Anna era entrata furibonda nel suo oratorio.
«Come! esclamò torcendosi le bellissime braccia, come il popolo vide il sig. di Condé, il primo principe del sangue arrestato dalla mia suocera Maria de’ Medici; vide la mia suocera sua antica reggente, discacciata dal ministro; vide il signor di Vendome, cioè il figlio di Enrico IV, prigioniero a Vincennes, e nulla disse, nulla, mentre s’insultavano, si carceravano, si minacciavano que’ grandi personaggi; e per un Broussel!... Gesù! ch’è mai diventata la dignità regale?»
Anna senza pensarvi toccava la questione caldissima del momento. Nulla aveva detto il popolo per i principi, e si sollevava per Broussel: perchè si trattava di un plebeo, ed esso difendendolo sentiva per un certo istinto che difendeva sè medesimo.
Frattanto Mazzarino camminava su e giù nel gabinetto, guardando tratto tratto il suo bello specchio di Venezia tutto rotto.
«Eh! diceva, è trista faccenda, lo so, esser costretti a cedere in tal modo; ma via! ci piglieremo la rivincita: che importa di Broussel? gli è un nome, e non una cosa».
Quantunque fosse abile politico, questa volta il ministro la sbagliava: Broussel era una cosa, e non un nome.
E perciò alla mattina vegnente, allorchè Broussel fece il suo ingresso in Parigi in una grande carrozza, avendo accanto Louvieres suo figlio, e Friquet dietro al legno, tutta la folla armata si scagliò dove passava; da ogni banda echeggiavano le grida: evviva Broussel! evviva il nostro padre! e portavano la morte alle orecchie di Mazzarino; per ogni parte gli spioni del ministro e della sovrana riferivano spiacevoli notizie, le quali trovavano quello agitatissimo e questa assai quieta. Sembrava che Anna maturasse nel suo cervello una grande risoluzione, lo che appunto accresceva le smanie di Mazzarino: chè egli conosceva l’orgogliosa donna, e delle sue risoluzioni paventava di molto.
Il Coadjutore era tornato al Parlamento, più re che non lo fossero il re, la regina e il ministro tutti insieme. Dietro un suo consiglio, un editto del Parlamento aveva invitati i borghesi a deporre le armi e demolire le barricate; costoro ormai sapevano che bastava un’ora per riprendere le armi, ed una notte per rifare le barricate.
Planchet si era rimesso nella sua bottega: la vittoria porta amnistia: sicchè egli non avea più paura di essere appiccato, e si persuadea che se alcuno mostrasse soltanto voler arrestarlo il popolo si solleverebbe per lui conforme aveva fatto per Broussel.
Rochefort aveva restituiti i suoi cavalleggieri al cavalier d’Humieres; ne mancavano due all’appello, ma il cavaliere tutto della Fronda in anima e in corpo non aveva voluto sentir discorrere di risarcimento.
Il mendico avea ripreso il suo posto nell’atrio di Sant’Eustachio, dando sempre l’acqua benedetta con una mano, coll’altra chiedendo elemosina; e nessuno s’immaginava quelle due mani aver prestato ajuto onde cavare dal sociale edifizio la pietra fondamentale della regia dignità.
Louvieres era contento e superbo: si era vendicato del Mazzarino, ed aveva contribuito molto a fare scarcerare il proprio genitore; il suo nome erasi ripetuto con terrore nel Palazzo Reale, ed egli ridendo diceva al consigliere restituito alla famiglia:
«Credete, padre mio, che se adesso io chiedessi alla regina il comando di una compagnia, ella me lo concederebbe?»
D’Artagnan aveva profittato del momento di calma per rimandar indietro Raolo, cui a stento avea tenuto rinchiuso durante la sommossa, e che intendeva assolutamente sguainare la spada o per l’uno o per l’altro — Raolo sul principio fece qualche obbiezione, d’Artagnah gli parlò in nome del conte di la Fère, ed egli, dopo essere andato a fare una visita alla signora di Chevreuse, partì per raggiungere l’armata.
Rochefort solo trovava le cose terminate malissimo; scrisse al signor duca di Beaufort di venire; il duca arriverebbe quanto prima e troverebbe Parigi tranquillo.
Andò dal Coadjutore per domandargli se si dovesse dare avviso al principe di fermarsi per la via; ma Gondy riflettè un poco e gli disse:
«Lasciatelo continuare il suo viaggio.
«Ma dunque non è finita? disse Rochefort.
«Eh vi pare! caro conte, siamo ancora al principio.
«Da che lo arguite?
«Dalla cognizione che ho del cuore della regina: non vorrà rimaner battuta.
«Apparecchia ella forse qualche cosa?
«Spero di sì.
«Animo, là, che sapete?
«So che ha scritto al signor Principe di tornare sollecitamente dall’armata.
«Ah, ah! disse Rochefort, avete ragione; bisogna lasciar venire il signor di Beaufort.»
La sera stessa di quella conversazione si sparse voce esser giunto il Principe.
Era codesta una notizia semplicissima, naturale, eppure fece uno strepito immenso; si diceva essere stata commessa qualche imprudenza di parole da madama di Longueville, a cui aveva fatte delle confidenze il signor Principe, il quale tutti accertavano nutrisse per la sorella una tenerezza anche più grande che l’affetto fraterno, e queste confidenze svelavano tristi progetti per parte della regina.
La sera stessa dell’arrivo del signor Principe molti borghesi più avanzati degli altri, scabbini, capitani di quartiere, se ne andavano dai loro conoscenti dicendo:
«E perchè non dobbiamo prendere il re e metterlo nel palazzo della comunità?.... È mal fatto lasciarlo educare dai nostri nemici che gli danno cattivi consigli, mentre se fosse diretto dal signor Coadjutore succhierebbe massime nazionali ed amerebbe il popolo.»
La notte passò in una sorda agitazione; all’indomani si rividero i pastrani bigi e neri, le pattuglie di mercanti armati e le truppe di accattoni.
La regina era stata tutta la nottata a conferenza col signor Principe, che introdotto a mezzanotte nel di lei oratorio non l’aveva lasciata sino alle cinque ore.
Alle cinque Anna si recò nel gabinetto di Mazzarino; s’ella non si era ancor coricata, egli però era digià alzato.
Ei redigeva una risposta per Cromvello: erano già trascorsi sei giorni dei dieci che aveva presi di tempo da Mordaunt.
«Eh! diceva, l’avrò fatto aspettare un poco; ma il signor Cromvello sa troppo bene che cosa sono le rivoluzioni perchè non abbia a scusarmi.»
E rileggeva con tutta compiacenza il primo paragrafo del suo scritto, quando fu toccato pianino l’usciale che comunicava agli appartamenti della regina. Di là non potea venire altri che Anna. Il ministro si alzò e si fece ad aprire.
La sovrana era vestita in succinto, ma questo le stava sempre bene, giacchè al pari di Diana di Poitiers e di Ninon, Anna conservò il privilegio di rimanere ognora bella; e quella mattina era più bella del solito, avendo negli occhi tutto il fulgore che dà allo sguardo l’interna allegrezza.
«Che avete, signora? disse inquieto Mazzarino, mi parete superba.
«Sì, Giulio, superba e contenta, che ho trovato il mezzo di soffocare quell’idra.
«Siete una grande politica, regina mia; sentiamo il mezzo.»
E Mazzarino nascose la lettera incominciata sotto un foglio bianco.
«Vogliono prendermi il re, come sapete, principiò la sovrana.
«Ohimè sì! e impiccar me.
«Non avranno il re.
«E non m’impiccheranno. Benone!
«Ascoltate: voglio portar via ad essi mio figlio e me stessa, e voi meco. Voglio che questo fatto, il quale da un giorno all’altro cambierà l’aspetto delle cose, abbia luogo senza che altri lo sappiano fuor che voi ed io ed una terza persona.
«E chi è la terza persona?
«Il signor Principe.
«Dunque è giunto, come mi avevano detto?
«Jeri a sera.
«Lo avete veduto?
«L’ho lasciato dianzi.
«E dà mano a questo progetto?
«È suo consiglio.
«E Parigi?
«Lo riduce alla fame, e lo costringe a rendersi a discrezione.
«V’è del grandioso in codesto piano, ma non ci vedo che un ostacolo.
«E quale?
«L’impossibilità.
«Parola vuota di senso. Nulla v’è d’impossibile.
«Per progetto.
«Per esecuzione. Abbiamo danaro?
«Un poco, disse Mazzarino, temendo che Anna chiedesse di attingere alla sua borsa.
«Abbiamo truppe?
«Cinque o sei mila uomini.
«Abbiamo coraggio?
«Molto.
«Allora la cosa è fatta. Oh comprendete voi, Giulio? Parigi, l’odioso Parigi, destarsi una mattina senza regina e senza re, circuito, assediato, affamato, non avendo altra risorsa che il suo stupido Parlamento, e il magro Coadjutore colle gambe torte?
«Bello, bello! comprendo l’effetto, ma non vedo il modo di giungervi.
«Lo troverò io!
«Sapete ch’è guerra, guerra civile, ardente, accanita, implacabile?
«Oh sì, sì, la guerra, rispose la sovrana; sì, voglio ridurre in cenere questa città ribelle; voglio estinguere il fuoco nel sangue; voglio che da un esempio spaventoso si eterni la memoria del delitto e del castigo; Parigi, io l’odio! lo aborro!
«Piano piano, Anna, eccovi digià sanguinaria! badate, non siam mica al tempo di Malatesta e dei Castruccio Castracani; vi farete decapitare, mia bella regina, e sarebbe peccato!
«Ridete!
«Rido pochissimo, io; la guerra è pericolosa contro un intero popolo; vedete vostro fratello Carlo I, sta male, male assai.
«Noi siamo in Francia, ed io sono spagnuola.
«Peggio, per Bacco! peggio! avrei più caro che voi foste Francese, ed io pure: saremmo meno odiati ambedue.
«Non ostante approvate?
«Sì, se scorgo possibile la faccenda.
«Lo è, ve lo dico io; fate i vostri preparativi per la partenza.
«Io, sono sempre pronto a partire; solamente, lo sapete, non parto mai... e probabilmente, questa volta niente più delle altre.
«Ma se io parto, partirete?
«Mi proverò.
«Giulio, mi fate morire d’impazienza coi vostri timori; ma di che avete paura?
«Di molte cose.
«Di quali?»
A Mazzarino si fece trista la cera, stata fino allora ironica, ed egli disse:
«Anna, voi non siete altro che una donna, e come donna potete insultare liberamente gli uomini, sicura dell’impunità. Mi accusate di aver timore: non ne ho tanto quanto ne avete voi, poichè non fuggo. Contro chi gridano coloro? contro di voi o di me? Di chi si vuol la rovina? la vostra o la mia? Eppure, faccio fronte alla burrasca, io che incolpate di paura: non già da bravaccio, chè quella non è la mia maniera, ma mi reggo. Imitatemi: non tanta apparenza, e più effetto. Voi gridate forte, e nulla concludete. Parlate di fuggire!...»
E Mazzarino fece un moto delle spalle, prese per mano la regina, e la condusse alla finestra dicendole.
«Guardate!
«Ebbene? fece Anna acciecata dalla sua ostinazione.
«Che vedete da questa finestra? Sono, se io non isbaglio, borghesi con la corazza, con l’elmo e con buoni moschetti come a tempo della lega, e che guardano tanto bene a questo balcone come li guardate voi, che tra un momento sarete vista se scuotete sì forte la cortina. Adesso, venite a quest’altra. Che mirate? genti del volgo con alabarde in mano a custodia delle vostre porte. Ad ogni apertura del palazzo dov’io vi guidassi scorgereste altrettanto: son custodite le porte, custoditi anco gli spiragli delle cantine, e vi dirò come diceva a me il caro la Ramée del sig. di Beaufort: se non diventate uccello o topo, non uscirete.
«Egli però uscì!
«Fareste conto di andarvene nella medesima guisa?
«Dunque sono prigioniera?
«Perdinci! è un’ora che ve lo provo!»
E Mazzarino riprese tranquillamente il dispaccio incominciato, al punto ove lo aveva sospeso.
Anna tremante di collera, rossa d’umiliazione, si partì dal gabinetto spingendosi dietro con impeto l’usciale.
Mazzarino non voltò tampoco il capo.
La regina entrata nel proprio appartamento si gettò sur un seggiolone, e si mise a piangere.
Poi, ad un tratto, ad un idea improvvisa, alzandosi disse:
«Sono salva!.... Oh! sì, sì, conosco un uomo che saprà trarmi fuori di Parigi, un uomo che troppo a lungo dimenticai».
E pensosa, benchè con un sentimento di gioja, seguitò:
«Ingrata! per venti anni ho obliato quel soggetto che avrei dovuto fare maresciallo di Francia. La mia suocera prodigò oro, dignità e lusinghe a Concini che la perdè; il re fece Vitry maresciallo di Francia per un assassinio, ed io lascio nell’oblìo, nella miseria, quel nobile d’Artagnan che mi salvò!»
E corse a un tavolino su cui erano carta ed inchiostro, e si mise a scrivere.