D’Artagnan era istrutto in mitologia; sapeva che l’occasione ha un solo ciuffo di capegli, da cui si possa afferrarla, e non era uomo da lasciarla passare senza fermarla dal toppè. Organizzò un metodo di viaggio pronto e sicuro, mandando anticipatamente dei cavalli da muta a Chantilly, in guisa ch’ei potrebbe essere a Parigi in cinque o sei ore. Ma innanzi di partire riflettè che per un giovane di spirito e d’esperienza, era una posizione singolare quella di camminare all’incerto, e dietro di sè andar lasciando codesta incertezza.
«Infatti, diceva fra sè stesso sul punto di salire a cavallo per adempiere al periglioso suo incarico, Athos è un eroe da romanzo per la generosità; Porthos, un’indole ottima, ma soggetto alle altrui influenze; Aramis, un viso geroglifico, cioè impossibile sempre a leggersi. Che produrranno questi tre elementi, quando io non sarò più là a ricongiungerli insieme? Forse la liberazione del ministro! e questa è la rovina delle nostre speranze, e le speranze nostre sono finora l’unica ricompensa di venti anni di fatiche a confronto delle quali quelle di Ercole sono opere da pigmei».
D’Artagnan se n’andò da Aramis.
«Voi, caro cavaliere d’Herblay, gli disse, siete la Fronda incarnata; diffidatevi adunque di Athos, che non vuol fare gli affari di veruno, e tampoco i suoi propri; diffidatevi specialmente di Porthos, che per dare nel genio al conte, cui considera come una Divinità sulla terra, lo ajuterà a far fuggire Mazzarino, se questi ha tanto giudizio da piangere un pochino o da mostrar sentimenti cavallereschi».
Aramis mosse il suo solito sorrisetto scaltro e risoluto.
«Non temete, rispose, ho da stabilire le mie condizioni. Io non lavoro per me, ma per gli altri, e bisogna che la mia piccola ambizione tenda a profitto di chi si spetta.
«Bene! pensò d’Artagnan, per questo lato sto quieto».
Strinse la mano ad Aramis, e se n’andò da Porthos.
«Amico, gli disse, voi avete lavorato tanto con me per costruire l’edifizio della nostra fortuna, che nel momento in cui siamo a procinto di cogliere il frutto delle nostre fatiche sarebbe una ridicola baggianata se vi lasciaste dominare da Aramis, del quale vi è nota la scaltrezza (diciamolo pure fra noi) non sempre scevra da egoismo, o da Athos, uomo nobile e disinteressato, ma anche stuccato e indifferente, che nulla più bramando per sè stesso, non comprende che gli altri bramino qualche cosa. Che direste se uno o l’altro di quei nostri amici vi proponesse di lasciar andare Mazzarino?
«Oh! direi che abbiamo stentato troppo a pigliarlo, per levarcelo di mano così!
«Bravo, Porthos! ed avreste ragione, mio caro; perchè insieme con lui vi levereste di mano la baronia che avete bell’e pronta, senza contare che Mazzarino appena fosse fuori di qui vi farebbe appiccare.
«Veramente? lo credete?
«Ne sono sicuro.
«Allora, piuttosto lo ammazzerei che lasciarlo scappare.
«Ed agireste benone. Capite che quando abbiamo pensato di fare i fatti nostri, non ci dobbiamo ridurre ad aver travagliato per i Frondisti, i quali d’altronde non intendono le quistioni politiche come noi vecchi soldati.
«Non abbiate paura, disse Porthos, sto alla finestra a vedervi saltare a cavallo, vi seguo con gli occhi sino a che siate sparito, poi torno a piantarmi alla porta del ministro, ad un usciale coi vetri che dà sulla camera; di là osserverò ogni cosa, ed al minimo gesto sospetto fo un esterminio.
«Ottimamente! pensò d’Artagnan, spero che da questo lato il ministro sarà custodito a dovere».
E stretta la destra al signor di Pierrefonds, andò da Athos.
«Mio caro Athos, disse allora, io parto; non ho da darvi che un avviso: voi conoscete la regina Anna; la detenzione del signor di Mazzarino è l’unica mia guarentigia; se ve lo lasciate scivolare, io son morto.
«Non ci voleva meno di questa considerazione, d’Artagnan mio, per indurmi a fare il mestiere del carceriere; vi do parola che ritroverete il ministro dove ora lo sapete.
«Questo mi pone in quiete meglio che tutte le regie firme, pensò il tenente dei moschettieri; ora che ho la promessa di Athos, posso partire».
E realmente si avviò, solo, senz’altra scorta che la propria spada, e con un semplice passavanti di Mazzarino onde pervenire presso alla sovrana. Sei ore dopo essersi mosso da Pierrefonds era a San Germano.
Vi s’ignorava tuttavia che fosse scomparso Mazzarino; lo sapeva soltanto Anna, la quale occultava il suo dispiacere anche alle persone di sua maggiore intimità. Nella stanza di d’Artagnan e di Porthos eransi rinvenuti i due soldati legati e manettati; a questi si era reso immediatamente l’uso delle membra e della favella, ma non avevano da dire altro se non ciò che stava a lor cognizione, cioè, come fossero stati tirati su, avvinti e spogliati; però di quel che avessero fatto Porthos e d’Artagnan essendo usciti dalla porta onde eglino erano entrati, i meschinelli si rimanevano all’oscuro al pari di tutti gli altri abitanti del castello.
Bernouin soltanto era un po’ più informato. Non vedendo ritornare il suo padrone, e udita suonare la mezzanotte, si era azzardato a penetrare nel locale degli agrumi; la porta chiusa mediante i mobili postivi a ridosso gli aveva dato qualche sospetto; bensì egli non avea voluto di questi dare comunicazione a veruno, e con pazienza erasi aperto il varco sgombrando tutta quella roba. Poi giunto nel corridojo lo trovava spalancato da ogni lato; così pure succedeva della porta della camera di Athos e di quella del parco. Arrivato colà, gli fu facile di seguitare i passi impressi sulla neve; vide che questi finivano al muro. Dalla parte opposta scorse la stessa traccia, e indi zampate di cavalli, e poscia le orme di una intera compagnia di cavalleria allontanatasi nella direzione di Enghien. Allora non gli restò più dubbio che il ministro fosse stato portato via dai tre prigionieri, dacchè questi insieme con lui erano spariti, e di tutto ciò Bernouin correva a dar avviso alla regina a San Germano.
Anna gli raccomandò il silenzio, ed egli lo serbò rigorosamente. Se non che ella fece venire a sè il signor Principe, al quale raccontò tutto, e che tosto mise in moto cinque o seicento uomini a cavallo, con ordine di visitare i contorni, e ricondurre a San Germano qualunque truppa sospetta che movesse da Rueil per qual si fosse direzione.
Ed ora, siccome d’Artagnan non formava una truppa, giacchè era solo, giacchè non si allontanava da Rueil, giacchè andava a San Germano, così niuno gli badò, nè fuvvi il menomo ostacolo al suo viaggio.
La prima persona che il nostro ambasciadore ebbe veduta, all’entrare nel cortile del vecchio palazzo fu propriamente messer Bernouin, che, ritto sulla soglia, attendeva notizie del padrone.
Bernouin, scorgendo d’Artagnan che passava a cavallo nel cortile d’onore, si fregò gli occhi e credè avere sbagliato. Ma d’Artagnan col capo gli fece un piccol cenno amichevole, e smontò, e gettata la briglia del palafreno sul braccio di un lacchè, si avanzò col sorriso sul labbro incontro al gran cameriere.
Il quale alla guisa di uno che preso quasi da incubo parli di notte dormendo, esclamò:
«Il signor d’Artagnan!
«Per l’appunto, signor Bernouin.
«E a che venite?
«A recar nuove del signor di Mazzarino, ed anche freschissime.
«Ah! e che n’è stato di lui?
«Sta precisamente come voi ed io.
«Non gli è dunque avvenuta alcuna disgrazia?
«Nessuna assolutamente. Ha provato soltanto il bisogno di fare una gita nell’Isola di Francia, e ci ha pregati di accompagnarlo, il conte di la Fère, du Vallon e me. Eravamo talmente suoi servi da non potergli ricusare una simile domanda. Partimmo jeri sera, ed eccomi qua.
«Eccovi qua!
«Sua Eccellenza aveva da far dire a Sua Maestà qualche cosa, di particolare, di segreto, un’ambasciata de non affidarsi che ad un soggetto sicuro, e perciò mi ha inviato a San Germano. Sicchè, mio caro signor Bernouin, se volete far cosa gradita al vostro padrone, avvertite Sua Maestà del mio arrivo e partecipategliene lo scopo».
O parlasse sul serio, o il suo discorso fosse un mero scherzo, essendo però evidente che nelle attuali circostanze d’Artagnan era l’unico individuo in grado di trarre dall’inquietudine la regina Anna, Bernouin non ebbe difficoltà ad andare a riportarle quel singolare messaggio, e secondo aveva egli preveduto, la sovrana gli diede ordine d’introdurre sul momento il signor d’Artagnan.
D’Artagnan si appressò alla regina con dimostrazioni di profondo rispetto. Arrivato a tre passi di distanza da lei, mise a terra un ginocchio e le porse il dispaccio.
Era, conforme accennammo, una semplice lettera, mezza d’introduzione e mezza di credito. La regina la lesse, riconobbe benissimo il carattere del ministro, benchè fosse scritto un po’ tremolante, e siccome il foglio non le spiegava niente di quanto era accaduto, ne addimandò dei dettagli.
Il Guascone le raccontò ogni cosa con le maniere ingenue che sapeva assumere a meraviglia in certe circostanze.
A misura ch’ei favellava Anna lo guardava con maggiore stupore; non comprendeva come un uomo osasse immaginare una tale impresa, ed anche meno che avesse l’audacia di narrarla a lei, di cui era interesse e quasi dovere di punirla.
«Come! ella esclamò quando egli ebbe terminato, come! ardite confessarmi il vostro delitto! informarmi così del vostro tradimento!»
E si faceva rossa per la somma indignazione.
«Perdonate, signora, ma mi sembra che o mi sono spiegato male o Vostra Maestà non mi ha inteso bene. Non v’è in ciò delitto nè tradimento. Il signor di Mazzarino teneva carcerati du Vallon e me, perchè non avevamo potuto credere ch’ei ci avesse spediti in Inghilterra onde veder tranquillamente tagliar la testa al re Carlo I, cognato del defunto re vostro consorte, sposo di Enrichetta vostra sorella, e ospite vostra, e che abbiam fatto quanto per noi si poteva onde salvare la vita al regio martire. Eravamo dunque convinti, il mio amico ed io, che vi fosse sotto qualche errore di cui noi stessi fossimo vittime, e ch’esistesse la necessità di una spiegazione nostra con Sua Eccellenza. Ora, acciò una spiegazione dia il suo frutto è d’uopo che si faccia tranquillamente, lungi da strepiti e da importuni. In conseguenza, abbiamo condotto il signor ministro nel castello del mio amico, e là si è proceduto agli schiarimenti. Or bene, quel che avevamo preveduto era vero, v’era un abbaglio. Il signor di Mazzarino aveva pensato che avessimo servito il generale Cromvello invece che il re Carlo: la quale sarebbe stata una vergogna che ridonderebbe da noi a lui e da lui a Vostra Maestà; una viltà che macchiata avrebbe sul suo primo ceppo la regia autorità dell’illustre vostro figlio. E noi gli demmo la prova del contrario, e questa prova siamo pronti a darla a Vostra Maestà, appellandoci all’augusta vedova che piange in quel Louvre dove le ha dato alloggio la vostra regale munificenza. E la prova lo ha appagato a tal segno, che in attestato della sua soddisfazione mi ha mandato, secondo vede la Maestà Vostra, a ragionare con essolei del risarcimento naturalmente dovuto a gentiluomini male apprezzati e perseguitati a torto.
«Vi ascolto e vi ammiro! disse Anna. In verità, rade volte ho veduto un eguale eccesso d’impudenza!
«Oh! fece d’Artagnan, ecco che adesso anche Vostra Maestà s’inganna in proposito delle nostre intenzioni, come era avvenuto al signor di Mazzarino.
«Siete in errore, signore, ribattè la regina, e tanto è vero che non m’inganno, che fra dieci minuti voi sarete arrestato, e fra un’ora io partirò alla testa della mia armata per andar a liberare il mio ministro.
«Sono certo che Vostra Maestà non commetterà una tale imprudenza, rispose il Guascone, prima perchè sarebbe inutile, e poi perchè trarrebbe a risultati gravissimi. Innanzi di esser liberato il signor ministro sarebbe morto, e Sua Eccellenza è sì ben persuasa della realtà di ciò ch’io asserisco, che mi ha pregato, pel caso ch’io vedessi la Maestà Vostra in queste disposizioni, di fare il possibile onde ottenere che muti progetto.
«Or bene, dunque mi contenterò di farvi arrestare.
«Neppur questo, signora, perocchè il caso del mio arresto è preveduto non meno che quello della liberazione del ministro. Se domani ad un’ora fissa io non sono tornato, doman l’altro mattina il signor ministro sarà condotto a Parigi.
«Signor mio, ben si vede, che per ragione della vostra situazione vivete lungi dagli uomini e dalle faccende; chè diversamente sapreste qualmente il ministro è stato cinque o sei volte a Parigi, da quando noi ne siamo usciti, e colà ha veduto il signor di Bouillon, il signor Coadjutore, il signor d’Elboeuf, e neppur uno di essi ha avuta l’idea di farlo arrestare.
«Chiedo scusa, Maestà; tutto ciò mi è noto: e per questo, nè da Beaufort, nè da Bouillon, nè dal Coadjutore, i miei amici condurranno il ministro, attesochè quei signori fanno la guerra per loro proprio conto, ed il signor Mazzarino con accordare ad essi quel che desiderano presto si sbrigherebbe, ma bensì al Parlamento, che individualmente, in dettaglio, certamente si può comprare, ma per comprarlo in blocco, neppure il signor Mazzarino è ricco abbastanza.
«Mi pare, disse Anna fissando uno sguardo che sdegnoso in una donna, diventava terribile in una regina, mi pare che minacciate la madre del vostro re?
«Minaccio, perchè vi sono costretto. M’ingrandisco, perchè ho d’uopo di pormi all’altezza degli eventi e delle persone. Per altro, signora, credete una cosa, vera quanto è vero che v’è in questo petto tuttora un cuore che balza per voi: credete che voi foste l’idolo costante della nostra vita, che arrischiammo, e già il sapete, mio Dio! venti volte per la Maestà Vostra.... Or dunque, Vostra Maestà non avrà pietà de’ suoi servi, che da venti anni hanno vegetato nell’ombra senza lasciarsi fuggire in un solo sospiro i segreti sacri e solenni che aveano avuto la sorte di dividersi insieme con voi? Miratemi, signora, me che vi discorro, me che incolpate di alzar la voce e di assumere un tuono minaccioso. Che sono io? un povero ufficiale senza fortune, senza rifugio, senza avvenire, se lo sguardo della mia regina, che tanto tempo io ricercai, non si ferma su di me un momento. Mirate il conte di la Fère, tipo di nobiltà, fiore di cavalleria; egli ha preso partito contro la sua regina, o no, piuttosto contro il di lei ministro: e quegli non ha esigenze, mi sembra. Mirate finalmente du Vallon, animo fido, braccio di ferro; sono venti anni che attende dal vostro labbro una parola, la quale mercè il blasone lo faccia quel ch’egli è pel sentimento e pel valore. Mirate il vostro popolo, che è qualche cosa, poi, per una regina; il vostro popolo, che vi ama, eppur soffre; che voi amate, che pure ha fame; che non vorrebbe di meglio che benedirvi, e che voi però.... No no, ho torto; il vostro popolo non vi maledirà giammai.... Or bene, proferite un accento, e tutto è finito, e la pace succede alla guerra, la gioja al pianto, la felicità alle calamità».
Anna considerò con qualche meraviglia la faccia marziale di d’Artagnan, su cui poteva scorgersi una singolare espressione di commozione interna.
«Perchè non diceste tutto questo prima di agire? domandò.
«Perchè si trattava di provare alla Maestà Vostra un fatto di cui mi pare ch’ella dubitava: cioè che abbiamo tuttavia qualche valore, ed è giusto che di noi si faccia alcun caso.
«E codesto valore, per quanto io veggo, da nulla sarebbe trattenuto? disse Anna.
«Da nulla fu trattenuto in passato; perchè dovrebbe far meno all’avvenire?
«E codesto valore, in caso di rifiuto, e in conseguenza di lotta, andrebbe sino a portarmi via di mezzo alla mia corte per consegnarmi alla Fronda come volete consegnarle il mio ministro?
«Non ci abbiamo mai pensato, rispose d’Artagnan con la smargiassata da Guascone che in lui era solo ingenuità, ma se tanto si fosse risoluto fra noi quattro, di sicuro lo faremmo.
«Dovevo saperlo! mormorò la sovrana, sono uomini di ferro.
«Ahimè! replicò d’Artagnan, ciò mi prova che da oggi soltanto Vostra Maestà ha di noi una giusta idea.
«Bene, ma questa idea, se l’ho finalmente....
«La Maestà Vostra ci renderà giustizia; rendendoci giustizia, non ne tratterà più come uomini volgari. Vedrà in me un ambasciadore degno degli alti interessi ch’è incaricato di discuter seco.
«Dov’è il trattato?
«Eccolo».
Anna volse gli occhi sul trattato che le porgeva il tenente.
«Non ci veggo, disse, se non che le condizioni generali; vi sono fissati gl’interessi dei signori di Conti, di Beaufort, di Bouillon, di d’Elboeuf e del signor Coadjutore: ma i vostri?
«Noi ci rendiamo giustizia, signora, mentre ci poniamo all’altezza che a noi si conviene. Abbiamo pensato non essere i nostri nomi degni di figurare accanto a quei nomi grandiosi.
«Ma voi, m’immagino, non avrete rinunziato ad espormi le vostre pretese?
«Io stimo che voi siate una grande possente regina, e che indegno sarebbe della grandezza e possanza vostra il non premiare in modo congruo i prodi che ricondurranno Sua Eccellenza a San Germano.
«Tale è la mia intenzione, parlate pure.
«Quegli che ha trattato l’affare (perdonate se incomincio da me, ma è d’uopo che io dia a me medesimo l’importanza, non già che ho assunta, ma che mi è stata data), quegli che ha trattato l’affare del riscatto del signor ministro, a senso mio, acciò il premio non sia al disotto della Maestà Vostra, dev’esser fatto capo delle guardie, come diremmo colonnello dei moschettieri.
«Così mi chiedete il posto del signor di Tréville!
«Il posto è vacante, e da un anno che fu lasciato dal signor di Tréville, questi non è rimpiazzato.
«Ma è una delle prime cariche militari della casa del re!
«Di Tréville era, al pari di me, un semplice cadetto di Guascogna; ebbe la carica pel corso di venti anni.
«Trovate risposta a tutto, signore! disse Anna».
E preso di sul tavolino un brevetto, lo riempiè e lo firmò.
«Certo, Maestà, fece d’Artagnan pigliando il brevetto ed inchinandosi, è questa una bella e nobile ricompensa: ma le cose di questo mondo sono soggette a grande instabilità, ed un uomo che incorresse in disgrazia presso Vostra Maestà, perderebbe domani la carica.
«E allora che volete? esclamò la regina, vergognandosi di essere scoperta da quello spirito non meno accorto del suo.
«Cento mila scudi per quel povero capitano dei moschettieri, pagabili nel giorno in cui i suoi servigi non fossero più graditi dalla Maestà Vostra».
Anna rimase perplessa.
«E a dire, seguitò d’Artagnan, che i Parigini offerivano giorni sono, per decreto del Parlamento, seicento mila lire a chi consegnasse loro il ministro o vivo o morto! vivo per appiccarlo, morto per trascinarlo in un letamajo!
«Animo! disse la sovrana, siete ragionevole, poichè non domandate ad una regina che il sesto di ciò che proponeva il Parlamento».
E sottoscrisse una promessa di cento mila scudi.
«E poi?.... continuò.
«Signora, il mio amico du Vallon è ricco, e in conseguenza nulla ha da bramare dal lato delle fortune; parmi però aver memoria che fra lui e il signor di Mazzarino fosse stato discorso di erigere la sua tenuta a baronìa.... anzi, per quanto posso sovvenirmi, è cosa promessa.
«Un villano! disse Anna, la gente ne riderà.
«Sarà! ma io son sicuro che quei che ne ridano davanti a lui non rideranno due volte.
«Sia pure la baronìa, rispose la regina».
E firmò.
«Adesso resta il cavaliere o l’abate d’Herblay come vorrà la Maestà Vostra.
«Vuol esser vescovo?
«No, brama una cosa più facile.
«E quale?
«Che il re si degni esser compare del figlio di madama di Longueville».
Anna sorrise.
«Maestà, fece d’Artagnan, il signor di Longueville è nato da stirpe reale.
«Sì, ma il figliuolo!
«Il figliuolo, dev’esserlo, poichè lo è il marito di sua madre.
«E il vostro amico non ha niente da chiedere di più per madama di Longueville?
«No.... poichè s’immagina che Sua Maestà il re degnandosi esser compare del suo bambino non può fare alla madre un regalo da meno di cinque cento mila lire, ben intesi mantenendo al padre il governo della Normandia.
«Quanto al governo della Normandia, ribattè la regina, io credo di poter impegnarmi, ma per le cinquecento mila lire il ministro non cessa di ripetermi che non v’è più danaro nelle casse dello Stato.
«Ne cercheremo insieme, Maestà, s’ella lo permette, e ne troveremo.
«E poi?
«E poi?
«Sì.
«Non v’è altro.
«Non avete il quarto compagno?
«Certo: il conte di la Fère.
«Che chiede?
«Nulla.
«Nulla?
«No.
«E v’è al mondo un uomo che potendo chiedere non chieda?
«V’è il conte di la Fère: il conte di la Fère non è un uomo.
«E che è egli mai?
«È un semidio.
«Non ha un figlio, un giovinetto, un parente, un nepote, di cui di Comminges mi tenne proposito come di un bravo ragazzo, e che riportò col signor di Chatillon le bandiere di Lens?
«Secondo accenna Vostra Maestà ha un pupillo chiamato il visconte di Bragelonne.
«Se gli dessi un reggimento, che direbbe il tutore?
«Forse accetterebbe.
«Forse?
«Sì, qualora Vostra Maestà in persona lo pregasse di accettare.
«Diceste bene, è un uomo singolare. Basta, rifletteremo, e può darsi che lo preghiamo. Siete contento?
«Sì, Maestà; ma v’è una cosa non sottoscritta dalla regina.
«Ed è?
«La più importante.
«L’adesione al trattato?
«Appunto.
«Che serve? firmo il trattato domani.
«Credo poter avanzare alla Maestà Vostra un’asserzione: che s’Ella non firma oggi quel consenso, non troverà tempo da firmarlo dipoi. Vogliate dunque, ve ne supplico, scrivere in piè del programma disteso tutto di pugno di Mazzarino come vedete: «acconsento a ratificare il trattato proposto dai Parigini».
Anna era presa al laccio; non poteva trarsi indietro e sottoscrisse. Ma poi di subito, l’orgoglio irruppe in essa alla guisa di una tempesta, ed ella si mise a piangere.
D’Artagnan si scosse al vedere quelle lacrime. Sin da quel tempo le regine piangevano come semplici donne.
Egli scosse il capo: pareva che tali lacrime gli abbruciassero il cuore.
«Signora! inginocchiato soggiunse, guardate l’infelice gentiluomo ch’è a’ vostri piedi; ei vi prega di credere che ad un cenno di Vostra Maestà tutto gli sarebbe possibile. Ha fede in sè, ha fede negli amici suoi, vuole aver fede puranco nella sua regina; e la prova che di nulla paventa, che su nulla specula, si è che ricondurrà il signor di Mazzarino presso la Maestà Vostra senza condizioni. A voi, signora, ecco le sacre firme di Vostra Maestà; se crederete dovermele restituire, lo farete. Ma da questo momento, più a nulla esse vi obbligano».
E d’Artagnan sempre genuflesso, con occhio fiammeggiante di orgoglio e maschile intrepidezza, consegnò ad Anna quelle carte che tolte aveale di mano con tanta fatica.
V’hanno dei momenti, avvegnachè in questo mondo non è tutto cattivo, e non tutto è buono, v’hanno dei momenti in cui ne’ cuori più aridi e freddi va germogliando, irrigato dalle lacrime di estrema emozione, un sentimento generoso, che dal calcolo e dalla superbia vien soffocato se un altro cuore non lo afferra sul nascere. Anna era in uno di quei dati istanti. D’Artagnan, cedendo alla propria commozione, in armonia con quella della sovrana, avea compiuta l’opera di una profonda diplomazia; e quindi fu immediatamente premiato dell’arte sua o del suo disinteresse, secondo che vorremo dar onore al suo spirito od al cuor suo della ragione che lo fece agire.
«Dite bene, signore, replicò Anna; non avevo saputo conoscervi. Ecco gli atti firmati, che liberamente io vi rendo; ed al più presto riconducete a me il ministro.
«Signora, disse d’Artagnan, sono già venti anni, ho buona la memoria, ch’ebbi l’onore, dietro a un parato del palazzo comunitativo, di baciare una di codeste bellissime mani.
«Ed ecco l’altra, fece la regina, ed acciò la sinistra non sia men liberale che la destra (e si trasse dal dito un diamante consimile all’incirca al primo) prendete e conservate questo anello per mio ricordo.
«Regina, disse d’Artagnan alzandosi, non ho che un solo desiderio, che la prima cosa che a me richiedete sia la mia vita».
E con quel bel portamento ch’era tutto suo, levatosi in piedi, si ritirò.
«Non ho conosciuti costoro, pensò Anna mentre d’Artagnan si allontanava, ed ora è tardi per ch’io ne cavi profitto: fra un anno il re sarà in maggiorità».
Di là a quindici ore, d’Artagnan e Porthos accompagnavano Mazzarino presso alla regina, e ricevevano, uno il brevetto da luogo-tenente capitano dei moschettieri, l’altro il diploma da barone.
«Siete contenti? domandò loro Anna».
D’Artagnan fece un inchino; Porthos si girava tra le dita il diploma osservando Mazzarino.
«Che altro v’è egli? chiese il ministro.
«Monsignore, v’è che s’era parlato di una promessa di cavaliere dell’Ordine alla prima promozione.
«Ma sapete, signor barone, che non si può esser cavaliere dell’Ordine, senza aver dato prova di sè.
«Oh! fece Porthos, non già per me richieggo il cordone turchino.
«E per chi? interrogò il ministro.
«Pel mio amico signor conte di la Fère.
«Oh! rispose la sovrana, è tutt’altro! quegli ha date le prove necessarie.
«Lo avrà egli?
«Lo ha».
Nel medesimo giorno era sottoscritto il trattato di Parigi, e dappertutto si proclamava che il ministro si fosse rinchiuso nelle sue stanze onde redigerlo con maggiore attenzione.
Ed ecco ciò che vi guadagnava ciascuno:
Il signor di Conti si aveva Damvilliers, ed avendo fatto mostra di sè come generale, otteneva di restare uomo d’arme e non diventare cardinale. Di più, erano state lanciate alcune parolette di matrimonio con una nepote di Mazzarino, le quali poi eransi raccolte favorevolmente dal principe, a cui poco premeva chi si fosse la moglie, pur che moglie gli si desse.
Il duca di Beaufort rientrava in corte, con tutte le soddisfazioni dovutegli per le fattegli offese, e con gli onori a cui aveva diritto pel suo rango. Gli si concedeva la piena e intera grazia di quelli che lo avevano ajutato nella fuga, la sopravvivenza all’ammiragliato che teneva il duca di Vendome suo padre, ed una indennizzazione per le case e ville di suo che il Parlamento di Brettagna avea fatto demolire.
Il duca di Bouillon riceveva delle proprietà di valore eguale al suo principato di Sedan, una indennizzazione per le otto annate di non godimento del suddetto principato, e il titolo di principe accordato a lui ed a quelli di sua casa.
Il duca di Longueville aveva il governo del Ponte-dell’Arca, cinquecento mila lire per la sua consorte, e l’onore di vedere il suo figlio tenuto a battesimo dal giovane re e dalla giovane Enrichetta d’Inghilterra.
Aramis stipulò che Bazin officiasse a quella solennità, e che Planchet avesse a vendere i confetti.
Il duca d’Elboeuf ottenne il pagamento di certe somme dovute a sua moglie, cento mila lire pel maggiore de’ suoi figli, e venticinque mila per ognuno degli altri.
Il Coadjutore soltanto non ebbe nulla; gli fu promesso di trattare pel bramato cappello, ma egli sapeva quanto si potesse contare su tali promesse di Anna e di Mazzarino; ed all’opposto dal signor di Conti, non potendo essere cardinale, gli toccava rimanere uomo di guerra.
E così, quando tutta Parigi si rallegrava del ritorno del re fissato al posdomani, Gondi, solo in mezzo alla generale esultanza, era tanto di mal umore, che mandò tosto a chiamare due individui cui voleva ricercare quando era in pari disposizione di spirito.
Un di costoro era il conte di Rochefort, e l’altro il mendico da Sant’Eustachio.
Vennero con la consueta puntualità, e il Coadjutore stette con essi porzione della nottata.