DIGRESSIONE Sull’antico Castello di Ruvo.

Domenico di Gravina nella precitata sua Cronaca ha detto e replicato che castrum Rubi erat castrum fortissimum. Non è quindi fuori di proposito darne di esso un cenno. Cotesto antico edificio è quello stesso che ai tempi nostri era divenuto il Palagio Baronale e portava il nome di Palazzo del Castello. È lo stesso edificato su di un rialto adiacente all’antica porta della città che guardava l’occidente sulla strada de’ Cappuccini denominata Porta del Castello ora abbattuta come tutte le altre. Dalla parte della città è l’edificio suddetto preceduto da uno spianato detto largo del Castello o di S. Rocco per la Chiesa che vi è di quel Santo Protettore della città suddetta.

Dal detto lato della città le sue mura guardano l’oriente e ’l mezzodì. Sono altissime e solidissime formate di pietre quadrate ben lavorate simili a quelle della Cattedrale e del campanile. Dal lato poi della campagna guardano l’occidente e ’l settentrione, e sono della medesima altezza solidità e struttura. Questi due lati inoltre sono difesi da una cinta di fortificazioni esterne distaccate dal corpo del castello ed avanzate. Tra l’uno e l’altra pare che sia interceduto un fossato, o un pomerio ridotto ne’ tempi posteriori a giardino.

Consistono le dette esterne fortificazioni in una muraglia ben solida munita al di fuori di una fortissima scarpa che tuttavia esiste in gran parte. È questa formata da un grosso terrapieno appoggiato da giù in su alla muraglia istessa, e vestito al di fuori di una selciata ben forte e ben connessa. Cotesta fortificazione porta oggi tuttavia il nome di scarpetta, e lo spianato esterno alla stessa adiacente è chiamato anche largo della scarpetta.

A pochi passi dal detto castello contro il lato meridionale di esso tra il castello istesso e l’antica porta della città di cui testè si è parlato, sorge una torre altissima, e ben grande di figura rotonda. La porta d’ingresso di essa è dal lato del castello. Sono le sue mura di una straordinaria doppiezza. Dalla parte esterna sono formate di pietre semplici di discretissima grossezza; ma nella parte interna vi sono pezzi di macigno ben grandi e ben connessi tra loro.

Ha la torre suddetta al di fuori un altra cinta di fortificazioni, la quale forma con essa un solo corpo. Consiste questa in un bastione che le gira intorno fino all’altezza del secondo piano, e la cinge per tutti i lati. La sua figura è poligona merlata al di sopra alla Gotica, il che le dà anche maggiore eleganza. Tra il corpo della torre, e ’l parapetto di cotesto bastione vi è un corridojo scoverto. Dava questo ai soldati il comodo di girare intorno, di appostarsi dietro i merli del bastione istesso, e di tirare dalle feritoje che in essi vi sono.

A piè di cotesto bastione vi era un ampio e profondo fossato che gli girava intorno ora ripianato; ma io me lo ricordo. Portava questo il nome di Rivellino, nome militare di fortificazione. Quindi nella rivela de’ corpi feudali fatta dal Duca d’Andria nel catasto della città di Ruvo dell’anno 1752, giusta i regolamenti allora in vigore, si vedono cotesti edificj rivelati nel modo che siegue. Il Castello, seu Palazzo Baronale, con sua torre antica con rivellino intorno.

Era la torre suddetta nella parte interna divisa in quattro piani. Il primo di essi lo forma quello spazio che intercede tra le sue fondamenta e ’l punto di quel corridojo scoverto che gira intorno al parapetto del bastione di cui innanzi ho parlato. Il piano suddetto era profondo, oscuro e senza lustriere di sorta alcuna, poichè l’apertura di esse la impediva il bastione che lo cinge per tutti i lati. Pare quindi che il piano suddetto non sia servito ad altro che per un magazzino della Guarnigione. Il secondo piano è al livello del già detto corridojo scoverto, col quale comunica per mezzo di una porta. Il primo piano dal secondo e ’l secondo dal terzo è diviso da volte di fabbrica fortissime formate con molta maestria. Nel centro di ciascuna di esse si vede lasciato un vano circolare di bastante ampiezza. È probabile che cotesti vani si siano lasciati ad oggetto di situarvi una scala a lumaca sia di fabbrica, sia di legno per la comunicazione interna tra un piano e l’altro.

Il terzo piano ha ora una considerevole altezza fino alla volta che chiude la sommità della Torre. Anticamente però vi era in quello spazio un altro piano intermedio formato a tavolato. Lo pruovano ciò chiaramente i buchi delle grosse travi che lo sostenevano rimasti nella muraglia. In cotesto piano vi è un forno formato nella grossezza di essa ed una porta di giusta altezza. Entrandosi in essa si trova sulla sinistra una scaletta formata anche nella grossezza del muro, per la quale si ascende alla sommità della torre. È questa scoverta e senza tetto. Il pavimento è formato di pietre quadrate ben lavorate, e ben connesse per dare lo scolo alle acque piovane. Vi sono intorno merli e balestriere.

Disfatto o crollato il tavolato intermedio che vi era una volta tra il terzo piano e la volta che cuopre la torre, non si può ora accedere altrimenti dalla parte interna alla detta scaletta che mena alla sommità di essa che congiugnendosi insieme due lunghe scale. Per chi non è uso a queste pruove non è la cosa senza un pericolo. Malgrado ciò la curiosità smaniosa che ho sempre avuta per le antichità patrie mi spinse mentre non aveva che l’età di undici anni ad indurre un maestro muratore ad appagare il mio imprudente desiderio di montare sulla torre suddetta col di lui ajuto. Mi è rimasta sempre impressa nella mente la stupenda ed estesissima veduta che di là si gode.

Non ometto in fine che nella torre suddetta si entrava, come innanzi ho detto, dal lato del castello mediante un ponte sovrapposto all’antico fossato o rivellino. Alla fine di esso sui lato sinistro accanto al corpo della torre si vede un fabbricato ora sdruscito, e rovinato dal tempo di figura circolare, il quale dal fondo del fossato si elevava fino al terzo piano della torre. Cotesto fabbricato non poteva esser altro che una gran cisterna costrutta per provvedere di acqua la Guarnigione.

Dalle cose premesse s’intende bene il perchè Domenico di Gravina il castello di Ruvo lo chiamò Castrum fortissimum, e nelle concessioni in feudo della nostra città si vede conceduta Civitas Ruborum cum suo castro, et fortellitio. Le fortificazioni di sopra descritte al tempo in cui non si era ancora inventata la polvere da cannone non erano certamente di facile espugnazione.

Non si conosce l’epoca della fondazione tanto del castello che della torre, poichè manca una notizia qualunque che possa indicarla. Nè si può dire tampoco con certezza se i due edificj siano stati costrutti contemporaneamente o in tempi diversi. La diversità della fabbrica dell’uno e dell’altro potrebbe forse costituire un argomento per credergli surti in tempi diversi. Ma l’una e l’altra costruzione è tanto antica che non si può decidere quale de’ predetti due edificj debba credersi anteriore. Non è però improbabile il dirsi che le fortificazioni predette in tutto o in parte vi fossero state al tempo di Ruggiero non meno per l’antichità ch’esse mostrano, ma anche perchè da ciò che si è detto nel capo precedente era Ruvo fin da quel tempo una città forte.

Non manco intanto di avvertire che nella parte esterna della torre suddetta da quel lato che guarda il mezzodì tra il secondo, e ’l terzo piano all’altezza di circa dodici palmi dal pavimento del corridojo scoverto che gira intorno al parapetto del bastione, vi è nel corpo della muraglia della torre incastrata una lapide lunga circa tre palmi e larga circa due palmi. Avendone fatto levare il modello, ho rilevato ch’è la stessa bene scorniciata. Nel mezzo vi sono scolpiti due scudi di uguale dimensione. Uno di essi ha il campo netto, e liscio. Nell’altro vi è un lione rizzato sui piedi di dietro che gioca le zampe, ha la lingua fuori della bocca, e la coda alzata e rivolta sulla schiena giusta la seguente figura

Pareva sulle prime che avesse potuto cotesta lapide porgermi il filo per indagare l’epoca della costruzione della torre suddetta. Sono però rimasto nella stessa oscurità. Primieramente non è facile il decidere se la lapide anzidetta sia stata messa nella prima costruzione della torre, o aggiunta dopo. Comunque un abile maestro muratore incaricato di osservarla abbia assicurato che la muraglia non apparisce forzata, ciò però non esclude che abbia potuto essere incavata con tanta diligenza che non si apprenda in essa, dopo di esserne passati più secoli, veruna alterazione. Prescindendo da ciò, non è facile tampoco l’indovinare a chi possano appartenere le armi scolpite nella lapide suddetta. In quanto alle antiche famiglie nobili Napolitane li nostri Scrittori Scipione Mazzella nel suo libro intitolato Descrizione del Regno di Napoli, e Carlo Borrelli nel precitato suo libro intitolato Vindex Neapolitanæ Nobilitatis ci hanno fatto conoscere le armi ed insegne di moltissime di esse. Ve ne sono di queste alcune, specialmente de’ Caraccioli, che hanno il leone in quella stessa posizione in cui si vede nella nostra lapide.

È però ad osservarsi che le famiglie suddette hanno un solo scudo col lione e non già due, e che niuna di quelle famiglie che hanno nello scudo il lione ha posseduto in feudo la città di Ruvo. Il che si rileva anche dai precitati due Scrittori, i quali hanno riportati i nomi ed i titoli de’ feudi da esse posseduti, tra i quali non vi è Ruvo.

Ove poi le armi suddette volessero attribuirsi ad alcuno de’ Nobili Stranieri, ai quali la nostra città fu conceduta in feudo, in primo luogo non sono essi tutti conosciuti. In secondo luogo sarebbe questa una indagine astrusa inestricabile, e di niuna importanza. Quindi non attacco alla stessa quella idea che ho giustamente attaccata allo scuoprimento della origine della nostra città.

In mezzo a tanta oscurità se è permesso ad ognuno di proporre le sue conghietture, potrebbe darsi anche che fosse stato questo l’antico stemma della nostra città. Il lione ha potuto esser ritenuto o come un simbolo della sua fortezza, o in memoria del lione Nemeo che si vede nelle sue antiche monete. L’altro scudo netto e liscio potrebbe forse alludere alla vasta estensione del suo territorio. Del resto chiunque possa riuscire a dare della lapide suddetta una migliore spiegazione sarà da me applaudito di tutto cuore.