CAP. XCIV. Come il re Luigi fece guerra al duca di Durazzo, e ultimamente s’accordaro.

I processi del regno di Puglia in questi tempi di poca memoria son degni per i loro lievi movimenti. Il duca di Durazzo sentendosi nemico del re Luigi, per tema di suo stato accogliea in Puglia gente d’arme nelle terre sue, e molti gentili uomini napoletani, e di Nido e di Capovana s’erano ridotti con lui il maggior fratello del re titolato imperadore di Costantinopoli si tramettea di fare concordia tra loro, e lo re non volea consentire; e per mostrare quanto la cosa gli era grave, del mese d’aprile del detto anno con molta gente d’arme in persona cavalcò in Puglia per guerreggiare messer Luigi di Durazzo, il quale, com’è detto, apparecchiato s’era alla difesa a suo podere; il re, per levarli l’aiuto e favore de’ Napoletani, fece comandare a tutti, i cavalieri di Nido e di Capovana che con lui erano che partire se ne dovessono altrimenti per ribelli gli avrebbe e traditori della corona; nè per tanto i gentili uomini non vollono abbandonare il duca, onde il re gli fece sbandire, e mando a Napoli a fare l’esecuzione con abbattere loro case; nè il re avrebbe questo potuto fornire, se non che la reina e pregò e comandò a quelli di Capovana e di Nido che lasciassono fare la volontà del re, e così fatto fu senza contasto per reverenza della reina; allora abbattuti furono molti palagi e case di gentili uomini in Capovana e in Nido, cosa di rado udita e avvenuta in quella città. Lo re passato il furore si lasciò consigliare, temendo che tale riotta non fosse cagione d’attrarre gente d’arme nel Regno, e per mano dell’imperadore fermò la pace col duca; nè pertanto il duca fidò sua persona nella forza del re, ma il figliuolo d’età di meno di sette anni mandò a fare l’omaggio al re, a tutto che per li capitoli della pace ordinato era alla città di Napoli.

CAP. XCV. Come messer Niccola gran siniscalco del Regno andò in corte di Roma per accordare il re con la Chiesa, e fattogli dal papa ciò gli domandò, e grand’onore, se ne tornò in Lombardia.

Essendo intorno al re Luigi il grande siniscalco il maggiore e il più ridottato barone, come operare suole l’invidia, comune morte e vizio delle corti, con false informazioni mosse il re a disdegno contro messer Niccola. Esso ch’era alla corona fedele, con animo grande mostrava di non se n’avvedere, e prese cagioni oneste alle sue terre si riparava, massimamente a Nocea, e provvedeva i fatti suoi. Lo re povero di savio consiglio per le cose gli occorrevano sovente mandava per lui; esso preso scusabili cagioni per farlo conoscente ritardava l’andare: e certo essendo messer Niccola appresso del re niuno de’ baroni osava alzare il ciglio. E in que’ giorni occorso era che per lo censo debito alla Chiesa, e non pagato, il Regno era interdetto; il gran siniscalco avendo voglia d’essere a corte per levarsi dinanzi agl’invidiosi assalti de’ baroni, e per cercare maggiori cose, alle quali l’animo suo si dirizzava, e per fare prova di sè, con volontà del re andò a corte di Roma, ove e dal papa e da’ cardinali fu sopra modo onorato; e in prima la domenica della rosa il papa commendato di virtù, di nobiltà, e di valore messer Niccola li diede la Rosa, la quale osava dare al più nobile uomo che allora si trovasse in corte di Roma, appresso con lui s’accordò del censo del reame, e levò l’interdetto. Da indi a pochi giorni il papa di proprio movimento li diede per messer Giovanni figliuolo di Iacopo di Donato Acciaiuoli suo consorto l’arcivescovado di Patrasso, essendo i cardinali di più altri solliciti promotori, di costui nullo intendimento v’era: il papa mostrò come essendo uopo di braccio secolare al sostenimento di quello beneficio, costui più idoneo era che un altro per lo consiglio e favore del gran siniscalco, e senza attendere altra deliberazione, come domandavano i cardinali. d’isso fatto lo elesse. Di poi di proprio moto del santo padre, l’uficio e dignità del senato di Roma e tutto esso uficio accomandato fu al detto messer Niccola a sua vita, e più la rettoria del Patrimonio, e la contea di Campagna; i quali ufici e rettorie esso messer Niccola per riverenza del suo signore messer lo re Luigi senza licenza non volle accettare. E oltre alle predette grazie spontaneamente fatte, molte petizioni di beneficii il papa liberamente gli segnò, mostrando a tutti la grande confidenza che nel nobile uomo avea. E avendo messer Niccola preso licenza del partire dal papa, il papa gli commise ch’andasse a’ signori di Milano, e con loro cercasse accordo sopra i fatti di Bologna. Il savio cavaliere per questa sua partita sostenne oneste cagioni simulando, e intanto ebbe da messer Bernabò perchè altrimenti nel secreto fare noi volea, pensando non doverne potere avere onore: partì adunque di corte, e dirizzossi a Milano; quello ne seguì a suo luogo diremo.

CAP. XCVI. Come gli Aretini per baratta ebbono Chiusi e la Rocca.

Essendo Marco di messer Piero Saccone de’ Tarlati in certo trattato col comune di Firenze di dare delle sue terre al comune per liberare di prigione e se e’ suoi, la moglie la madre e gli altri suoi fratelli, con sagacità di chi l’ebbe a conducere, furono messi in altro trattato, nel quale mostrato fu loro, che se in concordia fossono con gli Aretini, ove stava il tutto, che i Fiorentini rimarrebbono per contenti; onde pensando la donna ben fare mossa da questo consiglio, e per conforto di certi frati minori i quali erano in questo ragionamento mezzani, non potendo di Chiusi fare a suo senno, che v’era dentro il figliuolo, si diliberò vogliosamente, come usanza è delle femmine, di dare Pietramala agli Aretini, con patto che come avessono Chiusi restituissono Pietramala; e dato Pietramala la donna fè dire al figliuolo, che se non desse la rocca di Chiusi, come data avea la rocca di Pietramala così darebbe quella del Caprese, e di tutte altre loro terre. Il giovane veggendo il male principio, e conoscendo la madre animosa e costante, diede la rocca di Chiusi agli Aretini, la quale con sicurtà di stadichi di renderla, se non facessono Marco e gli altri suoi trarre di prigione, e incontanente alla donna restituirono Pietramala. Di questa baratta il comune di Firenze concepette non piccolo sdegno contro agli Aretini, ma non lo dimostrò, aspettando che essi di loro errore ammendassero, e rendessero al comune di Firenze suo debito onore; la qual cosa nè vollono nè seppono fare, come col tempo seguendo nostra scrittura si potrà trovare.

CAP. XCVII. Come il conticino da Ghiaggiuolo fu da’ figliuoli propri preso e vituperevolmente tenuto.

Seguita cosa per sua natura non degna di memoria, ma piuttosto di perpetuo silenzio: l’esempio crudele, disonesto e abominevole ci forza a porlo intra gli altri nostri ricordi. Ramberto della casa de’ Malatesti da Rimini detto volgarmente il conticino da Ghìaggiuolo, uomo assai famoso, essendo nell’età di sessantacinque anni e oltre, avea della figliuola di Francesco della Faggiuola sua donna due figliuoli, l’uno per nome Francesco, l’altro Niccolò, giovani costumati e di gentile aspetto, e che in vista mostravano di più alto animo che non mostrarono per opera. Costoro essendo col padre in arme al servigio di santa Chiesa, eziandio contro i consorti loro allora nimici di santa Chiesa, e contro il capitano di Forlì, presono Santarcangiolo e altre terre, e le ridussono all’ubbidienza di santa Chiesa, e presono la guerra contro al capitano di Forlì. In un assalto amendue questi giovani furono presi; e avendo il conte di Lando con sua gente servito il capitano, e dovendo da lui avere danari assai, intra gli altri pagamenti questi due giovani gli furono assegnati in parte di pagamento per fiorini seimila, ed egli li si prese, seguendo il proverbio, dal male pagatore o aceto o cercone. Il padre sentendo ch’erano nelle mani del conte di Lando, e fuori delle mani dell’antico e crudele nemico capitano di Forlì, con molta sollecitudine e arte cercò di riscuoterli, e infine pagati fiorini mille cinquecento gli riebbe. È vero che essendo la madre de’ detti Francesco e Niccolò attempata e datasi allo spirito, il detto conticino pubblicamente si tenea in casa un’amica, e di lei avea cinque figliuoli d’assai vezzoso e gentilesco aspetto, il maggiore d’età di dodici anni. Il conte, ch’era nell’età che detto avemo, grande affezione mostrava a questi bastardi, il perchè la loro madre prendea di baldanza più non si convenia; e pertanto era in uggia e crepore a’ detti Francesco e Niccolò, non di manco il conte i madornali e loro madre onorava quanto si convenia teneramente, lasciando a loro madre in dominio la rocca di Ghiaggiuolo e ’l castello, stimando in suo concetto lasciare di sua masserizia alcuna cosa a’ bastardi, e il retaggio a’ madornali. Lo giorno di Pasqua rosata, a dì 23 di maggio, avendo il conte e’ figliuoli desinato insieme di buona voglia, e stando gran pezza a sollazzare insieme, e ito il conte a dormire, e poi ritornato a festeggiare con loro, e stando a vedere loro giuochi, un fedele del conte, fante assai pregiato e fidatissimo a lui, lo prese di dietro; il conte pensando cianciasse, com’era usato, niuno riparo prese, e un altro intanto sopraggiunse che gli levò il coltello dal lato, e alandolo all’altro tenere lo gittarono in terra; i figliuoli con le funi nelle mani, ne’ piedi con tutta l’altra persona strettamente il legarono, come si suole di ladroni, e così legato lo feciono portare, e nella sua propria camera in un fondo che v’era l’incarcerarono, e sotto buona e fidata guardia il teneano, e tanto per più giorni lo tennono legato facendolo imboccare e fare gli altri servigi, che feciono fare una stanga di ferro, e buove, le quali pesanti fuori d’ordine gli misono in gamba, mettendoli i piedi la notte ne’ ceppi. La sua femmina detta Rosina nel fiumicello di Chiusercole con un sasso al collo feciono annegare; i bastardi cacciarono tutti, i quali con vergogna de’ madornali in piccolo tempo presono cattivo viaggio. Lo padre facendo sovente di parole schernire, e rimprocciarli la Rosina e’ suoi bastardi; costui pazientemente tutto portando, e umilmente spesso domandando misericordia, con volere far ciò che i figliuoli sapessono divisare, i lor cuori più indurando a giornate, lungo tempo lo tennono in sì orribile vita. Io ho letto e riletto, mai tanta crudeltà non trovai ne’ cuori de’ salvatichi barbari, e non so a quali fiere selvaggie gli potessi assomigliare. I figliuoli sogliono essere teneri del padre, e di sua gloria e onore; fede ne fa Valerio Massimo per l’esempio di Manlio, il quale essendo dal padre villanamente trattato, sentendo che il padre volea essere accusato, andò alla casa dell’accusatore, il quale graziosamente lo ricevette pensando che volesse favorare l’accusa contro il padre, il giovane riduttolo in luogo segreto gli strinse il coltello sopra il capo, e si fece promettere e giurare si leverebbe dall’accusare: costoro bene trattati dal padre, senza cagione, che eziandio qualunque leve pena meritase, lo crucifissono; e pertanto in perpetua infamia di sì fatti figliuoli scritto l’avemo.

CAP. XCVIII. Come si fermò pace dal re d’Inghilterra a’ Franceschi, e’ patti e le convegne ebbono insieme.

Avendo come nell’addietro narrato avemo lo re d’Inghilterra il verno tutto e parte della primavera co’ figliuoli e col cugino cavalcato tutto il reame di Francia senza contasto alcuno, nè però potuto acquistare alcuna buona terra, ed essendo stati sopra Parigi ad assedio con niente profittare, standosi a Ciartres, il detto re come savio e pratico prencipe, pensando e conoscendo i difetti e i pericoli che sogliono e possono occorrere nelle continuanze delle guerre, vedendosi il sovrano in arme e nell’onore del reame di Francia, e in caso di poter prendere suo vantaggio nella pace, si dispose al tutto non volere più sua fortuna tentare: onde essendo presso a Ciartres a due leghe il cardinale di Pelagorga e l’abate di Clugnì legati del papa a cercare la pace tra’ detti due re, lo re d’Inghilterra loro fece sentire, ch’attenderebbe al trattato della pace cercato per loro dove per lo governamento e’ reggenti di Francia si dovesse mandare trattatori: li detti legati ciò inteso di presente mandarono al reggente significando, che s’attendere volea alla pace cercata per loro per avventura la potrebbe avere. In questo i detti legati col re d’Inghilterra elessono per luogo comune una villa detta Beeragnì, la quale è presso a Ciartres a una lega: lo reggente di Francia per la sua parte mandò il vescovo di Brevagio, il conte di Trinciavilla, il quale era prigione degl’Inghilesi, il maliscalco di Francia e più altri signori e prelati, i quali partirono di Parigi a dì 17 d’aprile, e a dì primo di maggio quivi co’ detti legati e con loro per la parte del re d’Inghilterra s’accozzarono, il duca di biancastro, il conte di Norentona, il conte di Vervich, e ’l conte di Cosmoforte, e altri signori e cavalieri in numero di ventidue, e a dì 8 di maggio per la grazia di Dio furono d’accordo, fermando la pace in sostanza nell’infrascritto modo. In prima che ’l re d’Inghilterra con quello che tenea in Guascogna abbi per quel modo le tenea il re di Francia l’infrascritte città, contee e paesi, oltre a quelle che tenea in Ghienna e Guascogna, la città e castella di Poittiers, e tutta la terra e ’l paese di Poittu, e ’l fio di Tomers, e la terra di Bellavilla, la città e castello di san Reose di Santes, e tutte le terre e paesi d’Essa; la città e castella di Pelagorga con sue terre e paese, la città, castella, terre e paesi di Limogia, la città, e castella, terre, e paese di Caorsa, la città e castella, terre e paese di Tarbes; la terra e il paese e la contea di Bigorece, la città, terre, e paese di Gaure; la città terra e paesi di Goulogm la città terra e paesi di Rodes, la contrada e paese di Rovergne: e se v’è alcuno signore come il conte di Foci, il conte d’Armignacca, il conte dell’Isole, il conte di Pelagorga, il visconte di Limoggia, o altri che tenghino alcuna cosa de’ detti luoghi e paesi, fare debbino omaggio al re d’Inghilterra, e tutti altri servigi e doveri per cagione di loro terre alla maniera che l’hanno fatto nel tempo passato, e più tutto ciò che il re d’Inghilterra o alcuno di loro tennono nella villa di Monstreul in sul mare, e più tutta la contea di Ponthieu, salvo lo alienato per lo re d’Inghilterra ad altri che nel re di Francia, e salvo se il re di Francia l’avesse in cambio per altre terre, nel quale caso lo re d’Inghilterra gli dee liberare la terra data in cambio: e se terre alienate per lo re d’Inghilterra ad altrui, le quali poi fossono venute nelle mani del re di Francia, lo re di Francia dare le dee a persone che ne facciano omaggio, e che rispondano a quello d’Inghilterra. E più deve avere il detto re d’Inghilterra la villa e castello di Galese, la villa castello e signoria della Marca, la villa castello e signoria di Sangato, Golognegi, Amegoie con tutte terre, vie, maresi, riviere, rendite, signorie, case, e chiese, e tutte appartenenze e luoghi intrachiusi con tutti i loro confini, e più la villa e tutta intera la contea di Ginis, con tutte le ville terre e fortezze e diritture di quelle come tenea il conte diretanamente morto, e come tenea il re di Francia, e di tutte le sopraddette città, castella e luoghi dee il re d’Inghilterra, e sue rede e successori liberamente avere tutti gli omaggi, obbedienze, sovranitadi, fii, diritti, saramenti, riconoscenze, fedeli, servigi, e mero e misto imperio, e tutte giurisdizioni e alte e basse, e padronaggi di chiese, e ogni signoria e ogni diritto che per qualunque cagione il re, la corona di Francia o i reali potessono per alcuna ragione o colore domandare, tutto s’intenda essere trasferito nel re, corona d’Inghilterra, e sue rede e successori pienamente e perpetuamente: e tutti quelli che giurato avessono per dette cagioni nelle mani del re, o d’alcuno de’ reali, da’ detti saramenti s’intendessono essere liberi e quitati, rimanendo al re d’Inghilterra come e’ sono appresso del re di Francia. E tutte dette città, terre castella e luoghi, il re e la corona d’Inghilterra perpetualmente deve in loro franchigia tenere, e perpetuale libertà, come signore diritto e sovrano, e come buono vicino al re di Francia e reame, e senza fare riconoscenza alcuna alla corona di Francia. E deve il re di Francia dare e pagare al re d’Inghilterra tre milioni di scudi d’oro, di Filippo gli due, i quali vagliono un obole d’Inghilterra, de’ quali al re d’Inghilterra, o a’ suoi commessarii, secentomigliaia quattro mesi appresso che ’l re di Francia sarà in Calese, dove il pagamento far dee; e infra l’anno prossimo avvenire quattrocento migliaia nella città di Londra, e ciascuno anno appresso quattrocento migliaia, tanto che compiuti sieno di pagare i detti tre milioni di scudi. E per osservanza del detto trattato e predette e infrascritte cose, de’ prigioni presi alla battaglia di Poittiers devono rimanere per stadichi al re d’Inghilterra gl’infrascritti, e più ancora degli altri, ciò sono: messer Luigi conte d’Angiò, messer Gianni conte di Poittiers figliuoli del re di Francia, il duca d’Orliens fratello del re; e del numero de’ quaranta che ’l re di Francia dee dare, sedici de’ presi alla battaglia di Poittiers, i compagni del re di Francia de’ nuovi staggiai nomi sono: il duca di Borgogna, il conte di Broig o il fratello, il conte d’Alanson o messer Piero suo fratello, il conte di san Polo, il conte di Ricorti, il conte di Pomeu, il conte di Valentinese, il conte di Brame, il conte di Baluldemonte, il visconte di Belmonte, il conte di Foreste, il sire da Iara, il sire di Fiene, il sire de’ Pratelli, il sire di san Venante, il signore de’ Culetiers, il Delfino di Daluyernia, il sire di Angestiem, il sire di Montener, e messer Guglielmo di Raon, messer Luigi di Ricorti, messer Gianni de’ Lagni. I nomi de’ sedici presi sono questi: messer Filippo di Francia, il conte d’Eia, il conte di Largavilla, il conte di Ponthieu, il conte di Trinciavilla, il conte di Logamb, il conte della Serra, il conte di don Martino, il conte di Ventado, il conte di Salisbruc, il conte di Vedasme, il signore di Truoy, il signore di.... il signore de Vali, il maliscalco di Donam, il sire d’Ambrignì. Dati li detti staggi, e venuto il re di Francia a Calese, e liberato di sua prigione, infra li tre mesi seguenti lo re d’Inghilterra dee lasciare libere al re di Francia la villa e la fortezza della Roccella, le castella e ville della contea d’Agenes e loro appartenenze, e il re di Francia tre mesi appresso che partito sarà da Calese dee rendere in Calese quattro persone della villa di Parigi, e due persone di ciascuna villa, ciò sono; Santo Omer, Aranzon, Amiens, Belvaggio, Lilla, Tornai, Doaggio, Long, Rems, Celona, Tors, Ciartres, Tolosa, Lione, Campigno, Roano, Camo, Trasiborgo de’ più sufficienti di dette ville per compimento del trattato. E dee il detto re di Francia e suo primogenito rinunziare ogni diritto e sovranità, e ogni ragione che sopra e nelle città, castella e luoghi potessono usare come vicini, senza appello o quistione per sovranità per lo detto re e reame di Francia, o avere potesse, sopra le dette contee, città, castella, terre, e luoghi, o loro appartenenze, le cede e doni al re d’Inghilterra perpetualmente. E lo re d’Inghilterra e suo primogenito debbono rinunziare al nome e diritto della corona di Francia, e all’omaggio, sovranità e dominio della duchea di Normandia, della duchea di Torenna, della contea d’Arom, e al dominio, sovranità, e omaggio del ducato di Retognac, e alla sovranità e omaggio della contea di Fiandra, e di tutte altre cose appartenenti alla corona di Francia, salvo delle dette contee, città, castella, ville, e luoghi suddetti, che pervenire debbono al re e corona d’Inghilterra; e dee lo detto re d’Inghilterra cedere e trasportare nella corona di Francia ogni ragione somma ove potesse avere. E sì tosto il re d’Inghilterra e suo primogenito ciò debbono fare, come il re di Francia le città, ville, castella, e luoghi che il re di Francia tiene delle sue nominate sopra quelle tiene il re d’Inghilterra avrà date, e consegnate liberamente al detto re d’Inghilterra, o suoi commessarii, le quali son queste; la città di Poittiers, e tutta la terra e paese di Poittu, con essa il fio di Toraci, e la terra di Bellavilla, la città di Gem, la terra e’ paesi d’Agenes, la città di Pelagorga, la città di Caorsa, la città di Limoggia, tutta la contea di Gavera con tutte loro castella, terre e paese. E ciò far dee il re di Francia per infino alla festa di san Giovanni Batista; e ciò fatto, subitamente appresso, davanti a quelli che per lo re di Francia a ciò saranno diputati, lo re d’Inghilterra e suo primogenito debbono rinunziare al reame di Francia, come detto è di sopra, e farne trasporto, cedizione e lasciamento per fede e saramento solennemente, e con lettere patenti aperte e suggellate del suggello reale, le quali lo detto re mandare dee nella natività di nostra Donna prossima avvenire nella chiesa degli agostini di Bruggia, le quali devono essere date a quelli i quali il re di Francia vi mandasse per riceverle. E se nel termine di san Giovanni Batista il detto re di Francia non potesse dare o consegnare al detto re d’Inghilterra, o suoi commessarii a ciò deputati, le sopraddette città, castella, ville i terre, e luoghi, le possa e debba dare e consegnare infra il termine di tutti i Santi prossimi avvenire a un anno, e fatto ciò, dee lo re d’Inghilterra infra il termine di sant’Andrea prossimo seguente fare le dette renunzie, mandare e presentare a Bruggia, come è detto di sopra. E per simile modo è tenuto e dee lo re di Francia e suo primogenito renunziare, trasportare e cedere ogni loro ragione della corona di Francia quali avessono sopra delle città, castella, ville, e terre, e luoghi, che per vigore del presente trattato aver dee lo re d’Inghilterra, e quelle mandare al suddetto termine al luogo degli agostini, dove dare si debbono al re d’Inghilterra, o a’ suoi commessarii a ciò deputati. Nè si dee il re di Francia nè sua gente armare contro al re d’Inghilterra infino a tanto che fornito sia, e mandato pienamente ad esecuzione ciò che nel trattato della pace si contiene e specificato è: e più che durante il detto tempo e termine nel quale lo re di Francia dee dare e consegnare le suddette città, castella, ville, terre, e luoghi, il detto re di Francia e suo primogenito non possano nè debbano in essi usare sovranità o servigio, nè domandare alcuna soggezione, nè querele, nè appellagioni in loro corpi ricevere, nè lo re d’Inghilterra si dee nè procedere nè per altro modo in esse intromettere, nè niente travagliare. Si terminò, e tal fine ebbe la lunga guerra per spazio di ventiquattro anni o circa menata tra gli detti due re, con inestimabile e incredibile danno di persone e di avere degli detti due re e reami, e loro aderenti e seguaci, e sì de’ mercatanti che praticavano i detti due reami. So che mi potea con meno scrittura passare, ma fatto son lungo per mostrare alle genti a quanta viltà venne per allora la corona di Francia. E qui faremo piccolo tramezzamento d’alcune cose occorse fuori della presente materia, acciocchè l’animo e l’intelletto faticato sopra una materia, e quindi avendo preso fastidio, abbi per nuovo cibo ricreazione, e torneremo alle italiane fortune.

CAP. XCIX. D’un trattato si scoperse in Bologna, e quello ne seguì.

Essendo alcuni cittadini bolognesi con alquanti forestieri in trattato co’ capitani dell’oste del Biscione, con impromessa di dare loro una porta se si appressassero alla città, l’oste subito si mosse, e venne a Panicale presso a Bologna a due miglia, il perchè i Bolognesi spaventati ebbono gran paura, onde dì e notte stando in sollecita guardia sagacemente de’ sospetti cercavano, i quali nel mormorio del popolo brogliavano. I traditori veggendo che loro malvagia intenzione ad esecuzione non poteano mandare, e che loro malizia si venia a scoprire, la notte i più presono consiglio, e si collarono a terra delle mura, massimamente i caporali; degli altri alquanti presi ne furono, e messi al macello. Vedendo caporali dell’oste che loro pensiere venia fallato, e che dov’erano gran soffratta di vittuaglia sentivano, del mese di giugno si ritrassono addietro, e tornarsi a Castelfranco; onde dilungati da Bologna miglia ventuno, essendo il tempo del mietere, tutti i Bolognesi, eziandio quelli che usi non erano di sì fatto servigio, sollecitamente puosono mano alla falce, e quello segavano, o grano o biada che fosse, con la paglia con sollecitudine a guisa delle formiche riponeano nella città. Gl’inimici in questi giorni soprastettono assai senza fare loro cavalcate, o per disagio che patito avessono, o perchè attendessono loro paghe, o perchè fossono contenti che i Bolognesi facessono la state perchè più si mantenesse la guerra, o perchè per pecunia fossono corrotti, che più credibile fu; e certo i Bolognesi non furono lenti, ma in pochi dì misono dentro roba da vivere per un anno, che gran conforto fu a’ poveri lavoratori, e a tutta la città.

CAP. C. Come il papa confortò gli ambasciadori bolognesi, e richiese d’aiuto i Fiorentini all’impresa di Bologna.

Il papa avea a grande onore e con paternale accoglienza ricevuti gli ambasciadori bolognesi, e inteso quello che esposto aveano, con amorevoli e persuasive parole riconfortò, con affermare che sarebbono dal tiranno di Milano difesi. È vero che mandato avea un piccolo sussidio di camera al legato, il quale fu prima logoro e stribuito che al legato giugnesse. A principi d’Alamagna, al re d’Ungheria, ai comuni di Toscana mandato avea per aiuto la Chiesa di Roma, e per lo generale de’ romitani, il quale il papa avea per ambasciadore mandato a Firenze, forte strinse esso comune che in servigio di santa Chiesa facesse l’impresa della difesa di Bologna, mostrando con colorate ragioni che atare santa Chiesa, quando seco ha la ragione e la giustizia, contro al tiranno usurpatore, occupatore della libertà di santa Chiesa e degli altri popoli che a libertà vogliono vivere, non era fare contro la pace, e che più utile e fidata vicino era al comune di Firenze la Chiesa di Dio che messer Bernabò, e più altre ragioni rettoricamente dicendo, per le quali dimostrava che ’l comune potea e dovea servire santa Chiesa, e massimamente per conservare in libertà i loro fratelli Bolognesi, ma poco gli valse a questa volta sonare la campanella, che ’l comune di Firenze, usato di mantenere sua fede e lealtà, a questa volta chiuse gli orecchi. Così avesse fatto per l’addietro, e per l’innanzi facesse, perocchè quando per lo passato ha fatte l’alte e grandi imprese, per i governatori della Chiesa di Roma addosso gli sono rimase a strigare; e quando il comune ha avuto bisogno, la Chiesa l’ha al tutto abbandonato, in grave pericolo di suo stato; ora il comune a questa volta stette fermo e costante a non imprendere cose nè per diretto nè per indiretto, che la pace potessono maculare. I principi d’Alamagna e il re d’Ungheria non furono alla richiesta correnti, vogliendo con capo di ragione gravemente procedere sicchè la riuscita vergognosa non fosse, considerata la potenza del signore di Milano. Dipoi del mese di giugno passarono per Firenze gli ambasciadori del re d’Ungheria, i quali andavano al santo padre, e da loro s’ebbe che ’l re avea desti suoi baroni e gente, per averla in punto se bisognasse. Il legato per sodisfare alla guardia di Bologna ha premuto e preme di sussidio di pecunia la Marca, il Ducato e la Romagna, sicchè nè hanno potuto nè possono dormire; e in que’ giorni il legato mandò in Bologna messer Galeotto de’ Malatesti capitano della gente dell’arme, aspettando il gran siniscalco il quale in que’ dì tornare dovea dal signore di Milano con trattato d’accordo; e così i Bolognesi mal guidati e peggio trattati stavano in forse ora d’accordo ora di guerra: la gente del legato guardavano la terra, e i nimici di fuori aveano il campo in balía.

CAP. CI. Come i Chiaravallesi vennero contro a Todi, e come furono rotti e presi.

I Chiaravallesi di Todi aveano menato trattato con certi loro amici d’entro per rientrare in casa loro, ed era il trattato, ch’e’ doveano avere il castello che si chiama la Pietra; e venuto il tempo, a dì 10 di giugno mandaro per lo castello, e loro dato fu. Fatto questo principio con quaranta uomini da cavallo e con gran popolo si dirizzarono a Todi, con speranza che i cittadini fossono intrigati e disordinati per la subita ribellione del castello, e che i loro amici d’entro avessono più baldanza a metterli dentro; avvenne, che desto il popolo per la perdita della Pietra di presente fu sotto l’arme, e quelli del cardinale, i quali allora governavano quella città, de’ quali era il sovrano messer Catalano, sentendo l’avvenimento de’ Chiaravallesi lasciarono le porti con buone guardie, e con loro seguaci a piè e a cavallo francamente si misono fuori a petto ai loro avversari, i quali veggendo la moltitudine del popolo venire con furia contro a loro, impauriti si misono alla fuga, e il popolo a seguitarli, uccidendo cui giugnere poteano; e rotti e straccati i Chiaravallesi, che mattamente s’erano messi innanzi, il popolo con quell’empito furioso se n’andò al castello e riebbelo, con gran danno di quelli che v’erano entrati; e tornati in Todi si riposavo, non trovando di loro cittadini d’entro alcuno sospetto.

CAP. CII. Come l’oste di messer Bernabò si strinse a Bologna, e fermaronvi bastite.

Essendo soggiornata la gente di messer Bernabò a Castelfranco, e preso suo rinfrescamento a utilità de’ Bolognesi come dinanzi è detto, inverso l’uscita di giugno cavalcaro verso Bologna facendo danno d’arsione più che non erano usati, e puosonsi presso a un miglio fuori della porta di santo Stefano, e feciono nuove bastite, e altrove per tenere più stretta la terra e d’intorno la cavalcarono, sicchè la gente si ritenne dell’andare fuori più che non solea, e quando uscivano da lunga dell’oste, ciò faceano con scorta de’ cavalieri d’entro, e recavano della roba, ma non al modo usato, nè senza grande pericolo delle persone.

CAP. CIII. Come la casa reale di Francia feciono parentado co’ Visconti per danari, con vituperio della corona.

La fortuna, maestra e donna delle mondane delizie, senza torre più lontano esempio de’ suoi straboccamenti, ce n’adduce nel presente a narrare uno, lo quale senza stupore di mente chi diritto vorrà giudicare nè porre si può in scrittura nè leggere. Chi arebbe per lo passato, considerato la grandezza della corona di Francia, potuto immaginare, che per gli assalti del piccolo re d’Inghilterra in comparazione del re di Francia fosse a tanto ridotta, che quasi com’all’incanto la propria carne vendesse, la qual cosa è nel cospetto de’ cristiani ammirabile specchio e certissimo dell’infelicità degli stati mondani. E per più mostrare la grandezza di questa misera fortuna, torneremo un poco addietro all’origine del presente stocco regale della casa di Francia. Giovanni lo Sventurato re di Francia ebbe per moglie la figlia del re di Boemia nata d’Ottachero, e sorella carnale di Carlo imperadore de’ Romani, della quale avea tre figliuoli maschi e tre femmine, delle quali l’una era consegrata a Dio nel nobile e ricco monistero di Puscì, l’altra era donna del re di Navarra, la terza nome Elisabetta era la donna del re di Francia: ora esso Giovanni, per soddisfare ai secento migliaia di scudi promessi di pagare in Calese al re d’Inghilterra per i patti della pace, si condusse a vendere al tiranno di Milano messer Galeazzo Visconti per secento migliaia di fiorini la figliuola per giugnerla in matrimonio con messer Giovanni figliuolo di messer Galeazzo, allora d’età d’undici anni, lo quale per lo titolo della dote titolato fu conte di Virtù. Il modo fu questo, che essendo il re di Francia prigione in Inghilterra del mese di giugno detto anno, e occorrendoli spese molte, e più avere a pagare i detti secento migliaia di scudi, e trovandosi male in apparecchio a ciò potere fare, la detta sua figliuola consentì mogliera del detto messer Giovanni, avendo in dono da messer Galeazzo trecento migliaia di fiorini d’oro, e comperando nel reame di Francia dal re baronaggi in nome di dota della detta fanciulla di valuta di trecento migliaia di fiorini: e ciò fu accecamento, che il re ricevuti i danari gli diè la piccolissima contea di Vergiù, tutto che di Virtù volgarmente si titolasse, per coprire la miseria della povera contea. Lo re di Francia per la detta convegna promise, che avuti i trecento migliaia di fiorini al mezzo di settembre di detto anno farebbe la figliuola conducere in Savoia, e ivi la farebbe assegnare al piacimento di messer Galeazzo. Fermate e stipulate solennemente le dette convegne tra il re e messer Galeazzo, parendo a’ signori di Milano avere fatto, quello ch’aveano fatto magnificandosi, mandarono per tutta Italia ambasciadori a significare il fatto, e a invitare baroni, signori e comuni che venissono e mandassono alla loro corte e festa; e cominciarono a ricogliere gioielli, pietre preziose, sciamiti, drappi, quanti in Italia avere ne poterono, facendo di tutto pomposo apparecchiamento. Giunta la fanciulla in Savoia, messer Galeazzo con l’ordine si convenia mandò per lei, e giunta in Milano a dì 8 del mese d’ottobre, la fanciulla in abito e atto regale si contenne, ricevendo riverenza e da’ signori e da loro donne, ma il drappo sopra capo non sofferse, e così stette infino che fu sposata; e da quel punto innanzi posto in oblio la reale dignità e nobiltà di sangue, reverenza fece e a messer Galeazzo, e a messer Bernabò, e alle donne loro. Il corredo cominciò la domenica a dì 11 d’ottobre. con apparecchiamento di molte vivande alla lombarda, di per sè ordinate le donne in numero di secento riccamente ornate, e magnificamente servite, e gli uomini dall’altra parte, essendo gli ambasciadori de’ signori, de’ tiranni, e de’ comuni in numero di più di mille alle prime tavole servite di tre vivande copiosamente. La festa durò per tre giorni, facendo nel cortile di messer Galeazzo del continovo giostre a tre arringhi, e le donne ne’ casamenti d’intorno erano ordinate e alloggiate a vedere; le burbanze furono grandi di sopravveste e cimieri, tale venne in figura del re di Francia, tale del re d’Inghilterra, e così degli altri re, duchi e signori, perchè la festa più onorevole fosse, tutto che valentria d’arme poco o niente vi si facesse da doverlo pregiare; altre notabili cose non vi furono; nell’ultimo messer Bernabò fece il convito suo, e fu fornita la festa. È vero che lungamente dinanzi essendovi giunti gli ambasciadori italiani tutti onorati furono, e fatte loro larghe spese da’ signori con sollecita provvedenza. Messer Giovanni era d’età di dieci anni, il perchè il matrimonio non si potè consumare in questo. Alquanto avemo il tempo passato per ricogliere insieme la storia di questo matrimonio, ora torneremo addietro a più spaventevol volto delle miserie mondane in nostra materia.

CAP. CIV. Come messer Niccolò di Cesaro conte di ... e signore di Messina fu morto con quaranta compagni.

Nel mese di luglio detto anno, essendo messer Niccolò di Cesaro conte di .... tornato in Messina, e senza avere avuto dal re Luigi aiuto col quale potesse con la parte avversa campeggiare, perocchè i Catalani liberamente scorreano il piano tra Messina e Melazzo, e aveano prese parecchie castella, temendo messer Niccolò non prendessono il buono e forte castello di santa Lucia, vi cavalcò con quaranta compagni a cavallo per ordinare la guardia e la difesa che avessono a fare quelli del castello, e per confortarli del soccorso se bisogno loro fosse. Gli uomini del castello che vedeano l’altra parte poderosa e in campo, e che essendo ito messer Niccolò al re Luigi per aiuto non avea menato forza da poterli difendere, cominciarono a turbarsi contra lui, e tanto montò il bestial furore de’ villani, ch’egli co’ suoi compagni si rinchiuse nella rocca; i villani perseverando il loro mal talento mandarono per i Catalani che vi erano presso, e dieronsi a loro; e in esso stante i Catalani mandarono seicento cavalieri e popolo assai con quelli del castello, e assediarono la rocca, la quale per lo subito e sprovveduto caso male era fornita, in tanto che messer Niccolò fu costretto da cercare patti d’arrendersi, e così fè salve le persone: e avendo renduta la rocca fu menato con i suoi compagni a Melazzo, e loro detto fu, che se voleano campare facessono sì, che quelli di Melazzo s’arrendessero loro. Messer Niccolò vedendo nelle mani di cui era, e il partito duro, giudicossi morto, non di manco come valente si mise a tentare se potesse la morte fuggire, e con umili e dolci parole quanto potè pregò quelli di Melazzo, che per lo scampo suo e de’ compagni volessero assentire alla volontà de’ Catalani, ma essi se ne feciono beffe, e la risposta feciono colle balestra; onde i Catalani intralasciata, loro promessa fè, senza alcuna pietà o misericordia davanti a Melazzo e messer Niccolò e tutti i suoi compagni tagliarono a pezzi. Tale fu il fine della breve tirannia di messer Niccola di Cesaro signore di Messina. I Messinesi per la morte di messer Niccolò e de’ compagni scorta la bestiale crudeltà de’ Catalani, e visto che non si poteano confidare, come meglio seppono e poterono s’ordinarono alla difesa, aspettando a tempo dal re Luigi qualche soccorso.

CAP. CV. Come fornito il trattato della pace tra i due re si fè triegua, e giurossi l’una e l’altra, e lo re d’Inghilterra si tornò nell’isola per mandare a esecuzione le cose ordinate.

Fermato a Briagnì il trattato della pace tra i due re di Francia e d’Inghilterra, perchè parea che l’esecuzione d’essa avesse lungo tratto di tempo, feciono ivi medesimo una triegua, perchè ogni radice e materia di guerra cessasse. E ciò fatto, il re d’Inghilterra mandò a Parigi messer Rinaldo di Cubano, messer Bartolommeo Durvasso, messer Francesco Dalla, e messer Ricciardo della Vacca suoi baroni, nella cui presenza il Delfino di Vienna e duca di Normandia, primogenito del re di Francia e governatore del reame, in sul corpo di Cristo sagrato, e in su li santi Evangeli giurò d’attendere e osservare la detta triegua e la pace, e che la farebbe attendere e osservare; appresso lui simile fecero tutti i baroni di Francia che si trovarono in Parigi; e ciò fatto, i detti baroni del re d’Inghilterra si tornarono a Ciartres al re d’Inghilterra. I figliuoli del re d’Inghilterra e lo conte di Lancastro feciono simile giuramento a quello del Delfino di Vienna, e appresso i baroni del re d’Inghilterra che col re si trovarono giuraro come fatto aveano quelli di Francia: e ciò fatto fu a dì 11 del mese di maggio 1360. Le promesse fatte ne’ detti giuramenti furono, che li due re infra tre settimane dopo il prossimo san Giovanni giurerebbono la detta pace in Calese. La detta triegua bandita fu a dì 12 di maggio in Parigi, e appresso per tutto il reame. Fatto il saramento, agli 11 dì il re d’Inghilterra con tutto suo oste pacificamente si partì da Ciartres passando per Normandia, e prendendo derrata per danaio, e col prence suo figliuolo, e con gli altri suoi baroni entrò in mare a ......, e passò in Inghilterra, e tutta sua’ gente d’arme pacificamente si ridusse a Calese. Giunto il re d’Inghilterra, quello di Francia gli diè desinare nella torre di Londra, e quivi per loro fede giurarono di tenere e osservare il trattato di pace; appresso a dì 8 di luglio il re di Francia venne a Calese, e a dì 9 detto il re d’Inghilterra il re di Francia lui e ’l figliuolo convitò a mangiare, e in quella mattina lo re di Francia fermò l’accordo tra il re d’Inghilterra e ’l conte di Fiandra, e il detto conte andò a Calese, e da ciascuno re lietamente fu ricevuto. Poi a dì 14 di luglio, Carlo primogenito del re di Francia, duca di Normandia, e Delfino di Vienna, e governatore di Francia, da Bologna sul mare andò a Calese a vedere il padre, e desinò col re d’Inghilterra, l’altra mattina si partì. È vero che perchè non dubitasse lo re d’Inghilterra mandò a Bologna due figliuoli come staggi; poi sabato mattina a dì 24 di luglio, l’abate di Clugnì nella Chiesa di san Niccolò in Calese, nella presenza de’ detti due re e di due figliuoli di ciascuno, e di più di sessanta baroni tra dell’uno e dell’altro re, disse messa, e consegrato il corpo di Cristo, quando venne al terzo Agnus Dei che dice, dona nobis pacem, li detti due re si inginocchiarono con molta reverenza; l’abate si rivolse a loro col corpo di Cristo sagrato in mano, sopra il quale i due re giurarono d’attendere e osservare il trattato della pace, poi di quella detta ostia si comunicarono insieme. Appresso l’abate loro porse li santi Evangeli, e ancora sopra essi giurarono; giurato che ebbono i due re, similemente giurarono i loro figliuoli, e tutti i loro baroni che erano quivi nel numero detto di sopra. Detta la messa, messer Filippo di Navarra con tre baroni per parte del re di Navarra, e il duca d’Orliens fratello del re di Francia con tre altri baroni feciono e giurarono pace in vece e nome del re loro. Appresso il re d’Inghilterra fece pace col conte di Fiandra, e il duca di Lancastro cugino del re d’Inghilterra fece omaggio al re di Francia per le terre che da lui tenea in Campagna per retaggio della madre; e in questo stante la contea di Monforte fu renduta a messer Gianni di Brettagna. Lo re di Francia per mostrare sua magnificenza, sopra i patti della pace di grato donò al re d’Inghilterra la Roccella. Fu la detta pace gridata ne’ due reami a dì 24 d’ottobre 1360. Lo re d’Inghilterra dove in suo titolo dicea, re di Francia e d’Inghilterra, signore d’Irlanda e d’Aquitania, del detto titolo levò re di Francia, ma non rinunziò perciò alla signoria di Francia, perchè lo re di Francia non avea rinunziato alla sovranità e risorto delle città e castella, terre e cose le quali per l’osservanza della pace avea concedute al re d’Inghilterra, ma bene l’avea tratte della sorte della città, castella e luoghi al suo reame debiti e sottoposti; e certo per li patti rinunziare dovea, ricevute certe terre dal re d’Inghilterra: e ciò consentendo li due re, parvono per grandezza d’animo in tacito accordo. Lo re di Francia, lo quale era stato prigione d’Inghilterra anni quattro e dì venticinque, pagati li secento migliaia di scudi, e con la buona volontà del re d’Inghilterra se n’andò a Bologna sul mare, e di là poi a santo Dionigi. Lo re d’Inghilterra di poi a dì 31 di gennaio partì da Calese, e seco ne menò il duca d’Angiò e quello di Berrì figliuoli del re di Francia, e il duca d’Orliens, e quello di Borbona, messer Piero di Lanzone, e ’l fratello del conte di Stapè, tutti de’ reali di Francia, con tutti gli altri baroni e quelli che scrivemo di sopra che dovea staggi tenere. Lo re di Francia essendo a san Dionigi, avanti ch’entrasse in Parigi, a dì 2 di dicembre mandò al re di Navarra che venisse a lui, e perchè sicuramente venisse, gli mandò sofficienti stadichi. Lo re di Navarra non gli parendo avere misfatto alla corona liberamente insieme con gli staggi che ’l re gli avea mandati venne a lui, e giuntò gli fè la debita riverenza, e dipoi appresso giurò in sul corpo di Cristo sagrato nella presenza del re, che da quel giorno innanzi gli sarebbe buono e leale figliuolo, e fedele suggetto. Lo re di Francia appresso giurò che a lui sarebbe buon padre e signore: seguendo appresso il duca di Normandia e messer Filippo di Navarra giurarono fedelmente diritta amistà e fratellanza; e più il detto re di Navarra promise e giurò di fare a suo podere che ’l re d’Inghilterra la pace conchiusa a Briagnì osserverebbe. Il seguente dì, che fu il tredecimo dì di dicembre, lo re di Francia entrò in Parigi, dove a grande onore fu ricevuto, e donato dalla comune vasellamento d’argento appresso di mille marchi. Lo re riposato, ordine diede a dirizzare e sè e il reame regolandosi a minori spese, e fè battere moneta a soldi sedici il franco.

CAP. CVI. Come tre castella si rubellarono nella Marca al legato.

Scritto avemo il fine della lunga guerra delli due re di Francia e d’Inghilterra, tornando alle italiane tempeste ne occorre, che essendo l’oste di messer Bernabò a Bologna, continovo facea tenere trattati in Romagna e nella Marca, e li paesani per le disordinate gravezze che il legato faceva loro si rammaricavano forte, onde a coloro ch’erano disposti a mal fare ne cresceva baldanza; e però a petizione di quelli da Boschereto, aspettando forza da messer Bernabò secondo la promessa, ribellarono in un dì all’uscita di luglio il loro castello di Boschereto, e Corinalto e Montenuovo, in loro vicinanza, terre forti e ubertuose d’ogni bene da vivere. Il legato sentendo questa ribellione, incontanente vi fece cavalcare messer Galeotto de’ Malatesti con gente assai a piè e a cavallo, e innanzi che quelli di Corinalto si potessono provvedere alla difesa furono soprappresi in pochi dì per modo s’arrenderono, e salvate le persone, il castello fu rubato e arso. L’altre due ch’erano più forti e meglio ordinate alla difesa ricevettono l’assedio, aspettando soccorso dall’oste di messer Bernabò.

CAP. CVII. Come mortalità dell’anguinaia ricominciò in diverse parti del mondo.

Non è da lasciare in obliazione la moría mirabile dell’anguinaia in quest’anno ricominciata, simile a quella che principio ebbe nel 1348 infino nel 1350, come narrammo nel cominciamento del primo libro di questo nostro trattato. Questa pestilenza ricominciò del mese di maggio in Fiandra, che di largo il terzo de’ cittadini e oltra morirono, offendendo più il minuto popolo e povera gente che a’ mezzani, maggiori e forestieri, che pochi ne perirono, e durovvi infino all’uscita d’ottobre del detto anno, e così seguitò per l’altra Fiandra. In Brabante toccò poco, e così in Piccardia, ma nel vescovado di Lieges fè spaventevole dammaggio, perocchè la metà de’ viventi periro. Di poi si venne stendendo nella bassa Alamagna toccando non generalmente ogni terra, ma quasi quelle dove prima non avea gravate, e valicò nel Frioli e nella Schiavonia; e fu di quella medesima infertà d’enfiatura d’anguinaia e sotto il ditello come la prima generale, e sì era passato dal tempo di quella e suo cominciamento a quello di questa per spazio di quattordici anni, e anni dieci della fine di quella a questa, essendo alcuna volta tra questo tempo ritocca ora in uno ora in altro luogo, ma non grande come questo anno, certificando gli uomini correnti nel male che la mano di Dio non è stanca nè limitata da costellazioni nè da fisiche ragioni. Addivenne nel Frioli e in Ungheria, che la moría cominciata in enfiatura tornò in uscimento di sangue, e poi si convertì in febbre, e molti febbricosi farnetici, ballando e cantando morivano. E in questi tempi occorse cosa assai degna di nota, che in Pollonia, nelle parti confinanti con le terre dell’imperio, essendo in esse grandissima quantità di Giudei, i paesani cominciarono a mormorare, dicendo, che questa pestilenza loro venia per i Giudei; onde i Giudei temendo mandarono al re de’ loro anziani a chiederli misericordia, e fecionli gran doni di moneta, e d’una corona di smisurata valuta; lo re conservare gli volea, ma i popoli furiosi non si poterono quietare, ma correndo straboccatamente tra’ Giudei, e quasi a ultima consumazione, con ferro e fuoco oltre a diecimila Giudei spensono, e alla camera del re tutti i loro beni furono incorporati.

CAP. CVIII. Come il comune di Firenze prese Montecarelli e Montevivagni, e in essi preso il conte Tano, venuto a Firenze fu decapitato.

Essendo il conte Tano de’ conti Alberti per i suoi difetti e prave operazioni nemico al comune di Firenze, massimamente per l’accostarsi che fè con l’arcivescovo di Milano, in cui favore, (quando la gente del detto arcivescovo, essendone capitano messer Giovanni da Oleggio, passò in Mugello, e assediò la Scarperia) ribellò il castello di Montecarelli, caldeggiando l’oste ch’era alla Scarperia, di questa impresa ne piace dire alcuna piacevole e notabile ricordanza; che essendo appresso del detto conte un matto giocolaro, un giorno si mise in un fossato che dividea il contado del conte da quello del comune di Firenze, e quivi come assalito ad alta boce cominciò a gridare per molte riprese, accorri uomo, alle cui grida trassono in breve tempo oltre a cinquecento fanti del contado del comune di Firenze, i quali per le malizie del conte stavano sempre ad orecchi levati, e simile vi trasse il conte, e riprese il matto, ed esso riprese lui, dicendoli: Conte, guarda che a un mio piccolo grido subito sono corsi cinquecento uomini di quello del comune di Firenze, e niuno tratto ce n’è di quelli dell’arcivescovo di Milano: in buona fè, conte, tu sonerai il corno d’Orlando, e in tuo aiuto e favore non trarranno cinque di quelli di Milano in un anno. Lo detto conte bestiale, o per paura ch’avesse del comune di Firenze, o per averlo a vile, gli sbanditi del detto comune ritenea, e coloro ch’erano più rei e famosi di mal fare; per questo avvenne, che a loro posta entravano nel Mugello, e gli uomini uccideano e rubavano, e rifuggeano in Montecarelli, e ciò feciono sconciamente più volte; il perchè il comune ciò fè noto all’arcivescovo di Milano, il quale rispuose ch’era contro a sua coscienza, e ch’esso non era favoreggiatore di ladroni, e che il comune di Firenze facesse quello volesse giustizia e pace del paese; il perchè il comune con ordinato processo fè sbandire e condannare il detto conte e più altri nell’avere e nella persona, nonostante che per la pace dal comune di Firenze all’arcivescovo costui da’ Fiorentini non dovesse essere gravato. Quivi procedette, che a dì 12 d’agosto detto anno, il comune di Firenze mandò dugento uomini di cavallo e molti fanti del Mugello a Montecarelli, avendo trattato con fedeli del conte che il castello sarebbe dato. Il conte Tano veggendo gli atti de’ fedeli, e di quelli prendendo sospetto, s’era rifuggito co’ masnadieri che seco avea, e con gli sbanditi del comune di Firenze in Montevivagni. Come il castello di Montecarelli fu attorniato dalla gente del comune di Firenze, i fedeli del conte che l’aveano in guardia seguendo il trattato di subito s’arrenderono salvi, ricevuti furono nella protezione del comune. Il castello per diliberazione del comune infino alle fondamenta fu abbattuto, e il capitano di Firenze fatto capitano dell’oste si dirizzò all’assedio di Montevivagni; ed essendosi il conte provveduto alla difesa, per gli suoi sconci peccati perdè il senno a non prendere accordo col comune di Firenze, che ’l potè avere a vantaggio, solo dando le ragioni del detto Montevivagni al comune di Firenze, e prendendo danari, anzi si mise mattamente alla difesa; il capitano dell’oste gli tolse per forza un poggetto nomato l’Arcivescovo, e ciò avuto, d’intorno intorno l’assediò infino a dì 8 di settembre. Questo dì vi cominciò a dare la battaglia, e combattendosi forte, quelli ch’aveano la guardia della torre domandarono d’essere salvi come gli altri fedeli del conte, e fatto loro la promessa, cominciarono a dare delle pietre a’ masnadieri e sbanditi ch’erano alla difesa delle mura col conte, e per forza gliene levarono; onde il conte con suoi malfattori fu costretto arrendersi alla misericordia del comune di Firenze. Fuvvi preso il conte con uno degli Ubaldini, e con quattordici caporali sbanditi del comune di Firenze, e lasciati liberi i fedeli. Il conte con i predetti vennono legati dinanzi al potestà e capitano, che con gran festa fu ricevuto, assai maggiore non si convenia a sì piccolo fatto. Poi a dì 14 di settembre, il dì di santa Croce, il detto conte Tano per lo bando che avea fu dicapitato, e seppellito in santa Croce dirimpetto alla cappella di santo Lodovico a piè delle scalee, quasi nel mezzo; quello degli Ubaldini a richiesta de’ suoi consorti fu loro renduto. Gli sbanditi furono tranati e appesi vilmente. Tale fu il fine della spelonca di Montecarelli, e del suo conte Tano e sua corrotta fede, in non lieve esempio degli altri vicini del comune di Firenze.

CAP. CIX. Come in Francia si cominciò compagnia denominata bianca.

Nella concordia presa degli due re di Francia e d’Inghilterra, della quale s’attendea certa fine di buona pace, essendo il re d’Inghilterra co’ figliuoli e con l’oste sua tornato nell’isola, molti cavalieri e arcieri inghilesi usati alle prede e ruberie si rimasono nel paese: e avendo messer Beltramo di Crechì e l’arciprete di Pelagorga ordinato di fare compagnia, raccolsono ogni maniera di gente la quale trovarono disposta a mal fare, ed ebbono Franceschi, Tedeschi, Inghilesi, Guasconi, e Borgognoni, Normandi, e Provenzali, e crebbono in poco di tempo in grande numero, e nomarsi la compagnia bianca, e cominciarono a conturbare i paesi, e a trarre danari e roba d’ogni parte, e così stettono infino che la pace fu ferma, e il re di Francia lasciato di prigione; allora per comandamento de’ detti due re sotto pena di cuore e d’avere, e d’essere perseguitati da’ loro signori, s’uscirono del reame di Francia, e ridussonsi a Lingrè nell’impero, e ivi s’accolsono in numero di seimila barbute, essendo in paese grasso e ubertuoso da vivere: cercarono di valicare a Lione, i paesani s’adunarono a’ passi, e impedivanli per modo, che dove erano si ritennono lungamente con far danno assai con loro poco frutto.

CAP. CX. Della gravezza fatta per messer Bernabò ai cherici e laici, rotto il trattato della pace.

Vedendo messer Bernabò che la Chiesa si sforzava alla difesa di Bologna, e che l’intenzione sua non si empieva tosto come pensava, e che la spesa cresceva, fece stimare tutte le rendite e’ beni de’ prelati e cherici che erano sotto sua tirannia, e fatta la tassazione ebbe per nome e sopra nome tutti i secolari poderosi vicini alle prelature, benefiche chiese, e comandamento fece, che qualunque vicinanza infra certo tempo avessono pagato alla camera sua quelli danari che il beneficio era tassato, e il beneficio rispondea alla tassazione, che pagassono, e così convenne che fatto fosse, per modo che in tre mesi, luglio, agosto e settembre, ebbe nella camera sua de’ beni de’ cherici per questa via oltre a trecento trenta migliaia di fiorini d’oro, e di secolari sudditi suoi oltre alle sue rendite ordinate in sussidio di trecentosettanta migliaia di fiorini d’oro, e ciò per sostenere e fornire l’impresa fatta, e che fare intendea dell’oste sua sopra la città di Bologna: e convenne che così fatto fosse perchè il volle, e nel tempo, stimandosi il superbo tiranno di vincere per stracca la città di Bologna, e la Chiesa che presa l’avea. Essendo messer Niccola Acciaiuoli grande siniscalco del regno di Puglia con messer Bernabò per trattare accordo da lui alla Chiesa de’ fatti di Bologna, e venuto al legato, e trovatolo con più animo fermo contro al tiranno che non si stimava, avendo il legato ordinato certe convegne da trattarsi nella pace, e per uno famigliare del gran siniscalco le fece mandare a messer Bernabò, il quale volle che a capitolo a capitolo gli fossero lette, e leggendosi, a catuno capitolo rispondea, e io voglio Bologna, e così al tutto rimase il trattato rotto, con arrota di più villane novelle di parole dal tiranno al legato. Ed era in questi giorni la città di Bologna molto stretta, e pativa disagi e gravezze assai, ma di fuori si procacciava il soccorso per il legato con molta sollicitudine, e messer Bernabò continovo tenea un trattato d’impacciare il legato nella Marca e nella Romagna.

CAP. CXI. Come il capitano dell’oste di messer Bernabò mandò a soccorrere le castella ribellate al legato nella Marca.

Sentendo il capitano dell’oste da Bologna come delle tre castella rebellate al legato le due si teneano aspettando soccorso, mandò Anichino di Bongardo Tedesco con millecinquecento barbute e con mille masnadieri per soccorrerli, e per prendere luogo nella Marca, e impacciare il legato sì di là che non potesse soccorrere Bologna, e chiaramente gli venia fatto, se Anichino fosse stato leale, perocchè senza contasto entrò in Romagna, e fu a Rimini, e messer Pandolfo e l’oste del legato per paura si partì dall’assedio del castello: ma come che la cosa s’andasse, e’ non volle andare più oltre, e d’allora innanzi fece delle cose che tornarono a gran beneficio dell’impresa del legato, e a onta e vergogna di messer Bernabò, come seguendo nostra materia nel principio del decimo libro racconteremo. Tornossi addietro Anichino, e le castella s’arrenderono al legato e furono disfatte, all’uscita d’agosto detto anno.

CAP. CXII. Ancora dello stato del tempo e della moria dell’anguinaia.

Questo anno fu singolare di continovo sereno tutta la state e di notabile caldo, ed ebbe secondo il lungo tempo secco e caldo comunale ricolta di grano e di vino, e degli altri frutti della terra, ma la moría fu grandissima in molte parti occidentali, come narrato di sopra avemo, e l’Italia ebbe molti infermi di lunghe malattie, ed assai morti; e generale infermità di vaiuolo fu nella state di fanciulli e ne’ garzoni, ed eziandio negli uomini e femmine di maggiori etadi, ch’era cosa di stupore e fastidiosa a vedere.

CAP. CXIII. Come i Pisani arsono un castello de’ Pistoiesi.

In questi dì i Pisani con dugento barbute e mille fanti cavalcarono sopra i Pistoiesi, e presono e arsono un loro castello nella montagna, nel quale nella veritade si riparava gente di mala condizione, e che faceano danno ai loro distrettuali. Male ne parve ai Fiorentini, ma fu sì piccola cosa, che per lo meno male s’infinsono di non lo vedere.