Il Satana della Palingenesi è diventato Lucifero. Non è una mera e capricciosa sostituzione di nome. Nella Palingenesi il poeta catanese riproduceva il tipo leggendario del Satana biblico mescolato a qualcosa del Mefistofele moderno: nel Lucifero la figura della leggenda è perfettamente trasformata. Satana non aveva allora nessuna velleità di libero pensatore, quantunque si permettesse con Domine Dio le franche discussioni incominciate sin dai tempi di Giobbe. Sogghignava malignamente, talvolta anche rideva sgangheratamente in viso al Padre Eterno; ma tra lui e il Creatore c’era sempre il rapporto d’un suddito verso il suo onnipossente sovrano.
Diè Satana, a quel dire, in improvviso
Inverecondo scroscio di cachinni...
Impauriron gli angeli a l’orrendo
Riso, e velar con l’ali la pupilla:
Iddio guardollo e dal ciel cadde e sparve.
(Palingenesi, canto VII.)
E non solo Satana non aveva, come dissi, nessuna velleità di libero pensatore, ma era anzi un avversario accanito del libero pensiero. Il libero pensiero, incarnato nella Riforma, rappresentava per lui il trionfo della Chiesa di Dio, della vera Chiesa immortale, ultimo scopo della storia del mondo o, meglio, dell’intiera creazione. Da fiero avversario di Dio, egli si credeva dunque in dovere di accendere i roghi di Filippo II, di «suscitare le stragi» della notte di S. Bartolomeo per impedire, o ritardare almeno, un trionfo conosciuto immancabile. Il Satana della Palingenesi è una creatura di buona fede. Guerreggia contro Jeova, ma senza speranza. Un malefico istinto lo spinge a contrariare i fini di Dio e a danneggiare le creature a lui dilette. Però la sua superbia si limita alla fiera compiacenza del male che può produrre e che produce. L’antitesi del bene e del male non gli si è ancora capovolta ed invertita nella mente; la sua coscienza non si è elevata fino a persuadergli che Dio sia il male e che egli, Satana, sia il bene, il sommo Vero. Infatti era difficile persuaderglielo se bastava tuttavia un semplice sguardo di Dio per precipitarlo dall’altezza dei cieli nei cupi regni dell’abisso.
Lucifero non avrebbe potuto continuare a chiamarsi Satana senza un’evidente contraddizione. Egli ha ripreso dunque a ragione il suo nome primitivo. Una volta era Lucifero per la luce celestiale che scaturiva dal suo volto di principe degli angioli: oggi sarà Lucifero per quella luce spirituale, la luce dell’umano pensiero ch’egli crede d’incarnare in sè, pel completo trionfo del quale lascia nuovamente l’inferno e muove all’ultima impresa contro il suo antico avversario.
È inutile fare una questione di filosofia o di teologia quando si ha sotto gli occhi una semplice opera d’arte.
Le anime timorate, i pensatori annacquati possono scandalizzarsi delle arditezze del poeta e invocare su lui i fulmini della censura ecclesiastica o della legge civile. Se l’opera ha quella vera vitalità artistica contro cui si spuntano tutte le frecce d’una critica di secondi fini, la guerra mossa al poeta muterassi, tosto o tardi, in apoteosi. Un’opera d’arte ha questo di speciale: la sua natura la mette fuori d’ogni attinenza con ciò che può garbare o non garbare ad una certa filosofia, con ciò che può essere o non essere d’accordo colle credenze e coi dommi d’una religione in vigore.
La sola questione possibile riguarda la sua natura stessa. Se non si può e non si deve chieder conto al poeta della scelta del soggetto, si può e si deve esaminare se il suo concetto, svincolandosi dall’astratta indeterminatezza del puro pensiero, sia riuscito ad assumere una forma vitale, una personalità libera e indipendente.
Rimpetto ad un lavoro del genere e del valore del Lucifero la stessa questione d’arte non è però facile a risolvere senza quella ricchezza di svolgimenti che il tema richiede. Mi limiterò ad accennarla.
Lucifero, come dissi, è precisamente l’opposto del Satana della tradizione. Il poeta talvolta vuol trarci in inganno con delle rassomiglianze esteriori:
Sedeangli intorno
Il silenzio e la morte; oscure e fredde
Strisciavan su la sua fronte immortale
Strane larve di sfingi e di chimere.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
I circostanti
Baratri tenebrosi si agitavano
Come per improvviso urto di vento
Il sen cupo del mar. L’ali di gufo,
Il piè forcuto e la bovina fronte
Mutò di un tratto il favoloso Iddio
E dai lombi gagliardi e da le spalle
Le fuligini tèrse e la stillante
Cispa dagli occhi affumicati ed orbi...
Ma il carattere è mutato di pianta. Il Satana antico non avrebbe potuto dire:
Ignoto
Corsi la terra, e al caro sole in vista
L’uom, la natura e l’esser mio compresi;
L’uom compresi, e l’amai. Ma allor che prono
A piè dei suoi creati idoli il vidi
Vaneggiar paventoso, e legar tutta
L’anima ardita a un inconcusso altare,
M’arse il cor d’ira e di pietà.
. . . . . . . . . . . . . . .
Su l’immortale
Cardine del Pensiero, inclito padre
Di stupendi artifici, erto il mio trono
S’alza com’alpe, e nulla a me di fronte
Nel creato universo altra si estolle
Nemica forza emulatrice, tranne
La gran larva di Dio...
. . . . . . . . . . . . . . .
M’agito vivo
Fra le cose create e son dell’alma
La libertà...
Io vivo
Solo del Ver.
Non voglio qui contrastare al poeta la libertà di alterare, sino a renderlo irreconoscibile, un tipo ormai consacrato dalla doppia tradizione religiosa e poetica. Ma mi è impossibile dissimulargli che il suo nuovo tipo, com’arte, mi sembra non raggiunga la perfetta personalità del Satana antico.
Satana aveva la coscienza della sua perversità, della sua immensa superbia, dell’invidia che lo rodeva, della menzogna che adoperava com’arma favorita. Per lui Dio era un avversario onnipotente, col quale egli poteva giocar d’astuzia in virtù del libero arbitrio accordato all’uomo; ma contro il quale non osava levar il pensiero per tentare la pazza impresa d’una rivincita qualunque. Satana non sconosceva la sua inferiorità rimpetto all’Onnipotente, ed era orgoglioso della continua e grandiosa lotta contro di lui, ove anche il perdere diventava un onore. Il Satana del Milton si è avvicinato all’uomo, conservando sempre le proporzioni colossali dell’angelo caduto. Non ama, non può amare, ma la bellezza giunge a turbarlo. Eva per un istante può tenerlo incerto fra l’abbandonare o il non abbandonare l’impresa che doveva mutar la faccia al mondo e iniziare la storia.
Nel Mefistofele, finalmente, egli è già un tipo di infimo ordine. Parla ancora con riverenza del Gran Vecchio di lassù, e la vista della croce lo fa andare in convulsioni.
La personalità poetica di Satana è un perfetto riscontro della personalità poetica di Dio. Impicciolendo l’una, impiccioliscesi l’altra.
Dal momento che Iddio diventa per Lucifero un idolo creato dal paventoso vaneggiare dell’uomo, dal momento che egli parla della gran larva di Dio, non vi sembra che la sua personalità poetica si trasformi anch’essa in una larva e che tutta la serietà della sua epica impresa svanisca ad un tratto?
Nel primo canto, al venir fuori di Lucifero, il poeta ci fa credere per un istante che noi avremo da fare con una vera e insolita creazione. Lucifero arriva, all’alba, sul Caucaso:
Era per l’aria un fluttuar d’ardenti
Atomi mobilissimi di luce,
Una confusa, fluvïal fragranza
Di sconosciuti balsami e soave
Musica di parole e di concenti
Misteriosi. Un’irrequieta e nuova
Delizïosa voluttà di sensi
Vaganti per immenso etere, come
Rondini in cerca di lontani lidi,
Una dolcezza non provata mai
Di lagrime e di sogni...
Si crede, ripeto, che avremo da fare con una creatura viva; ma poco dopo, ecco il poeta che ci dice:
L’incredul occhio ai firmamenti spinse,
E, dove sei, sclamò, tu che presumi
Regnar l’anime eterne? Alzati e pugna:
L’uman genio ti sfida!
Ma che significa questa sfida, se Lucifero, cioè l’umano pensiero, già penetrata l’essenza del gran fantasma di Dio, sa che dietro il fantasma non c’è nulla? A che venirci a parlare di un Dio che lo fulminò dagli astri quando osava domandargli s’egli era il Vero? Perchè narrare:
Dio, fatto più forte
Dall’umano terror, me per la mano
Del suo fido Michel di ceppi avvinse,
E percosso e ferito indi nei cupi
Baratri m’inchiodò...?
Più il poeta rende ridicola e spregevole l’imagine del grande avversario di Lucifero, e più la personalità di questo perde d’importanza e diventa ridicola anch’essa. Il concetto astratto si versa da tutte le parti, si fa strada per i mille pori dell’effimera imagine galvanizzata un istante dal poeta, e le impedisce quell’organizzarsi della vita che deve accadere in qualunque creazione poetica.
Il Lucifero, il Dio del Rapisardi distruggono da loro stessi la propria personalità colle parole e coi fatti. Dio confessa:
Nulla son io, non sono
Che un forte e secolare incubo, imposto
Da la paura al sonnacchioso Adamo!
Lucifero, partito dall’inferno per compire la gloriosa impresa di spegnere Dio di sua mano, si trova da solo a solo con lui venuto a posta dal cielo a cavallo all’asino di Bettelemme; e ciancia e discute e lo sfida a fulminarlo e non profitta della bella occasione per liberare l’umanità dal suo vecchio tiranno. Perchè? Perchè Lucifero non crede neppur lui alla realtà del fantasma che vuol combattere; perchè quando si decide a compiere la facilissima impresa, il poeta non può fargli trovare il mal temuto Iddio altrimenti che avvolto in una nebbia di nero obblio, abbandonato da tutti gli angioli e i beati, difeso soltanto da quei quadrupedi coi quali la tradizione artistica e l’imaginazione popolare sogliono accompagnare alcuni santi. Lucifero combatte appena: gli basta arrivare e vincere.
— L’ultimo Iddio
Tu sei; con te, non pur la forma e il nome,
Ma il pensiero di Dio ne l’uom si estingue.
E detto questo lo trapassa col suo raggio del Vero che gli serve da spada.
Stridea, come rovente
Ferro immerso nell’onda, il simulacro
Fuggitivo del Nume; e a quella forma
Che crepitando si scompone e scioglie
Fumigante la calce a l’improvviso
Tasto de l’acqua e del mordente aceto,
Tale al raggio del Ver struggeasi il vano
Fantasima; e in vapore indi converso,
Tremolando si sciolse, e all’aria sparve.
Così morìa l’Eterno.
Cito volentieri questi versi, non solamente perchè sono quasi la sintesi di tutto il poema, ma perchè servono a dimostrare stupendamente la mia idea, cioè che l’astrattezza della concezione non si arrende a tutti gli sforzi del poeta per indurla ad assumere una personalità consistente. Questo simulacro fuggitivo del Nume, questo vano fantasima, che pur si scioglie crepitando in vapore vorrebbe essere qualcosa di vivo, di reale e interessarci, se non alla sua, alla sorte del vincitore... Ma il poeta, suo malgrado e senza accorgersene, ci tien in sull’avviso che trattasi d’una chimera appunto quando più dovrebbe persuaderci che quella chimera è una terribile realtà e la vittoria di Lucifero, cioè, dell’umano pensiero, un fatto degno d’essere celebrato dall’epica Musa.
Questa negazione, per così esprimermi, della sua stessa affermazione, che forma uno dei tratti più strani e più curiosi del poema, non s’arresta alle parti secondarie; intacca anche la persona dell’eroe, lo stesso Lucifero.
Il poeta si è sforzato ad animarlo d’un soffio di vita reale; lo ha fatto amare, viaggiare, combattere, assistere a grandiosi e terribili avvenimenti; lo ha cacciato nelle foreste vergini dell’America, ove lo ha messo in lotta colla natura e colle bestie feroci; lo ha introdotto nei convegni di un’Egeria fiorentina; lo ha fatto tentare dalla bella eroina di Siena, che, invece di convertirlo alla fede, converte sè stessa all’amore e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti di lui;... una serie di casi lieti, tristi, un po’ goffamente comici e terribilmente satirici, che porgono occasione al poeta di sfoggiare i più svariati colori della sua tavolozza.... Ma i fatti non hanno in loro la profonda ragione della loro esistenza; non hanno quella fatalità che li coordina a un fine e li organizza in guisa che debbano essere a quel modo e non diversamente. Giacchè il mondo della fantasia ha, è vero, press’a poco le stesse leggi del mondo della Natura, ma colla differenza che, in questo il cieco, irragionevole caso occupa una grandissima parte nell’immenso corso degli avvenimenti, mentre invece nell’altro non c’entra affatto. Il poeta, l’artista, che n’è la divina provvidenza, vi regola ogni cosa in vista d’uno scopo determinato, e non consente ch’elementi estranei ad esso si mescolino a turbare quella necessità da cui deve scaturire la logica catastrofe delle sue rigide premesse.
La colpa non è tutta del poeta. Il poeta aveva dentro di lui quel terribile nemico, il pensiero umano, la scienza, ch’egli vuol contrapporre al vano fantasima di Iddio: e questa riflessione filosofica che distrugge tutte le forme sensibili della mente e le riduce alla loro purissima essenza d’idee, distrugge anche, e tra i primi, l’altro non men funesto e vano fantasima di Lucifero. Non è dunque la facoltà poetica che qui vien meno alla materia poetica: è questa che fa difetto alle facoltà dell’artista. Lucifero, come creazione artistica, non andrà, non potrà dunque andare più in là dello stato d’ombra, e sotto alla sua lieve parvenza si scoprirà sempre il concetto astratto. Il mondo epico dove egli opera non riesce ad assumere il carattere organico della necessità. Quel mondo è il capriccio, è la libera imaginazione del poeta, è uno splendido lirismo che vorrebbe assumere la grandiosità epica e non ci riesce. Ripeto, la colpa non è tutta del poeta, ma un po’ del suo tempo.
La lotta sostenuta dal Rapisardi col suo soggetto è quasi più epica di quella del suo terribile eroe. Nessuno in Italia tra i poeti viventi ha quest’istinto della classicità al grado che lo possiede il poeta catanese. V’è nella sua anima un soffio della Grecia, un alito di Lucrezio, un che inesprimibile che ci rivela quella forma così ondeggiante, così corretta, così elegante non esser uno sforzo, un accomodamento paziente di frammenti poetici, una riproduzione, capricciosamente voluta, dello stile dei greci e dei latini, ma qualcosa d’intimo, di spontaneo che seduce ed ammalia. Il Rapisardi è un antico che si è sbagliato di secolo; e mentre vede limpidissime a traverso il puro cristallo della sua fantasia le armoniche forme delle cose, non può più prenderle per quelle ch’appaiono, ma le giudica per quelle che valgono, cioè per mere illusioni, ed ha la schiettezza di dirlo.
Nella sua qualità di greco, il Rapisardi manca del sentimento dell’infinito, l’unico resto di poesia che domini gli spiriti moderni. E pel bisogno ch’egli prova della raffinatezza di quella forma che la riflessione scientifica ha già distrutto, conviene tenergli conto degli sforzi da lui fatti per rinserrare l’astrattezza moderna entro la concretezza poetica.
Forse la vera poesia della sua poesia è, inconsciamente, in questa bella impotenza del pensiero moderno a racchiudersi e circoscriversi nell’imagine. Per ciò il Lucifero segnerà una data nella storia dell’arte. È la lapide di bronzo a caratteri d’oro che nel camposanto monumentale del pensiero umano mostrerà scritto: Qui giace la poesia. — Chi non vorrebbe averla scolpita?
14 Febbraio 1877.