E tornando brevemente a quella milanese, dopo aver accennato alle critiche ed alle lamentanze che si fanno su quel Conservatorio, dobbiam constatare una lodevole attività non affatto infruttuosa anche oltre le porte di quell’Istituto, una gara di docenti che pur lascia sperare migliore indirizzo, come da suolo irrigato da spesse sorgenti è probabile che quella più pura abbia a scaturire.
Laddove ricordasi Sammartini, vecchia guida melodica ai compositori, e Secchi maestro, per tanti anni creator di cantanti, e quindi Lamperti padre esimio maestro, adesso il figlio Giov. Battista e B. Prati, trattano il canto teatrale; Leoni quello corale.
Fuori del Conserv., finirono da poco la loro carriera, Ronchetti e Giovanni Rossi istitutori alle scuole popolari, gravi d’anni; ed in fiorente età, De Giovanni, Tamburini Riccardo, Eugenio Torriani, Giano Brida. Ed oltre a quei già nominati fra i metodisti, s’hanno accreditati maestri, Gerli, Zarini, Bona, Prina, Ronzi, Gamberini, Garzoni, Perelli, Bruni, Sangiovanni, Marcarini; la Aspri-Bolognotti, Antonio Davila, Gaetano Nava, B. Pisani, non ignoti compositori; Baretta, che fu già rettore del Conservatorio di Bologna, ora attende in Milano ad erigere un nuovo Dizionario musicale. Binaghi, veterano tenore, che ora insegna ai ragazzi; Isabella Alba che apre una scuola collettiva; Enrico Boucheron preposto ai cantori del Duomo; Enrico Panofka che esamina le Voci e il loro educamento; Giovanni Varisco che propone l’indirizzo normale ai maestri medesimi.
Merita anche menzione il pietoso impiego del canto nel Manicomio di Milano, e quivi la istruzione dei cori, con felice e rinnovato successo (Vedi vol. I, pag. 107).
Il trasferimento dell’illustre Lauro Rossi alla direzione del Collegio di Napoli, e l’innalzamento del prof. Alberto Mazzucato[36] a quella del milanese Conservatorio, valgano a fonderne con unisona norma e con eclettico studio i buoni sistemi; perocchè è certo che a base educativa vuolsi pure un metodo stabile e generale, che potrà essere poi modificato, o per meglio dire, diversamente applicato e indirizzato dai vari cultori, a seconda delle opportunità e circostanze; ma nella sua iniziativa non deve variare di artista in artista, offerendo mille strade dubbie e nessuna sicura; distruggendo la scuola, scemando gli artisti; e, come scriveva fin dal 1844 il pratico Ferrary Rodigino, peggiorando l’arte con un negativo progresso[37].
Non è, diceva egli saviamente, come noi sopra abbiamo osservato, non è scuola la misera imitazione, il tirocinio pubblico, la servilità al metodo di questo o di quell’artista felicemente riuscito, chè il teatro non fa l’arte, nè è questa un mestiere.
Dei tanti pretesi artisti che pullulano in siffatta maniera, non per proprio valore ma ad altrui rimorchio, strano il più delle volte e incompreso, si può dire col Varchi, che dessi non servando metodo alcuno non intendono sè medesimi. Come poi potrebbe agire moralmente una siffatta educazione? Fu detto che, «la educazione artistica non può formare il cuore.» Vuolsi dunque una fondamentale istituzione savia e uniforme.
Il ministro per l’Istruzione pubblica del regno d’Italia, Cesare Correnti, formulando il nuovo Statuto organico del Collegio musicale di Napoli, pubblicato con r.º Decreto 14 gennajo 1872, «cercò allargare anche il campo delle lettere, perchè gli artisti devono oggimai persuadersi che non saliranno mai in altezza ed in fama durevole e meritata senza quell’ajuto[38].»
Il 1.º Congresso musicale espresse quindi il voto che anche il Conservatorio di Napoli abbia a tramutarsi in vero Liceo, come gli altri d’Italia, e quelli di Parigi, Praga, Bruxelles, tendono mano a trasformarsi.
Dopo i Conservatorj di Napoli e di Milano, di cui abbiam fatto cenno, devesi oggi notare distintamente in Italia l’Istituto Fiorentino. — Che se non vanta antiche origini al pari di qualche altro della penisola, e per copia di mezzi, per numero d’insegnanti e di allievi, è inferiore ai due suddetti, non è certamente da meno di qualunque altro stabilimento musicale per ciò che riguarda la bontà dell’insegnamento. — Ne è preside il cav. Casamorta valente compositore. Il venerando Pietro Romani maestro di canto, vecchio amico di Cimarosa, di Meyerbeer, di Rossini, e consigliere ai più celebri artisti, è incaricato del corso di perfezionamento.
S’aprono annuali concorsi a premio, specialmente per composizioni di canto[39].
Sono unite all’Istituto: una scuola di estetica e di storia musicale, di cui è titolare il prof. Biagi, ed una scuola elementare che rimedia al difetto d’istruzione, solito nei dedicati alla carriera teatrale...
Una commissione, sotto il ministero Bargoni, unificò l’Istituto colla scuola di declamazione. — I frequenti esercizj pratici gioverebbero agli allievi delle scuole del canto, come le prove di studio annuali. Chè i cantanti esordienti, appena usciti dal Conservatorio non sempre sanno accordarsi colle orchestre, di rado si presentano convenientemente al pubblico, e quasi mai accompagnano il canto coll’azione[40].
A quest’utile pratica intese venire in ajuto la Società Filarmonica diretta dall’abile istitutrice di canto Cecilia Varesi in Firenze, che gareggia cogli insegnamenti d’altra riputata cantatrice Sofia Vera-LorinL Altri sodalizj, quello del Cherubini, al cui nome rende onore la fondatrice di tale scuola corale, la tedesca Laussot, quelli de’ Fidenti e degl’Orfeisti, s’adoprano al culto dell’arte.
Anche un Teodulo Mabellini, conoscitore approfondito d’ogni musicale disciplina, non lascia dimenticare la scuola dal Marchesi ivi tenuta: nè la dimenticava quel Cesare Paganini, compositore, cantante, scrittore ed artista, di cui ora si piange la perdita a Firenze. Avvi il Gamucci; ed il Palloni, uno degli ottimi compositori di musica vocale, rinnova la mèsse feconda de’ bei canti popolari toscani.
Nella esecuzione poi di tali canti un altro solerte maestro, Giulio Roberti, spinse le sue cure fino a cingersi d’un numeroso coro di Orecchianti, i quali colla memoria e il buon volere rendono un soave profumo alle riunioni del povero e alle case di beneficenza, nè sono inutili a rendere più solenni le patrie pubbliche feste.
Questa bella attività nella nuova Firenze, che meritò provvisoria sede capitale dell’Italia riunita, compensi il letargo miseramente succeduto in altre illustre città che di gloriosi Conservatorj ebbero vanto.
A Venezia, da secoli culla di cantori famosa, non v’ha più scuola formale.
A Venezia, i cui pii conservatorj, gareggianti con quelli di Napoli, diedero la prima idea e i primi ordinamenti delle scuole musicali del mondo. Dove, fino ai primi anni di questo secolo, in quattro conservatorj femminili fioriva la musica e il sacro canto, in cui vedemmo ad ogni tratto concorsi, a dare o a ricevere rinomanza, distinti maestri, come a solenne areopago che dai primordj del XIV secolo pronunciava.
Vantaggio ora affatto perduto; e non solo per l’artistico decoro, ma, come espresse Francesco Fapanni, per quel compenso che, la sventura di nascita illegale e l’orfanezza dei genitori almeno in parte trovavano da un po’ di educazione e dalla coltura nelle arti musicali.
Al vespro d’ogni domenica, riassunse il cennato scrittore, s’aprivano le chiese di quattro pii istituti, ed ognuno accorreva a udir con immenso diletto le melodie di que’ sacri drammi. L’azione, tratta dai libri biblici, era scritta in cattivi carmi latini, talvolta rimati, con arie, duetti, a solo, come i vecchi drammi italiani; e c’era un’ansia, una ressa ad avere il libretto, a fermare lo scanno.
Nel Conservatorio della Pietà era maestro prete Bonaventura Furlanetto nato in Chioggia, nel 1738. Quivi sonavansi tutti gli istrumenti, ed erano celebri le organiste Lucietta e Matilde, che accompagnavano qualsiasi musica all’improvviso, con trasporto di tuoni e di mezzi tuoni[41].
Molte le sonatrici d’arco, di fiato, di tasto; ed erano le più acclamate la Marina, la Marcella, la Gregorietta, l’Ignazia dalla voce maschile: la Benvenuta poi era sublime nel canto, e ben se ne valeva il Furlanetto, detto pur esso il maestro di raro gorgozzule. Riuscivano mirabili i suoi cori di cui lasciò gran copia. De’ suoi drammi ed oratorj emersero La Caduta di Jerico, e La Sposa de’ Cantici.
Ai Mendicanti una Ventura Teresa, nata in Vicenza nel 1750, levavasi in grido fra quelle allieve, e giungeva a insolite fortune pel suo bel canto. Chè di là uscita, maritavasi a Benedetto de’ Pretis, e poi, sciolto quel nodo, al nob. Alvise Venier, recando nelle stanze del patriziato di quella sua dote i pregi. Morta nell’anno 1790, 2 gennajo, meritò che la nob. Accademia de’ Rinnovati di Venezia la onorasse con pubblico funere in Santo Stefano, e le erigesse iscrizioni lapidarie in una delle camere dell’Accademia stessa, nelle quali si celebra la di lei straordinaria abilità e nel canto e nella declamazione teatrale. Avvi alle stampe una Raccolta di composizioni in sua morte col titolo «I Pianti di Elicona sulla tomba di Teresa Ventura Venier». (Parma, 1790, dalla Stamp. Reale, in 4.º)
Il nome della famiglia Venier va congiunto con altre memorie della coltura del canto fra la nobiltà veneta del passato secolo, la quale se non isdegnò talvolta violare perfino l’aristocratico riserbo nei legami matrimoniali per amore dell’arte, come anche il nob. Benedetto Marcello avea dato l’esempio, facea poi suo particolar vanto la partecipazione allo studio e la protezione de’ musicisti.
Vedemmo già fra i mecenati del secolo XVI, (pag. 183, vol. I), quel Domenico Venier, le cui rime furono musicate dal Baccusi e dallo Zarlino e cantate dalla Bellamano e dalla Gaspara Stampa.
E prima di Teresa Ventura, la nobil donna Maria Venier avea illustrato la famiglia di questo nome per le sue cure allo studio del canto, e meritò che Giuseppe Seratelli, maestro in uno dei conservatorj, ad esercizio della sua bella voce di soprano componesse appositi solfeggi[42], ed altri le dedicassero arie e cantate.
Gerolamo Venier, Procuratore di san Marco, nella schiera invece dei compositori, lasciò prove de’ studj suoi musicali colle Arie, Oratorj, ed altri canti, scritti dal 1732 al 1745.
Fino agli ultimi istanti della Signoria veneta, erano ricetto alle celebrità de’ canti, le ville di Mira e di Dolo, dove rimase e finì l’istesso Veluti ultimo de’ nostri musici; e sui vicini colli Euganei, ancora nel 1802, un Santonini cultore e mecenate dell’arte, era da tanto di dare nella privata sua villa di Arquà, la prima volta l’opera intera Teresa e Claudio, in accoglienza del generale Bellegarde nuovo proconsolo delle Venezie[43].
Perdurava poi la fama della Villa o Conservatorio Contarini a Piazzola, dove quell’illustre famiglia, detta degli Ambasciatori, attirando quanto di più celebre avea girato il mondo nella classe di maestri e cantori, die’ gli spettacoli superiormente accennati, e lasciò memorie e collezioni preziose, fra quali, quel museo istrumentale notato a pag. 184, vol. I, e la biblioteca musicale che per generoso legato del co. Gerolamo, nel 1843, recò tesori alla Marciana.
Continuando poi colle memorie dei Conservatorj di Venezia, fu detta ultimo sostegno ed onore di quello dei Mendicanti, riguardo al canto, quella Bianca Sacchetti altrove citata. Cantatrice ed arpista singolarmente culta e amoreggiata dal maestro Francesco Bianchi che per lei scrisse e per la Catalani, il di cui educatore Alberto Cavos era stato in Venezia suo allievo insieme a Giambattista Cimador, Giuseppe Carcano, e Antonio Calegari poi direttore della cappella patavina del Santo.
Il Bianchi alla caduta della Repubblica s’era rifuggiato in Londra ove per ultimo suo lavoro diede l’Ines de Castro nel 1795.
Finalmente ai Mendicanti, cantava, e toccava squisitamente il violino una Antonietta Cubli, cui sola potea stare a rincontro la Giacomina Stromba, degli Incurabili.
Ma sovra tutte al Conservatorio di questo nome, dove per vent’anni (1730-1750) fu maestro fra gli altri il celebre Giovanni Adolfo Hasse detto il Sassone, indi Giuseppe Carcano, cremonese, applaudivasi l’Elena Corner, nell’immaginoso dialetto veneto surnomata Oseletti, pel suo canto indorato di gruppetti, trilli, gorgheggi, a mo’ degli augelli.
Il quarto Conservatorio di musica era l’Ospedaletto, anch’esso come i Mendicanti, locato presso a’ SS. Giovanni e Paolo.
Queste cantorie ed orchestre accennate da un Veneziano[44] che ne sentì la soavità e ne ricorda i trionfi, erano le cantorie e le orchestre innovate dal Croce, dal Baccusi, dal Vicentino, dal Zacchino, e dai Gabrieli; a cui s’aggiungeano le glorie della massima cappella dai Willaert, Zarlino, Monteverde nel secolo XVI; e quindi, dai Lotti, dai Galuppi, Bertoni, e dal medesimo Furlanetto, l’amico di Rossini, morto il 6 aprile 1817[45]; per cui la cantoria e l’orchestra che servì a modello a quelle tutte chiesastiche e teatri di Italia[46].
Perotti Lodovico continuò la serie degli abili maestri alla cappella, col vice-direttore Don Carlo Faggi, e s’ingegnò di raccogliere gli elementi delle antiche soppresse scuole di Venezia in una Congregazione detta di santa Cecilia, che non potè più aver vita col precedere de’ nuovi grandi Istituti d’altre città d’Italia e delle capitali europee.
Quindi un coro di fanciulli della povera classe circondò il Buzzola nella insigne patriarcale cappella, e pochi privati docenti insegnarono a pochi scolari. Concluderemo fra poco della Scuola veneziana coll’attualità di suo stato.
Mentre di quando in quando qualche volonteroso richiama l’idea di ricostituire a Venezia una scuola, il veneziano Manzato ne conduce prosperamente una a Vicenza, ove in vero elementi non mancano. Nella gentile città, anche tuttora di cultori del canto tanto feconda[47], ad una folta schiera di maestri, musicisti ed artisti, stanno a capo Francesco Canneti e Giuseppe Apolloni benemeriti al teatro ed al tempio. Domenico Sbabo e Andrea Donà battono alle cantorie gloriose del Vicentino e del Grotto.
Nella patavina cappella del Tartini, dello Stradella, e del Calegari, Chiocchi Gaetano, l’egregio fattore di violini fra i custodi di quest’arte italiana, diresse fino a questi giorni in cui morì (31 agosto 1872). Melchiorre A. Balbi conta un’antica serie d’allievi cantori. Girotta regge una nuova scuola corale. Luigi dott. Farina, l’ab. Canal, e il cav. Balbi predetto (inventore d’una nuova notazione), scrivono di cose musicali.
Verona, le cui arie danno sovente di belle voci all’italo canto, si dolse della perdita d’abili insegnanti, per la morte del m.º Foroni e dell’artista Conti, e per la partenza di Pedrotti, l’autor della Fiorina; ed ha attualmente l’istituto filarmonico degli Ansioni, Paolo Bombardi e Alessandro Sala alla privata scuola, prete Sante Aldrighetti alla cappella.
A Trento, Antonio Micheletti nei canti corali, pei quali scrisse anche un breve metodo (Bolzano 1871), educa quegli italiani come conviensi in sulle porte delle città tedesche della corodia tanto cultrici.
Ad altro confine d’Italia, la arcivescovile cappella Friulana illustrata recentemente dal Comincini d’Udine, dal Tomadini di Cividale, e da Leonardo Marzona di San Daniele, è diretta dal non meno valente prete Giambattista Candiotti. Anche un Vieri Adamo d’Arezzo insegnò in Udine.
Nella vicina Gorizia, una scuola musicale fondata, nel 1854, avea Carlo Mailing maestro pel canto.
La scuola Torinese, che dai primordi del secolo ricorda Pugnani, Radicati e la Bertinotti, col Liceo cui appartiene è decaduta. Ebbe non pertanto, Alari Adamo, e il Demacchi che ne tentò la ristaurazione colle scuole serali cantanti. Ebbe le celebri cantatrici A. Zoja e Teresa Sasso di recente perdute; ha il Bernacovich, il Pedrotti, Corinno Mariotti, e Stefano Tempia.
A Genova, patria di Paganini e Sivori, v’ha men penuria di maestri che di cantanti: nominansi, Emilio Bozzano, Sanfiorenzo, Bossola, Lavagnino, Cordiali, Denina, Grimaldi.
A Cagliari G. B. Dessy, diede molti spartiti, a speciale onore della Sardegna.
Lucca, che fin dai tempi della sua repubblica illustravasi della Confraternita di Santa Cecilia, ove i maestri Boccherini, Manfredi, Romaggi, ebbero seggio, e che tuttora nel settembre d’ogni anno grandiose musiche appresta, fondò a cura di quel Municipio il nuovo Istituto Pacini, v’ascrisse il maestro Andrea Bernardini, e s’attendono i frutti. Intanto per l’istituto medesimo e per la cappella, ammaestrano a’ bei trovati, il suddetto Bernardini da Buti, Michel Puccini, Carlo Angeloni autor dell’Asraele, ed Augusto Michelangeli della Comunal scuola di canto istruttore.
Trassero tarda età fino a questi giorni e benemerenti della Pistoiese cappella, Luigi Gherardeschi, e Giuseppe Pillotti, del quale sono allievi Gelli e Mabellini.
Nella scuola di Parma, fondata già da Agostini illustrata da Paër, attualmente insegna Lodovico Spina, e fra gli altri un Giov. Bolzoni le fa onore. Di là un Tommasi passò a istruire i cori teatrali a Vicenza.
A Modena, Alessandro Gandini, che era succeduto al padre suo, Antonio, nella cappella ducale Estense, lasciò morendo, nel 1871, anche buoni lavori teatrali nelle opere Demetrio, Zaira, Isabella di Lara. Ivi pure Venceslao Zavertal si fece insegnante.
La scuola di Felice Moretti a Pavia prende anima alla gloria del suo grande allievo Gaetano Fraschini.
Cremona, che diede tanti maestri ai primi Conservatorj, e quindi quei rari artefici che agli strumenti d’arco seppero meglio dar quasi voce che imitare possa l’umano canto, seguì colla scuola illustrata da altro Ruggero Manna autor di Jacopo da Valenza, e Preziosa.
Distinguonsi i maestri Abele Barazzoni e Lovati Cazzulani a Como[48]. Raffaele Luccarini e Gaetano Braga, autore di Reginella, a Lecco. Morì da poco a Bergamo Bort. Radici.
Trivalsi insegna a Brescia, dove il celebre violinista e maestro Antonio Bazzini compone le nuove Sinfonie cantate per la Società dei Concerti da cinqu’anni fondata nell’eroica sua patria, quasi a mostrare che anche dove maggiormente rifulge il poter musicale, l’anima sempre è dovuta all’ispirazione ed al canto.
Perugia attende nuovo lustro al suo Istituto dal nuovo eletto maestro Agostino Mercuri, or chiamato a comporre la prima opera pell’aperto teatro della vicina Repubblica di San Marino[49].
Loreto colla sua famosa cappella dai 12 Cantori fornisce pure maestri ed artisti ad altre regioni, alle scuole e ai teatri. Vivono ancora in essa i metodi e le composizioni magistrali di Luigi Vecchiotti, che legava morendo a quella Basilica tutti gli studj suoi (1863), ora continuati dall’attuale maestro Amadei.
Nell’antico asilo del sacro canto, in Assisi, dove insegnarono il Francesco, il Rufino, il Boemo (maestro a Tartini), e anche dopo che Benedetto XIV, nel 1775, levando la scuola all’onore di Cappella papale, veniva a bandire dal suo sistema musicale ogni altro istrumento dal violino, violoncello ed organo in fuori, eppur diede il classico contrappuntista Mattei (maestro a Rossini), ivi tale scuola è degnamente rappresentata ancora dal minorita Alessandro Borroni discepolo del Pesarese e di Mercadante.
Da Fossombrone, il bravo Enrico Panicalli intende specialmente a coltivare e generalizzare il canto tra i fanciulli, ed offre agli Asili d’infanzia geniali e nobilissime esercitazioni.
Ben conduce una scuola a Cento, Leone Sarti anche distinto violinista.
A Roma, per lungo tempo la scuola rimase stazionaria sui corali ormai insufficienti, e stanca su quelli purtroppo corrotti.
Non pertanto dalla cappella Vaticana risuonano ancora concerti soavi d’una ventina di voci espertissime, condotte attualmente dal maestro Meluzzi.
Quella di santa Cecilia non è più che una accademica mostra in onoranza de’ socj vaghi del nome dell’illustre donzella romana auspice ai canti. Ora però che di Real titolo s’appella, diretta dal cav. Alessandro Orsini, accenna a risveglio, ripigliando intanto i privati settimanali esercizj, i vocali agli istrumentali alternati.
Possa la trasformata Roma rinnovare le glorie della sua scuola antica e delle sue provincie, e ristorare anche quell’arte, tanto meno immobile quanto men positiva, e che mirabilmente si presta alla trasformazione.
Ne siano auspici, la brava Orsola Aspri maestra di canto e compositrice che sciolse il primo Inno al Re d’Italia (1870); Filippo Marchetti del Ruy-Blas, Libani della Gulnara, e Decio Monti della Graziella, inventori; Pietro Terziani di nuovi cantici sacri; Rotoli, Bertini, Sgambati, Jacovacci, Sangiorgi, D’Este, Teresa Rosati, Erminia Tecchi, de’ corali concerti benemerenti; Luigi Mililotti che da tempo apprestava il canto Te Dio lodiamo, a quattro voci, col rimbombo del cannone, pel trionfo nuovissimo in Campidoglio. Ma furono invece a migliaja e libere le voci che benedissero alla prima comparsa del Re galantuomo liberatore: l’inno coi feroci accompagnamenti attenda le nuove vittorie sugli stranieri nemici[50].
La cappella Petroniana, non men di quella di san Pietro, gloriosa del suo passato, sentì già l’impulso delle istituzioni che si risvegliarono accanto ai depositi della sua scienza[51].
Al Liceo di Bologna non mancano valenti che speculano sull’orme de’ padri Martini e Mattel; vi operò lodevolmente il direttore Baretta, che vedemmo ritirato in Milano a scrivere di cose musicali; e Federico Parisini che in oggi v’insegna il canto corale, si mostra egregiamente fornito di quella scienza non disgiunta dalle eleganze che i bolognesi cantori appresero dal Bernacchi[52].
Ma in quella scuola dove in auree cifre sta scritto — qui Rossini entrò discepolo e sortì principe — si dimentica forse che questi, negl’ultimi suoi momenti, finì ripetendo: Melodia Melodia!...
Non importa sotto qual forma; ma sempre grazia e melodia, che sole possono piacere in ogni tempo e sott’ogni costume, e senza le quali il progresso non potrà raggiungere il bello.
Le splendide tradizioni e un’attitudine innata e speciale ne’ bolognesi mantengono tuttavia vivo il culto della bell’arte, onde al suo decoro concorrono spontaneamente, anche fuori dalle chiostre particolarmente alle scienze dicate, e il popolo e il patriziato.
Di questo, mantiene il vanto Antonio Sampieri dei conti di San Bonifacio, che s’impiega specialmente allo studio di quelle espressioni che nella serenità religiosa e nella rassegnazione della preghiera trovano non men facile ajuto di quello che la profana musica non trovi nel dipingere le varie sensazioni della vita materiale ed il contrasto di tante passioni.
Chi si dà al sacro canto porge nobile eccitamento a studiarne le arcane maraviglie, e concorre a tenerlo in onore quanto si deve, e più che dai superbi od ignari purtroppo non facciasi.
Qui gli altri valenti maestri, Busi, Antonelli, Capanna, Brunetti, Gattinelli, Adolfo Crescentini, Pietro Romagnoli, Dom. Lucilla.
Giova poi ricordare che il sig. Casarini, già sindaco di Bologna si fece iniziatore di un gran centro artistico musicale per l’esecuzione di tutti i grandi capolavori di tutte le scuole, secondo un criterio storico e cronologico da esaurirsi in un numero determinato d’anni, nella basilica Petroniana per le sacre composizioni, e per le profane ne’ teatri, dove ha special sede quel preclaro direttore che è Angelo Mariani.
Nell’isola estremale d’Italia, dove le traccie dell’arabe canzoni non sono distrutte interamente, dove il genio di pura itala melodia in Bellini rinacque, e il sole della ispirazione non manca, il fior del canto pur tarda a sviluppare.
Non pertanto a Palermo mantengono le illustri tradizioni i De Carlo[53] e i Platania.
All’altro estremo, dove Dante ponea il confine del nostro mare, là presso del Quarnaro — che Italia chiude e i suoi termini bagna — a Trieste, la istituzione di canto ecclesiastico ed accademico, promossa intorno l’anno 1850 da Luigi Ricci, e bene sperimentata da prima, pel falso sistema di voler ad ogni tre anni rinnovati gli alunni che formar dovevano la cantorìa, cagionò ruina a sè stessa e precoce morte all’affaticato maestro. Il suo allievo Giuseppe Rota imprese a stento di restaurarla.
Ma accanto a quella di san Giusto prosperava altresì quella Civica, retta da Francesco Sinico, continuata poi in adozione privata da Sinico Giuseppe figlio; Scuola popolare, che a quest’ora diede già buon numero d’artisti e ben riputati alle scene[54].
Guido Cimoso vicentino, l’autore del grande studio Armonico religioso, la Distruzione dell’Universo, Trieste 1864, ha cooperato alla coltura e all’amore della buona scuola.
Altri bravi maestri e compositori, quali, Zingarle, Buccelli[55], Mazza, Lionello Ventura, De Grandi, sorsero in quella città; Luigi Cortelazzi ed altri negl’Istriani dintorni; Teodoro Smitter già distinto baritono e compositore, morto ne’ primi del 1871; Domenico Desirò che passò all’educazione dei Cori in Padova; fanno tutti testimonianza della bella inclinazione dalla scuola Ricciana ridestata, e d’ottime sementi in buona terra deposte.
Altre terre italiane videro nascere più o men fortunate o durevoli simili scuole popolari, unite talvolta alle serali, per estendere anche agli artigiani il mezzo d’impiegar nobilmente le vigorose voci e salvarle dai frastuoni e dagli oscuramenti delle taverne: e bene intendono i Municipj se le sorreggono, come quello di Siracusa fondò e mantiene la propria Scuola serotina di canto, affidata a Bertolini Ferdinando (1870).
Milano, fin dal 1867, colle sue Scuole comunali ne avea dato l’esempio, nominandovi ad insegnante Eugenio Torriani, che le fornì tosto d’un corso elementare pel canto corale.
Vedemmo l’estensione e i miglioramenti che tali scuole esigono ancora per dirle veramente giovevoli, e come il Varisco s’adopra al loro perfezionamento.
A Venezia tale istituzione si dice esistente. Fu chiesto infatti un maestro milanese, Manfredini a fondarla; e dà qualche segno di vita nelle scuole elementari, ma quasi a puro servigio delle mosse ginnastiche.
Dal 1866 coll’acquisto di libertà, que’ cori d’artigiani che allegrano le calli e le piazze nelle sere carnovalesche, portando il nome tradizionale di cori de’ pittori; perocchè fin d’antico, nelle scuole dei veneti famose in quell’arte, allievi e maestri poeticamente passassero dalla tavolozza alla musica.
Anche durante la schiavitù che vietava ogni società e riunione, pure una larva di que’ cori erasi mantenuta.
Alcuni artisti e compositori, vaghi delle tradizionali canzoni, quali: Duval, Tonassi, Bertaggia, Tessarin, Cestari, Galli, Aloysio[56], Malipiero, informarono a que’ canti le rozze voci, e l’espressivo dialetto dei gondolieri.
Giacomo Bortolini ora conduce il coro dei pittori, ricostituito sotto il nome di Compagnia nazionale di canto della Laguna per cui compose e pubblicò una raccolta di nazionali canzoni. — Acerbi istruisce i cori teatrali. — Nicolò Coccon sostituisce alla direzione dei fanciulli e cantori di san Marco il perduto Buzzola.
Antonio Buzzola di Adria, era succeduto verso il 1846 al bravo maestro Perotti, per ultima proposta di questo medesimo che lo avea avuto ad allievo e compagno nella cattedra del Furlanetto.
Erudito da viaggi, pratico de’ varj stili musicali, già istitutore nel canto delle reali donne di Prussia, e direttore nel teatro d’Opera di Berlino (1843), il Buzzola maestro primario alla metropolitana basilica di san Marco, e duce de’ cori veneziani, compositore di riputati spartiti teatrali e di ottime salmodie[57], morì nel marzo 1871; lasciando una collezione estesissima di sue canzoni sopra temi in dialetto veneziano, onde per lungo tempo echeggieranno ancora le lagune del suo patetico genio, e l’arpe delle straniere cantatrici ripeteranno altrove le veneziane memorie, come dovea il teatro per di lui opera rimasta incompiuta, dar musicato il linguaggio gentil del Goldoni.
Quel linguaggio specialmente poetico e musicale, creato prima da un popolo per istinto cantore. Egli è quello che canta per naturale vaghezza e non per dettame o imitazione.
«A Venezia, ebbe a dire l’amico Fapanni, canta il gondoliero all’unisono della remigata; canta il marinajo ammainando le vele; canta il pescatore nel gettare e raccogliere le reti; canta la donnicciuola infilando perlette seduta all’uscio della casa; e la giovinetta nello stendere sull’altana i pannilini risciacquati, modula pur essa le canzoni cognite al suo cuore.»
Che parlo io dunque di teoriche scuole e di maestri al popolo di Venezia che canta sempre a sua posta?!...
— Sulle adriatiche lagune, io stesso posi mente talvolta al popolano che non medita ed opra, a quello spirito semplice e forte che alla verità prima più ci ravvicina: lo contemplai perfino in quei momenti ch’egli tormenta nell’ebbrezza del vino lo spirto dell’uomo, per rinvenire sollazzo alla stanchezza dell’animale; e dal suo delirio intesi levarsi qualche suono, tenuto in cantilena di flebile lamentanza, e in compassione della sua donna, gloriandone gli atti e le parole. Ho sentito l’ebbro svelare i segreti e le tenerezze nella poesia del suo cielo; e rammentare, come in pianto, gli affetti della generosa compagna: e nell’intervallo d’una lunga cadenza, i campi di acque ripetere sotto alla notte le parole della donna del povero, quasi ne significassero l’amore all’universo. Mentre quella donna nello stretto di meschine pareti prolungando una sforzata veglia, sopra a interrotti infantili vagiti, piange, e canta anch’ella, in mesto amor discolpando il traviato sposo.[58] — Chi potrebbe raccogliere gli effluvj di que’ lamenti?.. Come le melodiose note dei cantori del bosco, si perdono nelle armonie del creato.
Abbiamo toccato della passione ingenita dei Veneti, da antico profumata in loro quasi orientalmente, pel contatto colle poetiche terre lungo tempo prima che ad altri popoli per le Crociate fossero note. Vedemmo quasi indipendente e spontanea avanzata la scuola de’ suoi compositori e cantori, e men degenere ai tempi madrigaleschi. Ed allora che la semplicità e il piacere riformavano fra i Fiorentini il barocchismo delle astruserie e delle straniere importazioni, il genio a Venezia tendeva alla stessa meta.
Lazzaro da Curzola, canzoniere del 1500, opponeva ai madrigali le sue facili Frottole, che un secolo dopo, per le canzoni di Paolo Briti, non erano ancora dimenticate.
E quando i compositori sospendeano di somministrare nuovi canti al popolo, questo da per sè esprimeva musicate le espressioni de’ suoi affetti di patria e d’amore, come ai tempi delle guerre contro l’Ottomano (1571), e del clamoroso interdetto di Paolo V. (1606); o ricorrea all’antiche rime e tornava a melodiare — Intanto Erminia fra le ombrose piante.
Successivamente al ricomparire di eletti trovatori s’attagliava il popolo ai canti da essi nuovamente proposti; quindi le canzoni musicate dal Lamperti, dal Perucchini, dal Veluti sempre nel facile modo, nel tenero idioma[59].
Anche un Angelo Colonna stimato suonator di violino a Venezia, al fine del secolo scorso, melodiava deliziose canzoni; ed è sua l’aria in forma di barcarola — La biondina in gondoletta — che divenne tanto acclamata, e nell’alta società, e fuor d’Italia fu cantata da Pacchiarotti, dalla Todi, dalla Sacchetti e dalla Catalani. A quei dì pure, un giovinotto barbitonsore, Domenico Dragonetti, associatosi con una donzella popolana, la Brigida Banti, e con qualche altro che toccasse il violino, avea formato uno di quei musicali drappelli, che anche oggidì s’odono per Venezia; e moveva, primo forse, per le contrade, egli col violoncello, e la Banti con voce d’angelo. Vennero poi in tanta rinomanza, che dalle callajette di Venezia salirono oltremonti, chiesti a concerti nelle sale e ne’ teatri.
La Banti inaugurò il nuovo teatro la Fenice nel 1792, assieme a Giacomo David e al Pacchiarotti, coll’opera di Paisiello, I Giuochi d’Agrigento.
Di là tanti girovaghi ch’ebbero la lor fama, e che destarono muse gentili alle modulazioni volte per istinto a’ soavi concenti, a quelle canzoni che nel popolo son l’effusione di anime vergini[60].
Finchè il patrio risveglio rifuse coi dolci idilj le forti canzoni; e cogl’aspiri nazionali, e le elegie del rinnovato servaggio, e gl’inni della riscossa corroborarono di nuova impronta i popolari rispetti le spontanee vaghezze de’ moderni cantori che, lungo le sponde di Venezia e di Napoli, per l’invenzione melodica, non abbisognano di maestro.
«Le melodie caratteristiche di que’ popoli sono in piena armonia con quel cielo tutto amore che eleva l’anima a sublimi concenti, che infonde nel cuore dei suoi figli quell’alta poesia, la quale si apprezza col sentimento e non si giudica colla scienza; poesia esistente nell’animo di quelle nature la cui vita sembra un canto immortale, dolce, melanconico come una rimembranza, come un eco che dorme ne’ boschi e fra monti, e che mormora appena, fino a che non lo desta il grido delle passioni e del dolore[61].»
Declinarono appunto i Conservatorj, divenuti che furono quasi istituti meccanici, innanzi a quello sviluppo i cui frutti maturarono presto sotto il sole delle rivoluzioni.
Per ricondurli a nuovo splendore, e riattendere un utile dalle loro scuole, gl’intelligenti proposero di provvedere — a un corso di tecnici studj compiuto in ogni sua parte, che non sia più un vago insegnamento, frazionato, e senza intento bene determinato — ad una istruzione che valga a togliere la musica dalle basse regioni della perizia unicamente meccanica e dagli intenti vani o mercantili, per trasportarla in quelle dell’arte vera e della poesia — allo sviluppo e perfezionamento delle attitudini naturali degli allievi — alla educazione del gusto ed al guadagno di tempo, per una letteraria istruzione[62]. —