Canto romantico medioevano — Epoca delle Crociate — Comunione e sviluppo — Corali e Madrigali — Fondazione delle Cappelle — Mistri dei fanciulli — Scuola Fiamminga — Scienza e suoi influssi.

Fra una folla di principi, di soldati, di monaci, di donne e di poeti, si formano i cori più patetici a esilarare la noja del lungo pellegrinaggio; prorompono gli estri più baldi a celebrare le prime vittorie. Al sublime si mescola il comico, ed agl’inni le satire e i ritornelli delle danze.

I menestrelli s’accompagnano ai sacerdoti.

Narrano le cronache della prima guerra santa che, furono fatte canzoni ridicole sul cappellano della corte di Riccardo duca di Normandia e le due nipoti di questo, Berengaria regina e la figlia d’Isacco, che avea condotte seco in Oriente.

«Guglielmo duca del Poitù celebrò le deplorabili sue avventure in Asia co’ versi ispirati dal genio dell’allegro sapere.» — Dopo la presa di Tolemaida, cantaronsi nell’esercito cristiano versi satirici composti da Riccardo contro il duca di Borgogna, il quale avendo pure la poetica vena, rispose con una canzone vituperando le donne reali che accompagnavano il normanno[67].

L’orso atterato da Goffredo nei boschi della Cilicia, e il cinghiale combattuto nelle montagne di Giudea dal Cuor di Leone, formarono oggetto di popolari canzoni, come la morte di Alberone, i funerali di Ruggieri d’Antiochia, e la presa di Tolemaida. — Così nelle aggressioni portate dai cavalieri della croce e nel brigantaggio esercitato sulle caravane del Cairo[68], come nelle miserie dello assedio d’Antiochia, i guerrieri e le Amazzoni dalle gambe d’oro, scioglievano canzoni nutrite dagli allegri banchetti che la bianca carne del camello loro imbandiva.

Le cronache arabe di que’ tempi ci fanno quasi echeggiare i canti lascivi delle donne musulmane addestrate alla danza e ricreanti i sultani e gli emiri, passando ai principi crociati, i quali poscia traeanle a cantare e danzare anche nelle loro corti europee[69].

Tanto poteano il capriccio ed il lusso; comecchè dell’arabo commercio non fosse già satolla l’Europa, la quale mentre riversavasi fra i musulmani, era invasa alla sua volta da questi.

Dall’8.º al 12.º secolo i Saraceni erano in Sicilia, nell’Italia meridionale, nelle sue isole, nel Piemonte e Savoja, nella Svizzera, quà e là per la Francia; e la Spagna era divenuta araba provincia[70]. Ma verità storica vuol che si accenni, che meglio de’ cristiani in Oriente, gli Arabi giovarono in Europa. Da quello splendido abbassida Aron-Rascid, che fu contemporaneo ed amico di Carlo Magno, rifiorirono nelle Spagne la poesia, la musica, l’archittetura, il disegno, le storie e le scienze tutte che in Europa poteano dirsi perdute, finchè gli ultimi suoi successori fecero nel Cid (1090) rinascere le virtù dell’eroismo, e l’onore cavalleresco che influì tanto sugl’animi degli Spagnuoli.

E specialmente nel terzo periodo dell’araba coltura, troviam fra gli studj prediletta la musica; nuove cantiche ispiratrici dissuggellano la filosofia recondita del Corano; e perfino la poesia ebraica del medio evo concorre in Ispagna, e avvigorisce collo studio dell’araba sapienza, mentre di certa sua oriental vaghezza si riconforta[71].

Nella terza crociata in cui i Latini e i Musulmani rimasero per tanto tempo a fronte gli uni degli altri, i guerrieri cristiani fecero spesso mostra davanti ai loro nemici delle pompe, delle solennità e delle feste militari d’Europa e rallegrate sempre coi canti. — Nella crociata di Federigo II, il sultano d’Egitto e l’Imperator d’Alemagna gareggiavano di scienza e di poesia e scambievolmente cantavano i proprj versi.

«Ne già cadde mai in disuso la costumanza di cantare nelle crociate ove trovavansi i Francesi.»

Il re di Navarra, che ne’ suoi versi aveva predicata la spedizione di cui era capo, fu seguitato in Palestina da grande numero di cavalieri, trovatori com’esso. Alcune delle canzoni composte nella crociata ci furono tramandate. Vi è in generale un sentimento di tristezza e di malinconia, onde è fatto manifesto che quei canti erano meglio atti a consolare che a divertire i pellegrini. Alcuni compagni di Tebaldo reputato fra i migliori trovatori, che cantò i suoi profani amori con la regina Bianca, e le lamentazioni di Gerusalemme, caduti in mano de’ Musulmani alla battaglia di Gaza, cantavano nelle prigioni del Cairo, la Francia: Il bel paese ch’era lor sì caro.

Le memorie poetiche della patria li ajutavano a sopportare i loro mali, e alleviavano il peso della schiavitù[72].

I trovatori ci lasciarono la commovente memoria di Raolo di Coucy e dell’infelice consorte di Fayel[73]; gli amori romantici di Sveno colla figlia del Borgogna, celebrati poi dal cantor di Goffredo; e le ambizioni e le superstizioni e i delitti dei cavalieri della croce, ben più veritieri e fedeli degli austeri monaci che nelle loro storie di que’ tempi s’occuparono soltanto a mostrare il valore e la devozione dei pellegrini.

Le cronache di tutti i popoli ivi convenuti riportano canti delle varie crociate, che servivano di eccitamento, di lode, di legame fra genti tanto diverse di costumi e di favella, e che per questo solo linguaggio poteano comunicare.

E se pei canti degli eserciti del Signore serbaronsi i documenti migliori alla storia, che dalla loro tradizione ebbe luce sulle confuse glorie ed infamie di quelle imprese, da quella confusione medesima rinvenne estensione e potenza quella espression generale delle passioni, quella tradizione fedele delle memorie; e la virtù prima del canto trovò in quelle imprese il pratico suo sviluppo.

Di qui propriamente può riconoscersi il canto comune linguaggio; e di qui il suo concetto diventa universale: con religione più meditata e con maggior cognizione se ne apprezza il suo culto.

Ma nello straordinario convegno delle nazioni dove ogni popolo diede i trovatori delle sue speciali espressioni; là ove la legge universale, per la più facile intelligenza, tutto associa ed assimila; ove confondonsi le acque alla lor confluenza, e perdono forse le speciali loro virtù, un avvenimento prodigioso ci si appresenta: il bel fiume delle itale melodie non si perde e confonde; portando seco nuovi tributi procede distinto, demarcato sempre e potente da diffondere le sue ricchezze ad altrui fecondamento.

Però un movimento così straordinario, una esaltazione sì grande di sentimenti, segna un’epoca nuova anche per la manifestazione più fedele di quanto l’animo sente; e a questo punto della storia del canto, io riconosco una demarcazione simile a quella che notasi dalla innocenza allo sviluppo, nel terzo periodo della vita; veggo la natura che si conforma ad una stagione diversa, trovo una nuova maniera nella espressione del suo linguaggio, che lo sento rivestito d’una aria meno semplice, meno rozza, meno uniforme; e di qui fisso l’epoca romantica anche pel canto.

Altri, segnando l’epoca romantica della letteratura sullo scorcio del passato secolo, quando nella poesia, nelle novelle, e nelle opere della immaginazione si appalesa l’impronta d’una insolita tenerezza, d’un languore o abbattimento estravagante, segnar vorrebbero il passaggio medesimo anche alla musica, che comparisce melanconica e voluttuosa, e, al loro dire, melodiosamente lamentevole come la ispirazione dell’epoca[74]. Ma io senza punto fermarmi in questo luogo a discutere sugli argomenti della pretesa demarcazione letteraria, nè tampoco occuparmi della trasformazione della musica in generale nell’epoca assegnata, io non ammetto, in questa l’età romantica del canto, che da ben più remote origini io rilevo, e che trovo palese quando la libertà più s’opponeva al sistema ed al classicismo; per cui fermando ai tempi mediani le prime forme romantiche del canto, vorrei segnare per questo nel nostro secolo un nuovo periodo — la età sua romanzesca —.

Infatti ben’altra cosa sono le maraviglie di quest’epoca recente, e le licenziose vaghezze dell’evo medio.

Nella mia epoca romantica del canto, quand’esso all’influenza di circostanze straordinarie, e all’impressione di stravaganti concetti, si veste novellamente di forme strane e diverse, veggo il canto semplice e primitivo separarsi da quello, e rifuggire quasi dalla profana riforma.

E quivi subito riscontro due scuole: una per l’antico costume, conservata nei templi e nei monasteri; l’altra pei novatori e per l’esercizio de’ nuovi trovati, errante nelle sale, nelle arene, pei carubi[75] e pei teatri.

Torno quindi a rammentare la scuola del teologo di Cologna, colla immobilità del suo canto misurato, gareggiante colle nascenti scuole mondane del canto libero e capriccioso. E all’età medesima del 1050, quella più tetra ancora di Odoardo Confessore nella Abbazia del Westminster. Quella di Pietro Cantore e dottore a Parigi sul finire del duodecimo secolo.

Da quest’epoca di transizione sento l’êco monotona, eppure anch’essa romantica, del salmodiare fermo e grave che Francesco da Assisi prescrisse ai discepoli; la famosa notazione sulle parole del Dies irae del padre Celano (1300); quella sullo Stabat del p. Todi. E coll’êco de’ freddi chiostri franciscani, quella profumata del Casella fiorentino, maestro dell’amoroso canto — che nella mente mi ragiona — per cui Dante nel 1300 sentivasi ancora dolcemente commosso[76].

E commiste alle canzoni del prediletto amico, intendo le ispirazioni che venire doveano all’animo del divino poeta dalle stanze del Portinari (1274), ove Beatrice e i cavalieri galanti sposavano al liuto le cantate del Calendimaggio.

Nè solo lungo le rive dell’Arno ed i versanti delle circostanti colline toscane, mi risuonano dai fioriti prati e dai riaperti veroni dei palagi le Maggiolate[77] espresse dagli abitatori delle apriche piagge, dai principi e dalle dame; ma dai campi e dalle regie di tutta l’Italia, e dalle contrade di tante altre nazioni, che ab antico col rinascere della natura usarono salutarne le bellezze e invitare gli amanti agli amorosi ritrovi[78].

Tale è una delle più splendide feste che ancor si celebra nell’India sacra a Venere Sivaitica. In Russia le ragazze procedono cantando alla Selva, staccando ramoscelli di beriosa (Maibaum).

In Svezia e Germania, l’usanza popolare degli antichi maggi, o canzoni per tal circostanza, si lega ovunque col calendimaggio e colle antiche fiorali italiane.

Mentre, da quest’epoca, trovo le bolle de’ Pontefici che istituiscono presso le cattedre metropolitane i Cori de’ sacri cantori, che con fissati stipendj e con norme quasi uniformi suppliscono alle indebolite voci del popolo; scorgo i principi non accontentarsi più dei buffoni e de’ menestrelli, e circondare le loro mense di istruite compagnie che traducono col canto i leggendarj racconti e l’ebbrezze delle passioni.

Le ballate svegliano dal letargo le desiose donzelle; la furtiva romanza fra la verdura del giardino le riadormenta nei loro sogni dorati.

Le litanie riuniscono e rallegrano le processioni dei pellegrini nei lontani deserti; e da quelle proposte e risposte traggono origine forse le figurazioni del canto, probabilmente per questo, da Eximeno attribuite ai bassitempi, che poscia più accelerate s’addimandarono fughe, già note ai compositori del cinquecento, e che Berardi e Zarlino fanno della loro epoca.

L’Alighieri infatti, il quale colla frase dell’Aretino «dilettossi di musica e di suoni» onorò un Belacqua che al suo tempo avea rivestiti canti e concertate note in tali forme da maravigliar l’animo del divino poeta avezzo a fissarsi nelle più sublimi cose; onde nel suo Convitto ebbe a dire: «la musica trae a sè li spiriti umani, che sono principalmente vapori del cuore, sicchè quasi cessano da ogni operazione; si è l’anima intera quanto l’ode, e la virtù di tutti quasi corre allo spirito sensibile che riceve il suono[79]

Nel secolo decimoquarto, dopo le musicate canzoni e lunghe di molte stanze in cui Dante volle riserbato il volgare altissimo e il tragico stile, messer Boccaccio certaldese e Giovanni fiorentino, sul finire di ciascuna giornata dei loro novellieri, volgeano a cantare nelle brigate gentili le loro ballate di volgare più facile e famigliare (1313-1375). Giullari e cortigiani ricorrevano al Petrarca per aver cose sue da cantare nelle sale e nelle piazze d’Italia (1304-1374).

Jacopo da Bologna e Giov. fiorentino musicarono il medesimo suo madrigale «Non a ’l suo amante più Diana piacque», e Ser Lorenzo (forse Masini) quello «Come in sul fonte fu preso Narciso».

Francesco Sacchetti componeva ballate, ed egli medesimo dava a loro il suono (1355-1400).

Un Jacopo toscano, l’architettore forse del tempio d’Assisi[80], era stato maestro per cantare a un Gherardello, ricordato dal Villani con altri cantori di quel tempo che in Firenze eransi resi celebri, quali Lorenzo Masini, Don Paolo tenorista, e Fra Andrea maestro in S.ta Maria del Fiore.

I medesimi sunnominati scrittori Filippo Villani e F. Sacchetti fanno menzione di Fra Carmelito, di Gian toscano, del Cicogna, dello Scapuccia, del benedettino Donato da Cascia, musicisti; e di un Giovanni da Cascia che dopo aver poste le note alle messe pel duomo di Firenze, passò alla corte di Mastin della Scala in Verona, per far mandriali e suoni, in gara con altro compositore bolognese, forse quel ser Jacopo medesimo che fu compagno e continuatore dei lavori di Arnolfo, o un fra Bartolomeo benedettino nominato in quel tempo.

Perocchè allora la musica con l’aritmetica, la geometria e l’astronomia faceva parie del quadrivio scientifico in cui s’informavano gli uomini d’ingegno e di studio. Come tale rifuggiva dal frastuono delle ferrate mazze, delle lotte di parte, onde per quelle specialmente de’ Guelfi e Ghibellini, trovò un primo e curato asilo appo i Francescani, i quali d’altronde con siffatto mezzo meglio attiravano il popolo ai templi.

Ma sopratutti i chiesastici, modulatore di dolcissimi canti fu Landini Francesco, nuovo Omero toscano. Nato in Firenze nel 1325, acciecò da fanciullo pel vajuolo, e come disse il Villani, cantò per alleggerire l’orrore della sua perpetua notte. Giovanni da Prato lo encomia siccome musico teorico pratico; e Coluccio Salutati segretario della repubblica, dice del Landini: «Glorioso nome alla città nostra e lume alla chiesa fiorentina proviene da questo cieco». Lo si ricorda dai cronacisti siccome la delizia delle brigate eleganti di Villa Paradiso, dove accompagnava i suoi canti colla Sirena delle Sirene (limbuto o mezzo canone) strumento di sua invenzione. Egli medesimo poi dettò in esametri la sua apologia con fare dantesco. Era zio del riputato messer Cristoforo poi commentatore di Dante. Ammirato dai Signori di Cipro e d’Austria. Fu coronato d’allòro in Venezia intorno al 1362, dov’erano convenuti illustri principi; e moriva nel 1397.

In quel tempo famigerati cantori erano pure Filippotto da Caserta e un Antonello suo concittadino e seguace.

A Padova brillava in rinomanza il Marchetto proverbiale maestro de’ musici; ed ivi pure, un Dattalo e un fra Bartolino.

A Brescia sorgeva Ottolino; a Lodi fiorì un Gafori fino al 1450; a Genova un fra Giovanni; Matteo e Nicolò Proposto a Perugia; e Vincenzo da Imola e Corrado eremitano da Pistoja, lasciarono memoria dei loro canti in Italia.

A Roma, alla corte pontificia, trattenevasi un Zaccaria quale maestro cantore del papa, e quivi specialmente e in altre chiese d’Italia si riscontrano nel secolo decimoquarto alcuni altri cantori che appariscono di origine straniera, quali, un fra Egidio, Egardo, Arrigo, Brenon, Sclesses Jacopino, nominati dai cronacisti fiorentini.

A Venezia, parimenti da quell’epoca, mercè i proprj e gli avveniticci cantori ordinatisi nel coro della maggior basilica, per ducale decreto, si può dir fondata la Cappella Marciana, le cui memorie ascendono appunto al 1318. Datano da que’ tempi anche i libri corali che si conservano negli archivj famosi.

Mistro Zucchetto primo organista ducale, e fattore di curiosi canti, comincia la serie de’ Veneti illustri e de’ forastieri famosi nelle cantorie Marciane concorsi.

Successe a lui mistro Francesco da Pesaro nel 1336, sedendo sul trono ducale Francesco Celsi, che Petrarca nelle sue Senili appella vir vere celsus, avendone di presenza sperimentata la magnificenza nelle feste solenni date da quel Doge pel ricupero a Venezia del regno di Candia, feste che specialmente ispirarono i canti del suddetto Omero toscano.

Que’ mistri organisti, fra quali furono Bernardo Murer (1445), Bortolo de Vielmis (1459), indi Annibale padovano, dovevano aver cura specialmente degli otto putti veneti diaconi che col decreto senatorio de’ Pregadi 18 giugno 1403 erano stati ammessi in San Marco, col dono di un ducato il mese per allettarli a imparare e cantar bene, e mutaronsi in maestri nel 1500, con quel Pietro De Fossis — de populo — che Pier Contarini nella sua Argo vulgare indicò grecamente il Chorodidascalus ed insieme il Phonascus della Cappella — ben istrutto dal cantor Apollo e che le Muse chiamano per compagno ai canti suoi — primo stipendiato a 50 ducati annui come cantore, ed altri 20 come maestro! Epoca famosa a Venezia, in cui viveva Nicolò Vicentino, che istituì il maggior de’ maestri della Marciana Cappella, Adriano di Dionigi Willaert nato in Brugges nel 1480.

Par che Venezia, la quale alle terre fiamminghe era specialmente legata pei traffici, per cui vi mandava annualmente la così detta Armata di Fiandra, vi trasmettesse il musicale suo genio. Willaert vi discese, e di suo costante studio onorò la bella ispiratrice. Malato il Fossis nel 1525, lo supplì per due anni Pietro Lupato cantore, cui successe stabilmente il Willaert. Sua mercè nel 1530 s’instituì in S. Marco la scrizione dei libri del Canto fermo, nobilmente eseguita da prete Ambrogio da Cremona a tal uopo stipendiato; e s’aumentò la cantoria di 4 voci, due soprani, un tenore e un basso; s’introdusse il Coro Spezzato ossia la division dei cantori in due o più cori ciascuno a 4 o più voci che alternavansi e riunivansi assieme; e s’arricchì la Cappella di composizioni cantabili d’alto pregio e di nuovo trovato. La Susanna, cantata a 5 voci composta da Willaert, fu segnata come primo tipo di que’ Oratorj che per oltre due secoli furono poi in Venezia delizia delle sue Chiese, rarità d’Italia, perchè da quest’epoca, come vedremo, anche a Firenze ed a Roma diffusa.

Non pertanto fin da quell’epoca tali composizioni passavano oltrecchè nelle Fiandre anche in Germania, ove ristampavansi, come fan fede i lessici e cataloghi di Lipsia, Norimberga, ed Augusta. Depredatori ed incendj a noi non lasciarono di quel maestro che le Villereccie canzoni (villotte a 4 voci) fra quali la Canzon di Ruzzante scritta da Andrea Calmo poeta di quel tempo, e i Madrigali a 5 voci dedicati alla dama Lucrezia Chiericato che egli avea ammaestrata nelle grazie del canto[81]. Willaert ebbe a prediletto suo cantore un prete Francesco da Treviso, ed allievi assistenti fino alla morte, che fu al 7 dicembre 1562, il suo compatriota e successore Cipriano Rorè; Giacomo Buus, pur questi interinalmente maestro, quando per ordine del Doge Pietro Lando, 1541, obbligati i Cantori tutti di San Marco a giudicare giuratamente quale ritenessero più degno a quella carica, — per majorem partem cantorum Ecclesiae praedictae cum eorum juramento Jaches Buus fuit magis commendatus; — il Merulo e Zarlino, che col procedere dell’epoche ritroveremo.

Due mesi prima di sua morte gli fu concessa dai Procuratori di S. Marco la istituzione della così detta Cappella piccola, in cui una mano di cantori meglio periti disciplinavano li detti Zaghi, come semenzajo della Cappella Grande. E primo capo ne fu Baldassar Donati cantore contralto, con cinque putti soprani (salariati a 10 e 12 ducati l’anno) de’ quali conservansi i nomi; e furono: Achille e Andrea Zucchelli, Gaspare Bolognesi, Alberto e Nicolò di Marco Michiel: ma tale scuola non sopravvisse al maggior maestro[82]. O a meglio dire restò offuscata dallo splendore della Cappella Grande in quell’epoca, dove, oltre i grandi sunnominati maestri, cantavano Giuseppe Guammi di Lucca, Gian Paolo Savi prete organista da Vicenza, i veneziani Paolo Giusto da Castello, preti Bortolo Moresini, Marcantonio Negri, e Zuane Bassan o Bressan (maestro de’ cantori del Seminario ducale 1596), Costanzo Porta, Afola, Ponzio, Gastoldi, Colombani, Leoni, Giulio Martinengo, e quel famoso contralto prete Zuane Chiozzotto che fu Giovanni Dalla Croce, il Salmodista a quintetto, maestro nel 1590, e predecessore del Monteverde.

Risalgono al secolo XIV i libri e le memorie della non meno illustre Cappella di San Petronio in Bologna nella quale fu istituito il coro per la Bolla di Eugenio IV (4 ottobre 1436) cominciato con 14 cantori stipendiati e conta già cinque maestri prima dello Spataro, del Cimatore e del Ferrabosco che vi accrebbero lustro nel 1500, e de’ quali pure avremo a dire.

Prosperando così in Italia la musica e la poesia, la vicina Francia tentava imitarla, e nasceva un ricambio delle arti più gentili fra le nazioni. Anche i Fiamminghi chiedeano all’Italia le sue canzoni e le musicavano, onde alcune se ne conservano nei codici musicali di quel secolo: ben poche e infelici in confronto della ricchezza ed eleganza del Canzoniere musicale italiano, pur dinotanti la corrispondenza allora graziosamente iniziata[83].

Così la Spagna, verso il 1400 s’era volta all’imitazione delle cose italiane ai riguardi del canto e della poesia, benchè diverse dall’indole sua nazionale, cui s’attagliavano le idee gonfie, le metafore pompose, le espressioni sonore; e per la nuov’arte che riformavasi in Italia, lasciava le sue fervide romanze traenti all’arabo, le ultime delle quali celebravano le avventure de’ Zegri e degli Abenceragi o la impresa di Granata, rimaste soltanto alla negletta ma fedele tradizion popolare.

In Danimarca verso il 1430, Erico XIII, alle nuove musiche siffattamente s’esalta che smarrisce la ragione, e s’accende fino a sitire e correre al sangue.

Narransi eguali impressioni succedute alla corte di Enrico III, quando alle nozze del duca di Joyeuse, cantando Claudino, i cortigiani in furore, si trasportarono tanto da metter mano alle armi, e non per la presenza del Re, ma pei cangiati modi di quel musicista ripresero la prima calma. Effetti non incredibili, qualora si pensi alla potenza di Davide e di Timoteo sui grandi spiriti di Saule e d’Alessandro: — Cum caneret Thimoteus, Alexander perpulsus erat ad arma capescenda —, e alle successive sperienze de’ fisici sul poter della musica.

Son noti gli eccessi degli stessi cantori: L’ultimo de’ Tolomei, padre a Cleopatra, confuse la regale dignità colle stravaganze da zingaro, onde Auleta (o flauttista) per la musica, e Monaulos (ossia pusillo) per le pazzie fu sunnominato.

Nel XIV secolo Guittone Aretino scriveva: Temporibus nostris inter omnes homines maxime fatui sunt cantores. Duecent’anni dopo, quando col medesimo asserto scusavansi le ebbrezze del Parabosco a Venezia, si mostrava che que’ tempi non erano ancora mutati.

Son noti i fremiti d’un Petter olandese, che di sua voce rompeva i vetri, come i sassi l’Orfeo[84]; le bastonate del Lulli, i pugni coi quali il sapiente Meibomio finì una della sue predilette e studiate canzoni greche, cantando innanzi a Cristina di Svezia, e fiaccando il viso a Bourdelot medico e buffone di quella regina.

Veracini, violinista e compositore, essendo a Londra nel 1714, gettossi da una finestra, però senza morirne.

Tartini suo seguace, evocava gli spiriti, ne’ suoi sogni favellava col diavolo, se lo rendeva schiavo e de’ suoi canti ispiratore[85].

Il fisico Baglivi coi canti vivaci e prolungati eccita i nervi degli irritabili Pulliesi impressionati dalle tarantole, e col delirio danzante li salva da quello della melanconia[86]. Fra Memmo Dionigi cantore e organista veneziano divenuto cappellano del re d’Inghilterra lo risanò e confortò coll’arte sua nella pestilenza fatale del 1517.

Similmente Farinelli rimuove il misantropo Filippo V di Spagna dall’abbandono di sua persona e del regno, e sull’animo del monarca impera talmente col canto, da essere accusato quale stregone dagl’invidi cortigiani (1750)[87].

Bénazet colle melodie del violoncello che s’avvicina alla voce umana guariva dalle sincopi; ed alla sua volta ei fu guarito da Kreutzer in un insulto di tifoidea.

Il Dott. Rocques asserì che, in un ministro del 1.º Napoleone fu dissipata una specie d’insania cagionata da soverchio affaticamento di spirito, per forza del canto.

Karsten così deliziando Gustavo III, governava con lui le sorti della Svezia.

Egli è che questa dolce melodia molce ed acqueta, mentre vibrazioni più armoniose esagitano più facilmente.

Quanti compositori nell’eccitamento continuo delle sensazioni nervose non si trasportarono a stravaganze e follie?

Non ha guari, uno dei seguaci di Wagner, abilissimo musicista della Germania, Eberle, diresse i Maestri Cantori a Berlino e finì pazzo. (Maggio, 1870.)

Vediamo Gounod compositore e cantante, in dissesti cerebrali ricaduto.

Nei cantanti, alle spirituali più che alle fisiche influenze accagionasi non di rado l’esaltamento. Fu detto che l’arte, è come aquila sublime, che solo ai cieli confina, è divinità egoista, che colle sue emozioni piacevoli o dolorose vuol tutto, sensazioni, sentimento, percezione, sacrifizj, amore, letizia e pianto, e tutto esige con un ardore, con un trasporto che attinge i limiti della stranezza, convertendola talvolta in vera e violenta monomania.

Lo provarono Donizzetti, la Malanotte; e fra tanti ai quali l’arte divenne passione indomabile da levarli di senno, s’accennano attualmente il tenore Giovanni Ortolani, il baritono Spellini veneto (morto al manicomio di Milano, 1871), una Papini, ed altri.

La musica e i canti tolsero a parecchi la mente, ma a tanti la ricondussero; e ne parlano i morocomj che addottano tuttora i sistemi di cura melodica; Descouret la classifica: Incantatio malorum.

La scienza moderna ritorna necessariamente alle teorie ed alle sperienze de’ fisici e filosofi antichi, dei quali, in principio di queste carte, abbiam veduto la considerazione della doppia potenza musicale sull’animo e sui sensi dell’uomo. Ella è nella medicina delle passioni, come lo prova il prefato autore francese, che colle proprie osservazioni suggellò quanto altri aveano affermato.

Daniele Bartoli, parlando de’ Suoni e Tremori, Roma 1679, Gerbertus e Wald, nelle loro Istorie[88], Bacchius e Bachmann nelle loro dissertazioni, l’aveano ripetuto.

Zulatti Francesco in Venezia, 1787, avea scritto particolarmente Sulla forza della musica nelle passioni e nei costumi; e Randolini Lorenzo, Dell’influsso sugli animi e sulle malattie, 1821.

Lichtenthal Pietro, in Alemagna, della Influenza sopra il corpo umano, 1811. — Basevi, a Milano, sugli Effetti nell’uomo, 1838, e Ferrario Giuseppe, sull’Influenza del suono, canto e declamazione nell’uomo in istato di salute e malattia, 1841[89].

Abbiamo i vecchi scritti del conte Gaetano Navara sulle supreme Significazioni della voce.

Il bene universale di questo misterioso linguaggio, non esclude dal suo culto nessuna classe o casta sociale. La sua potenza, pari a quella dell’arti sorelle, che piegò i principi a raccogliere da terra il pennello o la sesta de’ grandi artefici, non solo avvicinò regine e monarchi in nobile amicizia e a scambievole decoro, ma trasse di più le maggiori grandezze a farsi emule del più genial degli studj.

Nelle antiche regie, come nelle moderne, non v’ha educazion principesca senza il bel serto del canto; e dove le cure impediscono, o mancano le doti indispensabili, l’udizione e la protezion de’ virtuosi suppliscono.

Negli antichi tempi vedemmo i re, i legislatori, i guerrieri mescere alle alte cure quelle poetiche del canto, o condur seco i cantori, ispirare le pugne, animare i trionfi, mitigare i lutti, rallegrare i banchetti.

Nel medio evo paladini e sacerdoti si fan trovatori, e quasi fosse mistica l’idea della liberazion d’un sepolcro, i genj si danno ivi la posta alla prima emancipazione universale.

Vedremo in seguito le corti di Francia, Prussia, Austria e Inghilterra rapite nei piaceri del canto, anche fra i flagelli della politica e dell’armi. Federico alleato a’ poeti e cantori; il nuovo Alessandro vinto da Crescentini e dalla Grassini; l’ultimo Imperador de’ Romani schiavo a Marchesi e a Donizzetti.