LXXXV. Regia autorità di Mazzarino.

L’arresto di Athos non aveva fatto strepito, non cagionata pubblicità, ed anche era restato quasi ignoto. Così non aveva in verun modo incagliato il corso degli avvenimenti, e la deputazione mandata dalla città di Parigi fu avvertita solennemente che tosto comparirebbe davanti alla sovrana.

E la regina la ricevè, tacita e superba al suo solito; ascoltò le lagnanze e le suppliche dei deputati, ma quando essi ebbero terminati i loro discorsi, nessuno avrebbe potuto asserire ch’essa li avesse uditi, tanto si manteneva al sembiante indifferente.

In compenso di ciò, Mazzarino, presente all’udienza, capiva ottimamente ciò che da loro chiedevasi: ed era la dimissione, il licenziamento di lui in termini chiari e precisi, puramente e semplicemente.

Ed ultimati i discorsi, e la sovrana mantenendosi mutola, Mazzarino disse:

«Signori, mi unirò a voi per pregare la regina di porre un termine ai mali de’ suoi sudditi. Io ho fatto quanto ho potuto onde mitigarli, eppure è pubblica credenza, secondo voi dite, che quelli provengano da me, povero straniero a cui non è riuscito di dar nel genio ai Francesi! Ahimè! non sono stato compreso, ed era naturale: succedevo all’uomo il più sublime che ancora avesse sostenuto lo scettro dei re di Francia. Le ricordanze del signor di Richelieu mi annientano. Invano contrasterei con esse qualora fossi ambizioso; ma tale non sono e voglio darne una prova. Mi do per vinto; farò ciò che chiede il popolo. Se i Parigini hanno qualche torto, e chi v’è che non ne abbia? Parigi è punita abbastanza; è stato sparso sangue assai, miseria assai opprime una città privata del suo re e della giustizia. Non tocca a me, semplice particolare, lo assumere tanta importanza da metter divisioni fra una regina e il suo reame. Poichè esigete ch’io mi ritiri, or bene, mi ritirerò.

«Allora, disse Aramis all’orecchio al suo vicino, la pace è fatta e le conferenze sono inutili. Non v’è altro che mandare sotto buona guardia il signor Mazzarino alla frontiera più lontana, e sorvegliare acciò non ritorni dentro nè da quella nè da altre.

«Un momento, un momento! fece il togato al quale si era rivolto Aramis. Capperi! come fate alla lesta! si vede che voi altri siete uomini d’armi. V’è da mettere in pulito il capitolo delle ricompense e delle indennizzazioni.

«Signor cancelliere, disse la regina a quello stesso Seguier nostro vecchio conoscente, voi aprirete le conferenze; queste avranno luogo a Rueil. Il signor ministro ha dette cose che mi hanno commossa moltissimo. Ecco perchè non vi rispondo più a lungo. Per quel che sia di rimanere o partirsi, io ho troppa gratitudine pel ministro per non lasciarlo su qualunque punto libero della sua volontà. Farà quel che gli piaccia».

Un momentaneo pallore tinse l’accorta faccia del primo ministro. Egli guatò inquieto la regina. Ma la di lei faccia era tanto impassibile ch’ei non poteva meglio degli altri discernervi i sensi che le si racchiudevano in petto.

«Ma, seguitò Anna, signor di Mazzarino, mentre si attende la decisione, di grazia non si ragioni che del re».

I deputati, fatto un inchino, se ne andarono.

«E che! disse la sovrana quando tutti si furono tolti dalla stanza, cedereste a quei togati, a quegli avvocati?

«Per il bene di Vostra Maestà, rispose Mazzarino fissandola in viso attentissimo, non v’è sacrifizio ch’io non sia pronto ad impormi».

Anna abbassò la testa, e cadde in una di quelle meditazioni che le erano tanto usuali. Le tornò in mente la ricordanza di Athos. Lo ardito contegno del gentiluomo, la favella ferma e insieme dignitosa, le larve che aveva invocate in una sola parola, le riproducevano allo spirito un passato ricolmo di deliziosa poesia; la giovinezza, la beltà, la vivacità degli amori di venti anni e i fieri contrasti de’ suoi sostegni, e la sanguinosa fine di Buckingham, l’unico uomo che mai ella avesse realmente amato, e l’eroismo degli oscuri suoi difensori che salvata l’avevano dal duplice odio di Richelieu e del re.

Mazzarino la guardava, ed ormai ch’ella si credeva sola e non aveva più una folla di nemici intenta ad osservarla, ei seguitava ogni suo pensamento sul suo volto, siccome veggonsi nei laghi trasparenti a passare i nuvoli, riflessi del cielo ugualmente che i pensieri.

«Sicchè, borbottava Anna, bisognerebbe cedere alla procella, comprar la pace, ed attendere con pazienza e religiosamente migliori tempi?»

Mazzarino sorrise amaramente a questa frase, che annunziava aver ella presa sul serio la proposta del ministro.

Anna teneva china la testa e non vide il sorriso; però dacchè non si dava replica alla sua domanda, alzò la fronte e soggiunse:

«Ebbene, non mi rispondete; che idea è la vostra?

«La mia idea, signora, si è che l’insolente gentiluomo che abbiam fatto arrestare da Comminges alludeva a Buckingham, cui lasciaste assassinare, alla Chevreuse cui lasciaste esiliare, a Beaufort cui faceste imprigionare; ma se alludeva a me, è perchè non sa ciò ch’io sono per voi».

Anna si scosse conforme soleva ogni qualvolta alcuno la batteva nel suo orgoglio; arrossì, e per non rispondere, si cacciò le unghie appuntate nelle bellissime mani.

«È uomo di buon consiglio, d’onore e di spirito, senza contare ch’è anche risoluto. Maestà, voi lo sapete, non è così? Io dunque voglio dirgli, e in ciò gli fo particolarmente una grazia, in qual punto l’abbia sbagliata a riguardo mio: ed è che veramente quella che mi vien proposta è quasi un’abdicazione, ed un’abdicazione merita che vi si rifletta.

«Abdicazione! disse la regina, io mi credeva, signor mio, che i re soltanto abdicassero.

«Ebbene! e non son io quasi re, e re di Francia? Vi assicuro, signora, che di notte la mia zimarra da ministro appiè di un regio letto somiglia molto al manto di un re».

Era questa una di quelle umiliazioni che Mazzarino faceva subire ad Anna assai sovente, ed alle quali essa curvava il capo. Non vi furono altre che Elisabetta e Caterina II, che restassero ad un tempo amanti e regine pei loro amatori.

Anna adunque considerò con una specie di terrore la fisonomia minacciosa del ministro, che in tai momenti non era mancante di una certa grandiosità.

«Signore, ella replicò, non dissi io, e voi non udiste che io diceva a coloro, che voi fareste ciò che vi piacerebbe?

«In questo caso, mi pare che deve piacermi di restare: in ciò v’ha non solo il vostro interesse, ma oso asserire anche la vostra salvezza.

«Dunque restate, io non bramo altro; allora però, non mi lasciate insultare.

«Volete parlare delle pretensioni dei rivoltosi e del tuono con cui le esprimono? pazienza! Hanno scelto un terreno sul quale io sono generale più abile di loro, quello delle conferenze. Basterà a noi temporeggiare per vincerli. Hanno digià fame, e peggio sarà fra otto giorni.

«Eh mio Dio, lo so bene che finiremo così; ma non si tratta unicamente di loro; non sono essi che mi dirigono le ingiurie per me più offensive.

»Ah! vi capisco; voi intendete accennare alle reminiscenze che vanno eternamente richiamando quei tre o quattro gentiluomini. Noi per altro li abbiamo prigionieri, e sono per l’appunto abbastanza rei perchè li lasciamo detenuti quanto tempo ci convenga. Uno solo è ancora fuori del nostro potere, e ci schernisce: ma che diavolo! arriveremo ad unirlo a’ suoi compagni. Mi sembra che abbiamo fatte cose ben più difficili. Prima di tutto, per precauzione, io ho fatto rinchiudere a Rueil, cioè vicino a me, sotto a’ miei occhi, a portata della mia mano i due più intrattabili. Ed oggi subito ve li raggiungerà il terzo.

«Finchè saranno prigionieri, disse Anna, andrà benissimo, ma un giorno usciranno.

«Sì, qualora la Maestà Vostra li ponga in libertà.

«Ah! continuò Anna rispondendo al proprio pensiero, qui si ha rammarico di non essere a Parigi!

«E perchè?

«Per la Bastiglia, eh! è tanto forte e segreta.

«Signora, con le conferenze abbiamo la pace, con la pace abbiamo Parigi, con Parigi abbiamo la Bastiglia! e i quattro gradassi vi marciranno».

La regina aggrottò alquanto le ciglia, mentre Mazzarino le baciava la mano per prendere da lei commiato.

Il ministro uscì dopo questo atto mezzo umile e mezzo galante. Anna lo seguitò cogli occhi, ed a misura ch’egli si allontanava si scorgeva apparirle sul labbro un sorriso sdegnoso.

«Ho disprezzato, mormorò essa, l’amore di un ministro che non diceva mai — farò — ma bensì — ho fatto —. Quegli conosceva ricoveri più sicuri che Rueil, più oscuri e silenziosi ancora che la Bastiglia.... Oh, come degenera il mondo!...»