo taccuino, e scrisse:

«Mio caro maresciallo.

««Tra un’ora Lens sarà in potere del nemico. Io sarò a Vendin per fargli prendere la sua posizione. Domani lo avremo battuto e ripreso Lens».

Indi disse a Raolo:

«Andate, partite a spron battuto, e consegnate questo foglio al signor di Grammont».

Raolo prese il foglio, scese velocemente la montagna, e saltato in sella si avviò di galoppo.

Dopo un quarto d’ora era presso al maresciallo.

Era digià arrivata porzione delle truppe, e da un momento all’altro attendevasi il rimanente. Il signor di Grammont si mise alla testa di quanta infanteria e cavalleria si trovava disponibile, e s’incamminò per Vendin, lasciando il duca di Chatillon ad aspettare e condurre il resto.

Tutta l’artiglieria era in grado di partire all’istante, e si mise in marcia.

La sera alle sette ore giunse il maresciallo al convegno. Era ivi ad attenderlo il principe. Secondo avea preveduto, Lens era caduta in potere del nemico quasi subito dopo la partenza di Raolo. D’altronde la cessazione delle cannonate aveva annunziato questo avvenimento.

Si soprassedè fino a notte. A misura che si avanzavano le tenebre, i militi chiamati dal principe arrivavano di seguito. V’era ordine che non si battesse tamburo nè si sonassero le trombe.

A nove ore, ad onta che fosse tardi, un ultimo crepuscolo rischiarava tuttavia la pianura. S’incamminarono in silenzio, mentre il principe guidava la colonna.

L’armata essendo pervenuta di là da Aunay potè distinguere Lens: due o tre case erano in fiamme, e fino ai soldati arrivava un tristo clamore che indicava l’agonia di una città presa per assalto.

Il prence segnò a ciascuno il rispettivo posto: il maresciallo di Grammont doveva essere all’estrema sinistra ed appoggiarsi a Mericourt; il duca di Chatillon formerebbe il centro; il principe che formava l’ala destra rimarrebbe davanti ad Aunay.

L’ordine di battaglia della domane sarebbe lo stesso che quello delle posizioni prese nel dì precedente. Ognuno si troverebbe sul terreno ove dovea manovrare.

Fu eseguito il movimento col massimo silenzio e con la maggior precisione. Alle dieci cadauno era al suo posto; alle dieci e mezza Luigi di Borbone visitò i posti di guardia e diede l’ordine dell’indomani.

Oltre a tutte le cose, tre erano quelle raccomandate ai capi, i quali invigilerebbero all’esatta osservanza delle medesime ingiunta ai soldati:

La prima, che i diversi corpi si guarderebbero attentamente nella marcia, onde cavalli e fanti stessero bene sulla medesima linea, ed ognuno si mantenesse negli spazj opportuni;

La seconda di non andare alla carica se non di passo;

La terza, di lasciare che il nemico fosse il primo a tirare.

Il principe diede il conte di Guiche al di lui padre, e tenne per sè Bragelonne. Ma i due giovani domandarono di passare insieme quella notte, e ciò fu loro accordato.

Venne messa per essi una tenda vicina a quella del maresciallo. Benchè molte fossero state le fatiche della giornata, nè l’uno nè l’altro aveva bisogno di dormire.

D’altronde è cosa grave ed imponente anco pei vecchi militari la vigilia di una battaglia, e tanto più per due giovanetti che pella prima volta si accingevano a vedere un tale spettacolo.

Alla vigilia della battaglia si pensa a mille cose, che sino allora obliate ritornano in mente; gl’indifferenti diventano amici, gli amici diventano fratelli.

E ci s’intende, che se in fondo al cuore si abbia qualche sentimento più tenero, questo arriva naturalmente al più alto grado di esaltazione a cui possa mai giungere.

È d’uopo credere che ognuno dei due giovanetti provasse un sentimento di codesta fatta, poichè a capo a un momento e questo e quello sederono ad una opposta estremità della tenda e si diedero a scrivere sulle ginocchia.

Le lettere furono lunghe, si copersero quattro pagine di carattere minuto e ristretto. Tratto tratto il conte ed il visconte si guardavano sorridendo. Si capivano senza dir nulla. Erano due indoli delicate e simpatiche fatte per intendersi senza nemmeno parlarsi.

Terminate le lettere, ciascheduno serbò la sua in un doppio involto di carta, ove nessuno poteva leggere il nome della persona a cui era diretta se non che lacerando il primo invoglio. E poscia entrambi si accostarono uno all’altro, e si ricambiarono quelle lettere con un nuovo sorriso.

«Se mi accadessero dei guai! disse Bragelonne.

«Se restassi ucciso! disse di Guiche.

«Non dubitate, dissero tutt’e due».

E si abbracciarono come fratelli, e si avvolsero nei ferrajuoli, e si addormentarono di quel sonno giovanile e grazioso con cui dormono gli augelli, i fiori ed i fanciulli.