Il duca di Brabante, vilmente abbattuto per la sua corrotta fede, e poco amato perchè era Tedesco, avendo sentito come Borsella e Villaforte aveano fatto i comandamenti del conte, non si fidò in Loana nè in alcuna terra di Brabante, ma colla moglie, e colla sua famiglia, e co’ suoi arnesi s’uscì di tutta la provincia di Brabante e ridussesi in Alamagna, abbandonando così ricco e nobile paese per sua codardia. Il conte sentendo partito il duca, crebbe in ardire co’ suoi Fiamminghi, e dirizzossi verso Anversa: quelli d’Anversa feciono vista di volersi difendere: il conte non volle quivi fare sua pruova, e lasciata Anversa, se n’andò a Loano, affrettandosi prima che potessono mettere consiglio alla loro difesa. Quelli di Loano vedendosi abbandonati dal duca loro signore, e male provveduti alla subita guerra, e che l’altre buone ville di Brabante s’erano arrendute al conte, e che da lui erano bene trattati, per non ricevere il guasto nè maggiore danno s’arrenderono al conte, e con pace il misono nella città con gran festa ed onore; ed entrato in Loano, incontanente Anversa, e tutte le buone ville e castella della provincia di Brabante, si misono all’ubbidienza del conte e feciono i suoi comandamenti; e così in pochi giorni del rimanente del mese d’agosto del detto anno, dopo la sconfitta de’ Brabanzoni, fu il conte di Fiandra messer Lodovico signore a cheto di tutta la ducea di Brabante; e dato ordine a loro reggimento, e fatti uficiali in tutte le terre, e messovi quella guardia ch’a lui parve a conservagione del paese, e fornito Mellina con più sua fermezza e guardia, perchè era propria villa di suo dominio, con allegra e piena vittoria, di letizia e non di sangue, co’ suoi Fiamminghi si tornò in Fiandra, accresciuto altamente il suo onore e la fama de’ suoi Fiamminghi.
Era in questi dì il re Petro di Castella giovane, e più pieno di dissolute volontà che d’oneste virtù, e molto era stemperato nella concupiscenza delle femmine; e dilettandosi con una sopra l’altre, non bastandogli le grandi camere e’ nobili verzieri a suo diletto, si mise a diporto con lei in mare in su un legno armato non di gran difesa; e andandosi sollazzando in alto mare, una galea armata di Catalani passava per quella marina, e vedendo il legno armato, si dirizzò a lui, e domandava di cui fosse il legno e la mercatanzia che su v’era carica: il re per isdegno non volea che risposta si facesse; per la qual cosa i Catalani più si sforzavano di volerlo sapere, e non potendone avere risposta, s’appressarono al legno, e cominciarono a saettare; e vedendo da presso che gli uomini erano Spagnuoli, senza mettersi più innanzi si partirono, e seguirono loro viaggio. Il re rimase di questo con grande sdegno; e poco appresso avvenne, che in Sibilia arrivarono galee armate di Catalani, i quali aveano guerra co’ Genovesi, e trovando nel porto alquanti mercatanti di Genova, li presono, e raddomandandoli il re di Spagna, non li vollono rendere. E questa cagione più giusta infiammò più l’animo del re per modo, che immantinente per mare e per terra cominciò a’ Catalani nuova guerra; e incontanente fece armare dodici galee, e mandò scorrendo le marine fino nel porto di Maiolica, ardendo e mettendo in fuoco quanti legni di Catalani poterono trovare per tutta la riviera di Catalogna. E in questi dì, le quindici galee bandeggiate di Genova per la presura di Tripoli, avendo per uscire di bando a guerreggiare tre mesi i Catalani, feciono in Catalogna e nell’isola di Maiolica danno assai. E ’l re di Castella per terra con gran forza di suoi cavalieri venuto alle frontiere di Catalogna improvviso a’ Catalani, fece loro d’arsioni e di prede danno grande. Per la qual cosa d’ogni parte s’apparecchiò grande sforzo di gente d’arme, e catuno richiese gli amici per conducersi a battaglia, come seguendo appresso nel suo tempo racconteremo.
In questo anno 1356 all’uscita del mese di settembre, e alquanti dì all’entrata d’ottobre, furono in Ispagna grandissimi terremuoti, i quali lasciarono in Cordova e in Sibilia grandi e gravi ruine di molti dificii in quelle due grandi città, e nelle loro circustanze, nelle quali perirono uomini, e femmine, e fanciulli in grandissimo numero, facendo sepoltura delle loro case. E questi medesimi tremuoti feciono nella Magna grandi fracassi, che quasi tutta Basola, e un’altra città feciono rovinare con grande mortalità de’ loro abitanti. In Toscana in questi medesimi dì si sentirono, ma piccoli e senza alcuno danno.