LIBRO DECIMO

CAPITOLO CIV. Gli storici del medioevo.

Dei tempi che fin qua descrivemmo «non solamente son venute meno le storie, ma possiamo anche sospettare, se non credere, che pochissime ne fossero allora composte; e se la nostra buona fortuna non ci avesse salvata la Storia longobardica di Paolo Diacono sino all’anno 774, resterebbe in un gran bujo allora la storia d’Italia. Continua nulladimeno la medesima ad essere anche da lì innanzi sì povera di lumi fin dopo il Mille, che qualora fosse perita la cronaca di Liutprando, e non ci recassero ajuto quelle de’ Franchi e de’ Tedeschi, noi ci troveremmo ora, per così dire, in un deserto pel corso di quasi tre secoli dopo il suddetto Paolo. Oltre poi all’essersi perduta la memoria di moltissimi avvenimenti d’allora, quelli che restano, sì mal disposti bene spesso ci si presentano davanti, che di poterne assegnar gli anni via non resta, stante la negligenza o discordia degli scrittori, ed è forzata non di rado la cronologia a camminare a tentoni».

Tali disadorne parole del padre della storia italiana valgano, se non ad ottenere scusa, a dar ragione dell’esitanza che il lettore avrà notato alcuna volta nel nostro racconto, della scarsità di fatti, dell’ignoranza delle cause. E sì che non ci credemmo tenuti ad accertare ciascun anno come il cronologo, nè dissertar sulle date se non quando esse mutano natura e significazione agli avvenimenti; e risparmiando le discussioni, abbiamo esibito le convinzioni prodotte in noi da indagini, delle quali velammo ai lettori l’ingratissimo tessuto.

Man mano abbiamo accennato i poveri cronisti da cui attingemmo, e oltre Paolo Diacono, intorno ai primi Carolingi ci sussidiarono Erchemperto che va dal 774 all’889, e la cronichetta d’un prete Andrea bergamasco, tutt’altro che spregevole nè per le cose nè per la forma nè per quella dote che, rarissima ne’ cronisti, non è comune negli storici, il sapere quali eventi importi riferire, quali trasandare. Giovan Diacono tessè la vita di Gregorio Magno; Agnello prete, grossolano ne’ fatti e nell’esposizione, quella dei vescovi di Ravenna, in tempi che era città importantissima; alquanto meglio quella dei papi il bibliotecario Anastasio, o piuttosto i varj autori del Libro pontificale, interrotto all’889, al 1050 ripigliato dal cardinale d’Aragona, sempre in sentimento encomiastico; aggiunta la vita di Alessandro III, viva pittura del tempo della Lega Lombarda.

All’uscita dell’XI secolo, Gregorio monaco di Farfa ebbe pel primo la buona ispirazione di raccogliere i diplomi attinenti al suo monastero, e sulla scorta loro compilò una cronaca, proseguita da altri e imitata da molti, e deh fosse stata da tutti i monasteri, ch’erano il centro dell’attività non solo intellettuale ma sociale. Delle più importanti è quella di Montecassino, cominciata da Leone Marsiccino, condotta sino all’abate Desiderio che fu poi Vittore III, indi seguitata rimessamente da un diacono Pietro.

Nel tradurre alla lingua e alle fogge nostre le tradizioni de’ popoli invasori, i cronisti le alteravano, al tempo stesso che divenivano causa od occasione che si perdessero gli originali, come avvenne dei Goti pel Jornandes, e dei Longobardi per Paolo Diacono. Usando una lingua che più non parlavano, nelle parole, non nate a un parto col pensiero, esprimevano più o meno del concetto, quand’anche non vi attribuivano un senso arbitrario; avendo letto gli antichi, ne traevano le frasi ben o male a rappresentare tutt’altre cose, tutt’altra condizione di società. Della quale società aveano sott’occhio l’andamento, sicchè non gittano più che un cenno per descrivere una complicazione che a noi riesce inestricabile, una rivoluzione, che per essi era evidente, mentre noi fatichiamo invano a spiegarcela; toccano di volo un fatto rilevantissimo alla posterità, mentre si distendono sopra un’inondazione o una cometa, che turbava l’immaginazione o gl’interessi dei contemporanei. Per chi non voglia rimanersi alle generalità convenzionali e sistematiche, quanta fatica ad annodare in una catena probabile le confessioni sorprese, i monumenti sconnessi, le congetture sopra notizie mal determinate, incerte, sovratutto scarse!

Di mezzo a questa inopia si discerne Liutprando di Pavia, adoprato in gravi affari, segretario, poi nemico dell’imperatore Berengario II, esigliato in Germania, e di là ricondotto da Ottone il Grande, e posto vescovo di Cremona. Le vicende contemporanee, dalla presa di Frassinetto nell’891 fino al concilio Romano del 963, espose con istile colto e con un’arguzia che spesso degenera in frivolezza, e una passione che neppur rifugge dalla calunnia. Nelle ambascerie sue, con uno spirito ostico e negativo, affatto discordante dalla bonarietà de’ cronisti, egli critica, ride, esagera i vizj e i difetti della Corte bisantina per adulare la tedesca, e vagheggiando la puerile o senile affettazione, e raccogliendo senza discernimento, piacesi sfogare la sua parzialità fin a costo del pudore.

Ciò ne spiega quella sua frase, ripetuta poi a sazietà e quasi oracolo storico, che, quando si volesse dinotare il colmo d’ogni vizio, si diceva romano. Spedito dall’imperatore tedesco a quel di Costantinopoli, che vantandosi del titolo di romano, come tale pretendeva primazia sopra l’occidentale, Liutprando toglie a cuculiarlo, trasmodando nel lodare i Tedeschi, e asserendo che romano non è più che titolo di contumelie e compendio d’ogni improperio. È dunque bassa adulazione questa contumelia, la quale, del resto, il complesso del suo racconto convince ch’egli non la diceva alla Corte bisantina, ma la inseriva solo nella sua relazione per ingrazianire gli Ottoni.

Di buoni storici furono fortunati i Normanni. Gaufrido Malaterra, comandato da Roberto Guiscardo di conservar memoria delle sue imprese, le dedicò al successore di esso. Guglielmo Apulo cantò in cinque libri le azioni de’ Normanni, cominciando magnifico, seguendo rimesso, terminando con orgogliosa bassezza[228]. Ad Ugo Falcando di Benevento la dipintura del regno di Guglielmo il Malvagio acquistò il titolo di Tacito della Sicilia; poi passato a Guglielmo il Buono, non ha parole bastanti ad esaltare la felicità della nazione: il quale rapido tragitto non meno che la retorica eleganza ne rendono sospette le asserzioni. Coraggioso e sensato, previde le sciagure che sull’isola trarrebbe il passare in signoria de’ Tedeschi; e come altri Siciliani anche di tempi più civili, non dissimulava l’odio e lo sprezzo verso i Pugliesi, gente, al dir suo, «di suprema incostanza, avidi sempre del nuovo, agognanti libertà senza saper conservarla; sul campo attendono appena il segno dell’attacco per fuggire; inabili alla guerra, non sanno requiar nella pace»[229].

Matteo Bonello, ricco prelato, scrisse con sentimento la storia di Guglielmo I, di cui fu ministro. Goffredo da Viterbo tirò un Panteon dal principio del mondo fino alle nozze dell’imperatrice Costanza, «avendo (dice egli) per quattro anni, di qua e di là dai mari rovistato tutti gli armadj latini, barbari, greci, giudaici, caldei». Romoaldo arcivescovo di Salerno, ministro di Guglielmo II, avvivò la sua cronaca con preziose particolarità; un’altra di Amato monaco di Montecassino, conosciamo dalla versione francese[230]. Pietro d’Ebulo verseggiò i moti della Sicilia, avverso a re Tancredi: Ricardo da San Germano notajo, testimonio oculare e sincero per quanto ghibellino, delinea i tempi di Federico II. Dalla morte di questo alla coronazione di Manfredi prosegue Nicola di Jamsilla, con parzialità ghibellina, ma con ingenuità carissima. Matteo Spinelli di Giovenazzo dal 1247 fino alla battaglia di Tagliacozzo, ove morì, stendeva un giornale ch’è il più antico in vulgar nostro. Saba Malaspina, l’anonimo Salernitano, Alessandro di Telesa, Nicola Speciale, la cronaca del tempo di regina Giovanna di Domenico Gravina, son robusti ajuti alla storia del Reame, de’ cui scrittori diede il catalogo Francesco Soria.

Ma già colla libertà era cresciuta la coltura, alla cronaca del monastero sottentrava quella del Comune, e l’importanza delle cose esposte rialzava la narrazione e l’associava alla politica, in modo di istruire e allettare, mostrando e sufficienza di cognizioni, e arguta stima degli avvenimenti, e caratteristiche particolarità, e quel movimento che deriva da sentimenti veri. Nella grande agitazione comunale, nessuna città può dirsi mancasse del suo cronista, tanto più che molte nel XII e XIII secolo fecero ridurre in registro tutti gli atti per assicurarli dalle eventualità; e molti se ne valsero per la storia. Arnolfo e Landolfo il vecchio, milanesi vissuti poco dopo il Mille, e primi laici che stendessero civile storia, per quanto difettino d’esattezza, piace udirli esporre l’origine delle contese fra nobili e popolani, fra cherici e secolari, donde restò mutata non solo la costituzione civile, ma la sociale. Il primo mostra la feudalità trafitta dal popolo guidato dai preti, i quali danno le prime libertà. Landolfo mostra gli arcivescovi vincitori dei nobili; poi Landolfo juniore dirà come devoti tribuni vincessero gli arcivescovi imposti dall’imperatore, e facessero trionfare la libera elezione.

Nei tempi del Barbarossa giova correggere il genio repubblicano di sire Raul o Rodolfo milanese (De gestis Frederici) colle inclinazioni imperiali di Ottone Morena magistrato lodigiano (Rerum Laudensium), il quale fu seguitato in tono più generoso e liberale dal figlio Acerbo, che militò col Barbarossa, e morì nella spedizione contro Roma il 1167. Entrambi cedono la mano a Ottone vescovo di Frisinga e Radevico suo canonico, che, l’uno in continuazione dell’altro, tratteggiarono le guerre di cui erano testimonj e parte, non contentandosi più, come i cronisti, d’una sola città e ignorando le vicine, ma abbracciando l’Italia tutta, e osservando alla legalità nell’organica lotta dei due poteri.

Galvano Fiamma (Manipulus florum), dopo ingombrati di baje i primordj della storia milanese, migliora di senno e di colorito accostandosi ai proprj tempi. Pietro Azario narra i fatti dei Visconti con limpida prosa e gustosissima ingenuità, e con un’imparzialità insolita nelle precedenti fazioni. Gherardo Maurisio vicentino scrisse di Ezelino III quando ancora non s’era mostrato ribaldo; onde gli cammina parziale, quanto avversissimi i cronisti di tutte le vicine città, fra cui primeggia Rolandino di Padova. Costui, come maestro di grammatica e retorica, fece opera più ordinata e chiara delle contemporanee, e la lesse davanti ai professori e scolari di quell’università, che l’approvarono, od almeno l’applaudirono.

Albertino Mussato, magistrato padovano, da cui abbiamo le prime tragedie moderne nell’Achille e nello Ezelino, in sedici libri di Storia Augusta magnificò l’infelice tentativo d’Enrico VII contro i tirannelli, in altri otto i successi fino al 1317, poi in tre canti l’assedio posto da Can Grande della Scala a Padova, da ultimo i dissidj che questa sottomisero ai signori di Verona. La continuazione dei due Cortusj nel narrare la laboriosa ribellione di Padova è ben lontana dall’eguagliarne il merito. I due Gattari vedono l’uno il dechino, l’altro la perdita della patria indipendenza, deplorandone le cause, e stendendo le scene della guerra civile anche al resto d’Italia; perocchè già i cronisti volgevano l’occhio anche fuor della terra natale.

Cristoforo da Soldo bresciano va sino al 1468; ma destituito di critica e ineducato, si appoggia alle dicerie, e rozzamente espone ciò che rimessamente pensa. Il Malvezzi trova ne’ disastri nuovi la spiegazione degli antichi. Castel da Castello bergamasco con grossolana verità descrive le miserie a cui la sua patria ridussero le guerre civili fino al 1407. Ricobaldo da Ferrara[231] tuffato tra guelfi e ghibellini, Ferreto da Vicenza favorevole ai tiranni che trionfano, altri ed altri noi giudicammo servendocene. Basti dire che la collezione del Muratori dà le cronache di ben sessantotto città fra il V e il XV secolo, e che la sola Bibliografia storica delle città e luoghi dello Stato Pontifizio empie un grosso volume in-4º con null’altro che il nome degli storici di settantuna città ancora esistenti e di sedici distrutte in quel paese.

Una ignorante gelosia, che i posteri redimono splendidamente, negò al Muratori le cronache piemontesi; fra le quali son prime quelle che sovra le precedenti compilava un Ogerio Alfieri, a torto creduto monaco, finendo al 1294, cui succedette Guglielmo Ventura al 1325, e poco poi Secondino Ventura. Frà Jacopo d’Acqui empì di sogni le origini de’ marchesi di Monferrato nel Chronicon imaginis mundi, ove le molte letture stivò senz’ordine nè discernimento[232].

Alcuni peggiorarono la storia col voler verseggiarla, all’inettezza del narrare aggiungendo la difficoltà del metro. Lorenzo Diacono di Pisa non incoltamente cantò la spedizione de’ suoi contro le isole Baleari: Donnizone, vescovo di Canossa, rimò le azioni della contessa Matilde; un innominato le lodi di Berengario; il Cumano la guerra decenne de’ Lombardi contro Como; Moisè del Brolo i fasti di Bergamo circa il 1120; Gaetano degli Stefaneschi i tempi di Bonifazio VIII; maestro Pietro d’Eboli espose in elegi le guerre fra Enrico VI e Tancredi; Antonio d’Asti le lotte guelfe e ghibelline nella Storia elegiaca della sua patria fino al 1341; frà Stefenardo di Vimercate, ne’ migliori versi della sua età, i fasti milanesi dal 1262 al 95. Poi in italiano Boezio Poppleto e Anton di Boezio cantarono le cose d’Aquila dal 1252 al 1382, la cronaca aretina ser Gorello de’ Sinigardi, la mantovana Buonamente Aliprando, la perugina Bonifazio veronese nell’Eulistea.

A Genova presentavasi in pien consiglio la cronaca di ciascun anno, ed approvata riponeasi negli archivj. Di qui il Caffaro, che fu console e capitanò le patrie flotte contro i Pisani e i Saracini, desunse la sua storia, che per morte lasciò in tronco al 1163. Per pubblico decreto proseguita da Ottobono, da Ogerio Pane, da Marchisio, da Bartolomeo, cancellieri della Repubblica fino al 1264, fu poi commessa a personaggi illustri e consolari, Marino Usodimare, Jacopo Doria, Guglielmo Multedo, Arrigo Guasco marchese di Gavi, Oberto Spinola ed altri che arrivano al 1294: dopo l’intervallo di quattro anni, Giorgio Stella ed altri di sua famiglia e dei Senarega ripigliano fino al 1514; da ultimo Filippo Casoni fa punto al 1700. Sono essi le fonti della storia genovese, parziale sì, ma preziosissima continuità di contemporanei, quale niun’altra città può vantare. Anche Giovanni Bracelli da Sarzana, in buon latino senza ostentazioni retoriche, riandò i fatti dal 1412 al 44, ben informato come cancelliere che era della Repubblica. Altri scrittori indipendenti riempiono l’ufficiale orditura, ma frà Jacopo da Varagine, noto per la leggenda dei santi, nella lunga cronaca di Genova dal trojano Giano fin al 1297 insacca pedantescamente senza vagliare, e v’innesta della morale scolorita.

Giovanni Diacono, vulgarmente fin qui cognominato il Sagornino, buon dicitore mentre dogava Pietro Orseolo II, è il meglio accreditato fra i molti cronisti dei tempi oscuri e congetturali di Venezia, i quali furono eclissati da Andrea Dandolo. Istrutto in leggi e belle lettere, tutto decoro, gravità, amor patrio, e prudenza qual si addice al guidatore di grande repubblica, costui spiegò in latino una storia dall’êra vulgare 1342, esangue e senza critica pei tempi vecchi, pei successivi ricco di documenti, e meno parziale che non aspetteremmo da nobile e repubblicano. Lo continuarono Benintendi de’ Ravegnani, poi Rafaelle Caresini. Pur testè videro la luce la cronaca Altinate, che è piuttosto un nodo di cronache di differente merito; e, più allettativa a leggere se non più feconda di notizie, la cronaca scritta in francese o in francese tradotta dal Da Canale nel 1267. Furono poi nel 1516 assegnati ducento zecchini annui a uno storiografo e bibliotecario di San Marco, che registrasse i fasti patrj; e il primo fu Marcantonio Coccio detto il Sabellico, ma abborracciò; Bernardo Giustiniani erasi appigliato a buoni documenti per indagare l’evo primo, ma si arrestò all’809. E in generale Venezia non fu guari fortunata di storici; nè i suoi mostrano prepotente il bisogno dell’esattezza, e adulando la patria, guastano il conoscerla quanto i moderni romanzisti.

Non vuolsi dimenticare il partito preso in essa fin dal 1296, che gli ambasciadori esponessero al magistrato un ragguaglio della condizione fisica e morale del paese a cui erano spediti; poi nel 1425 fu ordinato di ridurli in iscritto[233], e si conservavano nell’archivio pubblico, donde, forse illegalmente, se ne trassero le copie oggi possedute da privati; e per pienezza dei ragguagli, e per l’opportunità che aveano di conoscere i grandi dappresso, sono preziosissimi fondamenti a quella scienza, che poi fu prostituita col nome di statistica.

Anche Bologna ebbe una cronaca di quasi quattrocent’anni. La napoletana di Matteo Spinelli credesi una contraffazione, e certo il suo italiano è più sciolto che quello posteriore del Malespini. Ma Firenze ci dà le migliori per dettatura insieme e per buon senso e accorta ingenuità. Ricordàno Malespini scrisse nel patrio dialetto quanto «trovò nelle storie degli antichi libri de’ maestri dottori»; e poichè allora erano sinonimi scritto e vero, vi trae il nome di Pisa dal pesare che i negozianti vi fanno le merci, di Lucca dalla luce del cristianesimo ivi portata, di Pistoja dalla pistolenza; fa la chiesa di San Pietro in Roma fondata ai tempi di Augusto, al tempo di Catilina celebrar messa nella canonica di Fiesole, Firenze devastata da Attila[234]; ma con miglior senno e con mirabile pacatezza, quantunque propenso a’ Guelfi, espone gli accidenti di cui fu testimonio egli stesso fino al 1280.

Lo continuò fin al 1312 Dino Compagni, volendo «scrivere il vero delle cose certe che vide e udì; e quelle che chiaramente non vide, scrivere secondo udienza; e perchè molti, secondo le loro volontà corrotte, trascorrono nel dire e corrompono il vero, propose di scrivere secondo la maggior fama». Strani canoni della credibilità, che ci attestano come fosse ancora in fasce la vera storia, uffizio della quale non è soltanto il raccorre fatti, ma cernirli, ordinarli, esporli. Come nelle frequenti magistrature della patria procurava insinuar pace, così nelle scritture; e da tale sentimento trae non di rado veemenza il suo stile, e — Levatevi, o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie, palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non penate più, andate, e mettete in ruina le bellezze della vostra città, spandete il sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore, nieghi l’uno all’altro ajuto e servizio, seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granaj de’ vostri figliuoli; fate come fe Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in dieci anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? pur quella del mondo rende una per una. Guardate ai vostri antichi se ricevettono merito nelle loro discordie; barattate gli onori che eglino acquistarono. Non v’indugiate, miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno». Con sì nobili intendimenti e retto giudizio e gran probità reca nel suo lavoro brevità, precisione, vigore, qual può desiderarsi in istoria semplice e veritiera: eppure rimase ignoto al Villani suo contemporaneo e ai posteri fin quasi al Muratori: oggi s’affollano ragioni per dimostrarlo apocrifo.

Giovan Villani, mercante e magistrato, si condusse a Roma pel giubileo del 1300, e «trovandosi in quello benedetto pellegrinaggio della santa città», la vista di tanti monumenti e la lettura di Sallustio, Livio, Valerio, Paolo Orosio, Virgilio, Lucano ed altri maestri di storie l’ispirarono a narrare gli eventi della sua patria, «per dare memoria ed esempio a quelli che sono a venire, ed a reverenzia di Dio e del beato santo Joanni, e a commendazione della sua città di Firenze». Il che fece in dodici libri, senza pretese di dottrina o prevenzione di sistema, beendo alla grossa le favole antiche; anche lunghi tratti togliendo di peso dal Malespini senza pur indicarlo, non parendo allora plagio ma abilità il giovarsi di chiunque avea preceduto: giunto poi al tempo suo, con gran rettitudine di sentire e ragionare espone i fatti, e non soltanto della patria, coll’efficacia di chi può dire — Io scrittore ho veduto, io sono stato». Pende a parte guelfa senza dissimularlo[235], ma schietto esprime gli schietti sentimenti, incalorendosi nel ragionare della sua patria, raccontando con evidenza affettuosa e talora pittoresca, e distendendosi nelle particolarità, senza dubitare riesca indifferente o nojoso ad altri quel che a lui fu d’interesse. Da mercante che era, si bada sulle cose positive che i contemporanei stranieri negligono; e mentre questi non ci danno che le personali loro impressioni, il Villani procede esatto e intelligente, esamina, paragona, giudica, e alla gravità degli antichi, che non di solo nome conosceva, accoppia la sperienza personale. Tanto positivo nol distoglie dal credere a miracoli e astrologie, debolezza che facilmente gli si perdona. Scarco d’apparato letterario, incondito di grammatica[236], nella legatura delle voci è naturale e analitico; nulla di soverchio, nulla di studiato riempitivo, di forzata trasposizione, di reggimento artifiziato, ma sempre una famigliarità semplice e gioconda. Vero modo, pel quale l’Italia avrebbe potuto elevarsi alla storia originale, se non avesse anche in ciò voluto crogiolarsi nell’imitazione.

Morto dalla terribile peste del 1348, lo continuò il fratello Matteo, in undici libri abbracciando appena sedici anni: evidente ritrattista de’ costumi e degli avvenimenti, pratico del cuore umano e dei viluppi della politica, s’indispettisce al vizio, s’infervora alla libertà, la riverenza religiosa nol rattiene dal rivelare anzi esagerare i traviamenti dei papi, talchè si concilia confidenza e amore. La nuova peste del 1362 lo rapì, e Filippo suo figliuolo filò il racconto di lui sino al 65: uom di studj e chiamato a leggere Dante in cattedra, ha più adornezza e meno ingenuità del padre e dello zio, e nelle Vite d’illustri fiorentini lascia desiderare quel colorito e quel particolareggiare, che formano l’anima delle biografie.

Anche Marchione da Coppo Stefani, pensando «quant’è a grado agli uomini trovare cosa che riduca a memoria le cose antiche, e specialmente i principj delle città e schiatte, si pose in cuore di durar fatica e mettere tempo e sollecitudine in trovar libri ed ogni scrittura, per ricordare a chi n’avesse vaghezza» la storia patria. Fattosi dalla creazione, tirò il racconto dei Villani sino al 1385, narrando le discordie dei Ricci e degli Albizzi che Matteo avea dissimulate. Piero Minerbetti fece una coda troppo inferiore ai Villani che voleva imitare; nè hanno valore i Morelli. I Commentarj di Neri di Gino Capponi fino alla pace di Lodi col vigore e l’evidenza attestano il limpido ingegno di quel destro politico e buon militare, a cui la repubblica affidava da stendere i dispacci più importanti. Giovan Cambi fino al 1480 copiò «da uno libro antico e da darvi buona fede» e riscontrandolo con altri: poi di là segue il suo Memoriale «semplice e puramente senza adornezza di parole», come un mercante che nota dì per dì quel che vede e ode, da tutto traendo riflessioni morali sulla giustizia di Dio, sulla depravazione de’ costumi, sul nulla delle grandezze umane, e, come tutti i Fiorentini, rimpiangendo il buono stato repubblicano, che vedeva andare a rotta. Filippo di Cino Rinuccini dettò Ricordi storici dal 1282 al 1460, donde fino al 1506 li continuarono i figli Alamanno e Neri. E fu abituale fra quegli Ateniesi d’Italia il tenere certi libri che chiamavano Prioristi perchè vi notavano i priori di ciascun anno, e insieme gli avvenimenti principali del loro paese e de’ forestieri, domestica tradizione; carissimi sempre, perchè non lo scrittore, ma l’uomo vi appare; e confortanti quanto il conversare con un vecchio dabbene e ricordevole.

Gli altri innumerevoli cronisti di Toscana si esprimono colla nitidezza e precisione dei popolani, non guasti dalla scuola e dalla pretensione[237]. Le Storie pistolesi, d’ispirazione soverchiamente municipale, danno rilievo alla larga prospettiva de’ Villani. Perugia nel 1366 ordinava si scrivesse «in un libro giallo tutti i fatti della città». Il boccheggiare di Pisa sotto i colpi di Firenze è disegnato da Palmerio; da Guarniero Berni la ruina d’Agobbio; da Manetto le inesauribili fazioni di Pistoja. Di Siena non ci restano storici nel tempo ch’essa teneasi in bilico con Firenze e Pisa; e solo Andrea Dei ne espose i fatti cominciando dal 1186, trasvolando ai tempi antichi e giungendo fino al 1348; di là prosegue Angelo Tura: dal 1352 all’81 servono gli Annali di Neri di Donato. Degli storici di Lucca il più antico è Tolomeo Fiadoni, che narra alla fuggiasca le sorti anche di tutta Toscana dal 1063 al 1303, valendosi del Registro e degli Atti lucensi ora perduti. Succede Giovanni Sercambi, che sentenzioso e compassato tirò una cronaca dall’origine della repubblica fino alla tirannia di Paolo Guinigi, e un’altra sul costui principato, ma con molti errori sul tempo passato, e slealtà sul suo[238]. La storia di Lucca, conservatasi repubblica perchè soccombette la sua gran nemica Pisa, è piuttosto a raccogliersi ne’ suoi archivj, i più preziosi d’Italia dopo quelli di Roma.

Nelle cronache l’autore nè scevera il falso dal vero, nè studia ad esposizione colta e ordinata, ma nota con inconsciente ingenuità quanto vede o sente, riferisce tritamente le vicende delle stagioni, il prezzo delle derrate, le dicerie di piazza; talora l’ingenuità arriva a tal punto che il cronista racconta la propria morte[239]: l’aneddoto la vince sulla storia, si va da frammento a frammento; notizie individue, frivole talvolta, sconnesse sempre. Pure, a tacer che talvolta l’unicità li fa rappresentanti d’un paese o d’un’età, cattivano gli animi come rivelazione dei tempi, e come schietta espressione de’ sentimenti popoleschi e delle passioni accentuate: al loro cessare si esaurisce una fonte di pruriginoso sapore.

E cessar doveano, perchè essi vedono dappertutto l’immediato governo della Provvidenza, castighi e premj in ogni evento, predizioni ed augurj; mentre da poi estendendosi la coltura e complicandosi la politica, i fatti terminavano d’essere istintivi e impetuosi, preparavansi a disegno, si consideravano la concatenazione dei fatti, le remote origini e conseguenze, il che costituisce la storia, la quale è ricordo, avviamento, esame. Ma il sentimento vigoroso che si richiede per riprodurre i fatti, la critica per abburattarli, la ragione austera per giudicarli, l’estesa comprensione per coordinarli, mal si combinano nè coll’entusiasmo de’ cronisti, nè coll’erudizione di quei che vi sottentrano. I quali presero a compilare storie in latino, da contemporanei ancora, ma già mirando all’effetto, e spesso guasti da reminiscenze classiche, per le quali rimangono talora svisati i fatti, più spesso i sentimenti. Il letterato sottentra dunque all’uomo, la penna al battito del cuore, aspettando che arrivi la vergognosa êra delle gazzette: han luoghi comuni e frasi stereotipe, per cui ogni mediocre riesce a raccontare bene, ma a raccontar nulla, con chiacchericcio insulso, colla polemica, colla inintelligenza (anche i più arguti) del gran fatto che arresta il sublime lancio italiano, perchè tutto vedono traverso al prisma romano.

Poggio Bracciolini di Firenze cerca soltanto le vicende guerresche, non dandosi per inteso de’ cambiamenti civili, nè facendoci conversare coi grandi contemporanei, ma riconosce il posto che compete alla bella città, che rigenerata dal magnifico Lorenzo, non vacilla dietro a partiti interni, ma osserva la generale politica, e cerca soluzioni generali alle particolari evenienze. Anche Bartolomeo della Scala tessè una storia di quella città fino alla calata di Carlo VIII. Leonardo Bruno d’Arezzo, stando a Roma segretario apostolico, vide e tratteggiò i miseri subugli di questa metropoli; eletto cancelliere di Firenze, ne distese la storia fino al 1404: scrittore accurato della frase e del periodo, richiesto da principi, visitato da forestieri, lasciò pure versioni dal greco, e vite e lettere, da cui noi razzoleremo la storia letteraria del suo tempo. Con maggior arte è stilato l’episodio della congiura de’ Pazzi, con cui Agnolo Poliziano ripagava i Medici della concedutagli protezione.

Giovanni Cavalcanti narrò le cose toscane dal 1420 al 52, guelfo di persuasione, idolatro di Cosmo de’ Medici; il Machiavelli se ne prevalse senza indicarlo. Pedante benchè toscano, non possiede nè l’ingenuità del Trecento, nè la meditata purezza del Cinquecento; guasta la cara favella materna con crudi latinismi, manierati aggettivi, frasi attorcigliate, concioni retoriche; e di mezzo a ciò modi plebei più rilevati dal tono cattedratico. Dirà latino per italiano, queriti i cittadini; e descrivendo gli orrori della presa di Brescia, si trastulla sulle parole.

Vespasiano de’ Bisticci, erudito librajo, lasciò vite di suoi contemporanei, neglette per lo stile, buone per le cose, talvolta care per naturalezza, sempre di virtuosi sentimenti. Oltre il Libro dei detti e fatti di re Alfonso per Antonio Bocadelli detto il Panormita, di quel re ci diede la storia Bartolomeo Fazio della Spezia, più sollecito della elegante latinità che di cercare il vero, benchè fosse testimonio dei fatti. Lucio Marineo siculo, per incarico di Fernando il Cattolico, scrisse in latino le imprese di questo e di suo padre adulando. Pandolfo Colenuccio da Pesaro compendiò la storia napoletana fino a’ suoi giorni: Pier Paolo Vergerio dettò quella dei Carraresi con eleganza; Daniele Chinazzo da Treviso in italiano la guerra di Venezia con Genova: il Plátina la storia di Mantova e dei papi, fondandosi sopra documenti; e se la passione troppo spesso il traviò, ben era raro al suo tempo questo dubitare delle asserzioni antiche. Giorgio Stella racconta la Genova dei dogi, desiderando che, pel bene dell’umanità, i nomi de’ Guelfi e Ghibellini fosser dispersi dalle memorie: quasi non fossero il necessario nodo della storia d’allora.

La prima cattedra di storia che si ricordi, fu eretta a Milano per Giulio Emilio Ferrario novarese; poi Andrea Biglia agostiniano raccontò fedele e non inelegante i fasti di quella città dal 1402 al 31. Pier Candido Decembrio, vissuto alla corte di Filippo Maria Visconti, poi caldo della Repubblica ambrosiana, al cadere di questa passò a Roma e altrove in servizio di segretario; ripatriato, scrisse le vite di esso Filippo Maria, dello Sforza, di Nicolò Piccinino, e una cronaca de’ Visconti, piena d’ingenue particolarità al modo di Svetonio, ma senza la costui purezza. Giovanni, fratello del famoso segretario Cicco Simonetta, celebrò Francesco Sforza, al quale era stato sempre a fianco, adulando ma non smaccato, sempre chiaro, spesso elegante, ma senza la vivacità che impreziosisce i contemporanei. Tristano Calco seguì la storia dei Visconti di Giorgio Merula; poi vistola fracida di favole dello scrigno di Annio da Viterbo, la rimpastò traendola sino al 1323, con critica delle fonti e buono stile. Contemporaneo suo Bernardino Corio, cameriere di Lodovico il Moro, compiva la più divulgata storia milanese, in un vulgare barcollante; parabolano nelle cose vecchie, particolareggiato e ricco nelle contemporanee, sebbene poco intelligente, e copiando, quasi traducendo il Simonetta.

Questi autori ci conducono fin valico il medioevo, e fin a quelli che meritano il titolo di storici. A chiarire e interpretare essi autori, massime pei secoli più muti di luce, a supplirne le mancanze, ad accertarne i tempi, soccorrono le lapidi e le monete, come per la storia antica; ma vi si aggiunge una dovizia di documenti. Sono la più parte scritture pagensi, cioè d’affari privati: per entro le quali lo statista aguzza l’occhio a scovare le traccie del popolo e il carattere delle società nella natura de’ possessi e de’ contratti; il cronologo se n’ajuta a disporre i successi per anni, primo passo a connetterli e intenderli; la storia ne ricava le tinte onde incarnare gli aridi contorni de’ cronisti.

Di che scabrezza sia un tale lavoro, non può valutarlo se non chi v’abbia steso le mani; onde si trova più facile, e perciò è più consueto il deriderlo come erudita pedanteria. E di beffardi, sturbatori della scienza e martirio degli operosi, non fu penuria in verun tempo; ma neppure di rassegnati, che rinvergarono con pazienza, interpellarono con sincerità questi testimonj del passato, pur ignorando che cosa deporrebbero. Già nel Cinquecento (secolo che per farnetico dell’antichità classica recavasi a schifo come barbarie e ignoranza tutto ciò che avesse attacco al medioevo) v’ebbe cronisti e storici che nei loro racconti intarsiarono documenti. Su questi elaborò la sua Storia del regno italico dal 281 al 1200 Carlo Sigonio, il primo che penetrasse in quell’inesplorata boscaglia. Sfiorò esso gli archivj tutti d’Italia e singolarmente della Lombardia, per sè o per mezzo d’amici esaminò i Monumenti; e il catalogo di questi, pubblicato il 1576, desta meraviglia, per quanto le cresciute cognizioni l’abbiano convinto di molti errori e di ben più mancanze[240].

Dei documenti si valsero il Sabellico e il Giustiniani per la storia di Venezia, il Borghini ne’ Discorsi storici sopra Firenze, il Corio ora detto, il San Giorgio di Biandrate nella cronaca del Monferrato sino al 1490, Gioffredo della Chiesa in quella di Saluzzo fin al 1419, primo che de’ paesi subalpini scrivesse in italiano; Benedetto Giovio nella Storia di Como; e più tardi il Tatti negli Annali ecclesiastici della stessa città, quando anche il Campi nella storia di Cremona, il Martorelli in quella di Osimo, il Pellini in quella di Perugia[241], l’Ughelli nell’Italia sacra, il Cinonio nelle Vite dei pontefici, il Puccinelli nell’Ugo il Grande, il Gallarati nei Monumenti novaresi, il Guichenon nella Casa di Savoja, il Compagnoni nella Reggia picena. Uno de’ migliori il Ghirardacci nella Storia di Bologna (di cui non s’ha alla stampa che fino al 1425) mancò dell’arte di disporre, e narrò quasi sempre incolto; ma offre tal suppellettile di notizie e documenti, che pur beati se tutte le città ne apprestassero tanti.

Conosciutane l’utilità, si fecero raccolte sia de’ cronisti, sia de’ documenti, e prima da forestieri, giacchè ci vennero da Francoforte gli Scriptores Rerum Sicularum e i Rerum Italicarum Scriptores varii; da Parigi Ugo Falcando, e le Cronache Cassinensi di Leone d’Ostia e di Pietro Diacono; da Rouen Guglielmo Apulo; da Spagna la Cronaca di Gaufrido Malaterra; da Augusta il Ligurino del Guntero sulle imprese del Barbarossa; da Lione il Codice Longobardo, e gli Annali Toscani di Tolomeo Fiadoni; da Magonza Anastasio Bibliotecario. Gilberto Cognato nella Sylva variarum narrationum ci dava l’Origine de’ Guelfi e Ghibellini di Benvenuto da San Giorgio; il Menkenio nelle Cose germaniche stampava la cronaca di prete Andrea da Bergamo; Eckardt nel Corpus historicum medii ævi quella del Jamsilla dal 1210 al 1258; Bongarsio ad Annover il Liber secretorum fidelium crucis di Marin Sanuto; i Bollandisti molti atti dei nostri santi; altre novità la Bibliotheca Patrum, e il Baluzio nelle Vite dei papi avignonesi e nella Miscellanea di vecchi monumenti; e Rymer negli Atti editi a cura del Governo inglese; e Grevio e Burmann nel Tesoro delle antichità d’Italia a Leida. Altre apparvero ne’ Glossarj del Ducange, del Carpentier, dell’Adelung, nelle Centurie di Magdeburgo, nella Biblioteca del Fabrizio, nelle Raccolte diplomatiche di Dumont, Martène, Durand, nel Tesoro novissimo di Pertz, negli Scrittori di cose brunsvicesi del Leibniz, nel Diarium italicum del Montfaucon, nelle Raccolte del Goldast, del Mabillon, del Wadding, del Tillemont, e principalmente nel Codice diplomatico d’Italia del Lünig.

Fra noi erano già comparse le raccolte del Bullario Romano per ordine di Sisto V[242], il Bullario Cassinese del Margarini, e il Tesoro Politico contenente relazioni d’ambasciadori veneti; poi nel secolo passato crebbe tale sollecitudine. Una Società Palatina di nobili milanesi stampava opere di patria erudizione, e principalmente i Rerum Italicarum Scriptores del Muratori, disposti con ordine e con savie note e prefazioni[243]. Vi servono di complemento gli Italicæ Historiæ Scriptores dell’Assemani, i Rerum Italicarum Scriptores ex florentinæ bibliothecæ codicibus del Tartini, la Collectio anecdotorum medii ævi ex archivis pistorensibus del Zaccaria, la rarissima del Mittarelli Ad Scriptores Rerum Italicarum accessiones historiæ faventinæ, la raccolta delle più rinomate storie e delle cronache di Napoli.

Alla cognizione del medioevo recavano sussidj nuovi Giorgio Giulini con dodici volumi di Memorie spettanti al Governo e alla descrizione della città e campagna di Milano ne’ secoli bassi, paziente alle ricerche se inetto alle induzioni; l’abate Fumagalli e i suoi Cistercesi colle Antichità Longobardiche Milanesi, col Codice Diplomatico Santambrosiano, ricco di ben centrentacinque documenti dal 721 all’897, e colle Istituzioni Diplomatiche. L’Argelati, scarso di critica e discernimento, ragionava delle monete italiche, e catalogava gli scrittori milanesi; l’Allegranza, il Sassi, l’Oltrocchi, il Bona illustravano i riti e le antichità ecclesiastiche: Gian Rinaldo Carli, oltre le Antichità Italiche, discorreva delle monete e zecche d’Italia, disaminate pure da Vincenzo Bellini e da Guid’Antonio Zanetti[244]. Il canonico Lupo, raccolse nel Codice Diplomatico Bergomense preziosi documenti dal 740 al 1190, nel prodromo molti punti della nostra costituzione politica ravvisava con un acume che verun contemporaneo uguagliò. Centinaja di diplomi erano dati dal Corner nei diciotto volumi de’ Monumenti della Chiesa veneta, dal Rossi in quelli della Chiesa d’Aquileja, dal Brunacci e dal Gennari in quelli di Padova, dal Vairani in quelli di Cremona, dal Moriondi in quelli d’Acqui, da Jacopo Durandi nelle Notizie dell’antico Piemonte, delle cui leggi e della pratica legale trattavano il Galli e il Duboin; dal Fiorentini e dal Mansi nelle Memorie della gran contessa Matilde, dal Pellegrini nella Storia dei principi longobardi, dal Carlini nella Pace di Costanza, da Placido Troilo nella Istoria generale del regno di Napoli, da Giovanni de Vita nel Thesaurus Antiquitatum Beneventanarum medii ævi. Il gesuita Zaccaria, negli Excursus Litterarii per Italiam ab anno 1742 ad 1752, molti monumenti produsse di civile ed ecclesiastica erudizione. Giambattista Verci si mostrò infaticabile a cercar documenti, generosissimo a pubblicarli, buon cristiano a esaminarli, e arguto a trarne cognizioni nuove o emenda di vecchie nel Codice Ecceliniano e nella Storia della Marca Trivigiana in venti volumi, di ciascun de’ quali due terzi sono documenti.

Intanto dal maronita Assemani era data fuori a Roma la Bibliotheca Orientalis Clementina Vaticana; dal Cenni il Codex Carolinus, che chiarì la donazione di Carlo Magno ai papi; dal Mansi la collezione più compiuta de’ concilj, oltre migliorare le opere del Baronio e del Pagi. Marco Fantuzzi ne’ Monumenti Ravennati stampava ottocensessantacinque fra documenti ed estratti, dal VII secolo ove finisce la preziosa raccolta dei papiri del Marini, fino al XVI. Scipione Maffei nella Storia Diplomatica chiariva e combatteva il Mabillon, e nella Verona Illustrata mostravasi modello non solo dell’attento raccogliere, ma del savio argomentare. Di monsignor Giusto Fontanini, il quale, più ricco di vanità che d’ingegno, erudizione e buona fede, pedantescamente miope e sofistico senz’acume, trattò molti punti, massime ecclesiastici, e diè la storia dell’Eloquenza italiana, i moltissimi errori e le infinite omissioni riparò Apostolo Zeno, dal quale son pure a domandare i giudizj intorno agli storici italiani che hanno scritto latinamente. Aggiungiamo le Delizie degli eruditi toscani, pedantesca compilazione del padre Idelfonso, del Mansi, del Lami, senza scelta nè confronto di codici, nè fedeltà di lezione, sicchè non si può valersene a fidanza. Dal Lami furono aggiunti i monumenti della Chiesa di Firenze; i duchi e marchesi di Toscana dal Della Rena e dal Camici; i Sigilli Antichi dal Manni; i Scelti diplomi pisani e le dissertazioni sulla storia di Pisa dai Dal Borgo, su quella Chiesa dal Mattei, su quegli statuti dal Valsecchi; gli Aneddoti pistojesi dal Zaccaria: oltre i documenti, comunque disordinati e per tutt’altro intento, che accumularono esso Lami nell’Odeporico, e il Targioni Tozzetti ne’ Viaggi, opportunamente adoprati e cresciuti dal Repetti nel Dizionario geografico.

Molte storie municipali furono appoggiate ai documenti. Tale la comasca di Giuseppe Rovelli, che ne’ discorsi preliminari poneva savie riflessioni sullo stato d’Italia alle varie epoche, supplendo col buon senso e colla dottrina legale alla scarsezza d’erudizione. Pel Friuli avemmo le notizie del Liruti, e la dissertazione sui servi del medio evo, oltre la Patria del Friuli descritta da Franco Berretta; per la Valtellina le dissertazioni del Quadrio sulla Rezia di qua dall’Alpi, guaste da un falso amor di patria; per la marca Trevisana monsignor dell’Orologio; per Ferrara il Frizzi; per Reggio la storia fin al 1264 dall’Affaroso, per Parma e Guastalla dall’Affò, per Brescia dal Biemmi, per Monza dal Frisi, per Rimini da Battaglini e Zanetti, per l’Agro Piceno dal Colucci, per Bologna dal Savioli, per Pistoja dal Fioravanti, per la Garfagnana dal Pacchi, per Mantova dal Visi, per Perugia dal Mariotti. Le chiese veronesi ricevevano illustrazione dal Biancolini, il diritto e le costituzioni di Milano da Gabriele Verri[245], e la sua Chiesa dal Puricelli, dall’Allegranza, dal Sassi[246], dall’Oltrocchi[247]: i senatori di Roma da Vitale e Vendettini, da Galletti il primicerio, le sue arti dal Minutoli, dal Coronelli, dal Ficoroni, dal Bosio, dall’Aringhi. Il Tiraboschi, oltre il Codice diplomatico di Modena, porgeva la storia della badia di Nonantola, e i monumenti degli Umiliati; quelli de’ Cistercensi il Tromby, de’ Camaldolesi il Costadoni e il Mittarelli, de’ frati Gaudenti il Federici, poi de’ Domenicani il Razzi ed ora il Marchese.

Le genealogie d’alcune case porsero occasione a rivendicare in luce nuovi rogiti e diplomi, come la famiglia Carafa e diverse altre nobili per Biagio Aldimari, la Sforza e i duchi d’Urbino per Rinaldo Reposati, i conti Guido pel padre Idelfonso[248] e per Scipione Ammirato, la famiglia Conti per Andrea Salici, de’ Monaldeschi pel Ceccarelli, le bolognesi pel Leandro Alberti, le vicentine pel Castellini e, a tacer altri, le estensi pel Muratori, modello di ampia erudizione e di savia se non disinteressata critica[249]. Aggiungi molte biografie, come l’Ambrogio camaldolese del Mehus, il Marsilio Ficino del Brandini, il Trivulzio e il Filelfo del Rosmini, la contessa Matilde del Fiorentini.

Nelle contese di supremazia della curia romana coll’Impero e con altri Stati bisognò appoggiarsi a carte[250], e principalmente nella famosa disputa della chinea, tributata a Roma nel regno delle Due Sicilie. Al qual paese fu apprestata larghissima messe nella Biblioteca Napoletana del Toppi colle Copiose addizioni del Nicodemo, nel Delectus scriptorum rerum neapolitanarum del Giordani, nel Corpus scriptorum e dei cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna (1845) di Del Re, nella Bibliotheca Sicula e nelle Bullæ et instrumenta panormitanæ ecclesiæ del Mongitore, negli atti di Federico II del Carcani, Codex diplomaticus del De Giovanni, nella Biblioteca degli scrittori siculi sotto gli Aragonesi di Rosario De Gregorio, da cui pure la Collezione delle cose arabe spettanti alla storia siciliana, ove la famosa Chronica saracenica sicula avuta d’Inghilterra dal Gobbart; dalle quali raccolte esso De Gregorio trasse eccellenti considerazioni. Si aggiungano il Codice Diplomatico arabo-siculo dell’Airoldi; le Memorie e la Biblioteca storica del Caruso con monumenti dal VII secolo fino al 1282; la incompiuta della badia di Montecassino del Gattola; la storia ecclesiastica di Nola del Remondini, di Monreale del Grassi, che diè pure i monumenti per la Sicilia; la storia de’ principi longobardi del canonico Pratillo; quella delle leggi e magistrati del Regno del Grimaldi; la Sicilia sacra del Pirro.

Sul commercio e le finanze portarono lume il Filiasi, il Marini, il Fanucci, il Marsigli, il Pagnini[251]. Il Mansi trattava degli spettacoli e del lusso: Pier Luigi Galetti pubblicava iscrizioni, disposte secondo i paesi, cioè Venezia, Bologna, Roma, marca d’Ancona, Piemonte. Nelle Barbarorum leges antiquæ il Canciani per ordine e critica rimase troppo inferiore alle raccolte fattesi dappoi. Contende egli che il diritto romano persistette nel medio evo[252]; tesi già sostenuta da Donato Antonio d’Asti napoletano[253], e che pure come nuova di zecca hanno ammirata i nostri quando ce la presentò il tedesco Savigny, allora appunto che più severi eruditi mostravano con quante riserve la si dovesse accettare.

In gran conto erano allora tenute le immunità, fossero le ecclesiastiche, o de’ Comuni, o de’ corpi civici, salvaguardie potenti d’una libertà, che i principi ammodernatori conculcarono, e gli statisti ammodernatori tentano invano supplire: laonde si raccoglieva solertemente che che vi si connettesse, dibattevasi a lungo se sul tal possedimento avesse l’alto imperio un re o un abate o il papa, se il tal parlamento o senato potesse negar l’imposta o interinare un decreto; quistioni antiquate dacchè il libero nostro secolo derise le franchigie particolari, e affastellate le offerse in olocausto ad un potere unico, centrale, non rattenuto dalle tradizionali consuetudini, ma al più da qualche carta improvvisata o ricalcata e senza garanzia di stabilità.

Ma non basta adunare ricca suppellettile di notizie, perocchè, come ogni altra scienza, la storia non è una raccolta ma un’interpretazione di fatti; sicchè alla ricerca deve farsi seguire la discussione, saper interrogarli con quell’acume che trasforma in verità ciò che altri riferisce senza pure intenderlo, distribuirli con accorgimento, esporre con candidezza, darvi significato, carattere, alito di vita. In questo campo non mietè abbastanza l’Italia. Chi potrebbe oggi più leggere nell’Aretino la guerra Gotica, nel Fino e in Tommaso d’Aquileja la guerra d’Attila, quella di Federico Barbarossa in Cosimo Bartoli, la vita di Carlo Magno nell’Acciajuoli o nell’Ubaldini, il regno d’Italia sotto i Barbari nel Tesauro o in Ericio Puteano, le storie longobarde nel Rota, la italiana in Girolamo Briano o in frà Umberto Locato[254] e in altrettali, meri esercizj di penna o inette compilazioni? L’elegantissimo descrittore Carlo Botta nel ricco suo frasario non trovava epiteti abbastanza ingiuriosi pel medioevo; egli declamatore perenne, e compilatore di libri già pubblicati, nè paziente a cercar la verità, nè severo ad esporla. Seco s’aduna la caterva de’ servili alla moderna accentrazione, e de’ ligi alla scuola enciclopedista, che tutti futile dispregio o cieca idolatria, non descrissero il medioevo se non per astrazioni e luoghi comuni, cioè tenebre condensate, universale ignoranza, regresso d’ogni civiltà, conculcamento d’ogni dignità umana, trapotenza di preti, ghiotta infingardaggine di frati, concatenata usurpazione di pontefici, eccidj fraterni, repubblichette. L’età il cui grido era Dio lo vuole, poteva essere intesa da quella che ripeteva solo Il re lo vuole? E noi ribattiamo questo chiodo perchè crediamo che la peggiore qualità d’un tempo o d’un uomo sia la debolezza, e tanto più quando si vanti di forza.

In altra sfera vanno collocati il Machiavello e il Vico, precursori di quella che poi dagli stranieri comprammo col nome di filosofia della storia. Il primo, nel quadro del medioevo che antepose alle sue Storie fiorentine, sotto la minutezza dei fatti investiga le idee generali: ma quel caos inaspa il suo sguardo, la ancora scarsa erudizione non bastava ad avviarlo, e di raccorre tutti i frutti gl’impediva la preoccupazione politica, la quale era tanta, che di lettere e d’arti non fa quasi cenno, egli vissuto nella città più colta de’ mezzi tempi. Affatto pagano poi di sentire, la società civile non misura che sul modello antico, separata dalla giustizia e svolgentesi nella libertà; e sempre iroso a que’ pontefici, che pur erano a capo dell’incivilimento[255].

Giambattista Vico considerò il genere umano come un uomo solo che procede sotto la mano di Dio, ma rinchiuso entro un circolo fatale, dove avanzato che sia, dee retrocedere per corsi e ricorsi inevitabili. Il medioevo non parvegli dunque che una ristampa dell’evo eroico: che se ciò lo rimoveva dal vilipendere questa evoluzione provvidenziale dell’umanità, gli toglieva di valutare il compimento e l’attuazione del cristianesimo in esso avvenuti, e che devono impedire per sempre il ritorno della barbarie.

Solo un’indagine improba eppure amorevole, una meditazione estesa eppur profonda, una critica severa eppure non dispettosa potevano condurre a intendere tempi, in cui dell’antica società tanti sfasciumi ancor sussistevano, mentre la nuova non era per anco costruita; tempi coordinati in maniera, che la storia loro era storia della Chiesa, e di questa formava parte primaria la storia d’Italia, in grazia dei papi. Perciò torrenti di luce vi addusse il cardinale Baronio, che nello stendere gli Annali della Chiesa profittò dell’archivio più ricco, qual è il vaticano, pubblicando un profluvio di documenti, e principalmente di lettere, fonte opportunissima[256], vagliandoli con dottrina multiforme, e traendone la verità con metodo, chiarezza, precisione, e con una lealtà, nè tampoco contrastatagli dagli avversarj più risoluti[257]. Fra tanta farragine, era impossibile non inciampasse in falso, e ne lo corressero il Pagi e il Mansi, per nominar solo i nostri. Dal 1198 fino al 1565, tempi di più copiosi materiali, lo continuò Oderico Rainaldi critico non altrettanto assennato: ma questi due rimarranno sempre il repertorio più dovizioso e la storia più pregevole de’ mezzi tempi[258].

Lodovico Muratori, immenso dotto che non lasciò intentata veruna parte del campo dell’erudizione, e per giudicare del quale bisognerebbe sapere quanto egli seppe, in sei grossi volumi latini pubblicò le Antichità Italiche del medioevo, sotto distinti titoli riunendo quel che dalla sua raccolta degli Scrittori di cose italiane gli risultava intorno al regno d’Italia, ai consoli, alle monete, al vestire, a mangiari, giuochi, riti, investiture, feudi, sigilli, arimanni, repubbliche, tiranni, lingua, guerra, e così via. Siffatta segregazione di parti distrae da quell’unità di veduta, dalla quale soltanto deriva un giusto concetto del medio evo. Pure egli seppe ricorrere a fonti variatissime che ad altro occhio sfuggirebbero, e ne dedusse varietà e punti d’aspetto, che se oggi compajono o scarsi o comuni, erano maravigliosi per allora; un’infinità di quistioni snodò, altre ne propose chiaramente, il che è già un avviamento a risolverle; molte baje rimosse, molte dubbiezze ripianò, molte verità pose in sodo; col buon senso supplì più volte a ciò che non dava l’erudizione, sicchè di rado riesce fallace se anche spesso è riconosciuto incompleto. Peccato ch’egli siasi dispensato dall’esaminare e paragonare le istituzioni germaniche, delle quali tanto ritraevano le italiche!

Poi, con una celerità che somiglia a portento, compilò gli Annali d’Italia, ove per anni dispose gli avvenimenti della nostra patria dall’êra volgare fino all’età sua. Le date controverse si trovano in lui discusse, e il più spesso noi lo seguiamo: ove non colse, scegliemmo quella che ci risultò migliore da indagini, delle quali risparmiamo la noja al lettore. La forma prescelta il costringeva a separare i fatti dalle cause loro e dalle conseguenze, e quindi gli toglieva ogni spaziosa prospettiva; espose poi con una vulgarità che disabbellisce fino il vero[259]: pure gli durerà perenne il titolo di padre della storia italiana, e da lui è forza pigliar le mosse non solo per trattare dell’Italia, ma dell’età media in generale.

Per gli Estensi, al cui soldo viveva, più volte egli ebbe a combattere le pretensioni della Corte romana; e, debolezza della nostra natura, l’uomo nelle quistioni suole incalorirsi in modo da perdere il senso del vero, se anche sulle prima l’avea. Il Muratori serbò sempre rispetto verso i papi; non ne dissimula le taccie, ma non le esagera, critico sì ma riverente. Udito che a Roma i falsi zelanti, che sogliono peggiorar le cause anche migliori, armeggiavano per far proibire l’opera di lui, ne scrisse al pontefice; e Benedetto XIV gli rispose, aver bensì trovato nelle opere di lui qualche passo riprensibile intorno alla dominazione temporale, non essere però mai venuto nell’intenzione di sottoporle a censure, persuaso che un uom d’onore non devasi conturbare per materie non concernenti il dogma nè la disciplina.

Tutt’al contrario, Pietro Giannone, nella Storia civile del regno di Napoli, a modo di avvocato affastellò quanto venisse opportuno alla sua tesi, copiando a man salva altri autori, senza accennarli nè curare tampoco di unificarli, purchè garrissero le usurpazioni della Corte romana, tanto ardita da voler vincolare la onnipotenza dei re siciliani, contro della quale più tardi non restarono che le diátribe e le insurrezioni: confondendo tempi e costumanze, restringendo la vista al suo territorio, invece di paragonare cogli altri paesi, dà aria di prepotenza e d’intrigo a ciò ch’era piana conseguenza di dogmi generalmente accettati.

Il Risorgimento d’Italia di Saverio Bettinelli per un certo calore, che, se non porge, lascia intravvedere la verità, si discerne tra le futili produzioni del secolo passato. Le Rivoluzioni d’Italia di Carlo Denina, di sufficiente imparzialità e di viste non profonde ma estese, possono ancora raccomandarsi come libro elementare. Il difendere le istituzioni ecclesiastiche come egli fece, trovasi comune a tutti gli storici leali[260]; eppure la lealtà era merito raro, quando la storia si facea facilmente mediante le sentenze, la dissertazione e la declamazione, e veniva riducendosi in una gran congiura contro la verità. Della quale era campione Voltaire, che anche troppo si occupò delle cose italiche, principalmente nel Saggio; e pedissequo di lui con maggiori studj l’inglese Gibbon, la cui Storia della decadenza e caduta dell’impero romano abbraccia tutto il medioevo italiano. Di amplissima erudizione, ma freddo schernitore, non conosce entusiasmo, non crede ad eroismo o a sagrifizj, sieno a vantaggio della Chiesa, della patria o della scienza; travolge le intenzioni dove non osa i fatti, e con una celia o con qualche lubricità sverta le fame più intemerate. Idoli entrambi dell’età passata, si trovò chi ardì affrontare gli scherni e i soprannomi per combattere i loro pregiudizj, e strappare il manto porporino che ne copriva l’inumano egoismo.

Meglio di qualunque nostro i materiali adunati compaginò un ginevrino, che gloriavasi d’origine italiana, e che fra noi lungamente dimorò, e le cose nostre affezionò sempre, Sismondo de’ Sismondi. Quell’esposizione sua famigliare; l’attenzione allargata ai fatti contemporanei di tutta Europa; l’evitare i trabalzi, cercando la connessione degli avvenimenti parziali col punto di azione comune d’un dato tempo; la felice scelta di quelle particolarità, le quali presentano l’allettativo d’una storia municipale, mentre egli sa intarsiare ciascuna colle vicine, e indicarne le cause e lo spirito; la costanza nelle vedute che al suo tempo pareano liberali, e che prima di morire egli si udì rinfacciare come aristocratiche; un invariabile rispetto per la dignità dell’uomo, un interesse continuo per la classe più numerosa, una predilezione decisa per la forma di governo che nel medioevo prevaleva in Italia, senza quella cieca deferenza pei re che da un secolo era l’alito degli storici, fanno che non v’abbia colta persona che non voglia averlo letto, e a lui attinge le cognizioni e i sentimenti la gioventù.

Ma prima di tutto egli difetta d’ordine. — L’Italia ne’ tempi di mezzo offre tale un labirinto di Stati uguali e indipendenti, che a ragione si teme smarrirvi il filo. Noi non ci dissimuliamo quest’essenziale difetto dell’argomento assuntoci; ma quand’anche i nostri sforzi fallissero, il lettore vorrà saperci grado di quel che femmo per raggiungere l’intento». Queste parole della sua prefazione adduciamo più a nostra scusa che a sua incriminazione, troppo noi sapendo quanto lo sminuzzamento dell’Italia tolga che o la rarità de’ fatti renda spedito il racconto, o la loro importanza gli rechi interesse: ma in quel labirinto egli non cercò orientarsi col filo delle idee; ravvicina e aggruppa gli eventi e li drammatizza, ma nulla più; e alla giusta intelligenza di secoli eminentemente cattolici gli metteva ostacolo non tanto l’arida negazione calvinica, quanto la filosofistica disistima per le istituzioni vitali di quel tempo. In conseguenza muove da convenzionali assiomi per giudicare le specialità d’un tempo; nelle controversie tra i principi e i preti parteggia sempre coi primi, egli che pur sentenzia sempre pei popoli contro i principi; trova ridicole quelle quistioni, sotto la cui forma si producevano i capitali problemi economici e governativi; non vede che una trica da sacristia in quella guerra de’ preti a Milano, che diede occasione all’emancipazione comunale; pretenderebbe che Gregorio VII, Innocenzo III, Tommaso d’Aquino, non solo avessero le idee, ma usassero il linguaggio di De l’Olme o di Rousseau.

D’altra parte egli, intitolando Storia delle repubbliche la sua, saltò di piè pari la fasi più problematica del nostro medioevo, vale a dire l’invasione dei Barbari, lo stato di conquista, la feudalità. Soltanto dallo studio di questi può raccogliersi la trasformazione del mondo romano nel nuovo; laonde egli il cardinale problema della formazione de’ Comuni non isnoda, ma recide, facendone una concessione, da re Ottone prodigata onde umiliare i contumaci vassalli; di maniera che ad un re straniero dovrebbe attribuirsi il merito d’un ordine di cose, al cui svolgimento i re stranieri furono sempre l’ostacolo maggiore. Poi in Italia fino al Mille s’era chiamato regno la metà superiore; dappoi questo nome passò a indicare il paese meridionale; estese porzioni della penisola durarono costantemente a dominio di dinasti: ond’egli, prefiggendosi di descrivere le repubbliche, avrebbe dovuto decomporre la storia nostra, se fortunatamente non avesse rotto le barriere che improvvidamente si era poste, e non si fosse affezionato agli ultimi Svevi e avversato agli Angioini, quanto già per amore dei Milanesi e de’ Veneziani riprovava il Barbarossa e Massimiliano[261].

Parte vitale nella storia d’Italia sono le arti e le lettere. Saverio Quadrio e Mario Crescimbeni aveano già diretto pazienti ricerche sulla letteratura, ma soffogando fatti vitali sotto insignificanti particolarità: e di ciò ha peccato pure Girolamo Tiraboschi. Con solerzia disseppellì nomi, accertò date e titoli di libri in modo da ben poco lasciar da correggere e supplire; ma nulla più; non seppe esaminare l’intento degli autori, non assimilarsi ai tempi, non connettere l’andamento letterario colle grandi quistioni, sotto la cui varietà ad ogni suo passo l’umanità riproduce i problemi sociali; non presentare insomma la letteratura come espressione della civiltà. Invece di giudizj proprj, appoggia o riprova gli altrui, limitandosi a metterli a fronte, e pretendendo conciliarli anche dove è men possibile; pronto sempre a ridirsi quando altri, fosse pure il ciclico Andres, gli oppongano argomenti o anche soltanto asserzioni[262]. Del resto, non grazia di linguaggio, non scelta d’immagini, non cura di rendersi piacevole, non costante elevazione del pensiero; nè si accorse quanti fatti letterarj sfuggano inavvertiti, a segno che per iscriverne la storia bisogna, collo studiare l’immaginazione e la natural legge de’ suoi sviluppi, compiere i documenti che ci pervennero mutilati, e domandarne alla scienza dello spirito umano.

Alle dispute cronologiche sostituite l’analisi de’ libri, siano pur inconcludenti da non meritarla, o così capitali da non bastarvi; moltiplicate que’ ravvicinamenti di altre letterature, di cui difetta il nostro; animate la vita degli autori cogli aneddoti, pei quali si dimentichi la fisionomia generale del tempo; il tutto spolverate coi frizzi irreligiosi e cogli epigrammi disumani della bottega di Voltaire, e avrete travestito il gesuita Tiraboschi nell’enciclopedistico Ginguené. La sciagurata inclinazione a raccogliere e tracannare tutto ciò che ne piove di Francia, od è pensato e scritto alla francese, fece raccomandato alla gioventù anche questo libro; per modo che la storia del paese che è centro del cattolicismo s’impara sopra un autore calvinista ed uno incredulo. Ma come osare di muoverne lamento se non sappiamo apprestar nulla di più piacevole a chi legge, di più ragionevole a chi pensa?

Uno straniero venne in Italia, come usano gli oltramontani, per farvi una passeggiata, lodarne il sole e le donne, dare un’occhiata, e oracolare sentenze, tutte sapienza di sensi: ma albergatosi a Roma, prese vaghezza delle arti, e cominciò a studiarle; e sempre colla valigia disposta al ripartire, vi rimase trent’anni. Dei suoi studj fu frutto la Storia delle arti, dove esso D’Agincourt, sebbene non guarito dallo sprezzo filosofico, raccolse o indicò tanti lavori del medioevo, che neppure dall’aspetto del bello fu più lecito chiamarlo barbaro. Viemeno poi dacchè l’attenzione si diresse sulla maestà delle cattedrali, e smettendo d’idolatrare le sole forme, si riconobbe la ispirazione sublime nell’esecuzione, per quanto scorretta, delle miniature, dei sepolcri, delle vetriate.

Sicuramente a migliorarci contribuirono non poco gli stranieri, sia pel modo nuovo con cui osservarono la storia del proprio paese, sia per quel che dissero intorno al nostro, scarchi d’ire e d’amore per vicende che non li concernono, e di quella boria che noi scambiamo per amor di patria, e che si fa più viva quando una nazione sentesi più conculcata e impotente a un risorgimento, di cui vorrebbe mostrarsi meritevole. Però ci sia permesso credere che troppo facilmente si condiscenda a sistemi venutici d’oltremonte, sino a contorcere i fatti acciocchè capiscano in quelle cornici. Ad alcuni Tedeschi principalmente dobbiamo senza fine chiamarci obbligati dell’avere esaminato dal proprio punto d’aspetto i casi nostri in un’età nella quale le istituzioni tenevano tanto del germanico; e se anche, per esaltare le proprie, han talora depresso le cose nostre, a loro dobbiamo, non foss’altro, una più retta conoscenza di quella civiltà germanica, che si combinò colla romana per formare la moderna, e che valse a restituire all’individuo l’importanza che prima era riservata al cittadino e allo Stato. Ma sminuiremo per questo il sommo pregio delle reliquie romane e reputeremo che a poco valesse una civiltà indigena, che pur tanto operò là dove non era che importata? Questo annichilamento del popolo italiano, questa trasfusione del sangue nordico, necessaria perchè il latin seme disbarbarisse[263], come crederle, se, a tacer Roma, vediamo Venezia, incontaminata da conquiste, rifarsi tanto magnifica coi soli corrotti elementi dell’Impero declinante, ma colla libertà?

Ricerche più sagaci, esami più complessi; più meditati giudizj, opinioni meno pregiudicate chi può negare alla nostra età? Arrivammo a questa traverso una rivoluzione, di lunga mano preparata nel campo delle idee, prima che fosse violentemente attuata nel campo dei fatti; e cui carattere principale fu demolire il passato per riformare radicalmente la società civile, scatenarsi sopratutto contro il medioevo, perchè è il meno intelligibile a chi rifiuti le evoluzioni storiche, e giudichi non dal complesso ma da frammenti. Settant’anni[264] passarono da quella prima scossa, eppure non è tempo ancora di giudicarla, perchè durano tuttavia, non che gli effetti, i movimenti; essa divertì le menti dalle placide ricerche, dissipò quelle società monastiche dove la fatica era alleggerita e completata dall’affratellamento; e quasi si volesse far guerra al passato non solo nelle sue conseguenze ma fin nelle sue memorie, parte si sperdeva, parte si spostava de’ documenti. Pure tra il frastuono susseguito non mancò fra noi chi continuasse le indagini erudite: Brunetti cominciava in qualche modo il Codice Diplomatico toscano[265]; Meo gli Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli; la principessa Elisa Baciocchi faceva compilare le Memorie e documenti per servire all’istoria del principato lucchese, opera che, con più elevata intelligenza proseguita sinora, è una delle più copiose fonti alla storia civile italiana.

Quando poi lo strepito della guerra si tacque, cessate le paure d’un passato irremeabile e la rabbia del distruggere, la scienza potè le accumulate ruine contemplare senza beffa e senz’odio. Il crollo delle istituzioni denigrate lasciò un tal vuoto, da convincere quanto bene poteano aver fatto in altri tempi: si conobbe che la civiltà e la verità non entrano nel mondo di sbalzo, non per decreti di re, non per insurrezioni di plebe, ma progressive, e pigliando le mosse dalle istituzioni anteriori, sicchè rannodata la catena de’ fatti e dei concetti, e considerata l’umanità come un uomo solo che progredisce sempre e non muore mai, nulla dovea considerarsi con disprezzo, perchè tutto era acconcio coi tempi, e perchè scala al ben presente, il quale pure non è che un avviamento a progressi futuri. Sarebbe ragionevole chi uscisse colle maschere ne’ giorni di Passione? o chi l’albero maledicesse di primavera perchè mostra soltanto i fiori e non ancora le poma?

Allora anche fra noi si tornò a studiare il passato senza iracondia nè vilipendio, con intendimenti più acuti e meno declamazioni; e a tacere per ora gli storici, abbondarono i raccoglitori, preziosi anche quando manchino d’intelligenza, come il Daverio, il Ronchetti, il Marsand e qualche vivente[266]. Cognizioni non ordinarie cumulò il Cicogna nella Raccolta delle iscrizioni venete: altre sono sparpagliate ne’ giornali e in opuscoli di circostanza. Ma a due pubblicazioni vuolsi retribuire lode speciale. L’Archivio Storico del Vieusseux, con una erudizione scevra di pedanteria e conscia dei più recenti problemi storici, che sono anche problemi sociali, se più abbonda in memorie moderne, non poche ne apprestò intorno al medio evo. Di queste poi fu generosissima la Deputazione di storia patria, istituita a Torino, e che coi nove volumi finora pubblicati[267], di materie in gran parte inedite o almeno rimigliorate, ajuta i cercatori delle patrie storie, tanto più che de’ collaboratori alcuni sono insigni essi medesimi in questi studj.

Di potente sussidio ci vennero anche pubblicazioni forestiere, fra cui principalmente i monumenti storici della Germania dal 476 al 1500, dal Pertz ideati sul modello del Muratori; i Regesta degl’imperatori di Böhmer, di Döniges, d’altri; quelli dei pontefici di Jaffe[268]; le vite di Gregorio VII, d’Innocenzo III, d’altri papi, concepite in senso diverso dal vulgare.

Ed ora che la storia è divenuta l’arsenale donde assumono armi la teologia, la politica, la statistica, la morale, quella d’Italia fu un tema di moda, e non solo tra i confini delle Alpi: ma se degli illustri contemporanei io devo farmi scolaro anzichè erigermi giudice, da chi è competente odo asserire che i nostri non parvero avanzarsi a paro coi passi del secolo; che ci mostriamo piuttosto dilettanti che studiosi; che l’opera più estesa in tal fatto, la Storia d’Italia del Bossi, è compilazione indigesta, scompleta, avventata e cosparsa delle stizze d’un levita apostato; nel che le somigliano quella del Levati in continuazione alla Storia Universale del Ségur, e d’alcuni altri che si permisero di esser frivoli in materia sì grave, di pensare come Voltaire quando Voltaire più non avrebbe pensato così, di avere pel proprio soggetto un dispregio ancor più di pigrizia che di riflessione, o d’isterilirsi nel pedantesco sussiego, nelle frasi generiche, ne’ sentimenti convenzionali e preconcetti.