XLVII. Il Te Deum della vittoria di Lens.

Il movimento osservato da Enrichetta, e di cui invano ella ricercava il motivo, era cagionato dall’annunzio della vittoria di Lens del quale il signor Principe aveva fatto messaggiero il duca di Chatillon che in essa aveva avuta nobilissima parte, e che inoltre avea l’incarico di appendere alle vôlte di Nostra-Donna ventidue bandiere prese ai Lorenesi ed agli Spagnuoli.

La notizia era decisiva: troncava il litigio intavolato col Parlamento a favore della corte. Tutte le imposte sommariamente registrate ed a cui faceva opposizione il Parlamento si motivavano sempre con la necessità di sostenere l’onor della Francia e la speranza di battere il nemico. E siccome, dopo Nordlingen non si erano avute che delle sconfitte, restava campo al Parlamento onde interpellare Mazzarino su le vittorie ognor promesse e differite. Ma questa volta era seguita la pugna, v’era stato completo trionfo, e quindi ciascuno comprendeva esservi pella corte doppia vittoria, cioè all’interno e all’esterno, talmentechè persino il giovanetto re all’udire la nuova esclamava:

«Ah ah! signori del Parlamento, sentiremo ora che cosa direte!»

Per cui la regina si strinse al seno il regio fanciullo, i di lui sentimenti alteri e indomiti tanto bene si combinavano co’ suoi. E nella serata ebbe luogo un consiglio, chiamandosi a questo il maresciallo di La Meilleraie e il signor di Willeroy perchè dediti al Mazzarino, Chavigny e Seguier perchè odiavano il Parlamento, e Guitaut e Comminges perchè divoti alla regina.

Nulla si penetrò di quanto fosse deciso in quel consiglio, e solo si seppe che alla seguente domenica vi sarebbe Te Deum cantato a Nostra-Donna in onore della vittoria di Lens.

Nella domenica suddetta i Parigini si destarono in somma allegrezza. In quell’epoca un Te Deum era cosa grandissima; era molto accetta nel pubblico tal cerimonia, ed essa produceva il dovuto effetto. Il sole, come prendesse parte alla festa, sorgeva bello e splendido a indorare le oscure torri della metropoli digià piena d’immensa quantità di popolo, le strade le più buje della città-vecchia avevano una cert’aria da festa, e lungo gli argini si vedevano lunghe file di borghesi, artieri, donne e bambini, recarsi a Nostra-Donna, simili a un fiume che risalisse verso la sua sorgente.

Le botteghe erano abbandonate, le case chiuse, ciascuno aveva voluto mirare il giovine re con sua madre ed il famoso signor Mazzarino, pel quale si aveva tant’odio che nessuno intendeva privarsi della sua presenza.

Del resto fra l’immensa folla regnava la maggior libertà; tutte le opinioni si esprimevano apertamente, e per dir così suonavano a sommossa, conforme le mille campane di tutte le chiese suonavano a Te Deum. La polizia della città essendo esercitata dalla città stessa, nulla di minaccioso veniva a turbare il concerto dell’odio generale o a gelare le parole su quelle labbra maldicenti.

Frattanto, sin dalla mattina alle otto, il reggimento delle guardie della regina, comandato da Guitaut, e per secondo dal suo nepote Comminges, era venuto, preceduto da tamburi e trombe, a schierarsi dal Palazzo Reale fino a Nostra-Donna, la quale manovra i Parigini aveano veduta tranquillissimamente, curiosi com’e’ sono di splendide uniformi e di musica militare.

Friquet era in gran gala, e col pretesto di una flussione, che si era procurata momentaneamente col cacciarsi una quantità di noccioli di ciriegie da una parte della bocca, aveva ottenuto dal suo superiore Bazin la vacanza per tutta la giornata. Sul principio Bazin gliel’aveva ricusata, essendo di mal umore, prima per la partenza di Aramis ch’era andato via senza dirgli dove andasse, e poi per dover assistere a una messa detta in favore di una vittoria che non istava d’accordo colle sue opinioni (Bazin, noi ce lo rammentiamo, era un della Fronda, e se vi fosse stato caso che in tale solennità il bidello si assentasse come un semplice cantore, egli avrebbe di sicuro avanzata al superiore la stessa domanda che a lui si faceva); aveva ricusato, noi dicevamo, la richiesta vacanza, ma alla sua presenza si accrebbe cotanto la flussione di Friquet, che per l’onore del corpo dei cantori il quale sarebbe stato compromesso da siffatta deformità, finì col cedere benchè brontolando. Friquet arrivato sull’uscio aveva sputata la sua flussione, e mandato dalla parte di Bazin uno di quei gesti che rendono i monelli di Parigi superiori a tutti gli altri monelli dell’universo. E dell’osteria poi si era disbrigato naturalmente col dire che doveva servire la messa a Nostra-Donna.

Sicchè Friquet era libero, e conforme accennammo si era vestito col suo maggior lusso; teneva specialmente, come ornamento rimarchevole della sua persona una di quelle buffe indescrivibili che stanno framezzo al berretto del medio evo e al cappello dei tempi di Luigi XIII. La madre gli aveva fabbricato quel curioso copri-zucca, e forse per ghiribizzo o per mancanza di roba uniforme, si era mostrata poco premurosa di assortire i colori, in guisa che quel capolavoro di berretteria del secolo decimosettimo era da un lato giallo e verde, e dall’altro bianco e rosso. Bensì Friquet, stato sempre propenso per la varietà dei tuoni, se lo portava, ad onta di tutto questo, glorioso e trionfante.

Uscito d’appresso a Bazin, si mise a correre verso il Palazzo Reale; vi arrivò nel momento che ne veniva fuori il reggimento delle guardie; e siccome non era là per altro che per godere della vista di questo e profittare della musica, si piantò alla testa della truppa, battendo il tamburo con due pezzi di lavagne, e da tale esercizio passando a quello della trombetta, che contraffaceva naturalmente con la bocca in sì bella maniera da averne riscosso più di una volta grandi elogi per parte degli amatori dell’armonia imitativa.

Cotesto divertimento durò dalla barriera dei Sergenti sino alla piazza Nostra-Donna, e Friquet v’ebbe veramente piacere; ma quando il reggimento si fermò, e le compagnie distendendosi penetrarono fino nel cuore della città-vecchia, mettendosi in fila all’estremità della via San Cristoforo, vicino alla strada Cocatrix dove abitava Broussel, allora Friquet, ricordandosi di non aver fatto colazione, cercò da che lato potrebbe volgere il passo onde adempiere a quell’atto importantissimo della giornata, ed avendovi maturamente riflettuto decise che dovesse toccare al consigliere Broussel di provvedere a quel suo piccolo pasto.

In conseguenza prese lo slancio, giunse ansante e affannoso davanti al portone del consigliere, e bussò forte.

Sua madre, vecchia serva di Broussel, venne subito ad aprire.

«Che vieni tu a far qui, biricchino? essa disse, e perchè non sei a Nostra-Donna?

«C’ero, mamma mia, rispose Friquet, ma ho visto che succedevano cose che andavano avvisate a messer Broussel, e col permesso del signor Bazin, sapete pure, mamma, Bazin il bidello, son corso qua per parlare al signor Broussel.

«E che gli vuoi dire, scimmiotto?

«Vuo’ discorrere proprio con lui.

«Non è possibile, è al lavoro.

«Dunque aspetterò».

E Friquet a cui questo tornava in acconcio, dacchè troverebbe modo d’impiegare il tempo, salì alla lesta la scala, che la madre faceva molto più adagio andandogli dietro.

«Ma insomma, domandò questa, che vuoi dal signor Broussel?

«Gli vuo’ dire, rispose Friquet urlando quanto più forte potesse, che v’è tutto l’intero reggimento delle guardie che se ne viene per in qua; e siccome ho sentito a dir dappertutto che in corte v’erano cattive disposizioni contro di lui, lo voglio avvertire perchè stia ben cauto».

Broussel udì le grida di quel bricconcello, e, contentissimo del di lui zelo, scese al primo piano, giacchè infatti lavorava nel suo gabinetto del secondo.

«Eh! caro mio, gli disse, che c’importa del reggimento delle guardie? sei matto a venire a far tanto chiasso? non sai che è uso di agire come agiscono quei signori, e che il reggimento è solito a schierarsi ove deve passare il re?»

Friquet s’infinse da nescio, e girandosi fra le dita la berretta nuova, rispose:

«Non è miracolo che le sappiate voi, signor Broussel, che sapete ogni cosa, ma io, in verità di Dio benedetto, non lo sapevo, e ho creduto di darvi un buon avviso; non v’avete ad adirar con me, signor Broussel.

«Anzi, ragazzo mio, al contrario, mi piace la tua premura.... Ehi! (ordinò alla serva) pigliate un po’ le albicocche che ci mandò jeri da Noisy madama di Longueville, e datene una mezza dozzina al vostro figliuolo con un pezzo di pan fresco.

«Ah! grazie grazie, signor Broussel! giusto! mi piaccion tanto le albicocche!»

Il consigliere allora passò dalla moglie, e chiese la colazione. Erano le nove e mezza.

Si affacciò alla finestra. La strada era deserta, ma da lontano si udiva, come il rumore della marea, il susurrare delle onde popolari che già già crescevano attorno a Nostra Donna.

E lo strepito si raddoppiò allorchè d’Artagnan capitò con una compagnia di moschettieri ad impostarsi alle porte della chiesa per far della medesima il servizio interno. Egli aveva detto a Porthos di profittare dell’occasione per essere spettatore della cerimonia, e Porthos in gran tenuta, si mise sul più bello de’ suoi cavalli, facendo da moschettiere onorario, secondo in addietro spesso avea fatto d’Artagnan. Il sergente della compagnia, vecchio soldato delle guerre di Spagna, aveva riconosciuto Porthos suo antico compagno, ed informati prestamente tutti quanti eran sotto ai suoi ordini delle alte gesta di quel gigante, onore dei moschettieri di Tréville, e Porthos non solo era stato bene accolto, ma anco considerato con ammirazione.

Alle dieci ore il cannone del Louvre annunziò l’uscire del re.

Un movimento, simile a quello di alberi, le cui cime sieno tormentate e curvate da un vento burrascoso, corse in fra la moltitudine, che si agitò di dietro ai fucili immobili delle guardie.

Comparve finalmente il re con la regina in una carrozza tutta dorata. Lo seguivano altre dieci carrozze che racchiudevano le dame d’onore, gli ufficiali del regio palazzo e tutta la corte.

«Viva il re!» fu gridato per ogni banda.

Il giovine sovrano mise gravemente il capo fuor dello sportello, fece un cenno di riconoscenza, e salutò anco un tantino, lo che aumentò gli urli della folla.

Il corteggio avanzò con lentezza, ed impiegò quasi mezz’ora per passare lo spazio che separa il Louvre dalla piazza di Nostra-Donna; ed ivi giunto, si recò a poco a poco sotto l’immensa vôlta dell’oscura metropoli, e si diede principio al servizio divino.

Nel punto in cui la corte si poneva al suo posto, una carrozza con le armi di Comminges abbandonò la fila di quelle della corte stessa, e venne adagio a situarsi in fondo alla via di San Cristoforo del tutto deserta. Colà arrivata, quattro guardie ed un birro, che la scortavano, vi salirono dentro e ne serrarono le stuoje, e poi prevalendosi della poca luce prudentemente riserbatasi, il birro si applicò a far la posta su per la strada Cocatrix, quasi attendesse che avesse a capitare qualcuno.

Tutti erano occupati della cerimonia, talmente che non si badò alla vettura, nè alle precauzioni di coloro che in essa stavano.

Friquet, i di cui occhi sempre attenti erano i soli che potessero accorgersene, era andato a godersi le albicocche sul cornicione di una casa dell’atrio di Nostra Donna, e di là vedeva il re, la regina e il signor Mazzarino, e sentiva la messa come l’aveva servita.

Verso il finir della funzione, la regina osservando che Comminges in piedi vicino a lei attendeva la conferma dell’ordine da essa già datogli avanti di partirsi dal Louvre, gli disse sotto voce:

«Andate, Comminges, e Dio vi assista».

E Comminges si mosse subito, uscì di chiesa, ed entrò nella via di San Cristoforo.

Friquet, ch’ebbe adocchiato quel bell’offiziale a camminare così seguito da due guardie, si divertì a andargli appresso, e ciò con tanto più di allegria dacchè la cerimonia essendo appunto terminata il re saliva di nuovo nel suo cocchio.

Il birro, appena vide apparire Comminges all’estremità della via Cocatrix, disse due paroline al cocchiere, e questi, messa tosto in moto la sua macchina, lo condusse dinanzi alla porta di Broussel.

Comminges bussava al portone precisamente nell’atto che vi si fermava la vettura.

E Friquet, dietro a Comminges, attendeva che quello si aprisse.

«Che fai costà, sguajato? domandò Comminges.

«Aspetto per entrare da messer Broussel, signor uffiziale, disse Friquet col tuono carezzevole che sanno assumere all’occorrenza i ragazzacci di Parigi.

«Abita veramente qua?

«Signor sì.

«E che piano occupa?

«Tutto il casamento.... gli è tutto suo.

«Ma per solito dove sta?

«Per lavorare al secondo piano, ma per mangiare scende al primo; adesso dev’essere a pranzo, giacchè è mezzogiorno.

«Bene, bene».

Nell’istante fu aperto. L’ufficiale interrogò il servitore, e seppe che Broussel era in casa e realmente desinava. Egli salì appresso il servitore, e Friquet salì appresso a lui.

Broussel era a tavola con la sua famiglia, avendo dirimpetto la moglie, accanto le due figliuole, ed in fondo alla mensa suo figlio, Louvieres, che noi già vedemmo nella circostanza della disgrazia accaduta per la strada al consigliere, e da cui questi erasi già rimesso in salute.... E appunto perchè tornato in sanità, assaggiava le ottime frutta mandategli da madama di Longueville.

Comminges, che aveva trattenuto il braccio al domestico mentre questo voleva schiudere l’uscio per annunziarlo, lo schiuse da per sè e si trovò davanti a quel quadro di famiglia.

All’aspetto dell’uffiziale Broussel si agitò alquanto, ma poichè esso lo salutava cortesemente, si alzò e salutò egli pure. Ciò non ostante, e ad onta delle scambievoli cortesie, in viso alle donne comparve qualche inquietezza, Louvieres impallidì ed attese che l’uffiziale si spiegasse.

«Signore, disse Comminges, io son latore di un ordine del re.

«Benissimo, rispose Broussel, che ordine è egli?»

E porgeva la mano.

«Ho l’incarico d’impossessarmi della vostra persona, continuò l’altro col medesimo tuono e con la stessa gentilezza, e se date ascolto a me, vi risparmierete l’incomodo di leggere questa lunga lettera e verrete meco».

Una saetta che fosse caduta framezzo a quelle buone genti tranquillamente radunate non avrebbe prodotto effetto più terribile.

Broussel retrocedè tremando. Era in quell’epoca cosa funestissima l’essere carcerato per nimicizia del re. Louvieres fece un atto come per afferrare la sua spada ch’era sopra una sedia in un canto del salotto, ma un’occhiata del bravo consigliere, che fra tutto quell’imbroglio non perdeva il giudizio, l’obbligò a trattenersi; la signora Broussel, lontana dal marito soltanto di quanto era larga la mensa, diede in dirotto pianto; le fanciulle si tenevano stretto il padre fra le braccia.

«Orsù, disse Comminges, sollecitiamoci; bisogna obbedire al re.

«Signore, rispose Broussel, sono indisposto di salute, e non posso costituirmi prigione in questo stato: domando tempo.

«Non è possibile, l’ordine è formale, e deve eseguirsi subito.

«Non è possibile! replicò Louvieres; signore, badate di non ridurci alla disperazione!

«Non è possibile!» urlò una voce acuta di fondo alla stanza.

Comminges si girò, e vide la Gervasia con la granata in mano e gli occhi infuocati dalla collera.

«Gervasia cara, siate quieta, ve ne prego! disse il consigliere.

«Star quieta, io, quando arrestano il mio padrone, il sostegno, il liberatore, il padre del povero popolo!.... Oh sì, mi conoscete benino! Volete andar via? gridò la serva a Comminges».

Questi sorrise.

«Animo, signore, disse a Broussel, fate tacere questa donna, e seguitemi.

«Farmi tacere! me?.... ripicchiava Gervasia, oh, ci vuol altro che voi, bell’uccello del re! ora vedrete».

E si slanciò alla finestra e la spalancò, e con voce sì penetrante da udirsi fino nell’atrio di Nostra-Donna, strillò:

« Ajuto! arrestano il mio padrone! arrestano il consigliere Broussel! ajuto!

«Signor mio, fece Comminges, dichiaratevi prontamente: obbedite, o volete far ribellione al re?

«Obbedisco! obbedisco! esclamò Broussel: procurando liberarsi dagli amplessi delle figliuole e con lo sguardo frenare il figlio sempre pronto a sfuggirgli.

«Allora dunque imponete silenzio a questa vecchia.

«Ah! vecchia, vecchia! strepitò Gervasia».

Ed affacciatasi, e reggendosi alle sbarre della finestra, strillava più che mai:

«Ajuto, ajuto! per messer Broussel! lo arrestano perchè ha difeso il popolo! ajuto!»

Comminges prese la serva per la vita e pretendeva levarla dal suo posto; ma nel momento si udì in guisa di falsetto da una sorta di mezzanino scaturire le strida:

«Fuoco! assassini! ammazzano il signor Broussel! scannano il signor Broussel!»

Era Friquet. E la Gervasia, sentendosi meglio sostenuta, rinforzò gli urli e fece coro completo.

Già a’ balconi si mostravano visi curiosi; accorreva la plebe richiamata alla fine della contrada; prima uomini, poi comitive, e dopo la calca; si sentiva lo strepito, si vedeva una vettura, e nessuno capiva. Friquet saltò dal mezzanino sull’imperiale del legno.

«Vogliono arrestare il signor Broussel! gridò; nella carrozza vi sono le guardie, e l’uffiziale è lassù!»

La moltitudine, raccoltasi, mormorò, susurrò, e si accostò ai cavalli. Le due guardie rimaste nell’andito salirono a dar soccorso a Comminges; quelle ch’erano nel legno aprirono lo sportello ed incrociarono le lancie.

«Li vedete! esclamava Friquet, li vedete? eccoli! eccoli!»

Il cocchiere, voltatosi, diede a Friquet una buona frustata che lo fece urlare dal dolore.

«Ah! vetturino del diavolo! disse questo, ti ci mescoli anco tu! aspetta, aspetta!»

E reduce nel mezzanino, scagliò sul degno auriga quanti projettili potè ritrovare.

A malgrado delle ostili dimostrazioni delle guardie, e forse anzi a motivo di tali dimostrazioni, la folla si diede a schiamazzare e si appressò ai cavalli. Le guardie fecero indietreggiare i più facinorosi a suon di lanciate.

E cresceva il tumulto; e la strada non era più capace a contenere gli spettatori che pullulavano da ogni banda; e la calca ingombrava persino lo spazio che fra loro e la carrozza formavano le terribili picche. I soldati, respinti come da muraglie viventi, sarebbero a momenti schiacciati: fra le assi delle ruote e li sportelli delle vetture. Il grido: «In nome del re!» ripetuto ben venti fiate dal birro, a nulla giovava contro quella tremenda moltitudine, ed al contrario pareva vieppiù la esacerbasse; ed ecco udendo: «In nome del re!» scagliarsi un cavaliero, ed al mirare uniformi maltrattate, avventarsi fra la mischia, con la spada in mano, e recare alle guardie inattesa assistenza.

Il cavaliere era un giovane di quindici a sedici anni, fatto pallido dalla collera. Smontò al pari delle altre guardie, si appoggiò al timone del legno, del suo cavallo si fece un baluardo, cavò dalle saccoccie le pistole e se le pose alla cintura, e cominciò a dar di spada come uno a cui fosse familiare il maneggiar codest’arme.

Per una diecina di minuti, esso solo e da sè, resse agli sforzi di tutta la gente.

Allora fu visto arrivare Comminges che spingeva avanti Broussel.

«Facciamo in pezzi la carrozza! gridava il popolo.

«Ajuto! gridava la vecchia.

«Assassini! gridava Friquet, buttando addosso alle guardie quanto gli capitava fra le mani.

«In nome del re! gridava Comminges.

«Il primo che si avanza è morto! gridò Raolo, il quale, veggendosi incalzato, fe’ sentire la punta della sua spada ad una specie di gigante ch’era in procinto di schiacciarlo, e che per la ferita fattagli rinculò mugolando».

Imperciocchè era appunto Raolo, che tornando da Blois, conforme avea promesso al conte di la Fère, dopo un’assenza di cinque giorni, avea voluto godere del colpo d’occhio della cerimonia, ed aveva preso dalle strade che più direttamente lo avrebbero condotto a Nostra-Donna. Giunto nelle vicinanze della via Cocatrix, erasi trovato trascinato dall’onda popolare, e al detto di: «In nome del re!» ricordandosi quello di Athos: «servite al re», accorreva a combattere pel re di cui si maltrattavano le guardie.

Comminges gettò per dir così Broussel nella carrozza e si slanciò dietro a questi. Nel momento s’intese una archibugiata, una palla attraversò da cima a fondo il cappello a Comminges e ruppe il braccio ad une guardia. Comminges alzò il capo, e vide in mezzo alla finestra la faccia minacciosa di Louvieres che lo guardava dal secondo piano.

«Ah ah! gli disse, va bene, sentirete parlare di me!

«E anche voi, rispose Louvieres, e si vedrà chi parlerà più forte».

Friquet e la Gervasia strillavano sempre; le grida, lo sparo, l’odore della polvere, tanto atto ad eccitare, facevano effetto.

«A morte l’uffizlale! a morte! urlò la folla».

E vi fu grande agitazione.

«Un passo di più, esclamò Comminges calando le stuoje onde si distinguesse bene dentro al legno ed appoggiando la spada sul petto al consigliere; un passo di più e ammazzo il prigioniero. Ho ordine di portarlo o vivo o morto, lo porterò morto e sarà finita».

Echeggiò un grido terribile. La moglie e le figlie di Broussel stendevano in atto supplice le mani verso il popolo.

Il popolo comprese che l’uffiziale tanto pallido, ma che parea sì risoluto, farebbe come aveva detto; seguitò a minacciare, ma si trasse indietro.

Comminges fece salir seco nel legno la guardia ferita, e ordinò alle altre di chiudere lo sportello.

«Di galoppo al palazzo!» ordinò poi al cocchiere mezzo morto.

Questo frustò, e gli animali si apersero ampio varco tra la calca. Però, arrivati allo scalo, bisognò fermarsi. La vettura ribaltò, i cavalli erano trasportati, pigliati, acciaccati dalla gente. Raolo a piedi, non avendo avuto agio di montar di nuovo in sella, stanco di menar colpi di piatto della spada, come le guardie di darne col piatto delle lame, cominciavano a far uso della punta. Però questo tremendo ed ultimo compenso non poteva far altro che inasprire la moltitudine. Tratto tratto si principiava a veder anche a rilucere tra questa o la canna di un moschetto o la lama di una sciabola; si udivano delle schioppettate, che, quantunque tirate per aria, scuotevano il cuore a tutti, e proseguivano a piovere dai balconi i projettili. Si ascoltavano voci che si odono soltanto nei giorni di sommossa, si miravano volti che solo si veggono nei giorni più sanguinolenti. Le grida: a morte le guardie! nel fiume l’uffiziale! ricoprivano quel tumulto ancorchè immenso. Raolo, con il cappello tutto guastato, il viso insanguinato, sentiva che non solo le forze ma anco la ragione cominciavano ad abbandonarlo; i suoi occhi si avvolgevano in densa nebbia rossiccia, ed a traverso a questa scorgeva cento braccia accanite stendersi incontro a lui pronte ad afferrarlo appena cadesse. Comminges si strappava per la rabbia i capelli nella vettura ribaltata. Le guardie non potevano dar ajuto a veruno, occupate ciascune alla propria difesa. Era finita! il legno, cavalli, militi, satelliti e prigioniero forse anche tutti, stavano sul punto di esser ridotti in pezzi.... Ma ad un tratto suonò una voce a Raolo ben cognita, e brillò per aria una larga spada, e nel medesimo istante la folla si diradò, bucata, atterrata, schiacciata, e un ufficiale dei moschettieri, battendo e tagliando a destra e a manca, corse inverso a Raolo, e lo prese fra le sue braccia nel momento ch’esso era per cadere.

«Cospettone! esclamò l’ufficiale, lo hanno dunque assassinato! oh in tal caso, guai a loro! guai!»

E si volse in atto sì spaventevole per forza e per collera, che i più accaniti ribelli si buttarono uno sull’altro onde fuggire, e ve ne furono taluni che rotolarono persino nella Senna.

«Signor d’Artagnan! balbettò Bragelonne.

«Sì, cospettone! io in persona, e, secondo pare, per vostra buona sorte, amico mio.... Ehi! qua voi altri! urlò d’Artagnan, drizzatosi sulle staffe ed alzando la spada, chiamando colla voce e col gesto i moschettieri, che non aveano potuto seguirlo tanto era stata rapida la sua corsa; Ehi! animo! sgombrate tutta questa gente! ai moschetti! portate, armi! caricate, armi!»

A quei comando i monti di plebe si abbassarono sì improvvisamente che d’Artagnan non potè frenarsi dal ridere.

«Grazie, d’Artagnan, disse Comminges, mostrandosi per metà dello sportello della vettura andata giù, grazie, mio giovane gentiluomo.... Il vostro nome? acciò io lo riferisca alla regina».

Raolo si accingeva a rispondere. D’Artagnan gli si chinò all’orecchio.

«Tacete, gli disse, e lasciate che risponda io».

E girandosi a Comminges:

«Comminges, non perdete il tempo; uscite dal legno se potete, e fatene avanzare un altro.

«Ma quale?

«Per Diana! il primo che passi sul Ponte-Nuovo; quei che vi saran dentro si stimeranno fortunatissimi di prestare la loro carrozza pel servizio del re.

«Ma non saprei.... fece Comminges.

«Andate, andate! o che fra cinque minuti torneranno tutti que’ villani con spade o fucili; vi ammazzeranno e libereranno il vostro prigioniero.... Andate!.... Oh! appunto, ecco una vettura che viene di laggiù».

Ed abbassatosi da capo, d’Artagnan avvertì Raolo all’orecchio:

«E soprattutto, non date il vostro nome!»

Bragelonne lo guardava attonito.

«Va benissimo, io corro, replicò Comminges, e se ritornano fate fuoco.

«No, no! si oppose d’Artagnan, anzi, nessuno si muova; uno sparo fatto in questo momento si pagherebbe troppo caro domani».

Comminges prese seco le sue quattro guardie e altrettanti moschettieri, e volò incontro alla vettura; ne fece smontare quei che l’occupavano e li ricondusse vicino all’altra ribaltata.

Ma quando si dovè trasportare Broussel dal legno rotto nell’altro, il popolo, al vedere colui che chiamava suo liberatore, diede urli da non idearsi, e si avventò nuovamente addosso alla carrozza.

«Partite, disse d’Artagnan, ecco dieci moschettieri per accompagnarvi, io ne ritengo venti per tenere a freno la gente; andate, non perdete un istante! Dieci uomini pel signor di Comminges!»

E tanti uomini, quanti ei ne avea destinati, separatisi dalla truppa si fecero attorno alla nuova vettura, e mossero di galoppo con essa.

Al partirsi della quale crebbero le strida; e più di diecimila uomini si affollavano sull’argine, ingombrando il Ponte-Nuovo e le strade adjacenti.

Vi furono alcune schioppettate, un moschettiere restò ferito.

«Avanti! avanti! gridò il nostro tenente arrabbiato e mordendosi i baffi».

E co’ suoi venti soldati fece una scarica su tutto quel popolo, che scappò spaventato.

Un solo uomo rimase al suo posto coll’archibugio in mano.

«Ah! disse, sei tu che già volevi assassinarlo! aspetta!»

Ed abbassò l’arme verso d’Artagnan, il quale gli correva incontro di triplice galoppo.

D’Artagnan si chinò sul collo del proprio destriero. Il giovane fece fuoco; la palla tagliò la penna del suo cappello.

Il corsiero, infuriato, urtò l’imprudente che credeva di poter trattenere da solo una tempesta, e lo mandò a cadere a ridosso al muro.

D’Artagnan fermò in tronco il suo cavallo, e mentre i suoi moschettieri continuavano a caricare, tornò, alzando la spada, su colui che aveva atterrato.

«Ah signore! esclamò Raolo, ravvisando il giovane per averlo veduto nella via Cocatrix, abbiategli riguardo, è suo figlio!»

D’Artagnan si frenò; aveva il braccio pronto a colpirlo.

«Ah! siete suo figlio? esso disse, allora è tutt’altro.

«Signore, mi arrendo, rispose Louvieres, porgendo all’ufficiale il suo fucile scarico.

«Eh no, per Dio! non vi arrendete; anzi scappate e alla lesta; se vi prendono, sarete impiccato».

Quegli non se lo fece dire due volte; passò sotto il collo del destriero e disparve sul canto della via Guénégaud.

«Affè! disse d’Artagnan a Raolo, mi avete trattenuto a tempo; era un uomo bell’e morto, e davvero, quando avessi saputo chi egli era, avrei provato rammarico di averlo ucciso.

«Ah signore! replicò Bragelonne, permettete che dopo avervi ringraziato per quel povero ragazzo io vi ringrazii per me; anch’io era in procinto di morire quando siete capitato.

«Piano, piano, amico mio, disse d’Artagnan, non vi stancate a parlare».

E tolta dalla sacca della sella una boccia ricolma di vino di Spagna, soggiunse:

«Bevete un sorso di questa roba».

Raolo bevve, e voleva rinovare i ringraziamenti.

«Mio caro, disse d’Artagnan, ne parleremo poi».

Ed accortosi che i moschettieri aveano sgombrato l’argine del Ponte-Nuovo sino a quel di San Michele, e tornavano indietro, levò su la spada acciò si sollecitassero.

Coloro arrivarono di trotto; nel medesimo tempo, dal lato opposto, giungevano i dieci di scorta dati da d’Artagnan a Comminges.

«Olà, gridò d’Artagnan a costoro, v’è qualcosa di nuovo?

«Signore, rispose il sergente, la loro carrozza è ita in pezzi da capo; l’è una vera maledizione!»

D’Artagnan si strinse nelle spalle.

«Non han giudizio, disse; quando si sceglie una vettura la deve esser buona e forte; quella con cui si arresta un Broussel deve essere capace a portare dieci mila uomini.

«Che ci comandate, tenente?

«Prendete il distaccamento, e conducetelo al quartiere.

«E voi, vi ritirate solo?

«Sicuro! non crederete mica che abbia bisogno di scorta!

«Ma per altro....

«Andate là!....»

I fucilieri si partirono, e d’Artagnan restò solo con Raolo.

«E adesso, soffrite? gli domandò.

«Si, ho la testa grave, e che mi piglia fuoco.

«E che avete su codesta testa?...»

D’Artagnan tirò su il cappello, e disse:

«Ah! ah! una contusione!

«Sì.... credo che mi sia stato gettato sul capo un vaso di fiori.

«Canaglia!.... Ma avete gli sproni!.... dunque eravate a cavallo?

«Sì, ma ero smontato per difendere il signor di Comminges, ed il cavallo mi è stato tolto.... Oh! eccolo!....»

Difatti nel momento passava il corsiero di Raolo su cui era Friquet, il quale, andando di galoppo, agitava per aria la berretta di quattro colori, e gridava:

«Broussel! Broussel!

«Ehi, briccone! fermati! urlò d’Artagnan, e porta qua codesta bestia!....»

Friquet udì benissimo, ma fece da sordo, e procurò di seguitare avanti.

Per un poco d’Artagnan ebbe voglia di andargli appresso; ma non gli parve opportuno lasciar solo Raolo; e quindi si limitò a cavar fuori una pistola e caricarla.

Friquet aveva l’occhio accorto e l’orecchio fino; vide il gesto del tenente, udì il rumore del grilletto, fermò di botto il palafreno.

«Oh! siete voi, signor uffiziale, esclamò venendo inverso d’Artagnan! davvero, ho caro d’incontrarvi».

Il tenente guardò attento Friquet, e ravvisò il ragazzaccio della via della Calandra.

«Ah! disse, sei tu, briccone? vien qua.

«Sì, son io, signor militare, rispose lo sguajato con i suoi modi sdolcinati.

«Dunque hai cambiato mestiere? dunque non sei più cantore di chiesa? dunque non sei più garzone di osteria? dunque sei ladro di cavalli?

«Uh, signor uffiziale! e s’ha egli a dir codesto? s’ha egli a dire? esclamò Friquet, cercavo il gentiluomo padrone di questo animale, bel cavaliero veh! coraggioso come un Cesare. (E fingeva veder allora Bragelonne per la prima volta) Ohi! non m’inganno, eccolo qua!.... Signore, non vi scorderete mica del garzone, eh?»

Raolo si mise la mano nel borsellino.

«Che volete fare? gli domandò d’Artagnan.

«Dar dieci lire a questo buon ragazzo, rispose Raolo».

E cavava fuori di tasca una doppia.

«Dieci pedate nella pancia! urlò d’Artagnan. Va via, monello! e rammentati che so dove tu abiti».

Friquet, che non si aspettava di uscirne tanto bene, fece un salto solo dall’argine alla via Delfina, e là sparì affatto.

Raolo montò a cavallo; d’Artagnan avea cura di lui come fosse suo figlio, ed entrambi, andando di passo, s’incamminarono verso la Strada Tiquetonne.

Durante il tragitto, vi furono e mormorio e minaccie da lontano, ma all’aspetto di quell’ufficiale, di portamento tanto militare, al mirare la terribile spada che gli pendeva dal pugno, tutti si discostarono, e non fu fatto sul serio verun tentativo contro i due cavalcanti.

Talchè giunsero dessi, senza disgrazie, all’albergo del Granchio.

La bella Maddalena partecipò a d’Artagnan qualmente era tornato Planchet conducendo con sè Mousqueton, che aveva sopportata eroicamente l’estrazione della palla e stava bene per quanto lo comportava la sua situazione.

Allora d’Artagnan ordinò si chiamasse Planchet; ma Planchet, benchè chiamato, non comparve. Era sparito.

«Dunque si porti del vino, comandò d’Artagnan».

E il vino essendogli recato, ed egli rimasto solo con Raolo, domandò a questo guatandolo sottocchi:

«Siete contento di voi stesso?

«Eh sì! rispose Bragelonne, e’ mi pare di aver fatto l’obbligo mio. Non ho difeso il re?

«E chi vi ha detto di difendere il re?

«Oh! il signor conte di la Fère in persona.

«Sì, il re; ma oggi non avete difeso il re, ma bensì il Mazzarino, lo che non è lo stesso.

«Però, signore....

«Giovanotto, avete fatto uno sproposito, vi siete ingerito in cose che non vi riguardano.

«Eppure voi....

«Oh! per me gli è tutt’altro; io ho dovuto obbedire agli ordini del mio capitano. Il capitano vostro è il signor Principe: lo capite? non ne avete altri... Ma s’è visto mai (continuava il tenente) una testa sventata simile, che è per farsi partigiano del Mazzarino e dà ajuto ad arrestare Broussel?.... almeno non fate motto su questo imbroglio, o che il conte di la Fère andrebbe sulle furie.

«Credete che il signor conte sarebbe meco adirato?

«Se lo credo! ne sono sicuro. Se no vi ringrazierei, giacchè in sostanza avete lavorato per noi. E perciò vi rimprovero in luogo e vece di lui, e statene persuaso, la tempesta sarà più mite. E poi, mio caro giovanotto, io mi prevalgo del privilegio concessomi dal vostro tutore.

«Non v’intendo, disse Raolo».

D’Artagnan si alzò, e tolta dallo stipo una lettera, a lui la porse.

Tosto che Raolo v’ebbe data una scorsa gli si fe’ torvo lo sguardo.

«Oh mio Dio! (e volgeva sul tenente i begli occhi gonfi di pianto) dunque il signor conte ha abbandonato Parigi senza vedermi!

«È partito da quattro giorni.

«Ma dalla sua lettera sembra si accenni ch’ei si espone a rischio mortale?....

«Oh sì! rischio mortale a lui!.... non ci pensate: viaggia per affari, e sarà reduce in breve.... spero che non abbiate ripugnanza ad accettarmi come suo facente funzioni.

«Ah no, signor d’Artagnan! voi siete un sì prode gentiluomo! il conte di la Fère vi ama tanto!

«Or bene, amatemi anche voi; non vi tormenterò, ma con patto che siate addetto alla Fronda, e per bene addetto alla Fronda!

«Posso bensì seguitare a frequentare la signora di Chevreuse?

«Eh sì, per Bacco! e anche il Coadjutore, e anche madama di Longueville; e se fosse qua il buon uomo Broussel, al di cui arresto avete contribuito sconsideratamente, vi direi: Fate presto le vostre scuse a messer Broussel e dategli un bacio sopra ognuna delle guancie.

«Allora, signor mio, vi obbedirò sebbene non vi capisca.

«È inutile che m’intendiate. A voi (disse d’Artagnan volgendosi verso l’uscio apertosi nel momento), ecco il signor du Vallon che capita qui con le vesti tutte lacere.

«Sì, fece Porthos, che grondava di sudore ed era carico di polvere, sì, ma in compenso ho lacerata la pelle a molti.... Quei prepotenti non mi volevano levare la spada? Capperi! che agitazione popolare! (proseguiva il gigante con la sua calma usitata), ma io ne ho accoppata una ventina e più col pomo di Balizarda.... D’Artagnan, qua un dito di vino.

«Oh! mi rapporto a voi; gli rispose il Guascone empiendogli il bicchiere sino all’orlo, bensì dopo che avrete bevuto, ditemi la vostra opinione».

Porthos inghiottì tutto in un sorso; e posato il bicchiere sulla tavola, e succiatesi le basette, domandò:

«Su che cosa?

«Sentite, disse d’Artagnan: ecco il signor di Bragelonne che ad ogni patto voleva dar mano all’arresto di Broussel, e che a stento io ho potuto trattenere dal difendere Comminges.

«Perdinci! esclamò Porthos, e che avrebbe detto il tutore se lo avesse saputo?....

«Vedete? interruppe d’Artagnan, amico mio, datevi alla Fronda, e pensate che io sono subentrato al conte in tutto e per tutto».

E fece suonare la borsa.

Indi giratosi verso il compagno:

«Venite, Porthos, sì o no?

«Dove? chiese questi mescendosi un bicchier di vino.

«A presentare i nostri omaggi al ministro».

Porthos s’ingojò il secondo bicchiere con la medesima pace che il primo, riprese il cappello che avea posato sopra una seggiola, e andò con d’Artagnan.

Raolo restò là sbalordito da quanto aveva veduto, essendogli vietato da d’Artagnan di muoversi dalla stanza prima che fosse calmata ogni agitazione.