LIBRO TERZO Qui comincia il terzo libro della Cronica di Matteo Villani; e prima il Prologo.

CAPITOLO PRIMO

Rendendo spesso testimonianza delle mutevoli cose del mondo ogni stato umano, non è da pensare cosa maravigliosa quella che ha fatto maravigliare ne’ nostri dì ovunque la sua fama aggiunse. E domandando la debita materia di fare cominciamento al terzo libro, possiamo con ragione dire, che la corona dell’imperiale maestà e il suo regno, alla quale dipendea la monarchia dell’universo, era Roma coll’italiana provincia, delle provincie della quale ne’ nostri tempi la città di Firenze, Perugia e Siena, seguendo alcune orme di quella, per li tempi avversi dello sviato imperio, in segno della romana libertà, avendo veduto per li tempi passati l’incostanza degl’imperadori alamanni avere in Italia generate e accresciute tirannesche suggezioni di popoli, hanno mantenuto la franchigia e la libertà discesa in loro dall’antico popolo romano: e zelanti di non sostenere quella a tirannia, molte volte per diversi e lunghi tempi apparvono contradi all’imperiale suggezione, intanto che non si poteva in questi popoli sostenere senza sospetto, senza pericolo e senza infamia il raccontamento dell’imperiale nome. E come subitamente gli animi di que’ popoli e de’ loro rettori per paura del potente tiranno arcivescovo di Milano si cambiarono, procurando l’amistà e l’avvenimento in Italia di messer Carlo re di Boemia eletto imperadore, i movimenti già narrati, e le operazioni che appresso ne seguirono, seguendo nostro trattato il dimostreremo.

CAP. II. La potenza dell’arcivescovo di Milano, e il procaccio fece a corte per la sua liberazione.

Era in questo tempo potentissimo e temuto signore messer Giovanni de’ Visconti arcivescovo di Milano, sotto la cui signoria si reggea la nobile e grande città di Milano, e l’antica e famosa città di Bologna, Cremona, Lodi, Parma, Piacenza, Brescia, Moncia, Bergamo, Como, Asti, Alessandria della paglia, Tortona, Alba, Novara, Vercelli, Bobbio, Crema, e più altre città e terre nelle montagne di verso la Magna, co’ loro contadi ville e castella; e i signori di Pavia, ch’erano que’ di Beccheria, l’ubbidivano come signore, benchè la città fosse al loro governamento. In Toscana aveva acquistato il Borgo a san Sepolcro, e il castello d’Anghiari e altre castella d’intorno. E accomandati e ubbidienti gli erano Cortona, Orvieto, Cetona, Agobbio, i Tarlati usciti d’Arezzo, gli Ubaldini, i Pazzi di Valdarno, gli Ubertini, e que’ da Faggiuola; e i conti da Montefeltro, e de’ conti Guidi dal lato ghibellino, e il conte Tano da Montecarelli, e gli altri ghibellini caporali di Toscana, e di Romagna e della Marca l’ubbidivano. E a sua lega e a compagnia avea il signore della Scala e di Mantova e di Padova: e il marchese di Ferrara in Lombardia, e il comune di Genova e quello di Pisa sotto alcuno ordinato servigio, e il capitano di Forlì, e il tiranno di Faenza, e il signore di Ravenna tenevano con lui in lega e in compagnia, come nel secondo nostro libro narrato abbiamo. E non avendo l’arcivescovo altra guerra che col comune di Firenze e di Perugia, alla cui compagnia e lega s’accostava debolmente il comune di Siena, era sì potente e di tanto aiuto e forza, che impossibile pareva a questi popoli potersi difendere senza aiuto di più potente braccio, e però aveano mandato a corte, come detto è, per inducere il papa e i cardinali contra lui, sentendo che la Chiesa per le grandi ingiurie ricevute procedeva contro a lui. Ma l’arcivescovo per riparare, sentendo che gl’impugnatori erano grandi, pensò che non era tempo da nutricare il lavorio, ma di trarlo a fine; e avvedendosi quanto l’avarizia movea le cortigiane cose, e disponeva i prelati all’olore della pecunia, e per questo le cose, aspettando maggior frutto, si sostenevano, da capo mandò più grande e più solenne ambasciata a corte di suoi confidenti, uomini sperti e di grande autorità, e mandolli forniti di più di dugentomila fiorini d’oro, con pieno mandato a operare e fare con doni e con loro industria e impromesse, senza avere riguardo alla pecunia, d’avere la riconciliazione di santa Chiesa, rimanendoli la signoria di Bologna. E oltre a ciò aoperò per forza de’ suoi doni, che messer Giovanni di Valois re di Francia mandò altri baroni suoi ambasciadori al papa e a’ cardinali a procurare la riconciliazione dell’arcivescovo; e la contessa di Torenna governatore del papa nelle sue temporali bisogne, per cui il santo padre molto si movea nelle grandi bisogne, procacciò con ismisurati doni. Nel continuo tempellamento del papa, per lo suo aiuto, e ne’ parenti del papa si provvide con larga mano. E in certi cardinali che gli si mostravano avversi per zelo dell’onore di santa Chiesa si provvide per modo, che agevole fu a conoscere che l’onore di santa Chiesa non s’apparteneva a loro. E avendo l’arcivescovo tutta compresa la corte in suo favore, seguita il modo che papa Clemente tenne con gli ambasciadori de’ comuni di Toscana, per potere fare con più sua scusa quello che prima avea deliberato di fare.

CAP. III. Come papa Clemente sesto propose tre cose a’ comuni di Toscana, perchè pigliassono l’una.

Essendo tutta la corte di Roma ripiena di doni e d’ambasciadori per i fatti dell’arcivescovo, e volendo il papa terminare la sua causa secondo la domanda de’ suoi ambasciadori, i quali nella vista proferivano di lui ogni ubbidienza di santa Chiesa, e nel segreto aveano l’ubbidienza del papa e de’ cardinali alla sua volontà, per le ragioni e cagioni già narrate; volendo il papa mostrare agli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana singolare affezione, da capo gli ebbe in concistoro, e commendato molto i loro comuni di molte cose, e singolarmente dell’amore e della fede che portavano a santa Chiesa, e dolutosi delle loro oppressioni per le divisioni e scandali d’Italia, infine conchiudendo disse, che mettea nella loro elezione quelle tre cose ch’avea altre volte loro promesse, ch’elli eleggessono l’una senza soggiorno: o di buona pace coll’arcivescovo, o lega e compagnia colla Chiesa contro a lui, o che facesse passare in Italia l’eletto imperatore. Gli ambasciadori ristretti insieme, che conoscevano e sentivano dove la causa dell’arcivescovo era ridotta, non si vollono rimutare da quello ch’altra volta aveano detto al papa, che quello che a lui paresse il migliore erano contenti che facesse loro, mantenendo in sul fatto la piena confidenza ch’aveano a santa Chiesa e al sommo pastore. Il papa conobbe che la risposta era intera alla sua intenzione, e che poteva procedere con giusto titolo senza offendere i comuni di Toscana ne’ suoi movimenti, quanto che in fatti era il contradio, alla sentenza di riconciliare l’arcivescovo, e però fu contento, e disse loro che provvederebbe per modo, che i loro comuni avrebbono coll’arcivescovo buona pace: della quale offerta niuna speranza si prese, conoscendo manifestamente ch’al tutto s’intendeva a magnificare il tiranno, e a fare la sua volontà.

CAP. IV. Come il papa e’ cardinali annullarono i processi contro all’arcivescovo.

Poco appresso dopo la detta risposta, avendo gli ambasciadori significato a’ loro comuni quello ch’aveano dal papa, e quello che sentivano di certo de’ fatti dell’arcivescovo, il papa convocò i cardinali a concistoro, i quali tutti, niuno discordante, erano d’accordo con gli ambasciadori dell’arcivescovo, e però non essendo tra loro quistione, domenica mattina a dì 5 di Maggio, gli anni Domini 1352, fu per la santa ubbidienza dell’arcivescovo sopraddetto annullato il processo fatto contro a lui, e riconciliato a santa Chiesa, e tratto d’ogni scomunicazione e d’ogni interdetto. E in quello concistoro piuvico, avendo per li suoi ambasciadori rendute le chiavi al papa in segno della restituzione di Bologna, il papa colla volontà de’ suoi cardinali ne rinvestì gli ambasciadori, riceventi per lo detto arcivescovo e de’ suoi successori, nella signoria di Milano e di Bologna, per tempo e termine di dodici anni prossimi a venire, con promessione che ogni anno ne darebbe di censo fiorini dodicimila alla camera del papa, e compiuto il detto termine la renderebbe libera a santa Chiesa, e allora restituiranno contanti, per nome del detto arcivescovo, fiorini centomila alla camera del papa, per la restituzione delle spese che la Chiesa vi fece quando vi tenne l’oste il conte di Romagna. E così per pietà e per danari ogni gran cosa si fornisce a’ nostri tempi co’ pastori di santa Chiesa.

CAP. V. Come gli ambasciadori de’ Toscani si partirono di corte mal contenti.

Il papa avendo grande appetito di servire tosto all’arcivescovo, vedendo che ’l trattare della pace promessa a’ comuni di Toscana avea a sostenere la causa del tiranno, si fece promettere triegua per un anno, in quanto il comune di Firenze e gli altri comuni la volessono, acciocchè infra il termine più ordinatamente si trattasse della pace. Gli ambasciadori ch’aveano assai dinanzi avvisati i loro comuni come la cosa procedeva acciocchè provvedessono al loro stato, frustrati della loro intenzione, si partirono mal contenti di corte, e tornaronsi in Toscana. E innanzi la loro tornata, in Firenze si piuvicò il trattato e la concordia presa col vececancelliere dell’eletto imperadore, come appresso diviseremo. Avvenne poco appresso che il vicario dell’arcivescovo in Bologna mandò a Firenze un messo con ulivo in mano e con sue lettere, significando la tregua fatta e bandita nelle terre dell’arcivescovo suo signore; e in quello dì fece muovere sua gente a cavallo e a piè da Montecarelli, e cavalcare nel Mugello predando, e uccidendo e ardendo come gravi nimici del comune, e ritrassonsi a salvamento; e ivi dopo pochi dì ritornarono, e misono loro aguati, e furono scoperti, e rotti, e morti e presi gran parte di loro, sicchè più non s’attentarono di venire in Mugello. Per questi segni si scoperse, che il trattato del papa con le tregue, colla fè corrotta del tiranno, non ebbe principio di buona intenzione.

CAP. VI. Come i tre comuni di Toscana s’accordarono a far passare l’imperadore.

I rettori de’ tre comuni di Toscana, per l’informazione ch’aveano avuta da corte da’ loro ambasciadori, sentivano a certo che la Chiesa gli abbandonava, ed era per magnificare il loro avversario: e bene che sentissono le promesse del papa, non vedeano da potersene confidare, e però tempellavano negli animi tra il sospetto e la paura, aggiugnendo temenza di cittadinesche discordie nel soprastare: e bene che ancora non avessono avuta certezza del fatto da’ loro ambasciadori, senza rendere al santo padre il debito onore, quasi palpando, per lo trattato tenuto col vececancelliere dell’imperadore, mostrando di prendere confidanza nella fama delle virtù e senno e larghe profferte del detto eletto imperadore, per aiutarsi dal potente tiranno nimico, valicando egli in Italia a istanza de’ detti tre comuni, come il suo cancelliere promettea, e per questa cagione, d’uno animo e d’uno volere tutto il reggimento di questi tre comuni, Firenze, Perugia, e Siena, con pubblico consentimento de’ loro popoli si deliberarono d’essere all’ubbidienza del detto eletto imperadore con certi patti e convenzioni, i quali erano assai strani alla libertà del sommo imperio. Ma perchè le cose disviate con alcuno mezzo più tosto si congiungono a unità e a concordia, non fu a quel tempo tenuta sconvenevole la domanda, nè ingiusto l’assentimento del signore; e però all’uscita del mese d’aprile del detto anno, nella città di Firenze in pubblico parlamento si fermò il trattato ordinato per lo vececancelliere dell’eletto imperadore, con gli ambasciadori e sindachi de’ detti tre comuni, e piuvicossi i patti e le convenzioni, e fattone solenni stipulazioni e carte, grande ammirazione ne fu per tutta Italia. I patti in sostanza racconteremo qui appresso nel seguente capitolo.

CAP. VII. Quali furono i patti dall’imperadore a’ tre comuni.

Promise il detto vececancelliere, che per tutto il prossimo mese di luglio l’eletto re de’ Romani imperadore sarebbe in Lombardia sopra le terre dell’arcivescovo di Milano per guerreggiare e abbattere la sua signoria con seimila cavalieri: de’ quali duemila ne dovea avere al suo proprio soldo, ovvero servigio, e mille che promessi gli avea la Chiesa di Roma quando passasse, i quali se dalla Chiesa non avesse, promettea fornirli da se, e gli altri tremila cavalieri, i quali dovea soldare a sua eletta. Questi tre comuni gli doveano dare per un anno dugento migliaia di fiorini d’oro, e oltre a ciò gli doveano donare come e’ fosse in Aquilea fiorini diecimila d’oro. La taglia era al comune di Firenze per millecinquecentocinquanta cavalieri, Perugia ottocentocinquanta, e Siena seicento. E se in uno anno la guerra non fosse terminata, si dovea provvedere del nuovo sussidio innanzi al tempo, confidandosi catuna parte d’averne concordia. E i detti tre comuni deono tenere il detto messer Carlo vero re de’ Romani, e futuro diritto imperadore, ed egli dee promettere di mantenere i detti tre comuni nella loro libertà e ne’ loro statuti; e come avesse la corona, avendo sottomesso il tiranno, i priori di Firenze e’ nove di Siena si doveano dinominare vicari dell’imperadore mentre che fossono all’uficio (i Perugini non s’obbligarono a questo, facendosi uomini di santa Chiesa) e il comune di Firenze promise in detto caso pagare ogni anno per nome di censo danari ventisei per focolare: gli altri comuni s’obbligarono senza distinzione di pagare ogni anno quello ch’era consueto all’imperadore per antico. E fu in patto che l’imperadore venuto alla corona dovesse privilegiare a’ detti comuni tutte le terre, ville e castella ch’al presente possedeano, e che avessono posseduto sei anni addietro, quanto che ora non le possedessono, e che dalla condannagione fatta per l’imperadore Arrigo suo avolo, promise liberare e assolvere i detti comuni. E ’l detto vececancelliere per nome del detto eletto imperadore promise, che le dette convenenze e patti il detto eletto confermerebbe infra mezzo il prossimo futuro mese di giugno del detto anno. Altre singulari cose vi si promisono, che non sono di necessità a raccontare.

CAP. VIII. Come il re Luigi e la reina Giovanna furono coronati per la Chiesa.

Avendo papa Clemente sesto e’ suoi cardinali mandati legati nel Regno, a dì 27 di maggio del detto anno, il dì della santa Pentecoste, nella città di Napoli, celebrata la solenne messa, con la consueta solennità consacrarono e coronarono in nome di santa Chiesa in prima il re Luigi, e dappresso la reina Giovanna, del reame di Gerusalemme e di Cicilia. E questo fu fatto con molta festa di baroni e di cavalieri del regno, e de’ Napoletani e de’ forestieri, i quali tutti si sforzarono di onorare il re e la reina in quella festa; e fecesi alle case del prenze di Taranto sopra le Coreggie, con molte giostre e con grande armeggiare: e vestiti e adorni il re e la reina in abito di reale maestà, ricevettono l’omaggio da tutti i baroni che non erano stati contrari nella guerra, e da assai di quelli ch’aveano tenuto contro a lui per lo re d’Ungheria, a’ quali tutti perdonò, mostrando loro buono animo e buono volere. E a coloro che alla sua coronazione non erano venuti a fare l’omaggio, assegnò termine giusto a potere venire con pace e con amore alla sua ubbidienza; e quale dal termine innanzi non fosse venuto, per decreto fece che fosse rubello della corona. E dopo la coronazione cavalcò il re in abito reale per la città di Napoli, montato in su uno grande e poderoso destriere, addestrato al freno e alla sella da’ suoi baroni. Quando fu valicato porta Petrucci nella via di Porto, certe donne per fargli onore e festa gittarono sopra lui dalle finestre rose e fiori di grande odore: il destriere aombrò, ed erse; i baroni ch’erano al freno si sforzarono d’abbassare il cavallo: il destriere ch’era poderoso ruppe le redine. Il re Luigi vedendosi sopra il destriere spaventato senza redine, di subito destramente se ne gittò a terra, e caddegli la corona di capo, e ruppesi in tre pezzi, cadendone tre merli; alla persona non si fece male: rilegata la corona, di presente, ridendo, montò a cavallo, cavalcando per la terra con gran festa e onore. In questo medesimo dì morì una sua fanciulla, che altro figliuolo non aveva della reina. Molti per questi casi pronosticarono non prospere cose alla maestà reale.

CAP. IX. Commendazione in laude di messer Niccola Acciaiuoli.

Degna cosa ne pare, e debito del nostro trattato, appresso la coronazione del re Luigi, rendere beneficio di memoria per chiara fama di messer Niccola Acciaiuoli cittadino popolare di Firenze, balio e governatore dell’infanzia del detto re; il quale essendo prima compagno della compagnia degli Acciaiuoli, con animo più cavalleresco che mercantile si mise al servigio dell’imperatrice moglie che fu del Prenze di Taranto, e quello esercitò realmente e personalmente con tanta virtù e con tanto piacere della donna, che ella avendo tre suoi figliuoli di piccola età, Ruberto primogenito, e messer Luigi secondo, e Filippo il terzo, tutti gli mise nel governamento di Niccola Acciaiuoli, che allora non era cavaliere, e tutto il suo consiglio l’imperatrice ristrinse in lui, e con lei se ne passò in Romania, e ordinati i fatti delle terre e baronie di là, con lei se ne tornò a Napoli. Ed essendo cresciuto di età di anni quindici messer Luigi, volendo il re Ruberto mandare gente d’arme in Calavra, e dilettandosi dell’industria del giovane barone, fatta eletta di cinquecento cavalieri d’arme, e datili all’ubbidienza di messer Luigi, lui accomandò a messer Niccola Acciaiuoli, comandandogli in tutto che ubbidisse al suo maestro. E questo fece il re di volontà dell’imperatrice sua madre; avendo poco innanzi fatto cavaliere il detto messer Niccola; e da quell’ora appresso il detto messer Luigi si resse in tutto e governò per le mani di messer Niccola. E sopravvenuta la morte del duca Andreasso, per operazione dell’imperatrice e di messer Niccola Acciaiuoli fu data la reina Giovanna per moglie a messer Luigi: e ne’ primi cominciamenti con assai prospera fortuna accrescea il suo signore. E cambiandosi le cose per l’avvenimento del re d’Ungheria alla vendetta del fratello, essendo tutti gli altri reali all’ubbidienza del potente re, costui solo, coll’aiuto d’alquanti che ubbidivano alla reina, per lo consiglio e conforto di messer Niccola, sostenne contro alla gente del re d’Ungheria lungamente, e tentò di resistere alla persona del loro re, e non si partì dalla frontiera di Capova, infino che abbandonato dagli avari regnicoli, e già soppreso dall’avvenimento del re e del suo esercito, fu costretto di partirsi da Capova, e appresso da Napoli, sprovveduto, di notte, ricogliendosi per necessità in su una vecchia e male armata galea; e in quella raccolto, con poco arnese e con lieve compagnia valicò in Toscana in povero stato. E per lo detto messer Niccola, e co’ suoi danari e di suoi amici fu atato e rifornito e confortato nella grave tempesta della fortuna. Presi tutti i reali, e morto il duca di Durazzo, e il Regno venuto nelle mani del suo persecutore, e non volendolo i Fiorentini ricevere nella loro città, nè sovvenire d’alcuna cosa per tema del re d’Ungheria, ridottosi parecchi dì alla possessione del detto messer Niccola in Valdipesa, di là si partì, e andò in Proenza ove la reina era rifuggita. E tornato il re d’Ungheria, per tema della generale mortalità, in suo paese; per sollecitudine e trattato di messer Niccola, prima tornato nel regno, e sommossi de’ baroni e de’ cavalieri, e confortati i Napoletani, e accolta gente d’arme in favore del suo signore, in breve tempo ordinò la sua tornata e della reina nel Regno, nel quale assai battaglie e vari e diversi assalti di guerra sostenne; e per avversa fortuna rotte le sue forze in battaglia per più riprese, tradito dagli amici, perseguitato da’ nemici, condotto all’inopia, sentina della fortuna, l’animo del valente cavaliere fu di tanta potenza e di tanta virtù, che con pari animo sostenne il giovane barone suo signore in speranza certa della sua esaltazione, sempre aiutandolo e sostenendolo con sua industria e suo procaccio, e con fortezza e con pazienza fece comportare l’asprezza della turbata fortuna. Onde avvenne, che quella potendosi maravigliare della costanza dell’uomo, subitamente e improvviso mutò la turbata faccia in chiara, e l’asprezza in dolcezza e in mansuetudine: e colui che avea ributtato per cotante tempeste e vari pericoli, oltre all’opinione degli uomini, con felici e prospere successioni condusse alla reale corona, e alla libera signoria di tutto il corrotto e sviato regno in brevissimo tempo. E per lo nobile consiglio e avvedimento di messer Niccola Acciaiuoli, i reali lasciati di prigione e tornati nel Regno, ove per tutti si stimava che il Prenze di Taranto maggiore fratello del re, per sdegno e per forte inzigamento contro al re movesse scandolo nel reame, con mansuetudine e con caritatevole animo il fece al re ricevere in compagno del regno; e fattogli prendere titolo dell’imperiato costantinopolitano, e aggiunto largamente alla sua baronia, conobbe e manifestò a tutti, che il padre loro messer Niccola, appresso la grazia di Dio, era cagione del ricoveramento del regno, e dello stato e onore. Perchè dunque dovevamo tacere? innanzi vogliamo essere da’ denti degl’invidiosi cittadini morso, che la provata verità per li suoi effetti, e per la fine de’ suoi felici avvenimenti, avessimo lasciata sotto scurità d’ignorante oblivione.

CAP. X. Come fu cacciato messer Iacopo Cavalieri di Montepulciano.

In questo anno del mese d’aprile, sabato santo, avendo messer Iacopo de’ Cavalieri di Montepulciano trattato, coll’aiuto della gente dell’arcivescovo ch’era in Toscana, di farsi signore della terra di Montepulciano, e a ciò consentivano una parte de’ terrazzani di suo seguito, messer Niccola suo consorto sentì questo trattato, e fecelo sentire a’ governatori del popolo; e in questo dì, levata la terra a romore, cacciarono messer Iacopo di Montepulciano, e venti altri terrazzani suoi seguaci, uomini nominati di stato intra il popolo; e col consiglio di messer Niccola de’ Cavalieri riformarono la terra di loro reggimenti, e ischiusonne gli amici e’ seguaci di messer Iacopo; il quale si ridusse a Siena, e là ordinò grande novità, e scandalo e suggezione di quella terra, come innanzi a’ suoi tempi si potrà trovare.

CAP. XI. Come si die’ il guasto a Bibbiena, e sconfitti i Tarlati da’ Fiorentini.

Del mese di maggio del detto anno, ricordandosi i Fiorentini dell’ingiuria ricevuta da’ Tarlati, Pazzi e Ubertini per la ribellione ch’aveano fatta al comune al tempo della guerra dell’arcivescovo di Milano, quando ruppono la pace e cavalcarono sopra il contado e distretto di Firenze, accolsono seicento cavalieri di loro masnade e gran popolo, e andarsene alla Cornia, e poi alla Penna, e a Gaenna, e ad altre terre e ville che si tenevano pe’ Pazzi e Ubertini e Tarlati, e a tutte diedono il guasto; e poi se n’andarono a Bibbiena, ov’era messer Piero Sacconi, e a Soci, e ivi dimorarono più dì, ardendo e guastando d’intorno: quelli da Bibbiena francamente si difesono dal guasto le vigne d’intorno presso alla terra. Messer Piero avea in Bibbiena milledugento buoni fanti e pochi cavalieri, con li quali si fece un grosso badalucco presso alla terra. Poi la mattina vegnente, a dì 10 di giugno, l’oste si mosse per andare a Montecchio. Messer Piero, antico e buono guerriere, sapendo l’andata de’ Fiorentini, si pensò di fare loro danno, e la mattina per tempo con settanta cavalieri e con mille buoni fanti in persona occupò un colle sopra l’Arno in sul passo, e mise aguati per danneggiare la gente de’ Fiorentini. Avvenne che, mossa l’oste dall’altra parte dell’Arno, vidono preso il colle dalla gente di messer Piero; allora cominciarono a fare valicare della gente dell’oste certi masnadieri, sì perchè tenessono a badalucco i nemici e per trarli abbasso, e a poco a poco li ringrossavano d’aiuto, ma non senza loro grande pericolo, a’ quali in sul maggiore bisogno soccorsono parecchi conestabili a cavallo co’ loro cavalieri. Ed essendo atticciata la battaglia, e stando i nemici attenti a quella sperandone avere vittoria, altri cavalieri e masnadieri de’ Fiorentini presono, scostandosi dall’oste, un’altra via, che i nemici non s’accorsono, e valicarono l’Arno, e sopravvennono alla gente riposta di messer Piero dall’altra parte del colle, i quali ruppono di presente, e montarono al poggio, e improvviso furono sopra la gente grossa di messer Piero, che stava attenta a vedere e ad aiutare quelli del badalucco, e con grandi grida correndo col vantaggio del terreno loro addosso, li ruppono e sbarattarono. Messer Piero per bontà del buono cavallo dov’era montato con pochi compagni, non potendo ritornare in Bibbiena, fuggendo ricoverò in Montecchio. Della sua gente furono in sul campo più di cento morti, e dugento presi, e molti fediti. I prigioni tornando l’oste li condussono a Firenze legati a una fune, e poco appresso furono lasciati; e l’oste tornò vittoriosa, avendo preso alcuna vendetta degl’ingrati traditori.

CAP. XII. Come si rubellò a’ Fiorentini Coriglia e Sorana.

In questo anno sentendo messer Francesco Castracani che i Fiorentini erano inbrigati par la gente che l’arcivescovo teneva a guerreggiare in Toscana, essendo forte in Lunigiana e in Garfagnana, a petizione de’ Pisani fece furare a’ Fiorentini la rocca di Coriglia, la quale appresso rendè a’ Pisani, a cui stanza l’avea furata, e’ Pisani la presono, rompendo la pace a’ Fiorentini; ch’espresso era nella pace rinnovata per lo duca d’Atene in nome del comune di Firenze, che in niun modo di quella terra si dovessono travagliare. E appresso i detti Pisani feciono con sagacità di grande tradimento torre a’ Fiorentini, contro a’ patti della pace, la terra di Sorana, e rendutala da capo, la ritolsono per indiretto, e poi in palese la difesono, non curando i patti della pace. I Fiorentini per queste due terre non si mossono, benchè grave li fosse l’oltraggio de’ Pisani. Messer Francesco avendo avuto trecento cavalieri dall’arcivescovo di Milano, montato in grande orgoglio, e confortato da’ Pisani, si pose ad assedio a Barga, ch’era de’ Fiorentini, e avendo grande popolo la strinse intorno con più bastie, sperandolasi avere per assedio. Lasceremo ora quest’assedio per raccontare altre maggiori cose innanzi che Barga fosse liberata.

CAP. XIII. Come i tre comuni di Toscana mandarono ambasciadori in Boemia a far muovere l’imperadore.

Avendo i tre comuni di Toscana presa e pubblicata la concordia col vececancelliere dell’eletto imperadore, volendo mettere ad esecuzione quello che per loro era stato promesso, catuno elesse de’ maggiori cittadini confidenti al reggimento di quelli per suoi ambasciatori, e mandaronli all’eletto imperadore a Boemia nella Magna per farlo muovere, e per fargli il pagamento ordinato, e per essere al suo consiglio per i tre comuni, nella promessa impresa passando egli in Italia. Gli ambasciadori del nostro comune di Firenze furono cinque: messer Tommaso Corsini dottore di legge, messer Pino de’ Rossi, messer Gherardo de’ Buondelmonti cavaliere, Filippo di Cione Magalotti, e Uguccione di Ricciardo de’ Ricci, a’ quali fu data grande e piena legazione, e dato loro un popolare sindaco per lo comune, a potere obbligare il comune, secondo le cose promesse al vececancelliere, come paresse a’ detti ambasciadori, se altro bisognasse di fare. Costoro tutti vestiti di fine panno scarlatto e d’altro fine mellato, catuno con otto scudieri il meno vestiti d’assisa, a dì 17 di maggio, il dì dell’Ascensione, si partirono di Firenze. E partiti loro, molti cittadini pensando che quello ch’era ordinato dovesse venire fatto, perocchè tra gli ambasciadori erano i più reputati caporali di cittadina setta, temettono, che essendo costoro al continuo con l’imperadore, e di suo consiglio, che pericolo si commettesse contro al comune e pubblica libertà de’ cittadini, e però si mosse questione di limitare il loro tempo, e strignerli con certe leggi, e di questo fu gara e lunga tira nel nostro comune; in fine si vinse, e fecesi per riformagione di comune, che niuno cittadino di Firenze potesse stare in quel servigio appresso all’imperadore più che quattro mesi, e che alcuna grazia, uficio, o beneficio reale o personale per i detti ambasciadori o per loro successori si dovesse ricevere o impetrare, sotto gravi pene, acciocchè la speranza si troncasse a tutti della propria utilità. E incontanente elessono e insaccarono molti cittadini per succedere di quattro mesi in quattro mesi a’ detti ambasciadori in quello servigio.

CAP. XIV. Di disusati tempi stati.

Non è da lasciare in silenzio quello che del mese di giugno del detto anno avvenne, perocchè fu notabile caso di tempo con diverse considerazioni, che essendo ne’ campi seminati cresciute le biade e’ grani d’aspetto d’ubertosa ricolta vicina alla falce, in diverse contrade di Toscana, e massimamente nel contado di Firenze, vennono diluvi d’acque, i quali guastarono molto grano e biade, e feciono de’ dificii, e d’altro singolari danni a molti. E a dì 14 del detto mese cominciò un vento austro spodestato e impetuoso con tanta furiosa tempesta, che ogni cosa parea che dovesse abbattere e mettere per terra, e tutte le granora e biade che trovò mature, ove il suo impetuoso spirito potè percuotere, battè per modo, che alla terra diede nuova sementa, e nelle spighe lasciò poco altro che l’aride reste, e quelle che ancora non erano granate percosse e inaridì; facendo nelle montagne in diverse parti sformate grandini e diverse tempeste, e molte vigne guastò, e abbattè alberi molti, e di grandi dificii in diverse parti di Toscana e di Romagna; e in Firenze fece rovinare il campanile del monastero delle donne degli Scalzi, e uccise la badessa con sei monache. Nella sommità delle montagne di Pistoia levò gli uomini di su’ poggi, traboccandoli dove l’impeto gli portava. E pubblica fama fu, che quarantatrè masnadieri ch’andavano in preda trovandosi in sul giogo, senza potersi ritenere furono portati dal vento per modo, che di loro non si seppe novelle. E restato lo strabocchevole vento, ivi a pochi dì fu un caldo sformato senza aiuto d’alcuno spiramento, che il residuo de’ grani e de’ biadi in molti paesi, singolarmente nel contado di Firenze, fece ristrignere e invanire per modo, che ov’era stata speranza d’ubertosa ricolta generò sformata carestia anzi l’avvenimento dell’altra ricolta, come appresso dimostreremo. Alcuni diedono questo singulare accidente agli effetti della congiunzione, già narrata al principio del nostro primo libro, de’ tre superiori pianeti onde Saturno fu signore: perocchè gli astrolaghi tengono che l’influenza di cotale congiunzione duri per diciannove anni, e altri tengono infino in ventitrè. Arbitrò altri, che questo procedesse dall’influenza della cometa ch’apparve in quest’anno, e quella fu saturnina, sicchè catuno trasse agli effetti saturnali. Altri tennono che ciò fosse dimostramento d’assoluto giudicio divino per i disordinati peccati de’ popoli non domati da tante tribolazioni di guerre, quante dimostrate abbiamo in poco tempo dopo la miserabile mortalità.

CAP. XV. Dell’inganno ricevette il comune di Firenze del braccio di santa Reparata.

Essendo stati certi ambasciadori del comune di Firenze alla coronazione del re Luigi per lo detto comune, domandarono di grazia al re e alla reina alcuna parte del corpo della vergine santa Reparata ch’è in Teano, per onorare la sua reliquia nella nobile chiesa cattedrale della nostra città ch’è edificata a suo nome. La loro petizione dal re e dalla reina fu accettata; ma perocchè la città di Teano era del conte Francesco da Montescheggioso, figliuolo che fu del conte Novello amicissimo del nostro comune, convenne che con sua industria il braccio destro di quella santa si procacciasse d’avere per modo, che i terrazzani non se n’avvedessono, che si mostrava loro, ed era nel paese in grande devozione, e questo si mostrò di fornire con industria, e con grande sollicitudine. Gli ambasciadori credendosi avere la santa reliquia il significarono a’ priori, acciocchè all’entrata della città l’onorassono. I rettori del comune ordinata solennissima processione di tutti i prelati cherici e religiosi della città di Firenze, con grandissimo popolo d’uomini e di femmine, con molti torchi accesi comandati per l’arti e forniti per lo comune, e il vescovo di Firenze ricevuto colle sue mani il santo braccio, colla mano segnando la gente molto divota e lieta, credendosi avere quella santa reliquia, fu portata e collocata nella nostra chiesa, a dì 22 di giugno 1352.

CAP. XVI. Di quello medesimo.

Avendo narrata la fede, la reverenza e la divozione che i nostri cittadini ebbono alla santa vergine, benchè l’inganno ricevuto fosse durato in fede del detto comune quattro anni e mesi, infine si scoperse il sacrilegio e l’inganno ricevuto per la femminile astuzia della badessa del monastero di Teano, ov’era il corpo della detta santa, che vedendo che quello braccio le conveniva dare per volontà del re, e della reina e del conte, dissimulando gran pianto colle sue suore per lo partimento della reliquia, lo sostennero di assegnare alcuno dì. E in questo tempo feciono fare un simulacro di legno e di gesso, che propriamente pareva quella santa reliquia, e dando questa con grande pianto, fece credere agli ambasciadori che avesse assegnata loro la santa reliquia, e a Firenze fece onorare come santuaria quello simulacro per cotanto tempo, essendo cagione di cotanto male, non manifestando la sua falsa religione. Avvenne che il comune del mese d’ottobre 1356, volendo d’oro e d’argento e di pietre preziose fare adornare quella reliquia, i maestri la trovarono di legno e di gesso: e segatala per mezzo, furono certi che niuna reliquia v’era nascosa, e il comune fu certo del ricevuto inganno. Noi, non ostante che cinquantadue mesi fosse questo ritrovato appresso alla sopraddetta venuta, contro all’ordine del nostro annuale trattato l’abbiamo congiunto insieme, acciocchè avendo alcuno letto la venuta del santo braccio, non fosse ingannato dalla simulazione di quello, e dalla malizia della sacrilega badessa.

CAP. XVII. Come la gente del Biscione cavalcarono i Perugini.

Del mese di giugno del detto anno, accolti duemila cavalieri dell’arcivescovo di Milano alla città di Cortona e popolo assai, cavalcarono per la valle di Chio, e strinsonsi alla città di Perugia predando e ardendo il suo contado. Per la qual cavalcata così bandalzosa i cittadini presono sospetto dentro, e però non ebbono ardire di fare uscire fuori alcuna loro gente contro a’ nimici. Conducitori di questa gente erano il conte Nolfo da Urbino, il signore di Cortona, e Gisello degli Ubaldini, i quali avevano trattato con messer Crespoldo di Bettona. Questo messer Crespoldo era guelfo, ma perocch’era male trattato da’ Perugini ricevette costoro in Bettona, e cacciarono coloro che v’erano alla guardia per lo comune di Perugia. Questa terra era presso a Perugia a otto miglia e nella loro vista, e sentendo la gente che dentro v’era, e la potenza dell’arcivescovo, furono in gran tremore; e non senza cagione, che quella terra era forte, e in frontiera ad Ascesi e all’altre terre de’ Perugini, le quali non amavano troppo la loro signoria, e però cominciarono incontanente a dare il mercato a’ nimici, e molto erano di presso a fare le comandamenta del tiranno, e ciò che gli ritenne fu, ch’aspettavano quello che in questa novità facesse il comune di Firenze. Stando i Perugini in questo pericolo, incontanente il comune di Firenze li mandò confortando per loro ambasciadori, promettendo loro aiuto quanto il comune potesse fare; e seguitando col fatto, di subito vi mandarono ottocento cavalieri di buona gente, promettendo d’arrogere quanti bisognasse infino a tanto che Bettona fosse racquistata. Avvenne che come Ascesi e l’altre terre circostanti de’ Perugini intesono l’aiuto e il conforto che i Fiorentini davano al comune di Perugia, ove stavano sospesi e non rispondeano al comune di Perugia, e davano il mercato a’ nimici, di presente levarono il mercato, e acconciarsi alla difesa, e mandarono a offerirsi a’ Perugini, e cominciarono a guerreggiare quelli di Bettona. Onde convenne per necessità delle cose da vivere che la cavalleria ch’era in Bettona s’alleggiasse, e lasciaronvi a guardia della terra seicento cavalieri e più d’altrettanti masnadieri, e l’altra gente tornò a Cortona. Rimasi in Bettona i sopraddetti capitani e’ riposono l’assedio a Montecchio, e ordinaronsi per accrescere loro forza e soccorrere Bettona, se il bisogno occorresse. Lasceremo alquanto de’ fatti di Bettona per seguire dell’altre cose, ch’avvennono innanzi ch’ella si racquistasse.

CAP. XVIII. Come i Romani andarono per guastare Viterbo.

Di questo mese di giugno del detto anno, vedendo il popolo romano che il prefetto da Vico cresceva in forza e ad acquisto occupando le terre del Patrimonio, feciono in fretta Giordano del Monte degli Orsini capitano di guerra, e accolsono tutta la gente d’arme che fatta aveano col loro rettore a piè e a cavallo e accozzaronli col capitano del Patrimonio messer Niccola delle Serre cittadino d’Agobbio, e in pochi dì accolsono milledugento cavalieri e dodicimila pedoni in arme, e con gran furia se n’andarono sopra la città di Viterbo per guastarla d’intorno e porvi l’assedio, e starvi tanto che tratta l’avessono delle mani del prefetto. Avvenne in su la giunta che a messer Niccola capitano del Patrimonio cadde il suo cavallo addosso, e per la percossa e per lo disordinato caldo per spasimo morì di presente. Morto il capitano, l’oste senza fare alcuna cosa notevole, con poco onore del capitano de’ Romani, si partì da Viterbo, e catuno si tornò a casa sua.

CAP. XIX. Come il re Luigi ebbe Nocera.

In questi dì messer Currado Lupo ch’era per addietro stato vicario del re d’Ungheria nel Regno, sapendo che la pace era fatta dal re d’Ungheria a’ reali di Puglia, e che di volontà del suo signore era ch’egli rendesse le terre che tenea al re Luigi, già coronato per la Chiesa del reame, con l’astuzia tedesca pensò di trarre suo vantaggio, e accolse tutti i Tedeschi ch’erano nel Regno, e con settecento barbute fece testa a Nocera de’ Saracini, e levò un’insegna imperiale, mostrando che a stanza dell’imperadore volesse rimanere nel Regno; e per alquanti si disse che alcuni baroni del reame il favoreggiavano. Temendo il re che questi non avesse appoggio d’altro signore, o che non l’acquistasse stando, per lo meno reo prese di patteggiar con lui, e diedegli contanti trentacinque mila fiorini d’oro, e rendè Nocera e la contea di Giuglionese, e uscissi del Regno con tutta la sua gente, con patto fermato per suo saramento, che da ivi a due anni non dovesse per alcuno modo tornare nel Regno, ma valicati i due anni vi potesse tornare come barone del re per le terre della moglie, facendogli il debito saramento e omaggio.

CAP. XX. Come fu sconfitto il conte di Caserta.

Seguitando i rivolgimenti dello sviato Regno, ci occorre in questi dì come il duca d’Atene conte di Brenna, il quale altra volta per la sua incostante tirannia meritò a furore essere cacciato della signoria di Firenze, essendo tratto di Francia all’odore dello sviato Regno non con intera fede, con sue masnade di cavalieri franceschi fece in Puglia spontanea guerra contro al conte di Caserta, figliuolo che fu di messer Diego della Ratta conte camarlingo, il quale era con gente d’arme a Taranto, e con assentimento del re Luigi guerreggiava le terre del detto duca, secondo la comune voce; l’infermità del Regno non consentiva nè in guerra nè in pace cose aperte nè chiari movimenti. Il detto duca accolti de’ paesani, co’ suoi Franceschi combattè col conte e sconfisselo, facendo alla sua gente grave danno. E rifuggito il detto conte in Taranto per sua sicurtà, del detto anno, del mese di Maggio, per lo detto duca fu lungamente senza frutto assediato.

CAP. XXI. La novità in Casole di Volterra.

I figliuoli di messer Ranieri da Casole di Volterra cacciati per lungo tempo da’ loro nimici del castello, come giovani coraggiosi, accolsono segretamente masnadieri e amici, e a dì 15 luglio del detto anno entrarono nella terra di Casole, che si guardava per lo comune di Siena, e improvviso corsono a casa i loro nimici, e quanti ve ne trovarono misono al taglio delle spade, e rubarono le case loro, e appresso l’arsono, e gli altri che non furono morti cacciarono della terra, e la podestà che v’era pe’ Sanesi riguardarono: la terra tennono tanto per loro, che co’ Sanesi presono accordo di tenervi podestà dal comune di Siena; e fecionsi ribandire, e rimasono i maggiori nella terra.

CAP. XXII. Come furono decapitati degli Ardinghelli di Sangimignano.

Seguita in questi medesimi dì, come Benedetto di messer Giovanni degli Strozzi di Firenze, essendo capitano della guardia per lo nostro comune di Sangimignano, con ingiusto sospetto prese il Rosso e Primerano di messer Gualtieri degli Ardinghelli, giovani di grande aspetto e seguito, d’animo e di nazione guelfi, e tenendoli senza trovare vera cagione perchè presi gli aveva, per accidente v’occorse caso, che gittarono una lettera a’ loro amici fuori della carcere, pregandoli che li venissono ad atare liberare di prigione. Il capitano avendo questa lettera, quale che fosse la cagione, o per zelo del suo uficio, o per inzigamento de’ Sanucci loro nimici, deliberò di farli morire. Il comune di Firenze sapendo che non erano colpevoli, volea che campassono; e mandandovi in fretta ambasciadori con espresso comandamento al capitano che non gli dovesse fare morire, la fortuna impedì i messaggi per disordinata grandezza dell’Elsa, che non li lasciò passare in quella notte. Il capitano temendo non sopravvenisse il comandamento, s’affrettò di farli morire; e la vilia di san Lorenzo, a dì 9 d’agosto, con un altro terrazzano a cui aveano scritto che fosse a loro scampo, in sulla piazza li fece dicollare, onde fu riputato grande danno, e il capitano ne fu molto biasimato. Questa decollazione si tirò dietro materia di grande scandalo e rivoltura di quella terra, come al suo tempo racconteremo.

CAP. XXIII. Come gente del re di Francia fu sconfitta a Guinisi.

Essendo il re di Francia in singolare sollecitudine di racquistare la contea di Guinisi che sotto le triegue gli era stata furata, vi mandò millecinquecento cavalieri e tremila pedoni, tra i quali ebbe gran parte di masnadieri lombardi e avendovi posto l’assedio, difendendosi lungamente que’ del castello, i Franceschi vi feciono bastite intorno, per tenerlo stretto con meno gente. Il re d’Inghilterra mettea con due barche di notte gente in Calese per modo, che i Franceschi non se n’accorgevano; e avendovi per questo modo accolta quella gente che a lui parve, forniti di capitani avvisati delle bastite e della guardia de’ Franceschi, una notte chetamente uscirono di Calese, e improvviso da più parti assalirono i Franceschi, i quali impauriti del non pensato assalto intesono a fuggire e a campare, senza mettersi alla difesa; e così in poca d’ora furono rotti e sbarattati dagl’Inghilesi, e i battifolli arsi, con più vergogna che danno de’ Franceschi per la grazia della notte. E liberato il castello dall’assedio, e rifornito di nuovo, del mese di luglio del detto anno gl’Inghilesi si ritornarono nell’isola senza fare altra guerra. Poco appresso il re di Francia scoperse che certi baroni il doveano uccidere per trattato del re d’Inghilterra, per la qual cosa a certi ne fu tagliata la testa: e il re a modo di tiranno si faceva guardare a gente armata, dentro e fuori di suo ostiere reale, a cavallo e a piè, di dì e di notte nella città di Parigi, cosa strana e disusata alla maestà reale e a’ paesani.

CAP. XXIV. Come i Perugini assediarono Bettona.

Tornando alle vicine materie, avendo il comune di Perugia da’ Fiorentini ottocento cavalieri di buona gente d’arme, con loro sforzo valicarono le Giaci per porre l’assedio a Bettona, e con grande popolo l’assediarono. E volendosi partire de’ cavalieri dell’arcivescovo della terra, ovvero per andare in foraggio, otto bandiere furono sorprese dalla gente dell’oste per modo, che la maggior parte rimasono presi, e d’allora innanzi si ritennono dentro alla guardia del castello. E procacciando d’avere soccorso da’ cavalieri e dagli amici dell’arcivescovo ch’erano per lo paese di qua, e per fare migliore guardia, si misono a campo fuori della terra nella piaggia a petto al campo de’ Perugini. I Perugini aggiungevano al continovo gente d’arme nel campo per soldo e per amistà, e mandaronvi la maggior parte de’ loro cittadini, e dall’altra parte della terra formarono due battifolli, perchè nè vittuaglia nè soccorso nella terra potesse entrare. E così assediata la terra, procuravano d’afforzare e d’impedire i passi, per riparare dalla lungi al campo che nimici non potessono sopravvenire. E per questo modo durò l’assedio infino all’agosto vegnente, come appresso diviseremo, e posto vi fu del mese di giugno del detto anno.

CAP. XXV. Come fu liberato Montecchio dall’assedio per soccorrere Bettona.

Era in questo tempo stato assediato lungamente il piccolo castello di Montecchio presso a Castiglionaretino da’ Tarlati e dal signore di Cortona colla cavalleria dell’arcivescovo, e recato a partito, che i maggiori di quelli che ’l teneano erano venuti nel campo per volerlo dare. Temendo i Tarlati che avuto il castello per la vicinanza non rimanesse al signore di Cortona, per consiglio aggiunte minacce a coloro ch’erano venuti per darlo, si ritornarono dentro alla difesa. E l’oste sollecitata del soccorso dagli assediati di Bettona, se ne levarono, e accozzaronsi i cavalieri dell’arcivescovo con gli altri cavalieri loro compagni ch’erano in Agobbio e nelle circostanze, e trovaronsi millecinquecento barbute e masnadieri assai, e per fare levare i Perugini da Bettona si misono a oste alla Città di Castello. E stativi alquanti dì, feciono provvedere i passi come potessono andare a soccorrere Bettona, e trovarono che i Perugini erano alla difesa de’ passi molto bene provveduti e forniti alla guardia; tornaronsi al Borgo per accogliere maggiore gente e forza, e farlo per altra più lunga via. In questo medesimo tempo gli assediati per la speranza del soccorso presono ardire, e assalirono l’uno de’ battifolli de’ Perugini, e vinsonlo e arsonlo, e mostrarne per segni di luminaria gran festa; e con quella baldanza presa andarono ad assalire l’altro, e furono occupati per modo da’ cavalieri dell’oste che tornarono in rotta, presa parte della loro gente da cavallo e da piè; gli altri si fuggirono tutti nella terra, levandosi da campo per stare alla difesa delle mura, e da’ Perugini furono più stretti. I capitani della gente dell’arcivescovo feciono capitano generale il conte Nolfo da Urbino, e misonsi per la valle di Chiusi, e andarono a Orvieto; e tratti i cavalieri ch’aveano in quella città, si trovarono con duemila barbute; e volendo soccorrere gli assediati, trovarono in catuno passo sì provveduti i Perugini e sì forti alla difesa, che per niuno modo vidono di poterlo fornire. Ed essendo disperati dell’impresa, vollono rimettere in Orvieto i loro cavalieri che n’aveano tratti, e non furono voluti ricevere, e con gli altri insieme se ne tornarono al Borgo, e gli assediati furono fuori d’ogni speranza d’avere soccorso.

CAP. XXVI. Come i Perugini ebbono Bettona e arsonla, e disfeciono affatto.

Vedendo i caporali ch’erano rinchiusi in Bettona che a loro era mancata ogni speranza di soccorso, e che la vittuaglia era mancata, e mangiata gran parte de’ loro cavalli, vedendosi a mal partito, con industria e con danari pensarono allo scampo delle loro persone molto segretamente, perchè sapeano bene che i Perugini avrebbono maggiore gloria d’avere le loro persone che la terra di Bettona; e però strettisi insieme, e prestato la fede l’uno all’altro, il signore di Cortona, e il conte di Montefeltro, e Ghisello degli Ubaldini avendo procacciato per danari il nome di quella notte, vestiti a modo di ribaldi per mezzo il campo passarono a salvamento: onde poi fu incolpato alcuno de’ rettori di Perugia. I soldati sentendo campati i loro capitani, incontanente presono messer Crespoldo signore di Bettona, e uno de’ Baglioni di Perugia ch’aveano loro data la terra, e patteggiarono co’ Perugini di dare costoro prigioni, e rendere la terra salve le persone loro solamente, lasciando l’arme e’ cavalli, e giurando di non venire mai contro a quello comune nè a quello di Firenze, e così fu fatto; e avendo mangiati centocinquanta cavalli de’ loro per fame, s’uscirono della terra, e i Perugini la presono; e trattine tutti gli abitanti, e tutte le masserizie e ogni altra sostanza, e condotta a Perugia, arsono la terra; e dopo l’arsione abbatterono le mura dentro e di fuori, acciocchè non avesse mai più cagione di rubellarsi a’ Perugini; e a messer Crespoldo e a quello de’ Baglioni feciono tagliare le teste. E questa fu la fine dell’antica terra di Bettona, ripresa a dì 19 del mese d’agosto gli anni Domini 1352, in gran vituperio de’ Visconti di Milano, e a onore del comune di Firenze, per lo cui aiuto e conforto infino alla fine i Perugini ebbono questa vittoria.

CAP. XXVII. Come la città d’Agobbio s’accordò co’ Perugini.

Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio, avendo veduto come le cose non succedevano prospere all’imprese fatte per lo tiranno di Milano, e che Bettona non era potuta soccorrere, ed era disfatta, diffidandosi della sua difesa se la piena gli si volgesse addosso, sapendo che i suoi cittadini non erano in fede con lui, con astuta malizia si provvide e mandò a trattare pace co’ Perugini. E fu fatto che gli usciti vi tornassono, salvo messer Iacopo Gabbrielli, e tutti avessono frutti de’ loro beni, e che due anni il detto Giovanni vi potesse eleggere podestà d’Agobbio cui e’ volesse, e valicati i due anni, la città rimanesse al comune, e i Perugini avessono la guardia della terra senza altra giurisdizione: ma poco durò l’accordo, come seguendo si potrà vedere.

CAP. XXVIII. Come ser Lallo s’accordò con il re Luigi dell’Aquila.

Avemo addietro contato come la città dell’Aquila si reggeva sotto il governamento di ser Lallo suo piccolo cittadino, il quale avea dimostrato più volte di tenerla quando per lo re d’Ungheria, e quando per lo re Luigi, come bene gli mettea; ma poichè il re Luigi fu coronato, e i Tedeschi e gli Ungheri partiti del Regno, vedendo che mantenere non la potrebbe contro alla corona, trasse suo vantaggio, e fecesi fare conte di Montorio, ed ebbe altre due castella in Abruzzi, e nell’Aquila ricevette capitano per lo re e per la reina. Nondimeno i cittadini ubbidivano più ser Lallo che il re o suo capitano, e convenne al re dissimulare la sua offesa per lo minore male.

CAP. XXIX. Come i Perugini e’ Fiorentini tornarono a guastare Cortona.

I Perugini avuta la vittoria di Bettona, colle masnade del comune di Firenze ritornarono sopra la città di Cortona essendo messer Currado Lupo uscito del Regno all’Orsaia con cinquecento barbute, il quale si stette di mezzo senza pigliare arme; e i Perugini guastarono le ville intorno a Cortona come seppono il peggio. In questi medesimi dì, all’uscita d’agosto del detto anno, de’ cavalieri dell’arcivescovo ch’erano tornati al Borgo a san Sepolcro si partirono milledugento barbute, e andarono su quello d’Arezzo, e posonsi in sulla Chiassa, e afforzarono di steccati certo poggio sopra il campo per più loro salvezza: e quivi si misono per vernare in luogo dovizioso e grasso. E per ingannare gli Aretini cominciarono a comperare e a pagare derrata per danaio, non facendo vista d’alcuna violenza. E quando si vidono forniti, cominciarono a cavalcare per lo contado, e fare preda di bestiame e d’uomini e di ciò che trovavano senza avere contasto. E questo avvenne, che alquanti cittadini, meno di sette, avendo occupato il reggimento di quella città, per tema di loro stato presono gelosia de’ Fiorentini, e innanzi soffersono il danno da’ nemici, che volessono l’aiuto dagli amici. I Fiorentini nondimeno tennoro ottocento cavalieri alle frontiere di Valdarno, e raffrenavano alquanto le loro gualdane, e salvarono il loro distretto. Gli Aretini lungamente furono tribolati da quella gente, per la singolare non debita paura di pochi loro cittadini, come detto abbiamo.

CAP. XXX. Come gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana tornarono dall’imperadore senza accordo.

In questi dì gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana ch’erano stati con l’eletto imperadore tornarono, avendo assai praticato sopra i patti e convenenze promesse per lo suo vececancelliere, non trovando con lui concordia per la brevità del termine, e per la povertà del detto eletto, tempellato dal consiglio de’ ghibellini che non si fidasse de’ guelfi; ma questa parte non ebbe in lui podere, che conoscea che la necessità lo strignea, volendo pervenire al suo onore, d’avere l’amore e la confidenza de’ guelfi d’Italia, e però non si rompeva e non riusciva a niuno effetto. In questo avvenne che ragionando con gli ambasciadori, l’uno de’ Fiorentini per corrotto parlare, tenendosi più savio che gli altri perchè avea maggiore stato in comune, riprendendo l’eletto imperadore, disse: voi filate molto sottile; l’imperadore che sapea la lingua latina conobbe l’indiscreta parola, e turbato temperò se medesimo, parendoli che l’imperiale maestà ricevesse ingiuria dall’indiscreta e vile parola; ma d’allora innanzi poco volle udire quel savio ambasciadore. E venuto il termine diputato a’ detti ambasciadori convenne che tornassono, lasciando la cosa sospesa da ogni parte.

CAP. XXXI. Come l’arcivescovo cercava pace co’ Toscani.

In questa sospensione, gli animi de’ Toscani e principalmente de’ Fiorentini si cominciarono a cambiare, veggendo ch’erano a nulla del loro proponimento; e in questo l’arcivescovo conoscendo che questi comuni di Toscana intendeano a muovere contro a lui gran cose, e veggendosi ributtato da’ Fiorentini e da’ Perugini, grave gli sarebbe a mantenere guerra in Toscana, e già sentiva che i suoi vicini Lombardi non si contentavano di vederlo troppo grande, pensò che per lui facea d’avere pace co’ Fiorentini e Toscani; e confidandosi molto in Lotto Gambacorti da Pisa che allora era amico de’ Fiorentini, fece muovere le parole e insistere in quelle. Il nostro comune conoscendo che della pace del tiranno poco si poteano confidare, nondimeno vedendo che colla Chiesa nè coll’imperadore non aveano potuto far quello che procuravano, diede a intendersi a questo trattato. E avendo l’arcivescovo a questa fine mandati suoi ambasciadori a Serezzana, il comune vi mandò prima religiosi per suoi ambasciadori, per sentire se la sposizione fosse con speranza d’alcuno frutto. E nondimeno ordinarono e mandarono gli altri ambasciadori a Trevigi, ov’era venuto il patriarca d’Aquilea fratello dell’eletto e altri ambasciadori dell’imperadore futuro per trattare le cose cominciate co’ comuni di Toscana. Lasceremo al presente l’ambasciate tanto che torni il loro frutto, e seguiteremo nell’altre cose la nostra materia.

CAP. XXXII. Come il prefetto da Vico fu fatto signore d’Orvieto.

I cittadini d’Orvieto rotti divisi e insanguinati per le cittadine discordie, e caduti nella forza de’ ghibellini, essendo naturali guelfi, voltandosi come l’infermo palpando, voltandosi ora da una parte ora dall’altra, alla fine per la sagacità del prefetto da Vico loro vicino fu fatto signore con certi patti; e messo nella città cominciò a far fare alcune paci, e rimise dentro de’ cittadini cacciati, e di fuori ritenne cui e’ volle, e la signoria reggea con poco contentamento del popolo, e patto promesso non osservava, sicchè non si vedeano alleggiati delle divisioni, nè delle nimistà cittadinesche, e vedendosi sottoposti al tiranno e signoreggiati da’ ghibellini. Ma dopo il fatto, aggiunta del vituperio è il pentersi; che la soma sotto il tirannesco giogo convenne loro portare. E questo avvenne all’uscita d’agosto del detto anno.

CAP. XXXIII. Novità state a Roma.

All’entrata del mese di settembre del detto anno, il rettore del popolo romano oltraggiato da Luca Savelli, e male ubbidito dal popolo, volle ragunare il parlamento per rinunziare la signoria. Nel popolo nacque dissensione, che chi volea che rinunziasse, e chi nò. In questa contenzione messer Rinaldo Orsini, ch’era senatore, prese l’arme, e seguitato dal popolo, cacciò di Roma Luca Savelli co’ suoi seguaci, ma poco stettono fuori, che si tornarono dentro. Il rettore volendo fortificare il popolo con ordini, acciocchè i principi non avessono soperchia audacia, fece richiedere il popolo per rioni a bocca, e appresso colla campana: e non raunandosi, prese sospetto della sua persona; e trovando in sua balia seimila fiorini d’oro, che la Chiesa avea donati al popolo per aiutare mantenere quell’uficio, e altri denari ch’egli avea accolti, si partì di Roma e andossene in Abruzzi, e comperato uno castello si stette nel paese, avendo abbandonata la snervata repubblica, meritandolo per la sua incostanza.

CAP. XXXIV. Come la gente del Biscione assediarono la Città di Castello.

All’uscita di questo mese, i cavalieri dell’arcivescovo di Milano stati ad Arezzo e consumato il loro contado se ne partirono, e andarono sopra la Città di Castello, rubando per lo paese amici e nimici. E stando ivi, per più riprese i castellani uscirono a loro per assalti e per aguati, facendo d’arme assai notevoli cose.

CAP. XXXV. Come i Fiorentini soccorsono Barga e sconfissono i Castracani.

Del mese d’ottobre del detto anno, essendo stata la terra di Barga in Garfagnana del comune di Firenze assediata quattro mesi e più da messer Francesco Castracani degl’Interminelli di Lucca coll’aiuto dell’arcivescovo di Milano, per modo che più non si potea tenere per difetto di vettuaglia, il comune di Firenze, quanto che quella terra gli fosse di grande costo e di piccola utilità, per non abbandonare gli amici ragunò a Pistoia seicento barbute e ventimila masnadieri, accomandati a messer Ramondo Lupo da Parma capitano di guerra, il quale maestrevolmente a dì 7 d’ottobre, la notte, si mosse colla gente e colla salmeria per la montagna di Pistoia, dando vista d’andarla a fornire da Sommacologna. E mandati cinquecento fanti con parte della salmeria per quella via, innanzi il dì traversò da Seravalle e misesi per la Valdinievole, e cavalcato per lo contado di Lucca, il dì di santa Reparata si trovò in Garfagnana nel piano dinanzi al Borgo a Mezzano in sul passo, dov’era messer Francesco con trecento cavalieri e con millecinquecento fanti buona gente d’arme alla guardia, il quale si mise fuori del borgo colle schiere fatte, prendendo l’avvantaggio del terreno. Il capitano de’ Fiorentini avendo confortata la sua gente di ben fare, in sull’ora del mezzo dì percosse a’ nimici con sì fatto empito, che in poca d’ora gli ebbe rotti e sbarattati, e morti da cinquanta in sul campo, e centoventi n’ebbono a prigioni, e tolto l’arme e’ cavalli li lasciarono alla fede. E preso il Borgo a Mezzano, messer Francesco campato della battaglia si fuggì in Uzzano. I Fiorentini coll’empìto di questa vittoria senza arresto se n’andarono a Barga, e trovando abbandonati i battifolli, ch’erano quattro, gli presono e arsono, e la vittuaglia ch’aveano portata e la guadagnata misono in Barga, e fornitala doppiamente, tornati per la via ond’erano andati, con vittoria se ne tornarono e Pistoia.

CAP. XXXVI. Come si difese il borgo d’Arezzo per i Fiorentini.

In questi dì, sentendo i cavalieri dell’arcivescovo ch’erano alla Città di Castello come i cavalieri de’ Fiorentini erano andati a Barga, tornarono ad Arezzo milleottocento cavalieri e puosonsi a Quarata. Cento de’ cavalieri de’ Fiorentini che tornavano da Perugia albergarono la notte nel borgo d’Arezzo, ove molti contadini erano rifuggiti col loro bestiame per paura de’ nimici; la cavalleria del Biscione si strinse al borgo, assalendolo aspramente per modo, che i cittadini l’abbandonarono; e sarebbe perduto, se non ch’e’ cento cavalieri de’ Fiorentini francamente il difesono, e alla ritratta de’ nimici uscirono fuori del borgo, e feciono alla codazza danno e vergogna.

CAP. XXXVII. D’un segno mirabile ch’apparve.

Nel detto anno, a dì 12 d’ottobre, venerdì sera tramontato il sole, si mosse tra gherbino e mezzogiorno una massa grandissima di vapori infocata, la quale ardeva con sì gran fiamma, che tutto il cielo di sopra e la terra alluminava maravigliosamente, e alla nostra vista valicò sopra la città di Firenze, e così parve a tutti i cittadini di catuna città d’Italia. E perchè fosse in somma altezza pareva agli uomini in catuna parte che dovesse toccare le sommità delle torri e le cime degli alberi; e spesso gittava fuori di se grandi brandoni di fuoco, che parea che cadessono in terra. E il suo corso fu tanto veloce fra tramontana e greco, che a tutti gl’Italiani, e a quelli del mare Adriatico, e a’ Friolani, e agli Schiavoni e Ungheri, e ad altri popoli più lontani, apparve valicando in quella medesima ora che a noi, e catuno stimava che ivi presso dovesse essere data in terra. Com’ebbe di subito valicata la nostra vista, essendo il cielo sereno senza alcuna macchia di nuvoli, a’ nostri orecchi pervenne un tonitruo grandissimo steso tremolante, il quale tenne sospesi gli orecchi lungamente non come tuono consueto, ma come voce di terremuoto, e dopo il tuono rimase l’aria quieta e serena, e così in ogni parte s’udì questa voce dopo il valicamento della massa. Questo segno fece molto maravigliare la gente, eziandio i più savi, non meno per la novità del tuono che per la grande massa del fuoco. Dissono alquanti sperti, che quello infocamento de’ vapori, o cometa o Asub che si fosse, che ella fu nel cielo in somma altezza in quello di Marte: ed era sì grande, che se venuta fosse a terra avrebbe coperta tutta l’Italia e maggiore paese. Vedemmo seguire in quest’anno diminuzioni d’acque, che dal maggio all’ottobre non furono acque che rigassono la terra, se con tempesta di gragnola e fortuna di disordinati venti non venne, e di quelle niuna che con frutto nella terra entrasse.

CAP. XXXVIII. Come i Tarlati arsono il Borgo di Figghine.

Messer Piero Sacconi de’ Tarlati d’età di più di novant’anni, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e’ Pazzi di Valdarno con alquanti degli Ubaldini, avendo al loro servigio le masnade de’ cavalieri dell’arcivescovo di Milano, a dì 12 d’ottobre del detto anno si mossono da Quarata con duemila cavalieri, e duemilacinquecento pedoni, e la domenica mattina, a dì 14 d’ottobre, colle schiere fatte, coperti da una grossa nebbia, valicarono Montevarchi, e lungo la riva d’Arno vennono fino all’Ancisa, e di là girarono ed entrarono nel borgo di Figghine: il quale per la subita venuta non era sgombro, ma pieno di masserizie, e di vittuaglia e di bestiame senza difesa, che ogni uomo avea inteso a guardare la persona. Il castello e il castelluccio de’ Benzi erano forniti e pieni di gente alla difesa, e però non tentarono d’assalirli. In Firenze avea poca gente d’arme, che ancora non era tornata l’oste che andò a Barga; quelli che si poterono avere cavalcarono all’Ancisa. I nemici stettono nel borgo di Figghine la domenica e il lunedì, e raccolsono la preda, lasciando la vittuaglia. E durando la grossa nebbia continuamente, il martedì mattina affocate le case del borgo si partirono senza alcuno impedimento; e prima ebbono preso e arso il Tartagliese, che quelli delle castella di Figghine sapessono la loro partita, o che il borgo fosse infocato, tanto ingrossava il fumo la nebbia, che tolto era loro del foco ogni vista. Allora corsono al borgo a spegnere il fuoco, ma tardi, per la maggior parte. Il danno fu grande, e la vergogna non minore, avendo liberata Barga in Garfagnana, e perduto e arso il borgo di Figghine; ma tornò in bene, che fu cagione di fare una forte e grossa e buona terra, come appresso a suo tempo racconteremo. I cavalieri dell’arcivescovo si tornarono ad Arezzo, e posonsi fuori della porta alla fonte Guinizzelli, e tribolato alcuno tempo da capo il loro contado si divisono per vernare tra gli amici del Biscione, e parte se ne tornò a Milano.

CAP. XXXIX. Come gli usciti di Montepulciano venuti alla terra ne furono poi cacciati.

A dì 2 del mese di novembre del detto anno, messer Iacopo della casa de’ Cavalieri di Montepulciano, poco innanzi cacciato della terra perchè ne volea essere signore, avendo cento cavalieri dell’arcivescovo, e accolti altri cavalieri e fanti a piè di sua amistà, corrotto per moneta un notaio da Sanminiato del Tedesco ch’era sopra la guardia, e alcuni di quelle guardie, un venerdì notte spezzò una delle porte, e con tutta sua gente entrò nella terra, e fu in sulla piazza; e levato il romore, messer Niccolò suo consorto cavaliere di grande ardire di presente fu all’arme, e montato a cavallo con pochi compagni, subitamente senza attendere aiuto sì fedì tra costoro, e ravviligli sì forte, che non feciono resistenza, ma volti in fuga, messer Iacopo s’uscì della terra con venticinque cavalieri; gli altri errando per la terra, desto il popolo, furono presi, che furon settantacinque cavalieri, e il notaio colle guardie, de’ quali venticinque ne furono impiccati, col notaio, e gli altri smozzicati. Montepulciano fu libero per questa volta, ma cagione fu appresso della loro suggezione, come seguendo si potrà trovare.

CAP. XL. Come fra Moriale fu assediato, e rendessi al re Luigi.

Era rimaso nel Regno della gente del re d’Ungheria caporale messer fra Moriale solo, il quale teneva la città d’Aversa, e col re dissimulava, non facendo guerra e non rendendoli la terra. Il re vedendo ancora il reame tenero sotto la sua signoria, e il Provenzale baldanzoso, temeva di muovergli guerra; e per essere più forte e meglio ubbidito mandò per messer Malatesta da Rimini con quattrocento cavalieri, e fecelo vicario del Regno; il quale cavalcando per lo reame perseguitava i malfattori, e recava i baroni e’ comuni all’ubbidienza del re, e a tutti faceva pagare la colta, e fare i servigi feudatarii, e tenne per tutto i cammini aperti e sicuri. E tornato a Napoli, fece che il re mandò a fra Moriale che venisse a lui, e scusandosi, messer Malatesta il fece citare più volte dalla corte della vicherìa: e non comparendo, di subito colla sua gente, e con alquanta accolta del Regno, se n’andò ad Aversa, e nella terra se n’entrò senza contasto. Fra Moriale si rinchiuse nel castello colla sua gente, nel quale aveva il suo arnese e il tesoro accolto delle prede e ruberie de’ paesani, e pensavasi essere sicuro, e potere con patti rendere il forte castello al re quando a lui paresse, al modo di messer Currado Lupo: ma trovossi ingannato, che messer Malatesta di presente cinse il castello d’assedio, e appresso in pochi dì l’ebbe cinto di fosso e di steccato per modo, che nè entrare nè uscire vi si potea, e dì e notte il faceva guardare di buona e sollecita guardia, e così il tenne stretto tutto il mese di dicembre. E vedendosi fra Moriale disperato di soccorso, trasse patto di rendere il castello, avendo per suo bisogno stretto solamente mille fiorini d’oro, e salve le persone; e per bonarietà del re così fu fatto; e uscito del castello rassegnò al re il tesoro male guadagnato, e dispettoso se n’andò a Roma, pensando alla vendetta del re e di messer Malatesta, come poi per grande e fellonesco ardire gli venne fatto, come innanzi per li tempi racconteremo. Il castello e la città d’Aversa rimase al re, e l’ubbidienza di tutto il Regno e di catuno barone per operazione di messer Malatesta.