IX. Come d’Artagnan cercando ben lontano Aramis, si accorse ch’era in groppa dietro a Planchet.

D’Artagnan tornato a casa vide un uomo seduto accanto al fuoco. Era Planchet, ma Planchet tanto bene cambiato mercè i panni lasciati dal marito nel fuggire, ch’egli stesso stentava a ravvisarlo. Maddalena glielo presentò davanti a tutti i camerieri. Planchet disse all’ufficiale una bella frase in fiammingo; questi gli rispose con alcune parole che non erano di veruna lingua, e fu concluso il negozio: il fratello di Maddalena entrava al servizio di d’Artagnan.

Il tenente aveva stabilito bene il suo piano: non voleva arrivare di giorno a Noisy, per tema di essere riconosciuto. Sicchè aveva ancora tempo, essendo Noisy distante soltanto di tre o quattro leghe da Parigi sulla strada di Meaux.

Cominciò da fare una copiosa colazione, lo che sarà forse un cattivo principio quando si vuol agire con la testa, ma è un’ottima precauzione volendo agire col corpo; indi mutò vestimento per paura che quello da tenente de’ moschettieri inspirasse diffidenza; poi prese la più forte e solida delle sue tre spade, che teneva unicamente nelle grandi occasioni; poscia verso le due ore fece mettere la sella sui due cavalli, e seguìto da Planchet uscì dalla barriera di La Villette. Nella casa vicina all’albergo del Granchio si continuavano attivamente le perquisizioni per ritrovare Planchet.

Una lega e mezza lontano dalla capitale, d’Artagnan accorgendosi che per causa della sua impazienza era partito troppo presto, si fermò a far respirare i cavalli. La locanda era piena di genti che parevano sul punto di tentare qualche intrapresa notturna. Comparve sulla porta un uomo inferrajuolato, ma nel mirare un forestiero fece un cenno colla mano, e due che bevevano vennero fuori a discorrere con lui.

D’Artagnan si avvicinò con indifferenza alla padrona di bottega, lodò il suo vino, ch’era però un pessimo Montreuil, le fece qualche interrogazione relativamente a Noisy, ed intese come nel villaggio non v’erano che due case di grande apparenza, una appartenente a Monsignore Arcivescovo di Parigi ed in cui si trovava in quel momento la sua nepote la duchessa di Longueville, l’altra un convento dei Gesuiti e proprietà dei medesimi.

Alle quattro ore d’Artagnan si rimise in viaggio, andando di passo, mentre non voleva giungere se non a bujo. E quando si va di passo, a cavallo, in una giornata d’inverno, all’aria fosca, in mezzo ad una campagna non variata, non v’è da far di meglio che ciò che fa (come dice la Fontaine) una lepre nella sua buca: pensare. Dunque d’Artagnan pensava, e così anche Planchet; se non che conforme ora vedremo, le loro riflessioni erano diverse.

Una parola della locandiera aveva data una direzione particolare alle idee di d’Artagnan: il nome, cioè, di madama di Longueville.

Infatti, la signora di Longueville aveva quanto abbisognava per far pensare: era una delle più grandi dame del reame, una delle più belle donne della corte. Maritata al vecchio duca di Longueville, per cui non sentiva amore, era stata riguardata prima come amante di Coligny, il quale per lei si era fatto ammazzare dal duca di Guise in un duello sulla Piazza Reale; poi si era chiaccherato di un affetto troppo tenero da essa avuto per il principe di Condé che scandalizzava le anime timorose della corte; finalmente si diceva fosse subentrato a codesto affetto un odio vero e profondo, e si seguitava a dire che la duchessa di Longueville avesse delle relazioni politiche col principe di Marsillac, figlio maggiore del vecchio duca di La Rochefoucauld, cui cercava di render nemico al principe di Condé.

D’Artagnan pensava a tutto questo; pensava che quando era al Louvre si era veduto spesso a passare d’innanzi allegra e brillante la bella Longueville; e pensava ad Aramis, che senza essere da più di lui, era stato un tempo amante di madama Chevreuse, la quale stava nell’altra corte come madama di Longueville in questa. E domandava fra sè perchè nel mondo vi sono persone che giungono a tutto quello che bramano, chi in ambizione, chi in amore, mentre vi si hanno delle altre che, o sia caso, o contrarietà di sorte, o impedimento posto in loro dalla natura, rimangono a mezza via in tutte le proprie speranze.

Ed era costretto a confessare che ad onta del suo spirito e della sua accortezza, egli era e resterebbe probabilmente nel novero di questi ultimi.... quando Planchet gli si accostò dicendo:

«Scommetto, signore, che voi ed io pensiamo alla medesima cosa.

«Ne dubito, fece sorridendo d’Artagnan, ma tu, a che pensi? sentiamo.

«Io? a quegli uomini di trista cera che bevevano nell’albergo ove ci siamo fermati.

«Sempre prudente, Planchet!

«Gli è istinto, signor mio.

«Orsù, che ti dice il tuo istinto in questa circostanza?

«E’ mi diceva che coloro erano riuniti nell’albergo per un cattivo progetto, e mentre in un cantone bujo della stalla io rifletteva a questo suggerimento del mio istinto, entrò nella stessa stalla un uomo inferrajuolato, cui seguitarono altri due.

«Ah! Ah! fece d’Artagnan, imperocchè il racconto di Planchet corrispondeva con le sue precedenti osservazioni, ebbene?

«Un di quei due diceva:

«Dev’essere di certo a Noisy o venirci stasera, poichè ho riconosciuto il suo servitore.

«Ne sei sicuro? domandò l’uomo col pastrano.

«Sì, mio principe....

«Mio principe? interruppe d’Artagnan.

«Ma ascoltate!

«E se v’è, vediamo assolutamente che s’ha da fare, continuò l’altro bevitore.

«Quel che si ha da fare? ripetè il principe.

«Sì, non è uomo da lasciarsi prendere bonariamente, adoprerà la spada.

«Or bene, bisognerà fare altrettanto, e non ostante procurare di averlo in mano vivo. Avete delle corde per legarlo e una sbarra da mettergli in bocca?

«Abbiamo ogni cosa.

«Badate che secondo ogni probabilità sarà travestito da cavalcante.

«Oh! sì, monsignore, non dubitate.

«E poi, ci sarò io e vi guiderò.

«E garantite che la giustizia?....

«Garantisco tutto.

«Va bene, faremo il meglio che si potrà».

E uscirono dalla stalla.

«E che ci riguarda codesto? disse d’Artagnan, questa è qualcuna di quelle intraprese che si fanno giornalmente.

«E siete certo che non sia diretta contro a noi?

«Contro a noi! e perchè?

«Eh! riepilogate le loro parole: ho riconosciuto il suo servitore, ha detto uno, il che potrebbe riferirsi a me.

«E poi?

«Dev’essere a Noisy o venirci stasera, ha aggiunto l’altro, il che potrebbe riferirsi a voi.

«E dopo?

«Dopo? il principe ha avvertito: sarà travestito da cavalcante; lo che mi sembra non lasci più dubbio, giacchè voi siete in questo arnese e non in quello da tenente dei moschettieri. Ehi! che ne dite?

«Ohimè! caro Planchet, rispose d’Artagnan con un sospiro, io pur troppo non sono più nei tempi che i principi volevano farmi assassinare. Quelli erano bei tempi!.... Sicchè sta quieto, coloro non l’hanno con noi.

«Ne siete sicuro?

«Lo garantisco.

«Allora sta bene, non se ne parli più».

E Planchet riprese il suo posto dietro a d’Artagnan, con la sublime confidenza che avea sempre avuta nel suo padrone e non alterata da una separazione di quindici anni.

Così fecero appresso a poco una lega.

Dopo di che Planchet tornò ad avvicinarsi a d’Artagnan.

«Signore!

«Ebbene?

«A voi, guardate da quella parte; non vi pare fra ’l bujo di veder passare come delle ombre? sentite, mi sembra udire passi di cavalli.

«È impossibile, la terra è molle di pioggia.... però, come tu dici, mi pare di veder qualche cosa».

E il tenente si soffermò a guardare e ascoltare.

«Se non si sentono i passi dei cavalli, si ode almeno il loro nitrito».

In fatti, traversando lo spazio e l’oscurità, venne il nitrito di uno di quegli animali sino alle orecchie di d’Artagnan.

«Sono coloro che vanno in giro, ma a noi non interessa, seguitiamo pel nostro viaggio».

E si avviarono di nuovo.

Mezz’ora dopo giungevano alle prime case di Noisy; potevano essere le otto e mezza o le nove di sera.

Secondo l’usanza di campagna tutti erano a letto; in tutto il villaggio non brillava un lume.

D’Artagnan e Planchet continuarono a camminare. A mano destra e a sinistra, fra il grigio cupo del cielo risaltava il contorno anche più oscuro dei tetti delle abitazioni, tratto tratto un cane destatosi abbajava dietro una porta, o un gatto impaurito scappava di mezzo alla strada per appiattarsi in un mucchio di fascine, ove si scorgevano rilucere come carbonchi i suoi occhi spaventati. Quelli erano i soli esseri viventi che pareva esistessero nel villaggio.

Verso la metà del borgo, e sovrastando alla piazza principale, sorgeva una mole cupa, isolata fra due straduzze, e sulla di cui facciata enormi tigli stendevano i bracci scarni. D’Artagnan esaminò attentamente quel fabbricato.

«Questo, disse, dev’essere il palazzo dell’Arcivescovo, la dimora della bella Longueville, ma il convento dov’è?

«Il convento? fece Planchet, è laggiù in fondo, lo conosco.

«Or via! dà una corsa di galoppo fin là, intanto che io stringo la cinghia al mio cavallo, e torna a dirmi se dai Frati v’è qualche finestra che abbia lume».

Planchet obbedì, si allontanò al bujo, mentre d’Artagnan, smontato, ristringeva la cinghia al suo cavallo.

Indi a cinque minuti ei venne via dicendo:

«Signore, v’è una sola finestra illuminata dalla parte che dà sopra i campi.

«Uhm! disse d’Artagnan, se fossi della Fronda busserei qua e sarei certo di avere buon alloggio; se fossi frate busserei là e sarei certo di aver buona cena; laddove può essere all’incontro che fra il palazzo e il convento dormiamo sulla strada morti di fame e di sete.

«Sì, aggiunse Planchet, come il famoso somaro di Buridan. Intanto volete ch’io picchi?

«Zitto! s’è aperta l’unica finestra dov’era luce.

«Sentite, signor mio?

«Che rumore è mai?»

Il rumore non era dissimile da quello di un turbine vicino; nel momento due brigate, ciascuna di una dozzina d’uomini a cavallo, sboccarono da ognuna delle due viottole rasenti alla casa, e chiudendo ogni uscita circondarono d’Artagnan e Planchet.

«Ohè! fece il tenente levando fuori la spada e ricovrandosi dietro al suo cavallo, mentre il servo eseguiva la stessa manovra, che tu avessi pensato bene, e che l’avessero con noi?

«Eccolo! è nostro! gridarono i sopraggiunti.

«Badate che non vi sfugga! urlò una voce fortissima.

«No, monsignore, non dubitate».

Il tenente credè arrivato il momento di prender parte alla conversazione, e con la sua pronunzia guascona disse:

«Olà, signore! che volete? che cercate?

«Ora lo saprai! strillarono gli altri in coro.

«Fermatevi! fermatevi! gridò quello che avevano chiamato monsignore, fermate! per la vostra testa! non è la sua voce.

«Ma, signori, fece d’Artagnan, forse a Noisy hanno tutti la rabbia addosso? Badate però, ve lo avviso, il primo che si avvicina alla lunghezza della mia spada, la quale è ben lunga, io lo sventro».

Si accostò il capo.

«Che fate costì? domandò alteramente e come uno avvezzo al comando.

«E voi? gli chiese d’Artagnan.

«Usate civiltà, o che avrete una buona stregghiatura, perchè sebbene uno non voglia dare il suo nome, si desidera esser rispettati a seconda del rango.

«Non volete dare il vostro nome perchè dirigete un’insidia, un tranello, ribattè d’Artagnan, ma io che viaggio tranquillamente col mio domestico, non ho le stesse ragioni che voi di tacere il mio.

«Basta! basta! come vi chiamate?

«Ve lo dico, acciò sappiate dove ritrovarmi, signore, monsignore, o mio principe, come vi piaccia esser chiamato, disse il nostro Guascone che non intendeva mostrare di cedere alla minaccia, conoscete il signor d’Artagnan?

«Tenente nei moschettieri del re?

«Appunto.

«Sicuramente!

«Or bene, continuò il guascone, dovete aver inteso dire che ha il pugno solido e la lama fine?

«Siete il signor d’Artagnan?

«Son io.

«Dunque venite qui per difenderlo?

«Chi, come?

«Quello che noi cerchiamo.

«Ah! fece d’Artagnan, pare che credendo di venire a Noisy io abbia approdato senza figurarmelo nel regno degli enigmi!

«Animo, rispondete! riprese la stessa voce altera, lo attendete sotto questa finestra? venite a Noisy per difenderlo?

«Non attendo veruno, replicò d’Artagnan che cominciava a perdere la pazienza, non ho idea di difendere altro che me, e questo me, lo difenderò con vigore, ve lo avverto.

«Benissimo; levatevi di qua, e lasciateci il posto.

«Levarmi di qua? fece il tenente a’ di cui progetti quest’ordine si opponeva di troppo, non è facile, sendochè sono stanco morto, e così pure il mio cavallo, ammenochè siate disposto ad offrirmi da cena e da dormire nelle vicinanze.

«Furfante!

«Ehi! disse d’Artagnan, misurate le vostre parole, perchè se ne proferiste delle altre simili a questa, quando anche foste marchese, duca, principe o re, ve le farei rientrare in corpo, capite?

«Via via, non v’è da sbagliare, soggiunse il capo della brigata, è un Guascone quello che parla, e in conseguenza non è quel che cerchiamo. Per questa sera il nostro colpo è andato a vuoto; ritiriamoci. Vi ritroveremo messer d’Artagnan! continuò alzando la voce.

«Sì, ma non mai cogli stessi vantaggi, rispose burlando il tenente, giacchè quando mi ritroverete forse sarete solo, e sarà giorno.

«Bene, bene! andiamo, signori!»

E la comitiva brontolando e mormorando disparve fra le tenebre per ritornare dalla parte di Parigi.

D’Artagnan e Planchet stettero ancora un istante in atto di difesa, ma allontanandosi poi il rumore rimisero le spade nel fodero.

«Vedi, imbecille, disse tranquillamente d’Artagnan, che non l’avevano con noi.

«Ma dunque, con chi? domandò Planchet.

«Oh! non lo so, e poco mi preme. Ciò che m’importa è di entrare nel convento. E per questo, presto in sella e andiamo a bussare colà: sarà quel che sarà, non ci mangeranno mica».

D’Artagnan saltò in sella.

Planchet fece altrettanto, ma cadde un peso inaspettato sul di dietro del suo cavallo, il quale piegò le zampe.

«Ah signore! urlò Planchet, ho in groppa un uomo!»

D’Artagnan si volse, e realmente distinse due forme umane sulla bestia di Planchet.

«È dunque il diavolo che ci perseguita! esclamò levando fuori la spada onde avventarsi sul sopraggiunto.

«No, mio caro d’Artagnan, disse questi, non è il diavolo; son io, Aramis. Di galoppo, Planchet, e in fondo al villaggio piglia a sinistra».

E Planchet portandosi in groppa Aramis si partì velocissimo, seguito dal tenente, che principiava a credere di essersi fatto qualche sogno bizzarro ed incoerente.