A queste osservazioni sulle voci concorsero egualmente fisici e musicisti; notarono le loro diversità, ne cercarono le cause, ne studiarono gli effetti.
Riscontrate le influenze delle origini, delle arie, de’ climi, fino dagli antichi tempi celebraronsi alcuni popoli cantori a preferenza degl’altri; si distinsero le voci virili dalle muliebri, le adulte dalle adolescenti, attribuendo loro analoghe espressioni, impiegandole ai differenti canti.
Ecco gli alti o tenori, gl’uomini di voce acuta; e sopra loro o soprani, le donne e i fanciulli; di sotto invece, le voci grosse de’ bassi.
Facendosi dipendere più che altro dalla natura l’attitudine delle voci pel canto, sembra che s’abbiano poco curato gli antichi di ricercare que’ modi che potrebbero facilitare o perfezionare l’uso di quel dono naturale.
Infatti furono tarde le prime regole a questo fine speciale rivolte; e ben molte scoperte ancora restano a fare sulla maniera più facile, la più breve e sicura, d’acquistare quest’arte.
Rimarrà poi sempre superiore alle umane forze la secreta potenza di produr voce ove in natura non sia, o di ristabilirla perduta, o di migliorarla, con altri mezzi che non siano un regolato esercizio.
Sembra, anche gli antichi, che pur pretendeano trovare un filtro per infondere amore, abbiano esperito inutile ogni mezzo della botanica e della magìa per destare il tesoro della umana voce; come è d’uopo riconoscere vano ogni spediente a cui ricorrono per credulità o per abitudine i moderni cantori[24].
S’attennero dessi più saviamente allo studio della natura e alla sua imitazione.
Ricercarono gli antichi se la voce umana atta fosse ad esprimere tutte le specie di suoni ed a ripetere le voci animalesche tanto superiori in numero degli umani linguaggi (Genesi, 57); e convennero assegnandole i limiti che dal respiro, per certi gradi possibili[25], procedono naturalmente alla vociferazione propriamente detta, ed al canto. In via imitativa ammisero l’espressione d’ogni altro suono e voce, secondo i gradi di fiatazione combinata colle fisiche condizioni de’ varj organi gutturali, d’onde nasce eziandio la varietà de’ linguaggi[26], possibili tutti per altro ad uno stesso individuo.
Discussero se la maggior facilità del moto vocale dal grave all’acuto si riscontri, o dall’acuto al grave; e contro Aristotile, che volle dimostrare più atto il canto che comincia dall’acuto quale naturale principio per cui al grave si discende, altri autori levaronsi e in senso opposto definirono il problema.
I vizj delle vocali esercitazioni distinsero, e ne suggerirono i rimedj. Dalle osservazioni di Aristotile, Demostene e Septalio, Condrochio trasse soltanto le sue teorie.
Sulla forma poi dell’organo emissivo, pur ritenendo più opportuno e naturale l’atteggiamento orale che fu imitato nella costruzione delle tube e conservato invariabilmente nelle trombe e in ogni istrumento da fiato, non prescrissero essi tuttavia come esclusivo quel modo di apertura della bocca, nè a comodo d’un tale metodo imposero ai compositori d’evitar certe note sulle parole la cui pronuncia esige una modificazione della gola e delle labbra. Lasciarono, come alla ispirazione i suoi slanci, così alla natura i suoi movimenti spontanei e gli effetti corrispondenti. Chi avrebbe insegnato ai cantori delle foreste di emettere le loro voci diversamente dal modo che suggeriva a loro la natura?
Dal naturale movimento s’appalesa la natura stessa del suono.
Ricordo d’aver ammirata una gran tela fiamminga — Rehersal — (M.r Robert), rappresentante alcuni cappuccini intesi ad un concerto di gregoriano canto: dalli atteggiamenti di quelle bocche, spontanei in natura, e bene istudiati dall’artista che li avea riprodotti, leggevasi a colpo d’occhio quale dovea essere la natura di quelle voci, e parea quasi di udire i gutturali acuti del falsetto, le moderate legature dei secondi, le larghe fondamentali de’ bassi.
Le varietà speciali dei timbri che gli antichi distinguevano colle parole caprizzare, ululare, cantare, noi dinotiamo modernamente classificando le voci di gola, di petto, di testa. Espressioni al certo non più felici delle antiquate perocchè proprie voci a quegl’organi non si possano attribuire nè sianvi realmente note di petto, di gola e di testa.
Usasi chiamar di petto la voce quando esce con aprimento intero di gola, come alla pronunzia dell’a, libera, aperta, e forma la sua sonorità nelle cavità pettorali, come il suono delle corde dalle casse armoniche degli strumenti. Di gola, se emessa con più o meno ristringimento della laringe e ivi ribattuta, viene quasi in quelle pareti modificata, e riformata talvolta da produr quell’effetto che assomiglia alquanto al belato, od ai suoni delle riprensioni di fiato quali senza vasta dilatazione polmonare artificiosamente si traggono nella pronunzia del ke, e in generale delle consonanti o vocali più strette e delle parole da queste composte e con più sillabe prolungate. Di testa, quando i suoni della voce sembrano ripercossi alle pareti palatine o nasali, e quivi si limitano nella loro oscillazione, come richiedesi per sostenere la lettera i.
Tali suoni detti di gola e di testa, possono riuscir graditi talvolta quanto quelli che diconsi di petto; ma questi sono sempre più oscillanti e sicuri, meno difficili e faticosi[27].
Dalla voce emessa colla partecipazione degli organi del petto principalmente, si costituì la vera ginnastica degl’organi stessi.
Osservarono adunque anche i Greci la influenza della esercitazione vocale pel vigor polmonare e sanguigno; onde prescrissero la corodia nelle scuole e fra i soldati.
Oggi che tale ginnastica vien rimessa a far parte del sistema educativo, i nostri autori si riportano specialmente a quelle antiche leggi che proclamavano il canto di tanta igienica importanza. Accennerò soltanto che, seguendo Aristotile, dell’ottima ginnastica del polmone propugnatore, il nostro Mantegazza ci prova: «Colui che canta respira in venti minuti una quantità d’aria maggiore di un altro che, senza cantare, respira per un’ora nel modo consueto.»
Sulla natura vocale, suoi vizj e rimedj, basati sempre alle ricerche de’ greci fisiologi, s’aggirarono poi gli antichi dottori, quali, Fabricio d’Acquapendente (de loquela animalium), Rolando (Aglossostomographia), Francesco Patricio (in discussionibus peripatet.), Gallieno e Prospero Alpino e tanti altri; ma non più di essi intesero e progredirono i più recenti seguaci d’Ipocrate ed accademici Dodart, Perrault Ferrein, Rousseau; gli enciclopedisti; ed i nostri moderni, che vedremo più avanti argomentare in proposito fra i metodisti.
Fin da quando Clearco, discepolo d’Aristotile, discorreva intorno al costume della castrazione, attribuendone l’origine agli asiatici e specialmente ai Medi[28], aveano i Greci certamente osservato gli effetti di quella operazione sugli organi vocali e sulle voci di quelli ch’essi diedero il nome di eunuchi.
Se vuoisi che fin d’antico adoprassero questo tormento gli Egizj per punizione, e i Persi per gelosia; che Mosè non ne soffrisse i tormentati in fra il popolo del Signore[29]; che Semiramide invece se ne compiacesse; che i Lidj, al tempo di Pindaro da Corinto, fossero i più celebri operatori[30]; fatto è che da Grecia venne ai Romani il costume; e dagli eviratori dei figli dei principi di Corciro, s’ebbe in Italia i primi eunuchi, onde poi si rinfacciò agl’italiani il crudel vezzo di quella infame operazione per il perfezionamento d’un vano talento, e per procurare al culto del canto voci più nitide e acute[31]; come gli arabi Valesiani l’accolsero per fanatismo religioso[32], e l’usano gli Ottentoti per amore d’agilità.
La patria di Eunomio e di Aristosseno, lirici e cantori rivali che colla cicala diedero alla Grecia il simbolo della musica, non invano figurava nelle figlie di re Pandione d’Atene, Progne e Filomela, il canto e la crudeltà.
E come Grecia accolse dall’Asia i varj culti, fra cui quello di Adone, celebrato nella Fenicia[33] non è maraviglia se Roma, e più tardi anche quella dei Papi, ereditava costumi orientali.
Questi cantori castrati, già conosciuti nella antichità, si mostrarono in Italia specialmente alla fine del dodicesimo secolo. Un canonista di quel tempo li indica indirettamente: Olim cantorum ordo non ex eunuchis, ut hodie fit... Una bolla del papa Sisto V, indirizzata al nunzio apostolico in Ispagna, ci appalesa che, da lungo tempo, i castrati erano ammessi come cantori nelle principali chiese della Penisola.
Favorì l’impiego di questi esseri neutri del genere umano, la proibizione canonica data alle donne di cantare in chiesa, e gli anatemi a quelle che si esponessero ne’ teatri.
Alla improvvida legge ben presto s’appigliarono la superstizione e la speculazione; e al bel costume e naturale delle sorelle che cantavano a Dio nelle catacombe, successe l’offerta di voci figlie al delitto ed al lusso.
Le corti d’Europa ne vagheggiarono il possesso per le loro cappelle, come fornivano di buffoni le mense, e delle belve più strane i loro giardini. Al principio del secolo sedicesimo, alla cappella dell’Elettor di Baviera, dove Orlando Lassus era maestro, cantavano già sei di que’ evirati. Appunto da quel tempo, anche a quella di Roma, in cui i Cori dei sacri cantori già da oltre un secolo istituiti mutavansi in iscuola formale per opera del Palestrina, que’ fanciulli o contraltini che cantavano le parti di soprano vennero rimpiazzati la prima volta dai cantori castrati, che pel genere della lor voce furono chiamati falsetti. Più tardi, per nobilitazione e antonomasia s’indicarono in Italia col nome di Musici.
Valse a diffondere allora nella scuola romana la barbara usanza, e quasi a sancire la tolleranza indegna tanto più perchè ammessa fra le pietose soglie del tempio, la immonda legge di Paolo IV, che escluse dai cantori della cappella pontificia tutti gli ammogliati, compreso il Palestrina medesimo. Fosse il vigor delle voci che si cercasse sotto all’ipocrito velo della forzata castità; fosse la condizione meno gravosa dei celibi cantori che alettasse al risparmio gli avari sacerdoti (perocchè pagavansi al più con uno o due scudi il mese i coristi, e con tre o quattro i più abili maestri), fatto sta che i castrati o falsetti concorsero presto a vendicare l’ingiusto sfratto degli ammogliati.
I primi falsetti intesi alla cappella papale furono quasi tutti spagnoli; il primo de’ nostri che vi cantava nel 1601 fu un Giovanni Rossi, l’ultimo di quella prima schiera spagnuola fu un Giovanni de Sanctos, morto a Roma nel 1625.
La Spagna tanto barbara quanto religiosa, sacrificò facilmente alla chiesa anche questa nuova specie di martiri; e da que’ costumi, e da quel governo che pesò per tanti anni sulla nostra patria, derivò la servile e sozza abitudine inveteratasi nelle provincie napolitane, della castrazione; per cui parve che fosse privilegio di quel regno il fornire al mondo quelle vittime della sensualità musicale[34]. Italia che portava il vanto della musica non potea tenersene priva, e già verso il 1700, i falsetti cantavano su tutti i suoi teatri e in tutte le chiese.
Si ricorse alle leggi repressive, si stabilirono anche delle pene e perfino di morte, contro il crimine della castrazione; ma le usanze più forti delle leggi, l’avidità e la superstizione inesorate, addormentarono la vigilanza de’ magistrati, e fecero andare in dissuetudine anzichè il delitto, la penalità che contrariava violentemente (come allor si diceva) i progressi dell’arte e l’amore del vero e del bello.
Valeva ogni pretesto a deludere la legge; e in progresso di tempo divenne esercizio tollerato, e riconosciuto il delitto; vanità e potenza il suo frutto. Infatti nelle romagne, e specialmente in Bologna, celebravansi i più abili operatori; e da questa città invitavansi i chirurgi alle corti straniere acciò le fornissero di soprani[35].
D’altra parte le infelici vittime dedicate alle regie o agli altari, dalla superstizione, dal piacere e dal lucro, mutando per violenza natura, assumevano caratteri i più strani, e per meglio dir, le stranezze di nessun carattere. Fantastici d’umore, puerilmente vani, capricciosi, insolenti, quegl’esseri malaticci, pel loro ammirabile talento, e per l’altrui compassione o capriccio diveniano potenti. Maestri, compositori, dilettanti, principi, donne, li circondavano d’omaggi, li colmavano di ricchezze e favori.
Dalla storia de’ più celebri musici si potrebbe raccogliere aneddoti curiosissimi, degradazioni ributtanti, tristi pagine della natura umana[36].
Ai riguardi di quest’organo vocale così riformato, che si direbbe meglio di deformata natura, e così nuovamente introdotto all’interpretazione del linguaggio del canto, s’acquistarono adunque nuove voci di soprano e di contralto; perocchè l’artificio crudele della mutilazione fissasse il timbro de’ castrati a quella parte della scala musicale che appartiene alla donna. Nella riuscita all’uno o all’altro genere, la fittizia voce per altro era sempre soggetta a tutte le modificazioni del timbro, della sonorità e della eguaglianza, che possono caratterizzare l’organo naturale di ciascun sesso. V’erano di belle voci, forti, estese, flessibili; altre ne sortivano aspre, deboli, sorde.
La operazione con raffinato studio protratta fin presso gli anni della pubertà, non assicurava di più la riuscita, nè garantiva la conservazione della purezza d’un organo il più promettente.
Ma l’idolatria del canto non sapea disconfessare l’influenza di cotali sacrificj, nè staccarsi dall’uso dalla speculativa Grecia trasmesso e inveterato.
Vedremo in seguito la parte ch’ebbero le voci prodotte da questo artificio nei destini del canto moderno, e specialmente nel teatrale italiano.