LXIV. Salve alla decaduta Maestà.

I nostri fuggiaschi, a misura che si appressavano alla casa, vedevano guasto il terreno, quasi che preceduti gli avesse una turba considerevole d’uomini a cavallo; davanti al portone erano ancor più visibili le orme: dunque la turba, qualunque si fosse, ivi si era fermata.

«Per diana! disse d’Artagnan, è chiaro che qui son passati il re e la sua scorta.

«Oh diavolo! mormorò Athos, allora avranno divorato ogni cosa.

«Eh via! avranno lasciato almeno una gallina!»

E d’Artagnan smontò e bussò, ma nessuno gli rispose.

Spinse la porta, che non era chiusa, e si accorse la prima stanza esser vuota e abbandonata.

«Ebbene? domandò Porthos.

«Non vedo alcuno.... ah ah!

«Che mai?

«Sangue!»

A tal parola gli altri tre balzarono giù da cavallo ed entrarono.

Ma d’Artagnan aveva di già passato l’uscio della seconda camera, e dall’alterazione del suo sembiante si discerneva esser ivi qualche cosa di straordinario.

E avvicinatisi tutti videro un uomo ancor giovane disteso al suolo in un botro di sangue. Era chiaro che avesse tentato di arrivare sino al suo letto, e mancatagli la forza fosse prima caduto.

Athos fu il primo ad appressarsi al disgraziato; gli pareva che avesse fatto un moto.

«Ebbene? domandò d’Artagnan.

«Eh! disse Athos, se è morto, lo è da poco tempo, giacchè è ancora caldo... Ma no, gli batte il cuore... ohi, amico!»

Il ferito diede un sospiro. D’Artagnan presa dell’acqua sulla palma della mano glie la gettò sul viso.

Quegli riaperse gli occhi, fece un atto come per alzare il capo e ricascò di nuovo.

Athos si provò a trarselo sulle ginocchia; però conobbe che la ferita era un poco più su del cervello e gli spaccava il cranio; ne usciva il sangue in abbondanza.

Aramis bagnò un tovagliuolo nell’acqua, e l’applicò su la piaga; il fresco richiamò in sè l’infermo; esso riaperse per la seconda volta gli occhi.

Guatò attonito coloro, che parea lo compiangessero, e per quanto potevano cercavano assisterlo.

«Siete con degli amici, gli disse Athos in inglese; dunque state pur quieto, e se avete forza raccontateci che vi è successo.

«Il re, balbettò l’ammalato, il re è prigioniero.

«Lo avete visto? domandò Aramis nel medesimo idioma».

Colui non fiatò.

«Non dubitate, soggiunse Athos, siamo servi fedeli di Sua Maestà.

«È vero ciò che mi dite?

«Sul nostro onore da gentiluomini.

«Dunque posso dirvi tutto.

«Parlate.

«Io son fratello di Parry, cameriere di Sua Maestà».

Athos ed Aramis si rimembrarono che con quel nome Winter aveva chiamato il lacchè da loro trovato nel corridojo della regia tenda.

«Lo conosciamo, disse Athos, non lasciava mai il re.

«Appunto. Or bene, vedendo che il re era preso, pensò a me. Passavano davanti alla casa, ed egli in nome del re domandò di fermarvisi. Questo fu accordato. Si diceva che il re aveva fame; lo fecero entrare nella camera dove son io acciò si cibasse, e misero delle sentinelle alle porte e alle finestre.

«Parry conosceva questa stanza, giacchè più volte mentre Sua Maestà era a Newcastle, era venuto a vedermi; sapeva che v’era una botola la quale conduceva in cantina, e di là si poteva andar nell’orto.

«Mi fece un cenno. Io lo capii. Ma di certo i guardiani del re se ne accorsero ed entrarono in diffidenza. Io, ignorando che avessero qualche sospetto, non ebbi più altro desiderio che di salvare Sua Maestà. Finsi dunque di uscire per andare a prendere della legna, pensando non esserci tempo da perdere. M’introdussi nel passaggio sotterraneo che metteva alla cantina alla quale corrispondeva la botola, con la testa sollevai la tavola, e intanto che Parry spingeva piano il chiavistello dell’uscio, ammiccai al re che mi seguisse. Ahimè! non voleva; pareva che gli repugnasse quella fuga. Ma Parry lo supplicò a mani giunte, e anch’io lo implorai onde non lasciasse una tale occasione. Alla fine si decise a venire appresso a me. Per buona sorte io camminai avanti, e quando il re mi era dietro di poco, ecco ad un tratto che nel passaggio sotterraneo vidi dirizzarsi come una grande ombra. Volevo gridare per avvertire Sua Maestà, ma non ebbi tempo. Sentii un colpo come se mi crollasse sul capo il casamento, e caddi svenuto.

«Buono e leale Inglese! servo fedele!» disse Athos.

«Quando ritornai in me ero disteso nel medesimo posto. Mi trascinai sino al cortile. Il re e la scorta erano partiti. Impiegai forse un’ora a venire dal cortile a qui, ma poi mi mancarono le forze ed ebbi un nuovo deliquio.

«E adesso come vi sentite?

«Molto male.

«Possiamo giovarvi a qualche cosa? domandò Athos.

«Ajutatemi a mettermi sul letto; mi pare che ci troverò un po’ di sollievo.

«Avete alcuno che vi assista?

«Mia moglie è a Durham, e tornerà a momenti.... Ma voi, signori, non avete bisogno di niente? non bramate niente?

«Eravamo venuti con intenzione di chiedervi da mangiare.

«Ohimè! hanno preso tutto, non ci resta un tozzo di pane.

«Capite, d’Artagnan? disse Athos, conviene andar a cercarci altrove il pranzo.

«Non m’importa oramai, rispose d’Artagnan, non ho più fame.

«In verità, neppur io» rispose Porthos.

E trasportarono l’uomo sul suo letto. Fu chiamato Grimaud, il quale gli curò la ferita. Grimaud al servizio dei quattro camerati aveva avuto tante volte occasione di far fila e piumacciuoli, che aveva acquistata una certa tinta di chirurgia.

Frattanto i nostri fuggiaschi tornati nella prima stanza tenevano consiglio.

«Adesso, cominciò Aramis, sappiamo come va; il re e la sua scorta sono quelli passati di qui: è d’uopo prendere dalla parte opposta. Siete di quest’opinione?»

Athos, al quale ei dirigeva l’interrogazione, rifletteva, e non rispose.

«Sì, disse Porthos, si pigli dal lato opposto. Se seguitiamo la scorta, troveremo tutto divorato e finiremo con morir di fame. Che maladetto paese è questa Inghilterra! sarà la prima volta ch’io sia rimasto senza desinare; e per me il desinare è il miglior pasto.

«Che pensate, d’Artagnan? domandò Athos, siete del parere di Aramis?

«No; sono anzi del parer contrario.

«Come! volete andare appresso a loro!

«No, ma a fare la medesima strada».

Ad Athos brillarono di gioja le pupille.

«La stessa strada che la scorta! esclamò Aramis.

«Lasciate parlare d’Artagnan, disse Athos, sapete pure ch’è uomo di buon consiglio.

«Sicuramente, rispose d’Artagnan, bisogna andare dove non saremo cercati; si guarderanno bene dal cercarci fra i puritani, dunque si vada fra questi.

«Benissimo, amico! ottimo suggerimento! fece Athos, ero io per darlo, quando mi avete prevenuto.

«Siete dunque di questo sentimento? chiese Aramis.

«Sì. Crederanno che vogliamo abbandonare l’Inghilterra, e ci cercheranno nei porti; nel frattempo arriviamo a Londra col re; una volta là, non siamo più reperibili: in mezzo a un milione d’individui non è difficile il nascondersi.... senza contare (continuava Athos dando uno sguardo ad Aramis) le eventualità che ci offre un tal viaggio.

«Sì, disse Aramis, v’intendo.

«Io non intendo, disse Porthos, ma non serve; giacchè è l’opinione di d’Artagnan e di Athos insieme, dev’essere la migliore.

«Ma, obbiettò Aramis, non sembreremo sospetti al colonnello Harrison?

«Eh cospettone! esclamò d’Artagnan, io conto appunto sopra di lui: il colonnello Harrison è nostro amico; lo abbiam veduto due volte dal generale Cromvello; sa che gli fummo inviati di Francia da Mazzarino, e ci riguarderà come fratelli. E d’altronde, non è figlio di un macellajo? sì, non è così? or bene, Porthos gl’insegnerà come con un pugno si ammazzi un bue, ed io come si atterri un toro afferrandolo per le corna, e con ciò ci cattiveremo la sua fiducia».

Athos sorrise, e porgendo la mano al Guascone gli disse:

«Siete il miglior compagno ch’io conosca, e sono pur contento di avervi ritrovato, figlio mio».

Codesto, conforme ci è noto, era il nome che Athos soleva dargli ne’ suoi momenti di cordiale sfogo.

Nell’istante uscì dalla camera Grimaud. Il ferito medicato stava alquanto meglio.

I quattro amici tolsero da lui commiato, domandandogli se avesse da incombenzargli di alcuna cosa per suo fratello.

«Ditegli, ei rispose, che faccia sapere al re che non mi hanno ammazzato del tutto; per poco ch’io mi sia, sono certo che a Sua Maestà duole di non avermi e che a sè stessa fa rimprovero della mia morte.

«State quieto, disse d’Artagnan, lo saprà innanzi sera».

La comitiva si rimise in viaggio; non v’era da sbagliar la strada: quella per cui voleva incamminarsi era tracciata visibilmente sulla pianura.

Dopo un tragitto di due ore in silenzio, d’Artagnan ch’era il primo avanti si ristette alla svolta di una via.

«Ah ah! esclamò, ecco i nostri».

Diffatti alla distanza di circa mezza lega compariva una considerevole turba di uomini a cavallo.

«Amici cari, disse d’Artagnan, date le vostre spade a Mousqueton, che ve le consegnerà a tempo e luogo, e non vi dimenticate che siete nostri prigionieri».

Indi si regolarono al trotto i cavalli che cominciavano ad essere stanchi, ed in breve si fu raggiunta la scorta.

Il re, alla testa di questa, circondato da porzione del reggimento del colonnello Harrison, se n’andava impassibile, sostenuto, con una specie di buona volontà.

Scorgendo Athos ed Aramis ai quali neppur gli si era dato campo di dire addio, e leggendo ne’ loro sguardi come ei si avesse tuttora degli amici poco lontani, sebben credesse quegli amici prigionieri, venne un rossore di soddisfazione sulle pallide guancie del sovrano.

D’Artagnan passò sino alla testa della colonna, e lasciati i suoi amici in custodia a Porthos, si appressò ad Harrison, il quale lo riconobbe per averlo visto da Cromvello, e lo accolse civilmente conforme convenivasi ad un uomo di quella condizione e di quel carattere. Accadde ciò che aveva preveduto d’Artagnan: il colonnello non aveva nè aver poteva alcun sospetto.

Fu fatto alto. A quella fermata doveva pranzare il re. Soltanto questa volta furono prese delle precauzioni onde non tentasse di fuggire. Nella gran sala dell’albergo s’apparecchiò un tavolino per lui ed una tavola grande per gli ufficiali.

«State a pranzo con me? domandò Harrison a d’Artagnan.

«Diamine! disse questi, ne avrei sommo piacere, ma ho il mio compagno signor du Vallon, e i miei due prigionieri, che non posso lasciare e che ingombrerebbero la vostra mensa. Però facciamo meglio; fatemi preparare in un canto una tavola, e mandateci dalla vostra ciò che vi parrà, giacchè diversamente andiamo a rischio di morir di fame. Sarà sempre desinare insieme, poichè saremo nella stessa stanza.

«Va bene» fece Harrison.

Le cose si accomodarono a norma del desiderio del nostro tenente, e quando esso tornò appresso al colonnello trovò il re già seduto al suo posto e servito da Parry, Harrison ed i suoi ufficiali tutti uniti, e da parte i posti riserbati per lui ed i suoi compagni.

La tavola a cui stavano gli ufficiali era rotonda, ed o fosse per caso, o per apposita villania, Harrison volgeva le spalle al re.

Il re vide entrare i quattro gentiluomini, ma non mostrò di badare ad essi minimamente.

Questi andarono a porsi attorno al desco a loro destinato, e si situarono in guisa da non voltar la schiena a nessuno. Avevano di faccia il desco degli uffiziali e quello del re.

Harrison, per onorare i suoi commensali, mandava ad essi i migliori piatti. Disgraziatamente pei quattro camerati, mancava il vino. Ciò sembrava indifferentissimo ad Athos, ma d’Artagnan, Porthos ed Aramis facevano boccaccie ogni qualvolta toccava loro di bere la birra, quella bibita puritana.

«Affè, colonnello, disse d’Artagnan, vi siamo assai grati del vostro gentile invito, giacchè se non eravate voi andavamo a rischio di stare senza pranzo, come siamo rimasti senza colazione, ed ecco il mio amico signor du Vallon che si associa alla mia riconoscenza, mentre aveva un famosissimo appetito.

«E l’ho tuttavia, disse Porthos salutando il colonnello Harrison.

«E in che modo vi è successo quel gravissimo evento di restare senza colazione? domandò ridendo Harrison.

«Per una ragione molto semplice, rispose d’Artagnan. Avevo fretta di raggiungervi, e per riuscirvi, avevo presa la stessa strada che voi, lo che non avrebbe dovuto fare un vecchio foriere par mio, il quale ha da sapere che dov’è passato un buono e prode reggimento come il vostro, nulla rimane da spigolare. E quindi figuratevi il nostro disappunto, quando arrivati ad una bella casetta situata sull’orlo del bosco, e che da lontano coi tetti rossi e con le imposte verdi aveva un’aria da festa che dava piacere, invece di trovarvi i polli che ci proponevamo di arrostire ed i prosciutti che volevamo mettere sulla gratella, non vedemmo che un povero diavolo tutto bagnato.... Caspita! colonnello, fate i miei complimenti a quello fra’ vostri uffiziali che ha data quella botta; l’ha assegnata bene, e tanto ch’è stata ammirata dal mio signor du Vallon, che mena colpi a modo egli pure.

«Sì, fece Harrison ridendo e accennando cogli occhi un officiale che aveva vicino, quando Groslow s’incarica di tali faccende, non v’è bisogno di rimetterci le mani dopo di lui.

«Ah! è questo signore? disse d’Artagnan salutando il soggetto indicatogli, mi rincresce che non parli francese per presentargli le mie congratulazioni.

«Sono pronto a riceverle e a rendervele, signore, rispose colui in buon francese, giacchè ho dimorato tre anni a Parigi.

«Or bene, continuò il tenente, mi fo premura di dirvi che applicaste sì egregiamente il colpo da aver quasi ucciso quell’uomo.

«Credevo averlo ucciso affatto, ribattè Groslow.

«No: è vero che v’è mancato poco, ma non è morto».

Così dicendo d’Artagnan vibrò uno sguardo verso Parry, che stava in piedi davanti al re, col pallore di morte sulla fronte, per accennargli che quella notizia era diretta a lui.

Il re aveva ascoltato il dialogo col cuore oppresso da inesprimibile angoscia, mentre ignorava che fosse per concludere il militare francese, e lo irritavano quei dettagli celati sotto l’apparenza di assoluta non curanza.

Solamente respirò libero alle ultime parole da questo profferite.

«Ah diamine! disse Groslow, mi pensavo di esser riuscito meglio. Se non fosse tanto lontana di qui la casa di quel miserabile, ci tornerei a rifinirlo.

«E fareste benone, se avete paura ch’ei la scapoli, rispose d’Artagnan; giacchè sapete che quando le ferite in testa non ammazzano sull’atto, dopo otto giorni sono bell’e risanate».

E d’Artagnan lanciò una nuova occhiata a Parry, sul volto del quale appariva tanta gioja che Carlo gli porse la mano sorridendo.

Parry chinatosi sulla mano del suo padrone, gliela baciava rispettosamente.

«In verità, disse Athos a d’Artagnan, siete un uomo di parole e di spirito. Ma del re, che ne dite?

«Mi va a genio la sua fisonomia: ha l’aspetto al tempo stesso buono e nobile.

«Sì, ma si lascia prendere, seguitò Porthos, e questo è mal fatto.

«Ho voglia di bere alla salute del re, disse Athos.

«Dunque permettete ch’io faccia il brindisi, propose d’Artagnan.

«Fate pure» approvò Aramis.

Porthos guardava d’Artagnan maravigliando delle incessanti risorse che gli forniva il suo spirito da Guascone.

Questi prese il bicchiere, ed avendolo empiuto si alzò.

«Signori, disse ai compagni, beviamo, se così vi piace, alla salute di quello che presiede al pasto, del nostro colonnello, ed esso sappia che siamo a’ suoi comandi sino a Londra e più oltre».

Siccome pronunziando questo, d’Artagnan fissava in viso Harrison, Harrison s’immaginò che per lui fosse il brindisi, e riverì i quattro amici, i quali ferme le pupille sul re Carlo, trincarono insieme, frattanto che Harrison dal canto suo vuotava il suo gotto senza alcuna diffidenza.

Carlo porse il bicchiere a Parry, che vi versò qualche goccia di birra, giacchè il re stava alla regola di tutti gli altri, e portatoselo alle labbra osservando a vicenda i quattro gentiluomini, bevve con un sorriso ricolmo di nobiltà e di gratitudine.

«Orsù! esclamò Harrison posando il gotto e senza il minimo riguardo per l’illustre prigioniero che conduceva, in viaggio!

«Dove si pernotta, colonnello?

«A Tyrsk.

«Parry, disse il re alzatosi pure e voltosi al suo cameriere, il mio cavallo; voglio andare a Tyrsk.

«Affè, disse d’Artagnan ad Athos, il vostro re mi ha propriamente sedotto, ed io sono totalmente a sua disposizione.

«Se codesto che mi dite è sincero, rispose Athos, non arriverà sino a Londra.

«Come mai?

«Sì, perchè prima di quel momento lo avremo portato via.

«Oh! questa volta poi, in parola d’onore, siete pazzo, fece d’Artagnan.

«Dunque avete già stabilito qualche progetto? domandò Aramis.

«Eh! disse Porthos, non sarebbe impossibile se si avesse un buon progetto.

«Io non l’ho, replicò Athos, ma d’Artagnan ne troverà uno».

Il tenente si strinse nelle spalle, e tutti si partirono.