Sentito che fu per Verona il caso sinistro di loro signore, non si trovò nella terra persona che si levasse di cuore, tanto era odiato e mal voluto; e dopo alquanto spazio di tempo fu ricolto di terra senza avere conoscimento niuno, e spiritò poco, sicchè appena levato del luogo passò, e lasciò la tirannia e la vita. L’esequie per l’onore del titolo che tenea, e della casa, li furono fatte magnifiche, e più liete in vista che dolorose; perocchè riso e pianto, e l’altre forti passioni dell’animo coll’altro contrario male si possono coprire. Il popolo vile, e costumato in servaggio, trovandosi in sua libertà, perocchè non v’era capo di signoria, se non per Polo Albuino ch’era un piccolo garzone senza consiglio e senza gente d’arme, perocch’erano tutti in servigio di messer Bernabò nell’oste a Bologna, nè altro caldo o favore, non seppono usare la libertà e la franchigia che loro avea non pensatamente renduto fortuna. Radunati insieme i fratelli di Gran Cane, nel parlamento in segno di signoria diedono la bacchetta a Polo Albuino ricevendo per sè e per lo fratello, e di presente crearono ambasciadori, e mandaronli a Padova a Cane Signore, invitandolo che venisse a prendere la cura della sua città di Verona; il quale accompagnato da dugento cavalieri del signore di Padova si partì, e giunto in Verona, con grande letizia e onore fu ricevuto, facendolisi incontro alla porta il fratello, e ivi li diede la bacchetta, e lo rinvestì della signoria che avea ricevuta per lui; e così per dimostranza di fede rimasono amendue nella signoria ch’avea ricevuta per lui, e la città si posò senza novità niuna in buona pace.
Essendo stato l’assedio a Bibbiena per spazio di due mesi e dodici dì, nel quale messer Leale e Marco, essendo senza triegue colle battaglie continue e con trabocchi che mai non ristavano in aperto e di fuori combattuti, e in occulto colle cave, e coll’animo grande e colla sollecitudine sofferivano tutto senza riposo, e con consiglio poneano a ogni cosa riparo; e indurati negli affanni e ne’ pericoli non si dichinavano a nulla, ma con fronte dura e pertinacia più si mostravano fieri che mai. I terrazzani per la disordinata fatica, e perchè vedeano guastare i beni loro dentro e di fuori, desideravano l’accordo, e vedendo che la cosa a lungo andare convenia che venisse a quello che volea il comune di Firenze, e pareva a loro che quanto più si stentava venire in maggiore indegnazione de’ Fiorentini, e maggiore distruggimento e consumazione di loro e di loro cose; e pertanto alcuna volta pregarono i Tarlati che prendessono partito a buon’ora, ed ebbono da loro spiacevole e mala risposta. Onde seguì, che diciotto di loro segretamente si giurarono insieme, de’ quali si fece capo uno maestro Acciaio, uomo secondo suo grado intendente e coraggioso, i quali senza indugio o perdimento di tempo s’intesono con alcuni de’ terrazzani di Bibbiena, cui i Tarlati aveano per sospetto cacciati fuori e riduciensi nell’oste de’ Fiorentini, con offerire loro, che dove potessono avere sicurtà e fermezza che la terra non fosse rubata, che a loro dava il cuore di farla venire assai prestamente alle mani del comune di Firenze. E ciò avendo gli usciti sentito, se ne ristrinsono con Farinata degli Ubertini, il quale con loro entrò in ragionamento con due cittadini di quello uficio della guerra i quali erano nel campo, e li domandarono che fede, che sicurtà, e che patti voleano; e fu loro detto da’ cittadini. E ciò udito, lo conferirono a bocca a’ signori e a’ collegi, e da loro ebbono piena balía di potere prendere piena concordia, di promettere e sicurare come a loro paresse a beneficio e contentamento de’ terrazzani, salvando l’onore del comune; e tornati nel campo, feciono a quelli d’entro sentire che aveano mandato di convenirsi con loro. I congiurati per alquanti giorni attesono il tempo che a loro toccava la guardia in certa parte delle mura, e venuto, con una fune collarono un fante, e mandaronlo al Farinata, il quale fu co’ detti cittadini con cui conduceva il detto trattato, e di presente furono al capitano, e li manifestarono il fatto com’era. Il capitano, per coprire col senno suo segreto, diede a intendere che avea sentito che la notte certa gente dovea entrare in Bibbiena, e che volea porre aguato a quel luogo, per lo quale avea sentore che doveano entrare, ed elesse sotto il detto nome quattrocento fanti de’ migliori e de’ più gagliardi ch’erano nell’oste, e ottanta uomini di cavallo a piè armati di tutte loro armi, e seco volle il Farinata con tutti gli usciti di Bibbiena, i quali con altri loro confidenti furono ottanta fanti; e avendo il capitano fatto provvedere delle scale, e ricevuto da quelli d’entro l’avviso dove le dovesse accostare, il dì della pasqua dell’Epifania, a dì 6 di gennaio 1359, in sulla mezza notte quetamente s’accostarono alle mura, e avendo avuto avviso di fuori da maestro Acciaio e da’ suoi congiurati ch’erano in sulle mura alla guardia di quel luogo, ve ne rizzarono cinque, e Farinata di prima co’ suoi, e appresso il capitano montarono in sulle mura, e discesono nella terra alla condotta de’ congiurati, non trovando chi gli impedisse. Mentre si faceano queste cose, uno masnadiere nominato, assai confidente di Marco, che andava cercando le mura, quando giunse in quella parte, ricevuto il nome da’ terrazzani e datoli la via, come fu in mezzo di loro fedito il traboccarono delle mura dentro; e ciò fatto, il romore si levò nella terra, al quale si destò tutta l’oste, che non sapeano che si fosse, e accostati alla terra quelli ch’erano entrati, levate l’insegne del comune di Firenze s’avvisarono insieme, attendendo che gli eletti per lo capitano di quelli che dicemmo di sopra fossono tutti dentro. Marco, ch’era nella rocca con la sua brigata più fiorita, uscì fuori francamente, e percosse a quelli ch’erano entrati, ma da loro ricevuto senza paura con le spade villanamente fu ributtato; nel quale assalto il Farinata, ch’era di quelli dinanzi, fu fedito d’una lancia nell’arcale del petto sì gravemente, che gli fu necessità ritirarsi indietro, della quale fedita assai ne stette in pericolo di morte. Il capitano scendendo nell’entrata delle scale cadde, e sconciossi il piede in forma che non potè stare in su’ piedi, sicchè amendue i capitani in sull’entrata in quella notte furono impediti. I terrazzani che da’ nostri cittadini aveano ricevuta la fede, che non riceverebbono nè danno nè ingiuria, sfatavano nelle loro case senza offendere i Fiorentini, e alquanti di loro intimi amici di Marco e suoi servidori per tema si fuggirono nella rocca; e stando la terra in questi termini, da quelli d’entro a quelli di fuori fu l’una delle porti tagliata, sicchè la gente in fiotto entrò dentro, e furono signori della terra. I due Fiorentini, che in nome del comune aveano promesso che nè violenza nè ruberia non si farebbe, in quella notte s’adoperarono sollecitamente in forma e in modo che niuna ingiuria, o ruberia o danno nella terra si fece eziandio in parole. I terrazzani uomini e donne assicurati offeriano pane e vino, e altre cose abbondantemente, così a quelli ch’erano entrati come a quelli ch’entravano. Come a Dio piacque, e fu mirabile cosa, la terra si vinse senza spargimento di sangue, e senza ruberia o ingiuria o violenza niuna o piccola o grande, che a raccontare è cosa incredibile e vera.
Vedendo Marco che la terra era presa, e ch’egli era con gente assai nella rocca e con poca vittuaglia, perocchè per tema delle cave l’avea sfornita, cercò di potersi patteggiare salvando le persone, ma non ebbe luogo, e dibattutosi sopra ciò per molte riprese, infine impetrò, che la sua donna ch’era figliuola del prefetto da Vico, la quale era gravida, con un suo piccolo fanciullo con tutti gli arnesi di lei se ne potesse andare, e che i terrazzani e alcuni sbanditi del comune di Firenze fossono salvi; e quanto s’appartenne agli sbanditi, non fu senza ombra d’infamia a’ nostri cittadini che si trovarono a questo servigio. Marco e Lodovico suo fratello, e messer Leale loro zio, Francesco della Faggiuola e altri masnadieri in numero di quaranta rimasono prigioni, tutto che poi appresso il detto Francesco ch’era garzone e infermo fosse lasciato, e a dì 7 di gennaio del detto anno renderono la rocca, e a dì 12 del detto mese vennono presi a Firenze i detti Tarlati, e furono messi spartitamente l’uno dall’altro nelle prigioni del comune di Firenze.
Carlo fratello naturale dello scellerato re di Spagna, e da lui cacciato, si riducea col re d’Araona, conoscendo che la forza e bestiale vita del fratello nel reame per paura lo facea temere e odiare; e per tanto stimando che li fosse assai leggiere a fare movimento nel reame eziandio con piccola gente, avuto dal re ottocento cavalieri si mise in certa parte della Spagna, e correndo il paese ricolse gran preda. Il re com’ebbe del fatto sentore, sapendo il luogo dov’erano, e che loro era necessario volendo tornare in loro paese passare per un certo luogo malagevole e stretto, subito mandò duemila cavalieri ad occupare quel passo. Sentendo Carlo e’ Catalani che ’l passo ond’era la loro ritornata era preso, e la gente che v’era, volgendo la tema in disperazione, si deliberarono di mettersi alla fortuna della battaglia, che altro rimedio non v’era. Il valente giovane Carlo col volto fiero, come fosse certo della vittoria confortando i Catalani, e inanimandoli a ben fare, mostrava che tra la gente che gli attendea de’ nemici erano pochi buoni uomini, e che gli altri erano gente vile e dispettosa, e male armata e novizza, e dell’onore del re per sua crudeltà poco desiderosa, aggiugnendo, che se voleano a loro donne e famiglie tornare, necessità era loro fare la via con le spade in mano, e che certo si rendea, conoscendo la virtù loro, che arebbono la via onoratamente. I Catalani vedendo l’animo ardito e sicuro dei giovane presono speranza di vittoria, e si misono alla battaglia, la quale fu fiera, e aspra e dura lungo tempo, ma i Catalani, come la necessità strignea, raddoppiate le forze e l’ardire, diportandosi valentemente, ruppono e sbarattarono gli Spagnuoli, e oltre a’ morti e a’ magagnati ne furono presi più di trecento cavalieri, e con la preda e con la vittuaglia non pensata si tornarono in Araona.
Durando la guerra dal signore di Milano a quello di Bologna, e tenendo quello di Bologna il castello della Sambuca, ch’era del contado di Pistoia, ed era la chiave di dare l’entrata e l’uscita per li paesi così all’offesa come alla difesa, veggendo i Pistoiesi che il signore di Bologna era forte impedito della detta guerra, e che messer Bernabò sormontava, presono tempo, e consiglio e favore, e il vescovo loro, il quale era Fiorentino, nella Sambuca trattò, e seppe tanto trattare e ordinare, che l’una delle guardie che guardava la torre della rocca uccise il capitano; e fermato l’uscio per modo che di sotto non poteano essere offesi, salì nella vetta, e colle pietre cominciò a combattere col castellano dal lato d’entro, e’ terrazzani, com’era ordinato, cominciarono a combattere di fuori; sicchè non potendo stare alla difesa, che non lasciava, quei della torre vi cavalcarono. Il castellano, ch’era Lombardo, stordito per lo tradimento e per lo subito assalto, s’arrendè, salve le persone e l’avere, e all’uscita di gennaio del detto anno, e la terra rimase liberamente nelle mani de’ Pistolesi. Di questa cosa i Fiorentini furono molto contenti, sperando al bisogno potere avere la guardia di quello luogo a sua difesa.
L’oste di messer Bernabò in questi tempi continovamente cresceva, la quale avea fermato suo campo a Casalecchio, e il capitano del luogo faceva cavalcare le brigate or qua or là, rompendo le strade, e facendo assai danno a’ paesani. Gli Ubaldini ad arte si mostravano divisi, e parte ne teneano con messer Bernabò, e parte con messer Giovanni, il perchè le strade e l’alpi non si poteano usare. Il legato, che come il nibbio aspettava la preda, per trarre a sè l’animo di messer Giovanni, cui vedea dovere poco durare, l’aiutava con tutta la sua forza, mettendo al continovo in Bologna gente e vittuaglia. Messer Bernabò di ciò forte turbato, gli scrisse, che non faceva bene a impedirlo che non tornasse in casa sua, minacciandolo, che se non se ne rimanesse li farebbe novità nella Romagna e nella Marca. Per queste minacce il legato più si sforzava ad atare messer Giovanni, il quale vedendosi male parato e poco atto alla difesa, durando la guerra guari di tempo, per più riprese mandava a Milano suoi ambasciadori per levare messer Bernabò dall’impresa, e nondimeno ricercava se potesse muovere i Fiorentini in suo aiuto; e non trovandovi modo, cominciò a trattare collegato il ragionamento: il quale dava gli orecchi a volere fare l’impresa, la quale nella fine venne fornita, come a suo tempo diremo. Ma in questi dì, la cosa tanto dubbiosa e avviluppata, che non si vedea dove la cosa ragionevolemente potesse passare, la guerra rinforzava a giornate. Il capitano di messer Bernabò per più strignere la terra e da lungi e da presso ponea bastie, e all’uscita di febbraio ebbe Castiglione per trattato, ch’è un forte castello posto tra Modena e Bologna. Il signore di Bologna, ch’era uomo al suo tempo riputato, astuto e di buona testa, e per molti anni pratico delle battaglie del mondo, bene conosceva che impossibile era sua difesa contro la forza di messer Bernabò, non avendo altro aiuto, e però sagacissimamente si sostenea, traendo delle castella quelli terrazzani che gli erano sospetti, e bene li conoscea, e in Bologna sotto solenne guardia tenea molti cittadini di cui non prendea confidanza; e del continovo pensava, come con suo vantaggio e onore potesse dare ad altrui i pensieri della guerra, e uscire di tante persecuzioni in luogo dove potesse il resto de’ suoi giorni in pace vivere.
Il castello della Pieve a santo Stefano lungo tempo era stato nelle mani de’ Tarlati; e’ terrazzani sentendo che Bibbiena era presa pe’ Fiorentini, temendo de’ mali che verisimilemente potevan loro avvenire, cercarono di volersi acconciare con li Aretini con volontà di quelli da Pietramala. Nella terra era uno figliuolo di messer Piero Sacconi male in concio a potere resistere al loro volere, e però venendo eglino a lui, loro consentì ciò che seppono divisare; e di presente fece il fatto a’ suoi consorti sentire, e ad altri amici caporali di loro stato, i quali senza indugio copertamente mandarono fanti al castello, e uno di loro con pochi compagni disarmati, come se andassono a sollazzo, entrò dentro con loro, e come si sentirono forti dentro mutarono sermone, e coloro che si voleano accordare, e tutti quelli che si faceano a ciò capo mandarono per stadichi ad altre loro tenute, e di gente forestiera fornirono la guardia della terra, il perchè la cosa, per allora si rimase. Ma i villani della terra loro intenzione, senza mostrare segno di fuori, serbarono nel petto, e a dì 8 di febbraio detto anno, non prendendone guardia i Tarlati che aveano la cosa per cheta, i terrazzani preso loro tempo tutti si levarono a romore, e presi i caporali de’ loro signori e de’ soldati, tenendoli tanto che riebbono li stadichi loro, e liberaronsi della tirannia, racconciandosi col comune d’Arezzo, e tornando allo stato e costume antico di loro contadini, con certe immanità che domandarono, e loro furono concedute. Questo fu alla casa de’ Tarlati, dopo la perdita di Bibbiena, grande abbassamento di loro stato e signoria.
Il gennaio 1359 il re d’Inghilterra pose campo vicino alla città di Rems, usando cautela di non fare loro guasto di fuori, e per più fiate con belli modi cercò con impromesse di magnificare e d’esaltare quella villa sopra tutte quelle di Francia, che gli fosse prestato l’assento che in quella città potesse prendere la corona di Francia, promettendo a tutti di trattarli benignamente; ma poichè vide che non era udito, stimando che facessono ciò per vergogna d’arrendersi senza dominaggio, li cominciò a minacciare di lungo assedio e disolazione della terra se non facessono quello che domandava; ma lusinghe nè minacce approdarono niente, perocchè fu di comune assentimento risposto loro, che aveano loro diritto re, a cui intendeano mentre che durasse loro spirito in corpo stare leali, diritti e fedeli, e che facesse suo podere contro a loro che alla difesa intenderebbono a loro podere. Avendo il re d’Inghilterra dalla comune di Rems questa finale risposta, diede boce, che forniti quaranta dì d’assedio, di fuori in campo prenderebbe la corona; ma non succedendo le cose a suo proponimento, convenne che prendesse per lo migliore altro consiglio. E ciò avvenne, perchè la stagione era forte contraria a tenere suo esercito insieme o a sicurtà, e dividere non lo potea; onde per fare maggiori danni per lo reame, e per stendersi con meno gravezza nel verno, prese e ordinò la sua cavalleria come appresso racconteremo.
Vedendo il re, come poco davanti dicemmo, che il suo stallo a Rems era pericoloso e con poco profitto, all’entrare di febbraio divise suo oste, e una parte ne fece cavalcare per lo paese, la quale non trovando contrario s’arrestò a san Dionigi ch’è presso a Parigi a due leghe: e questa mandata secondo l’opinione di molti fu di consiglio del re di Navarra e con suo favore, sotto la scusa dello sdegno preso per lui per lo Delfino di sospetto de’ mali ch’e’ facea. Il Delfino, col consiglio di certi baroni fidati e fedeli alla corona, intendea a fornire le rocche e le terre, e a fare sollecita e buona guardia in ogni luogo, e lasciava correre e cavalcare il paese alla volontà degl’Inghilesi. E stando in queste tenebre il reame di Francia, e non senza pericolo, era per invidia grave discordia cresciuta intra il conte di Focì e quello d’Armignacca, il quale solea essere assai di minore possa che quello di Focì, molto era cresciuto in tanto ch’avanzava assai quello di Focì; e la cagione di ciò era stato, perocchè per spazio di cinque anni quello d’Armignacca avea tenuto il vicariato del paese per lo Delfino, onde avea tratto grande tesoro; e per questo vizio d’invidia, il quale nelle corti de’ signori signoreggia, il conte di Focì, veggendo il reame in tanto pericolo, con segreto favore del re d’Inghilterra, secondo che per fama si disse, raunò gente d’arme a cavallo e cavalcò per lo paese, ed entrando nelle ville e nelle castella come barone fidato alla corona, e con questo modo mandò fino a Tolosa, dicea che volea altri cinque anni la vicheria del paese come avea avuto quello d’Armignacca, che domandando colta per guardare il paese, non senza tema di ribellione e per molto arbitrio s’appropriò senza l’assentimento dei Delfino; i paesani si portavano saviamente per non dare loro in parte a’ loro avversari, onde s’acquetò la nuova e paurosa fortuna, non che guerra non rimanesse tra’ due conti.
Un’altra parte dell’oste del re d’Inghilterra, essendo il verno nel suo più grave tempo e ridotto alle piove, sotto la condotta del duca di Guales, ch’era il primogenito del re d’Inghilterra, e del duca di Lancastro, che al detto re era cugino, si mise a passare in Brettagna per luoghi stretti e guazzosi, e per li freddi spiacevoli e rei; a quel tempo alla gloria degl’Inghilesi non era malagevole nulla, i quali faceano a loro senno e a loro voglia del reame di Francia quale aveano in piega, e così stimavano fare di Borgogna, dove solea essere il pregio e l’onore di gente d’arme, e così ferono, perocchè passarono per luoghi stretti e malagevoli senza contasto; e giunti nel paese, lo trovarono pieno di molto bene, onde molto s’adagiarono al vernare. Il duca di Borgogna era un giovinetto, ed egli e’ suoi baroni erano malcontenti del re di Francia, perchè avea la duchessa madre del detto duca tolta per moglie, e per la sua dote assai avea preso tutte giurisdizioni del paese; la quale cosa fu cagione di non prendere quella franca difesa contro agl’Inghilesi che si potea pigliare. Gl’Inghilesi per questo rispetto temperatamente si portarono co’ paesani, non prendendo più che a loro fosse mestiero; e perchè il paese era dovizioso, e i passi nella forza degl’Inghilesi, poco appresso del mese di marzo seguente, il re lasciate fornite in Normandia e in Pittieri e in Berrì certe castella afforzate che aveano acquistate, cavalcando liberamente il paese, col rimanente di sua oste se n’andò a Celona in Borgogna, e di là mandò al papa suoi messaggi domandando suo ricetto a Avignone; della qual cosa il papa e’ cardinali, e tutta la corte ne fu in gelosia e in paura. Il papa gli mandò per la detta cagione due vescovi, li quali il pregarono e comandarono che non volesse per sua venuta turbare la Chiesa di Roma, e il re di ciò l’ubbidì; nondimeno con ogni studio facea il papa afforzare la città d’Avignone.
Come per esperienza vedemo, e gli uomini e gli animali senza ragione per natura sono vaghi di libertà, e l’appetiscono come loro proprio bene; gli uccelletti in gabbia vezzosamente nudriti si rallegrano vedendo le selve, e se possono fuggire de’ luoghi dove sono incarcerati ritornano a’ boschi; gli uomini che sono stati in lungo servaggio avvezzi al giogo della tirannia, se sono continovi, e veggiono il tempo di ricoverare loro libertà, con tutti i sentimenti del corpo si studiano a ciò pervenire. E di ciò in questi dì ne vedemmo la prova ne’ suggetti de’ Tarlati, perocchè a dì 13 di febbraio 1359 la Serra si diede al comune di Firenze; la quale fortezza il nome concordia al fatto, perocchè serra il passo della montagna che è dal comune di Bibbiena in Romagna: e il detto dì Montecchio s’arrendè agli Aretini. Quelli della valle di Chiusi avendo mandato per gente al podestà di Bibbiena, e non potendola avere, se prima non ne facesse coscienza al comune di Firenze, e a loro troppo tardava, l’ebbono dagli Aretini, e rubellaronsi da’ Tarlati. Guido fratello di Marco si tenne alla rocca, ch’era fortissima, e da non potersi mai vincere per forza, onde per gli Aretini fu cinta d’assedio in forma che poco potea sperare in soccorso di fuori. E per questa simigliante fortuna aveano considerato che i tiranni murano a secco, che bene che loro mura per altezza passino il cielo, come n’è tratta una pietra di sotto di quelle in su che è carica, l’altre senza niuno ritegno rovinano; il perchè se cotali che usurpano il dominio avessono buon sentimento, non piglierebbono fidanza delle maravigliose fortezze, ma de’ cuori de’ suggetti loro, trattandoli bene.
Non meno ne’ trattati che nella forza dell’arme si riposa e rivolge l’intenzione de’ tiranni; non meno acquistano con tradimento, e con corrompitori di baratteria che colle battaglie. E considerato le grandi, e le lunghe, e disordinate spese delle guerre, per meno spesa sono larghissimi ne’ trattati. Questa regola si scoperse in questi di ne’ caporali di messer Bernabò, i quali teneano trattati con certi soldati ch’erano in Bologna, i quali promisono, che approssimandosi l’oste a Bologna darebbono una porta. Per la detta cagione all’uscita di gennaio del detto anno il campo si mosse, e approssimossi alla terra; ma scoperto il trattato, e presi i traditori, e fattone degna giustizia, l’oste si ritrasse indietro, perchè stando dov’erano venuti stavano in disagio è in pericolo, e tornaronsi a casa al luogo dov’era la loro bastita maggiore.
La parte del re Luigi in Cicilia, sì de’ Messinesi, come de’ Palermitani, in questo tempo era dal giovane duca di Cicilia e da’ suoi Catalani sopra modo tribolata e astretta, che ’l re Luigi altro che con parole non aiutava i suoi partigiani, il quale era cresciuto al duca il seguito suo, e di continovo cavalcavano sulle porte di Palermo e di Messina, e loro tenute e fortezze e con assedio e trattati toglieano; onde non potendo resistere alle continove e gravi oppressioni, da capo con grande istanza richiesono il re d’aiuto, significando loro stato e bisogno. Il re mandò a’ Fiorentini per trecento cavalieri che gli erano stati per tre mesi promessi. Il comune per fare più presto il servigio li mandò settemila fiorini d’oro, avendo sopra questo risposto, che avendo altra volta mandata gente, era stata soprattenuta i detti danari, perchè tanto montava il soldo di trecento cavalieri per tre mesi, acciocchè ’l re li conducesse a suo modo, e quando n’avesse bisogno. I danari presono luogo in altri servigi, e il soccorso de’ Ciciliani per quella volta furono lettere confortatorie, dando loro speranza per animarli alla sofferenza, aspettando se si cambiasse fortuna. Il di che di questo seguette, che i Catalani presono maggiore cuore, e condussono gli amici del re a grande stretta, e con grandi pericoli e partiti, come si potrà al suo tempo provare.
Egli è vero, che come già detto avemo, messer Giovanni da Oleggio non veggendo sufficiente sua possa a resistere a messer Bernabò, nè speranza di soccorso bastevole, cercato e ricercato avea se con lui potesse avere convegna o pace fidata, e non di manco, come sagace e astuto, cercava col legato di rendere Bologna alla Chiesa con suo vantaggio e profitto. Il legato, ch’era d’animo grande, e desideroso di torre quell’impresa per crescere suo onore e nome, non si attentava, perchè non si vedea sufficiente a sostenere tanto fatto, e cominciare non volea senza l’assento del papa e de’ cardinali, per non avere riprensione nè vergogna. E avendo per questa cagione e con lettere e ambasciadori sollicitato il papa, mostrandogli quelle buone ragioni ch’erano a sua intenzione conformi, del mese di febbraio del detto anno, ebbe per diliberazione del santo padre e de’ suoi cardinali, che nel nome di Dio facesse l’impresa, tutto che in questo tempo messer Bernabò con grande spendìo cercasse con danari con suoi protettori in corte che ci ò non si facesse; e tanta fu la forza de’ danari e de’ doni, che ora sì ora no si dicea, con poco onore della Chiesa di Roma. Nè a questo contento il tiranno, sua oste cresceva premendo d’imposte e di colte tutti i cherici ch’erano di terre a lui sottoposte; e credendo con parole altiere spaventare il legato ch’era uomo senza paura, forte lo minacciava. E così la città di Bologna era di fuori tribolata, e dentro stava in gelosia, e prima non sapendo a cui fosse venduta, e sapendo che di lei si facea tenere mercato, e non osava parlare; queste miserie si giugneano in loro gravi danni e le fatiche corporali. Queste pene, se da’ cittadini erano pazientemente portate, meritavano sollevamento, ma non era ancora il tempo che Iddio avea diliberato per fine delle fatiche loro.
Il legato poich’ebbe a suo proponimento l’assento di corte di Roma, d’onde a tempo sperava favore, ritenendo singulare amicizia con messer Giovanni da Oleggio, e gareggiandolo molto per avere da lui quello che cercava, riprese con lui ragionamento e trattato con animo di contentarlo, purchè Bologna venisse alle sue mani, e perchè non dava del suo era largo per promesse. La cosa era venuta in termine, che poco dibattito di lievi cose fra loro aveano. Messer Giovanni stava sospeso, perchè non li parea ben fare rimanendo nemico di messer Bernabò e della casa de’ Visconti, della quale era per gesta. E stando in questo intra due, sentendo messer Bernabò che la convegna era per prendere tosto conclusione, e temendo forte che ciò non venisse fatto, mandò a messer Giovanni certi de’ Bonzoni da Crema, che gli erano cognati, e a loro commise che con ogn’istanza cercassono che Bologna non tornasse nelle mani della Chiesa, e che offerissono al loro cognato ogni patto e sicurtà ch’e’ volesse. Costoro col detto mandato di presente furono a Bologna, e trovarono come la concordia era in alto da potersi e doversi fornire con messer Giovanni; onde si strinsono con lui, e dissonli quanto aveano da loro signore, e lo confortarono con belle e indottive ragioni ch’e’ non volesse rimanere nimico del signore suo e in contumacia de’ suoi consorti, e di tanta possanza e grandezza, che potea con suo onore e vantaggio rimanere in buona pace con loro. Messer Giovanni rispose, ch’e’ volea fare certo e sicuro messer Bernabò che dopo sua morte Bologna gli verrebbe alle mani, mentre ch’e’ vivea la volea tenere per lui, e titolarsene suo vicario, e che volea fidanza che ciò li fosse osservato; e dove a questo messer Bernabò venisse realmente e facesse, disse d’abbandonare ogni altro trattato, affermando che sopra tutte le cose desiderava d’essere in grazia de’ suoi maggiori, e a loro ubbidiente e fedele. I cognati vollono la fede da lui, ed egli la diede loro, dicendo, ch’e’ non potea guari aspettare, e che la risposta prestamente volea; e con questo voltarsi indietro, e tornarsi a messer Bernabò, il quale avea sentito che l’accordo era fatto, e che il prendere stava a messer Giovanni; di che avendo da costoro chiara certezza in consiglio disse, ch’era contento di fare quanto messer Giovanni avea domandato, e che così per sua parte fermassono con lui. I giovani poco sperti e poco accorti, non considerando il pondo del fatto, e quanto il caso portava o potea portare, rendendo la cosa per fatta, con matta baldanza, quasi se non dovesse nè potesse fallare nè uscire di loro mani, lieti e allegri, perchè pareva loro fare gran fatti, presono alquanto soggiorno, aspettando il tempo carissimo e pericoloso in vani diletti, nelle quali cose spesono tre giorni oltre all’aspetto che messer Giovanni attendea; il perchè ne seguì, che essendo in prima messer Giovanni in sospetto della fede di messer Bernabò, il sospetto gli crebbe, e la tema di non essere tenuto a parole a mal fine, e senza più attendere prese partito, e fermò l’accordo col legato, come nel seguente capitolo diviseremo. Fornito il fatto, i giovani che gli erano cognati li vennono il giorno seguente, e trovarono la pietra posta in calcina, sicchè il pieno mandato ch’aveano da messer Bernabò tornò in fumo. Per questo fallo seguette, che i giovani a furore e tutte le loro famiglie furono disperse, e i loro beni guasti e incorporati alla camera del signore come di suoi traditori, e ne rimasono in bando delle persone.
Per lo sospetto cresciuto a messer Giovanni di messer Bernabò, come poco avanti dicemmo, prese l’accordo, e concedette alla Chiesa Bologna con queste convegne: che il legato pagasse interamente i provvisionati e’ soldati di ciò che dovessono avere infino al dì ch’e’ rassegnasse Bologna, e che in cambio di Bologna avesse a sua vita liberamente la signoria della città di Fermo, e di suo contado e distretto, e che fosse titolato per lo detto marchese della Marca, e in sustanza succedette l’accordo: e per sicurtà di fermezza dell’una parte e dell’altra, il signore di Bologna mise nella città di Fermo messer Azzo degli Alidogi da Imola con gente d’arme come amico comune, e al capitano della gente che il legato avea messo in Bologna, ricevente per lo legato e per la Chiesa di Roma, in presenza del popolo diede la bacchetta della signoria, onde il popolo ne fece gran festa, perchè ciò desiderava e temeva di peggio, gridandosi per tutta la terra: Viva la santa Chiesa. Nondimeno il signore com’era ordinato nei patti, nelle sue mani fece giurare tutta gente d’arme da piè e da cavallo infino che li fosse attenuta l’impromessa; e così stette la città sotto titolo e forza di messer Giovanni, come della Chiesa di Roma, da mezzo il mese di marzo al primo dì d’aprile 1360. E in questo mezzo il legato intendea a fare pagare i soldati, e’ cittadini avendo presa baldanza, e in fatti e in parole villaneggiavano messer Giovanni e la famiglia sua, ricordandosi dell’ingiurie ch’aveano ricevute da loro; e per questo avvenne, che un dì messer Giovanni mandò per prendere di sua gente uno de’ Bentivogli, il quale essendo bene accompagnato si contese, e non se ne lasciò menare, gridando, all’arme all’arme; onde la terra si levò tutta a romore, infiammata contro al vecchio tiranno: il quale per tema si ricolse in cittadella, e tutta la notte stette armato con la sua gente e della Chiesa sotto buona guardia. Il dì seguente giunse messer Gomise in Bologna nipote del cardinale, il quale era marchese della Marca, e racchetò il romore del popolo, e prese la guardia delle porti e della città, e accomandatola a’ cittadini, corse la terra col popolo insieme con grande allegrezza, e aperse a’ prigioni. Il perchè i cittadini si certificarono che la signoria non potea tornare nelle mani del tiranno, nonostante che ancora fosse in sua podestà la cittadella, e il giuramento de’ soldati in sua mano. E stando le cose in tale maniera, messer Giovanni fu certificato dalla moglie come liberamente avea in sua podestà il Girfalco e l’altre fortezze di Fermo, e come presa era per lui la signoria della terra; onde avendo ciò, secondo i patti li convenia partire di Bologna, ma forte temea l’ira del popolo che non l’offendesse in sulla partita, e per tanto si stava in cittadella, e come, savio e avveduto ordinò ora una boce ora un’altra, tenendo suo consiglio segreto nel petto; e per meglio coprire l’animo suo pubblicamente facea cercare con gli Ubaldini che li dessono sicura la via, e a’ Fiorentini domandò il passo per loro terreno; i Bolognesi stavano a orecchi levati, e non faceano motto, aspettando di predarlo, e di fare strazio di lui gran voglia n’aveano. Il savio con maestria tranquillando i Bolognesi colse tempo, il martedì santo, a dì 31 di marzo nella mezza notte, dormendo i cittadini, chetamente e senza fare zitto con mille barbute, tra di suoi provvisionati e soldati di quelli della Chiesa, senza averne il dì fatta mostra uscì di Bologna, e andossene a Imola senza impedimento nessuno, e di là si partì, e andonne a Cesena a visitare il legato.
Il primo dì d’aprile, gli anni domini 1360, Bologna rimase libera dalla dura tirannia di messer Giovanni da Oleggio della casa de’ Visconti di Milano, il quale a dì 20 d’aprile 1355 l’avea rubata a’ suoi consorti per cui la tenea, come addietro facemmo menzione, e nello spazio di questi cinque anni avea decapitati oltre a cinquanta de’ maggiori e de’ migliori cittadini della terra, con trovando loro diverse cagioni, e dell’altro popolo n’avea morti e cacciati tanti, che pochi n’avea lasciati che avessono polso o forma d’uomo, e con averli munti e premuti infino alle sangui; e avendo fatte tante crudeltadi, e tante storsioni e ruberie, come volpe vecchia seppe sì fare, che con grandissimo mobile di moneta e gioielli liberamente se n’andò, e ridussesi in Fermo; e levato s’era del giuoco, e ridotto in luogo di pace e di riposo, lasciando i Bolognesi e il legato nella guerra; e per certo, s’egli era tenuto savio, questa volta lo dimostrò.
Messer Gomise da Albonatio Spagnuolo nipote del legato, il quale era stato marchese della Marca, e Niccola da Farnese capitano della gente del legato rimasi nella libera signoria di Bologna, e fatta grande allegrezza e festa co’ cittadini della partita di messer Giovanni da Oleggio, e mostrando di loro grande confidanza, ma per accattare loro benivolenza e favore, si cominciarono a ordinare alla guardia, e alleggiarono il popolo di molte gravezze, e massimamente delle soperchie, nelle quali li tenea il tiranno; e il popolo con loro coscienza prese consiglio co’ più cari e sentiti cittadini, ed elessono di comune concordia d’ogni stato e condizione, mescolando i gentili uomini e’ popolari, e’ dottori e artefici eziandio dell’arti minute, pure che ognuno fosse contento, certo numero di cittadini che intendessono con gli uficiali della Chiesa alla guardia e alla difesa della città; e ciò fatto, il capitano della gente della Chiesa mandò comandando alla gente di messer Bernabò che si dovesse partire del terreno della Chiesa, significando loro come Bologna era tornata alle mani della Chiesa di Roma, com’essere dovea per ragione; la risposta fu questa, che innanzi si partissono voleano vedere per cui, e che s’e’ volessono se ne partissono glie n’andassono a cacciare. E preso sdegno del baldanzoso comandamento, ed essendo loro di nuovo giunto mille barbute, cavalcarono infino presso a Faenza, levando gran preda di bestiame e di gente, la quale condussono al luogo senza impedimento niuno; e com’aveano cominciato seguirono, facendo gran danno e spaventamento de’ paesani, e rompendo le strade, minacciando di peggio i Bolognesi e’ Romagnuoli; per le quali cose la letizia mostravano per parere loro essere fuori delle mani del tiranno, e posto giù il caldo voglioso si cominciò a raffreddare, e convertissi in paura di peggio, e ciò venne loro, come si potrà leggendo innanzi trovare.
Gli artefici della città di Pisa, e massimamente quelli dell’arte minuta, vedendo loro mancare i guadagni per la partita de’ Fiorentini i quali il loro porto teneano in divieto, se ne doleano, e mormoravano e parlavano male; e perseverando nelle querele, una quantità di loro si giurarono insieme molto occultamente, e presono ordine tra loro, il quale il venerdì santo a dì 3 d’aprile doveano uccidere gran parte de’ loro maggiorenti ch’erano al governo della città, dove e come trovar gli potessono insieme, o divisi; e ciò fatto, doveano mandare per li Gambacorti, che allora si riduceano a Firenze, e con loro riformare la terra, e pacificare co’ Fiorentini per riavere il porto. Infra’ congiurati erano religiosi alquanti, e preti e altri cherici assai, intra’ quali fu un prete il quale fu veduto parlare con certi de’ secolari della congiura assai sconciamente, e per disusata maniera, o che parola di suo ragionamento fosse intesa, o che per lo modo del parlare si facesse sospetto, fu mandato per lui, e stretto, e’ confessò tutto l’ordigno; onde subitamente furono presi quattro preti e sette frati, e nel torno di cento artefici d’arte minute. I governatori della terra procedendo nel fatto trovarono ch’erano tanti gli avviluppati in questa congiura che per lo migliore si fermarono, e non si stesono più oltre, e del numero ch’aveano presi dodici ne furono impiccati, i quali trovarono più colpevoli e caporali, e gli altri furono condannati a condizione in danari, i quali per ricomperare le persone tosto furono pagati. Questa novità molto conturbò e impoverì la città con guasto dello stato della setta che allora reggea, la quale ne rimase in grande gelosia, e il popolo minuto malcontento e peggio disposto.
Messer Bernabò per l’impresa ch’avea fatto il legato della città di Bologna era molto stizzito o infocato, e come signore animoso e vendicativo non posava, e senza riguardo di spesa del continovo suo oste cresceva, e sollecitava i suoi capitani a fare buona guerra a’ Bolognesi, e dovunque potessono ne’ terreni della Chiesa. Occorse in questi giorni, che la gente ch’era alla guardia di Forlì gran parte n’erano ad accompagnare infino a Fermo messer Giovanni da Oleggio; questo caso diede materia a un messer Stefano giudice, e a un nipote di messer Francesco degli Ordelaffi per addietro capitano di Forlì, nato d’una sua figliuola bastarda, di cercare trattato in Forlì; questi due matti baldanzosi, piuttosto per presuntuoso animo che per savio consiglio, tenuto trattato col capitano della gente di messer Bernabò, vedendo la terra sfornita di gente di soldo, sotto ombra di cavalcata gran parte della migliore gente da cavallo e da piè dell’oste del tiranno feciono appressare a Forlì, in luogo che per sua vicinanza non gittasse tanto sospetto che al popolo fosse necessità prendere l’arme, e d’onde partendosi la notte potessono entrare nella terra; e tanto aveano predetta la cosa, che avendo i detti di sopra con alquanti loro amici rotte in due parti le mura della città, ed essendo condotti millenovecento barbute e fanti assai al tempo che loro era dato alle dette rotture, poco accorti i traditori abbagliati della voglia disordinata, tra gli steccati e le mura che fatti aveano ne condussono tra gli ortali dentro e a piè delle mura oltre a trecento cavalieri e dugento pedoni, anzi che dentro se ne sentisse niente, e non presono avviso che i detti ortali erano tutti affossati, e senza vie spedite che mettessono nelle strade mastre, il perchè ne seguì, che nel ravvilupparsi disordinatamente e poco chetamente in quel luogo, furono sentiti e scoperti; onde il popolo si levò a romore, e francamente corsono ove si sentivano i nemici, e gli assalirono col vantaggio del sito dov’erano, e non potendosi stendere nè campeggiare, e inviliti, tutto che facessono per loro onore mostra d’arme, in fine furono cacciati di fuori, ed essendone assai magagnati e fediti: e mentre ch’era attizzata la zuffa, poco anzi il fare del giorno la gente ch’avea accompagnato messer Giovanni da Oleggio tornò, onde quelli di fuori perduta la speranza si ritrassono indietro, e’ traditori furono presi e condannati alle forche. Parendo al capitano di messer Bernabò avere avuto dell’impresa vergogna, quasi come se la preda gli fosse uscita di mano, la seguente mattina con duemila barbute tentò di fare in aperto quello che non avea potuto fare in occulto, e venuto infino alle mura della città, la trovò sì bene ordinata e guernita a difesa, che intendimento che dato gli fosse dentro riputò a niente; onde diè la volta, e trovando il paese male fornito di roba da vivere, lasciò a Luco quattrocento cavalieri, e tornossi nell’oste a Bologna.
Avendo i capitani di messer Bernabò perduta la speranza della città di Forlì, come di sopra dicemmo, la sollecitudine loro rivolsono altrove, e lasciando fornite le bastite d’intorno a Bologna, cavalcarono a Cento grossa terra de’ Bolognesi, posta in quella parte che guata Ferrara, e là si fermarono quasi in forma d’assedio, stimando che se potessono o per paura o per forza vincere la terra, per la bontà del sito attissimo loro per sicurare le strade verso Ferrara, e per fare al campo e alle bestie dovizia per la grande quantità di biada che dentro v’era raccolta, d’essere vincitori della guerra; e per tanto con molto ordine e apparecchio per più e più riprese in diversi giorni assalirono la terra con fiere battaglie di lunga bastanza, nelle quali e dall’una parte e dall’altra assai di buona gente vi fu morta e fedita, ma più assai di quelli di fuori; in fine trovando i capitani che la terra era bene guernita a difesa, e vedendo che il loro stallo poco approdava, con avere senza acquisto fatte prodezze si levarono quindi, e andarono a Budrio, dove trovarono più larghezza di vittuaglia, ove s’arrestarono per lunghezza di tempo.
In questi tempi, maliziosamente per sagace consiglio la casa degli Ubaldini si divise, e quelli di Tano da Castello col seguito loro s’accostarono a messer Bernabò, e quelli di Maghinardo e d’Albizzo da Gagliano con loro amici tennono col legato in palese, tutto che in segreto, come ghibellini e antichi nemici della Chiesa di Roma, s’intendessono, e che con l’animo fossono quello ch’e’ consorti loro; litigavano per dare materia di rottura alle strade dell’alpe, sicchè per quelle vie niuno osasse andare a Bologna. Per questa divisa, o vera o infinta che fosse, l’una parte guerreggiava l’altra, e insieme si danneggiavano assai; per modo che l’alpe era tutta rotta, e i passi e le strade serrate in forma, che roba nè persona per que’ luoghi non poteva ire a Bologna senza gravi pericoli; il perchè grave danno e disagio ne tornava a’ Bolognesi assediati, che per quelli luoghi soleano andare e foraggio e aiuto. E parne che sia da notare in questa guerra lunga e pertinace, la maggiore parte di quello che bisognava per vita dell’oste sparta, e grande opera quasi venia per Lombardia per lo passo del Po, il quale il marchese da Ferrara compare di messer Bernabò gli avea conceduto, pagando la roba il dazio usato, di che gran danaio ne fece il marchese: e secondo ch’avemmo da persona degna di fede, che di ciò ebbe degna notizia, tra soldo e vittuaglia e altri fornimenti l’oste costava al tiranno ogni mese oltre a’ fiorini settantamila d’oro, e tanto era la sua entrata che niente parea che ne curasse: è vero che grande tesoro trasse da’ cherici delle terre che gli erano suggetti, i quali con molti dispetti disordinatamente gravava.
Per sperienza vedemo, che lo stomaco pure d’una vivanda prende fastidio, e delle variazioni d’esse ricreazione e piacere, e così gli orecchi d’uno suono continovo rincrescimento, e della mutazione di molti vaghezza. Da questa mostrazione naturale preso esempio, lasceremo stare alquanto i fatti d’Italia, le cui volture e travaglie continove senza in tramessa delle forestiere possono ingenerare tedio, e passeremo a quelle de’ Franceschi e degl’Inghilesi che in questi giorni apparirono. Essendo, come nel passato dicemmo, il re d’Inghilterra, e’ figliuoli e il duca di Lancastro in Borgogna, senza arrestare con attizzamento di guerra il paese i Borgognoni, che allora in occulto erano poco amici della casa di Francia, s’accordarono con loro, dando loro derrata per danaio abbondevolmente di ciò che loro fosse mestiero; e stando in tale maniera si cercava come il re per l’avvenire dovesse rimanere col duca, il perchè gl’Inghilesi li riguardavano forte, senza fare ingiuria o danno niuno; e ciò avvedutamente, perchè sapeano lo sdegno nato tra’ Borgognoni e’ Franceschi, estimando d’attrarli a loro con piacevolezza e amore. Il duca era giovane e di grande animo, e di possanza il maggiore barone del reame di Francia, e de’ dodici peri, a cui stava la coronazione del reame di Francia, alla quale con tutti i sentimenti si dirizzava l’intenzione del re d’Inghilterra, la quale era freno che non lasciava trasandare gl’Inghilesi. Nondimeno i paesani delle castella, e sì delle ville, per essere più sicuri donavano al re argento secondo loro possibilità, e di buona voglia li prendea, e gli fidanzava. E per simile modo avea fatto negli altri paesi di Francia; prendea da cui gli s’era raccomandato ciò che dare gli voleano senza bargagnare, e avevali fatti sicuri di preda e di guasto; onde per questa via avea accolta tanta moneta, che di largo forniva i soldi ch’avea a pagare, e tutte altre spese occorrenti senza avere a trarre d’Inghilterra danaio. E per questo modo la sperienza fa manifesto quello che in fatto e’ parea quasi impossibile, ed era: e per certo all’acquisto del reame di Francia la fortuna e ’l senno furono del tutto dalla parte del re d’Inghilterra e solo gli fu in contrade l’odio e lo sdegno de’ Franceschi, i quali non poteano patire d’udire ricordare gl’Inghilesi, che sempre come vili genti aveano avuto in dispetto.
I Normandi, che più volte aveano in loro terre dagl’Inghilesi ricevuto oltraggi e vergogna, vedendo che ’l re d’Inghilterra, e’ figliuoli è ’l duca di Lancastro, di cui ridottavano molto, erano occupati nell’impresa di Francia, e per ciò passati in Borgogna, pensarono che ’l tempo loro dava spazio di fare loro vendetta. E pertanto di loro movimento raunarono in piccolo tempo centocinque navili, e di loro gente gli armarono, e gli feciono passare nell’isola, e si posono a Sventona e in altri porti, dove arsono legni assai, e feciono quello danno che poterono il maggiore. Per, questo gl’Inghilesi sommossono tutti i porti dell’isola, e furiosamente armarono per andare a trovare i Normandi, i quali temendo i subiti movimenti e avvisi degl’Inghilesi, avanti che loro armata fosse fornita si partirono, e tornaronsi a salvamento in Normandia.
Del mese di maggio 1360, il giovane duca di Borgogna, seguendo il consiglio de’ suoi baroni, prese accordo col re d’Inghilterra in questa forma. Che il re si dovesse partire del paese, e il duca a lui dovesse dare in tre anni centoventi migliaia di montoni d’oro, come ne toccasse per anno; e oltre a ciò, ch’avendo il re d’Inghilterra a sua coronazione del reame di Francia per boce d’imperio, che la sua sarebbe la seconda. Sotto questa concordia assai grande al re d’Inghilterra, più per l’onore della promessa e della boce del duca che per altra cagione il re d’Inghilterra con tutta sua oste si partì di Borgogna, e dirizzò suo viaggio verso Parigi, non trovando, fuori delle terre murate, chi lo contastasse niente, e tutti i paesani e le villate che non si sentivano da poterli fare resistenza gli si feciono incontro, e per riscatto di loro dammaggi li portavano danari, ed egli per sua bonarità, ciò che gli era dato prendea, e della sicurtà era a tutti cortese.
Poichè ’l re d’Inghilterra vide che la fortuna per la maggiore parte avea favoreggiati tutti i suoi consigli e ordigni, e che tutte le cose, secondo il suo proponimento necessario a fornire anzi prendere l’assedio di Parigi gli erano procedute prosperamente, eccetto che presure di ville o di fortezze notabili, le quali vedea avere riguardo a Parigi, e che quando la città ch’era capo del reame fosse a sua podestà l’altre agevolmente gli verrebbono alle mani; e pensò come ultimo fine d’ogni sua intenzione certo che la ventura gli concedesse Parigi; e per tanto come trasse il piè di Borgogna, continovate sue giornate con tutta sua oste se ne venne a Parigi, e giunto e riposato alcuno dì, il sabato santo a dì 4 d’aprile 1360, la sua oste in tre parti divise, l’una a Corboglio, l’altra accomandò al duca di Guales, e lo fè porre in costa dall’altro lato della città, la terza diede al conte di Lancastro, il quale si fermò dall’altra banda, sicchè quasi in terzo a sesta fermarono l’assedio, e che questo fosse il deretano pensiero manifestarono. Il re di Navarra e il fratello, il quale avea formata pace col Delfino, come addietro dicemmo, a questo punto si scopersono amici e servidori del re d’Inghilterra, che la pace che fatta avea era stata infinta e a mal fine. Questa voltura del re di Navarra e del fratello assai diedono che pensare a’ Franceschi. Il Delfino avendo alcuno sentore della venuta del re d’Inghilterra e di suo intendimento, con molti baroni del reame e con grande cavalleria s’era ridotto in Parigi, e la città avea d’ogni cosa necessaria alla vita per grande tempo abbondevolmente fornita, e con provvedenza e sollicitudine attendeano alla guardia della città e di dì e di notte, e di fuori lasciava fare a’ nemici il loro volere, non lasciando uscire nè forestieri nè cittadini a fare d’arme, e tutto ciò per buono e savio consiglio: nè tanto poteano gl’Inghilesi con sollecitudine e scorrimenti strignere la città, che gente con vittuaglia non v’entrasse e uscisse, tutto che con pericolo assai. Il paese fuori di Parigi, eccetto città e terre di guardia, ubbidiano gl’Inghilesi e loro davano vittuaglia e danari, come addietro dicemmo, sicchè l’oste ne stava doviziosa e ad agio, e senza fatica d’avere a predare per vivere, e senza riotta aveano la vita e i soldi loro, e i beni de’ Franceschi. Or qui mi piace d’un poco gridare: O superbi e altieri cristiani, dirizzate gli occhi del cuore, volgete un poco questi pensieri a considerare gli straboccamenti della potenza mondana, e vedrete la viltà e la miseria essere al fine delle pompe e miserie de’ mortali; ponetevi avanti gli occhi la nobile e famosa città di Parigi assediata dagli Scirei d’Inghilterra; ponetevi il glorioso sangue della reale casa di Francia in quanto abbassamento era in questi giorni venuto; ponetevi la magnanimità e il coraggio, la gentilezza e’ costumi della cavalleria de’ Franceschi, a tanto disprezzamento in questi tempi ridotta, che abbi lasciato in preda il reame a poca gente, e loro dispettosa e di poca nomea, tenendo chiusa nelle terre murate, e non ardite con le teste levate, e prendendo fidanza della violente fortuna: più è maraviglioso a pensare che gl’Inghilesi abbiano fatto in Francia a loro senno, che se Capalle vincesse Firenze. Il fine dunque dell’arrogante superbia, come per esperienza sovente si vede, è cadimento in luogo umile e pieno di miseria: e certo chi con animo temperato vorrà giudicare, altro non potrà dire, se non che manifesto giudicio di Dio abbi corrotto questo flagello il popolo sdegnoso, e animo rilevato e altiero de’ Franceschi, che tutto l’altro mondo aveano per niente. Or dunque posate mortali, e non siate troppo osi, e sievi freno il magnifico reame di Francia, il quale è stato tra’ cristiani il maggiore già molte centinaia d’anni, e quando vi ritrovate nel più alto grado delle dignità temporali volgete gli occhi alla terra, e vedrete, che quanto il luogo è più alto e più rilevato, tanto è la ruina e la caduta maggiore, e forse poserete gli animi vostri alla sorte che v’ha conceduta la divina provvidenza, senza più oltre cercare che vi sia di mestiere.
Essendo l’oste del re d’Inghilterra alquanti dì soggiornata a Corboglio, e divisa, come di sopra dicemmo, in modo da potersi in piccolo tempo raccogliere insieme quando fosse bisogno, all’ottava della Pasqua di Resurrezione, il re con gran parte di sua oste si mosse e avvicinossi a Parigi con le schiere fatte, e tanto che gli scorridori si misono in sulle porti della città, facendo con parole e con atti assai oltraggio a’ Franceschi, ma però di Parigi non usciva persona: e ciò fu riputato gran senno, perchè uscendo, come suole il popolo voglioso e male ordinato, e in fatti d’arme poco uso, il pericolo era grandissimo, e il re con i suoi Inghilesi altro non desiderava, facendo sagacemente tutto ciò che poteano per attrarli di fuori. Veggendo il re dopo lungo stallo, che per aizzamento che fatto fosse a’ Franceschi nè gente usciva della terra nè porta s’apriva, fatto danno d’arsione per più sdegnare i nemici e animare a vendetta, si trasse indietro: il prenze di Guales tornato al re senza frutto di suo pensiero, per non lasciare niente che secondo il sottile provvedimento del re per ottenere suo proponimento fare si dovesse, esso in persona colla gente fresca ch’era rimasa nel campo con bell’ordine si mise a combattere il castello di Corboglio. La battaglia fu aspra e animosa, perocchè gli Inghilesi che erano montati nell’onore e pregio dell’arme alla disperata senza curare la vita si metteano a ogni pericolo; i Franceschi che conosceano che essendo vinti vituperavano il nome loro, ed erano carne di beccheria, si difendeano francamente ributtando i nemici; molti e dall’una parte e dall’altra ne furono morti e fediti; in fine gl’Inghilesi non potendo niente approdare si levarono dall’impresa. Come il duca avea fatto a Corboglio, così il conte di Lancastro e poi la persona del re cercarono di più altre castella e fortezze, e nulla poterono ottenere, sì bene erano in apparecchio a difesa; e queste cose furono gran cagione di recare gl’Inghilesi a concordia, come a suo luogo e tempo diremo.
L’antico popolo e reggimento romano a tutto il mondo era specchio di costanza, e incredibile fermezza d’onesto e regolato vivere, e d’ogni morale virtù, e quello ch’al presente possiede le ruine di quella famosa città è tutto per lo contrario mobile e incostante, e senza alcuna ombra di morali virtù. Loro stato sovente si muove con vogliosa e straboccata leggerezza, e cercando libertà l’hanno trovata, ma non l’hanno saputa ordinare nè tenere, com’addietro nell’opera nostra si può trovare. All’ultimo, dalla forma e costumi de’ reggimenti de’ popoli della Toscana che vivono in libertà, e massimamente de’ Fiorentini cui essi appellano figliuoli, hanno preso il modo, e fatti hanno loro cittadini in similitudine di priori e con simigliante balía, e riduconsi presso al Campidoglio, e per loro consiglio hanno i capi de’ Rioni, e a similitudine de’ gonfalonieri delle compagnie di Firenze fatti hanno banderesi con grande potestà e balía, li quali hanno altri sotto sè a cui danno i pennoni, e ciascuno de’ banderesi ha il seguito di millecinquecento popolari bene armati e in punto a seguirli a ogni loro posta; e così sono circa a tremila gli ubbidienti a’ banderesi. Questi hanno a fare l’esecuzione della giustizia di fuori contro i possenti e grandi cittadini che male facessono, o fossono inobbedienti al reggimento di Roma, o dessono alcuno ricetto ai mali fattori in loro fortezze o tenute; e contro a coloro che hanno trovato mal fare cominciato hanno così aspra giustizia, che passano i segni per troppa rigidezza, il perchè nè principe nè barone è nella giurisdizione del popolo di Roma che non stia spaventato, e che forte non gli ridotti, e che per paura non ubbidisca a’ governatori di Roma e’ loro rettori. E in questo anno occorse, che il Bello Gaietani zio del conte di Fondi, e Matteo dalla Torre, famosi capi e ritenitori de’ ladroni del paese, furono presi da’ detti banderesi con più loro seguaci malandrini e rubatori di strade, e di fatto e senza alcuno soggiorno tutti furono impiccati, e le loro tenute disfatte e ragguagliate con la terra. Ed essendo la Campagna in ribellione de’ Romani, e spilonca di ladroni, e questo popolo infiammato a ben fare, ridottola all’ubbidienza de’ Romani.
I figliuoli di Tano da Castello della casa degli Ubaldini seguaci de’ signori di Milano, e pertanto ai loro consorti nimici, nel detto anno e mese d’aprile, di ciò non prendendo guardia que’ della casa loro, con numero di fanti a ciò bastevoli, una mattina innanzi il fare del giorno presono Montebene, e lo steccarono di steccati e fossi, e dentro vi feciono capanne, e lo fornirono di vittuaglia e guernimenti da difesa, aspettando secondo l’ordine dato gente d’arme da piè e da cavallo da’ signori di Milano per fare da quella parte guerra a’ Bolognesi rompendo le strade. E a dì 15 d’aprile con dugento Ungheri e con trecento barbute, e con loro fedeli cavalcarono infino presso a Bologna, e levarono gran preda di prigioni e bestiame, e altri danni feciono assai. Poi a dì 23 del mese i Bolognesi con loro forza, e con loro i figliuoli di Maghinardo degli Ubaldini e loro fedeli, essendo partita la maggior parte della detta gente de’ signori di Milano, che male poteano nell’Alpe dimorare, cavalcarono alle valli, e quelli vi trovarono della detta gente misono al taglio delle spade, e in quelli paesi presono e uccisono e danneggiarono i fedeli dell’Alpe, e con quella preda maggiore che fare poteano si ridussono a salvamento: a quelli di Montebene non poterono noiare per la fortezza del luogo. Montebene per metà è del comune di Firenze, il perchè i Fiorentini mandarono ambasciadori agli Ubaldini, e gli ripresono dell’impresa, considerato che aveano occupato del contado di Firenze; da loro ebbono tanta umile e cortese risposta, a non volere far cosa dispiacesse al comune, che per non fare nuova impresa per allora loro risposta fu accettata, non che l’ingiuria con l’altre non fosse riposta, e riserbata a loro maggiore ruina.
Nel mese d’aprile 1360 essendo Maometto re di Granata senza sospetto di suo stato uscito a cacciare, Raisalem suo barone, uomo di grande animo e seguito, postoli aguato lo volle uccidere, ma esso fuggì. Costui col seguito e forza sua coronò re un fratello di Maometto di piccola età, e perseguitava il detto Maometto, il quale per paura fuggì a Malica, e poi a Fessa, e quivi si ridusse al servigio del re di Fessa e a sua provvisione, e ivi dimorando aspettava tempo di ricoverare sua corona. Guardando Raisalem il giovane re, volle che facesse morire certi de’ suoi baroni, e non volendo il giovane re consentire perchè non erano in colpa, Raisalem l’uccise, e col suo seguito e forza si fè coronare re, non essendo della schiatta e casa reale, e da tutti i regnicoli di Granata quasi spontaneamente fu ubbidito, e fecesi chiamare il re vermiglio, e con tutta sua forza e consiglio nimicava il re Maometto, cui egli avea del regno cacciato, e oltre nimicava il re di Castella.
Già era quasi certa e indubitata speranza a’ pastori della Chiesa di Dio, e a’ governatori d’essa, sì di là come di qua da’ monti, della difesa della città di Bologna, e il legato d’ogni parte in qualunque modo potea cercava aiuto sollecitamente: com’a Firenze avea mandato, così all’imperadore e al re d’Ungheria sommovendoli al soccorso dell’onore di santa Chiesa intorno a’ fatti di Bologna; per questo lo re d’Ungheria richiesto, e non volendo, se prima non sapeva il come e perchè, con più certo e diliberato consiglio fare l’impresa, come gonfaloniere e difensore di santa Chiesa, al cui bisogno dicea non potere senza soccorso passare, lettere fece e sua ambasciata mandò a’ signori di Milano, loro pregando si partissero dall’offesa di santa Chiesa, e gli ammoniva sotto protesto d’aiuto che si partissono dall’impresa. I signori di Milano sentendo che suo movimento era pigro, e con lunga tratta di tempo, a’ suoi ambasciadori mostrarono, e a lui scrissono con assai apparenti ragioni che loro impresa era giusta e ragionevole, e che in corte di Roma palesemente se ne disputava, e che la ragione per loro parte rispondea, e così la sentenza attendeano; e però lo pregavano che contro a loro non prendesse il torto, che giusto il podere loro ne prenderebbono difesa, e gli ambasciadori di grande riverenza onorarono, e di molti e ricchi doni.
Dappoichè Bologna fu nelle mani del legato di Spagna, nonostante che i signori di Milano circondata l’avessono d’assedio, continovo in corte per loro ambasciadori avvocati protettori e procuratori il papa e’ cardinali intempellavano, mostrando in grido che la Chiesa loro faceva torto, perocchè l’aveano ancora per quattro anni a censo della Chiesa di Roma, e loro promesso era per bolle papali di consentimento del collegio de’ cardinali, ch’anzi il tempo loro non sarebbe tolta, e con l’usato modo di spendere e largamente donare alla disordinata cupidigia de’ cherici, assai de’ cardinali prelati e cortigiani aveano che in occulto e in palese gli favoreggiavano, il perchè la questione venne in giudicio, e convenne che per sentenza si determinasse, la quale si credette che per lo grande aiuto e favore che in corte aveano i signori di Milano che venisse per loro, ma tanto non si potè nè seppe argomentare che la sentenza non venisse di ragione per la Chiesa di Roma, perocchè i signori di Milano per difetto loro n’aveano perduta la possessione, e non l’aveano potuta ricoverare, ed essendo la proprietà di santa Chiesa, giustamente avea potuto racquistare la possessione. Data la sentenza, il papa con i cardinali in concistoro deliberarono di prenderne per tutte vie la difesa; ma come per antica usanza e de’ prelati al sussidio della moneta la mano era pigra e remissa, e per questo mandarono e per lettere e per ambasceria a’ signori di Milano gravandoli si togliessono dall’impresa, contro a loro cominciando processo, e all’imperadore, a’ principi d’Alamagna, e al re d’Ungheria, e appresso a tutti i signori di Lombardia e a’ comuni di Toscana scrissono per sussidio per non toccare il tesoro della Chiesa di Roma, e in tre volte a grande stento per questo servigio di camera trassono centoventi migliaia di fiorini, li quali vennono a sì pochi insieme e sì tardi, che in fatti di guerra poco profitto fare se ne potè, pur fece speranza d’alcuno leggiere sostentamento.
Seguendo messer Bernabò sollecitamente l’impresa di Bologna nonostante la deliberazione fatta in corte, e il processo contro a lui formato, lo quale l’avea più d’ira infiammato e stimolato alla guerra, messer Galeazzo, o che ’l facesse per cagione del parentado nuovamente fatto col re di Francia, per lo quale dava la figliuola del re al figliuolo, e temea che ’l processo di santa Chiesa contro a lui fatto non l’impedisse, o vero che fosse di consentimento di messer Bernabò, o per suo proprio movimento, mandò a corte suoi ambasciadori a scusarsi al papa e a’ cardinali con dire, non intendea nè in segreto, nè in palese aiutar o favoreggiare il fratello nell’impresa di Bologna, perocchè egli avea il torto, e che per lui gli era stato contradetto e vietato, e per tanto domandava d’essere levato de’ processi i quali contro a lui e messer Bernabò eran formati; affermando non essere colpevole, e che intendea essere all’ubbidienza di santa Chiesa, e operare quanto onestamente contro il fratello potesse. La sua scusa fu ammessa, ove non desse favore a messer Bernabò, e il processo contro a lui fu sospeso.
Per lungo spazio di molti anni, cominciando al tempo di papa Giovanni ventiduesimo, in corte di Roma erano fatte le riserbazioni di tutti i beneficii cattedrali e collegiali i quali secondo la ragione canonica riformare si doveano e soleano per i capitoli e collegi delle dette chiese, e ciò diede ad intendere di fare il detto papa Giovanni per accogliere moneta e fare il passaggio all’acquisto della Terra santa; e come uomo sagacissimo e astuto in tutte sue cose, e massime in fare il danaio, usava questa cautela, che vacando un beneficio di grande entrata togliea un prelato di più basso beneficio e lo promovea al maggiore, e un altro di minore beneficio a quello di colui cui avea promosso al maggiore, e così d’un beneficio vacato in corte cinque o sei ne facea vacare, avendo i frutti dell’anno, e con grande spendio di quelli ch’erano promossi; e fece il detto papa tesoro di diciotto milioni di fiorini in moneta coniata, e più di sei milioni in gioielli. Il quale ben seppe secondo il mondo Clemente sesto colla contessa di Torenna, la quale tra le poppe portava le supplicazioni, e aprendo il seno le porgea al santo padre; il quale in cacciare, e uccellare, e altri diletti mondani la maggior parte de’ suoi giorni spese. Ed era la corte tanto corrotta di simonia, che il più per simonia o per grazia de’ signori temporali e cardinali gl’indegni e scellerati cherici erano promossi, e i buoni e onesti ributtati, non senza loro vituperio e vergogna. Per le quali inconvenienze Innocenzio papa mosso da spirito diritto e buono zelo, in quest’anno 1360, per suo decreto fatto consiglio, e con volontà del collegio de’ cardinali, levò le riserbazioni, rilasciando le elezioni e postulazioni delle chiese cattedrali e collegiate alla grazia dello Spirito santo.