Stringemmo in uno i fatti spettanti alla Sicilia; ma altri di gran rilievo se n’erano in quel mezzo compiuti altrove.
Morto l’imperatore Rodolfo (1291), la corona germanica fu disputata tra suo figlio Alberto d’Austria, Venceslao IV di Boemia e Adolfo di Nassau: l’ultimo «di gran cuore, ma di piccola potenza» restò preferito, ma Alberto non volle mai sottoporsi, onde si prolungò, se non la vacanza, il disordine. E peggiore ne nacque alla morte di papa Nicola IV, giacchè, ristrettisi in conclave sei cardinali romani (1292), quattro della restante Italia e due francesi, non fu mai che potessero accordarsi: Matteo degli Orsini, famiglia ingrandita di Napoli, voleva un papa ben affetto ai Guelfi e a Carlo di Napoli; il contrario cercava Jacopo Colonna, capo dell’altra famiglia cui Onorio IV avea corteseggiato di favori e possessi. Roma prendea parte con loro; battagliavasi, saccheggiavasi, incendiavansi palazzi e chiese; finchè si elesse un senatore dei Colonna e uno degli Orsini, compenso che sorprese, non tolse i guaj. I cardinali, che eransi collocati parte a Rieti, parte a Viterbo, alfine si radunarono a Perugia, ma non s’accordavano nell’elezione, fin quando, dopo diciotto mesi, a meraviglia di tutti, i voti s’accolsero sovra Pietro Morone (1294), settagenario, che viveva sul monte Majella presso Sulmona a guisa degli antichi cenobiti, in pregio di virtù e miracoli. Vedendo giungere cardinali nel povero romitorio, egli si buttò ai loro ginocchi; essi a vicenda gli caddero dinanzi venerandolo papa; e per quanto si ostinasse al no, l’obbligarono ad accettare le somme chiavi col nome di Celestino V. Carlo II fu ben lieto d’aver pontefice un suo suddito, e quando fece l’entrata in Aquila sopra un somiero, egli stesso tenne le briglie col figlio Carlo Martello.
Quel pio, scevro dagli uomini e dalle passioni e intrighi loro, non addottrinato in altre scienze che nella contemplazione di Dio, avvezzo a far tutto a cenno d’obbedienza, fu dal re avviluppato d’omaggi, di legulej, di regie catene, talchè non più volesse che il beneplacito di Carlo: allora questi l’indusse a fissar sua sede in Napoli; di dodici cardinali, nominarne sette francesi, tre napolitani; e ad altri atti che Celestino fece (al dir del Varagine) meno in plenitudine potestatis, che in plenitudine simplicitatis. Però non gli era venuta meno la cenobitica umiltà; e conoscendosi inetto agli affari, e nell’avidità di curiali abusanti del suo nome, nelle prepotenze regie sotto il suo manto celate vedendo un pericolo dell’anima propria[201], ribramò la quiete e le consolazioni del devoto ritiro, e avutone consiglio coi cardinali, e indarno impedito dal re e da’ suoi vicini, dopo cinque mesi abdicò al papato.
Nel posto che non richiedeva un angelo ma un uomo, gli fu sortito successore colui che dicono maggiormente lo spingesse a tal passo, Benedetto dei Gaetani d’Anagni, che prese il nome di Bonifazio VIII[202] e il motto Deus in adjutorium meum intende, quasi presentisse le lotte preparategli, e nelle quali tanto bisogno avrebbe de’ superni ajuti. Valente in scienza e massime nel diritto civile e canonico, severo e pertinace, ben addentro negli accorgimenti mondani, e altamente compreso de’ diritti della santa Sede, vedendo questa in dechino, riassumeva l’opera di Gregorio VII e d’Innocenzo III di sottoporre la potenza temporale alla ecclesiastica, la materia allo spirito. Comincia dal sottrarsi al re di Napoli, che col fermarli nel suo paese volea rendersi ligi i pontefici; e coll’inaspettato comparire a Roma, da tre anni vedovata, ripiglia padronanza sovra le fazioni, deprime i Colonna, e come ghibellini e patarini incorreggibili e perchè alleati a suo danno coi re di Sicilia e d’Aragona, li scomunica e guerreggia, tanto che li riduce a venire ad obbedienza. Con ciò ebbe estinta la fazione ghibellina, ma procacciato a a sè irreconciliabili nemici. Revocò le concessioni improvvide del predecessore, e le tante bolle che di esso non portavano se non il nome; e poichè era a temere che alcuno non si valesse della costui inettitudine per indurlo a rivoler la tiara, sbranando la Chiesa con uno scisma, lo rinchiuse in un castello della Campania, ove i mali trattamenti gli accorciarono i giorni (1296). La santa vita meritò a Celestino V gli onori degli altari, e la debolezza i vilipendj di Dante[203].
Come gli antichi celebravano il centenario della fondazione della città, così i Cristiani solevano concorrere a Roma ogni capo di cent’anni, credendo, benchè non ne fosse motto ne’ libri liturgici, che grandi indulgenze meritasse quel pellegrinaggio. L’anno 1300, vedendo alla festa de’ santi Apostoli quell’affluenza, Bonifazio volle santificarla indulgendo generale perdonanza a chiunque, al chiudersi d’un secolo, visitasse in Roma certe chiese, e designò quella festa col nome di giubileo, dato dagli Ebrei a quella in cui venivano sciolti da debiti le persone e i beni. La smania delle crociate si sfogò allora in questo pellegrinaggio, che tanto maggior facilità offriva d’acquistare le indulgenze plenarie, che prima si concedevano solo per quelle. I popoli, che omai cercavano la civiltà per altre vie oltre le religiose, e ne’ parlamenti e nelle carte trovavano alla libertà quelle guarentigie che prima non traevano se non dalla tutela papale, sembrò che si unissero ancora personalmente per ravvivare la carità del capo colle membra, e rinvigorire la fede nell’aspetto delle cose sante. La cronaca d’Asti pretende v’andassero due milioni di persone: Giovan Villani, che v’intervenne, dice vi si contavano ogni giorno ducentomila forestieri d’ogni sesso, età e nazione; onde rincarirono i comestibili e il fieno, i Romani arricchirono collo spacciar le derrate e dare alloggi, la Camera apostolica colle oblazioni, le quali vennero sì copiose, che giorno e notte due cherici stavano con rastrelli per raccoglierle davanti all’altare. Fra gli altri vi peregrinò Giotto (1300), rinnovatore della pittura in Italia; e per commissione del papa, che già avea chiamato frate Oderisi d’Agubio a miniar libri, molti dipinti condusse nella basilica Lateranese, de’ quali ancora vedesi uno che esprime Bonifazio in atto di pubblicare il giubileo. Le solennità furono a proporzione, e il pontefice vi si mostrò alla città e al mondo cogli ornamenti imperiali, preceduto dalla spada, dal globo e dallo scettro, e da un araldo che gridava: — Ecco due spade, ecco il successore di Pietro, ecco il vicario di Cristo»[204].
Bonifazio, benchè di gente ghibellina dovea per natura propendere ai Guelfi; avendo udito che Alberto d’Austria, senza autorità pontifizia, erasi dichiarato imperatore, si pose la corona in capo, in pugno la spada ed esclamò: — Io cesare, io imperatore, e farò valere i diritti dell’impero»; i Siciliani che non vollero accettar la pace da lui proposta scomunicò, senza riguardo alle ragioni che possono determinare un popolo a preferire la guerra; inanimava i Guelfi contro re Federico in Sicilia ricettatore di Patarini e Ghibellini, ai nemici di esso concedeva le decime levate a titolo della crociata, e a danno di lui invitò Carlo di Valois, promettendogli l’impero d’Occidente mal conferito, e quello d’Oriente, a cui gli dava diritto la moglie, nipote di Baldovino imperator titolare di Costantinopoli. Venne Carlo romoreggiando; e ricevuto festosamente da tutti i Guelfi, fatto conte di Romagna, governatore del Patrimonio, signore della marca d’Ancona, fu coronato a Roma.
Primo incarico che il papa gli affidò, fu di praticar la pace in Toscana, a cui grave incendio di discordia era venuto da Pistoja. Quivi, domati i Panciatichi ghibellini, primeggiavano i Cancellieri, schiatta nobile che «avea in quel tempo diciotto cavalieri a speroni d’oro, ed erano sì grandi e di tanta potenza, che tutti gli altri soprastavano e battevano; e per la loro grandigia e ricchezza montarono in tanta superbia, che non era nissuno sì grande nè in città nè in contado, che non tenessono al di sotto; molto villaneggiavano ogni persona, e molto sozze e rigide cose faceano; e molti ne faceano uccidere e ferire, e per tema di loro nessuno ardiva a lamentarsi» (Storie pistoiesi).
Era quella famiglia distinta in Bianchi e Neri; e mentre parecchi insieme bevevano in una taverna, vennero a parole, e Carlino di Gualfredo de’ Bianchi ferì Doro di Guglielmo, ch’era dei Neri. Doro per tradimento colse un fratello del suo offensore, e assalitolo per ucciderlo, gli troncò una mano. Guglielmo credette rassettar la pace consegnando Doro a Gualfredo, ma questo ebbe la viltà di tagliare a lui pure il pugno sopra mangiatoja dei cavalli. Il sangue chiamò sangue: Cancellieri bianchi e Cancellieri neri si fecero i peggiori danni in città e per tutta la montagna di Pistoja, colla forza e col tradimento esercitando la vendetta. I Fiorentini, temendo non fra il tumulto una delle fazioni si accostasse ai Ghibellini, s’interposero, e ottenuto per tre anni la balìa della città, ordinarono ai capi delle due fazioni di trasportarsi a Firenze.
Credeano poterli tenere a freno quando fossero staccati dai loro clienti e conciliar pace; e invece trapiantavano il germe di cittadine discordie. I Bianchi furono accolti dai Cerchi, famiglia popolana, venuta su col traffico, mentre i Donati, loro emuli, gentiluomini e cavallereschi, riceveano i Neri; e adottando i nomi degli ospiti, parteggiarono coi soliti avvicendamenti, e nelle case vicine, ne’ campi confinanti, a balli, a nozze, a funerali, si davano di cozzo. «Così sta la nostra città tribolata, così stanno i nostri cittadini ostinati in mal fare; ciò che si fa l’uno dì, si biasima l’altro;.... non si fa cosa sì laudabile, che in contrario non si reputi e non si biasimi. Gli uomini vi si uccidono, il male per legge non si punisce: ma come il malfattore ha degli amici o può moneta spendere, così è liberato dal maleficio fatto» (Compagni). Capi delle due divise erano Vieri de’ Cerchi, portato in alto dalla sua posizione anzichè da talento superiore, e Corso Donati, uomo pieno di vigore e d’attività, colla quale bilanciava le maggiori forze degli emuli.
A papa Bonifazio venne riportato l’occorrente colle solite esagerazioni: ed egli, per ridurli al suo intendimento, ch’era tutto di pace, credette bene chiamare a Roma Vieri, e spedire a Firenze frà Matteo d’Acquasparta cardinale, che ebbe dal Comune facoltà di dispensare gli ufficj tra le due parti, e ricomporre le differenze; ma nulla profittando, partì lasciando interdetta la città.
Allora, come interviene, ciascuno metteva in mezzo qualche partito: Dante Alighieri suggeriva di relegare i capi delle due fazioni; Corso Donati indusse il papa (1301) a spedirvi come paciere Carlo di Valois. L’introdursi d’uno straniero potea piacere ai faziosi, non ai buoni; tra i quali Dino Compagni, modello di virtù cittadina e di storica moderazione, cercò almeno si deponessero le sconcordie, e «ritrovandomi io in detto consiglio (narra egli stesso) desideroso di unità e pace fra’ cittadini, avanti si partissono dissi: Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non altro che pianto. Risposono che il loro consiglio non era che per ispegnere scandalo e stare in pace. Udito questo, m’accozzai con Lapo di Guazza Olivieri, buono e leale popolano, e insieme andammo ai priori, e conducemmovi alcuni che erano stati al detto consiglio; e tra i priori e loro fummo mezzani, e con parole dolci raumiliammo i signori». E Bianchi e Neri desideravano pace, ma quelli la voleano spontanea, questi per intromessa dello straniero, il quale di fatto ebbe invito e denaro.
«Stando le cose in questi termini, a me Dino venne un santo e onesto pensiero immaginando: questo signore verrà, e tutti i cittadini troverà divisi, di che grande scandalo ne seguirà. Pensai, per lo uffizio ch’io tenea e per la buona volontà che io sentia ne’ miei compagni, di raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni; e così feci, dove furono tutti gli uffizj, e quando mi parve tempo dissi: Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendeste il sacro battesimo di questo fonte, la ragione vi sforza e stringe ad amarvi come cari frategli, e ancora perchè possedete la più nobile città del mondo (1301). Tra voi è nato alcuno sdegno per gara d’uffizj, li quali, come voi sapete, i miei compagni e io con sacramento v’abbiamo promesso d’accumularli. Questo signore viene, e conviensi onorare. Levate via i vostri sdegni, e fate pace tra voi, acciocchè non vi trovi divisi; levate tutte le offese; e le ree voluntà, state tra voi di qui addietro, siano perdonate e dimesse per amore e bene della vostra città. E sopra questo sacrato fonte, onde traeste il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciocchè il signore che viene trovi i cittadini tutti uniti. A queste parole tutti s’accordarono, e così feciono toccando il libro corporalmente, e giurarono attenere buona pace e di conservare gli onori e giurisdizione della città: e così fatto, ci partimmo di quel luogo. I malvagi cittadini, che di tenerezza mostravano lagrime e baciavano il libro, e che mostrarono più acceso animo, furono i principali alla distruzione della città, de’ quali non dirò il nome per onestà. Quelli che avevano mal talento, dicevano che la caritatevole pace era trovata per inganno: ma se nelle parole ebbi alcuna fraude, io ne debbo patire le pene, benchè di buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere; di quel sacramento molte lagrime ho sparte, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia».
Consigli prudenti in mezzo alle ire, chi vi bada? Piuttosto si ascoltava a Baldino Falconieri, che tutto il giorno perseverava a vantare la presente tranquillità a fronte delle passate turbolenze e delle peggiori temute; a Berto Frescobaldi, che mostravasi infervorato dei Cerchi per ottenerne in prestanza dodicimila fiorini; a Lapo Salterello, avvocato e poeta, già processato per ribalderie, che non cessava dal fare opposizione ai rettori, e li chiamava ladri, traditori. — Ah! sono fisionomie che conosciamo, e che sotto altri nomi riscontriamo ogni dì sulla piazza e in parlamento.
I Neri prevalsi accolsero Carlo in città, facendogli giurare di non mutar le leggi nè esercitare giurisdizione. Entrato con cinquecento cavalli, cominciò a usar da tiranno; tolse diritti più preziosi della pace, e lasciò che i Neri per cinque giorni saccheggiassero case e beni dei Bianchi, sposandone le eredi, incendiando, uccidendo; col solito titolo d’una congiura scoperta, sbandeggiò i primani, e pose giudice il severissimo Cante de’ Gabrielli da Gubbio, che circa seicento persone colpì d’esiglio e di grosse multe. Fra queste compajono Dino Compagni, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri e Petracco dell’Ancisa, che, abbandonata la politica, si applicò tutto ad allevare i proprj figliuoli[205], un de’ quali divenne illustre col nome di Francesco Petrarca.
Guido, filosofo e poeta, fu genero di Farinata degli Uberti, e perciò accannito ghibellino e caldo nemico de’ Donati. Corso tentò farlo uccidere mentre andava pellegrino a San Jacopo di Galizia; ed egli, tornato e saputolo, gli si avventò un giorno nel bel mezzo di Firenze e gli tirò, ma fallito il colpo, fu preso a sassi dal figlio e dai seguaci del barone. Relegato a Sarzana, per l’aria insalubre cadde malato, e ottenuto di riveder la patria, vi morì. Pellegrinava a San Jacopo, eppure appo la gente era in voce d’epicureo, cioè d’incredulo, e perchè speculava molto astratto dagli uomini, si diceva cercasse se trovar potea che Dio non fosse.
Egli era secondo occhio di Firenze[206], di cui primo era Dante Alighieri, entrambi in fresca età mescolatisi ai movimenti cittadini; attesochè nelle democrazie, massime se ristrette, i giovani sono facilmente portati verso gli affari pubblici, e vedendo il governo da vicino, credono ben conoscerlo e facile il guidarlo. Dante «fu uomo molto polito, di statura decente, e di grato aspetto e pieno di gravità, parlatore rado e tardo, ma nelle sue risposte molto sottile. Nè per gli studj si racchiuse in ozio, nè privossi del secolo; ma vivendo e conversando con gli altri giovani di sua età, costumato, accorto e valoroso, ad ogni servizio giovanile si trovava. Ed era mirabil cosa che, studiando continuamente, a niuna persona sarebbe paruto ch’egli studiasse, per l’usanza lieta e conversazione giovanile». (L. Aretino). E fu veramente suo distintivo il passare agevolmente dalla contemplazione all’attività, che esercitò a servizio della fazione avita in magistrature, in ambascerie e colle armi a Campaldino; e alla scuola della politica, allo straziante contatto degli uomini, al laborioso insegnamento delle rivoluzioni ebbe vero esperimento dell’inferno, del purgatorio e del paradiso.
L’antica nobiltà fiorentina, che pretendeasi discendere dai Romani, avea sempre messo ostacolo all’alzarsi della gente nuova, e parteggiato coi Guelfi. Così aveano usato gli Alighieri, e Dante stesso, fin quando la divisione in Neri e Bianchi li sconnettè di modo, che poterono considerarsi come Guelfi e Ghibellini. Dante stette fra questi ultimi, e con loro fu mandato in esiglio (1303 — marzo). Che sia della malversazione addebitatagli nella sentenza da Cante da Gubbio, nol possiamo chiarire; Dante non ne fa motto in verun luogo, perchè v’ha delle cose di cui uno non si difende, come altre di cui non si vanta; e troppo è nota l’arte delle fazioni di denigrare chi vogliono perdere, e di sceglier le accuse appunto che più ripugnano al carattere dell’oltraggiato, correndo le plebi a creder più facilmente ciò ch’è meno credibile.
Dante badossi alcun tempo alla guelfa Siena e ad Arezzo ghibellina, insieme cogli esuli; ingrata società, che lo costringeva a partecipare ad ire impotenti, a garrule speranze, a persecutrici esagerazioni che non erano le sue. Con soccorsi di Bartolomeo della Scala signor di Verona tramarono essi di ripatriare per forza (1303), e fallito il tentativo, ne imputarono Dante, che pure l’avea sempre dissuaso; ond’egli risolse abbandonare la compagnia malvagia e scempia, e farsi parte da se stesso, schermendosi da entrambe le sêtte, delle quali vedeva i torti; il che dai settarj s’interpreta come un tradirle entrambe.
«Cacciato di patria (racconta nel Convivio), per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende, peregrino quasi mendicando sono andato, mostrando contro a mia voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertà». Passò a studiare teologia e filosofia sull’università di Parigi, piena testè degli insegnamenti di Tommaso d’Aquino, e allora di quelli dell’abate Suggero: nè mai deponendo l’eterna speranza degli esuli, cercò «con buone opere e buoni portamenti meritarsi di poter tornare in Firenze per ispontanea revoca di chi reggeva la terra; e sopra questa parte s’affaticò assai, e scrisse più volte non solamente a’ particolari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo, e intra l’altre un’epistola assai lunga, che, comincia, Popule mi, quid feci tibi?»[207]. E diceva: — Ogni infelice mi fa pietà; più di tutti, coloro che logorandosi nell’esiglio, non rivedono la patria che in sogno»[208], ma per quanto gemesse o fremesse, più non potè rivedere il suo bel San Giovanni.
Solea Firenze, nella solennità del Battista, far grazia ad alcuni condannati, che colla mitera in capo e con un cero in mano venivano offerti al santo. Fu esibito a Dante di ricuperar la patria a questo modo[209], ma egli: — È questo il richiamo glorioso con che Dante degli Alighieri è richiamato alla patria? questo han meritato il sudore e la fatica continuata nello studio? Non per questa via si deve tornare alla patria; e se per niun’altra si può, io non entrerò mai in Firenze. Forse non vedrò io da qual sia luogo gli specchi del sole e degli astri? non potrò io speculare dolcissime verità sotto qualsiasi cielo, senza arrendermi, spoglio di gloria, anzi con ignominia, al popolo fiorentino?» Il Boccaccio, che ce lo racconta nella Vita di lui, soggiunge che «veggendosi non poter ritornare, in tanto mutò l’animo, che niuno più fiero ghibellino ed ai Guelfi avverso fu come lui. E quello di che io più mi vergogno in servigio della sua memoria, è che pubblichissima cosa è in Romagna, lui ogni fanciullo, ogni feminella, ragionando di parte e dannando la ghibellina, l’avrebbe a tanta insania mosso, che a gittar le pietre l’avrebbe condotto non avendo taciuto»[210]. Eppure egli stesso ripeteva quel che non mai fia ripetuto abbastanza agli Italiani; che il buono non dee prender guerra col buono finchè non siano riusciti a vincere i malvagi; che è follia il non abbandonare un cattivo partito per rispetto umano[211].
Ispirato da dolore e da sdegno scrisse la sua Commedia, poema essenzialmente storico, dove vitupera o esalta da uom di parte, il quale, fremendo della persecuzione, di tutto fa arma alla vendetta; e coll’autorità che danno l’ira, l’ingegno, la sventura, insieme coi dolori e rancori suoi eternò le glorie e le sventure d’Italia. E noi, che già l’esaminammo come poesia, ora vi cercheremo i giudizj del poeta sopra le cose e gli uomini che lo circondavano, e che tutti chiamò ad austera rassegna, traendone concetti di speranza o di vendetta. E poichè fra gl’Italiani fu sempre grande il numero di questi infelici «che la patria non rivedono se non in sogno», Dante fu immedesimato ai patimenti di tutti, preso come il tipo di quanti soffrono tirannia e ingiustizia.
Natura degli scontenti, egli non preterisce occasione di lodare i tempi preteriti, quando valore e cortesia soleano trovarsi in sul paese rigato dall’Adige e dal Po, quando Firenze si stava in pace sobria e pudica, con donne massaje, con uomini contenti alla pelle scoverta, con abbondante figliolanza. In così riposato, in così bel vivere di cittadini, a cittadinanza così fida, a così dolce abitare stavano i Fiorentini gloriosi e giusti, guerreggiando nelle crociate, o mercatando, nè mai il giglio era posto a ritroso sull’asta, nè fatto vermiglio per divisione; non v’avea case vuote di famiglia per gente che esulasse in grazia dei Francesi. Se alcuno rimane di quella buona stirpe antica, non serve che a raffaccio del secolo selvaggio, ora che la città è turpe di gola, superbia, avarizia, invidia, nemica ai pochi buoni che ancor vi allignano; del resto sconsiderata sì, che ogni tratto cambia leggi, monete, uffizj, costume, e provvede sì scarsamente che a mezzo novembre non giunge quel che filò d’ottobre.
Dei quali peccati trova Dante la ragione nell’aver ricevuto a cittadinanza quei di Campi, di Certaldo, di Figline, mentre le gioverebbe trovarsi ancora ristretta fra il Galluzzo e Trespiano, nè avere accolto il villan puzzolente d’Aguglione e il barattiero da Signa[212] in mezzo alla nobiltà veramente romana rimastavi dalle prime colonie, e mal attorniata da quelli che discesero da Fiesole, e che tengono ancora del natìo macigno.
Voi qui sentite il patrizio intollerante, il quale, stizzito non solo coi rettori della patria, ma colla patria stessa, non che eccitasse l’imperatore a «venir abbattere questo Golìa colla frombola della sua sapienza e colla pietra della sua fortezza», professò che «per quanto fortuna l’avesse condannato a portare il nome di fiorentino, non voleva che i posteri immaginassero tener lui di Fiorenza altro che l’aria e il suolo» (Epistola dedicatoria). Avesse almeno aggiunto e l’idioma, senza cui non avrebbe egli potuto farsi per gloria eterno. Ma chi dalle care illusioni della gioventù, infiorate da una benevola fantasia, trovasi per iniquità degli uomini balestrato negli acerbi disinganni e fuori del circolo dell’operosità, degli affetti, delle speranze primitive; chi abbia sentito profondamente come Dante, e come Dante sofferto le persecuzioni del secolo, che non suol perdonare a chi di buon tratto lo precede; quegli solo ha diritto a condannarlo di tali iracondie.
Nè men gravi dispetti mostrava Dante alle altre città italiche: gente vana più che i Francesi è quella di Siena; i Romagnuoli son tornati in bastardi; i Genovesi diversi d’ogni costume, e pien d’ogni magagna; in Lucca ogn’uomo è barattiere; avari e lenoni i Bolognesi; i Veneziani di ottusa e bestiale ignoranza, di pessimi e vituperosissimi costumi, e sommersi nel fango d’ogni sfrenata licenza[213]: l’Arno appena nato passa tra brutti porci, più degni di galle che d’altro cibo; poi viene a botoli ringhiosi, che sono gli Aretini; indi tra’ lupi di Firenze; infine alle volpi piene di frodi, quai sono quelli di Pisa. A questa, vitupero delle genti, impreca che ogni persona si anneghi; a Pistoja, che sia incenerita perchè procede sempre in peggio fare. Le antiche case rimorde come diredate delle prische virtù: i Malatesti fan dei denti succhio; i Gallura divennero vasel d’ogni frode; Branca Doria vive ancora, eppure l’anima sua già spasima in inferno, e lasciò un diavolo a governare il corpo suo e d’un suo prossimano; in Verona i Montecchi e Capuleti sono gli uni già tristi, gli altri in sospetto; Alberto della Scala è mal del corpo intero, e peggio della mente; Guido da Montefeltro ebbe opere non leonine, ma di volpe, e seppe tutti gli accorgimenti e le coperte vie; al buon re Roberto iterò oltraggi, come meno acconcio allo scettro che alla cocolla. Così augura che Brettinoro fugga via per non soffrire la tirannide de’ Càlboli; così sentenzia Rinier da Corneto che fe guerra alle strade, e Provenzan Silvani che presunse recar Siena alle sue mani, e i Santafiora che malmenarono i dintorni di questa città. Sono, al contrario, encomiati gli Scaligeri e i Malaspini, suo rifugio ed ostello, e Uguccione della Faggiuola, cui pensava intitolare la prima cantica: onde, chi cerca la storia non per declamazione o per teorica preconcetta, veda se uom possa, altrimenti che a retorico esercizio, sostenere l’equità di Dante nel distribuire i vituperj e il guiderdone; e il suo amor patrio, se non sia pel perdonabile intento di voler trovare tutto grande nei grandi.
Le vendette sue non si limitano fra l’Alpi, ma le scaglia ad Edoardo d’Inghilterra e Roberto di Scozia che non sanno tenersi dentro lor meta, al codardo re di Boemia, all’effeminato Alfonso di Spagna, al dirazzato Federico d’Aragona, all’usurajo Dionigi di Portogallo, agl’infingardi austriaci e fino al re di Norvegia, e a non so qual principe di Rascia (Servia), falsatore di ducati veneti. Principalmente infellonisce contro i Capeti, che maledice già nel loro stipite Ugo figliuol di beccajo, la cui discendenza poco valea, ma pur non fece male, sinchè acquistata Provenza, cominciò con forza e con menzogna la sua rapina. Di là uscì Carlo di Valois senz’altre arme che quella di Giuda; di là Filippo il Bello, il mal di Francia, che crocifigge di nuovo Cristo nel suo vicario: onde il poeta invoca di presto esser consolato nel veder la vendetta che Dio prepara in suo segreto; come altrove invoca il giusto giudizio divino sopra la stirpe di Alberto d’Austria, tanto che il mondo ne rimanga tutto sgomentato.
Conforme agl’imperiali d’allora ed ai leggisti, palesa somma riverenza della «nostra antichissima ed amata gente latina, che mostrar non poteva più dolce natura in signoreggiando, nè più sottile in acquistando, nè finalmente più forte in sostenendo; e massimamente di quel popolo santo, nel quale l’alto sangue trojano era mischiato, cioè Roma; quella città imperadrice, per cui guidata, la nave della umana compagnia per dolce cammino al debito porto correa... E certo sono di ferma opinione che le pietre che stanno nelle sue mura sieno degne di riverenza, e il suolo dov’ella siede ne sia degno, oltre quello che per gli uomini è predicato» (Convivio). Dagl’imperatori sperava ristoro ai mali d’Italia, e gl’invitava a sostener le ire sue e i suoi amori: tutto in rialzare l’opinione della loro autorità, nel maggior fondo dell’inferno pose gli uccisori del primo Cesare, e in cima al paradiso l’aquila imperiale, e stese un libro particolare De Monarchia. Tocco anche personalmente delle tribolazioni in cui il disaccordo delle due potenze gettò la cristianità, pensava che, a volere il progresso, si richiedesse la pace sotto un monarca, unico arbitro delle cose terrene, mentre il pontefice dirige quelle riguardanti l’eterna salute. Quando uno solo sia padrone di tutte cose, è tolta la cupidigia, radice d’ogni male, e nascono la carità, la libertà. Questa monarchia universale trova egli attuata nel popolo romano, il cui fondatore discende al pari dall’Europa e dall’Atlante; popolo a cui vantaggio Dio operò i miracoli che si leggono in Livio, e gli concesse vittoria nel conflitto colle altre genti. Che se diritti s’acquistano legittimamente col duello, ben s’ha a credere che il giudizio di Dio si manifesti non meno nelle battaglie generali, e perciò abbiano legittimamente ottenuto l’imperio i Romani, popolo che quanto amasse gli altri mostrò col conquistarli, posponendo le comodità proprie alla salute dell’uman genere.
Eccovi prevenuta di secoli la teorica moderna, che asserisce vincere sempre la parte migliore: ecco dichiarata ottima salvaguardia della pubblica felicità la massima potenza d’una monarchia, universale e dipendente da Dio solo, non da alcun suo vicario; ecco in conseguenza tolto l’unico schermo che allora contro l’imperatore avessero i popoli, ed usurpata a questi la indipendenza nazionale che ne è vanto e desiderio[214]. Eppure egli aveva imprecato giusto giudizio dalle stelle sopra il sangue di Rodolfo tedesco e d’Alberto suo figlio, che per cupidigia lasciavano disertare il giardin dell’impero; e bestemmiò Venceslao pasciuto d’ozio e di lascivia; ma al divino e felicissimo Enrico VII di Luxemburg preparò un seggio in paradiso, e lo inizzava contro quella città, che allora e poi fu rôcca della libertà italiana. A questa bassezza non scendeva Dante per viltà, sì per dispetto; e dalle servili conseguenze arretrava, e gli avveniva, come troppo spesso agl’Italiani, di desiderare quel che non hanno, per tardi pentire quando n’abbian fatto esperimento. I voti del poeta furono esauditi; furono inforcati gli arcioni di questa Italia, fiera fella e selvaggia; e gli abbracci degl’imperatori, quand’ebbero i papi non più oppositori ma conniventi ed alleati, prepararono un’età di obbrobrioso servaggio, e la necessità malaugurata di violenti tentativi per riscattarsene.
Ma cotesto imperatore universale e onnipossente, Dante volea risedesse in Italia, e intimava essere i monarchi fatti pel popolo, non questo per quelli; anzi essi sono i primi ministri del popolo: tanto il senno abituale rivaleva, appena che l’ira attuale cessasse d’allucinarlo. Parimenti, geloso come si mostrò delle pure origini, bersaglia i privilegi di nascita e l’edifizio feudale, sino a volere abolita l’eredità dei beni, non che quella degli onori. «La pubblica potenza non dee andare a vantaggio di pochi, che col titolo di nobili invadono i primi posti. A sentirli, la nobiltà consiste in una serie di ricchi avoli: ma come far caso sopra ricchezze, spregevoli per le miserie del possesso, i pericoli dell’incremento, l’iniquità dell’origine? La quale iniquità appare o vengano da cieco caso, o da industrie fine, o da lavoro interessato e perciò lontano da ogni idea generosa, o dal corso ordinario delle successioni. Poichè questo non potrebbe conciliarsi coll’ordine legittimo della ragione, che all’eredità dei beni vorrebbe chiamar solo l’erede delle virtù. Che se il diritto de’ nobili sta nella lunga serie di generazioni, la ragione e la fede riconducono tutte queste a’ piedi del primo padre, nel quale o tutti furono nobilitati o tutti resi plebei. Poichè dunque un’aristocrazia ereditaria suppone l’ineguaglianza, la primitiva moltiplicità delle razze repugna al dogma cattolico. Vera nobiltà è la perfezione, che ciascuna creatura può raggiungere ne’ limiti di sua natura: per l’uomo specialmente è quell’accordo di felici disposizioni, di cui la mano di Dio depose in esso il germe, e che, coltivate da solerte volontà, divengono ornamenti e virtù».
Questi sfoghi egli si permetteva, non senza domandare scusa dell’opporsi all’opinione di Federico II; e nel Convivio, dove più blandisce alle plebi e ai signorotti, intima: — Ahi malestrui e malnati, che disertate vedove e pupilli, e rapite alli men possenti; che furate ed occupate l’altrui ragioni, e di quelle corredate conviti, donate cavalli ed armi, robe e denari; portate le mirabili vestimenta, edificate li mirabili edifizj, e credetevi larghezza fare! E che è questo altro fare che levar il drappo d’in sull’altare, e coprire il ladro e la sua mensa? Non altrimenti si dee ridere, tiranni, delle vostre mansioni, che del ladro che menasse alla sua casa li convitati, e ponesse sulla mensa tovaglia furata d’in sull’altare, con li segni ecclesiastici ancora, e non credesse che altri se n’accorgesse».
Noi volemmo qui esporre i suoi concetti, come il giudizio del più grande uomo d’allora sopra gli avvenimenti che si compivano. Ove ci pare gran segno della civiltà di quegl’Italiani il saper essi discernere l’evangelo dalle false interpretazioni, la Chiesa dagli abusi, il principe di Roma dal pontefice universale, e con baldanza imprecare all’adultera di Babilonia, mentre si mostravano così sommessi all’autorità pontifizia. Il che poco videro quegl’intolleranti d’un tempo che pretesero fare dell’Alighieri un precursore della dottrina protestante, o quei ghiribizzosi d’adesso, che lo chimerizzarono autore di una eterna allegoria contro la Chiesa, e fino istitutore di non so qual nuova religione[215]. Dante batte i frati, di cui le badie erano fatte spelonche, e le cocolle sacca di farina ria; eppure le lodi più calde del suo poema tributa ai santi Tommaso, Francesco, Domenico: caccia in inferno i papi; Nicola III, pastore senza legge e di più laid’opra (Inf., XIX), colloca con Simon Mago ad aspettare Bonifazio VIII; trova fatto cloaca il cimitero di san Pietro; eppure espose precisissima la formola del cattolicismo, professava riverenza alle somme chiavi, e credeva che l’imperio di Roma fosse stato da Dio costituito per la grandezza futura della città ove siede il successore di Pietro. Bensì l’opinione ghibellina, e il vindice dispetto contro Bonifazio, e le disonestà del clero gli facevano bestemmiare il lusso de’ prelati che coprivano de’ manti loro i palafreni, sicchè due bestie andavano sotto una pelle; e la corte ove tuttodì Cristo si mercava; e i lupi rapaci in veste di pastori, che fattosi Dio dell’oro e dell’argento, attristarono il mondo calcando i buoni e sollevando i pravi. E sebbene esaltasse Matilde contessa, mal sapeva grado a Costantino Magno d’aver dotato di terre i pontefici, e a Rodolfo d’Habsburg di avergliele confermate. Disapprova l’abuso delle scomuniche, che toglieano or qui or quivi il pane che il pio padre a nessun serra; e non le crede mortali all’anima, tanto che non possa tornar l’eterno amore a chi si pente (Purg., III).
Riprovava insomma i pontefici, ma perchè erano o li supponeva tralignati; nè il guelfo Villani od altro contemporaneo vediamo fargliene colpa. Quand’egli morì a Ravenna presso Guido da Polenta, è scritto che il cardinale Bertrando del Poggetto, legato pontifizio in Romagna mentre la santa sede stava serva ed avvilita in Francia, cercasse sturbare le ossa di lui. Questa follia sarebbe a cumulare alle tante onde quel prelato contaminò la sua missione politica; potrebb’essere una vendetta ch’egli meditasse del male che Dante disse di quella Francia, alla quale allora i papi eransi fatti vassalli. Ma non ne fece nulla; e non che molestarne il sepolcro, subito anzi cominciò pel poeta una venerazione, che tanto meno s’attaglia ai moderni sogni, in quanto si sa che i Guelfi prevalsero. I suoi concittadini ripararono i loro torti istituendo una cattedra per leggerlo e spiegarlo in duomo, ove Domenico di Michelino[216] lo dipingeva vestito da priore e coronato, colla Commedia aperta in mano, mostrando a’ suoi cittadini le bolge dell’inferno e la montagna del paradiso. Al concilio generale di Costanza leggevasi Dante; e frà Giovanni di Serravalle minorità riminese, vescovo di Fermo, ad istanza del cardinale Amedeo di Saluzzo e dei vescovi di Bath e di Salisburg, lo tradusse in prosa latina e ne fece un commento, che sta manoscritto nella Vaticana.
Nessuno fu più bersagliato dall’Alighieri che Bonifazio VIII, contro del quale ben nove volte si scaglia, come ad uomo non mai satollo dell’avere, pel quale non temè togliere a inganno la santa Chiesa, e poi farne strazio; che mutò il cimitero di san Pietro in cloaca della puzza e del sangue onde si placa il demonio, affinchè i Cristiani siedano parte a destra e parte a manca, e i vessilli segnati colle chiavi s’inalberino contro i battezzati, e Pietro s’impronti sovra suggelli a privilegi venduti e mendaci.
Agli occhi di lui, la colpa mortale di quel pontefice era l’aver favorito ai Neri, e causato la cacciata dei Bianchi coll’inviare a Firenze Carlo di Valois. Questo «signore di grande e disordinata spesa» voleva denaro, e poichè ne ebbe estorto assai, andò chiedendone al papa, il quale gli rispose: — Non t’ho io messo nella fonte dell’oro?» E oro e peccato e onta cavato dalla sua venuta, se n’andò coi tesori e colle maledizioni de’ Toscani. Passò a osteggiare la Sicilia, ma presto vi conchiuse la pace di Calatabellota (pag. 276): laonde i Guelfi lo proverbiavano che, venuto a mettere pace in Toscana, vi lasciò la guerra; ito a far guerra in Sicilia, la condannò alla pace.
Questa era stata opera di Bonifazio, che, qual padre universale dei fedeli costituitosi pacificatore dell’Europa, terminò anche la contesa germanica col riconoscere imperatore Alberto d’Austria[217]. Ma essendosi offerto mediatore tra il re francese e quel d’Inghilterra che si disputavano la pingue Fiandra, e volendo che il primo rilasciasse Guido conte di Fiandra e i figli suoi con vile tradimento imprigionati, il re gli rispose, «nessuno doversi intromettere fra lui e un suo vassallo; udrebbe volentieri consigli, non accetterebbe comandi».
Questo re era Filippo il Bello, di gran cuore, di gran valentia, calcolatore e pertinace, che nè per giustizia nè per umanità nè per riguardo a tempi, a persone, a opinioni recedeva da’ suoi propositi. Principale tra i quali era il dilatare la regia prerogativa; e l’ottenne coll’abbattere fieramente i feudatarj. A quella parevagli repugnasse la supremazia papale, sotto cui la Francia era ingrandita, e cominciò a molestare gli ecclesiastici, crescere imposte sui loro beni, imprigionare il vescovo di Pamiers, vietare si portassero gioje o denari a Roma; e dal clero di Francia adunato fe dichiarare quelle che poi si chiamarono libertà gallicane, vale a dire che il pontefice non possa restringere l’arbitrio che ha il re di Francia sopra il suo clero. Così i Francesi, che poc’anzi aveano accettato da un papa i regni di Sicilia e d’Aragona, e fatto guerra spietata ai natii che li ricusavano, ora al papa negavano sino il diritto di far rimostranza al loro re[218].
Bonifazio, qual tutore delle ecclesiastiche immunità, colla bolla Clericis laicos si lagnò dell’invadere che i principi faceano i beni ecclesiastici, e scomunicò (1296) qualunque cherico pagasse, qualunque laico ne esigesse sovvenzioni, prestito, donativo senza licenza della santa Sede[219]. Nessuno però nominava: ma avendo Filippo per dispetto tassati maggiormente gli ecclesiastici, Bonifazio ne lo querelò, mostrando che era in via d’incorrere nelle censure comminate a chi attenta alle immunità della Chiesa; al tempo stesso facea rimostranze sull’amministrazione del regno e sulla guerra inglese, che tanto costava al popolo. Filippo rispose acremente, sostenendo l’indipendenza dei diritti reali; e Bonifazio, tuttochè irascibile, pure come capo de’ Guelfi d’Italia bramando tenersi in buon’armonia con Francia, mandò una schietta spiegazione della sua bolla (1297); non aver egli inteso sottrarre al re i servigi e le prestazioni dovute dagli ecclesiastici come vassalli, bensì distorlo dallo aggravezzare in generale il clero; del resto lasciava alla coscienza di esso il determinare i casi ove di una contribuzione straordinaria fosse bisogno.
Parvero dunque conciliati: il papa con una condiscendenza inaspettatissima assentì a Filippo la decima per tre anni, e promise procurare che al trono imperiale vacante venisse eletto Carlo di Valois fratello di lui, quel che più volte già nominammo, e che parve destinato a ricevere tutte le corone e non portarne alcuna; e canonizzò san Luigi, a gran consolazione di quei che vivo l’aveano venerato. Filippo in compenso lo tolse arbitro della contesa sua con Fiandra e Inghilterra: ma che? del lodo si tenne oltraggiato, o se ne infinse; lasciò che suo fratello gettasse la bolla al fuoco; e per far onta a Bonifazio accolse i Colonna fuorusciti da Roma, s’alleò con Alberto d’Austria, processò il vescovo Bernardo di Saisset, scrisse al papa con ironica crudeltà perchè degradasse cotesto traditore di Dio e degli uomini, di cui voleva offrire un olocausto al Signore.
Bonifazio non recossi in pazienza l’indegnità (1301), e rispose al re (Asculte, fili) ponendo che Iddio collocò il pontefice di sopra degl’imperj per isvellere, distruggere, dissipare, edificare, piantare; non presumesse egli re di non aver superiori in terra; e gli rinfacciava le lese immunità clericali, la falsata moneta, i beni delle chiese usurpati; sospese il privilegio che i re di Francia aveano di non essere scomunicati; invitò il clero gallicano ad un concilio in Roma; aggiungeva che il potere del papa e nello spirituale e nel temporale sorpassa quello del re[220]. Credette ancora che Carlo di Valois, da cui egli si era ripromesso il trionfo de’ Guelfi in Italia, avesse a bello studio menate sì inettamente le cose in Sicilia; e al suo passaggio per Roma il rimbrottò con tal calore, che Carlo tirò la spada contro di esso.
Filippo nell’abbattere i feudatarj e ingigantire la primazia reale valeasi delle sottigliezze de’ legulej, invidi delle altre autorità, ed educati al despotismo degli imperatori romani e ai cavilli del fôro. Principali tra questi erano il guardasigilli Pietro Flotte e l’avvocato Guglielmo Nogaret, maligni caparbj, come cortigiani che mettono l’onor loro nel servire alle passioni del padrone, e che, non paghi d’insultare in Roma al papa con ammonizioni ipocrite ed audaci, vollero eludere l’effetto che la paterna e dignitosa lettera di Bonifazio produrrebbe, col fingerne una, dove esso, con franchezza resa più assoluta dall’imperativa concisione, esponeva quelle pretensioni che la Corte romana velava di buone parole, e ne tolsero pretesto ad una risposta del re violenta e brutale, che cominciava: — Filippo, per la grazia di Dio re dei Francesi, a Bonifazio sedicente papa, poco o punto salute. Sappia la vostra fatuità che noi non siamo sottomessi a nessuno nel temporale, ecc.».
Quelle lettere erano apocrife o per lo meno interpolate[221], ma doveano valere a scandagliar l’opinione. Il popolo, fra cui si erano eccitate le passioni malevole, applaudì, come fa troppo spesso agli atti violenti; e il parlamento dichiarò non soffrirebbe mai in Francia altro superiore che Dio e il re. E poichè tenevasi che l’intimato concilio generale fosse un artifizio onde allontanare dalle chiese i pastori, dal re i consiglieri, dal popolo i sacramenti, fu interdetto al clero d’andarvi, bruciata la supposta bolla, divulgate le lettere dei tre Stati, in cui le pretensioni della sede pontifizia erano oppugnate con pompa di cavilli, di erudizione, di servilità.
Bonifazio sventò le calunnie del maligno legulejo, che erasi messo dal canto della ragione col fargli dire il falso; mandò un nunzio in Francia che assolvesse il re se pentivasi; compassionò la Chiesa francese «figlia delirante, cui una madre amorevole era disposta a perdonare gl’insensati discorsi»: poi radunato il concilio, pubblicò la bolla Unam sanctam (1302), ove pronunzia, la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica avere per capo Cristo e il suo vicario in terra; la potenza spirituale, benchè conferita ad un uomo, pure esser divina, e chi ad essa resiste, resiste a Dio; la potenza temporale è inferiore all’ecclesiastica, e dee lasciarsi da questa guidare come dall’anima il corpo, e quando i re trascorrono gravemente, il papa li può ammonire e ravviare; ogni creatura umana essere sottoposta al pontefice, nè ottener salute chi creda altrimenti. E decretò che imperatori e re dovessero comparire all’udienza apostolica qualora citati, «tale essendo la volontà di noi che, Dio permettente, comandiamo a tutto l’universo».
Un’autorità sicura non ha bisogno di violenze, minacciata, esagera per meglio difendersi: e quest’espressione così assoluta della papale potenza veniva appunto dal sentirsi essa intaccata. Perocchè i tempi della inconcussa credenza già tramontavano, le società europee si sottraevano a quell’ala da cui erano state covate, e ogni popolo voleva l’indipendenza, ogni principe la potestà illimitata. Più la bramava Filippo, che pertanto si dispose a cozzar con quei papi, da cui erano stati vinti gli Enrichi e i Federichi. Assicuratosi il suo popolo con alcune concessioni, chetata di sue pretensioni l’Inghilterra, fa dal Nogaret mandar fuori una furibonda diatriba contro Bonifazio (1303), ch’e’ chiamava Malifazio, falso, intruso, ladrone, eretico, nemico di Dio e degli uomini; e non che piegare la fronte fulminata, arresta il legato pontifizio, togliendogli i dispacci; da’ suoi avvocati fa in parlamento formulare contro Bonifazio ventinove accuse, di eresie, di bestemmie, d’ogni sorta nefandità; appella ad un concilio raccolto dal pontefice legittimo; gli ecclesiastici che ricusarono aderire, furono espulsi o imprigionati; gli altri e la Università di Parigi assentono a quegli atti, e preparasi uno scisma. Bisognava colla violenza compire ciò che la calunnia avea cominciato; e il Nogaret, in compagnia di Musciatto Franzesi potente magnate senese, castellano di Staggia, con buone cambiali e carta bianca è spedito a Roma, in apparenza per informare Bonifazio, ma con incarico secreto di arrestarlo e spedirlo a Lione.
Ripetemmo a sazietà come i Romani fossero sempre volenterosi a ingiuriare il loro papa, e i signori si tenessero armati contro l’autorità di lui. Basti per mille citare Ghino da Tacco, il quale, espulso da Siena, avversato dai conti di Santa Fiora, ribellò Radicofani alla Chiesa, e postosi colà, facea rubare chiunque passasse. Un fratello e un nipote suo che gli aveano tenuto mano, furono presi da messer Benincasa aretino, giudice a Siena, il quale poi andò giudice a Roma. Ghino un bel giorno entra con sua masnada in questa città, si difila al palazzo del senatore dove Benincasa sedea sul banco a render ragione, e presenti molti gli spicca il capo, e se ne torna senza che alcuno osi fermarlo. Dappoi l’abate di Cluny, ch’egli avea svaligiato non senza cortesie, lo rappacificò col papa, il quale lo ornò cavaliere e gli conferì una grossa priorìa.
Prepoteano fra que’ signori i Colonna. Giordano avea lasciato cinque figli, Jacopo cardinale, Giovanni, Oddone, Matteo, Landolfo, ciascuno con porzioni distinte d’eredità: ma d’accordo essi lasciaronla amministrare a Jacopo, anche dopo che Giovanni morì lasciando sei figli, Pietro cardinale, Stefano, Giovanni, Jacopo, Oddone, Agapito. Lo zio cardinale malmenava la sostanza de’ fratelli e de’ nipoti, e Bonifazio, che se ne volle mescolare, incorse nello sdegno del ladro e de’ rubati. Jacopo nipote, fra gli altri, mostravasi accattabrighe e violento, sicchè meritò il nome di Sciarra, e volendo vendicarsi, assalì ottanta some di masserizie e argenti papali che passavano da Anagni a Roma, e se le portò. Avea ragione Bonifazio di volerne vendetta, ed esso temendola lo esecrava: del quale rancore si valse Federico di Sicilia a danno del papa nemico: e i cardinali di quella casa cominciarono a dire che Bonifazio fosse eletto illegalmente, perchè papa Celestino non poteva abdicare. Citati non comparvero, onde il concistoro tolse la porpora a Jacopo e Pietro, e li scomunicò, implicandovi anche la discendenza. Essi risposero dichiarando Bonifazio pontefice intruso, appellando al futuro concilio, e insieme con libelli d’infami accuse preparavano armi, popolo, nemici; sicchè Bonifazio bandì contro di loro la crociata. Moltissimi vi accorsero e primi gli Orsini avversarj dei Colonna, poi i Fiorentini; e molte donne davano di che far armi. Colonna, Nepi, Zagarolo furono presi, e infine anche Palestrina, che andò distrutta, ergendo incontro ad essa Civitapapale[222].
Pensate se rimanevano accanniti i Colonna, e ancor peggio Sciarra, il quale, nel fuggire di Roma, essendo dato ne’ Barbareschi, anzichè rivelare il proprio nome, avea sofferto di essere messo s’una galea, ove per quattro anni tirando il remo, avea stillato feroce rancore contro il papa; ed ora per isfogarlo si esibiva al Nogaret. Bonifazio, vedendosi tenuto in posta, fuggì ad Anagni, e preparava la scomunica che rinnovasse le scene della casa Sveva; ma Nogaret lo previene, e a denaro raccolta una ciurma a sua posta, secondato dai nobili di Ceccano e Supino e fin da alcuni cardinali, assalta quella città al grido di — Viva Francia! Muoja Bonifazio!» Il papa, di ottantasei anni, e abbandonato da cardinali, esclama: — Tradito come Cristo ai nemici, morrò, ma papa»; si pone la tiara di Costantino, e colle chiavi di san Pietro e la croce in mano, si asside sul trono. Ed ecco entrano i masnadieri rubacchiando, violando le reliquie e li archivj: Nogaret lo ingiuria, Sciarra lo schiaffeggia. Tenuto prigioniero, Bonifazio ricusa ogni vitto, temendolo avvelenato; il popolo, rinvenuto dallo sgomento, si solleva, e sclamando — Viva il papa, morte ai traditori», a forza libera il pontefice, che menato sulla piazza pubblica, ripeteva: — O buoni uomini e buone donne», e a tutti narrava doloroso i suoi patimenti, e chiedeva un tozzo per carità; e il popolo gridava — Viva il santo Padre», e tutti potevano parlargli come a un altro povero. Ricondotto in Roma a Dio lodiamo, Bonifazio rimbaldisce, deponendo i sensi di perdono e di riconciliazione mirabilmente manifestati ad Anagni: ma gli Orsini stessi, in cui confidava, il tengono chiuso in palazzo; ond’egli per tanti colpi abbattuto, muore fra otto cardinali, confessando la fede vera[223].
Lo combatterono i prelati colle dottrine d’indipendenza nazionale, i re coi legulej, gli scrittori coll’opinione: e Filippo il Bello, i Colonna, Dante tengono ancora in fama sinistra questo pontefice, col quale spirò (11 8bre) l’onnipotenza della santa Sede.
Benedetto XI (Nicola Boccasini), datogli successore, «uomo di pochi parenti e di piccolo sangue, costante e onesto, discreto e santo» (Compagni), non volle riconoscere sua madre quando gli si presentò in vesti signorili, bensì quando venne colle abituali. Egli non era guelfo nè ghibellino, ma papa della pace, come si deve; trovavasi però angustiato in questa Roma, dove ogni palagio era una fortezza, e i cardinali stessi erano capi e turcimanni delle fazioni de’ Colonna o degli Orsini o de’ Gaetani: e costretto sempre a difendersi da chi aveva a’ fianchi, come poteva mostrar vigore contro i lontani? Per togliersi al coloro arbitrio, si ricoverò ad Assisi, e dicesi pensasse trasferire la sede in Lombardia[224]; e non avendo parenti, e più dolce che robusto di carattere, gemeva degli eccessi che non valeva a reprimere. Per mostrare il desiderio di pace cassò molte costituzioni del suo predecessore, massime quelle contro Filippo di Francia, e l’assoluzione dei sudditi dal giuramento di fedeltà, ma lanciò la scomunica contro il Nogaret e quattordici signori italiani ch’egli stesso avea veduti oltraggiare Bonifazio. Il Nogaret venne a chiederne perdono a nome del re (1304); ma pochi giorni di poi Benedetto moriva avvelenato, e al Nogaret crescevasi lo stipendio da cinquecento a ottocento lire.
Allora i venticinque cardinali si chiudono in conclave a Perugia, e l’elezione bilicò lungamente fra i Gaetani fautori degli atti di Bonifazio, e i Colonna che pendeano pei Ghibellini e per Francia. Costretti dai Perugini, che scemarono loro fin le razioni, stabilirono una tripla di forestieri, fra cui il partito nazionale scegliesse il pontefice; e il prescelto fu Bertrando di Goth arcivescovo di Bordeaux (1305). Erasi proferito ostile al re, ma Filippo, che per mezzo dei Colonna rimestava nel conclave, avutone avviso prontissimo, andò a lui, e mostrando dimenticare le nuove animadversioni per l’antica famigliarità, — Io posso alzarvi papa, se promettete farmi contento di sei servizj: il primo di riconciliarmi colla Chiesa; il secondo rendere la comunione a me e a tutti i miei; terzo, le decime del clero nel mio regno per cinque anni, onde bastare alle spese della guerra di Fiandra; quarto, annulliate ogni memoria di papa Bonifazio; quinto, rendiate la dignità di cardinale a Jacopo e Pietro Colonna, e la concediate ad alcuni amici miei; della sesta grazia vi parlerò a luogo e tempo». L’arcivescovo, che per lui credevasi pontefice, promise sull’ostia, e fu eletto col nome di Clemente V.
Giovan Villani, che riferisce questo assurdo colloquio, era forse in terzo?[225]. Nessun altro contemporaneo ne parla, e il buon cronista l’avrà raccolto dalle bocche del popolo, che traduceva in patto anteriore le posteriori condiscendenze. Il fatto è che Clemente già avea veduto come i papi in Roma fossero servi della plebe e delle fazioni; e forse nell’intento d’emanciparne l’autorità, invece di venire a Roma, chiamò i cardinali a coronarlo a Lione. Nella cavalcata un muro cascò, uccidendo molti cardinali e domestici, molti ferendo; una rissa tra i papali e i Lionesi costò altro sangue: accidenti, donde la superstizione traea funestissimi augurj. La capitale dell’antico impero, la città di maggiori memorie, la tomba del principe degli apostoli e di tanti martiri, la meta dei pellegrini, lo studio degli eruditi, mal si mutava con una cittadina d’altrui, povera, e disastrata da guerre: ma più che l’abbandono, abbiamo a deplorare che questo paresse giustificato dalle inquietudini di Roma.
Dopo girato di diocesi in diocesi con un nugolo di famigliari e cortigiani, alfine Clemente si piantò ad Avignone (1309), città del contado Venesino, possesso dei papi, ma appartenente al conte di Provenza sotto la supremazia dell’Impero; e di qui comincia quella che gl’Italiani chiamarono cattività di Babilonia. Avignone, che al Petrarca pareva piccola, schifosa, fetente, confinata sovra una rupe, con vie anguste e case basse e mal costrutte, ben presto scese al piano, si popolò di palazzi, d’alberghi; all’altra riva del Rodano su terra di Francia i prelati edificarono la città di Villanova, e il concorso di tanti forestieri e di tanti principi ricreò quel paese.
Messosi in terra altrui e perciò in altrui arbitrio, il papa cominciò operare abjettamente: concedendo le decime, impinguava il terzo e il quarto con denari altrui[226]; cassò la costituzione Clericis laicos, dichiarò la Unam sanctam non pregiudicare al regno di Francia; assunse dodici cardinali ligi a Filippo, fra i quali i due Colonna sporporati da Bonifazio VIII, modo di perpetuare la servitù; assolse il Nogaret. Con ciò volea calmare Filippo, sempre pertinace nel chiedere la condanna di quel pontefice; e sperava forse che il tempo ne intepidirebbe la passione, mentre invece non facea che attizzarla, ed ogni tratto domandava che Bonifazio fosse chiarito eretico e cancellato d’infra i papi, dissepolto, arso, disperso al vento. Non era soltanto rancore personale, ma lotta di principj: se lo spirituale dovesse prevalere al temporale, come ai tempi di Gregorio VII, o d’Innocenzo III; o se fosse giunta l’ora che nessuno potesse frenare i re, e che la legalità medesima si piegasse alle esigenze di questi. Il papa cercò sottrarvisi colla fuga: alfine decise che d’affare così supremo non poteva decidere se non un concilio.
Vi si complicava un altro processo non men vergognoso. Accennammo (t. V, p. 565) l’origine dei cavalieri del Tempio, e come da Gerusalemme fossero propagati a tutta Europa. Delle provincie in cui divideasi quest’ordine, le più antiche in Oriente erano state occupate da’ Musulmani, salvo Cipro; quelle d’Occidente, tre delle quali erano Italia, Puglia, Sicilia, possedeano ben novemila commende, fruttanti da otto milioni di lire. Dei trentamila frieri, i più erano francesi, e francese sceglievasi comunemente il granmaestro, principe sovrano.
Tanti privilegi, tante ricchezze faceanvi accorrere i cadetti delle principali famiglie d’Europa. Ma perduta Terrasanta, mancò il principale oggetto di loro attività, e vissero oziosi, egoisti, insolenti, fra bagordi e lascivie, velate dal mistero, assolte in generica confessione nei loro capitoli. Il popolo dalla venerazione passò a guardarli con arcano timore, fomentato dalle forme orientali di cui circondavano l’iniziazione, la quale faceasi nelle loro magioni, nottetempo, a porte serrate, escluso ognuno, foss’anco il re. Mentre il vulgo prendea spavento di tali accuse, i grandi, spesso non meno vulgari, gl’imputavano d’aspirare alla dominazione universale, istituendo una repubblica aristocratica in tutta Europa: la quale imputazione, fatta a cavalieri armati dipendenti assolutamente dal granmaestro, era meno assurda che non applicata, come la udirono i padri nostri, dai filosofi ai Gesuiti. Ma come di questi, così di quelli il delitto maggiore erano le ricchezze che aveano o che si supponeva; e i cencinquantamila fiorini d’oro e i dieci somieri carichi d’argento che bucinavasi avessero da Palestina portati in Francia, equivalgono ai barili di polvere d’oro che diceansi empire le cave de’ Lojoliti.
Le ricchezze divenivano viepiù necessarie ai re nel cambiato sistema di governo; sicchè da quelle de’ Templari non poteva non esser mossa la gola di Filippo, che stabilì rovinarli coi mezzi da lui adottati, i legulej ed un processo. Il prode Giacomo Molay, loro granmaestro, avuto sentore delle accuse date a’ suoi, chiese una giustificazione giuridica. Filippo lo menò a parole, poi d’improvviso fece arrestar lui e quanti cavalieri trovavansi in Francia, e ne staggì i beni. Molay interpose i privilegi dell’Ordine; novecento cavalieri se ne dichiararono difensori; quei che aveano dato accuse, le ritrattarono; vennero in chiaro le iniquità della procedura, le durezze della prigionia e della tortura; onde Clemente esclamò d’essere ingannato, e sentendo quel che sia un pontefice in dominio straniero, tentò fuggire. Filippo per isgomentarlo rimise in scena il processo contro Bonifazio, accuse d’ogni sorta gravando sopra lui morto come sopra i Templari morituri; e il Nogaret con lacrime e gemiti, a man giunte e ginocchione davanti al papa, insisteva acciocchè Bonifazio, per onor della Chiesa, per amore della patria, per tutte le più sacre cose, fosse dissotterrato ed arso, dicendovisi tenuto in coscienza. Per evitare questo scandalo, Clemente accondiscese alle domande regie; e purchè Filippo rimettesse in lui il giudizio del suo predecessore, il lasciò fare del resto.
Le accuse contro Bonifazio furono a lungo esposte e dibattute, finalmente se ne rimise la decisione al concilio. Raccoltosi a Vienna nel Delfinato (1311) il XVI concilio ecumenico, questo dichiarò non sussistere le luride incolpazioni, e due cavalieri catalani vi si presentarono gettando il guanto, come disposti a sostenerne l’innocenza colla spada. Pure fu confermato quel che Clemente avea già concesso, cioè Filippo avere operato per giusto zelo; che nè egli nè i successori suoi sarebbero mai inquietati perciò; che fossero casse tutte le costituzioni pregiudicevoli alla libertà del regno, e si cancellassero negli archivj le sentenze proferite. Con tante soddisfazioni, Filippo consentiva a recedere dal suo puntiglio; ma lo faceva per essere contentato in un altro: e Clemente, messo nella via delle condiscendenze, non potè negare la soppressione de’ Templari. Nè pago a ciò, Filippo volle il supplizio di moltissimi e de’ principali di loro. «In un grande parco chiuso di legname fece legare, ciascuno a un palo, cinquantasei dei detti Tempieri, e fece metter fuoco al piede, ed a poco a poco l’uno innanzi l’altro ardere, ammonendoli che quale di loro volesse riconoscere l’errore, il peccato suo, potesse scampare: e in questo tormento, confortati dai loro parenti ed amici che riconoscessero e non si lasciassero così vilmente morire e guastare, niuno di loro il volle confessare, ma con pianti e grida si scusavano com’erano innocenti di ciò e fedeli cristiani chiamando Cristo e santa Maria e gli altri santi; e col detto martorio tutti ardendo e consumando finirono la vita»[227]; e dopo gli altri il granmaestro Molay. Il quale spirando sul rogo, citò Filippo e Clemente al tribunale di Dio entro un anno, dove in fatti comparvero.
Noffi Dei, giudice fiorentino, s’era adoperato moltissimo nel convincere i Templari dei delitti, ch’egli diceva averne conosciuti quando apparteneva all’Ordine loro; poi servì il re in altri processi contro streghe, untori, maliardi. In Lombardia e Toscana i Templari furono condannati; assolti a Ravenna, a Bologna, in Castiglia; Carlo II di Napoli fece mandare a morte i provenzali, attribuendone le terre agli Spedalieri.
Non per definitiva sentenza, ma in via di provvisione il papa abolì quell’ordine in tutta cristianità come inutile e pericoloso; e vuolsi che col re di Francia spartisse ducentomila fiorini d’oro di loro beni mobili; gli stabili doveano assegnarsi agli Spedalieri perchè allestissero cento galee centro i Turchi: ma i regj legulej addussero tante spese di processo e debiti da spegnere, che gli Spedalieri ne rimasero più poveri.
Il lettore già sente che s’avvicinano tempi nuovi. Due gran fatti si compivano: la distinzione delle varie nazionalità, e la secolarizzazione de’ Governi. Quell’unica repubblica cristiana posta sotto la mano dei papi, si discioglieva; cessava l’uniformità delle ordinanze: alla fede sottentrava la critica, all’età organizzata un’età di rimpasto, all’autorità della Chiesa la potenza dei re. Tutte le nuove energie voleano rompere le fasce, donde veniva una lotta generale contro la Chiesa, non combattendo ancora lei stessa, ma la sua dominazione, la quale pareva divenuta soverchia.