PROEMIO DELLA CRONICA di FILIPPO VILLANI Nel quale racconta la morte di Matteo suo padre, e la cagione che lo mosse a seguitare di scrivere.

In questi giorni la pestilenza dell’anguinaia prese il componitore di quest’opera Matteo, e trovandolo di sobria e temperata natura e vita il dibattè cinque giorni, in fine il duodecimo dì del mese di luglio divotamente rendè l’anima a Dio. Il quale in tanto possiamo dire meritevolmente essere da laudare, in quanto esso con lo stile che a lui fu possibile non sofferse, che perissono le cose occorse nel mondo per lo tempo che scrive degne di memoria, quindi apparecchiando materia a’ più delicati e alti ingegni di riducere sue ricordanze in più felice e rilevato stile, qui a me Filippo suo figliuolo lasciando il pensiere di seguitare su per infino alla pace fatta con i Pisani, per non lasciare la materia intracisa, e così m’ingegnerò di fare la storia di tempo in tempo, con l’altre cose occorse nell’altre parti del mondo le quali a mia notizia perverranno.

CAP. LXI. Come i Fiorentini feciono Ranuccio da Farnese loro capitano di guerra.

Seguendo quanto mi sarà possibile lo scrivere di Matteo Villani mio padre, per principio di mia perseguitazione ne tocca a scrivere, che per lo grande amore che ’l comune di Firenze ebbe a messer Piero da Farnese, senza rispetto de’ grandi pericoli che vedeano sopraggiugnere, senza lunghezza di tempo puosono Ranuccio suo fratello, non perchè ’l conoscessono sufficiente e atto a tanto peso, ma per donarli quel titolo per grazia dell’anima di messer Piero. Uomo era pro’ della persona, e ardito e leale, ma poco sperto in guidare gente d’arme, e nelli pronti avvisi che la guerra richiede.

CAP. LXII. Come gl’Inghilesi giunsono in Pisa.

Gl’Inghilesi ch’erano in Monferrato al soldo del marchese, col procaccio di messer Galeazzo Visconti ebbono il passo per lo Genovese, e col loro capitano messer Alberto Tedesco giunsono in Pisa il dì 18 di luglio. Honne fatta menzione, perchè dal non averli condotti come messer Piero da Farnese consigliava molto di danno e di vergogna si ricevette per lo nostro comune, come per l’innanzi leggendo apparirà.

CAP. LXIII. Come i Pisani cavalcarono i Fiorentini in sulle porte.

Nel detto anno a dì 25 di luglio, Ghisello degli Ubaldini capitano di guerra de’ Pisani, con ottocento cavalieri di soldo, e con quattromila pedoni tra di soldo e di volontà, e con molti gentili uomini e popolani a cavallo che vogliosamente il seguirono, e messer Alberto Tedesco capitano degl’Inghilesi, con duemila cinquecento uomini a cavallo e duemila a piè si partirono di Pisa, e andarono a Lucca, e a dì 26 di detto mese passarono per le montagne di Montaquilano, e scesono nel piano di Pistoia nel dì di santo Iacopo; e a’ Pistoiesi non lasciarono correre loro palio. Ben furono di tanto animo i Pistoiesi, che dissono, in modo fu inteso dal capitano de’ Pisani, che mai il detto palio non si correrebbe se non si corresse sulle porte di Pisa, e così addivenne, come si troverà nella scrittura che per i tempi segue. Temettesi forte non si strignessono alla terra, che senza dubbio a gran pericolo era, sì per lo subito assalto, al quale niuna provvisione o riparo era fatto, sì per la pestilenza dell’anguinaia, che assai cittadini tolti avea, molti ne tenea in sul letto, e quelli ch’avea tocchi in vita erano fieboli: la troppa voglia ch’ebbono d’impiccare gli asinini, e fare le beffe muccerie, loro tolse il consiglio. Il seguente dì senza prendere arresto se ne vennono a Campi e a Peretola, e quivi fermarono il campo, poi colle schiere ordinate vennono insino al ponte a Rifredi; e sentendo sonare le campane dal comune a stormo, gl’Inghilesi, che secondo l’uso di loro paese pensarono che ’l popolo uscisse a battaglia, temettono un poco, e rincularono, il perchè i Pisani feciono correre il palio per traverso a Rifredi e tra le schiere. Più feciono battere moneta, e al ponte a Rifredi impiccarono tre asini, e per derisione loro puosono al collo il nome di tre cittadini, a ciascuno il suo. Ecco in che i savi comuni di Firenze e di Pisa spendono i milioni di fiorini, rinnovellando spesso queste villanie. Adunque impiccati gli asini volsono le schiere, e tornaronsi a Campi e a Peretola. Ben fece innanzi messer Alberto cavaliere Ghisello degli Ubaldini, messer Giovanni de’ Guazzoni da Pescia con più altri, con grande gavazza di gridare di stromenti, in parole altamente villaneggiando e dispettando il comune di Firenze. Arsioni i Pisani che v’erano feciono assai, ma non fuori di strada, lasciando le possessioni d’alcuno notabile uomo popolare per far dire male di lui. Il seguente giorno, arso ciò ch’aveano potuto fuori di Firenze e di Prato, passarono Arno, e arsono il borgo alla Lastra, e per i monti di verso Valdipesa di notte si partirono, e arrivarono nel piano d’Empoli, scorrendolo tutto con fare quel male poterono, quindi per lo Valdarno con grande preda e copia di prigioni senza essere loro a niente risposto si tornarono a Pisa. Da indi a pochi giorni messer Ghisello passò di questa vita, e onorato fu di sepoltura assai per i Pisani.

CAP. LXIV. Come si fermò pace dalla Chiesa a messer Bernabò.

Del detto anno del mese d’aprile si fermò la pace tra papa Urbano quinto (che tanto vogliosamente, e tanto aspramente e vituperosamente avea fulminate le sentenze contro a messer Bernabò) e il detto messer Bernabò, per la Chiesa di Roma assai vituperevole, e onesta: vituperevole, perchè si ricomperò dal tiranno ancora scomunicato, e perchè a petizione del tiranno divise la legazione, dando Bologna e Romagna in sua legazione all’abate di Clugnì, e togliendo a colui che con tanto onore di santa Chiesa l’avea acquistata: onesta, perchè egli come padre spirituale dee amare la pace e riconciliazione, e aprire le braccia a chi vuole tornare alla misericordia, verificando in buona parte il detto del poeta che dice: O tu che sol per cancellare scrivi: nè per essa pace si ruppe a’ collegati promessa, e in loro potestà rimase l’accettare. Poi appresso messer Bernabò rendè a santa Chiesa Castelfranco, Pimaccio e Crevalcuore che tenea in sul Bolognese, e ciò fatto i collegati con santa Chiesa accettarono la pace. L’abate passò per Milano, e più giorni vi stette, dove fu alla reale in tutto onorato, quindi ne venne a Bologna, ove col caroccio con molto onore e festa fu ricevuto.

CAP. LXV. Dello stato della città di Firenze in que’ giorni.

E’ ne pare necessario dire in questo luogo, per quello che seguirà di messer Pandolfo de’ Malatesti, il reggimento e governo della città di Firenze in que’ tempi, il quale era venuto in parte e non piccola in uomini novellamente venuti del contado e distretto di Firenze, poco pratichi delle bisogne civili, e di gente venuta assai più da lunga, i quali nella città s’erano alloggiati, e colle ricchezze fatte d’arti, e di mercatanzie e usure in dilazione di tempo trovandosi grassi di danari, ogni parentado faceano che a loro fosse di piacere, e con doni, mangiari e preghiere occulte e palesi tanto si metteano innanzi, ch’erano tirati agli ufici e messi allo squittino. Le grandi case de’ popolari aveano i divieti; molti antichi e cari cittadini saggi e intendenti erano schiusi dagli ufici, e quello che ne risultava di peggio di loro governo era, che temendo di non essere ingannati e consigliati per lo contradio da’ savi e pratichi cittadini che con loro si trovavano agli ufici, essendo bene e utilmente consigliati, e con amore e fede alla repubblica, sovente prendeano il contrario in danno e vituperio del comune. Molti gioventù che non passava l’adolescenza, si trovarono negli ufici per procuro de’ padri loro ch’erano nel reggimento; e occorse, che facendosi lo squittino in que’ tempi si trovò che de’ quattro i tre non passavano i venti anni, e per tali furono portati allo squittino che giaceano nelle fascie. Le ammonizioni sboglientavano, e gli odii pertanto e occulti e pregni teneano l’animo de’ cittadini. Più, l’avarizia tanto tenea occupato l’animo di molti, che con novi modi e ufici non necessari, e per altre coperte vie, faceano al comune spendere i suoi danari. Le sette non quietavano, e l’una all’altra per paura tenea l’occhio addosso: e così la repubblica si trovava nelle mani del giovanile consiglio, negli occulti odii, e ne’ desiderii delle private ricchezze. Se queste controversie e confusioni non avessono allettato e sollevato l’animo del tiranno a speranza di signoria assai sarebbe più da maravigliare, che tenendolo in ciò occupato. Quelli che conduceano la guerra cassarono i soldati, pensando a primo tempo riconducere a sofficienza, e cercavano d’avere la Compagnia della stella, che di numero si ragionava passasse le seimila barbute. Della Magna speravano trarre duemila barbute, delle quali non n’ebbono che cinquecento, sotto il capitanato del conte Arrigo di Monforte, e del conte Giovanni, e del conte Ridolfo suo fratello, il quale era sfoggiato di grandezza, e menno, e però era chiamato il conte Menno, e questi due si diceano stratti della casa di Soavia. Non pensando trarre dalla Magna più gente, nè avere la Compagnia della stella, e correndovi giorni, condussono messer Ugo Tedesco valente uomo con mille uomini di cavallo, i quali, erano giovani e prod’uomini, ma male armati e peggio a cavallo; fu a ciascuno quando entrarono per lo comune donato una lancia nuova, perchè non entrassono così brulli. Appresso condussono il conte Artimanno con mille ragazzi, verificando il proverbio, a tempo di guerra ogni cavallo ha soldo: vennono a mezzo il mese di febbraio in Firenze a rifarsi.

CAP. LXVI. Come i Perugini, per tema che la compagnia degl’Inghilesi non soccorressono i loro rubelli assediati in Montecontigiano, condussono la Compagnia del cappelletto.

Nel detto anno del mese di novembre, i Perugini, i quali aveano condotta la Compagnia del cappelletto per venti dì, temendo che gl’Inghilesi non soccorressono i loro usciti i quali erano assediati in Montecontigiano, rafforzarono l’assedio, e in pochi giorni appresso ebbono il castello. Il modo fu nuovo, che i detti usciti con i fanti masnadieri che aveano seco feciono vista d’essere fuggiti, e tutti si nascosono per le case, di che quelli dell’oste maravigliandosi, non veggendo alle poste le guardie, mandarono alquanti infino alle porti, e guatando per gli spiragli non viddono per la terra persona, di che tornati al campo e detto il fatto, il campo a romore si mosse colle scale a ire a prendere la terra: li usciti ch’erano pro’ come leoni, insieme co’ loro fanti masnadieri lasciarono salire i loro nemici in sulle mura, e quando li vidono in sulle mura uscirono delle case francamente, e con raffi a ciò ordinati tirarono delle mura a terra assai conestabili e valenti uomini che v’erano montati, e montarono in sulle mura essi, e per forza ne levarono coloro che su v’erano saliti con aspra e fiera battaglia, di che i Perugini si tornarono al campo. Infra quelli che rimasono presi fu un cavaliere tedesco, che lungo tempo era stato al soldo de’ Perugini, e fatto gli era grande onore; costui andando un dì a sollazzo per lo castello con certi caporali masnadieri, e’ fu da loro dimandato, che aveano di loro diliberato i Perugini; il sagace cavaliere rispose, di mai non partirsi finchè arebbono il castello, e d’impiccarli tutti; ma che s’elli voleano campare, che poteano, dando loro gli usciti a’ Perugini, di che i fanti per paura a ciò s’accordarono; e il seguente dì cominciarono questioni con gli usciti, domandandoli se di niuno luogo aspettavano soccorso, i quali risposono di niuno, onde i masnadieri loro dissono che piglierebbono partito per sè, ed ebbono tra loro oltraggiose parole; veggendo ciò messer Alessandro de’ Vocioli con sette de’ migliori ch’erano con lui deliberarono di ricorrere alla misericordia, e con li capestri in gola uscirono del castello e andarono al campo gridando misericordia, e’ furono ricevuti: i signori di Perugia per fuggire le preghiere mandarono quattro camarlinghi a Montecontigiano, i quali il detto messer Alessandro con altri sedici cittadini di Perugia suoi compagni e di buone famiglie quivi feciono decapitare.

CAP. LXVII. Come messer Pandolfo Malatesti venne con cento uomini di cavallo e con cento fanti a servire il comune di Firenze per due mesi.

Conoscendosi per i Fiorentini che nell’impresa della guerra il comune era senza capo e senza consiglio, e con gente d’arme di poco valore, forte si cominciò a dubitare, e massimamente per coloro a cui potea meritamente la perdita tornare nella testa; costoro co’ loro seguaci furono a’ signori, pregandoli che provvedessono di capitano di guerra, e loro puosono innanzi messer Pandolfo de’ Malatesti, il quale per le sue savie e franche operazioni, contra il conte di Lando e sua compagnia, come Matteo mio padre scrive di sopra, in Firenze avea buona fama, e la grazia di tutti i cittadini, il quale di presente fu eletto senza sospezione alcuna, e fatti gli ambasciadori ch’andassono a portare l’elezione, e patteggiarsi con lui, e scritto gli fu in segreto dagl’intimi suoi che venisse, che ciò che domandasse al comune arebbe, ed esso ben sapeva la condizione della città, e l’infermità di essa gli era negli occhi; onde ricevuti gli ambasciadori colla elezione li lasciò a Pesero, ed egli n’andò dove era messer Malatesta, vecchio e messer Malatesta giovane, e con loro più giorni stette in segreto consiglio. Quali fossero i ragionamenti, l’opere di messer Pandolfo il manifestarono. Tornato agli ambasciadori a Pesero, per meglio coprire suo segreto mostrava per molte vie poca voglia di volere venire, e con cautela disse non potea senza la licenza di messer di Spagna legato di papa, ed esso medesimo per suo segreto messo infra pochi giorni l’ottenne; e ciò fatto, venne alla pratica con gli ambasciadori di quello volea, e le sue domande erano in gran parte sì spiacevoli e disoneste, che gli ambasciadori del tutto si partirono da lui; ed essendo per mettere i piè nella staffa, parendo a messer Pandolfo avere mal fatto, li fè richiamare, e loro disse non intendea di venire come capitano, ma come amico del comune volea venire a servirlo due mesi, e così per gli ambasciadori fu accettato, e così venne ed entrò in Firenze a dì 15 del mese d’agosto con cento uomini di cavallo e cento fanti a piè, e con grande allegrezza fu da tutti universalmente ricevuto, parendo a ciascuno essere in viaggio d’onorato fine alla guerra. Il seguente dì furono creati otto cittadini, due per quartiere, e per termine d’un anno e con balìa assai, in uficiali del comune sopra la guerra, i quali di presente preso l’uficio incominciarono ad intendersi con messer Pandolfo sopra i modi che intorno a’ fatti della guerra s’avessono a tenere; nelle lunghezze delle parlanze messer Pandolfo non mostrò cruccio di perdere tempo.

CAP. LXVIII. Come i Pisani co’ loro Inghilesi presono Figghine.

Messer Manetto di messer Lomodaiesi capitano generale della gente d’arme de’ Pisani, e messer Alberto Tedesco capitano degl’Inghilesi, con tutte loro brigate continuando loro viaggio senza contradizione per li stretti passi del Chianti valicarono nel Valdarno di sopra, e nella loro prima giunta presono il borgo di Figghine a dì 16 di settembre di detto anno, dove trovarono molta roba e prigioni assai d’ogni maniera: è vero che la maggior parte degli uomini e donne da bene si fuggirono nel castello, ch’era assai forte: e perchè quelli del castello non prendessono consiglio, il seguente dì gl’Inghilesi si strinsono ad esso, onde quelli d’entro spaventati si rendeano; e mentre che i patti si compilavano, la cattività di quelli d’entro fu tanta che si lasciarono torre la fortezza agl’Inghilesi; il perchè ebbono assai prigioni da bene uomini e donne, i quali Dio sa come furono ricevuti nelle mani degl’Inghilesi uomini crudeli e bestiali, i quali con la miseria de’ nostri arricchirono. Preso il castello il guastarono e afforzaronsi ne’ borghi, dove stettono per alquanto di tempo. La presura di Figghine assai diè di pensiero e di maninconia a’ governatori del nostro comune, tutto che i cittadini ch’aveano i palagi e abituro d’intorno e appresso la città paressono contenti che la guerra si facesse da lungo, ma poco loro valse, come appresso diviseremo.

CAP. LXIX. Come messer Pandolfo puose il campo all’Ancisa, e come il detto campo fu preso dagl’Inghilesi con messer Rinuccio capitano, e appresso il borgo all’Ancisa, e come messer Pandolfo fu fatto capitano di guerra.

Preso Figghine per i Pisani, col consiglio di messer Pandolfo tutta la gente dell’arme de’ Fiorenti con molti pedoni che ’l comune avea n’andò all’Ancisa, e di presente messer Pandolfo andò dietro loro, e come giunse all’Ancisa ordinò di porre campo dirimpetto all’Ancisa, il quale ad arte il prese di sfoggiata grandezza, prendendo dal poggio infino all’Arno, contra il volere e consiglio di messer Rinuccio capitano, e di messer Amerigone Tedesco e di tutti gli altri buoni uomini d’arme che v’erano, eccetto il conte Artimanno, il quale si scoperse traditore, i quali tutti diceano essere abbastanza e più utile fare una bastita intorno alla torre Bandinelli, la quale diceano potersi difendere insieme col borgo dell’Ancisa, e che tanta larghezza di campo, traendo lui cinquecento cavalieri della migliore gente, nè eziandio se vi fossono alla difesa, non era possibile da difendere dalla forza de’ nemici, e che stolta cosa era commettersi a quella fortuna. Messer Pandolfo fè orecchie di mercatante a lasciare dire chi volle, e fè pure a suo senno, avendo dato a intendere prima a quelli della guerra e al comune che la Compagnia del cappelletto la quale era in Maremma condotta per i Fiorentini, e con cinquecento barbute di quelli erano all’Ancisa cavalcherebbono i Pisani, i quali arebbono necessità rivocare loro gente al soccorso, e sotto questo colore trasse del campo messer Amerigone e altri caporali con cinquecento uomini di cavallo della miglior gente fosse nel campo, lasciando al capitano il forte ragazzaglia e vile gente, eccetto alquanti Italiani, e ciò fatto se ne venne a Firenze. Gl’Inghilesi sentendolo partito, e che messer Rinuccio era semplice, feciono ingaggiare di battaglia uno di loro con uno di quelli d’entro, e molti saggi Inghilesi vennono nel campo senza arme, dove si combatterono, e considerando il campo e chi v’era alla difesa, il seguente dì 3 d’ottobre colle schiere fatte assalirono il campo da molte parti, acciocchè la poca gente che v’era e debole si spargesse in più parti alla difesa. Il capitano confortando i suoi a ben fare, e della sua persona, con quelli pochi uomini che v’erano buoni fè maraviglie, e per lungo spazio di tempo sostenne l’assalto con danno assai de’ nemici; in fine non potendo resistere a tanta gente, nè a tanti luoghi quant’erano combattuti, il capitano insieme col campo fu preso, con assai degli altri che mostrarono il volto. Il conte Artimanno traditore, possendo atare e soccorrere il campo, lasciando parte della sua gente a guardia del borgo dell’Ancisa co’ terrazzani, si stette a vedere. Molti de’ nostri ch’erano usciti di fuori, tale per badaluccare tale per vedere, furono presi, più di disarmati vogliosi troppo ch’erano corsi a vedere. Quelli valenti uomini che erano usciti fuori virilmente a battaglia furono presi colle spade in mano, intra’ quali fu messer Giovanni degli Obizzi e messer Giovanni Mangiadori, alquanti se ne gittarono per l’Arno che vi annegarono, intra i quali fu messer Bartolommeo de’ Portigiani da san Miniato. La preda de’ cavalli, fornimenti da campo e armadura fu grande. Avuta la vittoria gl’Inghilesi, con la preda e co’ prigioni si tornarono a Figghine. Ricerchi i nostri, tra presi e morti si trovarono passati i quattrocento. Conosciuto per gl’Inghilesi il male e viziato ordine dato per messer Pandolfo, e la viltà di nostra gente, e il corrotto animo del conte Artimanno, il dì seguente dì 4 d’ottobre ne vennono all’Ancisa colle schiere fatte per combattere il borgo; il traditore del conte Artimanno come li vidde venire, colla sua brigata se n’uscì per la porta che viene verso Firenze e misesi a cammino, che se avesse avute altrettante femmine come avea uomini d’arme arebbe difeso quel luogo; i nemici senza contesa entrarono nel borgo e presonlo, rubaronlo e arsonlo, per avere la via spedita volendo venire verso Firenze. Messer Pandolfo sentendo la rotta del campo, con cinquecento uomini ch’avea scelti e altra gente d’arme, in vista mostrava gran fretta d’andare a soccorrere l’Ancisa, e già avea passato san Donato in Collina, veggendo venire il conte Artimanno in fuga, possendosi allo stretto di san Donato sostenere per non mostrare tanta viltà, subito si volse e diessi alla fuga come uomo rotto. I nostri veggendo fuggire il capitano seguitarono, il quale come spaventato, come giunse in Firenze fè segno come fosse di necessità provvedere alla guardia della città trista e lagrimosa, e che mal volentieri lo vedea, ma la necessità la quale fa vecchia trottare strinse il nostro comune ad eleggerlo per capitano di guerra in luogo di messer Rinuccio preso colla spada in mano. Il quale essendo eletto nella forma che sogliono capitani di guerra, volle ai governatori del nostro comune con belle e artificiose parole e con sottili argomenti mostrare, che a perfezione del capitano, pace e bene della città, necessario era che nella città e di fuori avesse giurisdizione di sangue con pieno arbitrio, e fu sì sfacciato, che la domandò agli uficiali della guerra, quasi dando intesa altamente non accettare il capitanato, e più domandò, che i soldati da cavallo e da piè giurassono nelle sue mani. Udendo i governatori della città le sconce e le mal colorate domande vollono un grande consiglio di richiesti, dove si proposono le domande di messer Pandolfo, e tanto era il bisogno che aveano di lui, che niuno osava contradire, e il concedere parea pericoloso, il perchè stavano sospesi e muti. Simone di Rinieri Peruzzi si levò in consiglio, e disse francamente che nulla di ciò gli si concedesse, che questo era un domandare d’essere fatto signore, e che ciascuno si recasse alla mente il tempo del duca d’Atene, e come da lui erano stati trattati, e che conoscessono la dolcezza della libertà, e che volessono vivere e morire in essa. Piacque a tutti il consiglio, e così s’ottenne; e i signori priori mandarono di presente per tutti i soldati, e in loro mani feciono giurare, e un Baldo dalla Città di Castello elessono per difensore del popolo con larga e piena balía nella città. Messer Pandolfo veggendo ciò s’infinse di non lo intendere, e accettò il capitanato al modo usato a capitano di guerra, senza lasciare il pensiere di venire per altra via al suo intento, come per effetto si vide. Presa la bacchetta del capitanato fè cassare il conte Artimanno con ottocento uomini di cavallo, perchè non rimase il comune se non con altri ottocento, e ciò fatto, mostrando smisurata paura, fece sopra certa parte delle mura della città levare bertesche e merlate armate di ventiere, armando la nostra città d’eterna vergogna, più, che per le vie mastre non molto di lungo alle porte fè fare serragli e antiserragli infino a Ricorboli.

CAP. LXX. Come certa parte degl’Inghilesi da Figghine cavalcarono a Ricorboli.

Gl’Inghilesi e gente de’ Pisani imbaldanzita sopra modo della rotta del campo e della presa del borgo all’Ancisa, posati alcuni dì a Figghine, avendo le spie dello spavento ch’era in Firenze, e de’ modi del capitano, feciono sentire al comune con minaccevole superbia e altre parlanze, come a dì 22 d’ottobre verrebbono in sulle porte, e arderebbono il borgo di san Niccolò, e che a questo il comune mettesse ogni suo sforzo a riparo, il perchè i governatori della città perduto il cuore e il senno, e poco di concordia e rimprocciosi gettando il carico l’uno all’altro con mormorio, parendo a loro essere certi che quello che gl’Inghilesi prometteano l’atterrebbono, feciono afforzare san Miniato a monte, e misonvi quattrocento fanti pistoiesi e gli sbanditi, a’ quali promisono di ribandirli, poichè certo tempo ivi e altrove avessono servito il comune, de’ quali fu capitano messer Niccolò Buondelmonti, e Sinibaldo di messer Amerigo Donati, i quali allora erano in bando della persona: il numero loro passava i cinquecento. La città stava e quelli che di fuori erano alle poste in tanta sollecitudine e tremore, che alcuna volta sentendo pur un uomo dall’Apparita sonavano le campane del comune a martello, e invano la guardia si faceva la notte co’ pennoni. Essendo per più giorni stati grandi acquazzoni, a dì 22 del mese d’ottobre la detta brigata degl’Inghilesi in numero di millecinquecento a cavallo e cinquecento pedoni prima fu nel Piano di Ripoli, che per lo capitano o per i governatori del comune niente se ne sentisse, e se niente se ne sentì per lo capitano, che verisimile parea del sì, fece vista di non saperne: molti cittadini in sulle letta furono presi, perchè vennono di notte, e ucciso fu chi si contese. La preda che feciono fu di quattrocento prigioni, e di più di mille tra asini e buoi: molti fuggendo annegarono in Arno. La notte si stettono nel Piano di Ripoli e nelle coste d’intorno: il loro segno levarono alla pieve a Ripoli facendo gran trombata; la mattina, ardendo molti palagi, alberghi, e case da lavoratori vicino alla strada circa d’un miglio, si partirono senza trovare chi li andasse a vedere, e con la preda e’ prigioni si tornarono a Figghine. Messer Pandolfo sapendo che erano partiti, per vedere la tratta de’ Fiorentini, ch’era vogliosa e senza ordine niuno, con ottocento uomini a cavallo ch’erano rimasi al comune e con gran popolo si stette alle sbarre a Ricorboli; esso vedea i nemici sparti, e girsene per le coste, e ne’ suoi occhi ardere molti palagi di cittadini, e senza dubbio avendo le spalle del popolo e de’ contadini, ch’erano oltre a diecimila bene armati, e che volentieri l’arebbono seguitato, per lo danno e vergogna che fare si vedeano, li potea offendere, e nol volle fare, ma si ritenne al primo serraglio lasciandosene tre innanzi, a’ quali era il popolo e la gente da piè. Dissesi, e vero fu, che non sapendo l’aspro cammino gl’Inghilesi si mossono, e non giunsono in Pian di Ripoli che a pochi loro cavalli non crocchiassono i ferri, e se fossono stati assaggiati erano perduti, come essi poi confessarono aperto, ma la viltà affettata del nostro capitano, che traeva al fine che è detto di sopra, e de’ nostri cittadini e contadini, che gl’Inghilesi fossono leoni fu la salvezza loro. Speranza fu di messer Pandolfo, che rimaso messer Lomodaiesi co’ soldati de’ Pisani alla guardia di Figghine, gl’Inghilesi fossono tutti, e che s’alloggiassono nelle belle e ricche possessioni presso alla terra, le quali erano piene d’ogni bene, e che ’l comune per allora vario d’animo e povero di consiglio inclinasse a volerlo per suo governatore e maestro; questa speranza li faltò per la subita partita degl’Inghilesi, e fecelo entrare in altro pensiere.

CAP. LXXI. Come i Sanesi sconfissono la Compagnia del cappelletto, la quale era condotta al soldo de’ Fiorentini.

Non ci pare da lasciare in silenzio, che essendo la gente de’ Pisani con gl’Inghilesi afforzati in Figghine, ed essendo condotta per i Fiorentini la Compagnia del cappelletto, la quale era in Maremma, e co’ Sanesi avea presa convegna, e veniano al servigio del comune di Firenze, e senza riguardo d’offesa e come fidati da’ Sanesi, per la via da Torrita furono da loro assaliti con ottocento uomini da cavallo, fra i quali ve ne furono quattrocento e più de’ Pisani, e loro ordine e trattato fu per rompere le provvisioni di messer Pandolfo, le quali aveano sentite. La zuffa dopo l’assalto de’ Sanesi non ebbe molto contasto, perchè quelli della compagnia venendo senza sospetto come per terre d’amici veniano in filo e sparti, il perchè di leggiere furono sconfitti e preda de’ nemici. Presi vi furono oltre a trecento uomini di cavallo e più di mille pedoni, e intra i presi fu il conte Niccolò da Urbino, che era il capitano, il conte da Sarteano, Marcolfo da’ Rimini; con altri assai buoni uomini d’arme, e morti ne furono assai più di cento. Della quale vittoria, ovvero tradimento fatto in dispetto, danno e vergogna del comune di Firenze, i Sanesi ne feciono beffa festa, dicendo sè a un’ora avere sconfitto il comune di Firenze e la compagnia la quale tanto affannati gli avea; e prosontuosamente oltre a modo alzando il capo, per derisione e scherno mandarono due messi a Firenze con lettere, l’uno al comune l’altro a’ capitani della parte guelfa, contenenti con alte e ornate parole la detta vittoria. Il comune dissimulando l’oltraggio, il fante che a lui venne vestì di scarlatto fino foderato d’indisia, la parte vestì il suo di cardinalesco.

CAP. LXXII. Di cavalcate e combattimenti di terre feciono gl’Inghilesi mentre stettono a Figghine.

Soggiornando gl’Inghilesi a Figghine, come guerrieri senza riposo tentarono per più riprese assai delle castella e tenute del nostro comune che d’intorno loro erano vicine, e al castello di Tre Vigne in due diversi giorni dierono ordinata battaglia, dove rimasono morti alquanti di loro, e assai ne furono e dalle balestra e dalle pietre magagnati senza acquisto niuno, lasciando le fosse piene di scale e la terra di saettamento, e per simile modo combatterono più altre tenute indarno. Il castelluccio de’ Benzi e la Foresta si tennono. Vero fu che uno Andrea di Belmonte Inghilese, gentile uomo e grande caporale nella compagnia, udita la fama della bellezza e gentilezza di costumi di Monna Tancia donna di Guido della Foresta, di buono e cavalleresco amore fu preso di lei, e la volle vedere, e da Guido come da uomo d’animo gentile cortesemente fu ricevuto e onorato; seguinne, che per l’amore di costui per tutto il tempo che stettono a Figghine niuna novità fu fatta alla Foresta. Combatterono per tutto un giorno il castello di Cintoia, e nol poterono avere. La notte quelli di Cintoia per la bussa del dì tormentati, e perchè assai di loro n’erano fediti, mandarono a Firenze a’ signori pregando per Dio li sovvenissono d’aiuto almeno di venti fanti, perocchè attendeano d’essere il seguente dì combattuti, e temeano della perdita; la provvisione all’usato modo fu fredda, il perchè gl’Inghilesi il seguente dì tornarono alla battaglia. Quelli del castello facendo loro possanza lungamente si tennono danneggiando forte i nemici, in fine gl’Inghilesi presono il castello, e ’l misono a sacco e l’arsono, e con la preda e’ prigioni si tornarono a Figghine. Nel detto tempo tremila uomini di cavallo con pedoni assai cavalcarono verso Arezzo, e poi volsono nel Casentino, dove levarono gran preda sì di persone sì di bestiame, e senza impedimento con essa si tornarono a Figghine.

CAP. LXXIII. Esempio e ammaestramento de’ popoli che vivono a libertà i quali si conducono nella fortuna della guerra di non torre capitano uso a tirannia.

Tornando al processo di nostra materia, gl’Inghilesi da Ricorboli venuti a Figghine essendo ad abbondanza grassi e di prigioni e di preda, nel consiglio de’ loro maggiori cominciarono ad entrare in pensiero, come l’uno e l’altro potessono conducere in Pisa per li stretti passi di Valdipesa: e per ciò potere fare, parendo loro come a gente dotti di guerra del Chianti sentire l’intenza di messer Pandolfo, e che pertanto era occupato intorno a’ fatti della città, poichè alquanti giorni furono riposati feciono sentire al comune di Firenze, che a dì undici del mese di novembre intendeano di fare consegrare un prete novello nella badia di san Salvi, e che i signori di Firenze e gli altri gentiluomini dovessono venire a fare onore al detto prete, e a loro in persona di lui. Ciò indubitatamente credette messer Pandolfo, e per le sue spie l’ebbe di certo, perocchè vidono il campo armare il detto dì 11 la mattina per tempo, e per lo campo sentirono divolgare come si dirizzavano verso Firenze; e certo a ciò avvisati cautamente presono il viaggio verso Firenze, il perchè le spie non attendendo più oltre vennono a Firenze ad informare messer Pandolfo. Stando la terra sotto l’arme in gran tremore, scendendo all’Apparita pur un fante a piè credeano fossono della brigata degl’Inghilesi, le campane sonavano a stormo, il popolo sbalordito correa in qua e in là senza ordine e senza capo, lasciando quasi ciascuno il suo gonfalone per ire a vedere, e di largo avanti che messer Pandolfo giugnesse alla Porta alla croce usciti erano della città ottomila uomini bene armati; quelli ch’erano più gagliardi erano nel piano di san Salvi, e ordinatisi il meglio aveano saputo, aspettando a ricevere i nemici, gli altri erano per le coste sopra san Salvi. Il falso grido sonava per la terra che già parte di loro n’era a Rovezzano: la gente da cavallo tutta era nella piazza de’ signori, e aspettava il capitano, il quale per la malizia soprastette al mangiare tanto, ch’era quando se ne levò più vicino alla nona che alla terza, e ciò fè perchè il popolo satollo uscisse fuori, e pensando che a quell’ora ragionevolmente i nemici dovessono esser giunti a san Salvi, e alle mani col popolo voglioso e con poco senno. Uscito il capitano fuori coll’insegna di sua arme levata, seguendolo i soldati e molti cittadini da bene a cavallo, come giunse alla Porta alla croce la fece serrare, e così quella della giustizia, ed esso si stava dentro a guardarla, lasciando il popolo di Firenze senza rifugio al taglio delle spade e in preda de’ nemici, che bene conoscea chi era il popolo, e chi gl’Inghilesi. Di fuori della porta era il tumulto grande delle strida delle femmine che fuggivano co’ figliuoli in collo e a mano, e voleano entrare dentro e non poteano, e quelle grida confermavano nella testa a messer Pandolfo che i nemici fossono giunti, e a zuffa, e ripreso da molti buoni cittadini che non lasciava entrare le femmine e’ fanciulli, fatto per alquanto di tempo orecchie di mercatante, quasi come temesse che per lo sportello entrassono i nemici e corressono la terra, alla fine udendo il mormorio del popolo e de’ buoni uomini fece aprire lo sportello: e io scrittore che era in quel luogo vidi molti cittadini grandi e da bene, e a cui era cara la libertà della città, piagnere e lagrimare vedendo il caso pericoloso, e ricordando il tempo del duca d’Atene, e come si fece signore, e alquanti di loro n’andarono a’ signori, e li consigliarono che provvedessono di vittuaglia il palagio, e facessono mettere le balestra grosse e le bombarde in punto sicchè il palagio avesse difesa, e tale, che di fatto, come al tempo del duca d’Atene, occupato non fosse. E stando nel tumulto del fornire e armare il palagio alla difesa, un messo giunse loro da Figghine, e disse come i nemici aveano arso il campo e il borgo di Figghine, e come s’erano partiti co’ prigioni e colla preda, e fatta la via per lo Chianti; onde i signori mandarono a dire a messer Pandolfo che facesse aprire le porte, e tornassesi allo stallo suo, il quale ciò udito, caduto della speranza, con gli occhi bassi e mal volto di tutti si tornò a casa sua. Quetato il popolo, e lasciata l’arme, i signori ebbono gran consiglio di richiesti, e veduto il pessimo animo di messer Pandolfo, e come pure intendea a volere essere signore di Firenze a dispetto del popolo, determinarono li fosse tenuto mente alle mani sicchè non li venisse fatto, e da quell’ora innanzi cominciò a essere in dispetto di tutti: e perchè il popolo non traesse più mattamente, feciono che ciascuno dovesse trarre al suo gonfalone alla pena di lire sei, la quale pensando si dovesse risquotere ciascuno sarebbe sollecito a seguire il suo gonfalone. Per messer Pandolfo mandarono, e lo ripresono forte de’ modi tenuti per lui, e dicendoli che stesse dove li paresse alle frontiere a guerreggiare i nemici, che il popolo di Firenze ben saprebbe guardare la città. Se non fosse stato della casa de’ Malatesti, per lo nome e titolo di parte guelfa amata e onorata dal comune di Firenze, per certo si tenne n’arebbono preso altra via. Avemo tritamente narrato questo caso per esempio, se potesse profittare, a quelli che verranno, di non tor mai a capitano di guerra tiranno di terra notabile, perocchè l’avvenimento della guerra è vario, e la fortuna or quinci or quindi presta il favore suo, e sovente il tiranno la fa essere ria per usurpare la sua libertà. E nullo ammiri perchè io dissi se potesse profittare, perocché ’l governo allora del nostro comune, avendo novellamente sì aspra ed evidente battitura ricevuta da messer Pandolfo, e lui partito con disonore e vergogna, sotto titolo e colore di ricoverare l’onore della casa de’ Malatesti, con la forza degli amici loro fu chiamato capitano di guerra messer Galeotto Malatesti; quello ne seguì nel seguente trattato a suo luogo e tempo si potrà trovare.

CAP. LXXIV. I modi teneano gl’Inghilesi tornati in Pisa.

Con grande festa e trionfo gl’Inghilesi tornati da Figghine per i Pisani furono ricevuti, e loro quasi come a cittadini fu consegnata certa parte della terra, e dell’altre furono abbarrate le vie perchè non noiassono a’ cittadini; ciò veggendo gl’Inghilesi lor parve che i Pisani li avessono accettati per loro cittadini participando la terra con loro, e modi teneano che pareano che intendessono così; i Pisani veggendo per segni e parole l’intento loro più volte cercarono per ingegno e astuzia di trarlisi di casa, infignendo d’essere cavalcati da’ nemici, e facendo venire molte lettere di diverse parti che loro annunziavano soprastare a gran pericoli, ma per allora fu nulla, che gl’Inghilesi che s’erano molto affannati, e bisogno aveano di riposo, ed erano caldi di danari di prigioni e di preda, se ne feciono beffe, il perchè i Pisani vernano in gran gelosia.

CAP. LXXV. Come i Pisani furono sconfitti a Barga.

Avendo i Pisani la lor gente dell’arme e gl’Inghilesi nella città, non potendo, come detto è di sopra, nè in parte nè in tutto trarre gl’Inghilesi di Pisa, per non perdere il tempo gran parte di loro soldati con grande ordine e apparecchio mandarono a Barga all’entrare di dicembre, per porre sopra gli altri battifolli che vi aveano un altro battifolle dalla parte del monte. In Barga era capitano per i Fiorentini Benghi del Tegghia Bondelmonti, a cui i Fiorentini, poichè gl’lnghilesi aveano abbandonato Figghine, aveano mandati centocinquanta degli sbanditi ch’erano stati in san Miniato a monte, i quali doveane certo tempo servire il comune nella guerra alle loro spese, e poi essere ribanditi; la gente de’ Pisani portando fornimenti assai, sì per porre detto battifolle, e sì per fornire e quello e gli altri ad abbondanza, non parea che desse cuore di fare quello ch’era stato loro commesso senza altro aiuto, forte temendo la brigata di Barga, il perchè quelli ch’erano negli altri battifolli lasciandoli male a difesa forniti si dirizzarono con loro in viaggio. Benghi, sentendo che i battifolli erano sforniti e quasi come abbandonati, con i Barghigiani, che v’andarono uomini e femmine vogliosamente, e co’ detti centocinquanta sbanditi assalì i detti battifolli, e tantosto li vinse. Quelli de’ battifolli ch’erano iti coll’altra gente a porre la bastita sentendo le grida e lo stormire di quelli che combatteano le bastite, subito colla detta gente de’ Pisani si volsono indietro per soccorrere a’ battifolli. Benghi capitano co’ Barghigiani e sbanditi suddetti li ricevettono francamente, e dopo lunga battaglia e aspra li sconfissono, dove de’ nemici furono morti oltre a centocinquanta, e assai fediti e magagnati, e molti ne furono presi; lo stendardo del comune di Pisa con altre tredici bandiere rimasono prese, le quali i Barghigiani ne mandarono a Firenze, e’ battifolli furono arsi, e quello che dentro v’era con quello che recato v’aveano per porre l’altro sì di vittuaglia come d’arnesi fu messo in Barga, e loro a gran bisogno sovvenne. Benghi perchè s’era fedelmente e francamente portato fu fatto di popolo, e rifermo in capitano di Barga per diciotto mesi.

CAP. LXXVI. Come il re Giovanni di Francia passò in Inghilterra e là morì.

Uscendo un poco del bosco delle nostre speziali riotte, facendo intramessa di cose forestiere, torneremo alquanto addietro a quello che scritto fu per Matteo nostro padre della pace intra i due re di Francia e d’Inghilterra, dove il re di Francia s’obbligò a pagare al re d’Inghilterra gran quantità di moneta per la sua diliveranza; e per osservare sua promessa lasciò per stadico il fratello duca d’Orliens, e messer Giovanni duca di Berrì suo figliuolo, e più altri duchi, conti e banderesi; onde in quest’anno 1363 a dì 3 di gennaio, il detto messer Giovanni figliuolo del re che stadico era a Calese, villanamente, essendo largheggiato d’andare a cacciare e uccellare a sua volontà, si fuggì da Calese senza tornarvi con gran sua vergogna, e fè rubellare agl’Inghilesi più terre teneano in Normandia per gaggi della pace. Onde il re Giovanni, come franco e nobile signore, per lo detto misfatto del figliuolo e rompimento della pace, e per trattare patto e grazia di sua redenzione, di sua volontà a dì 3 di gennaio 1363 entrò in mare a Bologna sul mare per ire e si rassegnare prigione in Inghilterra, e il giovedì appresso giunse a Dovero, e dipoi a dì 24 di gennaio giunse a Londra, e incontro gli andarono oltre a mille a cavallo gente nobile, e tutti vestiti di variate assise, e dismontò a una casa detta Saona per lui riccamente e alla reale apparecchiata. Della quale andata il detto re da tutti i cristiani fu molto lodato, ed eziandio gl’Inghilesi l’ebbono molto a bene e feciongliene ogni grazia. Nel raccozzamento de’ due re, e nella pratica, il perchè v’era ito, il detto re di Francia era passato nell’isola. Potrei far fine qui e riserbare al mese suo la morte del re di Francia, ma per non interrompere la materia la porremo qui. Seguì, che poco appresso poi all’entrata di marzo prese al re di Francia una malattia, e dipoi a dì 8 del mese d’aprile 1364 la notte passò di questa vita. Onorato fu di sepoltura largamente alla reale, riservando in una cassa il corpo suo per recarlo a tempo a Parigi. Il reame succedette a Carlo primogenito del detto re Giovanni, duca di Normandia e delfino di Vienna.

CAP. LXXVII. Come messer Niccolò del Pecora fu cacciato di Montepulciano.

In questi giorni per trattato fatto per i Sanesi colla forza de’ fanti d’Agnolino Bottoni, contra i patti della pace fatta tra’ Perugini e’ Sanesi, messer Niccolò del Pecora per i conforti suoi fu cacciato di Montepulciano, e ridussesi a Perugia in assai debole stato, e da’ Perugini mal provveduto, i quali per non ricominciare guerra passarono la vergogna a chiusi occhi.

CAP. LXXVIII. Della morte del giovane marchese di Brandisborgo, conte di Tirolo, e quello ch’appresso ne seguì.

Ancora ne piace un poco passare per le pellegrine storie; e per fondarne una che in questi tempi occorse assai abominevole, alquanto ne conviene addietro tirare per dare meglio a intendere il gran male: e venendo al proposito, la contea di Tirolo situata è negli estremi di terra tedesca sopra il Lago di Garda, e nel paese di Trento, e possente, nobile e famosa, la quale, morta tutta la progenia masculina, per successione era caduta in una fanciulla nome contessa......., la quale per la nobiltà della dota da tutti i signori e baroni della Magna era in matrimonio sollecitata, per avere in dota il gioiello della detta contea di Tirolo; in fine la contessa prese in isposo.... figliuolo del re Giovanni di Boemia, e fratello di Carlo che poi fu imperadore de’ Romani; e chiamatolo al matrimonio, e alla contea di Tirolo, dopo alquanto tempo la contessa cortesemente lo ne rimandò in suo paese, affermando che all’uso del matrimonio era impotente, e che la contea desiderava erede. Carlo fratello del detto..... recandosi in dispetto i modi della contessa, prestamente fè grande esercito, ed entrò nel contado di Tirolo, il quale è aspro e per sito fortissimo, e fece gran danni d’arsioni e di preda, e infra d’altre terre arse Buzzano, e ciò fatto si tornò in suo paese minacciando di fare peggio a tempo. Il perchè la contessa impaurita e spaventata cercò sollecitamente possente in Alamagna a cui si potesse appoggiare, e in quei tempi v’era grande Lodovico duca di Baviera della progenia del duca Namo, l’uno de’ dodici conti Paladini che seguitarono Carlo Magno a cacciare i saracini della Spagna, e pertanto poi quelli di sua schiatta hanno una boce de’ dodici peri alla boce dell’imperio; il quale Lodovico essendo creato imperadore de’ Romani contro volontà di santa Chiesa passò in Italia, e gran cose fece, come scrive Giovanni Villani nostro zio, e senza acquistare si tornò in Alamagna col titolo del Bavaro. Costui in questi dì avea quattro figliuoli, Lodovico, Stefano, Otto, e Romeo: Lodovico primogenito era marchese di Brandisborgo. Costui la contessa al padre segretamente fè domandare in marito, e il Bavaro vi diè l’orecchie, e volendo che ’l figliuolo la prendesse, egli con orrore d’animo la ricusava, dicendo al padre che ella avea altro marito, come noto era a tutta la Magna, e che secondo i decreti di santa Chiesa ella non potea avere altro marito: il padre lo sgridò, e gli osò dire ch’egli era un ribaldo, e che ’l contado di Tirolo non era boccone da rifiutare, il perchè per riverenza del padre Lodovico la prese per donna, velando il matrimonio con colore che il primo era impotente a generare. Della detta contessa assai tosto Lodovico ebbe un figliuolo maschio; ma perseverando il matrimonio, la contessa per soverchia lussuria trascorse in errore di disonesta vita, e in singolarità con un messer...... di Fraunberghe, che in latino suona, dal Colle delle donne, ed era sì venuto il giuoco in palese, che ogni uomo si maravigliava come il marchese la comportasse, stimando molti che per forza di malia lo facesse. Occorse, che partendo il marchese con lei e con tutta sua corte da Monaco di Baviera per andare a Tirolo, esso marchese sotto boce osò dire: Se noi torniamo a Monaco mai, noi ci vendicheremo di chi ne fa vergogna; ciò venne agli orrecchi alla contessa, e al cavaliere che usava con lei, il quale era de’ maggiori della corte, e conoscendo amendue che il marchese era di grande animo e vendicativo, e che già fatto aveva aspre e rilevate vendette a chi l’avesse fallato, strettosi al consiglio la donna e ’l cavaliere, temendo che il marchese non attenesse loro la promessa, nel cammino l’avvelenarono in una terra che si dice Rotimberga. Morto il marchese, rimase al figliuolo il paese ch’a lui s’appartenea in grande confusione, perchè molti voleano il governo del fanciullo, e così stette il paese rotto per spazio di mesi diciotto. Alla fine Stefano e Otto zii del garzone si recarono il governo alle mani, e dirizzati i paesi, e passati cinque anni, il giovane era cresciuto di bello aspetto, e facevasi valente, e per sua dibonarità e dolcezza avea la grazia di tutti i sudditi suoi, ed essendo a Tirolo si volea reggere e governare a suo piacere; e dispiacendoli assai i pochi onesti costumi della madre, e un giorno venendo con lei in contesa, per sua sciagura nell’irate parole uscì al giovane di bocca: Noi sapemo bene quello che voi faceste a nostro padre. La crudel donna crudelmente raccolse le semplici parlanze del giovane, e cominciò a pensare della morte sua: il perchè un giorno il giovane avendo con gentili giovani di sua età molto danzato, e per sè e per i compagni domandò da bere, e fugliene dato, ma con veleno, del quale con quattro valenti giovani suoi compagni si morì; gli altri che meno aveano bevuto si pelarono tutti, e rimasono infermi. Il giovane marchese poco avventurato di madre fu seppellito in Tirolo nel 1363 del mese di febbraio. Ciò si dice che fè la dispietata madre per potere più liberamente lussuriare e perseguire sua scellerata vita. Stefano e Otto figliuoli di Lodovico, e zii del giovinetto morto, udito l’orribile malificio, e compreso l’imperversato e fiero animo della femmina, la quale per uccidere il figliuolo non guardò all’innocenza de’ giovinetti che ballavano con lui (il quale recato con lei in comparazione a Medea, che fu gentile, e questa cristiana, non è da porre in dubbio che questa non fosse assai più spietata e crudele, verificandosi in lei il verso di Giovenale, il quale delle femmine dice: Fortem animum praestant rebus quas turpiter audent, che in volgare suona; Forte animo danno alle cose le quali sozzamente ardiscono, cioè presumono di fare) richiesono tutti i loro vassalli e feudatari, e accolsono d’amistà quanta gente poterono fare, e grande oste apparecchiarono contro alla contessa per vendicare la morte del fratello e del nipote, la quale spaventata e impaurita, perseguitandola la coscienza degli orribili peccati, stava in gran tremore, e non sapeva che si fare. In questa confusione Ridolfo duca d’Osterich, uomo sagace e astuto, e cupido di nuovo acquisto, inteso della morte del giovane, e dell’apparecchio che facevano Stefano e Otto di Baviera, sconosciuto di presente se n’andò a Tirolo, e fu colla contessa, e le disse dell’apparecchio di quelli di Baviera, e li mostrò ch’erano atti e sofficienti a disfarla, e s’ella avea concetta paura nell’animo la raddoppiò. Appresso le disse, ch’avea ritrovate scritture antiche che conteneano, come gli antichi duchi d’Osterich s’erano patteggiati e convenzionati con gli antichi conti di Tirolo, che quale casa o famiglia di loro faltasse d’ereda legittimo l’altra dovesse succedere, con offerirsi alla difesa della donna; e da lei posta in tanta confusione, e credula, ottenne ch’ella il fè capitano del contado di Tirolo, e nelle sue mani fè giurare tutto il paese. Proseguendo il proposito loro quelli di Baviera cominciarono la guerra, e corsono il contado di Tirolo, e presono e rubarono una terra che si chiama Sterburgh, e più in avanti non poterono passare per l’asprezza de’ luoghi e de’ forti passi provveduti alla difesa. Ciò non ostante il duca d’Osterich cominciò a mettere nel capo alla femmina che nel paese non stava sicura, e ch’era il suo migliore se n’andasse in Osterich, tanto che le cose pigliassono assetto, e tanto le seppe dire ch’ella v’andò. Dopo non molto tempo il duca la mise in un munistero, dove miseramente morì. Alcuni dissono fu fatta morire, e questo comunemente s’accettò per vero. Morta la contessa, il duca Ridolfo con gran quantità di gente d’arme corse per lo contado di Tirolo, e prese quattro nobili e gentili uomini, i quali come baroni aveano giurisdizione di per sè, i quali non erano stati pronti ad ubbidire, perch’aveano giurato alla casa di Baviera, e come tiranno, e contro alla natura e la costuma degli Alamanni, di presente li fè decapitare, onde in infamia e odio ne venne di tutta lingua tedesca. Per tema di questa impresa del duca d’Osterich non lasciò la casa di Baviera di non volere riscattare sua giurisdizione, e di loro forza e amistà ragunarono oltre a quattromila barbute di gente eletta, e con molto ordine si mossono contro il duca d’Osterich, come contro usurpatore delle loro ragioni. Il duca d’Osterich d’altra parte fè adunata non di meno gente nè valorosa meno che quella degli avversari, e amendue i detti eserciti assai vicini s’assembrarono insieme: e per caso un giorno avvenne, che sopra il numero di duemila barbute di quelle del duca d’Osterich dilungandosi dal campo casualmente si scontrarono in altrettante o circa della gente del duca di Baviera, e vennono alla battaglia, la quale fu fiera e pertinace, la quale durò per spazio di più di sei ore, e nella fine quelli d’Osterich furono sconfitti. I morti dall’una parte e d’altra in sul campo s’annumerarono si trovarono più di cinquecento, e i feriti e magagnati furono assai, e molti di quelli d’Osterich rimasono prigioni, e ciò avvenne nel 1364 d’ottobre, e qui l’ho posto per non rompere la storia. Il verno in quelle parti duro e incorportabile a campeggiere l’una parte e l’altra costrinse a tornarsi a sua magione, ma tutto che quietassono l’armi non quitarono gli animi, perocchè l’una parte e l’altra eziandio con spendio faceva sollecitamente ogni sforzo suo, e scritto e comandato aveano a tutti i sudditi loro ch’erano in Italia al soldo che a loro aiuto dovessono tornare, e tutti s’apparecchiarono a ubbidire, e così grande apparecchio faceano per trovarsi in campo come prima potessero. Carlo imperadore e Lodovico re d’Ungheria veggendo che ciò era di grandissimo pericolo e guasto di tutta Alamagna s’intesono insieme, e interposonsi per mezzani, e colla persona del savio e venerabile messer Piero Corsini vescovo di Firenze, il quale per gravi faccende di santa Chiesa allora era legato in Alamagna, il quale ricevendo sopra di sè il peso di tanta faccenda, come ambasciadore di detti imperadore e re, e mezzano e trattatore tra i detti signori cercò la concordia loro; e sì saviamente seppe la cosa guidare, che di detto anno e mese di gennaio pace si concluse tra loro, e per patto al duca d’Osterich rimase libera la contea di Tirolo, e in compensarne di ciò il duca di Baviera ebbe un’altra contea del duca d’Osterich, tutto che non a valore eguale assai a quella di Tirolo. E così ebbe fine la diabolica vita e processo dell’empia e spietata contessa di Tirolo, e la guerra che per le sue prave operazioni era suta tra la nobiltà de’ baroni e signori della Magna.

CAP. LXXIX. Come i Pisani ricondussono gl’Inghilesi.

Lasciando le forestiere storie, e tornando alle scaramucce e badalucchi della tediosa guerra intra i Fiorentini e’ Pisani ci occorre, che essendo gl’Inghilesi per fornire loro condotta, per due rispetti, l’una perchè i Fiorentini non li conducessono, l’altra per trarlisi di casa, e per li tempi che richiedesse la guerra, i Pisani del mese di gennaio li ricondussono per sei mesi con soldo di centocinquanta migliaia di fiorini, con patti che potessono fare cavalcate dove a loro piacesse, salvo che alle terre loro sottoposte, raccomandate e collegate, tutti gli altri loro soldati cassarono, e feciono loro capitano di guerra Vanni Aguto Inghilese gran maestro di guerra, di natura a loro modo volpigna e astuta, il suo soprannome in lingua inghilese era Hawkwood, che in latino dice, Falcone di bosco, ovvero in bosco, perocchè essendo la madre a un suo maniere per partorire, e non possendo, si fè portare in uno suo boschetto, e quivi lui di presente partorì, e tutto che non fosse di schiatta di nobili con dignità, il padre era gentiluomo mercatante e antico borgese, e così i suoi antenati, e come Giovanni venne in età di potere arme, essendo d’aspetto e di stificanza di farsi in essa valente uomo, fu dato a un suo zio gran maestro di guerra, il quale nelle guerre di Francia e d’Inghilterra avea fatto in arme e pratiche di guerra belle e rilevate cose. I detti Inghilesi vernarono in Pisa con gran danno e disagio de’ cittadini i quali a loro faceano oltraggio, e intra gli altri delle donne loro, il perchè molti di loro le ne mandarono a Genova e altrove in luoghi dove potessono onestamente dormire.

CAP. LXXX. D’una saetta che cadde sul campanile di santa Maria Novella.

Nel detto anno a dì primo di febbraio, essendo il tempo sereno e bello, e senza avere o da lunga o da presso alcuno segno di nuvole, tonò smisurato più volte, e caddono in Firenze più saette, fra le quali una ne percosse nel campanile de’ frati predicatori, e quello in più parti sdrucì, e più segni fè per la cappella maggiore d’inarsicciati. Di ciò è fatta menzione per la disgrazia del detto campanile spesso tocco dalle saette, appresso per la novità del tonare sì spossatamente al sereno nel pieno del verno.

CAP. LXXXI. Cavalcate fatte per gl’Inghilesi nel pieno del verno.

Poichè gl’Inghilesi si viddono ricondotti, come uomini vaghi di preda e vogliosi di zuffa, a dì 2 di febbraio in numero di mille lance, i quali si facevano tre per lancia di gente a cavallo (ed eglino furono i primi che recarono in Italia il conducere la gente di cavallo sotto nome di lance, che in prima si conduceano sotto nome di barbute e a bandiere) e in numero di duemila a piè, essendo il freddo fuori di misura, e venute più nevi sopra nevi, si partirono dalle frontiere dove pochi dì dinanzi s’erano ridotti, e passando la notte per Valdinievole se ne vennono a Vinci e Lampolecchio, luoghi fertili e abbondevoli di vittuaglia per gli uomini e per i cavalli, e trovarono il paese non sgombro per la pertinacia de’ nostri contadini, che non vogliono per bando o per minacce a’ loro signori ubbidire. Giugnendo nel pieno della notte molti paesani presono nelle letta, e posono il campo fermo nelle villate di Vinci stendendosi in più di mille case, e il seguente dì cavalcarono infino a Signa e Carmignano. Il tempo disusato e sconcio a cavalcare gente d’arme, e massimamente di notte, ne presta materia di scrivere de’ modi e reggimenti de’ detti Inghilesi nel presente capitolo senza farne altra distinzione: e in prima, essi aveano in consuetudine di guerreggiare così il verno come di state, che a’ Romani, di cui è scritto, Fortia agere, et pati, Romanum, che in volgare suona, forti cose fare, e patire, romana cosa è, non fu in uso, e sempre il verno faceano feria dando alla guerra riposo, se per forza non fussono tratti a battaglia. E come si trova ne’ veraci storiografi, Annibale uomo di ferro nel mezzo del verno passò gli altissimi gioghi delle montagne che surgono per lo mezzo d’Italia, e passano da monte Veso infino sopra il faro di Messina, le quali alpi poi per la detta cagione sempre nominate furono le Alpi pennine, perocchè gli Affricani sono chiamati Penni, e sceso il verno si combattè a Pavia con Scipione e lo vinse, poi dirizzandosi verso Roma con un solo elefante che rimaso gli era, per lo freddo perdè un occhio, e procedendo sopra il Lago di Perugia tra Montegeti e Passignano si combattè con Flaminio consolo e lo vinse, usando astuzia, perocchè essendo per lo gran freddo le membra de’ cavalieri arrudate e spossate, avanti che venisse alla battaglia Annibale fè fare gran fuochi, e scaldare i suoi cavalieri, e ugnere con olio. Tornando a nostra materia, per antico ricordo non era che fosse stato il freddo sì aspro e pungente, che quasi per tutto dicembre fino al marzo non erano cessate le nevi, e il ghiaccio per i venti freddi fu grosso, e a passare per i cavalli quasi impossibile, e massimamente in certi pendenti di vie che non si poteano schifare. Costoro tutti giovani, e per la maggior parte nati e accresciuti nelle lunghe guerre tra’ Franceschi e Inghilesi, caldi e vogliosi, usi agli omicidii e alle rapine, erano correnti al ferro, poco avendo loro persone in calere, ma nell’ordine della guerra erano presti, e ubbidienti ai loro maestri, tutto che nell’alloggiarsi a campo per la disordinata baldanza e ardire poco cauti si ponessono sparti e male ordinati, e in forma da lievemente ricevere da gente coraggiosa dannaggio e vergogna. Loro armadura quasi di tutti erano panzeroni, e davanti al petto un’anima d’acciaio, bracciali di ferro, cosciali e gamberuoli, daghe e spade sode, tutti con lance da posta, le quali scesi a piè volentieri usavano, e ciascuno di loro avea uno o due paggetti, e tali più secondo ch’era possente, e come s’aveano cavate l’armi di dosso i detti paggetti di presente intendeano a tenerle pulite, sicchè quando compariano a zuffe loro armi pareano specchi, e per tanto erano più spaventevoli. Altri di loro erano arcieri, e loro archi erano di nasso, e lunghi, e con essi erano presti e ubbidienti, e faceano buona prova. Il modo del loro combattere in campo quasi sempre era a piede, assegnando i cavalli a’ paggi loro, legandosi in schiera quasi tonda, e i due prendeano una lancia, a quello modo che con li spiedi s’aspetta il cinghiaro, e così legati e stretti, colle lance basse a lenti passi si faceano contro a’ nemici con terribili strida: a duro era il poterli snodare, e per quello se ne vidde per la sperienza, gente più atta a cavalcare di notte e furare terre ch’a tenere campo felici, più per la codardia della nostra gente che per loro virtù. Scale aveano artificiose, che il maggiore pezzo era di tre scaglioni, e l’uno pezzo prendea l’altro a modo della tromba, e con esse sarebbono montati in su ogni alta torre. I detti Inghilesi, tornando alla nostra materia, combatterono il castello di Vinci, fidandosi ne’ tardi e lenti provvedimenti di quelli ch’allora guardavano la nostra repubblica, e pensando che fossono poco atti alla difesa, ma furono con franco animo e fronte senza paura ricevuti, e assai di loro di soperchio baldanzosi furono morti e assai fediti, senza altro acquistare che onta e vergogna; e per simile modo per due volte tornarono a Carmignano, dove con più sicuro volto e loro dannaggio furono veduti, il perchè si partirono di quindi, e andarsene al Montale sopra Montemurlo, con intenzione di passare per lo stretto di Valdimarina nel Mugello, ma sentendo che per quella volta da mille cinquecento pedoni de’ paesani e del Mugello s’erano a passi recati, e loro con allegrezza aspettavano, pensando con loro più tosto guadagnare che perdere, perchè tutto era sgombro e ridotto alle fortezze si tornarono per lo passo di Seravalle verso Pistoia nel contado di Pisa con loro gran danno, perocchè di loro tra morti e presi nella detta cavalcata si trovarono assai più di trecento, che da’ nostri contadini che da soldati che li tramezzarono a Seravalle, e sì da’ Pistoiesi che vi trassono al grido. I prigioni ch’aveano avuti a Vinci su le letta non passarono i quindici, nè i morti i cinque: la preda che feciono a pena gli potè nutricare: ne’ giorni che stettono non arsono case, molti de’ loro cavalli perderono per lo gran disagio e freddo soffersono, nevicando loro addosso il dì e la notte; il perchè tornati a loro stallo molti uomini se ne morirono; e così a poco a poco si logoravano gl’Inghilesi.

CAP. LXXXII. Come Anichino di Bongardo con tremila barbute venne al servigio de’ Pisani, e come sagacemente cercarono avvantaggiosa pace.

Nel detto anno 1363, a dì 15 del mese di marzo, Anichino di Bongardo Tedesco, il quale era stato in Lombardia al soldo di messer Galeazzo Visconti nella guerra del marchese di Monferrato, con tremila barbute venne in favore de’ Pisani mandato per lo detto messer Galeazzo sotto colore e titolo di soldo, sicchè in quel tempo i Pisani si trovarono avere più di seimilacinquecento buoni uomini di cavallo, il perchè loro parendo, e così era il vero, loro avere il migliore, ed essere di loro onta vendicati, con segreto e cauto modo cercarono d’avere pace onorata e vantaggiosa per le mani di santa Chiesa, e ordinarono che papa Urbano quinto mandò per suo legato in Toscana per cercare detta pace un frate Marco da Viterbo generale de’ frati minori, il quale essendo stato in Pisa venne a Firenze, e onoratamente fu ricevuto, e in fine dicendo, che al santo padre era in calere che della guerra da’ Fiorentini a’ Pisani la quale era il guasto di Toscana si venisse alla pace, e che tanto era fatto quinci e quindi che bene vi cadea, ebbe questa risposta: che i Fiorentini erano stati tirati a loro malgrado nella guerra dalla soperchia astuzia de’ Pisani, e che avanti li facessono risposta di pace e volessono udire domande de’ Pisani, considerato che il fatto non era pur loro, ma dell’università, sopra ciò ne voleano tenere consiglio; e licenziato il generale, il seguente dì feciono un consiglio di richiesti dove furono oltre a mille cittadini; e ciò fu fatto per richiudere la bocca a’ mormoratori della pace, e per schifare la pace che parea vituperosa, presentendosi segretamente le disoneste e sconce cose domandavano i Pisani. Adunque si tenne quest’ordine, che anzi che volessono i signori e’ collegi udire le domande, vollono che ’l detto generale le sponesse nel detto consiglio; e prima che mandassono per lui, uno de’ signori si levò nel consiglio e assai oscuramente disse, che ciò che nel consiglio venia non era loro movimento, ma che i priori passati n’aveano di corte avuto alcuno odore, e che gli otto della guerra di ciò niente sapeano, e che gli otto gli avviserebbono degli ordini presi per loro nella prosecuzione della guerra e di loro possanza, e appresso Spinello della Camera, il quale era pienamente informato dell’entrata e uscita del comune e del debito suo, loro farebbe chiaro di quanto il comune fosse possente a danari. Posato quello de’ signori si levò uno di quelli della guerra, e distesamente e apertamente disse, che l’ordine dato per loro era questo, cioè, che per settantamila fiorini aveano condotto per sei mesi quattromila barbute di quelli della Compagnia della stella, la quale era in Provenza, intra i quali erano più di cinquecento gentili uomini, e più nella Magna duemila barbute intra i quali era il conte Giovanni, il conte Guido, il conte Ridolfo stratti della casa di Soavia, e che al presente n’aveano scritte al soldo tremila, e che le dette brigate si doveano rassegnare in Firenze innanzi l’uscita del mese, e altre molte cose disse le quali poteano sollevare gli animi degli uditori alla guerra, soggiugnendo, che tale spesa per la pace schifare non si potea. Appresso si levò Spinello della Camera mostrando l’entrata e l’uscita del comune, e che pagate le dette brigate per tutto il mese d’ottobre il comune rimanea in debito di centossessantasei migliaia di fiorini, di che udite le sopraddette cose gli animi degli uditori accesi e sollevati inclinarono alla guerra; e ciò fatto, i signori feciono chiamare il generale, e sporre le domande de’ Pisani, le quali erano superbe troppo e fastidiose, e tali, che se avessono avuto il comune di Firenze in prigione sarebbono state sconvenevoli, sconce e disoneste, sopra le quali levati molti dicitori in fine di concordia di tutti si prese, che dove pace avere si potesse ragionevole, e quale comportare si potesse, col nome di Dio si prendesse, quanto che no, che francamente si seguitasse la guerra, e avvenisse ciò che avvenire ne potesse; vero che non si facesse pace s’avessono fatto lega con messer Galeazzo, per la quale si dicea essere ito per ambasciadore de’ Pisani in Lombardia Giovanni dell’Agnello.

CAP. LXXXIII. Come messer Beltramo Craiche tolse Nantes per lo re di Francia a quello di Navarra.

Nel detto anno 1364 a dì 8 d’aprile, messer Beltramo di Craiche cavaliere Brettone Galese, il quale era nelle parti di Normandia, capitano per parte del duca di Normandia prese la villa di Nantes che si tenea per lo re di Navarra, e poco appresso prese la villa di Mellavit, e tutte le fortezze per la gente del detto duca, e furono prese più gente di Pag, e tali che teneano la parte del re di Navarra contro al re di Francia, e fu d’alcuni fatta giustizia.

CAP. LXXXIV. Come rotto il trattato della pace i Pisani cavalcarono i Fiorentini.

Mentre che il venerabile frate Marco per commissione di papa Urbano quinto cercava la pace tra’ Fiorentini e’ Pisani, i Genovesi, Perugini e Sanesi mandarono loro ambasciadori per cercare la detta pace insieme col detto frate Marco, il quale ricevuta la risposta dal comune di Firenze, che voleva pace dove fosse sopportabile e onesta, si tornò a Pisa, e trovando i Pisani per lo caldo della molta buona gente d’arme ch’aveano montati in più altere domande con minacce, tutto che la speranza della pace avessono gittata indietro alle spalle, non di manco i detti ambasciadori seguiano la cerca innanzi che le cose inzotichissino più, minacciando i Pisani che se la pace prestamente non si prendesse nella forma che l’aveano domandata, che farebbono la lor gente cavalcare a desolazione e distruzione del contado di Firenze. A’ Fiorentini parea al di dietro avere ricevuto soperchio oltraggio, e aspettavano in corti giorni l’avvenimento della Compagnia della stella, la quale per sagacità e sollecitudine di messer Galeazzo corrotta per danari ritardava sua venuta, dipoi levata ne fu, e le duemila barbute soldate nella Magna, fidandosi in questa speranza, e ne’ valenti uomini ch’aveano a provvisione, ch’erano messer Bonifazio Lupo da Parma, messer Tommaso da Spuleto, messer Manno Donati, messer Ricciardo Cancellieri, e Giovanni Malatacca da Reggio, i quali erano pregiati maestri di guerra, e stato ciascuno di per sè capitano di grande esercito e avutone onore, e già in Firenze era venuto il conte Arrigo di Monforte, e in sua compagnia il conte Giovanni e il conte Ridolfo stratti della casa di Soavia con cinquecento uomini di cavallo tutti giovani, e per la maggior parte gentili uomini, grandi e belli del corpo, e quanto per un fiotto di tanta gente a giudizio di tutti non era ricordo che entrasse in Firenze più bella nè meglio in punto d’arme e di cavalli, ed esso conte era di bello e gentile aspetto. Per le dette cagioni i Fiorentini con più cuore rifiutarono la pace, e le minacce misono a non calere; onde i Pisani posta giù la speranza della pace, avendo seimilacinquecento uomini di cavallo tra Tedeschi e Inghilesi capitanati da Anichino di Bongardo e Giovanni Aguto in forma di compagnie, e giunti loro oltre a mille cittadini e contadini i più guastatori, licenziarono che intendessono a fare aspra guerra, il perchè a dì 13 del mese d’aprile si mossono e passarono per la Valdinievole, e posarsi nel piano di Pistoia, e in due luoghi puosono campo, e il seguente dì gl’Inghilesi a schiere fatte si dirizzarono a Prato, e in su la porta di Prato combatterono i Pratesi, e con mano presono il ponte levatoio con maravigliosa sicurtà vietando che non si levasse, la quale audacia a’ nostri fu in grande terrore, e a dì 15 d’aprile circa a mille uomini a cavallo della brigata degl’Inghilesi nel mezzo della notte si partirono del campo, e vennono infino alla Porta al prato, onde la terra si scommosse tutta ad arme, e di loro quattro gagliardi toccarono la porta, de’ quali l’uno ne rimase, e senza arrestare si partirono con parecchi che trovarono nelle letta, e con alquanti buoi, e tornarono al campo. E il seguente dì gl’Inghilesi per lo stretto di Valdimarina passarono nel Mugello, non senza vergogna de’ provveditori del nostro comune, a cui parea che per le civili dissensioni Iddio avesse tolto il cuore e ’l senno; l’intenzione degl’Inghilesi fu di passare per lo Mugello, e venirsene nel piano di san Salvi, e ivi porre campo, e attenere a’ Fiorentini la promessa di fare il prete novello: Anichino dovea tenere campo a Peretola. Passati adunque la notte gl’Inghilesi la Valdimarina in sul fare del giorno giunsono a Latera e a Barberino, e trovarono i villani non avvisati e male provveduti, onde ebbono da cento prigioni, e da cento paia di buoi e assai bestiame minuto, e trovarono pieno di biada e di vino e d’altra roba da vivere, e la cagione fu per allora, che dove i governatori della città doveano levare le gabelle acciocchè la roba venisse alla terra, le raddoppiarono, il perchè niuno volea recare, volendo innanzi stare a rischio del perderla: e ciò fu riputato a’ signori in singulare fallo, levando l’abbondanza alla città e lasciando a’ nemici pastura.