Di tal linguaggio in genere, dicemmo che, il canto naturale varia presso ad ogni popolo, per le influenze de’ caratteri differenti o dei climi: e ne consegue necessariamente che anche il canto musicale risentir debba di que’ moventi precipui delle manifestazioni negli esseri più o meno sensibili o inerti, e negli organi più o meno molli o robusti.
La convenzione delle lingue subiva gli effetti di queste leggi; e non è a maravigliare se, il canto di cui fu fatta un’arte tanto tempo dopo trovati gl’idiomi, e delle parole dei quali si valse anche per le sue espressioni, dovea sortire maggiore o minor forza o dolcezza, e dovea rendere piana o scabrosa, costante o interrotta la diversa armonia.
Nè attribuir si potrebbe virtù migliore, o appuntar difetto a questo o a quel canto, se niuna lingua naturale ad un popolo soggiace a una critica seria.
Che importa dunque disputare se il canto che risuona sulle nordiche scogliere, torni strano o gradito alle figlie del sole; se quello è il linguaggio che esprime gli affetti di que’ forti abitatori, dove i molli accenti di queste innamorate non sarebbero intesi?...
E a che pretendere d’introdurre fra i danzanti nell’allegria della vita, i melanconici modi di chi stenta il calore, e non è fatto per la gajezza?...
Bello è fra questi il mesto canto e il suo mistero; tale è il loro linguaggio: bello altrove il canto aperto e ispirato. Così al vegliardo dà pregio maggior la canizie, come il giovane brilla di sua follia.
Che se pur alcuni spirti più lenti, e a cui mancano le voci o la ispirazione, raddoppiano d’artificio per farsi compresi, e col calcolo che a loro s’addice, rendono fra di loro più espressivo e gradito il proprio linguaggio del canto, ben fanno perchè agiscono secondo natura: ma irragionevolmente s’adopra chi nella abbondanza dei modi, nell’eloquenza delle espressioni, nella vivacità del suo istinto, per non parlar la sua lingua, per evirare il suo canto, si rende fra suoi ed agli altri incompreso.
Or ecco ch’io venni a mostrare che ridotto anche ad arte, e inteso con un solo nome questo modo eletto e comune di espressione degli umani affetti, pure, a confonderlo e volerlo tradurre ad unica universale intelligenza, sforzarsi non vale.
Ogni terra ha il suo fiore, che potrà sembrar bello e divenir noto dovunque, ma non potrà farsi comune.
Il vero bello dovrà esser tale presso ognun che il comprenda, e in ogni luogo dove la corruzione non sottentri; ma farlo esclusivo, egli è attentare al genio speciale d’ogni Nazione.
Divenuto adunque un’arte il canto musicale ogni popolo incivilito ne accolse comuni le leggi; mentre nella sua essenza e per quanto traeva dal naturale, non potea per qualunque individuo e per tutte le nazioni uniformarsi. — Scambiaronsi le forme ed una addivenne l’apparenza; rimase il carattere primo, l’incancellabile impronta che per quanto velata, manifesta pur sempre le demarcazioni volute dall’armoniosa varietà dell’universo.
L’arte del canto — musica vocale — fu definita da Rousseau: la maniera di condurre la melodia in ogni sorte di composizione musicale. Ciò vuol dire, per tale condotta potersi meglio esprimere i canti, che quest’arte peraltro non ha potenza a creare.
Soggiunge infatti che, i canti graditi s’insinuano subito, e si scolpiscono facilmente nella memoria, — virtù che nel canto costituisce la bontà vera — e alla quale ben pochi compositori riescono.
Presso ad ogni nazione v’hanno delle cantilene nelle quali la maggior parte dei compositori ricadono costantemente. — Inventare canti nuovi non appartiene che all’uomo di genio; trovare bei canti spetta all’uomo di gusto.
E ragionando dimostra che dov’è più dolce la sorgente del canto, naturale linguaggio, il genio raro della invenzione più facilmente vi alieggia. Primato dell’italo canto.
Son pittoresche le balze Scozzesi, e vi risuonano pure canti originali; ma duri e sconnessi, che tengono agli strilli dei rostrati abitatori di quelle roccie[53].
Splendono lussureggianti le rive dell’Eufrate e del Bosforo, ed echeggiano suoni del linguaggio universale; ma precipitosi ed ardenti, che sembrano ripetere il crepito delle fiamme, il tumulto delle tempeste.
Lunghesso le nobili contrade Alemanne spira un’aria di serietà e di fatica; e il linguaggio canoro che accompagna la meditazione e il lavoro, sorte grave, monotono e meditato.
Ma le passioni non si esprimono per sistemi; nè bastano la melanconia uniforme e la vorticosa allegrezza alla rivelazione dei sentimenti molteplici e svariatissimi che agitano la umana natura. Nella comprensione più vasta, nella espressione più generale, stà la potenza del genio. E dove la natura lascia meno esclusive e marcate le impronte de’ suoi caratteri, dove temperatamente partecipa l’azione d’ogni suo movimento, alle fisiche varietà corrispondono i versatili ingegni, d’ond’escono le espressioni meno esagerate e più varie; e fra queste, ecco il canto il più fedele, il più vago e naturale. Non è l’abitudine o il caso, ma tali condizioni che precipuamente danno il primato agli italiani.
Lo studio ed il calcolo potranno imitare quelle espressioni, ma sempre alla distanza che stà fra la natura e l’artificio, e queste così combinate non saranno mai come quelle, facili, grate, spontanee.
E a buon dritto un tale studio potrà vantarsi filosofico; mentre, se non è un semplice convenzionalismo, è un errore il dire la filosofia del canto, la filosofia della musica, la filosofia dell’arte; chè il canto e la musica, come la bellezza, sono giudicate dai sensi, coi quali spettano le impressioni e gli effetti, nè con essi ha che fare la filosofia.
Forse anco quale mistico simbolo da alcuni pensatori profondi sarà stata impiegata tale espressione, come Giuseppe Mazzini nelle sociali sue speculazioni, indicò: la melodia rappresentare la individualità — l’armonia, il pensiero sociale[54]. Ma s’inganna chi tiene alla sapienza per le bellezze del canto; ed inganna chi a quelle ricerche volesse attribuire l’effetto il più gradito.
La bellezza appaga e non sorprende; e il magistero della bellezza stà nella natura:
Il bello, come il vero, è universale.
Il bello e il vero canto è da tutti compreso, e tale espressione è il retaggio di natura: non è il canto del genio, ma il genio del canto.