Una quistione elevata da taluni proprietarj di masserie tenne per più anni arrestata cotesta utilissima, ed indispensabile operazione. L’Amministrazione comunale non si opponeva alla chiusura. Non voleva però altrimenti permetterla che per la via dell’affrancazione ai termini del precitato articolo XLVIII. I proprietarj suddetti al contrario qualificando la già detta consuetudine per un dritto di compascuo volevano la chiusura de’ loro terreni senza pagamento alcuno ai termini dell’articolo XLVII.

Fu tal quistione portata innanzi al Tribunal Civile di Trani. Tutto che mi fossi io trovato il maggior possidente di terreni seminatorj di questa natura, non volli prendere alcuna parte in quel giudizio. Avendo sempre sostenuto il patrocinio della nostra città, non sentiva il mio animo disposto a contenderle il precitato dritto di affrancazione. D’altronde non era persuaso tampoco di quel compascuo che con soverchia chiarezza vedevano li Sig. Avvocati Tranesi che difendevano i Proprietarj di masserie dissidenti.

Ed in vero ai termini dell’articolo 570 delle LL. CC. il dritto di compascuo altro non è che una servitù reciproca di pascolo stabilita tra i proprietarj di due, o più fondi. Non si trattava però nella specie di una servitù di tal fatta stabilita tra un fondo e l’altro; ma bensì di una servitù attiva di pascolo che competeva generalmente su tutti i fondi seminatorj del demanio dopo tagliate le messi a qualunque cittadino di Ruvo, benchè non proprietario di fondi nel Demanio suddetto. Come dunque qualificarsi per compascuo un dritto di tal fatta?

Questo concetto giusto ed adeguato da me formato della cosa mi rendeva rincrescevole la remora che col precitato giudizio veniva ad apporsi ad una operazione che le premesse circostanze imperiosamente esigevano. Il Sindaco di allora D. Vincenzo Spada che ben conosceva ciò che io ne pensava, mi diè un veemente assalto, e mi fece determinare a troncare cotesto nodo Gordiano col presentare al Sig. Intendente della Provincia nella qualità di Commissario del Re per la divisione e chiusura de’ demanj la dimanda per l’affrancazione de’ terreni di mia proprietà siti nel Demanio ai termini del precitato articolo XLVIII della Legge de’ 3 Dicembre 1808.

La dimanda da me data fu intesa col massimo trasporto dal Decurionato, ed accolta con gradimento dall’Intendente. Quindi con sua ordinanza del dì 24 Marzo 1823 permise la dimandata chiusura, e diè le analoghe disposizioni relativamente al censo da stabilirsi per l’affrancazione, di cui ne fu stipulato pubblico strumento dal Notajo D. Pier Giuseppe Cantatore di Ruvo.

L’esempio da me dato scoraggiò i Proprietarj dissidenti che sostenevano il compascuo, e fece finir la lite. Tutti coloro che stavano sospesi ed attendevano l’esito di essa, corsero allora a folla a dimandare l’affrancazione. Gli stessi dissidenti si videro obbligati a conformarsi agli altri per non rimanere soli coi terreni aperti, ed esposti a danni maggiori. Ora son tutti contenti di questo segnalato beneficio accordato dalle novelle leggi. Mentre le piantazioni si sono accresciute in un modo prodigioso, e ’l territorio di Ruvo si è migliorato, e si va migliorando sempre più alla giornata, la Cassa comunale ha ricevuto anche un rinforzo non lieve dai censi dell’affrancazione del Demanio.

Non manco intanto di quì avvertire di esser giunto a mia sicura notizia che mentre tutti i possessori di terreni un tempo demaniali e soggetti al pascolo civico hanno profittato del decreto del dì 3 dicembre 1808, e gli hanno chiusi col fatto, non tutti però hanno stipulate le affrancazioni dallo stesso prescritte. Che quindi ve ne ha parecchi i quali stanno fraudando la Cassa comunale de’ censi corrispondenti.

Non è ciò sicuramente nè regolare nè giusto. Non deve partecipare del beneficio della legge chi non si conforma alla stessa, e la condizione di coloro che trasgrediscono i suoi precetti non dev’essere migliore di quella di coloro che la rispettano. La chiusura de’ demanj ha raddoppiato, e triplicato il valore de’ fondi. Non è tollerabile quindi che la Cassa comunale sia fraudata di quel censo che l’è dovuto per un tanto beneficio. Sia ciò avvenuto per connivenza o per oscitanza dell’Amministrazione comunale, farebbe sempre torto alla stessa il non curarlo di vantaggio.

Le contrade demaniali dell’agro Ruvestino soggette un tempo al pascolo civico sono ben conosciute e circoscritte tanto nell’antico catasto che nell’attuale. Si aggiunga a ciò che quasi tutti i fondi suddetti sono di diretto dominio de’ Pii Luoghi censiti a coloro che gli tenevano in affitto per effetto della legge de’ 21 maggio 1806 come terreni demaniali azionali del Tavoliere. Gli stessi titoli quindi stipulati colla Giunta del Tavoliere pruovano la qualità de’ terreni suddetti soggetta un tempo al pascolo civico, ed in conseguenza anche al censo dell’affrancazione dovuto per la chiusura di essi. Ond’è che non mancano gli elementi sicuri per astringere i proprietarj suddetti che hanno contravvenuto alla legge a pagarlo tanto per lo tratto successivo che per lo passato.

Nell’anno 1822 ebbe luogo un’altra operazione utilissima a quella popolazione, la quale se non fosse stata attraversata dalla malizia umana, avrebbe potuto dare brillantissimi risultamenti. Ho detto innanzi che l’antica incontrastabile opulenza della nostra città era derivata dall’agricoltura e dalla pastorizia, a cui l’agro Ruvestino si presta a meraviglia. Ho osservato anche che la pastorizia specialmente era rimasta distrutta parte dalla ingordigia e dalle soverchierie de’ Locati Abruzzesi, e molto più dagli abusi interminabili introdotti dalla Bagliva Baronale ch’era di un positivo ostacolo al progresso delle industrie armentizie.

Colla transazione dell’anno 1805 stipulata col Duca d’Andria fu assicurato alla popolazione di Ruvo quel pascolo che poteva farle di nuovo fiorire, cioè il pascolo delle murge. Nell’inverno serve lo stesso al comodo de’ cittadini ne’ luoghi fuori delle parate. Nella estiva stagione la intera contrada delle murge è addetta ai loro animali, ed era ciò che principalmente interessava, essendo quello un pascolo estivo preziosissimo, senza il quale non potrebbero essi sussistere. Ma si è fatto con ciò tutto quello che dovrebbe, e potrebbe farsi? Nò certamente. Non sarà compiuta l’opra, se non si mette anche quell’erbaggio interessantissimo nello stato di rendersi profittevole ugualmente a tutti i cittadini.

La contrada suddetta è la più vasta dell’agro Ruvestino, ed anche la più lontana dall’abitato. Non ha disgraziatamente nè fiumi nè sorgive per dissetare gli animali che si tengono, o si portano ivi a pascolare. L’acqua per essi indispensabile non può esser altra che l’acqua piovana raccolta e conservata nelle grandi peschiere. Quelle però che ivi vi sono appartengono ai proprietarj delle poche masserie di semina stabilite nella contrada suddetta. Ho inteso sempre lagnanze che cotesti Signori non vendevano una sola secchia di acqua, comunque esuberante ai loro bisogni, qualunque fosse stato il prezzo loro offerto. Perchè tanta ripugnanza? È facile intenderlo.

Era questo il mezzo indiretto di allontanare tutti gli altri cittadini dalla parte più rimota delle murge ove l’erba è migliore e più copiosa. Non potendo gli altri parteciparne per la mancanza dell’acqua che avesse potuto ristorare i loro animali, rimaneva questa al pieno comodo, e sazietà delle numerose greggi che vi tenevano, e tuttavia essi vi tengono per tutto l’anno.

Al contrario gli animali degli altri cittadini che non avevano il comodo dell’acqua non potevano fare che delle brevi e molto stentate scorrerie in quella parte soltanto delle murge ch’è più vicina all’abitato, ove andava a raggrupparsi un numero immenso di bestiame, il quale non poteva passare innanzi per non andare a perire di sete. Qual pascolo quindi poteva trovarsi in un suolo mietuto ogni dì da tante migliaja di denti? A buona ragione può dirsi che il dritto civico ch’essi pagavano e stanno tuttavia pagando alla Cassa comunale lo pagavano e lo pagano più per l’aria fresca che sono nella necessità di andare ivi a respirare nella estiva stagione che per l’erba che vi trovano.

Dalle premesse osservazioni è facile comprendere che il dritto de’ cittadini di Ruvo sul demanio delle murge in astratto è uguale per tutti, ma nel fatto vi è tanta disparità di godimento che distrugge ogni idea di uguaglianza. Fu ciò da me ben capito fin dal principio. Quindi dopo stipulato il precitato strumento di transazione dell’anno 1805 proposi la formazione delle cisterne comunali in que’ luoghi delle murge che si sarebbero creduti opportuni capaci di contenere acqua sufficiente per tutti gli animali che vanno ivi a pascolare nella estiva stagione. Osservai che la spesa che sarebbe occorsa per la costruzione di esse non sarebbe stata priva di un vistoso fruttato, poichè nella Provincia di Bari, la quale è povera di acqua e soggetta alla siccità la fida dell’acqua estiva si fa ad una ragione vantaggiosa.

Questo progetto fu ben gustato e valutato dall’Amministrazione comunale di allora che pensava sanamente. Si sarebbe messa mano alla costruzione delle peschiere suddette se la rinnovazione delle strade interne della città che interessava la salute degli abitanti non avesse esatta una giusta preferenza, e pronti provvedimenti. Nondimeno non fu il progetto obliato. Possiede il Capitolo di Ruvo nella rimota parte delle murge un laghetto formato dalla natura, e corredato anche di opere di fabbriche che porta il nome di lago di annaja. Si pensò acquistarlo per conto del Comune, e la cosa fu molto bene ideata.

Il fu Signor Devenuto Cancelliere Comunale in quel tempo, che meglio di ogni altro capiva quanto era importante il provveder di acqua l’erbaggio delle murge, mi diè in nome del Decurionato le più calde premure perchè mi fossi interposto per ottenere dal Capitolo la cessione del lago suddetto. Si diresse a me perchè essendo stato per lunghi anni Avvocato anche di quel Capitolo, ha lo stesso serbato per me sempre un particolar riguardo, di cui debbo altamente lodarmi.

Ne feci quindi la richiesta, e valga il vero non dovei stentar molto ad ottenere tal favore, perchè il Clero di Ruvo si è prestato sempre a concorrere al bene della comune patria. Quindi nell’anno 1822 rimase l’affare definitivamente combinato e conchiuso, e la detta pregevolissima proprietà fu conceduta alla nostra città in enfiteusi perpetua per lo discretissimo canone di annui ducati cinquanta. Abbondando inoltre il Capitolo di compiacenza e condiscendenza alle mie premure si contentò anche che fino a che il contratto non fosse rimasto convalidato dalla Sovrana approvazione, avesse l’Amministrazione comunale ritenuto il lago suddetto a titolo di affitto.

Entrata quindi questa nel possesso del lago cominciò a fare la fida dell’acqua agli animali de’ cittadini che andavano a pascolare nel Demanio delle murge. Col prodotto di essa pagava gli annui ducati cinquanta al Capitolo, e vi faceva non lieve guadagno. Nell’anno 1827, essendosi sul contratto suddetto ottenuta la Sovrana approvazione, ne fu stipulato pubblico strumento. Fu questa la prima pietra messa di un’opra tanto utile, e tanto desiderata dalla intera popolazione. Se vi fosse stata la buona volontà di proseguirla, non sarebbero certamente mancati i mezzi di costruirsi nelle murge quelle cisterne, le quali mentre avrebbero soddisfatti i voti di tutti i cittadini, avrebbero anche notabilmente accresciute le rendite della Cassa comunale.

Ma quest’opera pubblica non solo utilissima, ma anche indispensabile al bisogno, ed al bene della intera popolazione, si è veduta finora postergata, ed attraversata a forza di cabale, ed intrighi suggeriti dal privato interesse che corrompe tutto. Sono stati questi anzi così potenti, e tanto audaci che sono riusciti ad annientare anche il lago di annaja! Quel lago che l’avvedutezza, e la diligenza del Capitolo ha saputo conservare per secoli interi, rimasto per poco più di un lustro dopo l’anno 1827 nelle mani della moderna Amministrazione comunale, non esiste più e si è fatto rimaner distrutto, ed interrato con una balordaggine veramente inconcepibile! Tre proprietarj di masserie nella contrada suddetta indispettiti che coll’acquisto fatto dal Comune del lago di annaja era venuto a rompersi quel monopolio che facevano dell’erba, ebbero nell’anno 1834 l’ardimento di dissodare coll’aratro gli antichissimi canali saldi che conducevano allo stesso le acque piovane, onde farlo interrare, come ne rimase per necessità interrato.

Intanto la moderna Amministrazione comunale largamente aberrando, o volendo piuttosto aberrare, in vece di prendere le vie giudiziali proprie, ed opportune tanto civili che penali suggerite dalla legge per la pronta, e spedita correzione di sì grave attentato, si divagò in un tardivo procedimento amministrativo tortuoso, di equivoca ed incerta riuscita, e non conveniente alla qualità del fatto, ed alla vera veduta legale dell’affare. Dal che n’è seguito che il lago suddetto è tuttavia interrato, e la Cassa comunale sta pagando annui ducati cinquanta al Capitolo, senza nulla più ritrarre dalla fida dell’acqua! La piena sposizione delle circostanze di un avvenimento quanto pregiudizievole alla popolazione, altrettanto scandaloso sotto tutti i rapporti, e del vero concetto legale di esso non potendo aver luogo in un cenno istorico, lo riserbo ad altro lavoro.

Dopo il guasto avvenuto del lago suddetto si è cercato, per quanto mi è stato ultimamente riferito, supplire il vuoto che lo stesso produce con alcuni piccioli vasi d’acqua formati nella contrada delle murge. Ma troppo ci vuole perchè questa operazione corrisponda compiutamente al comodo della popolazione di Ruvo, al bisogno di un vasto e spazioso erbaggio, qual è quello delle murge, agl’interessi della Cassa comunale, ed ai doveri di un’Amministrazione municipale saggia avveduta e superiore a tutte le macchinazioni del privato interesse!

Nell’anno 1836 la nostra città si mantenne libera dal terribile flagello del Cholera, che aveva infettata la intera Provincia, fino al dì della Festa di S. Rocco che lì si celebra con gran sontuosità, e gran concorso di gente dalle convicine città la prima Domenica di settembre. Il dì che susseguì alla Festa suddetta fu apportatore de’ primi casi del Cholera in quella città. Valga ciò a convincere chiunque che con molta saviezza gli Scrittori della materia, e specialmente il Muratori hanno osservato che nelle circostanze di mali contagiosi (quale io reputo il Cholera che che altri ne credano) sono perniciosissime le grandi unioni di popolo. Tanto peggio se vi si unisce anche la intemperanza che accompagna sempre le feste popolari.

È però notabile che la mortalità fu ivi tanto lieve che i Ruvestini non concepirono affatto di quel morbo spaventevole nè quella idea, nè quel terrore che lasciò in altri luoghi la grandissima strage che ne fu la conseguenza.

Rinnovatosi lo stesso flagello prima in Napoli, ed indi man mano per tutto il Regno nella primavera dell’anno 1837 con una ferocia anche maggiore, io che mi trovava allora in Ruvo credei cosa saggia e prudente il rimanere ivi tutta la està, e l’autunno fino a che il morbo suddetto venne a cessare. Osservai in quella occasione che la nostra città fu l’ultima della Provincia ad esserne tocca. Le persone attaccate dal morbo furono circa settanta, delle quali ne perirono dieci, o dodici soltanto. Gli altri si curarono colla massima facilità, malgrado la oscurità che tuttavia vi è circa il metodo curativo del morbo suddetto.

Osservai inoltre ch’entrato il Cholera in una casa non si propagava ordinariamente dalla persona infetta alle altre della famiglia, mentre in altri luoghi n’erano rimaste sterminate famiglie intere. Se sia ciò derivato dalla bontà dell’aere, dalle fisiche disposizioni degli abitanti, o da altre ignote cagioni, chi potrebbe e saprebbe indovinarlo? Il Nestore della Chirurgia e mio rispettabile amico Cav. D. Lionardo Santoro dice con ragione di esser questo un morbo incomprensibile ed indefinibile.

Tenga Dio sempre da noi lontano cotesto terribile flagello. Ma in ogni caso esorto i miei concittadini a non disprezzarlo, ad essere più cauti nel preservarsene, e ringraziare la Provvidenza del pochissimo danno sofferto dalla nostra città nella catastrofe luttuosa dell’anno 1836 e 1837.