LVIII. Lo Scozzese spergiuro alla fè, Un danajo vendette il suo re.

È d’uopo adesso che i nostri leggitori lascino navigare tranquillamente lo Standard, non però verso Londra dove si credevano di andare d’Artagnan e Porthos, ma inverso Durham, ove da certe lettere ricevute d’Inghilterra nella sua permanenza a Boulogne era venuto a Mordaunt l’ordine di trasferirsi, e che indi ci seguano sino al campo realista di qua dalla Tyne presso alla città di Newcastle.

Colà, situate in fra due fiumi, su la frontiera di Scozia, ma sul suolo d’Inghilterra, sono le tende di una picciola armata. È mezza notte. Uomini riconoscibili per tanti highlanders dalle gambe ignude, dai gonnellini corti, dai pastrani a righe e dalla penna che hanno sulla berretta, se ne stanno vegliando nella massima indolenza. La luna, che penetra fra grossi nuvoli, rischiara ad ogni spazio che trova sulla strada i moschetti delle sentinelle e fa risaltare le mura, i tetti e i campanili della città che Carlo I rendeva poc’anzi alle truppe del Parlamento, egualmente che Oxford e Newark, le quali si sostenevano tuttavia per la parte di lui nella lusinga di un accomodamento.

Ad una delle estremità di quel campo, vicino ad una vastissima tenda, piena di uffiziali Scozzesi, i quali tengono una specie di consiglio sotto la presidenza del loro capo vecchio conte di Lewen, dorme disteso sull’erba un uomo vestito da cavaliere, ferma la mano sulla spada.

Cinquanta passi più in là, un altro, abbigliato pure da cavaliere, va discorrendo con una sentinella scozzese; e mercè l’abitudine che par ch’egli abbi dell’idioma inglese, comunque straniero, giunge a comprendere le risposte che a lui dà il suo interlocutore in dialetto della contea di Perth.

Mentre suonava l’un’ora a Newcastle il dormiente si destò, e dopo aver fatti tutti quanti i gesti di uno che apra gli occhi al finir di lunghissimo sonno, si guardò attorno attentissimo, e vistosi solo, si alzò e andò a passare accanto a colui che ragionava colla sentinella. Questo di certo aveva terminato le sue interrogazioni, poichè di là a un momento si accommiatò da quell’uomo, e senza affettazione seguì la stessa strada che il primo cavaliere di cui noi femmo menzione.

L’altro aspettava all’ombra di una tenda situata su quella strada.

«Ebbene, mio caro amico? gli disse in francese, ma del più pretto che mai siasi usato da Roano a Tours.

«Ebbene, non v’è tempo da perdere, e bisogna prevenire il re.

«Ma che mai succede?

«Sarebbe lungo il raccontarvelo. E poi fra poco lo udrete. Inoltre la minima parola pronunciata qui può rovinare ogni cosa. Si vada a trovare milord di Winter».

Ed entrambi s’incamminarono all’estremità opposta del campo; ma siccome questo non prendeva di più che una superficie di cinquecento passi quadrati, così ben presto giunsero alla tenda di colui che cercavano.

«Tomby, il vostro padrone dorme? domandò in inglese uno dei due cavalieri a un domestico coricato in un primo compartimento che serviva d’anticamera.

«No, signor conte, rispose il servo, non credo; oppure, sarebbe da poco in qua, giacchè ha camminato più di due ore dopo aver lasciato il re, e sono appena dieci minuti che è cessato il rumore de’ suoi passi.... E poi (aggiunse alzando la portiera) potete vedere».

Realmente di Winter stava seduto davanti ad un’apertura fatta a foggia di finestra, da cui penetrava l’aria notturna, e a traverso alla quale osservava malinconicamente la luna, perdutasi, come poc’anzi dicemmo, fra grossi nuvoli neri.

I due amici si appressavano a di Winter che guardava il cielo tenendosi la testa appoggiata sulla mano; ei non gl’intese arrivare, e restò nella stessa positura sino al momento che sentì toccarsi la spalla.

Allora si girò, ravvisò Athos ed Aramis, e porse ad essi la destra.

«Avete badato, ei disse loro, come questa sera la luna è di color sanguigno?

«No, rispose Athos, e mi è sembrata secondo il suo solito.

«Guardate, cavaliere, seguitò di Winter.

«Vi confesso, replicò Aramis, che io sono come il conte di la Fère, e non ci veggo niente di particolare.

«Conte, soggiunse Athos, in una situazione precaria qual è la nostra, bisogna esaminare la terra e non il cielo. Avete studiati i nostri Scozzesi e ne siete sicuro?

«Gli Scozzesi, domandò di Winter, che Scozzesi?

«I nostri, poffare! quelli a cui si è affidato il re; gli Scozzesi del conte di Lewen.

«No, rispose di Winter».

E indi a poco:

«Sicchè, ditemi, non iscorgete al pari di me quella tinta rossiccia che ricopre il cielo?

«Nulla affatto, fecero insieme Athos ed Aramis.

«Ma, continuava l’altro sempre occupato dalla medesima idea, non è in Francia una tradizione, che Enrico IV il giorno innanzi a quello in cui fu assassinato, e mentre giuocava a scacchi col signor di Bassompierre, vide delle macchie di sangue sullo scacchiere?

«Sì, approvò Athos, e il maresciallo lo raccontò varie volte a me in persona.

«Appunto, e all’indomani Enrico IV fu ucciso.

«Ma, chiese Aramis, che rapporto ha con voi codesta visione del re Enrico?

«Nessuno, ed io sono pur pazzo a discorrervi di tali cose, quando la vostra venuta in questa tenda mi è indizio che siate latori di qualche importante notizia.

«Sì milord, disse Athos, vorrei parlare al re.

«Al re? egli dorme.

«Ho da manifestargli cose di gran peso.

«E non si possono differire a domani?

«Bisogna ch’ei le sappia subito, ed è forse digià tardi.

«Entriamo dunque, signori».

La tenda di di Winter era posta accanto a quella regia; dall’una all’altra comunicava una sorta di corridojo. Questo corridojo era custodito non da una sentinella ma da un domestico di confidenza di Carlo I, acciò in caso urgente il re potesse nel momento abboccarsi col suo servo fedele.

«Questi signori sono con me», disse di Winter.

Il domestico, fatto un inchino, lasciò libero il passo.

Il re Carlo, cedendo ad un irresistibile bisogno di sonno, erasi addormentato sopra un letto da campo, vestito col suo giubbetto nero, con gli stivali lunghi, allentata la cintola, e con accanto il cappello. I tre uomini si avanzarono, ed Athos, che andava primo a tutti, considerò per un momento in silenzio quel nobile volto tanto pallido, contornato dalla lunga chioma nera, cui gli appiccicava alle tempie il sudore, e segnata da grosse vene turchine, le quali sembravano gonfie di lacrime sotto gli occhi affaticati.

Athos diede un sospiro; il sospiro destò il re, tanto era lieve il suo sonno.

Esso aprì gli occhi.

«Ah! disse sollevandosi sul gomito, siete voi, conte di la Fère?

«Sì, sire.

«Vegliate intanto ch’io riposo, e venite a recarmi qualche nuova?

«Ahimè! rispose Athos, Vostra Maestà ha indovinato.

«Dunque è cattiva nuova? seguitò il re con un melanconico sorriso.

«Sì, o sire.

«Non serve, il messaggiero sia pur ben venuto, ed entrando da me mi fate sempre piacere, voi che pel vostro zelo non conoscete nè patria nè sventura; voi che mi siete inviato da Enrichetta; e così qualunque sia la notizia che mi portate, parlate senza esitare.

«Sire, il signor Cromvello è giunto questa notte a Newcastle.

«Ah! fece Carlo, per combattermi?

«No, Maestà, per comprarvi!

«Che dite!

«Dico, che all’armata scozzese sono dovute quattrocento mila lire sterline.

«Per paga arretrata, sì, lo so. Da quasi un anno i miei prodi e fidi Scozzesi si battono per l’onore».

Athos sorrise.

«Or bene, sire, sebben l’onore sia una bella cosa, e’ si sono stancati di battersi per esso, e questa notte vi hanno venduto per duecento mila lire, cioè per la metà di quel che loro si doveva.

«Impossibile! e qual è il Giuda che ha fatto quest’infame contratto?

«Il conte di Lewen.

«Ne siete certo?

«L’ho inteso colle mie proprie orecchie».

Il re diede un profondo sospiro come gli si spezzasse il cuore, e si lasciò cadere la testa fra le mani.

«Oh, gli Scozzesi che chiamavo i miei fedeli! gli Scozzesi a cui mi ero affidato quando potevo fuggire ad Oxford! gli Scozzesi, miei compatriotti, gli Scozzesi miei fratelli! Ma ne siete sicuro?

«Coricato dietro alla tenda del conte di Lewen, di cui avevo sollevata la cortina, tutto ho veduto, ho udito tutto.

«E quando deve consumarsi l’orribile negoziato?

«Oggi nella mattina. E come vede Vostra Maestà, non v’è tempo da perdere.

«Per che fare, se dite che sono venduto?

«Per traversare la Tyne, per trasferirvi in Iscozia, per raggiungere lord Montrose, che non vi venderà, no!

«Ed in Iscozia che farei? una guerra di partigiani: una tal guerra è indegna di un re.

«Vi assolverà, o sire, l’esempio di Roberto Bruce.

«No no! da troppo tempo io contrasto; se mi venderono, mi consegnino: e su di loro ricada l’eterna vergogna del lor tradimento.

«Maestà, disse Athos; forse così deve agire un re, ma non così uno sposo ed un padre. Io qui venni in nome della vostra consorte e di vostra figlia, e in nome di esse e degli altri due figli che ancora avete in Londra vi dico: Vivete, o sire! Iddio vuole che viviate».

Carlo I si alzò, si strinse la cintola, cinse la spada, ed asciugandosi la fronte molle di sudore, domandò:

«Ebbene, che si ha da fare?

«Vostra Maestà ha ella in tutta l’armata un reggimento sul quale possa contare?

«Di Winter, chiese il re, credete fedele il vostro?

«Sire, son uomini, e gli uomini son diventati o molto deboli o molto perversi. Io credo nella lor fedeltà, ma non la garantisco; affiderei ad essi la mia vita, ma esito ad affidar loro quella di Vostra Maestà.

«Or via, seguitò Athos, in mancanza di un reggimento, noi siamo tre uomini devoti, zelanti, e basteremo noi soli. La Maestà Vostra salga pure a cavallo, si ponga in mezzo a noi, traversiamo la Tyne, andiamo in Iscozia e siamo salvi.

«È tale la vostra opinione? domandò il re a di Winter.

«Appunto.

«E la vostra, signor d’Herblay?

«Parimente.

«Dunque si faccia come volete. Di Winter, date gli ordini opportuni».

Di Winter uscì. Frattanto il re terminò di vestirsi. Mentre cominciavano a penetrare i primi raggi del giorno dalle aperture della tenda, ritornò di Winter, e disse:

«Sire, tutto è pronto.

«E noi? fece Athos.

«Grimaud e Blaison reggono i vostri cavalli con la sella addosso.

«Allora non si perda un momento e si parta.

«Si parta, ripetè il re.

«Sire, soggiunse Aramis, non prevenite i vostri amici?

«I miei amici! replicò Carlo I scuotendo afflitto il capo, non ne ho più altri che voi tre. Un amico da venti anni che di me non si dimenticò giammai; due da otto giorni, ch’io mai non dimenticherò. Venite, signori».

Il re uscì dalla tenda, e trovò pronto il suo palafreno: era un caval sauro che cavalcava da tre anni, e che gli era assai caro.

Il quale nel vederlo nitrì dal contento.

«Ah! disse Carlo, ero ingiusto, ed ecco ancora, se non un amico, almeno un essere che mi ama. Tu, Arturo, mi sarai fedele, non è vero?»

E il corsiero, quasi comprendesse quelle parole, avvicinò le nari fumanti al volto del padrone, alzando le labbra e lietamente mostrando le zanne bianchissime.

«Sì sì, continuò il re toccandolo come per accarezzarlo, sì, Arturo, va bene, sono contento di te».

E con quella leggerezza che lo rendeva uno dei migliori cavalcanti d’Europa, Carlo si pose in sella, e volgendosi ad Athos, Aramis e di Winter, disse loro:

«Signori, vi aspetto».

Ma Athos stava in piedi, immobile, con gli occhi fissi e la mano stesa verso una linea nera, che seguitando lungo la riva della Tyne andava sino ad uno spazio doppio a quello del campo.

«Che linea è quella? jeri non la vidi! disse Athos a cui le ultime tenebre della notte a conflitto coi primi raggi del giorno non anco permettevano di ben distinguere.

«Sarà la nebbia che sorge dal fiume, rispose il re.

«Sire, è oggetto più compatto che un vapore.

«Difatti, scorgo come un argine rossastro! osservò di Winter.

«È il nemico ch’esce da Newcastle e ci circuisce! esclamò Athos.

«Il nemico! ripetè Carlo.

«Sì, è troppo tardi!... Mirate! sotto quel raggio di sole, là, dalla parte della città, vedete rilucere le coste di ferro

Così chiamavansi i corazzieri di cui Cromvello aveva fatte le sue guardie.

«Ah! disse il re, ora sapremo s’è vero che gli Scozzesi mi tradiscono.

«Che fate, o sire? gridò Athos.

«Do a loro l’ordine di caricare, e passo con essi addosso a quei disgraziati ribelli».

Ed il re, dato di sprone al destriero, si slanciò verso la tenda del conte di Lewen.

«Seguitiamolo, fece Athos.

«Si vada, confermò Aramis.

«È forse ferito il re? chiese di Winter, veggo in terra delle macchie di sangue».

E si scagliò appresso ai due amici.

Athos lo trattenne dicendogli:

«Andate a raccogliere il vostro reggimento, io presagisco che fra poco ne avremo bisogno».

Di Winter voltò la briglia, e i due amici continuarono il loro cammino. In due minuti secondi Carlo I arrivava alla tenda del generale in capo dell’armata scozzese; smontò ed entrò immediatamente.

Stavano allora d’intorno al generale i primarj capi.

«Il re!» esclamarono alzandosi e guardandosi stupefatti.

Carlo, ritto dinanzi a loro, col cappello in testa, aggrottava le ciglia e si batteva lo stivale col frustino.

«Sì, egli disse; il re in persona; il re, che viene a chiedervi conto di quanto accade.

«Che v’è mai, sire? domandò il conte di Lewen.

«V’è, rispose il re lasciandosi trasportare dallo sdegno, che il generale Cromvello è giunto in questa notte a Newcastle, che voi lo sapevate ed io non sono avvertito; v’è, che il nemico esce dalla città e ci chiude il passaggio della Tyne, che le vostre sentinelle debbono aver veduto questo movimento ed io non sono avvertito; v’è, che mediante un infame contratto, voi mi avete venduto per duecentomila lire al Parlamento, ma che almeno di questo contratto io sono avvertito. Ecco, signori, quel che v’è; rispondetemi e discolpatevi, poichè io vi accuso.

«Sire...., balbettò il conte di Lewen, Vostra Maestà sarà stata ingannata da qualche falso rapporto.

«Ho veduto coi miei occhi l’armata nemica distendersi fra me e la Scozia, rispose Carlo, e posso quasi dire di aver udito colle mie proprie orecchie discutere le clausole del contratto».

I capi Scozzesi si guardavano inarcando essi pure le ciglia.

«Sire, fece il conte di Lewen oppresso dalla vergogna, siam pronti a darvi qualunque prova.

«Ne chiedo una sola; ponete l’esercito in battaglia, e marciamo contro al nemico.

«Vostra Maestà sa che v’è tregua fra noi e l’armata inglese.

«Se v’è tregua, l’armata inglese l’ha rotta uscendo dalla città contro le convenzioni che la tenevano ivi rinchiusa; ora, io vel dico, è d’uopo passar meco a traverso quell’armata e rientrare in Iscozia, e se non lo fate, or bene! scegliete fra i due nomi che pongono gli uomini in disprezzo e in esecrazione agli altri uomini: o siete vili, o siete traditori!»

Dagli occhi degli Scozzesi scaturivano delle fiamme, e secondo sovente avviene in simili occasioni, essi passarono dall’estrema vergogna all’estrema impudenza, e due capi di clans avanzandosi a ciascun lato del re, dissero:

«Or bene, sì, noi promettemmo di liberare la Scozia e l’Inghilterra da colui che da venticinque anni succhia il sangue e l’oro dell’Inghilterra e della Scozia; promettemmo e mantenevamo l’impegno. Re Carlo Stuart, voi siete nostro prigioniero».

Entrambi stesero nel medesimo tempo la mano onde afferrare il re; ma avanti che con la punta del dito toccassero la sua persona, entrambi eran caduti, uno svenuto e l’altro morto.

Chè uno era sbalordito da un colpo di pomo di pistola di Athos, ed all’altro Aramis avea passata la spada a mezzo il corpo.

Indi, mentre il conte di Lewen e gli altri capi retrocedevano atterriti da quell’inatteso soccorso che pareva scendesse dal cielo a lui che già credevano lor prigioniero, Athos ed Aramis trascinarono il re fuori dalla tenda inospitale, ove imprudentemente egli si era avventurato, e saltando sui cavalli che i lacchè tenevano preparati, tutti e tre si avviarono alla tenda reale.

Correndo videro venir di Winter alla testa del suo reggimento, ed il re gli accennò di accompagnargli.