Tutto ci fa sentire che tocca al fine l’età sinora descritta: onde vogliamo fermarci a salutare ancora un tratto questa generazione che passa; generazione di istinto più che d’intelletto, che non avea la conoscenza compiuta della morale verità, nè seppe le passioni trasformare in principj morali.
Le città erano impresse d’un carattere monumentale, che manca alle moderne. Tutte cinte di mura, difesa pubblica; e benchè così frequenti fossero e sieno nel nostro paese, fra l’una e l’altra incontravansi spesso borgate e villaggi, la più parte fortificati, talchè intercettavano o difendevano le comunicazioni. Davanti alle città o nel cuore v’avea quasi dappertutto almeno un ponte, che offriva altri ostacoli al nemico. In ognuna vedeansi i resti delle torri, da cui aveano dominato le prische famiglie signorili, e che la libertà aveva svettate o ridotte a mero ornamento. Dove poi erasi elevato un principe, a difesa propria e offesa altrui aveva elevato una rôcca, la quale doveva incutere tanto sgomento, quanta confidenza ispiravano le chiese.
Queste non pareano mai troppe quando la religione era anima della società; e grandeggiava la cattedrale, che dall’esterno o dai luoghi di primitiva devozione era stata trasferita nel centro degli abitari. Isolarla non sarebbesi pensato, benchè davanti solesse avere una piazza, e in giro un sagrato erboso, talvolta cinto di muro e acconcio alle adunanze. Finchè durò la dominazione de’ vescovi, il palazzo di questi era distinto dalla città, munito, e spesso comprendeva vastissimi tratti; ma dappertutto dovette cedere ai Comuni, salvo Udine e poc’altri: però que’ recinti e gli amplissimi chiostri rimasero sempre luogo d’asilo. Ed ecclesiastici e monasteri possedevano la maggiore e miglior parte della campagna; e aspetto e intenzione religiosa conservavano tutti gl’istituti di pietà e di educazione, fondati e diretti dalla Chiesa o sotto i suoi auspizj.
Le case eransi congegnate malamente di legno, fango, paglia, quali ne mostra ancora tante la pulitissima Francia: non frenato da regolamenti, ognuno invadeva quel più che potesse dello spazzo pubblico, sporgeva i piani superiori e le scale e gli agiamenti sopra le vie, che ne rimanevano anguste e soffogate (Capitolo XCVIII princ.) Di buon’ora però si volle abitare meglio; e la pietra, i mattoni, i tegoli provvidero alla solidità e alla sicurezza. La regolare disposizione delle strade di Torino ne palesa l’origine principesca.
I nomi alle vie applicavansi popolarmente secondo i luoghi cui mettevano e principalmente le chiese vicine: spesso secondo l’industria che vi si esercitava, o la famiglia che v’avea casa: il che pure ci rivela una stabilità di famiglie e di botteghe, oggi svanita. Degli odierni numeri teneano vece o un motto, o uno stemma, o una insegna fabbrile, una pittura, una terra cotta, uno smalto.
Illuminazione notturna non si conosceva; solo in parte supplivano le lampade accese ai frequenti tabernacoli. Fortunate le città che avessero acque correnti per lavarsi, o spesse pioggie! altrimenti la poca cura nel gettare le immondizie, massime nelle intercapedini, i branchi di majali che razzolavano liberamente tra queste, l’abbondanza di stalle donde ogni mattina menavansi fuori le giovenche a pascere, come tuttora accade di vedere in parecchie città di Romagna, impedivano la pulitezza.
Fra le case plebee discernevansi i palazzi signorili, che talvolta abbracciavano vasti quartieri; come in Milano quel de’ Visconti, che giungeva da San Giovanni in Conca fino all’arcivescovado, e quel dei Pusterla da Sant’Alessandro fin alla Vedra. Spesso v’erano annessi portici, o prolungati tutt’al lungo delle strade, come in Bologna, in Mantova e altrove, od isolati, come il coperto de’ Figini e la loggia degli Osj a Milano, la loggia de’ Bardi e le altre di Firenze, ove convenivano i dipendenti d’una famiglia, od un’intera fazione a confabulare, spassarsi, trattare di affari. Una più grande faceva l’uffizio delle borse odierne, e spesso erano sotto alla sala del parlamento, come vedesi ancora nella piazza de’ Mercanti a Milano, nel broletto a Monza, e così a Padova, a Vicenza, altrove.
Il palazzo del Comune, oltre servire alle adunanze, era e una testimonianza della ricchezza del paese, e un deposito de’ suoi ricordi, ornandosi con cimelj antichi e con lapide e monumenti nuovi, massime cogli stemmi o cogli encomj de’ magistrati. Come la chiesa aveva campana, così volle averla il Comune succedutole; ed era vanto il farne elevata o ricca la torre. Sulla piazza stava spesso eretta la forca, feroce simbolo della podestà di sangue. Oltre l’armeria, non dovevano mancare vasti magazzini, ove un’esagerata precauzione riponea gran quantità di grano, di fieno, di vino, spesso imponendo a tutti i possessori della campagna di portarvi la metà o un terzo del ricolto.
Non che le città, ogni borgo aveva istituzioni caritatevoli, massime per infermi e pellegrini, fondate da qualche pio o da una confraternita o da un’arte. Nel secolo che descriviamo si cominciò a concentrare anche la beneficenza, che lo spirito domestico del medioevo aveva sparpagliata, e ne vennero i grandiosi ospedali nelle città, meglio amministrati per certo; se più conducenti al servizio de’ poveri, lo dica altri. Nel 1431, per opera del vescovo, gli ospedali di Palermo furono riuniti in quello di Santo Spirito; a Milano Francesco Sforza dei varj formò l’ospedal Grande, reggia dei poveri; a Como persuase altrettanto il beato Michele da Carcano nel 64; ad Asti nel 55 il vescovo Filippo Roero per quello di Santa Maria; così a Cremona nel 50, e alquanto più tardi a Messina per l’ospedale di Santa Maria della Pietà.
Nella lor cerchia ogni città conservava vita propria, propria politica; mercanti dotati del senso pratico della vita; legulej sottili fino alla malizia; nobili ancora spadaccini, ma già togati; clero basso e mestierante colla sollecitudine del guadagno, ma colla drittura ingenua e l’amor della giustizia; corporazioni laiche, oculatissime a conservare i privilegi; tutti attenti a bilanciarsi fra la brutalità de’ tiranni e la brutalità della canaglia. Spesso ancora, quantunque crescessero gli eserciti, erano chiamati a difendersi dai soldati. Avvicinavasi una banda? Contadini e pastori ravviano alla città i bovi, le pecore, i bufali, vi conducono le scorte, i grani, gl’istromenti rurali. Si chiudono le porte, si ritirano i ponti, si calano le saracinesche, si tendono le catene; gli uni corrono di casa in casa a cercare graticci, materasse, botti da serragliare le vie ed ammortire i colpi; altri vanno ad allogare i poveri e gli avveniticci per le taverne, i conventi, i portici; altri si stringono a consiglio col comandante della piazza sopra i mezzi di difesa; mentre in palazzo si divisano i modi di tenere d’occhio il comandante stesso, e impedire che tradisca, egli mercenario. Quel misto d’eroismo e di paura, d’esaltamento e di codardia, di gonfie minaccie e di accasciata aspettazione, di litanie ed esposizioni in chiesa e di esercizj sul campo che accompagnano l’avvicinarsi del pericolo, suscitano cento aspetti e discorsi differenti, che si mescolano al rintocco della campana, allo squillo delle trombe, ai falsi allarme che poi risolvonsi in risate. Fra ciò arrivano feriti, infermi, spogliati, paurosi; e i loro racconti, avidamente ascoltati, ripetuti, ingranditi, crescono l’ansietà: qualche spavaldo giura vendicarli; qualche sofferente crede e compatisce il coloro soffrire; altri è spedito a patteggiare col nemico, a riscattarsi a denaro dal saccheggio; e ottenutolo, versansi dalla città, abbracciandosi con quei che dianzi erano nemici, bevendo, cantando con loro. Così protraevasi quell’attività febbrile e quell’ansietà giornaliera che costituivano la educazione dell’uomo, e produceano a vicenda esaltamento e prostrazione, slancio irriflessivo o concentrazione devota, ma sempre la coscienza d’essere qualche cosa, di qualche cosa potere; lontano dalla vulgarità in cui cade (noi lo vediamo) una società governata da scettici, o da un despotismo che dà le apparenze di ordine all’anarchia morale.
E noi da queste trasportiamoci in quelle città per adocchiarne a minuto le costumanze ed i caratteri.
Ai Francesi, nelle diverse loro calate in Italia, appongono i cronisti l’avere insegnato ai nostri a surrogare alle avite usanze novità sempre varie, cercar di parere belli anzichè buoni, e ambire non tanto la lode delle opere e dell’ingegno, quanto la vana e folle gloriola delle frastaglie e del vestire acconcio, e variare portature, e quel lusso che preferisce gli oggetti dilettevoli ai necessarj. Le carrozze furono sostituite ai giumenti ed alle cavalcature, fin dagli uomini: sciali nel vitto, nel vestire, nelle spese nuziali, nelle donazioni; perfino artefici plebei, dice l’aulico pavese, usavano alle mense maggior varietà e raffinata delicatura che non i nobili d’una volta; nè le donne vulgari la cedevano alle ricche e gentili. E l’autore della vita di Cola Rienzi, in suo favellar romanesco: — Di questo tempo cominciò la gente ismisuratamente a mutare abiti, sì de vestimenta, sì de la persona. Cominciò a far li pizzi de li cappucci lunghi; cominciò a portare panni stretti alla catalana e collari, portare scarselle a le correggie, e in capo portare cappelletti sopra lo cappuccio. Po’ portavano barbe grandi e folte, come bene gianetti spagnuoli vogliano seguitare. Dinanzi a questo tempo queste cose non erano anco; se radeano le persone la barba, e portavano vestimenta larghe e oneste; e se ciascuna persona avessi portata barba, fora stato avuto in sospetto d’esser uomo de pessima ragione, salvo non fosse spagnuolo ovvero uomo de penitenzia. Ora è mutata condizione, idea, deletto: portano cappelletto in capo per grande autoritate, folta barba a modo di eremitano, scarsella a modo di pellegrino. Vedi nuova divisanza! e che più è, chi non portassi cappelletto in capo, barba folta, scarsella in cinta, non è tenuto covelle, ovvero poco, ovvero cosa nulla. Grande capitana è la barba: chi porta barba è tenuto».
Del 1388 Giovanni Musso dipingeva i Piacentini sontuosissimi in tutto, specialmente negli abiti. Le donne portano vesti lunghe e larghe di velluto di seta di grana, o di panno di seta dorato, o di panno d’oro o di lana scarlatto o pavonazzo, con ampie maniche fin a mezza la mano, ed altre che pendono fin in terra, aguzze a maniera di scudi. E sopra vi si pone talvolta da tre in cinque once di perle, che costano dieci fiorini l’oncia; o nastri o cerchi d’oro al collo, a guisa dei colletti dei cani; e in vita belle cinture d’argento dorato e di perle, da valere venticinque fiorini ciascuna; e con tanta varietà di anelli e pietre preziose pel costo di trenta in cinquanta fiorini: a tacer quelle che portano le cipriane, vesti larghissime al piede e strette indecentemente dal mezzo in su, e tutte impomellate dalla gola fin ai piedi con bottoni dorati o perle. Ricchissimi poi sono i vezzi del capo. Alcune usano mantellette che coprono appena le mani, foderate di vajo e di zendado, e belle filze di coralli o d’ambra: le matrone e le vecchie un mantello ampio, rotondo e crespo, sparato davanti, se non che una spanna verso la gola ha bottoni d’argento dorato: e ognuna ha tre mantelli, un cilestro, un pavonazzo, uno di camelloto ondato. Le vedove istesso, ma tutto bruno senz’oro o perle. I giovani hanno gabbani lunghi e larghi fin a terra con belle fodere di pelli domestiche e selvatiche, di panno i più, altri di seta e velluto: e sotto han vestiti corti e assettati, e dappertutto galloni di seta o d’oro, e talvolta con cinture. Gli uomini maturi usano cappucci doppj di panno e sovr’essi berrette di grana fatte a ferri; i giovani non portano cappuccio che d’inverno, con becco lungo fin a terra; bianche le scarpe, e talvolta con punta lunga fin tre once, imbottita di borra; rasa la barba da mezzo l’orecchio in giù, e gran zazzera di capelli rotonda. E tengono cavalli fin a cinque, e servi, a ciascun de’ quali si dà fiorini dodici l’anno e il vitto.
Giovan Villani non volle «lasciare di far memoria di una sfoggiata mutazione d’abito, che recarono di nuovo i Francesi che vennero in Firenze il 1342. Chè colà dove anticamente il vestire ed abito era il più bello, nobile ed onesto che niun’altra nazione, al modo dei togati Romani, sì si vestivano i giovani una cotta, ovvero gonnella corta e stretta, che non si potea vestire senza ajuto d’altri, e una coreggia come cinghia di cavallo, con isfoggiata fibbia e puntale, e con isfoggiata scarsella alla tedesca sopra il pettignone, e il cappuccio a modo di sconcobrini (giocolieri) col battolo infino alla cintola e più, ch’era cappuccio e mantello con molti fregi e intagli. Il becchetto del cappuccio lungo sino a terra per avvolgere al capo per lo freddo, e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme. I cavalieri vestivano con sorcotto ovvero guarnacca stretta, ivi suso cinti, e le punte de’ manicottoli lunghe infino in terra, foderate di vajo ed ermellini. Questa istranianza d’abito, non bello nè onesto, fu di presente preso per li giovani di Firenze; e per le donne giovani disordinati manicottoli».
Anche Galvano Fiamma, sotto il 1340, deplora che i giovani milanesi sviarono dalle orme dei padri, e si trasformarono in straniere figure; presero ad usare strette vesti alla spagnuola, e chiome tonde alla francese, lunga barba alla barbarica, cavalcare con furiosi sproni alla tedesca, parlare con varie lingue alla tartara. Le donne pure vagano scollacciate, con vesti di seta e talvolta d’oro; acconcio il capo con ricci alla forestiera; succinte in zone d’oro come amazzoni; camminano coi calzari ritorti in su; giocano a tavole e dadi: cavalli da guerra, splendenti armadure, e ch’è peggio, virili cuori, libertà degli animi, sono ornamento delle donne e cure di tutta la gioventù, sprecando le sostanze sudate dai genitori frugali.
Troviamo da altri deriso il farnetico delle donne, ora di ringrandire la persona rizzando sul cucuzzolo i capelli, ora imberrettate, ora colla chioma disciolta sulle spalle, con diverse maniere di bestie appiccate al petto: l’alchimia faceva sua arte coprendone le magagne, e con varj avvisi medicando la pelle. Ora, aperto il collaretto, sfacciatamente mostravano; poi di tratto l’alzavano su fino agli occhi: talora, stretta la cintura, gonfiavano di sotto come pregnanti; tal altra con piombini tenevano intirizzite le guarnacche, a coprire il calcagnino che le rialzava dal suolo; qualche altra poneano mantello a somiglianza degli uomini Veneti, Genovesi, Catalani, che prima serbavano mode proprie, si meschiavano poi talmente, da non distinguerli. I milordini non chiamavansi contenti se l’uno non superava l’altro in novità; sicchè ora s’adattavano la berretta notturna, ora strozzati alla gola e allacciati di corde come fossero balle, tantochè non potevano sedere che non ne schiantassero alcuna: sempre anelanti dietro foggie straniere l’uno di Sorìa, quello di Arabia, un terzo pareva d’Armenia, un altro portava il farsettino all’ungherese; e chi larghi manicottoli, e gabbani di più versi, con maniche giù dal dosso pendenti come fossero monchi, e larghe punte di scarpe[185].
Queste lagnanze, oltre il solito andazzo di imbellire il passato a rimprovero del presente, a noi sono indizio del crescere della democrazia, per cui non rimanevano le condizioni separate fin nell’abito e nelle guise. Che che poi ne dicano i declamatori, il cangiare foggie non era consueto; e oltre che ciascun paese ne conservava di proprie, per le quali si diceva «Questo è napoletano, questo lombardo, questo genovese», anzi discerneasi il fiorentino dal pisano e dal lucchese, gli abiti bastavano l’intera vita e tramandavansi da una all’altra generazione.
L’addobbo dei Fiorentini ci è bello ed elegantemente descritto da Benedetto Varchi: — Passato il diciottesimo anno, vestivano in città una veste o di saja o di rascia nera, lunga quasi fino a’ talloni, e a dottori ed altre persone più gravi soppannata di taffetà e alcuna volta d’ermesino o di tabì, quasi sempre nero, sparata dinanzi e dai lati, ove si cavano fuori le braccia, ed increspata da capo, dove s’affibbia alla forcella della gola con uno o due gangheri di dentro, e talvolta con nastri e passamani di fuora, la qual veste si chiama lucco. I nobili e i ricchi lo portano anche il verno, ma o foderato di pelli, o soppannato di velluto, e talvolta di damasco. Di sotto poi chi porta un sajo, chi una gabbanella, od altra vesticciuola di panno soppannata, che chiamano casacche, e dove la state si porta sopra il farsetto o giubbone solamente, e qualche volta sopra un sajo o altra vesticciuola scempia di seta, con una berretta in capo di panno nero scempia, o di rascia leggerissimamente soppannata con una piega dietro, che si lascia cader giù in guisa che cuopre la collottola, e si chiama una berretta alla civile. Nè ora si portano più sajoni con pettini e colle maniche larghe che davano giù a mezza gamba, nè berrette che erano per tre delle presenti, colle pieghe rimboccate all’insù, nè scarpette goffamente fatte con calcagni di dietro.
«Il mantello è una veste lunga per lo più insino al collo del piede, ordinariamente nero, ancorchè i ricchi, massimamente i medici, lo portino pagonazzo o rosato, e aperto solo dinanzi e increspato da capo, e s’affibbia con gangheri come i lucchi, nè si porta da chi ha il modo a farsi il lucco, se non di verno sopra un sajo di velluto o di panno e foderato. Il cappuccio ha tre parti; il mazzocchio, che è un cerchio di borra coperto di panno, che gira e fascia dattorno alla testa e di sopra, e soppannato dentro di rovescio, copre tutto il capo; la foggia, o quella che pendendo in sulle spalle, difende la guancia sinistra; il becchetto è una striscia doppia del medesimo panno, che va fino a terra: si piega in sulla spalla, e bene spesso s’avvolge al collo, e da coloro che vogliono essere più destri e più spediti, intorno alla testa. Il pappafico era un altro modo di cappuccio che copriva le gote.
«La notte, nella quale si costuma in Firenze andar fuori assai, s’usano in capo tôcchi, e in dosso cappe chiamate alla spagnuola, cioè colla capperuccia dietro. In casa usa mettersi indosso un palandrano o un catalano, con un berrettone in capo. La state alcune zimarre di guarnello, o gavardine di sajo con un berrettino. Chi cavalca, porta o cappa o gabbano, o di panno o di rasia; e chi va in vaggio, feltri. Le calze tagliate al ginocchio, e con cosciali soppannati di taffetà, e da molti frappate di velluto e bigherate. Mutan ogni domenica la camicia, increspata da capo e alle mani, e tutti gli altri panni fino al cintolo, ai guanti ed alla scarsella. Il cappuccio nel far riverenza non si cava mai, se non al supremo magistrato, a un vescovo o cardinale: e solo a cavalieri o magistrati, o dottori o canonici, chinandosi il capo in segno d’umiltà, s’alza alquanto con due dita dinanzi»[186].
Agli eccessi del lusso continuavano ad opporsi leggi suntuarie (t. VII, p. 125), ma la ripetizione ne rivela l’inutilità: predicatori e moralisti declamavano, e intanto le pompe crescevano di più in più. S’aprivano talvolta corti bandite, ove i signori accorreano come a rare occasioni di riunirsi e sfoggiare; i cavalieri a romper lancie, ed a meritare in premio del valore l’applauso e i sospiri delle belle; i popolani alle mense apprestate a tutti, ai vini che talora perfino zampillavano da artifiziose fontane: abiti si regalavano a profusione, e mille persone furono vestite dalla moglie di Matteo Visconti nelle nozze di Galeazzo suo figlio, con Beatrice d’Este. La quale usanza di regalar cose utili, anzichè un anello o una tabacchiera, a lungo fu conservata.
Buonamente Aliprando, il quale stese la cronaca di Mantova nelle più rozze terzine che uom possa leggere, descrive la corte bandita dai Gonzaga menando tre spose in una volta. Assai baronia venne da tutte parti, ognuno portando un dono di vesti di velluto, o di mischio di lana, o di vajo e scarlatto, foderate quale d’agnello, quale di volpe o coniglio, quale di vajo, con bottoni d’argento: ed erano non meno di trecentrentotto, le quali furono compartite a buffoni e a magistrati. D’argenteria chi donava coppe, chi cucchiaj, chi bacini, in tutto pel peso di ducencinquanta marchi. Altri presentò taglieri e ciotole di legno, quante bastassero a tutta la corte; la comunità de’ mercanti regalò mille ducati; chi recò carne e pollame, chi superbi destrieri. Essi Gonzaga poi regalarono ventotto cavalli, del valore di duemila ducento ducati: le altre spese del fieno, dell’avena, del mangiare, sommarono a cinquantaduemila lire. Venticinque cavalieri di nobiltà furono vestiti: ed otto giorni si durò fra tornei, giostre e bagordi, e sonare, ballare, cantare numerandosi fino a quattrocento sonatori, con buffoni che se ne tornarono contenti di robe e di denaro.
Fu spettacolo nuovo, alla pace celebrata in Vicenza nel 1379 fra Bernabò Visconti e gli Scaligeri, il vedere fuochi d’artifizio, pei quali tutti stavano cogli occhi verso il cielo[187]. Nel 1397 Biordo de’ Michelotti, signore di Perugia e delle circostanti città, ordinò feste per menar moglie Giovanna Orsini. — E primieramente (leggesi ne’ Diarj del Graziani) fu ordinato che ogni famiglia del contado facesse un presente, e poi che ogni comunità, villa e castello facesse il suo presente, che furono paglia, biada, legne, grano, vino, polli, vitelli, castrati, ova, cacio. Biordo fece bandire per tutte le terre, che ciascuna persona che non fosse ribelle o condannata del Comune di Perugia, potesse venire alle dette feste sicuramente; ed invitò tutti i signori circonvicini, ordinando corte bandita per otto giorni; e inoltre fece venir per guardia della sua vita moltissime genti delle sue terre. Tutte le terre d’intorno gli mandarono ambasciatori con onorevolissimi doni, e anche Venezia e Fiorenza; e quel di Fiorenza menò dodici uomini d’arme per giostrare. Madonna contessa entrò con un vestimento d’oro tirato, con molte gioje in testa; davanti andavano tre paja di cofani, e sei donzelle con loro vestimenti di drappo. Ella portava in capo una ghirlanda di sparagi; venivano con essa lei a cavallo messer Chiavello signor di Fabriano, gl’imbasciatori di Venezia e di Fiorenza. Tutte le gentildonne onorate le si fecero incontro ballando, vestite a porta per porta secondo la sua divisa; e quelle che non erano atte a ballare, andavano lor dietro.
«La comunità di Perugia donò ad ogni compagnia dieci fiorini d’oro. Innanti ci era una gran moltitudine di trombe, le quali sonavano di maniera che invitavano ciascuno a festa: fu fatto un bando che, durante detta festa, non si aprisse bottega alcuna; che fu per lo spazio di otto giorni. Fu fatta la mensa nella sala papale, e intorno ci erano collocate assaissime tavole, ed eravi il luogo apposta per le torcie. La tavola di Biordo era in capo, più eminente; alle altre furono per ciascheduna fiata posti trecento taglieri; e fu allora raccontato che in Toscana non si trovò mai la più bella corte. Le donne tutte s’erano radunate in casa di Biordo, ed erano una compagnia reale.
«Il giorno seguente tutte le città, terre e luoghi le ferono presenti e doni singolarissimi: e prima l’imbasciator di Venezia l’appresentò un dono che valeva ducento fiorini d’oro; quel di Fiorenza le dette un palio di scarlatto ed un cavallo covertato; quel di Città di Castello un altro palio ed un cavallo; Castel della Pieve un altro cavallo; Orvieto un finimento intero da tavola tutto d’argento; Todi il medesimo, e di più due pezze intere di velluto; gli altri tre imbasciatori fecero il simile. Oltre questo, ci furono moltissime donne che si vestirono alla divisa di Biordo, e tutte quasi fecero tre vesti per ciascuna, e andavano ballando per la piazza. Il mercoledì si giostrò una barbuta con l’armi del Comune dietro; e si continuò fino a notte, onde fu d’uopo adoperarvi le torcie».
Nelle feste delle città commercianti la principale toccava alle arti, distribuite in maestranze; e la cronaca del Canale ci divisa quelle del 1268 per l’assunzione del Tiepolo in doge di Venezia. La prima festa (dic’egli molto più prolissamente in francese) fu fatta in mare davanti il palazzo del doge, e Piero Michele capitano fece apparecchiar le galee, e navigare tutto davanti il palazzo anzi ch’egli se ne andasse, e alzare l’applauso al doge in tale maniera: — Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera: a nostro signore Lorenzo Tiepolo, la Dio grazia inclito doge di Vinegia, Dalmazia e Croazia, e dominatore della quarta parte e mezzo dell’imperio di Romania, salvamento, onore, vita e vittoria: san Marco, tu lo ajuta». Simil lode levarono e cantarono quei delle altre galee; e poi le fece il capitano navigare per mezzo Venezia; e se ne andarono a vedere la dogaressa, che li ricevette a lieta ciera.
Di poi tutti i mestieri un dopo l’altro, riccamente apparecchiati, andarono a vedere il lor signore e la donna di lui. Primieramente quei di Torcello e delle altre contrade armarono il naviglio proprio e vennero al doge e alla dogaressa. Quei di Murano aveano in nave galli vivi[188], perchè si conoscesse donde fossero, e le loro bandiere erano issate per mezzo il naviglio. I maestri fabbri e tutti i loro serventi andarono insieme sotto un gonfalone, ciascuno una ghirlanda in capo, e trombe ed altri strumenti con loro: montarono di sopra il palazzo, e salutarono il doge augurandogli ciascuno vita e vittoria; ed egli rendette loro salute e buone avventure. Discesi come erano andati, se ne vennero fino a Sant’Agostino, ove la dogaressa era, e la salutarono, ed ella rese loro salute siccome donna. I maestri pellicciaj d’opera selvaggia addobbaronsi di ricchi mantelli di ermino e vajo ed altre ricche pelli selvatiche, e i loro garzoni e fattorini guernirono molto riccamente; misersi innanzi una bella bandiera, e dietro quella vennero due a due. I maestri pellicciaj d’opera vecchia misero lor gonfalone avanti, e le trombe, gli stromenti, le coppe d’argento e le fiale piene di vino: e guernirono loro corpi molto riccamente di drappi di sciamito e di zendado, di scarlatto e di molte altre ricche robbe soppannate di vajo e di grigio e d’altre ricche pelli; ed i loro serventi piccoli e grandi guernirono anche molto bellamente. Poi i pellaj di pelli agnelline si misero il lor gonfalone avanti, le trombe e gli stromenti e le coppe d’argento e le fiale caricate di vino, ed i maestri e tutti i loro fattorini. I tesserandoli di nappe e tovaglie misero davanti il gonfalone, e addobbarono i corpi loro e quelli de’ calcolajuoli e serventi molto bellamente, e fecersi precedere da cembali e trombe e coppe d’argento e fiale di vino, e sotto di buoni conducitori se ne andarono cantando canzonette e cobbole pel doge; e venuti che furono al palazzo, montarono i gradini, e lo salutarono cortesemente, ed egli rese loro la salute molto bellamente; poi andarono a far lo stesso colla dogaressa.
Allora comincia ad inforzare la gioja e la festa; chè primieramente si vestirono di novello dieci de’ maestri sartori tutto di bianco a stelle vermiglie, cotta e mantello foderati di pelliccerie: i maestri lanajuoli col solito gonfalone e le trombe e le coppe d’argento e le fiale di vino, e ciascuno un ramo d’ulivo nella mano, ed in capo ghirlande pur d’ulivo: i maestri cotonieri che fanno i frustagni di cotone, addobbaronsi tutto di nuovo, di cotte e di mantelli de’ frustagni che fanno, pellicciati riccamente: e così i maestri che fanno le coltri e le giubbe: e fece ciascuno una nuova cappa di color bianco sparsa di fiordalisi, e le cappe aveano ciascuna un capperone, ed essi aveano ghirlande di perle operate ad oro sulle teste.
I maestri di drappi a oro se ne posero di ricchi, e i loro fattorini pur di drappo a oro o di porpora e zendado, e in testa i capperoni indorati e ghirlande di perle e di fregetti d’oro: misero il lor gonfalone e bandiere avanti, e trombe e cembali. I calzolaj e loro serventi ebber sulle teste delle ghirlande di perle e di fregetti a oro. I merciaj andarono a vedere il lor signore con ricchi drappi, e le teste e le robbe di fregetti a oro e di sete e di tutte beltà che l’uomo potrebbe divisare. Quei che vendono i camangiari di carni salate e formaggi, fecero lor gonfalone, avendo molto ricchi drappi tinti in scarlatto ad oricello o in risanguine od altri colori, pellicciati di vajo e di grigio, e sulla testa ricche ghirlande di perle e di fregetti a oro. Succedono quelli che vendono uccelli di riviera e pesci del mare e dei fiumi.
Poi i maestri barbieri ebbero con loro due uomini a cavallo, armati di tutto punto, come i cavalieri erranti, e seco traevano quattro damigelle, addobbate molto stranamente. Venuti al palazzo, ascesero, salutarono il doge, ed egli rendette loro la salute; e immantinente discese uno di quelli che a cavallo erano armati di tutte armi, e disse al doge: — Messere, noi siamo due cavalieri erranti, che abbiam cavalcato per trovare avventure; e tanto ci siamo penati e travagliati, che abbiamo conquiso queste quattro damigelle: or siamo a vostra corte venuti, e se ci ha nessun cavaliere che di quinc’entro venisse avanti per provare suo corpo e per conquistare le strane damigelle da noi, noi siamo apparecchiati per difenderle». Immantinente rispose il doge, fossero i ben venuti, e che Domeneddio li lasci gioire di loro conquiste; e — Ben voglio che voi siate onorati a mia corte, ma punto non voglio che nullo di qui entro vi contraddica, e sì ve ne quieto del tutto». Montò allora il cavaliere errante, e gridaron tutti: — Viva nostro signore Lorenzo Tiepolo, nobile doge di Venezia»; poi se ne ritornarono a dietro, grande gioja dimostrando, e se ne andaron tutti in tale maniera a vedere la dogaressa, che molto bene li ricevè.
I maestri vetraj ornaronsi di ricchi scarlatti, foderati di vajo e d’altri ricchi drappi, gli uomini carichi di loro lavorii, cioè guastade ed oricanni ed altrettali vetrami gentili, e le coppe d’argento e le fiale piene di vino. Si misero alla via cantando novelle canzoni, nelle quali si diceva di Lorenzo Tiepolo e di suo padre, di cui abbia l’anima Dio, che doge era stato. A tale gioja ed a tale festa se ne andarono due a due molto bene arringati sotto il lor gonfalone cantando e diportando sino al palagio. I maestri orafi addobbaronsi di perle e d’oro e d’argento e di ricche e preziose pietre, cioè di zaffiri, smeraldi, diamanti, topazj, giacinti, ametiste, rubini, diaspri, carbonchj e d’altre pietre di gran valuta; e loro sergenti anch’essi molto riccamente, e di cosa in cosa fecero come gli altri.
I maestri pettinajuoli v’andarono pure, menando gran gioja: quando furono al doge, Ughetto, savio maestro, si mise avanti e disse: — Sire, io prego Gesù Cristo e sua dolce madre e san Marco vi donino la sanità, vita e vittoria, ed a governare lo onorato popolo veneziano in vittoria e ad onore per tutta la vostra età». E il doge risposegli molto saviamente, e quelli gridarono tutti insieme: — Viva nostro signore, il valente messere Lorenzo Tiepolo, il nobile doge di Venezia». Que’ maestri pettinajuoli aveano con loro una lanterna piena d’uccelli di diverse maniere; e per allietare il doge, ne aprirono la portina per dove gli uccelli uscirono fuora tutti, volando qua e là a loro talento[189].
Mi apporrete che questi particolari nulla ingeriscono alla storia d’Italia? Ma scopo nostro è conoscere gl’Italiani, nè credo che una persona si mostri qual è ove s’ignorino i suoi abiti e i costumi suoi: altri poi ha detto non conoscere un popolo chi non lo osservò nelle sue feste. In quella che or descrivemmo, dovette parere vi passasse davanti il medioevo, con quella libertà non individuale ma collettiva, dove, piuttosto che uno Stato, erano a vedersi molti gruppi di famiglie, di corporazioni, di Comuni, di chiesa, di nobiltà, ciascuno con leggi e norme e divise sue proprie. E delle feste di Venezia potrebbe farsi un libro, anzi fu fatto, ogni avvenimento pubblico essendovi commemorato con solennità di devozione e di patriotismo (Cap. XCVIII).
Poichè il santo patrono usavasi sovente pel nome del Comune stesso, dicendo San Marco, Sant’Ambrogio, San Pietro, per Venezia, Milano, Roma, la festa di quello era altrettanto civile quanto religiosa. Lo Statuto di Modena prescriveva che il giorno di san Geminiano d’ogni famiglia dello Stato venisse uno alla città con un cero in mano, e vi restasse fino a terza del domani; e così da ogni Comune forense vi si portasse il vessillo, seguìto dagli uomini della villa o del castello. A Ferrara, chiunque possedesse da cento lire in su doveva, la vigilia di san Giorgio, portare un cero a mattutino. A Milano per la natività di Maria doveano convenire tutti i Comuni dipendenti, col proprio gonfalone: alla festa poi di sant’Ambrogio, secondo il Decembrio, presentavasi all’altare di lui una gran mole di fiori ed erbe, di uva matura con pampani verdi, tutto fatto di cera. Di tali convegni non manca nessuna città dominatrice, e principalmente solenne era il san Giovanni a Firenze. A Montecatino, quando per le litanie di san Marco il clero scende alla pieve di Niévole, le donne continuano il giorno intero, come in recuperata libertà, a sonar quelle campane, sensibili per tutta la valle: la mattina di Risurrezione il celebrante benedice molti corbelli di pane e di carne d’agnello, che poi sono generosamente distribuiti a ciascheduno quasi in ristoro del digiuno quaresimale[190].
Le feste religiose spesso avevano del beffardo, come le sculture delle chiese. Tal era la cornomania che si celebrò a Roma fin verso il Mille, avanzo di qualche solennità pagana. Il sabato dopo pasqua, quando si aveano a cantare le litanie al papa, gli arcipreti delle diciotto chiese diaconali colle campane convocavano il popolo; il sacristano metteasi la cotta e una ghirlanda di fiori con corna, e in mano un finobolo, canna di bronzo grossa quanto un braccio, e per metà ornata di campanelli. Così andavasi processionalmente a San Giovanni Laterano, e ciascun arciprete formando circolo colla sua plebe, si cantava al pontefice: — Su, preghiere; Iddio per la tua prosperità; Maria madre di Dio; su, preghiere. Buon giorno, o padrone; apriteci le porte; noi veniamo a vedere il papa, vogliam salutarlo e fargli onore, e cantargli le litanie, come si usava ai Cesari. Bravo, uom benigno, papa che governi tutte cose al posto di Pietro; il cielo risplendette, le nubi si dissiparono». Frattanto il sacristano pirovettava in mezzo a ciascun circolo, scotendo le corna e il finobolo. Finite le litanie, un arciprete s’avanzava traendosi dietro un asino, allestito dai famigli della corte; un cameriere reggeva sopra la testa della bestia un bacino con venti denari d’argento; e quell’arciprete, rovesciandosi tre volte indietro, colla mano abbrancava più soldi che potesse da quel piatto, e quanti ne pigliava erano suoi. Gli altri arcipreti seguivano col clero deponendo ghirlande a’ piedi del papa; quello di Via Lata deponeva insieme una volpe, che non essendo legata fuggiva; e il papa davagli un bisante e mezzo: quel di Santa Maria in Aquiro, un gallo colla corona, e riceveva un bisante e un quarto: l’arciprete di Sant’Eustachio un cerbiatto, e toccava egual compenso: un solo bisante gli altri, e la benedizione del pontefice. Reduci alla propria chiesa, il sacristano nell’arnese stesso, con un prete e due compagni, portando l’acquasantino e rami d’alloro e chicche, iva di porta in porta col finobolo, benedicendo le case, mettendo foglie d’alloro sul fuoco, e distribuendo le chicche ai fanciulli, cantando una cantilena in lingua barbara, che cominciava: Jaritan, jaritan, jajariasti. Raphayn, jercoyn, jajariasti; e il padrone della casa dava qualche mancia[191].
I banchetti erano solennità popolari e aristocratiche. Uno magnifico fu imbandito, quando Gian Galeazzo Visconti fu investito duca di Milano, nel cortile dell’Arengo, dove ora sta il palazzo reale; e, secondo il Corio, da prima si presentò a ciascuno de’ convitati acqua alle mani, stillata con preziosi odori; poi seguitarono le imbandigioni, tutte accompagnate con trombe ed altri diversi suoni. La prima delle quali fu marzapani e pignocate dorate con l’arme del serenissimo imperatore e del nuovo duca, in tazze d’oro con vino bianco; indi pollastrelli con sapore pavonazzo, uno per scodella e pane dorato; poi porci due grandi dorati, e due vitelli parimenti dorati. Indi vi furono portati grandissimi piattelli d’argento; e per cadauno pezzi due di vitelli, pezzi quattro di castrato, pezzi due di cignali, capretti due interi, pollastri quattro, capponi quattro, prosciutto uno, somata uno, salsiccie due, e savore bianco per minestra, e vino greco. Dopo furono portati altri piattelli di simile grandezza con pezzi quattro di vitello arrosto, capretti due interi, lepri due intere, piccioni grossi sei, uccelli quattro; poi pavoni quattro, cotti e vestiti; orsi due dorati, con sapore citrino e vino leggiero. Vennero quindi altri grandissimi piattelli d’argento con quattro fagiani per cadauno, vestiti; a quelli seguitavano conche grandi d’argento, con un cervo indorato, un daino similmente indorato, e capriuoli due con gelatine. Poi piattelli come di sopra, con non poco numero di quaglie e pernici con sapore verde; poi torte di carne indorate con pere cotte. Data alle mani acqua, fatta con delicati odori, seguitavano pignocate in forma di pesci inargentate; poi pane inargentato e malvasia, limoni siroppati inargentati in tazze, pesce vestito con sapore rosso in scodelle d’argento, pastelli d’anguille inargentati; poi piattelli grandi di argento con lamprede e gelatina inargentata, trote grandi con savore nero, e storioni due inargentati; indi torte grandi, verdi, inargentate, mandorle fresche, persiche, e diversi confetti a varie foggie. Compiuto il desinare, furono portati in su la mensa vasi d’oro e d’argento, con fermagli, collane, anelli, e molte pezze di panno d’oro, di seta, di porpora; il che tutto, secondo il grado, fu presentato ai signori.
Dal Corio stesso ci sono divisati i regali che, vent’anni di poi, corsero a quella Corte per le nozze della figliuola di Galeazzo Visconti in Lionello d’Inghilterra. Cento taglieri furono disposti nella sala maggiore pei primati, nelle altre i restanti; e tanto era il sonare, che altro non s’udiva. Le imbandigioni venivano recate a cavallo; e la prima messa furono porcellini dorati, con due leopardi riccamente forniti e dodici coppie di segugi. Alla seconda lepri e lucci dorati, cui seguivano sei coppie di levrieri, ornati di argento, e sei astori. Alla terza vitello e trote, col presente di sei stivieri con collari di velluto e fibbie dorate e cordoni di seta nera. Alla quarta venivano pernici, quaglie, temoli dorati e dodici sparvieri con sonagli d’argento, e dodici paja di bracchi. Per quinta diedero anitre, cisoni e carpani, e dodici falchi, col cappelletto messo a perle. Venne alla sesta carne di bove e capponi, con savore d’agliata e storioni. Era la settima di vitelli e capponi con limonea e tinche, e dodici arnesi da giostra, dodici lancie, altrettante selle dorate. All’ottava portarono carne di bue, pesta e impastata con formaggio e zucchero, ed anguille; poi dodici ricchi fornimenti da guerra, compiti in tutto punto. Comparvero poscia carni e polli, e pesci in gelatina; e dodici pezze di tôcca d’oro, altrettante di seta colorata. Indi corni di gelatina saporita e grosse lamprede, col dono di due doglie di vino, sei bacili ed altrettanti mortaj d’argento dorato. Consistette l’undecima portata in capretti e paperi e agoni, col donativo di sei corsieri bardati, ed altrettante lancie, targhe, cappelline d’acciajo, una delle quali guarnita di bellissime perle. La duodecima fu lepri e capriuoli in savore, con pesce zuccherato, accompagnati da sei destrieri, altrettante lancie, e cappelli. Seguitarono carni di bue e cervo con savore di zucchero e limone, tinche ed altri pesci, e sei palafreni riccamente bardati: poi tinche, polli e sei destrieri da giostra: indi piccioni, cavoli, fagiuoli, lingue salate, carpione, ed un cappuccio e giubbone lavorati a compasso e soppannati d’ermellino. La sedicesima fu di conigli, pavoni, cisoni, anguille con savor di cedro, e un vasto bacile d’argento, un chiavacuore di rubino e diamante, con una perla d’ingente prezzo, e quattro cinti d’argento dorati. La decimasettima furono giuncate e formaggi, e il dono di dodici bovi. La frutta venne allo sparecchio coi vini, e poi cencinquanta cavalli per donare a baroni e signori, ed altre varie robe e gioje. Ai buffoni toccarono cencinquanta vesti; e dopo molto torneare e bagordare, lieto ognuno si partì.
Lungo sarebbe dire le stravaganze, di cui volevasi far pompa in tali pasti. Qualche volta, al primo pungere del coltello dello scalco, il tacchino creduto arrostito saltava bell’e vivo, scompigliando i trionfi: qualch’altra di sotto un pasticcio sbucava un nano, facendo le meraviglie della bella adunata. Questi tripudj rinnovavansi non infrequenti; ed i cronisti si compiaciono talmente a descriverli, che a noi non sarebbe parso di bene interpretarli se non gli avessimo in ciò secondati; e tu rimani stupito quando nella pagina medesima essi ti fanno il racconto d’un incendio, d’una sconfitta, d’una morìa, e insieme di una solennità sfarzosa, alla quale mezzo mondo prese parte.
Dante si lagnava che il tempo e la dote fossero all’età sua usciti di misura[192]; al qual passo Benvenuto da Imola spiega come per lo innanzi un ricchissimo padre dava in dote alla figlia due o trecento fiorini, mentre allora duemila o millecinquecento; le pulzelle maritavansi ai venti o venticinque, ora a dodici o quindici. A Milano, dove Landolfo il vecchio asseriva che sull’entrare del secolo X non si contraevano matrimonj prima dei trent’anni, le Consuetudini più tardi abolivano quelli conchiusi prima dei sette[193]. Pel 1348 abbiamo «le spese di Bartolomeo di Caroccio degli Alberti: per lo costo delle nozze e un desinare che si fece innanzi alle nozze a’ servitori, e denari che ebbero i trombadori e altri buffoni, e denari dati a’ portatori, e confetti, e tramutare masserizie, e per altre spese che a nozze si richiede, lire cennovantasei; per la lettiera, cassa, cassone e tettuccio, lire diciotto; per due para pianelle e due para scarpette, lire una e soldi sedici». Ma le doti e i corredi delle signore e principesse sorpassavano ogni credenza, e ne toccammo poco sopra. Si hanno in sei volumi i Monumenti della casa Del Verme, ove, tra molte altre curiosità, trovansi due corredi di spose, che vogliamo qui riprodurre per esempio: — Nel 1474 Francesco degli Stampa di porta Ticinese, della parrocchia di Santa Maria Valle a Milano, come corredo della Bartolomea de’ Guaschi, riceve ducento sessantaquattro perle, stimate ottanta ducati d’oro in oro; quattr’oncie di perle formate a rete, per ventiquattro ducati; otto pezze di tela di lino fino per far camicie, una di tela di stoppa (revi) per far tovagliuoli pel capo; quattro pezze di fazzoletti (panetorum) che sono cinquantotto; diciotto camicie da donna; trenta monete de tenere in testa; libbre nove e mezzo di refe di lino bianco; uno specchio grande e uno più piccolo; tre pettini d’avorio; un uffizietto della beata Vergine co’ suoi guarnimenti; un cofanetto, dorato di sopra; un corriginus di broccato d’oro cremisino co’ suoi fornimenti, e uno di broccato d’oro cilestro col suo fornimento e con perle; un chiavacuore d’argento dorato col suo agorajo d’argento dorato; due fodere lavorate in oro; sei cuscini verdi di tappezzeria; dodici fodere di tela di lino fina co’ suoi lavori intorno; una veste di damasco bianco coi fornimenti dorati e col collare a perle; un’altra di drappo morello di grana colle maniche strette, e con fornimenti dorati e con perle; un’altra di drappo scarlatto di Londra colle sue balzane di velluto nero al collare, alle maniche e ai piedi; una gamurra o socca di velluto cilestro, e un’altra di drappo di lana rosso; un par di maniche di broccato d’argento cilestro; un vestito di zetonino cilestro colle maniche strette, e ricamato al bavaro e alle maniche; un vestito di scarlatto colle maniche strette e ricamate, e col bavaro fatto di punticelli; un vestito turchino colle maniche strette, ricamato alle maniche e al bavaro; un vestito di velluto morello con maniche serrate e guarnizioni fatte a telajo alle maniche; un vestito rosa secca con maniche al modo stesso; uno di drappo verde scuro; una giubba di velluto cremisino; una socca scarlatta, e una di drappo turchino; un par di maniche di drappo d’oro riccio, un cremisino, e uno d’argento cremisino, e uno di cilestro; un par di maniche di zetonino cremisino, e uno di morello; uno di velluto cremisino, e uno di verde; un corrigino d’argento dorato fatto a raggi (a raziis); un chiavacuore d’argento dorato coi coltellini; una coreggia con tessuto d’oro e guarnizioni d’argento dorato, ecc. Di tali doni rogò Francesco di Besozzo, notajo di porta Comasina.
Molto più ricco è il corredo di Chiara Sforza, rimaritatasi il 1488 a un Campofregoso. Nel solo ricamo sopra una manica vi sono da trentasei in quarant’oncie di perle, stimate ducati quattrocento; sessantasette perle da un ducato l’una; diciannove da tre carati il pezzo, a ducati otto l’una; quattro da carati dodici in quattordici, a ducati cento il pezzo; una di carati venticinque a ducati trecento; due rosette di rubino, da sessanta ducati il pezzo; un rubino da tavola con quattro perle, ducati settanta; quattro smeraldi in tavola, a ducati quindici il pezzo; uno smeraldo quadro a faccette, ducati venti; oltre un filo di trecento diciassette perle, da un ducato al pezzo. C’è una perla a pero, di carati ventuno, stimata mille ducati; un mazzo di cinquantaquattro giri di catena d’oro, pesante quarant’oncie; un pendente con un balascio in tavola in mezzo, una punta di diamante e una perla a pera, valutati ducati duemila; un altro fermaglio con un balascio in tavola, ducati mille e seicento[194].[195]
Anche a Genova, per testimonio di Franco Sacchetti, «le nozze durano quattro dì, e sempre si balla e canta, e mai non vi si proffera nè vino, nè confetti, perocchè dicono che profferendo il vino e’ confetti è uno accomiatare altrui; e l’ultimo dì la sposa giace col marito e non prima».
E poichè dalle donne ben s’argomenta ai costumi d’un tempo, già ricordammo (t. VII, p. 563) la Cia degli Ubaldini, che lasciata dal marito Francesco Ordelaffi a difendere Cesena, perseverò governatrice e capitana, finchè, ormai tutta ruine, la rese a patti onorevoli pe’ suoi soldati; per sè le bastò la protezione che la generosità ritrova anche presso i nemici. È pure nota per le tradizioni Bianca de Rossi moglie di Giovan della Porta governatore di Bassano, la quale, morto il consorte, difese la città contro Ezelino tiranno: presa colle armi in pugno, Ezelino cercò farle onta, ed essa precipitatasi da una finestra si ruppe una spalla: guaritane e per forza vituperata, appena libera di sè corse all’avello del marito, e messo il capo sotto il coperchio, se lo schiacciò. Margherita da Ravenna, divenuta cieca a tre anni, acquistò tanto estese cognizioni, che era consultata su punti di teologia e di morale, e morì il 1505. Morata, figlia di Danese Orsini e di una Beccaria, a Stradella levata al battesimo da Filippo Visconti, sposata in Jacopo de’ Saracini di Siena, invece di danzare, la festa divertivasi a leggere, e venne un portento di sapere come di virtù. A Siena, nel pomposo incontro fatto a Federico III e sua moglie, ella parve vestita troppo modestamente; ma a chi glie ne faceva appunto rispose: — Le matrone senesi non devono far pompa che di modestia». E interrogata quale fra tanti cavalieri che faceano corteo agli sposi, le paresse il più leggiadro, — Io non guardo che mio marito». I Senesi l’ebbero in concetto di santità, e quando il conte Jacopo Piccinino li minacciava di sterminio, essa li rassicurò del pronto soccorso di Maria Vergine, e che il conte non tarderebbe a scontar la pena, come avvenne. Di virtuose potremmo gran numero schierare ricorrendo al leggendario.
Voltiamo il quadro. La padovana Speronella, figliuola di Delesmanno, a quattordici anni era già maritata in Jacopino da Carrara, quando il conte Pagano, lasciato dal Barbarossa a governare Padova, se ne invaghì, e presto l’ebbe rapita e sposata. I suoi, irritati, levarono popolo contro lo straniero, che dovette cedere le fortezze e la libertà. Allora la Speronella fu maritata ad uno de’ Traversari, col quale rimasta alquanto, passò a Pietro Zausanno: e dopo tre anni ne fuggì per isposare Ezelino da Romano. Questi, accolto a Monselice con ogni guisa di miglior cortesia da Olderico di Fontana, come tornò a casa, non sapeva finire di lodare alla moglie le gentilezze dell’ospite e le maschie bellezze di esso: di che tanto desiderio si accese nella malonesta donna, che per messaggi fu presto d’accordo col Fontana, e da Ezelino se ne fuggì ad esso. Così passava di marito in marito, mentre il precedente vivea ancora; poi lasciò un lungo testamento, il quale non è che un catalogo di chiese e spedali, fra cui distribuiva ogni aver suo; venti soldi a questa, quaranta a quella, stramazzi, coltri, lenzuoli, coperte di pelle; a un ospizio i piumacci su cui ella dormiva, e tovaglie e salviette ai pellegrini d’oltremare; campi e denari a vescovi per riparare se mai avesse ad alcuno recato nocumento[196].
Donnina amica di Bernabò, e Nisotta di Gian Galeazzo Visconti, aveano al loro servizio cortigiani, musici, minestrelli; ai principi vicini e nominatamente ai duchi di Savoja mandavano a regalare cani, cavalli, cappelline, e ne riceveano il ricambio[197]. Agnese, figlia di Bernabò e maritata in Francesco Gonzaga signore di Mantova, al marito non voleva bene, e vie meno dacchè il vedeva amico ed alleato di Gian Galeazzo uccisore del padre di lei. Presto s’intese con Antonio di Scandiano, cameriere fidatissimo del Gonzaga; ma questo, saputa la tresca, dissimulò lungamente il torto, poi ne volle un regolare processo, da cui essendo apparsa la costoro reità, lui fe impiccare; lei decapitare il 1391, benchè moglie d’un principe, cognata di due re.
Per delitto d’infedeltà poteano il duca Filippo Visconti e il Gonzaga di Mantova mandare al patibolo la moglie, Nicola marchese di Ferrara la sua Parisina Malatesti col figlio Ugo, Ercole Bentivoglio processare Barbara Torelli: forse tutte innocenti, ma è un gran caso il vedere i mariti dimostrarle ree pubblicamente, essi, cui non erano vergogna le concubine e gli sterponi. Galeotto Manfredi principe di Faenza sposò Francesca di Giovanni Bentivoglio, la quale ben presto sospettò il marito d’altri amori, e per accertarsene origliò quand’esso conferiva secretamente con un astrologo. Intese invece come si macchinasse contro di suo padre; e non sapendo frenarsi, entrò nel gabinetto inveendo. Galeotto rispose, e la battè; ed essa ne informò il padre, che nottetempo avvicinatosi in armi a Faenza, la tolse seco: preparavasi anche a far guerra al genero, quando Lorenzo de’ Medici, mediatore di tutte le paci, li riconciliò, e ricondusse la donna al marito. Essa però, stimolata a vendetta da nuove gelosie, ordì d’ammazzarlo: si finse malata, e com’egli entrò a visitarla, il fece scannare da sicarj appostati.
Un atto singolare ci resta, dove Galeazzo Maria Sforza, attesi «gl’ingenui costumi, la vita pudica, la somma bellezza» di Lucia de Mariano, e l’immenso ardore con che esso duca la ama, in parte fa, in parte conferma amplissime donazioni a lei ad a’ figliuoli che essa gli generò o genererà; e saldato il dono coi più sacri giuramenti, le pone patto che «viva in divozione nostra, e non abbia mai da che fare, non che con altro uomo, neppure col marito se non abbia da noi speciale licenza in iscritto»[198]; gravi minaccie aggiunge a sua moglie Bona, se mai rechi a costei il minimo disturbo. E quest’atto è rogato da notari, sottoscritto dal consorte e da una schiera di gran nobili e cavalieri milanesi.
Siffatta puzza non viene dalle case plebee, ma dai palazzi principeschi. E ben diverso dal borghese era il vivere de’ signori, molti de’ quali tenevansi ancora ne’ castelletti, rubando e scialando come nel cuore della feudalità. Sino dal 1272 i Bolognesi aveano battuto i conti di Mangona che svaligiavano i viandanti nelle foreste di Ripaverde: ma ancora al 1391, nelle vicinanze della loro città, molti castellani viveano del rubare ai contadini e ai buoni campagnuoli. Il conte Garreto da Panìco con altri suoi compagni faceva tal vita, or a spalle dell’uno, or dell’altro gavazzando: côlto poi un Mengoccio del Borgo, ricco agricoltore, costoro lo trassero in prigione per tormentarlo finchè ne smungessero un grosso riscatto: fortunatamente una vecchia se n’accorse e ne avvertì i parenti, che, prese l’armi, corsero a liberarlo. Il senato bolognese ordinò che tutti i conti, capitani e altri nobili abitanti in villa, e che non attendevano di propria mano alle faccende agresti, dovessero fra quindici giorni venir abitare in città con tutti i parenti, pena la confisca dei beni: ordine esagerato che attesta la gravezza del male, e che fu poi ristretto alle famiglie pericolose.
Altro famoso malfattore, Alberto Gallucci, tutto il Bolognese empiva di scelleraggini, nè per pubblici bandi o per ammonizioni del padre, di amici, di religiosi volle mettersi al dovere. Si promisero dunque mille fiorini d’oro a chi lo facesse prigioniero; chi l’uccidesse, se era bandito avesse remissione; se alcuna comunità il pigliava, restasse immune da collette per venti anni: si destinarono quattro persone apposta con ducento cavalli per catturarlo, e ordine ai Comuni che, qualora egli apparisse, toccassero a stormo. Alberto si pose a cavalcione dei confini, donde ogni giorno peggio faceva ai Bolognesi. Azzo, padre di lui, fu obbligato dar duemila lire per sicurtà che il figlio non farebbe alcun danno; poi assoltone per la sua gran bontà, egli medesimo risolse liberarne il paese, e coltolo il diede al magistrato perchè eseguisse la legge. Il consiglio, mosso dall’insolito caso, prendea pietà della canizie del padre e della sventataggine del giovane, e volea commutar la pena in carcere perpetuo; ma Azzo insistette caldamente perchè la giustizia avesse corso, e lui presente fu decapitato[199].
Nicolò III d’Este signor di Ferrara nel 1414 volendo passare in Francia, fu arrestato dal marchese Del Carretto, finchè pagasse grosso riscatto. Galeazzo Maria Sforza, ch’era in Francia quando morì suo padre, seppe che il duca di Savoja l’appostava per prenderlo ed obbligarlo a cedergli qualche pezzo di Lombardia; e parte travestito, parte difendendosi in una chiesa, parte ajutato da qualche fedele, a grave rischio riuscì a traforarsi nel suo dominio. Gli Ubaldini contano tra i loro fasti molti spogliamenti fatti tra val di Sieve e val del Santerno. Uberto di Campagnatico assaliva tutti gli amici della repubblica di Siena, finchè alcuni Senesi in veste di frate s’introdussero nel cassero di lui e l’uccisero. Ghino di Tacco da Torrita dal castello di Radicofani molestava i passeggeri, celebre per la novella del Boccaccio. Il Piccinino porta rancore ad Eusebio Caimo milanese, ch’era stato mezzano del matrimonio di Bianca con Francesco Sforza, e lo fa pugnalare nel duomo di Milano. L’ingordigia de’ principi apriva poi modo ai signori di scontare i delitti a denaro; e Lazzarone della Rovere, signore di Vinovo, nel 1377 avendo ucciso Florio suo cugino, ne pagò al conte di Savoja tremila fiorini, oltre perdonargliene mille che gli doveva.
Milano nel 1288 contava quarantamila nobili, cioè uno ogni venticinque abitanti; Firenze, nel 1336, settemila cinquecento, cioè uno ogni venti; Venezia, dopo il 1500, seimila cencinquantadue, cioè uno ogni ventidue: ma il nome di nobile significava cosa ben diversa in ciascuno di questi paesi. Generalmente la democrazia aveva abraso le distinzioni originarie e i privilegi legali: in tanto rimescolamento di fazioni, di conquiste, d’esigli, di tirannidi, molte famiglie antiche o perirono o si confusero colle borghesi, dalle quali poi sorsero alcune più ricche, e costituirono una nobiltà nuova. Ogni famiglia era ormai contraddistinta da un cognome; ma se non fosse divenuto celebre per qualche titolo o per credito commerciale, facilmente lo cambiava per capriccio, per un’eredità, per far grado a un protettore, a un padrino. La nobiltà nuova non poteva opporre alla tirannia quegli argini, che solo dal tempo acquistano solidità: quella poi creata dai tiranni non valea nulla più che i diplomi, eccitava gelosia, mancava di efficacia.
I signori di Romagna, maggiormente dediti alle armi, e scarsi di possessi, esercitavano i loro vassalli sia per sostenersi, sia per farne mercato a servigio altrui. A Napoli re Luigi di Taranto istituì la compagnia del Nodo, altri cavalieri, per desiderio di gloria, ne formarono altre, e con insegne diverse andavano come cavalieri erranti mostrando il lor valore dove guerra fosse, legati tra sè di fratellanza; e dal segno che portavano, diceansi della Stella, della Argata (per la nave d’Argo), della Leonza[200].
Però fra noi predominarono sempre le città, e in conseguenza non troviamo quegli alti fatti cavallereschi, di cui si tesse la storia delle famiglie insigni forestiere; que’ nostri signorotti tengono del plebeo, o almeno del soldatesco, nè si gloriano di finezze cavalleresche, nè si peritano a mancar di fede. Sulla politica delle Corti non fa mestieri ripeterci; ma quelle frequenti taccie d’avvelenamenti, veri sieno o supposti, ci rammentano gl’imperatori di Roma, e palesano un ritorno verso la corruzione gentilesca. Le continue rivoluzioni, per cui mezzo gli ambiziosi volevano surrogare il privato dominio alla comune libertà, lasciavano interessi lesi; calde memorie d’un franco stato, del quale non si ricordavano più i guaj; molti i pretendenti, ove unica sanzione era la riuscita; molti gl’intolleranti e dell’ingiustizia e della giustizia, e pochi gl’interessati a difendere l’ordine pubblico. Il grosso del popolo non penò a chetarsi a dominj che gli lasciavano quiete onde applicarsi alle sue arti e gli crescevano sicurezza; ma le famiglie aristocratiche ribramavano la fraudata autorità, e mal soffrivano un altro esercitasse la tirannia ch’essi avrebbero per sè voluta. Le armi portate a servizio di qualche signore, davano la soldatesca fiducia nella spada: del sangue come aver ribrezzo quando la legge e i tiranni stessi ne versavano tanto?
Quindi gli attentati, frequenti quanto mal secondati, e usciti con danno e con vergogna. La sollevazione di Cola Rienzi fra breve fu imitata dal Porcari in Roma. Due congiure a Milano uccisero i principi, senza produrre effetto durevole; altrettanto quella de’ Pazzi; peggio quella de’ baroni nel Reame. In Bologna i Caledoli, beneficati ed emuli di Annibale Bentivoglio, non meno poderoso in Romagna che Lorenzo Medici in Toscana, tramano, e scoperti sono appiccati o banditi. Bernardo Nardi fiorentino occupa Prato per farne piazza de’ repubblicani; ma non sostenuto, è preso e giustiziato con molti. Nicolò d’Este invade Ferrara per ricuperare il dominio paterno; ma il popolo nol favorisce, ed Ercole d’Este lo appicca con venticinque complici. Girolamo Gentile vuol ribellare Genova e Milano, e ne perde la testa. Girolamo Riario, signore di Forlì ed Imola, è pugnalato nel proprio palazzo. Biordo de’ Michelotti è ucciso a Perugia, e i Perugini assalgono gli uccisori e bruciano la badia di San Pietro ove erasi fatto il tradimento, e i traditori fanno dipingere alle porte e al postribolo. Questi frequenti attentati tenevano in sospetto i tiranni, e rendeanli peggiori; e i feroci supplizj che infliggevano a personali nemici, sembravano giustificati dalla necessità dell’assicurarsi.
La costoro vita è un tessuto di fatti ancor più vergognosi che orribili, sfacciata la mancanza di fede, applaudito il tradimento se riusciva. Vedemmo quello a cui restò preso Bernabò Visconti. Paolo Fregoso, cardinale arcivescovo di Genova, invita il doge suo nipote colla moglie e i figliuoli a pranzo, e quivi li fa cogliere, mettere ai tormenti, sinchè il doge non ordina che le fortezze si rendano all’ambizioso zio. L’Oldrado, amicissimo di Gabrino Fondulo, passando fuor di Castiglione, finge si sieno sferrati i cavalli, e manda per un maniscalco. Gabrino, informatone, spedisce a invitarlo che entri e si riposi; ed egli no, aver troppa fretta, rincrescergli di non poter dare un bacio al suo Gabrino. Questo non vuol lasciarsi vincere in cortesia; esce a salutarlo, ed è subitamente circondato dagli uomini dell’Oldrado, il quale entra nel castello, prende la famiglia di Gabrino e i molti tesori, e lui consegna a Filippo Visconti che lo manda al supplizio. Nelle ore estreme confessò, l’unica cosa di cui si pentisse era che, quando l’imperatore Sigismondo e il papa salirono seco sul torrazzo di Cremona, non gli avesse trabalzati entrambi da quell’altezza[201].
Il marchese Alberto d’Este, morendo nel 1393, avea dichiarato successore Nicolò suo figlio naturale; ma Azzo pretendea avervi migliori diritti, e li sostenne collo stipendiare Giovanni da Barbiano. I tutori del fanciullo Nicolò tentarono costui perchè assassinasse Azzo, ed egli il promise, purchè gli si dessero due castelli vicini a Barbiano. Vennero i messi, davanti ai quali fu trucidato Azzo, ed in conseguenza resi i castelli. Ma l’ucciso non era che un servo, e Azzo piombò addosso alle squadre ferraresi e ne fe macello. Poco poi Giovanni macchina d’impadronirsi di Bologna, e scoperto è mandato al supplizio. Mille altri casi simili ci offrirebbe la storia de’ capitani di ventura.
I popoli ne soffrono, e conoscono i vantaggi della libertà, tanto da creder lieve ogni sacrifizio per ottenere che alfine alla egualità innanzi ad un padrone si sostituisse l’egualità innanzi alla legge. Vero è che le sventure d’allora sembrano maggiori perchè tutte si registrano, nè erasi per anco ingenerata quella cascaggine che fa credere ineluttabile necessità il patimento, e virtù il non lamentarsene, e pace una tirannia che degrada senza tormentare. Massime nelle repubbliche riscontriamo elevatezza di caratteri, potenza di sacrifizj fatti al bene generale, maggior fedeltà alla parola: benchè le passioni vi apparissero maggiormente, perchè in numerose masse e meno frenate. E la stessa corruzione e la ribalda politica dei principi non avviliva ancora i popoli, se anche li straziava.
Fra quel movimento frequentavano occasioni di esercitare le forze della volontà e dell’intelletto, il che è sì gran parte della felicità; riceveasi l’educazione dagli avvenimenti, e maestro era il subuglio della città; anche nelle baruffe civili logoravansi alcune vite, ma conosciamo tempi più puliti ove si uccide colla parola, s’induce negli animi il dispetto, vi si formano quelle ulceri, la cui tabe e il puzzo appestano la società.
Furono i nostri che crearono la scienza delle ricchezze e della loro distribuzione, misurarono la potenza del proprio paese e i mezzi con cui farlo agli emuli prevalere, e tolsero a considerare tutt’Europa come un sistema unico, ponderando perciò le forze delle singole parti; e alcuni conti dei loro dogi o podestà potrebbero andar di paro coi messaggi meglio compiuti dei presidenti americani[202]. I Fiorentini volevano dai loro commessi un ragguaglio de’ paesi ove andavano; i Veneziani ricevevano dai loro diplomatici informazioni continue, e da queste possiamo ancora librare la civiltà e la potenza de’ varj Stati.
Quanta ricchezza non indicano nel paese le medesime guerre! Taciamo Venezia, taciamo Genova, di cui non di rado qualche privato diveniva principe, e i Lercari o i Giustiniani tenevano testa alla potenza ottomana; ma Federico I di Sicilia ebbe cinquantotto galee in punto d’arme, con centotredici l’affrontò Roberto di Napoli, e distrutte si rinnovarono quasi per incanto. I nobili milanesi proposero a Filippo Maria di mantenergli diecimila cavalli e altrettanti pedoni, purchè lasciasse loro amministrare le pubbliche entrate, escludendone cortigiani e favoriti. Dal 1377 al 1406 Firenze spese in sole guerre undici milioni e mezzo di fiorini d’oro, da cento ogni libbra[203], tributo di cittadini privati: settantasette case, dal 1430 al 53, pagarono di straordinarj quattro milioni ottocentosettantacinquemila fiorini; e lo stato popolare, dal 1527 al 30, cavò di straordinarj un milione quattrocentodiciannovemila cinquecento fiorini. I tiranni pure e gli oligarchi facevano gara di prosperare il proprio paese, sì pel vantaggio che a loro medesimi ne ridondava, sì per emulare i vicini, sì per palliare la servitù. Francesco Sforza scavava il canale della Martesana ed ergeva l’ospedal grande a Milano; Gian Galeazzo ardiva cominciarvi il duomo e la certosa di Pavia; i Medici, i Pitti, gli Strozzi si eternarono per elegante magnificenza.
Ma in fatto di costumi e d’opinioni men che in niun’altra cosa si può considerare l’Italia come una sola nazione; e se anche oggi, con sì poche caratteristiche e con tante comunicazioni, immenso divario corre dal Torinese, per esempio, al Siciliano, quanto più allora? In Romagna poca attenzione si dà all’agricoltura e all’industria, le ricchezze traendosi d’altronde che dalla terra; i suoi fiumi non sono navigabili, ed essiccando lasciano esalazioni pestilenziali; talchè l’uomo si scosta da quei paesi, che così peggiorano col cessare della vegetazione artifiziale, e disordine e abbandono invadono le valli inselvatichite e i piani deserti, per la cui ampiezza pochi casali s’incontrano, perciò opportuna alle masnade; e il popolano, sentendosi necessario al padrone che ne trae guadagno di stipendj militari, acquista orgoglio e fierezza, quasi con ciò attesti discendere dai conquistatori del mondo. Il Veneziano invece è indocilito dal sentimento della dipendenza, che mal si confonderebbe con quella pulizia che cerca sedurre ma senza bassezze; egli venera il denaro, ambisce i godimenti, e gli aspetta da chi può procacciarli a lui, il quale nulla può ripromettersi dagli onorevoli sudori versati sulla terra. All’incontro il Genovese le falde delle Alpi e dell’Appennino a forza d’arte vestì d’ulivi, aranci, vigneti, e non bastandogli lo scarso territorio, s’avventura al mare, e dice, Io vengo da Caffa, così come se fosse tornato dal porto. A Napoli il Governo svigorito lascia crescere la colà prepotente inclinazione di isolarsi; e da un lato si trincerano i baroni, dall’altra i popolani, non partecipandosi i frutti del convivere sociale; la scarsa industria, l’indolenza, il non curare del domani sono conseguenza del clima, de’ pochi bisogni e de’ facili soddisfacimenti; come i vulcani del paese, dalle esaltazioni si passa rapidamente all’inerzia, con poca costanza e vacillante condotta; l’immaginazione fa ricorrere alle superstizioni, l’inosservanza delle leggi lusinga a vendette private. La Toscana, divisa in piccoli territorj, sembra fatta per la vita individuale delle città, che in fatto ebbero ciascuna una storia particolare: nella parte montagnosa si ricoverarono i signorotti, e trovarono buoni soldati; il resto è coltivato con indefessa cura: e perchè a gran fatica basta alla popolazione, questa si dedica anche all’industria, e così si sviluppa quel vigore intellettuale, quella coscienza di se stessi, per cui i Toscani si presentano come in una virilità matura, ma tutta robusta.
Dappertutto poi restavano distinti i costumi de’ principati da quei delle repubbliche, in quelli i signori, in queste apparendo i cittadini. Udiamo accagionare quei borghesi, che idolo si facessero del denaro. È vera l’accusa? è ragionevole? Nell’età barbara e nella feudale la ricchezza era mal distribuita in Italia, ma il clero colla limosina, la feudalità col suo sminuzzamento prevennero quella piaga, che oggi infistolisce col nome di pauperismo. Crebbe poi e si diffuse la ricchezza; ma se questa è cattiva allorchè (come avvenne nell’età romana) provenuta da mezzi immorali, e, sparsa con disuguaglianza, apre un abisso fra le varie classi, e perciò aguzza le passioni sovversive, essa torna giovevole all’individuo e alla società quando sia frutto di lavoro onesto e di liberi contratti, e si spanda in tutte le classi.
Sta bene ai nostri tempi battaglieri e rivoluzionarj lo sbertare i mercanti, e ripetere le ingiurie che Buonaparte scaraventava all’Inghilterra: sta bene il rammentare che, quando Marsiglio Carrara esulava a Firenze, la Signoria lo dichiarò esente da ogni molestia per debito, salvo che fosse verso Fiorentini. Ma il mercante acquista prudenza, attività, energia per mettersi in grado di accumulare il capitale; col creare questo si ottiene l’agiatezza, la quale lascia campo alla coltura dell’intelletto e dei costumi, ed elevando i salarj fa progredire verso l’uguaglianza. Ricordiamoci che erano mercanti Marco Polo, che primo ci descrisse l’Asia centrale e il Giappone; il Fibonacci, che introduceva le cifre arabiche; Giovan Villani, il migliore cronista del nostro e forse d’ogni altro paese, il quale, se non il fare ingenuo e pittoresco di Joinville e Froissart, mostra però la scienza positiva e il fermo tocco di chi maneggiò gli affari prima di raccontarli. Non sono i mercanti fiorentini che vollero combattere i venturieri quando i principi non sapeano che mercatarli?
Quegli operosi commerci rivelano abbastanza un vivere ben differente dalla convulsiva inazione de’ giorni nostri, quando si cerca tutto fuorchè il modo di essere contento del proprio stato; non si oziava tanto sui caffè; non si camuffava d’amor di patria la poltroneria del non mutar cielo; non si logoravano la salute e la ragione a fare e a leggere giornali e romanzi. Lungi dal tenere disonorante il commercio, vi accudivano in persona cittadini primarj. Archinti, D’Adda, Castiglioni, Crivelli, Lampugnani, Melzi, Visconti, Vimercato erano matricolati fra i mercanti di Milano; «il padre di Antonio Giacomini (dice Machiavelli) fu mandato a Pisa, a faccende di mercatare, nella quale tutta la nobiltà di Firenze si esercita, come nella cosa più utile e più reputata nella patria loro»; Cosmo, già capo della Repubblica fiorentina, non interruppe gli affari di banco, ne’ quali si esercitavano e Strozzi e Pazzi e Guicciardini e Borromei e Rinuccini e Salviati. Ne contraevano quelle abitudini casalinghe insieme e forbite, che contrastavano colle fastose e rozze dell’aristocrazia forestiera; e quest’agevolezza personale, questa energica risoluzione, quest’operare sicuro, questa grazia nativa davano all’Italiano grande superiorità sugli stranieri, e in conseguenza lo facevano più ammirato che amato, anzi temuto, la finezza parendo astuzia, la galanteria corruzione, la franchezza dispregio.
Lo spirito d’economia, lo sforzo delle classi industri per migliorare la propria condizione, la frugalità nei godimenti, bastavano a bilanciare le nobili profusioni nelle arti e le folli nella guerra; e Smith le paragonava a quella che i medici chiamano forza medicatrice della natura, che spesso restaura l’infermo a malgrado del male e delle medicine. Avrebbe Firenze potuto repulsare tante nimicizie, e tanto abbellirsi, quando non l’avessero soccorsa i cittadini che teneano fondi nei magazzini di Venezia, di Parigi, d’Anversa, di Londra, e sulle navi del Mediterraneo, dell’Eusino, dell’Oceano? Nè mai ne erano avari per la libertà e pel decoro della patria. Reciprocamente il tesoro pubblico era una specie di serbatojo per vantaggio di tutti: nel 1466 gli argenti della Signoria di Firenze erano dati a prestanza a Luigi di Piero Guicciardini e a Piero Capponi perchè con maggior pompa potessero celebrare nozze[204].
E in Firenze, fors’anche perchè maggiormente e meglio ci è descritta, appajono consuetudini affatto borghesi. La ristrettezza del territorio obbliga ad usufruttarlo con ogni attenzione, e al lavoro de’ campi unire l’industria; obbliga il proprietario a risparmiare e a speculare. Quando altrove i nobili firmavano le carte colla croce non sapendo scrivere perchè baroni, i Fiorentini stendeano i processi verbali anche delle adunanze delle arti e mestieri; mercanti e manufattori rendeano i proprj pareri per iscritto. Dino Compagni racconta che sulla venuta di Carlo di Valois fu richiesto il parere dei settantadue mestieri, imponendo loro «che ciascuno consigliasse per iscrittura se alla sua arte piaceva che si lasciasse entrare a Firenze». Lo statuto dei tesserandoli di seta a Lucca ordina che ogni tessitore o tessitrice abbia un libro dove notare le tele che avrà dai mercanti, per poterlo scontrare col libro di questi. Lo statuto dell’arte di Calimala del 1332 parla ogni tratto di scrivani, di registri, di rendiconto, di bullettini. Chi può contenersi dalla maraviglia nel vedere i Fiorentini, occupati in bottega a pesar lana e misurar drappi, fare poi nel consiglio esperimento di tutte le possibili forme di costituzione, porgere magistrati insigni dentro, accortissimi ambasciadori fuori; insieme colle balle di mercanzie richiedere manoscritti, spacciare lettere al merciajuolo e ai maggiori dotti; sul libro mastro, insieme coi crediti registrare la storia della patria o del mondo, introdurre la scrittura doppia, le cifre arabiche, l’algebra, fondare la prima cattedra di greco, la prima di latino, la prima di leggere Dante? Segretarj della repubblica erano un Bartolomeo Scala, un Carlo Marsuppini, un Coluccio Salutati, un Bonaventura Munaci, ben presto un Nicolò Machiavelli.