Il re Adoardo d’Inghilterra avendo fatta concordia, e lasciato di prigione il re David di Scozia suo cognato, si pensò di volere fare pace col re di Francia, la quale avesse principale movimento dalla sua persona. E per fare questo, fece bandire in Francia, in Fiandra, in Brabante, in Irlanda, nella Magna, in Iscozia e altri reami, una solenne festa di cavalieri della Tavola rotonda alla Sangiorgio d’aprile del detto anno; facendo ogni maniera di gente sicura in suo reame, e offerendo arme, cavalli, e arnesi a ogni cavaliere che alla festa venisse, e appresso le spese a chi fare non le potesse; e ancora a tutta gente d’arme per loro, e chi per loro servigi venisse, ogni cosa che loro bisognasse per loro vita, e per far prove di loro cavallerie. Perchè molta gente, udito il bando, si mise in assetto per esservi al tempo, chi per mostrare di sua virtù, chi per vedere.
Addietro narrato avemo il malvagio movimento de’ Pisani per levare la franchigia a’ Fiorentini di loro mercatanzie, e come per la detta cagione i Fiorentini del tutto partirono da Pisa, e gli altri mercatanti forestieri che con loro trafficavano, aveano fatto porto e Talamone; e come i Pisani per levare il detto porto, con favore di messer Simone Boccanegra doge di Genova amico de’ Pisani, perchè l’aveano ricevuto e favoreggiato quando fu sposto doge, con otto galee impedivano il mare, il perchè mercatanzie nè uscire nè entrare poteano in Talamone. I Fiorentini di ciò aontati pativano disagio e dannaggio, piuttosto che riconciliarsi co’ Pisani, essendo di ciò richiesti e per li Pisani e per lo detto doge di Genova a loro richiesta, offerendo ogni franchigia e ogni vantaggio ch’e’ Fiorentini volessono domandare. Onde seguitò, che i Fiorentini pertinacemente seguitando, e perseverando nel loro proponimento, non avendo al gran costo rispetto ma all’onore del comune, segretamente feciono armare in Provenza dieci galee, e quattro nel Regno, le quali dieci galee, a dì 18 del mese di marzo detto anno, si mossono di Provenza cariche, e se ne vennono levate l’insegne del comune di Firenze in Porto pisano, e ivi stettono per alquanti giorni, facendo fare la grida sotto piccolo nolo, che chi volesse mandare mercatanzie a Talamone in sulle galee del comune di Firenze le potesse sicuramente caricare, e ’l simile feciono in Foce; e d’indi si partirono, e scaricarono a Talamone; onde molte barche e legni v’apportarono con roba d’ogni parte, vedendo il mare sicuro. Le quattro galee del Regno in questi medesimi dì vennono da Napoli, e incontrarono una galea e uno legno di Pisani cariche di mercatanzia ch’andavano a Corneto, e presonle, e fecionle scaricare a Talamone senza fare loro altro danno; d’indi se n’andarono a Porto pisano per lo modo dell’altre, e appresso in Provenza a caricare. Appresso di questo i Fiorentini lungamente ritennero cinque galee provenzali, che stettono a guardia del mare il più sopra Porto pisano, sicchè ogni legno e ogni barca liberamente caricava a Talamone. I Pisani avendo fatta la loro pruova, e rimasi beffati di loro pensiero, con loro usata astuzia mandarono il bando, che ogni uomo potesse liberamente navicare a Talamone colle sue mercatanzie; nè già per questo i Fiorentini non lasciarono le loro galee della guardia. Avemo questa materia forse più stesa che non richieda al fatto del nostro trattato, ma la novità del fatto ci scusi; sì perchè è la prima armata che mai nostro comune facesse in mare, e sì per mostrare il fermo proponimento del nostro comune; il quale nè la disordinata spesa, che in poco tempo passò i sessantamila fiorini, nè danno, nè sconcio di mercatanti, nè le grandi profferte de’ Pisani e d’altri per loro, muovere di sua perseveranza poterono. L’animo del nostro comune si vide netto e intero per fare de’ loro errori ricredenti i Pisani, dimostrando, che senza loro e il loro porto i Fiorentini potevano fare; e appresso conobbono, che niuna altra guerra tanto danno e abbassamento poteva loro fare, quanto quella che si cominciava a praticare: ancora perchè sottilmente cercando, quanto allo stato de’ detti due comuni, la materia ha più dentro che non mostra di fuori, e però pensiamo d’essere scusati se di ciò avessimo soperchio parlato.
Il governamento del reame di Francia, come è detto addietro, era ridotto a tre stati, cioè prelati, baroni, e borgesi, i quali tenevano il consiglio, e diliberavano quello voleano che nel reame si facesse, e il Delfino vi consentiva. Durando il detto ordine, del mese di marzo detto anno, avendo il proposto di Parigi con suoi confidenti presa baldanza dell’abbacinato popolo per lo tagliamento fatto de’ consiglieri del Delfino, avendo nel suo segreto il trattato col re di Navarra, si sforzava con astuzia mostrare a’ borgesi di Parigi, che per questi fatti s’intendea più a singulare profitto che a comune bene, e che la pace e l’accordo del re d’Inghilterra se ne dilungava, e che il re loro signore n’era tradito. E sotto questo dimostramento col favore del popolo ruppe quell’ordine, e recò il governamento di Parigi alle mani de’ borgesi, schiudendone prima i baroni, e poscia i prelati. E per esempio di costoro così feciono l’altre ville di Piccardia, ed altre provincie del reame. E qui cominciò l’odio da’ gentili uomini al popolo, che poi fece grande novità nel reame, come appresso si potrà trovare. Il Delfino di ciò mal contento, e non potendo riparare, si partì da Parigi, e andossene ad Orliense.
Tornando alla nuova guerra de’ Perugini e’ Sanesi, ed essendo molto faticato il comune di Firenze per suoi ambasciadori a Perugia per mettere accordo e pace tra loro, disponendosi i Sanesi liberamente alla volontà del comune di Firenze, i Perugini per loro alterigia mai si vollono dichinare ad alcuno accordo, parendo loro ch’e’ Sanesi gli avessono troppo oltraggiati; non volendosi ricordare dell’ingiuria loro fatta di Montepulciano, e d’altre cose ond’eglino aveano assai villaneggiati i Sanesi, e però ne’ loro consigli usarono atti e parole non belle contro gli ambasciadori del comune di Firenze, non lasciandogli dire, sufolando, e picchiando le panche quando faceano loro diceria; e nella città i loro famigli udivano ontose e vituperose parole sovente dall’indiscreto popolo minuto. Ma per l’affezione ch’aveva il nostro comune a quello, e al mettere pace tra’ suoi vicini, ogni cosa faceva dolcemente comportare. E stando ne’ detti ragionamenti male intesi, i Perugini accolsono gente d’arme e tornarono a Cortona, e fortificato ch’ebbono e rinfrescato l’assedio, a dì 8 d’aprile valicarono in su quello di Montepulciano con milleottocento barbute e grande popolo, e posono loro campo a Greggiano. I Sanesi con loro cavalleria si stavano in Torrita con milleseicento barbute, e masnadieri e popolo assai, e nella terra e nelle circustanze assai erano sicuri, se poca provvedenza e matta baldanza non li avesse sconci, come appresso diviseremo.
Parendo, come detto è, a’ Perugini avere ricevuto vergogna e oltraggio da’ Sanesi, per vendicare loro onta li mandarono a richiedere di battaglia: e per avventura Anichino di Bongardo capitano de’ Tedeschi fu il primo richiesto, il quale allora era nel borgo di Torrita. Esso vanaglorioso prosuntuosamente fe’ tantosto sonare li stromenti, e con gran festa prese il guanto della battaglia di suo proprio, facendo doni al messaggio. Ma dopo il fatto s’avvide che troppo avea fallato di non avere di sì gran fatto preso consiglio co’ cittadini di Siena, ch’erano conducitori dell’oste e suoi consiglieri, e però ritenne il messo, ed entrò nella terra dov’erano i suoi compagni, e loro disse quello ch’avea fatto. Ai Sanesi molto dispiacque, conoscendo il pericolo; e per ricoprire il fallo del loro capitano, feciono aggiugnere alla risposta, che il giorno fosse fra gli otto dì che seguivano. I Perugini avendo questa risposta, e sapendo il modo che per lo capitano prima era stato tenuto, e appresso per lo consiglio, compresono chiaramente ch’elli non erano acconci a torre battaglia, onde diliberarono di trarsi innanzi, e richiederli colle schiere fatte in vergogna di loro avversari: e ciò facendo, senza prendere battaglia, pensavano avere purgata loro vergogna, e tornarsene addietro; stimando, che con loro onore poi, mediante il comune di Firenze, si potesse venire a concordia e a pace. Ma forse la superbia dell’uno popolo, e l’arroganza dell’altro e presunzione, non avea merito d’avere riposo; uscì l’impresa ad altra fine che per loro non si stimava.
Come detto è, il seguente dì a di 10 del mese d’aprile detto anno, i Perugini, come saviamente aveano diliberato e provveduto, si partirono da Greggiano, dirizzandosi con tre schiere fatte di loro verso Turrita, e strinsonsi infino a piè della terra nel piano, e cominciarono a trombare e richiedere i nemici di battaglia. I Sanesi vedendo i loro nemici venire baldanzosi colle schiere fatte n’ebbono sospetto, e per non avere quella vergogna, presono consiglio d’armarsi, e d’uscire fuori del castello a loro vantaggio in luogo ch’e’ non potessono essere sforzati, e ivi starsi, e rendere suono per suono, e per parole parole senza combattere, non pensando potere essere tratti a battaglia per la fortezza del luogo, e per le spalle della terra. Ma non sono nell’uomo le vie sue, ma nella provvidenza di Dio, la quale sovente dispone oltre agl’ingegni e consigli degli uomini; e così avvenne a questi due popoli, e a ciascuno fuori di sua opinione o pensiero. Perocch’e’ Sanesi fidandosi, come è detto, della fortezza del luogo e delle spalle della terra, uscirono fuori all’inviluppata, e con poco ordine, e senza il loro capitano Anichino di Bongardo, il quale, o per sdegno preso della folle accettagione da’ Sanesi non esaudita, o per altra pazzia, o malizia, co’ suoi Tedeschi non prendea arme. Intanto da quaranta cavalieri scorridori di quelli de’ Sanesi si misono di costa in su un collicello, ch’era in mezzo tra l’una e l’altra oste, per vedere con loro sicurtà il reggimento de’ nemici loro; e ciò veduto per li Perugini, si mossono di loro schiera circa a cento cavalieri, e per traverso giunsono sopra i detti scorridori de’ Sanesi, e loro quasi improvviso assalirono; perchè non potendo sostenere il soperchio, si ritrassono alla schiera. Gli Ungheri arditi e vogliosi gli seguitarono, e tanto avanti trascorsono, che a salvamento ritrarre non si poterono; e’ Perugini non vedendo senza grande pericolo poterli soccorere, gli avevano posti per abbandonati, ma il loro capitano disse: Facciamci innanzi colle schiere, sicchè s’e’ si vogliono raccogliere noi li possiamo più da presso ricevere; e così seguette. I Sanesi vedendo muovere le schiere verso loro, non avendo pensiere di combattere, e temendo di non esservi recati per forza, non essendo con loro Anichino colla sua gente, volsono le insegne, e tornaronsi in Torrita. I Perugini veggendo che sconciamente e per viltà si partivano, montarono in ardire, e misonsi innanzi; e non trovando contasto, in fino alle barre del borgo di Torrita giunsono baldanzosi, e cominciarono con grande romore ad assalire il borgo. Veggendo ciò Anichino, colla sua gente disordinatamente si mise di fuori tra’ nemici, e di presente fu preso col maliscalco dell’oste e con cinquanta altri cavalieri, perchè di tradimento mala boce li corse. Preso il capitano e la sua gente fuori del borgo, e rotta, i Perugini assalirono il borgo; e scesi molti cavalieri de’ loro a piede, e trovando al riparo lieve contasto, per forza lo presono; e più avanti passando messer Cagnuolo da Coreggio soldato de’ Perugini con sessanta cavalieri per entrare nel castello, i Sanesi uscirono per costa, e tutti a man salva li presono. Allora si ritrassono i Perugini e rubarono e arsono il borgo, e tornaronsi co’ prigioni, e colla preda e colla non pensata vittoria a Greggiano, portandone bandiere assai de’ conestabili ch’aveano trovate negli alberghi. Nella detta battaglia non ebbe oltre a cento uomini morti tra dall’una parte e dall’altra, ma assai cavalli morti e fediti, e più di quelli de’ Perugini. I Sanesi rotti vilissimamente, venendo la notte, distribuirono i cavalieri alla guardia delle loro terre, e scrissono al comune loro, che se di subito non s’avesse gente nuova al riparo, che il loro contado sarebbe arso e guasto da’ Perugini.
I Sanesi udita la mala novella gran dolore ne presono, sì per la vergogna, e sì perchè credendosi avere pace co’ novelli nemici loro, per l’arroto oltraggiati, si vedevano nella guerra rifermi, e sentivano ch’e’ Perugini per loro crescere vergogna erano per venire infino alle loro porte, e non vedeano ciò potere vietare; che perchè il comune di Firenze avesse d’ogni parte suoi ambasciadori, misurato mezzo trovare non vi poteano, per la disordinata superbia e dell’uno e dell’altro comune, onde si disposono di fare danari per diversi modi, quanti più ne potessono ragunare, e feciono ambasciadori a’ signori di Milano, e mandarono alla compagnia ch’era in Lombardia per conducerla contro a’ Perugini, e aspettando questo, si ritennono alla guardia delle loro terre murate, e sgombrarono il contado. I Fiorentini non poterono ritenere i Perugini, ch’e’ non volessono per loro arroganza, sentendosi il favore della fortuna, ed essendo nel caldo della vittoria, andare infino alle porte di Siena, come appresso racconteremo.
Sentendo i conti di Montedoglio, che la maggior parte degli uomini del Borgo a Sansepolcro erano andati in aiuto de’ Perugini, e che per tanto, la terra era rimasa sfornita di gente da guardia, avvisato loro tempo, nel quale si credettono agevolmente prendere la terra e recarla alla loro signoria, a dì 5 del mese d’aprile detto anno, dato ordine d’avere gente di soccorso alla loro impresa, cominciarono con numero di seicento fanti, co’ quali si misono nella terra, e la corsono senza contasto, e in parte rubarono. I terrazzani spauriti per lo subito assalto si ridussono nel cassero, e prestamente a’ loro amici e vicini il fatto feciono assapere, domandando soccorso, e nell’oste de’ Perugini loro stato feciono sentire; onde i castellani v’andarono di presente per comune con tutta loro possa, ed ebbono l’entrata per lo cassero. I conti conoscendosi impotenti a potere tenere la terra contro a tanti e tali nemici già venuti al soccorso, e a quello che speravano che tosto dovesse potere venire, senza indugio di tempo, non s’affidarono di fare lunga dimoranza nella terra, ma l’abbandonarono il secondo dì che presa l’aveano, portandosene quelle cose sottili che poterono, e ciò non senza danno della codazza di loro gente, che ne fu morta e presa.
A dì 14 d’aprile, essendo bandita la gran festa che il re d’Inghilterra dovea fare alla Sangiorgio, il re mandò innanzi a Guindifora, ov’era prigione il re di Francia, e ’l figliuolo, e altri baroni di Francia, messer Lionello suo figliuolo a dirli, che il re suo padre volea venire a fare con lui colezione. Il re di Francia il ricevette a gran festa, e tennelo la mattina con seco a desinare; appresso mangiare il re d’Inghilterra fu là, e il re di Francia gli si fece incontro, e ricevettonsi insieme con molta reverenza, e dopo molta contesa di mettere innanzi, e onorare l’uno l’altro, il re di Francia lo prese di pari, e andarono a bere insieme con gran festa e allegrezza; di che uno ministriere festeggiando disse: Mala morte possa fare chi di voi sturba la pace: il re d’Inghilterra rispose al motto, che già per lui non rimarrebbe, e che coll’aiuto di Dio tra loro sarebbe buona pace; e invitò il re di Francia alla festa ch’avea ordinata alla Sangiorgio, e il re di Francia accettò, e fece suo sforzo per potervi comparire magnificamente come a lui s’appartenea; dopo ciò il re d’Inghilterra preso il congio si tornò al suo ostiere.
Montata la pompa de’ Perugini per la nuova vittoria, segretamente teneano trattato co’ Tarlati d’Arezzo, e ricevutigli in loro protezione e accomandigia con mala intenzione, pensando coll’aiuto de’ segreti amici, e per furto e per ingegno rimetterli in Arezzo per averne la signoria, senza scoprirsi contro a’ Fiorentini, cadendo il bisogno del borgo come è detto, e richiesti furono i Tarlati da’ Perugini, ed elli s’apparecchiarono prestamente con tutta loro forza d’andare a soccorrere la terra: non fu bisogno; perocchè i castellani, come di sopra dicemmo, aveano fatto il servigio, e liberata la terra. Allora si scoperse, e fu palese che i Perugini senza richiesta de’ guelfi di Toscana, o consiglio, s’erano collegati co’ Tarlati, e gli aveano ricevuti loro accomandati, e promesso di rimetterli in Arezzo, onde i Fiorentini e gli Aretini forte se ne turbarono, e cominciossi a fare in Arezzo di dì e di notte buona e sollecita guardia coll’aiuto e consiglio de’ Fiorentini, sicchè cortesemente fu rotta la speranza a’ Perugini e a’ Tarlati di rivolgere lo stato d’Arezzo. Nel quale trattato non si trovò messer Luzzi figliuolo naturale di messer Piero Saccone, il quale per sdegno ch’avea co’ suoi consorti s’accostò a’ Sanesi, e non volle essere co’ Perugini, e apertamente si mescolò nella guerra contro a loro.
Nel detto anno, a dì 20 d’aprile, nell’ora quasi di mezza notte, il tempo ch’era sereno si turbò con disordinata e subita pioggia, e una folgore percosse nella punta del campanile de’ frati predicatori, dov’era un agnolo di marmo di statura in altezza di quattro braccia con grandi alie di ferro, il quale volgea sopra una grossa stanga di ferro, mostrando col braccio steso il segno de’ venti, la quale figura in molte parti spezzò, e la stanga volta in arco volse con una gran corteccia del campanile, e assai di lontano gittò le pietre, spargendole: e discesa nella maggiore cappella in più parti la incese, e abbronzò le figure, e il simile fè nel dormentorio senza far danno a persona, vituperando le cose pompose. Stimossi per molti che ciò non fosse senza singolare dimostramento d’occulto giudicio, considerato che i frati del detto luogo disordinatamente passando l’umiltà della regola loro data da san Domenico, i loro chiostri e’ dormentori sono pomposi, vezzosamente intendendo alle delicatezze e piaceri temporali. E di ciò accorgendosi il venerabile maestro Piero degli Strozzi del detto ordine, uomo di santa vita, considerando che ne’ suoi giorni tre volte il detto caso era avvenuto, non volle che figura niuna più si ponesse nel detto luogo, ma armò la vetta del campanile contro la forza delle folgori con reliquie sante. Continovando alla predetta materia, le simili cose ne’ detti giorni occorsero infino al mese di luglio, che spesso cadde grandine sformata nel nostro contado, e nell’altre parti della Toscana e della Romagna con grandissimi danni di frutti, e di bestiame e d’alquante persone: nel nostro contado cadde in grandezza di due tanti d’un uovo di gallina: altrove udimmo che cadde vie maggiore.
Avendo il valoroso Adoardo re d’Inghilterra promessa pace al re di Francia, come di sopra dicemmo, e ordinato alla Sangiorgio d’aprile la solenne e vana festa de’ cavalieri erranti alla città di Londra, grandissima quantità di baroni, e di cavalieri, e di nobili uomini d’arme del reame s’accolsono per essere alla festa. I baroni come meglio poterono, ciascuno bene montato, e con nobili armadure e sopravveste, e insegne vaghe e maravigliose, e le donne vestite di ricchi drappi, e ornate di ghirlande, fermagli e cinture di perle e d’altre pietre preziose di gran valuta, ciascuna come meglio potè. Nella città di Londra era per tutto apparecchiato a ricevere i forestieri onoratamente, ciascuno secondo il grado suo. Quivi rinnovellandosi l’antiche favole della Tavola rotonda, furono fatti ventiquattro cavalieri erranti, i quali seguendo i fallaci romanzi che della vecchia parlano, richiedeano, ed erano richiesti di giostra e battaglia per amore di donna. E intorno alla piazza erano levati incastellamenti di legname con panche da sedere, coperti di ricchi drappi a oro, e forniti di dietro di ricche spalliere, dove il re e le reine e altre nobili dame stavano a vedere; e davanti al re veniano dame e cavalieri con finti e composti richiami di gravi oltraggi, e differenti l’uno dall’altro, domandando l’ammenda del misfatto, o battaglia, e il re discernea la giostra, e quale era vinto perdeva sua dama: le quali facevano alle loro giostre cavalcare, quasi come presente premio di colui che vincesse: le conquistate erano di presente menate a corte, e assegnate alla reina come gaggio del vincitore: e altre molte cose simili a queste vane e pompose, e piene di tante inveccerie, che forse a Dio ne dispiacque. Le mense furono poste ornatissime, vezzose e dilicate, con molte e varie vivande. Alle prime mense fu posto sopra tutte quella della reina vecchia d’Inghilterra, appresso quella del re di Francia, alla quale cinque figliuoli del re d’Inghilterra servirono in su grandi destrieri; e il re d’Inghilterra medesimo, ch’era all’altra tavola con quello di Scozia, alcuna volta si levò dalla mensa, e andò a vicitare quella del re di Francia. Questa solennità di festa si coprì sotto il titolo della pace, e per tanto alcuna scusa ricevette della disordinata burbanza e vanità. E nota lettore, che le parole del savio che dicono, gli estremi dell’allegrezza sono occupati dal pianto, si verificarono nel re d’Inghilterra, a cui la moria, che poco appresso seguette, tolse i figliuoli con molto dolore e tristizia.
Smeduccio da Sanseverino della Marca, nuovo capitano di guerra de’ Perugini, come giunse nell’oste, di presente con duemila cavalieri e con gran numero di gente da piè si dirizzò verso Chianciano, e lo combatterono, e arsone i borghi. Appresso entrarono in Valdorcia, e arsono Bonconvento, e corsono infino al Bagno a Vignoni, facendo danni assai maggiori in vista che in fatto, ardendo di rado allora capanne e altre vili e disutili cose, e a dì 29 di aprile cavalcarono verso Siena, e passate le forche assai di presso a Siena fermarono il campo; e coll’usate burbanze toscane alquanti cittadini di Perugia ivi si feciono cavalieri, e’ loro scorridori passarono infino a porta nuova: nella quale per matta baldanza entrarono due di loro, de’ quali l’uno vi fu morto, e l’altro rimase prigione. Sopraggiugnendo la sera, co’ prigioni che presi aveano in numero di centocinquanta si ritrassono a Isola, e il seguente dì ripigliarono la via d’Asciano, e si ritornarono a Perugia: per la qual cavalcata lo sdegno oltre a modo a’ Sanesi crebbe, di che ne seguì quanto appresso diviseremo. È vero, che come uso di guerra sovente dimostra, i Perugini non ebbono netta del tutto l’avventurosa vittoria, perocchè sentendo il signore di Cortona che tutto lo sforzo da cavallo e da piè era cavalcato a oltraggiare i Sanesi, veggendosi libero il tempo da potere danneggiare i nemici, nol volle perdere, e con dugento cavalieri mandò il popolo di Cortona, e assai danno feciono intorno a Castiglionaretino e a Montecchio, e arsono presso al lago la Valdecchio; e correndo infino all’Orsaia, presono due de’ cavalieri novelli de’ Perugini, che per quella via poco accortamente si tornavano a casa, e a salvamento si tornarono a Cortona con molta preda, e circa a dugento prigioni. La preda e il danno fu grande, perchè avendo a vile i Cortonesi, con baldanzosa sicurtà sprovveduti furono sopraggiunti.
L’ultimo dì del detto mese d’aprile, l’abate di Clugnì legato del papa, avendo accolta molta gente d’arme, fece bandire, che qualunque cittadino o forestiere volesse uscire di Forlì, sarebbe ricevuto benignamente da lui e dalla sua gente, e perdonatogli l’offesa di santa Chiesa, e ricomunicato. Per la qual cosa molti per più riprese se ne fuggirono al legato, e assai volte quelli che v’erano messi alle guardie delle mura se ne collavano a terra, e fuggivansi la notte a’ nemici. Il legato vi si ripuose ad assedio con grandissimo popolo, e con mille cavalieri al cominciamento. Il capitano e’ suoi cittadini pazzi di lui disperatamente, senza volere prendere accordo, attaccarsi alla pertinacia e alla durezza, disponendo di tenersi alle difese con grandissimo loro affanno e disagio.
Essendo molto assottigliata la compagnia di Provenza, i gentili uomini, ch’aveano lungamente ricevuto danno ne’ loro paesi, avendo preso sdegno sopra la casa del Balzo, e sopra quelli del Delfinato che l’aveano mantenuta loro addosso, si raunarono insieme più di ottocento cavalieri, e corsono sopra le terre di quelli del Balzo, e guastarono di fuori, e nel Delfinato feciono alcuno danno. E se il re Luigi avesse valicato di là, com’avea promesso loro, avrebbono fatte assai maggiori cose.
Finita la pomposa e vana festa del re d’Inghilterra fatta a Londra, della quale di sopra abbiamo fatta menzione, poco appresso, a dì 8 del mese di maggio, il re di Francia e quello d’Inghilterra in pubblico parlamento feciono pace insieme, e abbracciaronsi e baciarono in bocca: e dissesi, che per buona concordia e buona pace il re di Francia lasciava al re d’Inghilterra la contea di Aghemme, e la Normandia, e la contea di Guinisi, con Galese e le terre che ’l re d’Inghilterra avea acquistate, e che il re di Francia, in fra la festa di tutti i Santi milletrecentosessantotto, dovea avere dati al re d’Inghilterra seicento migliaia di scudi vecchi, e il re Adoardo dovea con tutto suo sforzo riporre il re di Francia in signoria di suo reame. Onde ciò seguendo per fornire l’impresa, il re di Francia mandò messer Giovanni conte di Pittieri suo minore figliuolo, il quale era stato preso con lui in Linguadoca, a procacciare la moneta, con patto ch’alla festa di santo Dionigi dovesse tornare, e rimanere per stadico a Bologna sul mare, tanto che l’altre promessioni e convegne fossono fornite.
Di questo mese di maggio, vedendo il legato la durezza del capitano di Forlì e del popolo di quella città, che per niuno modo si disviava dal volere del capitano di Forlì, acciocch’e’ s’avvedessono, che senza abbandonare l’assedio la state e ’l verno, il legato era fermo di vincerli per forza, pose tra Faenza e Forlì una grande e forte bastita, ove mise quella gente a cavallo e a piè che bisognava, per tenere da quella parte stretta e assediata la città di Forlì; e appresso ne pose un’altra tra Forlì e Cesena al ponte a Ronco; e nondimeno il campo suo con l’altra oste pose presso alla città, e continovamente cercava d’assalire la terra il dì e la notte. E di tutto questo non parea che ’l capitano e’ Forlivesi si curassono niente, ma spesso il capitano colla giovanaglia di Forlì usciva della terra, e assaliva il campo, e ritornavasi contamente a salvamento.
Lungamente era durato lo sdegno che il duca di Durazzo avea portato contro al re Luigi, parendoli male essere trattato da lui; e per questo modo guerra si nutricò nel Regno per la compagnia, e poi per lo conte Paladino, e per gli altri baroni che teneano la parte del duca, di che il Regno era per tutto mal disposto, e’ ladroni multiplicavano, e non v’era paese nè strada che sicura fosse. Avvenne, che morto il conte Paladino e ’l fratello, i baroni cercarono di fare la pace tra’ reali, e il gran siniscalco sopra tutti v’adoperò tanto, che gli recò a buona pace. E del mese di maggio 1358 con gran festa, con tutti i baroni e gentili uomini di Napoli, desinarono insieme al vescovado, e cavalcarono per tutta la terra insieme. E incontanente s’ordinò e bandì, che tutti i forestieri uomini d’arme si dovessono partire del reame, e cominciossi a venire rassicurando il paese.
Abbiamo innanzi narrato, come il re Luigi era costretto d’andare in Provenza per difenderla dalla compagnia che lungamente l’avea tribolata, e avea richiesti i baroni d’aiuto e i comuni di Toscana, e catuno s’apparecchiava di servirlo ove andasse la sua persona. Avvenne, che per le ribellioni che le comuni di Francia avevano fatte contro al Delfino duca di Normandia, primogenito del re di Francia, e contro agli altri baroni e gentili uomini del paese, i baroni col Delfino furono costretti di fare gente d’arme per la loro difesa, e per offendere le comunanze. E perocchè la compagnia era nutricata e creata al suo caldo e degli altri baroni, per averli presti al bisogno, e mantenerli alle spese de’ Provenzali di qua dal Rodano; a questo bisogno chi mandò per l’una parte e chi per l’altra: e così si partì di Provenza una parte della detta compagnia. E il re Luigi per questa cagione, e perchè mal volentieri si partiva del Regno, sostenne l’andata di Provenza.
I signori di Milano, per la grande entrata ch’aveano di loro terre in que’ tempi erano di gran podere, sicchè perchè alcuna volta perdessono loro gente d’arme, di presente per la forza del danaro erano riforniti di nuovo, e possenti a tornare in campo meglio che prima. E però non ostante ch’avessono l’oste grande sopra Mantova, e fornissono contro al marchese di Monferrato la guerra di Novara e di Vercelli, essendo la compagnia del conte di Lando, come detto avemo, in aiuto a’ Lombardi collegati, feciono di nuovo grande oste, e andarono a porre l’assedio alla città di Pavia del mese di maggio, ove aveano più di duemila cavalieri e pedoni, e popolo assai per questi assedi. E per mantenere le grandi spese consumavano le forze de’ collegati, non ostante che spesso negli assalti la loro gente ricevessono danno e vergogna; e ciò addiveniva, perchè i loro soldati tedeschi aveano ricetto, e parte di loro cavalcatori nella compagnia, sicchè contro a loro non si combatteano lealmente, per non disfare la detta compagnia; e avvedutisi i signori di Milano per più volte di questo, e trovatisi con diecimila cavalieri a loro soldo, e mille di quelli della compagnia gli cavalcavano presso a Milano, non ostante ch’avessono vantaggio contro a’ loro avversari, per questa cagione cominciarono a dare gli orecchi al trattato della pace, la quale poi si fornì, come al suo tempo racconteremo.
Di questo mese d’agosto, i Perugini per potere con meno gente d’arme e con minore spesa mantenere l’assedio a Cortona, cominciarono ad afforzare di mura e di fossi l’Orsaia per farvi una terra nuova, sicchè il verno come la state potessono tenere assediati i Cortonesi dal lato del piano. I Cortonesi per questo poco si curavano, perocchè la montagna era in loro balía, e aveano gente a cavallo e a piè che spesso faceano risentire i loro nemici.
Quasi per spazio di tre anni era continovata la guerra da’ signori di Milano a’ collegati Lombardi, nella quale erano i signori di Mantova, di Ferrara, e di Bologna, e il marchese di Monferrato, Genova, e Pavia; nelle quali battaglie, ribellioni e presure d’assai città e castella erano fatte, com’addietro abbiamo narrato, con vari avvenimenti di guerra e di fortuna e d’una e d’altra parte; e come che la possanza de’ signori di Milano fosse grandissima, pure aveano perdute la maggior parte delle terre che tenere soleano nel Piemonte, e Novara, Como, Pavia, e Genova, e Savona, e con la Riviera e di levante e di ponente, e molte altre castella in quelli paesi; ma tutto che queste terre fossono loro tolte, per loro entrata e potenza conduceano gente d’arme, e nuove osti faceano, avendo più forza l’un dì che l’altro, almeno in apparenza. Per le quali cose i collegati straccati dalle gravezze delle spese incomportabili a loro, con gran pericolo e pena sosteneano la guerra, avendo nel segreto grande appetito di pace; dall’altra parte i signori di Milano s’erano trovati più volte ingannati dalla gente d’arme di lingua tedesca, che avendo essi forza di novemila in diecimila cavalieri, mille o duemila barbute della compagnia per più riprese, come mostrato abbiamo, correano infino alle porte di Milano, e stavano a oste nel loro contado, e non trovavano Tedeschi che contro a loro facessono resistenza, che tutti teneano parte nella compagnia, e i cassi da’ soldi entravano in quella, e per questa cagione s’aveano vedute rubellare molte terre; per la qual cosa anche eglino desideravano concordia. Onde essendo mezzano e sollicitatore della pace messer Feltrino da Gonzaga de’ signori di Mantova, la pace si fornì, e palesossi per tutto all’uscita del mese di maggio, gli anni 1358, con certi patti e convegne che poco vennono a dire, come appresso si dimostrò per lo fine.
Essendo cacciati da Pavia quelli della casa di Beccheria, come a verno addietro narrato, frate Iacopo Bossolaro fece sua predicazione, alla quale s’adunò tutto il popolo di Pavia uomini e donne; e con belle e ornate parole mostrò, che non era bastevole avere cacciati di Pavia i tiranni, se a loro non si togliesse la speranza del tornare, la quale loro durerebbe mentre che le loro case e’ palagi fossono in piè; e che per tanto a lui necessario parea d’abbatterli, e fare piazza del sito dov’erano. Fornita la predica, tutto il popolo si mosse, e volonterosamente corse ad abbattere le dette case e palagi: e in picciolo tempo non vi lasciarono pietra sopra pietra, che non portassono via; e il luogo recarono a piazza, secondo che il frate predicando avea consigliato. E fu ciò cosa mirabile, che tutti, maschi e femmine, piccoli e grandi vi furono per maestri e manovali, e a modo delle formiche ciascuno ne portò via la parte sua.
Gli antichi Romani al tempo del popolo gentile aveano un tempio nella città consacrato a Giano, il quale nel loro errore faceano Iddio dell’anno. E per tanto il primo mese dell’anno a questo loro Iddio era consacrato, e da lui era denominato Gianuaro, che noi volgarmente appelliamo Gennaio. Questo tempio di Giano, quando stava aperto era segno di guerra, e quando stava chiuso era segno di pace. Di che tornando alle favole antiche, e all’usanze antiche della magnificenza romana, questo nostro anno dire si potrebbe quello della pace: perchè in esso fu fatta e fermata la pace dal re d’Inghilterra al re di Scozia, e lasciato fu di prigione il re David, che carcerato il tenea quello d’Inghilterra. Ancora si fè la concordia dal re di Spagna al re d’Araona, e quella dal re d’Inghilterra al re di Francia, il quale era suo prigione, benchè per li patti rimanesse sospesa. E fecesi la pace dal comune di Vinegia al re d’Ungheria; e quella de’ signori e tiranni di Lombardia, che di sopra avemo raccontata; e quella dal re Luigi al duca di Durazzo; e quella da’ Perugini a’ Sanesi. E più ad aumento di pace in questo anno fu abbondanza di tutti i frutti della terra. È vero, che furono nel verno malattie di freddo, e nella state molte febbri terzane, e semplici e doppie, sicchè se gli uomini fer pace delle loro guerre, non dimanco gli elementi per li peccati sconci degli uomini loro fecero guerra. Nella quale fu da notare, che come l’anno passato la Valdelsa, e il Chianti, e il Valdarno furono di molte infermitadi gravate e morie, che così nel presente, che fu mirabile cosa. E perchè per queste paci fossono liete molte provincie, il reame di Francia in questi giorni ebbe grandi e gravi commozioni di popoli contro a’ gentili uomini, che molto guastarono il paese, e tre gran compagnie di gente d’arme settentrionali conturbarono forte Italia e la Provenza. Il perchè appare, che universale pace non può essere nel mondo, come fu al tempo che ’l figliuolo di Dio umana carne della Vergine prese.
Incontanente che la pace de’ Lombardi fu fatta, la compagnia del conte di Lando, ch’era stata contro a’ signori di Milano per condotta de’ collegati, com’addietro abbiamo narrato, si partì di quei paesi; e all’uscita del mese di giugno, avendo per tutto il passo aperto, e la vittuaglia da’ paesani, con licenza del signore di Bologna se ne vennono a Budrio in sul Bolognese; e ivi stettono alquanto di tempo prendendo loro rinfrescamento, dando di loro usati aguati e improvvisi assalti assai di tema a tutti i Toscani, e al legato del papa in Romagna, e così al Regno, aspettando in quel luogo civanza di condotta, e danari da chi con loro si volesse patteggiare e comporre.
Narreremo in questo capitolo cosa che non pare degna di memoria, nè certo è, se non in, tanto per quanto per essa si può dimostrare la debolezza in que’ giorni del famoso reame di Puglia. Certi ladroni e rubatori di strade nel detto regno in questi giorni faceano compagnia, e aveano preso per loro ridotto un castelletto tra Serni e Castello da mare che si chiama Parma: e ivi s’erano adunati, e rubavano le strade e’ paesi che da loro non si volieno rimedire. E aveano già tanto fatto, che circa a centoventi di loro erano montati a cavallo, e armati a guisa di cavalieri, e spesso correano fino a Napoli, e per Terra di Lavoro; e maggiore guerra e danno faceano a’ paesani, che quelli della gran compagnia quand’erano nel Regno, perocch’e’ sapeano i passi e le vie del paese, e conoscevano i massari e’ paesani da cui si poteva trarre il danaro. E così teneano in mala ventura e angoscia tutto il paese, che niuno osava andare per cammini senza buona scorta. E per questa cagione il re fece gente d’arme, e ristrinseli nel detto castello, e assediolli: e in fine vedendo i detti ladroni che non poteano tenere il castello, l’abbandonarono, e fuggirsi del paese, e il re riprese la terra, e la fornì di sua gente; perchè alquanto ne migliorò la sicurtà delle strade e de’ cammini.
Li Sanesi avendo veduto non rotte le loro forze, nè con ordine di battaglia, essere così sventuratamente sconfitti e cavalcati da’ Perugini infino alle porti, essendo di natura sdegnosa e altiera e di voglioso consiglio, di comune assentimento deliberarono di fare ogni loro sforzo e podere per qualunque modo potessono, per vendicare loro vergogna; non ostante che per lo comune di Firenze oltre all’usato amore consueto di faticarsi a pacificare loro vicini, ingelosito che per loro riotte non surgesse allettamento di signore forestiere, di continovo sollecitamente cercasse modo comportevole a sgravare il soperchio dell’onta fatta a’ Sanesi, e a questo per forza d’amistà de’ reggenti e maggiori di Perugia avessono condotto ad assentire i Perugini, nè modo nè verso co’ Sanesi trovare non potè, i quali nel furore di loro lieve animo, non guardando a stato di parte guelfa, nè a’ pericoli che seguire ne potesse alla libertà de’ comuni di Toscana, malcontenti di ciò che per l’uno comune e per l’altro si facea, cercando sempre concordia tra loro senza favorare in segreto o in palese eziandio in parole nessuno di loro contro all’altro, solenni ambasciadori con pieno mandato e larghe promesse mandarono a’ signori di Milano per impetrare loro aiuto e favore; ma poco loro valse, tutto che in niente montasse per loro mal volere e pravo concetto, perocchè per la pace tra detti signori e comuni di Toscana fatta, per non romperla non se ne vollono travagliare. Il perchè veggendosi i Sanesi mancare la detta speranza, in sulla quale stavano ventosamente a cavallo, cercarono convegna colla compagnia che di Lombardia era venuta a Budrio, e si patteggiarono ch’andasse al loro soldo per certa quantità di moneta: e nel patto inchiusono, che la compagnia un mese e più con altra loro gente dovesse stare in sul contado di Perugia; e per lo detto servigio diedono caparra e la ferma, all’entrata del mese di giugno 1358. Semoci un poco allargati in parlanza sopra questa materia, per fare ricordanza a coloro che per li tempi verranno al reggimento del nostro comune, che stieno avvisati a’ rimedi della straboccata e ventosa volontà de’ Sanesi, i quali sovente per levità d’animo hanno tentata la loro sovversione e degli altri comuni di Toscana, che vogliono e amano di vivere in libertà.
I Pisani avendo provato e riprovato per molte riprese, che nè per loro armate, nè per impedimenti di mare, nè per lega che tacitamente avessono col doge di Genova, nè per qualunque altri loro argomenti o sagacità, usando larghe promesse di nuove franchigie e più utile a’ Fiorentini, non aveano potuto rimuovere il comune di Firenze dal suo fermo proponimento del non tornare a fare porto a Pisa, ma piuttosto coll’aizzamento gli aveano fatti indurare; e veggendo ch’esso comune di Firenze s’era messo in armare galee, e cercare ventura di mare contro a loro; colla usata astuzia, del mese di giugno detto anno, con segreta deliberazione fatta tra loro mandarono la grida, che i Pisani e’ loro distrettuali, e ogni altra maniera di gente liberamente potesse andare a Talamone co’ suoi legni e mercatanzie, e di là recare e portare mercatanzia salvi e sicuri da tutta loro gente. E incontanente cominciarono a mandarvi della roba loro con fare porto a Talamone; e nondimeno i Fiorentini continovo le loro galee teneano alla guardia del mare.
Avendo i Sanesi l’animo infiammato contro al comune di Perugia, elessono per loro capitano di guerra il prefetto da Vico con gran balìa nella città e di fuori sopra la gente d’arme, il quale accettò: ma non venendo presto come il furore de’ Sanesi cercava; a dì 21 di giugno uscirono fuori a oste sopra il Monte a Sansavino colla loro gente d’arme, e con settecento barbute che avea Anichino di Bongardo capitano della nuova compagnia, e ivi sforzandosi di vincere la terra, senza frutto stettono aspettando il loro capitano e l’altra gran compagnia che aveano condotta in Lombardia. I Perugini temeano forte l’avvenimento della compagnia, e acconciavansi bene a lasciare trovare modo a’ Fiorentini d’avere la pace; nondimeno afforzavano l’Orsaia per potersi tenere più forti e provveduti alla loro difesa.
Di questo mese i Fiorentini arrosono al palio di san Giovanni, ch’era di due finissimi velluti chermesi, con uno nastro d’oro largo quattro dita coll’arme del popolo e del comune, riccamente ricamate di seta d’otto braccia di lunghezza, quanto le dette due pezze erano larghe, di vaio sgrigiato; cosa molto orrevole e bella alla nostra festa.
Tornando a’ fatti di Francia che occorsono in que’ tempi, il Delfino di Vienna, e ’l duca d’Orleans, come addietro avemo fatta menzione, per disdegno, o forse per paura piuttosto, che più verisimile parve, s’era partito di Parigi, e l’amministrazione e governo del tutto avea lasciato al proposto de’ mercatanti e a’ borgesi di Parigi; perchè essendo ripreso di codardia, si mosse, e appressossi alla città, stimando che il proposto li portasse reverenza, e come reale lo ridottasse, e a lui mandò a dire, che con trenta compagni li venisse a parlare. Il proposto rispose di farlo; e di presente tutto il popolo commosse, il quale in numero di trentamila o più il seguirono per ire seco infino al luogo dove stava il Delfino. Il quale udendo in che forma venia, non lo attese, ma si partì in fretta, per non attendere la piena del popolo ignorante e mal consigliato, e tornossene ad Orliens. E ciò fu all’entrata di giugno.
I borgesi e ’l popolo minuto di Parigi vedendosi armati, che n’erano poco usi, e che ’l Delfino non attendendo loro furia s’era partito, montarono in baldanza; e come suole avvenire, e per sperienza si vede, che i vili, che prendono ardire contro a chi fugge, vantandosi di loro cuore e ardire, col fumo della vittoria senza contasto si fermarono, aspettando se loro fosse mosso niente. Il proposto con quelli che lui seguivano nel malvagio proponimento e consiglio, veggendo lo stolto popolo armato, e per levità d’animo nimicato contro la casa reale, pensarono con esso, avanti che giù ponessono l’arme, a maggiori fatti procedere. E per tanto confortato il popolo, e inanimatolo a speranza di migliore fortuna, quasi come gente furiosa e irata la condussono spartamente come vedeano che richiedesse la faccenda, e ogni parte d’essa sotto guida a’ palagi e a’ manieri de’ gentili uomini ch’erano vicini a Parigi, i quali non prendendo guardia di loro, e non avendo alcuno avviso di loro iniquo e reo proponimento, nè del movimento di chi li guidava, molti ne furono sorpresi. Il furioso popolo incrudelito, quanti ne giugnea tanti ne mettea al taglio delle spade, non perdonando a fanciulli o a donne; e a’ micidi aggiugneano l’arsioni, diroccando fortezze e manieri a costuma di fiere selvagge. E intra gli altri nobili e ricchi dificii guastarono il bello castello di Montmorensì, e altre molte castella notabili. E con questa rabbiosa vittoria, con spargimento di cittadinesco sangue, si tornarono in Parigi, avendosi fatti nemici i gentili uomini e i baroni del reame.
Sentendosi per lo paese quanto inumanamente, e con quanta bestiale fierezza il popolo di Parigi s’era portato contro a’ baroni e a’ gentili uomini circustanti e vicini a Parigi, l’altre buone ville di Piccardia e di Francia, prendendo esempio dal popolo di Parigi, tantosto s’adunarono in arme, e uscirono delle ville come se andassono contro a’ nemici, e ricercarono i gentili uomini e le famiglie loro per li manieri, e per le castella, e per le tenute dove si riduceano, e quanti ne poterono giugnere senza misericordia n’uccisono, e i loro manieri e castella dove poterono entrare disfeciono. E fu sì subita e improvvisa questa tempesta, che molti tra le loro mani ne perirono, dando boce e cagione, ch’e’ gentili uomini e i baroni erano traditori del re loro signore; ma certo chi fu primo motore di tanto scellerato male fu il reo e il traditore di suo signore e di tutto il reame, come appresso leggendo si potrà trovare.
Bene che paia assai disonesto e fuori di ragione, che li prelati che dovrebbono essere correggitori de’ difetti e peccati de’ secolari s’inviluppino e rivolgano in quelli, e massimamente in quelli errori mondani che più paiono orribili e abominevoli, come sono tradimenti, o se volemo più onesto parlare, trattati, nondimeno per la corrotta usanza del malvagio tempo che corre, non pare si disdica a coloro che sono posti da santa Chiesa alla cura de’ suoi beni temporali, tutto che cherici sieno, usare arte di tradigione. Per questa larga e non dannata licenza, l’abate di Clugnì legato di papa in Romagna, avendo fatto tenere certo trattato con le guardie d’alquante bertesche della città di Forlì, le quali gli doveano essere date, mandò della sua gente una notte intorno di seicento tra a piè e a cavallo, e presonle, ed entrarono nella terra; e se avessono avuto con loro più forte braccio n’erano signori. I cittadini, per l’improvviso e subito assalto non sbigottiti, insieme col capitano francamente si fedirono tra loro ch’erano entrati, e per forza gli ripinsono di fuori, avendone morti e presi una parte di quelli che più s’erano messi innanzi; intra gli altri rimase preso il figliuolo del conte Bandino di Montegranelli; e gli altri si fuggirono senza avere caccia fuori della terra, e tornarsi al legato beffati.
Uno de’ terrazzani di Meldola capo di setta, essendo per più tempo stato con certi suoi congiunti sostenuto dal capitano di Forlì per sua sicurtà di quella terra, si collò dalle mura con suoi compagni di furto, e fuggissi nel campo al legato, e ivi segretamente stando più giorni s’intese con altri suoi terrazzani. E a dì 2 di luglio detto anno, il legato ordinata sua gente sott’ombra di combattere Meldola, si strinse alla terra. Lo Meldolese di cui avemo parlato, senza arme uscì della schiera, e innanzi si mise verso la terra, e fè certo segno a quelli delle mura, sicchè fu conosciuto; e sperando nell’ordine e nel favore di coloro che dentro avea temperati con belle e savie parole, ed efficaci alla materia, disse a’ suoi terrazzani, che non volessono essere morti e disfatti in contumacia di santa Chiesa, che domandava con gran ragione la sua terra, e con beneficio, per servire al tiranno scomunicato, che contro a Dio e contro a ragione si tenea in ribellione del legato e di santa Chiesa, il quale era stretto per modo, che tosto dovea e potea essere disfatto; loro assicurando che dalla gente della Chiesa non riceverebbono offesa nè danno alcuno. I Meldolesi alla Romagnuola voltanti, e affannati dalla lunga guerra, udendo così parlare il loro terrazzano, ed essendo sospinti da’ consigli e conforti di quelli dentro che col detto loro terrazzano s’intendeano, di presente apersono le porte, e ricevettono liberamente con allegrezza e festa la gente del legato pacificamente. Li forestieri che v’erano ciò vedendo, bellamente si ricolsono al cassero, e quelli del legato di presente s’afforzarono nel castello, e assediarono la rocca dentro e di fuori, avendo dottanza che la compagnia ch’allora era di presso non li venisse a impedire; e strignendo forte con assedio, e ricercando spesso con trabocchi e con altre battaglie quelli della rocca, a dì 25 del detto mese s’arrenderono salve le persone.
Per l’armata del mare essendo consumata molta moneta dell’usate rendite del comune, sopravvenendo le compagnie del conte di Lando e d’Anichino di Bongardo, e apparecchiandosi molte altre novità in Italia, alle quali per conservare suo stato necessità era al nostro comune di provvedere; e non potendosi ciò fare senza danari, ed essendo l’entrate del comune indebitate, e porre di nuovo gravezze senza manifesta guerra incomportabile e pericoloso parea, massimamente per la nuova dissensione e sospetto nato tra’ cittadini per le accuse e persecuzioni, che sotto il titolo della parte guelfa si facea de’ buoni, e a’ buoni antichi cittadini che si voleano vivere in pace, sotto il segno della detta pace onorando il comune, e non poteano. Quelli che reggevano il comune cercavano nuovo modo, provvedendo per legge che chi spontaneamente prestasse al comune fosse scritto a suo creditore nuovamente nell’uno tre, cioè in fiorini trecento prestandone cento di quello che veramente prestavano, dando al detto monte nuovo e a’ suoi creditori tutti i privilegi e immunità del monte vecchio. Per questa via il comune senza altra gravezza ebbe al suo bisogno soccorso; e se bene si misura, non per carità o affezione ch’avessono i cittadini alla sua repubblica, ma per la cupidigia del largo profitto; il quale fuori del buono e antico costume de’ nostri maggiori molti n’ha tirati dalla mercatanzia in su l’usura, e sì ha ingrossate le coscienze, che le vedovelle poco si curano dell’anime, pur che il monte risponda bene loro.
La gran compagnia essendo nella Romagna a’ confini del Bolognese, sotto la condotta del conte Broccardo e di messer Amerigo del Cavalletto, in numero di tremilacinquecento cavalieri e grande quantità di pedoni, baldanzosamente del mese di luglio mandarono a domandare il passo in Toscana al nostro comune; il quale sorpreso dalla subita domanda, non avvedendosi de’ patti ch’aveano con loro, intra’ quali che non dovessono offendere nè passare per lo nostro terreno fra certo tempo, il quale ancora durava, e temendo della ricolta, che la maggiore parte era in su l’aia, di presente vi mandarono ambasciadore, concedendo che potessono passare a dieci bandiere insieme, togliendo derrata per danaio. Li conducitori e caporali di quella insuperbiti per la temenza che parea mostrasse il comune, tacendo i patti, risposono, che non voleano passare spartiti, nè per lo luogo loro assegnato, ma per quello più loro piacesse. Non volendosi per lo comune a ciò consentire, nel consigliare che se ne fè furono ricordate e ritrovate le convenienze il comune avea con loro, e furono creati ambasciadori ch’andassono a loro, i quali furono; messer Manno Donati, messer Giovanni de’ Medici, Amerigo di messer Giannozzo Cavalcanti, e Simone di Rinieri Peruzzi; i quali ebbono i punti di loro ambasciata, e portarono i patti giurati, soscritti, e suggellati per li caporali e conducitori d’essa compagnia; i quali mostrati loro, come è usanza di gente d’arme di sì fatta maniera quando si sente podere, niente li pregiarono; e perseverando in loro sconce e disoneste domande, accennavano di passare a loro posta, e donde loro bene paresse, a mal grado di chi il volesse vietare. Perchè ciò sentendo il comune, sollicitamente s’apparecchiava alla difesa; e per chiudere loro i passi dell’alpe a suo podere richiesto avea gli Ubaldini, i conti Guidi e gli altri amici del comune ch’aveano podere ne’ luoghi onde si temea che potessono passare, e con poco ordine per la fretta, e senza capitanare, mandò la gente sua da cavallo e assai balestrieri nel Mugello e alla guardia de’ passi. Essendo i detti ambasciadori nel campo della compagnia, e segretamente rivocati dalla loro ambasciata, vi fu mandato di nuovo ambasciadore Filippo Machiavelli, a cui fu commesso in segreto, ch’aoperasse co’ caporali ch’e’ non venissono per lo nostro contado, e che in ciò spendesse da cinquemila in seimila fiorini: e avendosi da lui in risposta che ciò non si potea fare, il comune raddoppiando la sollicitudine a sua difesa intendea.
Il famoso capo di ladroni conte di Lando era nella Magna passato, e portato n’avea il tesoro ch’avea guadagnato, ovvero rubato delle prede degl’Italiani, e di là comperatone terre e castella, e riscosse di quelle ch’avea impegnate. Appresso era stato con l’imperadore, e mostratogli come e’ non era ubbidito da’ comuni di Toscana, e che dove egli avesse titolo da lui, per forza di sua compagnia per tutto il farebbe senza suo costo ubbidire: mostrandoli come la Toscana era piena di soldati di lingua tedesca, che tutti, dove che fossono a soldo, s’intenderebbono con lui. E per tanto non temea trovare in campo contasto; e dove con suo titolo entrasse in alcuna buona città di Toscana, l’altre domerebbe per modo, che di tutte il farebbe libero signore. L’imperadore, ch’era cupido di natura, e astuto, conobbe il partito, e per volere a ciò provvedere per modo indiretto e coperto, sicchè se avesse luogo il consiglio del conte l’esecuzione fosse pronta, e se non, almeno colorata; essendo consueto di tenere suo vicario in Pisa, ne intitolò suo vicario il predetto conte in palese, ma in occulto si disse li diè maggiore legazione. Costui giunto a Bologna, sentì la condotta fatta della sua compagnia da’ Sanesi contro a’ Perugini, la qual cosa molto andava a sua intenzione; e vedendo la discordia del passo col comune di Firenze, di presente cavalcò alla compagnia, e trovò che gli ambasciadori del nostro comune erano rivocati; e volendosi ritornare a Firenze, egli li ritenne, e disse, ch’a niuno partito volea che la compagnia valicasse contro a volontà del comune nè per lo suo contado; e con gli ambasciadori insieme trovarono questa via; che essendo la compagnia in Valdilamone dovesse passare da Marradi, e dappoi passare tra Castiglione e Biforco, e ricidere da Belforte e Dicomano, e da indi a Vicorata, e poi a Isola, e da Isola a san Leolino, e quindi a Bibbiena; e i detti ambasciadori promisono, che ’l comune di Firenze per cinque di loro apparecchierebbe panatica, prendendo derrata per danaio, e in quelli luoghi donde dovea essere loro trapasso. Questa concordia fatta senza mandato a’ Fiorentini non dispiacque, perchè parea in parte conforme a’ patti che i Fiorentini aveano con loro. E per tanto con sollicitudine procedea il comune, che la vittuaglia fosse apparecchiata ne’ luoghi ragionati per li quali doveano passare, e già n’era cominciata a mandare a Dicomano. Gli ambasciadori erano rimasi nella compagnia come il conte avea voluto per più sicurtà di sua condotta, ma non per mandato ch’avessono dal loro comune.
Fermata per lo nostro comune la concordia colla compagnia, come è di sopra narrato, la compagnia di presente si mosse con bello ordine de’ suoi capitani, e a dì 24 del mese di luglio 1358 prese albergo nell’alpe tra Castiglione e Biforco: e come è d’uso di gente di sì fatta maniera che male si può temperare, che come il ferro alla calamita non corra alla preda, passando i patti e convegne si toglieano la vittuaglia loro apparecchiata senza pagare, e se trovavano cose non bene riposte nè in luogo sicuro ne faceano danno, oltraggiando i paesani e di parole e di fatti. Perchè dolendosi gli offesi di ciò, ed essendo male uditi e peggio intesi, ne presono cruccio; e raccogliendosi insieme, nel mormorio alquanti di loro cominciarono ragionamento e di vendetta e di ristoro di loro dannaggio, e senza perdere tempo, s’intesono insieme quelli di Biforco fedeli de’ conti da Battifolle, e quelli di Castiglione fedeli di quello d’Alberghettino, e con loro s’aggiunsono alquanti di quelli della Valdilamone, e disposonsi a loro vantaggio a luogo e tempo nel trapasso d’assalire la compagnia, o parte d’essa, e cercare loro ventura per rifarsi di loro danni, e vendicarsi degli oltraggi che aveano ricevuti. Quella sera medesima che questo per li villani si cercava ciò fu detto al conte di Lando, e avvisato che la seguente mattina gli s’apparecchiava novità: poco mostrò averlo a calere, sapendo che poco numero essere potea, e di gente alpigiana, e male in arnese quella che il cercasse d’offendere; nondimanco avanti al fare del giorno avacciò sua cavalcata, e mise sua gente in cammino, e ne fece più parti, nella prima fè cavalcare messer Amerigo del Cavalletto, e con lui gli ambasciadori fiorentini, fuori d’uno che ne tenne con seco, colla maggior parte di sua gente armata e disarmata con tutta la salmeria.
I conestabili con gente d’arme avvantaggiata con loro arnese sottile e di valuta, in numero d’ottocento a cavallo e cinquecento pedoni, col conte Broccardo lasciò alla retroguardia e riscossa. Il cammino ch’eglino aveano a fare, tutto che non fosse lungo, era aspro e malagevole, perocchè venendo da Biforco a Belforte presso alle due miglia della valle, quinci e quindi fasciata dalle ripe e stretta nel fondo, do v’era la via, la quale si leva dopo alquanto di piano repente ed erta a maraviglia, inviluppata di pietre e di torcimenti, e tale passo è detto alle Scalelle, che bene concorda il nome col fatto. Il detto luogo passò liberamente messer Amerigo con tutta sua brigata, perchè ancora non erano giunti i villani, i quali poco appresso vi vennono in numero d’ottanta, o in quel torno, disponendosi partitamente ne’ luoghi dove pensarono a vantaggio e loro sicurtà potere meglio offendere i loro nemici: e volendo uno de’ maliscalchi della compagnia con sua brigata il detto luogo passare, fu da’ villani assalito, e con le pietre indietro ripinto. Il conte di Lando s’avea tratto la barbuta di testa, e mangiava a cavallo, e sentendo ciò ch’era cominciato, subito si rimise la barbuta, e fece gridare arme; onde i villani, che come detto è, s’erano riposti per le creste de’ colli, e nelle ripe e balzi che soprastavano le vie, sentendo il passo impedito, si cominciarono a mostrare per le ripe dintorno, e a voltare gran sassi, e a gittare con mano sopra la gente del conte ch’erano nel basso del fossato, quasi come in prigione chiusi da altissime ripe. Il conte non spaventato nè invilito per lo subito assalto, come uomo d’alto cuore e maestro di guerre, di subito fece smontare da cavallo circa a cento Ungheri, e li fece montare per le ripe per cacciare i villani dalle ripe ov’erano posti colle frecce e colle grida: ma poco li valse, perocchè i villani ch’erano ne’ luoghi avvantaggiati e sicuri, e soprastanti assai a quelli dove gli Ungheri in uosa, e gravi di loro armi e giubboni non poteano salire, colle pietre n’uccisono alquanti, e gli altri cacciarono a valle. E stando il conte e’ suoi nel romore e travaglio, colle difese che le sue genti poteano fare nel luogo stretto e malagevole, dove poco poteano mostrare loro virtù, una gran pietra mossa nella sommità del monte da parecchi villani, scendendo rovinosamente percosse il conte Broccardo, e lui e ’l cavallo ne portò nel fossato, e uccise; e per simile modo molti e morti e magagnati ne furono. Veggendo i villani che già erano scesi alle spalle de’ cavalieri in luogo che li poteano fedire colle lance manesche, che i cavalieri per la morte di molti di loro erano inviliti, e per la strettezza di loro da non si potere ordinare a difesa, nè per niuno modo abile atare, scesono con loro alle mani; e uno fedele del conte Guido con dodici compagni arditamente si dirizzò al conte di Lando, e valentemente l’assalì. Il conte colla spada fè bella difesa: alla fine non potendo alle forze resistere, s’arrendè prigione, porgendo la spada per la punta; ed essendo ricevuto, come s’ebbe tratta la barbuta, uno villano d’una lancia il fedì nella testa, della quale ferita lungo tempo dopo stette in pericolo di morte. Arrenduto il conte di Lando, tutti i cavalieri smontarono da cavallo, e come il più presto poterono, spogliate l’armi per essere leggieri, si diedono alla fuga, e come ciascuno meglio potea saliano per le ripe, e per li boschi e burrati fuggendo. Allora non solo gli uomini, ma le femmine ch’erano corse al romore, e atare i loro mariti almeno con voltare delle pietre, gli spogliavano, e loro toglieano le cinture d’argento, e’ danari e gli altri arnesi: e avvegnachè assai ne fuggissono per questo modo, molti morti ne furono, e pure de’ migliori, e assai presi, e così de’ fanti a piè. In questo baratto si trovarono morti più di trecento cavalieri e assai presi, e più di mille cavalli e bene trecento ronzini, e molto arnese sottile, e robe e danari vi perderono; e benchè fossono usciti del passo, errando molti presi ne furono nelle circostanze dagli altri paesani che non s’erano trovati alla zuffa.
Come volle fortuna, che per li peccati de’ popoli sovente favoreggia coloro che a loro sono flagello di Dio, essendo il conte di Lando preso da uno fedele e uficiale del conte Guido, il detto valente uomo per acquistare maggior preda, essendo il conte fedito, come dicemmo, l’accomandò a due suoi compagni: il conte vedendosi nelle mani di due villani, temendo forte che non lo menassono a Biforco, per l’offese di sua coscienza fatte la sera dinanzi a quelli della villa, disse a coloro che ’l guardavano, di dare loro fiorini duemila d’oro, ed elli lo menassono altrove ovunque a loro piacesse, e che se in questo il servissono, li farebbe ricchi uomini. I villani conoscendo che se il conte venisse alle mani del loro signore, che della preda e riscatto del conte avrebbono piccola parte, si disposono a servire il conte; e ’l menarono alla donna di messer Giovanni d’Alberghettino. La donna, non essendo ivi il marito, il fece menare a Giovacchino di Maghinardo degli Ubaldini suo fratello a Castelpagano. Ciò sentendo il signore di Bologna, ch’era suo intimo amico e compare, di presente vi mandò medici e guernimenti, e lo fè medicare, e per sua operazione tanto fece, che liberamente li fu mandato a Bologna: il quale essendo bene provveduto e curato alla Tedesca, poco regolando sua vita, e massimamente non prendendo guardia del vino, come fu da Bologna partito cadde in grave infermità, nella quale più volte fu a pericolo di morte, e liberato del male rimase in assai povero stato.
Essendo rotta e sbarattata la retroguardia della compagnia, come detto avemo, messer Amerigo del Cavalletto che guidava la parte dinanzi avendo ciò inteso, ed essendo ne’ prati verso Belforte, e sentendosi dintorno alcuno romore sì di coloro che fuggivano come di coloro che li seguitavano, di subito prese grande sbigottimento: e certo e’ li bisognava, perocchè ’l conte Guido e gli altri paesani conosceano che venuto era il tempo di potersi vendicare della compagnia, e d’arricchire della preda loro. Ma il peccato volle che gli ambasciadori del comune di Firenze si trovarono con loro, a’ quali, temendo di tradimento, si ristrinsono e messer Amerigo e’ suoi caporali con minacce di tor loro la vita, se a loro fosse faltata la promessa. Gli ambasciadori che si sentivano in lealtà, e sapeano che ciò ch’era fatto non era stato operazione del loro comune, gli assicurarono colle parole: e per non mostrarsi ne’ fatti dissonanti alle parole, cominciarono a usare autorità che non era loro commessa, e ferono comandamento a’ fedeli del conte Guido, e a molti altri ch’erano tratti a’ passi, per parte del loro comune ch’e’ non dovessono offendere nè danneggiare coloro cui aveano fidati il comune di Firenze, a cui salvocondotto elli erano diputati, e ch’e’ si dovessono de’ passi levare: i quali tutti, contro a loro intenzione e volere, per reverenza del nostro comune si levarono dall’impresa. Perchè quelli della compagnia ch’erano vogliosamente avanti passati affrettarono di tornare alla schiera, e tutti insieme stretti avacciarono il cammino, e per le strette vie delle piagge in quel dì si ridussono in Dicomano, e ivi con botti e altro legname senza perdere tempo s’abbarrarono il meglio poterono: e conoscendo il pericolo dove erano ridotti, stavano tutti muti e smarriti alla speranza degli ambasciadori. E nel vero elli aveano da temere per l’avviso che loro subitamente fu fatto, che ’l nostro comune avea in quelli stretti passi più di dodicimila pedoni, de’ quali i quattromila erano balestrieri scelti tra gli altri, e circa a quattrocento cavalieri, che tutto che temessono il nostro comune, più ridottavano i villani dell’alpe che li aveano assaggiati.