Provvedimenti e inviti alle Scuole — alle Composizioni — ai Maestri.

Ancora un cenno sui provvedimenti che col risorgimento della italiana Nazione furono proposti, e in parte già sperimentati, al ristauramento anche del bel canto italiano.

Quello studio che gli antichi faceano procedere di pari passo colla letteratura e le altre scienze, che nella primitiva chiesa rimase a lato delle sue dottrine e progredì colla sua acquistata grandezza, quello studio che non solo nelle accademie e ne’ templi, ma in ogni umile villaggio accanto ai principj religiosi ed ai primi rudimenti letterarj spontaneamente venia coltivato; onde non v’era ministro che nella sua cura non ne dispensasse come poteva l’insegnamento, e non v’era paese che a decoro almeno della sua chiesetta non avesse teneri cultori, a poco a poco tutelato da leggi, regolato da metodi, compensato da stipendj; divenne parte del primario educamento in Germania, Svizzera, Inghilterra, Svezia, America; ed anche in Italia nel riorganizzamento scolastico non venne dimenticato.

Manifestossi allora purtroppo la maggior difficoltà per la introduzione e sviluppo di tale insegnamento, nel difetto de’ maestri, o nelle loro tendenze più inclinate alla scienza della musica, alle lusinghe delle composizioni, di quello che all’arte del canto.

Non mancarono generosi che pensarono subito al raddrizzamento d’una piega dannosa che rende sensuale o interessato un elemento alla libertà ed elevazione dello spirito.

Zelanti maestri, come vedemmo, porsero pratiche norme alla esecuzione de’ bei canti di camera e di chiesa.

Valenti scrittori vennero confortando i primi sforzi col valor delle osservazioni e degli esempj, suggerirono mezzi ritenuti più acconci.

La Storia che, come disse Sismondi, «è il deposito della esperienza sociale», emancipata dalle censure, aperse liberamente i suoi tesori.

La Scienza porse i suoi lumi alle ricerche dei Governi e degli educatori. Formaronsi speciali Congressi per discuterne gli argomenti, come in quello di Napoli, che fu il primo musicale italiano nel 1864.

I Pedagogici non ommisero proposte di pubblici elaborati e temi da svolgere su questo ramo educativo. Municipj elessero Commissioni per istudiare sulle volute riforme[93].

Nobili autorità tutelarono pratiche fondazioni, e ne seguono premurosi il loro incremento.

Parecchie Associazioni all’uopo fondaronsi in Italia, e rivolte ad uno scopo meglio indirizzato delle antiche Scuole, Confraternite, Casini, od Accademie, costituironsi a educazione dello spirito, e a salvamento dello studio che è uno de’ più bei nostri vanti.

Non v’ha città ormai che sia priva di qualche bella colleganza di cantori e di filarmonici.

Quella medesima, che dalle private conversazioni delle sue nobili famiglie, nel 1590, diè tanto impulso alla rigenerazione del canto, la bella Firenze nel breve tempo che tenne la sede capitale d’Italia, attese in vero anche a’ pregi suoi musicali; quivi fra le altre, la moderna Società Cherubini, fondata e diretta dalla zelantissima e valente signora Laussot, che alemanna rese onore al nome del gran fiorentino e al canto italiano, offrì interessantissime udizioni di classico canto corale.

Il canto dell’alta società trova risposta nelle camerate dell’ingenua scolaresca; e già le scuole elementari risuonano delle bianche voci guidate al nuovo insegnamento.

Ed in proposito oggi vien scritto:

Lo sviluppo di tali Scuole da qualche tempo manifestato, spinse altresì alla ricerca del metodo didattico elementare più semplice ed alle menti infantili più acconcio. A ciò provvide con felice invenzione il solerte prof. Varisco, fondatore in Milano d’una scuola di perfezionamento al canto corale, e d’una Orfeonica femminile, per la quale scrisse analoghi esercizj e cantate; e non risparmiando sacrifizi e studj, potè inoltre dopo lunga esperienza, presentare un nuovo istrumento musicale e un metodo didattico di canto in coro, che raggiunge precisamente lo scopo accennato. Il Guida-voci è un’elegante cassetta con una tastiera a due ottave. Il suono è più forte di quello dell’armonium; l’aria vien data da un piccolo mantice messo in movimento da un robinetto laterale, che il maestro fa scorrere colla mano sinistra, mentre colla destra tocca i tasti. Per comodità del docente, avvi un peso a piombo, il quale permette di battere il tempo, mentre l’istrumento somministra la nota di cui abbisogna. Per facilitare all’allievo la conoscenza delle note e degli accidenti musicali; il sullodato maestro ideò dei cartelli scritti in modo da riescire intelligibili anche ad una scolaresca numerosa, la quale senza alcuna difficoltà e fatica, potrà eseguire dopo poco tempo i piccoli solfeggi.

Un’autorità competente in materia, il cav. Lauro Rossi, al cui giudizio imparziale il maestro Varisco sottopose il guida-voci e il nuovo metodo, encomiò l’inventore, affermando che per la semplicità e pel poco costo il nuovo istrumento merita d’essere preso in considerazione, e di suggerirne l’uso alle Commissioni degli Asili e ai Presidenti scolastici; il che porterebbe non poco incremento allo sviluppo del canto corale, parte non ultima della moderna educazione, di cui si sentì il bisogno d’arricchire la crescente generazione. (Mondo Artistico, Milano, febbr. 1871.)

Nè solo all’educamento del popolo e de’ fanciulli per via del canto, si limitò il Varisco colle sue zelanti proposte e co’ suoi felici esperimenti, ma estese il suo disegno alla Istruzione delle scuole militari di canto, ritenute anche in questo campo, fonte di vantaggi morali, materiali ed artistici; e fin dal principio dell’anno 1870, ne ponea ad effetto una prova in Milano, col 30.º battaglione bersaglieri.

Se infatti, come scrisse il ministro generale Ricotti, «allorchè l’amministrazione, la giustizia, la guerra, la religione in una sol mano sono strette, la storia della milizia è la storia della nazione», quando nella milizia ai precetti dell’arte s’accoppia la civile istituzione, quella per sua parte è atta a concorrere al nesso felice, perocchè li suoi adetti saranno e soldati e concittadini.

La istituzione della nuova scuola dunque divien compimento del sistema educativo del soldato, destinato a tornare più regolato e più culto in seno alla famiglia; egli che in guerra anche a mezzo del canto avrà trovata la scintilla che accende ed infiamma il cuore dei generosi.

Il prof. B. E. Maineri encomiava gli sforzi efficaci del Varisco, ragionando pubblicamente sulla utilità del canto fra l’armi, e sui pratici esempj dei più strenui guerrieri.

Ed il tenente colonnello d’artiglieria Carlo Mariani, celebre autore di scritti militari, attestò il voto suo perchè la bella prova addivenga generale osservanza nella milizia, la cui missione assume un carattere eminentemente civile, in ragione non solo delle armi, ma degl’obblighi spettanti ai figli di libera terra. Ricordò come di tale istituzione tanto s’onori la Elvezia, che per opera di Haupert la possiede sino dal 1833. Convenne che, per la importanza appunto della ragione numerica, trar si potrebbero grandi masse corali, desiderate sempre nè avute sin oggi in Italia.

Confermò, che se Platone, sommo ammiratore delle militari virtù, consigliava si educasse il soldato alla musica — la quale il rende umano, ne esalta il cuore a sentimenti magnanimi, e lo infiamma alla pugna — giova che i nostri soldati imparino a cantare le forti imprese degli eroi e le generose azioni dei benefattori della umanità; e tornati alle loro famiglie, al villaggio nativo, facciansi propagatori di quelle canzoni, con molto profitto del sentimento nazionale, della sua morale, e dell’educazione del popolo[94].

Gli storici e i filosofi della musica constatarono che da quando le forme sensuali della musica teatrale sostituirono quelle della musica popolare, da camera e da chiesa, la bellissima fra l’arti belle cessò istantaneamente e completamente di concorrere colla sua potente efficacia alla parte educativa dell’uomo. — Perciò, quanto grande fu il bisogno di ristabilire il canto corale sull’antico e glorioso suo seggio, non v’ha chi nol veda; presso i popoli specialmente oltramontani è tenuto in altissimo onore.

Il prof. Giovanni Varisco accarezzò l’idea di fondare nelle principali città d’Italia Scuole normali musicali, le quali fornirebbero alle città minori abili docenti, e così fra non lungo tempo, sulle labbra del nostro popolo risuonerebbero non più canti sibaritici, bensì i solenni accenti ispirati da Dio, dalla Patria, e dalla Famiglia. — A facilitare l’istituzione di tali scuole, si dovrebbero annettere alle normali, letterarie, ecc. sì maschili che femminili. Il corso normale musicale potrebbe durare due anni, per un insegnamento inferiore, e per uno superiore. Di qui si avrebbero abili insegnanti di canto corale. E tale sarebbe il programma dell’egregio Varisco.

«Perfezionamento nello studio del canto corale. — Studj speciali di accompagnamento. — Conferenze allo scopo di mostrare praticamente il metodo più facile, più breve e in pari tempo più proficuo da tenersi nell’istruzione della musica popolare. — Nozioni di storia e di biografie musicali a partire dall’XI secolo, cioè da Guido monaco di Arezzo, inventore dei monosillabi musicali, giungendo sino ai più celebri musicisti dei nostri tempi. — Nozioni elementari di estetica musicale, che serve d’ampio corredo tanto agli studj musicali che ai letterarj. — Esecuzione di componimenti a diverse parti vocali.» Il nuovo edificio apporterebbe sensibili vantaggi all’arte ed alla civiltà. Gioverebbe a quella, iniziando ad una buona educazione gli eletti, e discoprendo più facilmente i tesori vocali che rimangono ignorati, se non si perdono nelle pratiche oscene de’ trivj e delle taverne, mentre alle scene sembrano divenire sempre più rari e più impreziosiscono quelli già manifesti. Concorrerebbe poi a ricondurre il popolo alla semplicità ed alla letizia degli abbandonati costumi, che invidiando guardiamo adesso fra le genti in apparenza più rozze ed in realtà più vergini e più felici.

I rapporti consolari delle regioni più remote dal superbo centro d’Europa ci ridestano all’ammirazione, ed invogliano noi sazj di magnifici canti a sentire l’umile solfeggio delle Scuole scandinave e de’ Seminari d’uomini e donne (o scuole normali), che in fra i precetti d’insegnamento hanno il Cantare Salmi in chiesa ove le facoltà naturali il permettano[95], e l’inneggiare all’accompagnamento de’ funeri, o al ritorno dalle pratiche religiose o dagli esercizj guerreschi per la fede di patria.

Il prof. E. Boucheron, che tiene la sede dei Gabuzj e dei Pellegrini alla metropolitana cappella lombarda, autore dell’accennato Corso completo di canto, e che non ha guari dettava un libro intitolato la Filosofia della Musica, solerte anch’egli alla civilizzatrice bisogna, lodò per le stampe[96] la proposta del Varisco d’un corso di perfezionamento nel canto per gli allievi ed allieve delle scuole normali; «persuaso che non si ritrarrà alcun pratico vantaggio dall’insegnamento del canto introdotto nelle scuole elementari finchè non venga affidato a persone di provata capacità.»

Egli pensa però che tale progetto non si possa attuare per le scuole suddette, se non a condizione d’un personale speciale, come è stabilito per la calligrafia, il disegno, e lavori d’ago. Mostra infatti la circostanza delle numerose materie da insegnare in dette scuole; e l’inconveniente per cui gli allievi e le allieve aspiranti al magistero, compiuti gli studj delle principali materie e ottenuta la patente d’idoneità, costretti sarebbero a impiegare altri due anni per abilitarsi nel ramo aggiunto.

«Ammesso invece il sistema dei docenti speciali, cessa il bisogno di prolungare il corso normale: il professore di canto sceglie nel primo anno gli allievi o allieve dotati di migliore disposizione, e su questi rivolge principalmente le sue cure, bastando che gli altri possano coadjuvare i primi; questi docenti speciali poi avranno un particolare interesse a ben istruire le loro classi, per poco si sappia eccitarne l’emulazione nell’atto stesso di sorvegliarne l’operato.»

Ottimo consiglio la cura de’ maestri e delle elementari scuole, più urgente dei trattamenti ai signori de’ conservatorj.

Che vale lo specioso titolo di professore ch’oggi ciascun s’arroga?...

Non perdano almeno questo di buono i cultori della musica, che più sensibili alle belle tradizioni dell’arte loro, conservarono l’onorato nome di Maestri, e non si umiliarono ancora a confessarsi miseri professionisti.

Sì; maestri di camera, maestri di cappella, maestri de’ cori, maestri al cembalo, maestri sulla scena, maestri compositori, maestri di canto. Umili pure, come quelli che insegnano gli elementi della parola, ma che possono forse vantare maggiori glorie de’ professionisti primarj e titolati perfezionisti. Chè, dagli elementi procede la sapienza gli elementi innalzarono tanti uomini grandi, e talvolta essi soli bastarono al genio.

Non si pensi subito alle splendide scene, ai famigerati artisti, ai sommi trionfi. Si pensi alla camera dei Caccini, ai fanciulli del Palestrina, alla popolana di Marcello.

Le stanze ed i chiostri, dove germogliò la scienza, dove le produzioni e gli esercizj del genio ricoverarono in altre persecuzioni di Vandali, e presso ad umili cultori anche in tempi barbari poterono prosperare.

Per la civilizzazione delle masse, ricercansi i maestri elementari delle lettere, più che i filosofi universitarj. Ed elemento precipuo d’incivilimento è la conoscenza e la pratica del linguaggio del canto; il canto di camera, di chiesa, di coro nelle oneste brigate; il maestro avveduto, paziente, modesto.

I Madrigali, le Ballate, i Mottetti, salvarono la dolcezza de’ canti in tempi di ferro; adentellarono i greci rigori ai costumi gentili; fondarono la nuov’arte sublime che dalla camera, dai chiostri e dai prati, passò alle scene liriche ed alle drammatiche.

Quelle cantate per le quali non richiedeansi i maestri di declamazione nè i profondi speculatori, essendo tutto l’anima e la voce di chi le modulava; e tenendosi per cosa secondaria o indifferente l’uno o l’altro accompagnamento, la poesia più o meno forbita, e perfino i medesimi compositori, dei quali, quasi a’ nostri ricordi, poco importava anche il nome, in confronto a quello degli esecutori.

Quindi, varietà immensa nei cantori, che tutti colorivano secondo il loro sentire; per modo che in ciascuno il canto era nuovo, originale; e quest’era la libertà feconda e famosa de’ grandi artisti dell’andato secolo; mentre adesso tutti s’imitano, ed in onta al genio ed alle disposizioni individuali il più vago linguaggio qual è il canto, resta prescritto dal primo o dal migliore interprete, e diventa quasi uniforme.

Che importa che l’ampiezza de’ teatri e la folla delle orchestre non ammettano che gli organi portentosi? V’hanno stanze da rallietare, ed amatori che non si possono escludere.

Nè mancano adesso quegl’aurei anelli di congiunzione, quelle sementi prolifiche d’ottimi frutti. Tengono il posto degli antichi madrigali e delle cantate, tante graziose e semplici composizioni moderne non ingombre di combinazioni fonetiche, nè bisognose di difficili accompagnamenti che sotto i nuovi nomi di Romanza, Preghiera, Versetto, Mattinata, Serenata, Notturno, Brindisi, Pensiero, Capriccio, Melodia, Stornello, appassionano soavemente; non sono inutili all’arte, nè dalla scienza e dal diletto devono andar trascurate.

Con esse vediam musicate tutte le forme di verso, e le più care e famigliari parole.

Anche il ritmo appunto dello stornello, ritenuto ripugnante alla regolare melodia, i nostri trovatori seppero impiegare; ed è ventura che anche a quello siansi famigliarizzati, poichè conferisce agevolmente la vaghezza e la novità che si vuole ai nostri canti abbisognare.

Queste belle lezioni dei migliori nostri maestri, saranno gli elementi che apparecchieranno alle grandi arie, alle caballette, ai rondeau, gli eletti alle espressioni solenni melodrammatiche.

Le nostre belle dame, prima d’affaticarsi colle scene dello Stiffelio e del Don Carlos, non modularono la geniale romanza Il Poveretto, musicata dall’ancora ignoto compositor di Busseto?

Avrebbe bastato Donizzetti ad arricchire di tali canti le nostre camere. Ma chi possede non cura: e nelle vaste aspirazioni, nel culto esagerato allo spettacolo, tiensi a vile il cantore di camera; e pochi compositori s’erano occupati a questo genere utile e vivo.

Fra i primi e più fedeli che inoltratisi come tutti i maestri nelle vie della creazione musicale con qualche semplice melodia, non disdegnarono poi la vena famigliare di Cimarosa, furono il Vaccaj, il Buzzola, Luigi Sangermano arpinate, ch’è pur l’autore di Goretta.

Tenne assai Napoli alle sue facili e ardenti Canzoni. (Vedi il Canzoniere del Florimo.)

La bella fonte delle romantiche Barcarole non è ancora scemata a Venezia. Dopo la ricchezza sparsa dal Buzzola pel mondo, Campana, Tonassi, Tessarin, Malipiero, danno felicissimi saggi.

Non mancano gl’Idilj alpigiani e campestri; i Ricordi orientali di Nicola de Giosa; gl’Inni di patria dell’Olivieri; i Cantici sacri degl’ultimi celebri maestri delle cappelle di Venezia e di Napoli, Buzzola, e Sarmiento[97], e dei viventi De Giosa, Tomadini, Tempia[98], Canneti, Terziani, F. M. Albini, Gerol. Barbieri, Pillotti, Sampieri, Cortellazzi, Bernardini da Buti, Giani da Viadana, de’ fratelli Cagnoni[99], imitatori degl’ultimi estri lasciati nella Pétit Messe da Rossini.

Alle dilavate Raccolte dei Marenzio, dei Guasco, dei Capuci, dei Squarcialupi, e d’altri antichi madrigalisti, subentrarono le Corone, i Serti di fiori, gli Albo de’ trovatori moderni[100].

Il Canzoniere testè pubblicato da Fr. G. Zingarle di Trieste, ad uso de’ fanciulli che frequentano le scuole minori, porge a questi modo opportuno e comoda ginnastica agl’organi vocali, educamento di buon gusto e d’affetti, interesse morale e umanitario[101]. Così le Cantate per gli Asili di infanzia d’Enrico Panicali di Fossombrone[102].

Altri canti facili e puri nell’Albo De Giosa[103]; altri in quello popolare di Giov. Frippo; in quelli melodici di L. Gordigiani, e di Filippo Coletti.

A Firenze, il maestro G. Palloni ci diè un nuovo Album vocalePensieri ed Anima — gentili melodie fra cui il pezzo stupendo: — Lamento d’una madre: piccolo riccio di capelli biondi — vero strazio dell’anima. Il Palloni, fido seguace della buona scuola di canto, è per la musica popolare un conservatore di quelle eccellenti tradizioni toscane, delle quali fu legittimo padre il Gordigiani; e successori suoi, il Luzzi e il Mariani.

Ivi pure, Favi pubblicò l’Iris Florentina; Vincenzo Capocelatro, Le Veglie[104]; Hackensöllner, Le Memorie d’una cantatrice (Marianna Barbieri-Nini).

A Roma, appena libera, lo Sgambati donò un Albo vocale, pel cui accompagnamento, peraltro, trovato oscuro e difficile, s’ebbe da’ critici il ricordo che gli stessi Schumann e Schubert scrivendo per camera rendevano semplici e piane le lor cantilene violentando l’istinto. Quivi nella capitale, con egual titolo, L. Militotti diede più schiette paesane reminiscenze.

Abbiamo quindi le Romanze del Fabiani e del Sangermano, dello Stanzieri che si fan largo a Parigi e a Londra come ogni cosa italiana che piace. Abbiamo le Napoletane di Luigi Mazzone, di Sessa, di Graziani, di Montenegro da Barletta, di Antonio Coppola da Catania.

In tanta fioritura di giardino melodico, perchè adunque fantasticare colla pretesa di genj, e sudare colle imprese de’ sapienti attorno le meditazioni e i labirinti stranieri, nelle chiese, ne’ teatri, e perfin nei nostri privati e geniali ritrovi? — Prendiamo intanto a scuola nostra e a diletto quello che subito e facile piace e s’apprende, come il puro concetto d’un libro educativo, il cui pregio è la chiarezza.

Che se il sapiente Schumann, il David alemanno, ne’ suoi precetti musicali, parlò talvolta a dispregio di cotesta musica facile d’indole veramente italiana, ebbe a smentirsi quasi nel periodo istesso dell’argomento suo, aggiungendo:

«Ascolta attentamente tutti i canti popolari, son dessi una miniera delle più belle melodie che ti aprono gli occhi intorno al carattere delle diverse nazioni.» Onde la Liedertafel famosa (tavola delle canzoni), in cui Zeller dipinse il suo popolo. Nè diversamente si informa il bellissimo libro A travers Chants, d’Ettore Berlioz: ed accenno soltanto il Canzoniere Lisinski a fedele fotografia della sua Polonia.

Badiamo che non s’avveri il dubbio di Delécluz, critico di molti studj e di squisito gusto, amantissimo della musica italiana e che la difese più volte dagli assalti del Conservatorio parigino, il quale in uno dei suoi ultimi articoli lamentò il decadimento nostro, vaticinandone quasi la diseredazione, colle dure e pur vere parole: «Gl’italiani de’ giorni nostri fanno dell’arte musicale quel medesimo governo che de’ poderi gli affittajuoli di mala fede, quando è per scadere il termine di locazione: diboscano, recidono, portano via il meglio e il più che possono, sfruttano e smungono il terreno, cessano dai buoni modi di coltura e mandano ogni cosa in rovina.»

Abbiamo il bene che ci ha dato Iddio, nostro, libero, campato nello spazio interamente; come Gioberti seguendo quanti furono scrittori d’estetica, considerò la prima e regina delle arti belle, che non si lascia stringere da regole e formule nella sua essenza, che non ha nella natura fisica nè tipi, nè forme, nè misure a cui tenersi e riferirsi; che fugge dalla imitazione e da servitù, destando in altri vaghezza ed eccitamento; e cercheremo nuovi miti, deità inanimate, ordini barbari, novità straniere?..

«Con consiglio che mai si giungerebbe dire compiutamente quanto e come improvvido, noi abbiamo ristretta l’esistenza della musica al melodramma — ebbe a dire non ha guari il Biaggi; — ed ora postergate le secolari e gloriose nostre tradizioni, posti in canzone i nostri grandi capolavori, compatiti i nostri grandi compositori, andiam cercando le teoriche del melodramma in Germania, e a quelle ci attacchiamo di preferenza che più sono avverse all’indole dell’arte nostra, al nostro gusto, alle nostre naturali attitudini. E intanto ecco che in Italia, nel paese cioè della melodia e del canto, ha vita lunga e fortunatissima, la Marta, opera certo pregevole, ma la cui esistenza appena si sarebbe avvertita fra noi quando scrivevano il Donizzetti, il Mercadante, il Pacini. Ed ecco che si mette sugli altari il Faust, opera pregievolissima anch’essa e degna di studio per più di un rispetto, ma che tolta a modello, non potrà riuscire ad altro che a impicciolire e ingrettire l’arte nostra, portandola dal discorso magniloquente alle piccole frasi e ai giuochi di parole, dalle linee grandi ed ardite de’ frescanti, alla minuta e paziente punteggiatura de’ miniatori[105]

Conchiudo in proposito con la felice espressione del celebre costruttore d’organi vicentino G. B. De Lorenzi: «Studiamo i classici d’ogni nazione e poi scriviamo italiano[106]

E col nostro istinto italiano diamoci pure al facile nostro canto. — È il cantar gentil d’Ausonia onore e vanto —; non l’arruffato, il tetro, nè il cantar spietato.

Cantiamo adunque nelle nostre stanze, e sentiremo meno apatìa nei teatri.

Cantiamo nelle scuole popolari, e avremo dalla natura quello che l’arte ci lascia desiderare.

Fu detto che in Italia siam tutti artisti; e siamo dunque tutti anche cantori. E come artisti e cantori non deve muoverci a sprezzo l’umile scuola, nè il rozzo porgere di qualche insegnante, o il distratto vezzo di imperiti scolari. Chi non sa quai tesori possano ivi scoprirsi! Chi non sa, che alcune note al di sopra di que’ cori non ci rivelino una Catalani o un Duprez!

«Ecco le speranze della Francia,» ripetea sovente il bravo Alessandro Choron, presentando i poveri allievi della sua scuola elementare che andava raccogliendo nei villaggi, e lungo le strade più miserabili di Parigi.

E la scuola di Choron e di Ramier, che fu una delle più rimarcabili istituzioni secondarie che fossero state introdotte nel 1816 dalla munificenza della Ristorazione, nel breve periodo di sua esistenza, perocchè disparve nel 1830 col governo che l’avea creata, era giunta ad incendiare d’invidia il superbo Conservatorio che rimaneva lì, come sterile monolite accanto il campicello ubertoso, umiliato dai frutti straordinarj generati sì presto a gloria della Francia nell’arte del canto che nel primario istituto parea quasi spenta.

Eppur notavasi Hèrold come una celebrità, premier chef du chant alla Reale Accademia.

La umile scuola elementare, malgrado la sua breve esperienza ebbe gran parte col movimento musicale di quell’epoca, ed influì sommamente alla propagazione dei veri principj dell’arte.

E quivi pure non era estraneo l’elemento italiano; chè il metodo che si professava alla scuola di Choron era poi quello del Mengozzi, dal quale maestro era sorto il più ammirabile cantante francese che sia mai stato il Garat. Fu detto dallo Scudo che, il gusto squisito e lo stile pieno di passione drammatica e di grazia di questo celebre allievo del Mengozzi, era un composto della bella dicitura francese e della vocalizzazione italiana. L’arte e il colorito del suo canto non avean nulla a che fare col cosiddetto urlo francese del Nourrit padre, del Dèrivis, e di Madama Branchu, già colossi dell’Opèra. Non da questi, ma dall’umile focolare de’ buoni studj, vennero Levasseur, Adolfo Nourrit figlio, e la Damoreau, della nuova scuola francese.

Ma il direttore Choron e il docente Ramier erano veri maestri di canto.

Il primo, senza tanto apparecchio di diplomi, ma tratto da una potente inclinazione, s’era dato benchè tardi allo studio della musica sotto i consigli dell’ab. Roze, quando avea potuto superare l’opposizione dei parenti, a venticinque anni; nè giunse a farsi compositore. Ma era dotato d’una squisita sensibilità, d’un profondo sentimento del vero; s’era ornato di buona erudizione, e d’una seria conoscenza della storia dell’arte; e s’avea fatto un colpo d’occhio di penetrazione veramente profetica. A Duprez fanciullo, dalla voce debole e incerta, Choron diceva: Tu sarai il primo cantor del tuo tempo.

Per la sua delicata e sensibile organizzazione e pegli studj in cui s’era specialmente intrattenuto, egli avea una predilezione quasi esclusiva all’antica scuola italiana. Iniziava a que’ principj i suoi allievi, alla pratica de’ grandi maestri, segnatamente Scarlatti, Pergolese, Porpora, de’ quali facea a loro cantare le limpide melodie, sprovviste d’ogni futile ornamento, ma ricche d’incomparabile semplicità e bellezza. Là il cantore riconosce le proprie forze, e lotta colle difficoltà tanto più ardue quanto elleno sono tutte del sentimento. E Choron vi ponea l’anima nella sua istruzione; s’abbandonava alle emozioni, e gestiva, cantava, rideva, piangeva, fosse nella solitaria sua stanza o in isplendida adunanza. Amava molto i suoi allievi, dai quali egli era adorato; li sapea entusiasmare, e li dirigeva nella via che conveniva alle loro speciali disposizioni.

Erano i suoi tesori, che nei giorni di riposo e cogli scarsi risparmj, andava cercando nei borghi e nelle ville, penetrando nei collegi e nelle scuole, e coll’arte di padre sapea affezionarseli. Vivea per loro: e quel giorno che gli furono tolti, quando il governo abbandonò la sua scuola, se ne morì di dolore.

Nel numero degli allievi che fecero epoca alla scuola di Choron, quattro specialmente erano i favoriti, messi sempre dinnanzi quando il maestro volea dare un buon saggio di suo insegnamento. Erano: Duprez, che fu il celebre tenore dell’Opèra; Boulanger-Küntze, poi buon professore di canto a Parigi; Vachon, che fuori d’Europa portò i suoi talenti; e il veneziano Scudo, narratore di questa pagina, bozzetto interessante, ch’io reputo il miglior ritratto d’un bravo e modesto maestro, e il pegno d’affetto più nobile e più espressivo del cantore discepolo riconoscente.

«Ciascuno di questi giovani allievi con più o meno disposizione aveva un genere suo particolare, che il maestro sapea discernere e indirizzare.»

A sedici anni, Duprez già possedeva quello stile largo, quel canto spianato che gli valse la sua bella riputazione.

In ragione del talento che questi allievi promettevano, e dell’alto favore di cui essi godevano presso il capo dello stabilimento, li si onorava della qualifica d’Artisti.

V’era una festa, un pranzo, una serata; Choron vi si recava accompagnato dai suoi quattro evangelisti.

I giorni di vacanza, quand’egli avea danaro, ciò che non era sempre, veniva a passo di lupo al refettorio, e diceva all’orecchio d’uno di noi: — non v’impinzate tanto... avremo oggi la merendata. — Allora le forchette s’arrestavano, anche innanzi ai bocconi più ghiotti... Madama Choron lo rimproverava... egli partiasi ridendo.

Un giorno giunse alla scuola anelante. Ci fe’ chiamare tutti quattro. — V’hanno delle novità, ci disse; il ministro del re è cangiato, v’ha adesso M. de Lauriston, sì mal disposto per noi che, vuol sopprimere la scuola. Ottenni, con fatica, che prima di prendere una tal decisione, egli volesse almeno sentirci. Vi andremo questa sera: coraggio! Ne va dell’avvenir di noi tutti; bisogna cantare ciò che meglio sapete: prima un’aria ciascuno, poscia due duo.

Duprez, vien qua figlio mio, tu canterai: O des amants déité tutélaire! Tu Boulanger: Oh que je fus bien inspirée! Tu, mio gran matto di Vachon: Di piacer mi balza il cor. E tu mio bel veneziano: Non più andrai farfallone amoroso.... Ah, signor Lauriston, voi volete congedarci, lo vedremo. — E ripetendo le arie, seguiva: — non resisterà, no, no; e i signori del conservatorio ne saran disperati — e rideva, saltava, cantava. — Tutto andrà bene, tutto andrà bene...! Andate a spazzolare i vostri abiti, gli stivali, pulite i vostri bottoni; siate lucenti, raggianti; e sopratutto mangiate poco, mi capite? vi si darà un dito di Medoc per eccitarvi la imaginazione. —

La sera, al palazzo del Ministro, fummo introdotti in un vasto salone... e presentati ad una dozzina di giudici...

M. Panseron si pose al piano per accompagnarci, e con qualche accordo ci diè tempo a respirare fra il terribile battito del nostro cuore.

Un silenzio profondo si fece, e tutti gli sguardi si fissarono su di noi. Dopo alquante battute un mormorio d’approvazione venne a dilatare i nostri petti. La nostra voce vibra e si espande, il nostro stile s’eleva; ci si copre d’applausi. Bene, bravo, ci si dicea d’ogni parte. — Sì, sì, bravo, sublime! ripetea il maestro pieno di lagrime; ricominciate, figli miei, tutto va bene; e sotto voce: La Francia è salvata!... —

Quella sera memorabile finì felicemente come avea cominciata... e la scuola fu mantenuta.

Da quella scuola medesima venne Rosa Niva, raccolta d’in sulla strada da Ramier, altro maestro dal carattere e dal fare del tenero Choron di cui era dipendente, imitatore, ed amico. Un la magnifico di soprano sortito a caso dalla bocca della fanciulla le avea guadagnato la protezione dell’uomo generoso, dell’appassionato cantore, che prima di coltivar quella voce, prese a dispor l’animo quasi selvaggio della povera abbandonata, e comporne l’esterna figura che lasciava appena un’ombra di qualche interesse, cominciando a prescriverle otto giorni alla purificazion delle mani.

Coll’amore, col rigore, colla costanza della Provvidenza, ridusse quella personcina pulita e graziosa, piegò il suo animo all’ordine e alla obbedienza, la lingua alle facili espressioni, il fare alle maniere gentili, sviluppò poi quella voce ai modi più soavi. Giunse a non poterla riguardare senza sentirsi fiero d’averla così rigenerata; nè potè udire gli altri a lodarla senza scorgere in loro un’invidia che gli aumentava la gloria.

Perfezionò l’opera del suo cuore; e quando se la vide staccare dal nuovo destino che aspettava la giovane cantatrice, Ramier soffrì lo strazio colla rassegnazione paterna. Dagli splendidi palchi de’ suoi trionfi, ella divenuta celebre, riconobbe talvolta nel fondo dell’orchestra l’amoroso maestro che piangeva di tenerezza, e la commozione le toglieva la voce, e gli rispondeva col pianto.

L’allieva di quell’umile scuola era Rosina Stolz; del cui nome altre non meno celebri udimmo ai nostri giorni, e che avremo qui ad accennare.

Sotto le toccanti figure di questi maestri, non vi par di vedere i modesti ritratti degli antichi Maestri de’ fanciulli, e di tanti maestri dei villaggi, che dalle piccole scuole e dalle devote cappelle diedero alle storie ed al mondo i più illustri musicisti e cantori?

E queste scuole, non potrebbero giovare ancora, meglio forse che i superbi istituti, secondo le antiche tradizioni d’Italia e coi frutti copiosi dei classici tempi?

Nell’umiltà e nell’amore fecondano i genj.

Dalle minute sementi crescono i più nobili arbusti; colle pianticelle s’infoltano i boschi; la educazione di quelle dev’essere la cura che precede la vaghezza degli artificj e l’opportunità di loro trapiantamento.

Ma alle scuole primarie anche del canto, ai piedestalli di tant’arte, si accorderanno le riforme volute dal progresso medesimo che non permette il loro abbandono, o la lor trascuranza.

Ed anzi tutto, sarà d’uopo ridestare il valor nei maestri, la volontà negli scolari; e negli uni e negl’altri l’amore.

Inutili sarebbero tutte le scuole se disgraziatamente dovesse ripetersi a lungo: Dove trovare un buon maestro di canto?... Fatal ricerca, che rese facile un’altra: Chi vuol sommettersi a un bravo istitutore?..

«Sì, a che giova tacerlo? La vera scuola dei canto è in abbandono.» Mi valgo di alcune belle parole del cantante e maestro Luigi Celentano[107] perchè il loro lamento sembrami contenere un utile programma alle buone scuole desiderate.

«E moralmente abbandonata; perchè non pochi sono i discenti, nè mancano, per ora, institutori; ma non più, in generale, si apprende e s’insegna seriamente l’arte del cantare.

È vana cosa propugnare a voce i precetti contenuti nelle prefazioni dei classici metodi, se poi non si ha il coraggio di seguirli nella applicazione, e manca la forza autorevole di farli apprezzare, o se questa forza e quel coraggio s’infrangono in faccia alla corrente che tutti involge e trascina.

Dove sono gli studj lunghi e severi, coi quali già ben riconosciuta l’indole della voce, la gola dell’allievo giungeva ad acquistare sicurezza d’istrumento?

Dov’è la paziente ricerca della più vera emissione del suono, in cui la nota tenuta o messa di voce, nell’atto che sceverava e piantava il più bel suono, insegnava la tranquilla e profonda respirazione, il sostegno ed equilibrio del fiato, e la parabola sonora, base della mezza voce e di tutte le innumerabili gradazioni del chiaroscuro?

Dove sono le progressive esercitazioni d’ogni maniera di vocalizzi, onde, insieme all’impasto di tutti i registri e alla facilità dell’estensione, si otteneva la morbida concatenazione de’ suoni e lo stacco, la varietà del colorito nell’unità di metallo, e il mezzo artistico di tenere sempre esercitata la voce nel suo vero bello, o di svegliarla se per lungo silenzio pareva fioca?

Dov’è quel complesso di tanti accertamenti che menano a quella suprema sicurezza d’intonazione, che si ride d’ogni tempesta, e che vuol dirsi infallibile, non già quando giunge a sfuggire alla riprensione, ma se dà pace alle orecchie?

Dov’è più la fermezza del metodo, che nel maestro è certezza di giungere, senza fallo, allo scopo studiando e soccorrendo la tempra speciale di ciascuna voce; e in chi apprende è abito costante e radicato di rispettare, nella pratica i confini dei proprii mezzi, sì che riescano esercitati, non consunti dall’uso?

Dov’è l’antico rigore, l’antica docilità, l’antico coraggio di spendere degli anni per avvicinarsi alla meta, che una più alta e non iscoraggiante coscienza dell’arte diceva sì lontana, da non potersi toccare?

Il più largo uso del canto declamato, nelle sue forme sillabiche (trascorso tant’oltre, che oggi l’interpretazione esecutiva soverchia la misura dell’arte e l’intenzione degli autori), ha turbato e sconvolto il metodo didascalico.

La vera scuola si travagliava prima a formare l’istrumento per facilità e modulazione, e poi, come a corona dell’insegnamento, perveniva, segnatamente con lo studio del recitativo, a forbire la sentita pronunzia cantabile della parola, in che rifulge la sovraeccellenza dell’organo canoro. Tutti i pregi e i modi tutti dell’arte, non erano altrimenti studiati, che nel suono puro e schietto della voce, al quale solamente appartengono; e la parola era tenuta, qual è veramente, l’ultima modificazione di esso. Percorrendo ogni maniera di combinazioni di note nei rispettivi registri, perveniva la gola a maneggiare tutte le trasformazioni del primitivo suono vocale, serbandone sempre la maggiore bellezza, il più libero corso, e la più variata unità, ch’è ciò che dicesi modular la voce. Lo studio, le cure, le ricerche, gli accorgimenti, la pazienza, il disinganno o la gioja, non eran riferibili che al suono e all’istrumento. Quando poi questo suono timbrato e modulato, padrone di sè e ricco di belle forme, muoveva finalmente ad abbracciar la parola, lo scopo poteva già dirsi ottenuto, poichè degno di accoglierla, era pur così vigoroso, che non vacillava a sostenerla.

La scuola dei moderni, all’opposto, ben poco si profonda nel meccanismo dell’istrumento, e nell’organizzazione dei suoni in rispetto ai pregi ed alle difficoltà generali dell’arte. Nè gradazione, nè certezza di metodo, nè flemma di preparare e attendere lontani risultati. Sempre in cerca di nuove e non sicure scorciatoje, s’industria piuttosto d’ajutare la buona disposizione dei frettolosi scolari. Con viva e non intermessa preoccupazione d’ingrossare il corpo delle voci, dopo un discreto numero di solfeggi, passa rapidamente al sospirato canto con la parola nei pezzi delle opere, e, in men che si creda agli spartiti. Chi più promette meno s’indugia, e vola a sua fortuna; e più spesso rimane a struggersi al bello dell’arte sol chi per difetto di voce, s’è visto impotente a sposarla. Su gli spartiti si fa una certa pratica di musica (se pur non ajuta l’orecchio) e si cerca d’acquistare quel che dicono spolvero, chè è la maschera dell’arte. Si chiariscono difficoltà elementari a misura che si presentano, puntando o troncando a dirittura, le altre a cui si mostra ribelle l’infantile inesperienza dei candidati della scena.

Accelerati in tal modo i passi, e confusi i criterii, non si coglie nel segno, e torna più facile scambiare i soli pregi dell’arte con le immediate rispettive esagerazioni, che sono altrettanti difetti. Per avere la forza si fa allo sforzo; per la sonorità al grido; per l’impeto al conato; si vuole il piano, e s’ha lo sfiatato; bisogna l’oscillazione, e si è contenti dello stridore, s’evita la grazia per non dare nello sguajato. La respirazione, in tanto sciupo, divenendo affannosa non abbraccia la frase musicale, tradisce il ritmo, spezza la parola: e le voci, faticando a disagio, si spossano nell’atto appunto che si vorrebbe avvezzarle alla teatrale fatica!

Gli scolari impazienti sogliono passare da un maestro all’altro per l’unica ragione di fare più presto. I più brevi son tenuti più bravi.

Di costoro, in sul declivio dell’arte s’è ingrossata la schiera, giacchè non pochi son venuti a prender posto nel campo inseminato e infecondo. Ignari del meccanismo vocale (cioè di quel complesso di norme di esperienza e tradizione imitativa, con le quali, studiando il fatto estrinseco dei suoni, si determina, si regola, e si assicura il maneggio dell’invisibile strumento), trovano proseliti a cieche e lusinghevoli massime: «che al canto basta la buona voce; che la natura fa da sè; che la bella disposizione fa miracoli, che con gusto e intelligenza si arriva a tutto; che in ogni caso il teatro fa il resto.»

Nè questi inganni parvero nel fatto smentiti quando i nuovi cantanti improvvisati, salite le scene, vi trovarono un repertorio che poteva, fin a un certo segno, mascherare la loro imperizia, e gli applausi del pubblico, che generoso con gli esordienti, si malavezzava alla depravazione dell’arte.

I migliori maestri in ogni centro musicale d’Italia, stimati per pruove d’incontestabile valore, han dovuto accorgersi che, dicendo il vero, si predicava al deserto. Taluni si son tratti fuori del terreno nel fervore della lotta! Han quasi abbandonata l’ambizione di formare allievi al teatro, ch’è sì cara, come sapevano gli antichi, che per lei lasciavano la scena: e si tengono modestamente paghi a far delibare l’arte a chi la coltiva per diletto, o forse anche per affetto. Ma lo scopo non si raggiunge; perocchè costoro, sebbene non incalzati dallo spettro dell’odierna carriera, restano sempre lontanissimi dalla vera responsabilità dell’arte, e da quell’altezza invidiata, cui solo l’artista, nella febbre continua delle emozioni, pel coraggio instancabile di mille prove rischiose, e per l’alterna vicenda di trionfi e cadute, ha diritto di aspirare. Altri per non restare isolati, e mantenendosi severi a parole, si lasciano rapire nel fatto, più o meno a malincuore dalla bieca corrente; pur non disperando che questa trovi un argine più forte del loro volere.

E intanto quest’arte divenuta, come per incantesimo, la cosa meno disagevole di questo mondo, falsata nella maggioranza delle scuole è parimente tradita pressochè su tutte le scene. Avidi speculatori, per guadagno giornaliero vi adescano giovani poco esperti, i quali perdono voce e speranza, e tosto disillusi, cedono ad altri più illusi il posto di cui niuno s’è reso meritevole. Fatta quasi impossibile una vera carriera (che vuol dire progresso di fama e di fortuna), i nostri giovani contemporanei, tranne poche o meritate o fortunate eccezioni, salgono e scendono in balìa del caso e degli intrighi dei mezzani. Acquistando un falso coraggio, che non è quello del sapere e dell’esperienza, allora s’avveggono della distanza che li separa dall’arte, quando a fronte di artisti di più antica e severa disciplina, messi a cantare un genere, a cui non è del tutto applicabile la panacéa del declamato, affogano nei cantabili, non sorretti da fragoroso strumentale.

Anzi mancando la sicurezza, che vien dallo studio, le più belle intenzioni dell’arte sembrano, in faccia al pubblico, piene di pericoli. Si rifugge per ciò dalla mezza voce, e da ogni altra finezza e delicatura di modi eleganti (che sono, a un tempo, squisitezze d’arte e riposi), e si è costretti ad abbracciare, come più sopportabile e sicura, la fatica suprema ed ignobile di cacciar fuori a tutta possa la voce. E felice chi arriva alla fine!

Oggi, segnatamente per gli uomini, danno a pensare poche note, scorrenti di seguito su d’una stessa vocale. Dove si può s’infarciscono sillabe a ricovrir note. Nelle stesse chiuse degli adagi, ove si soleva aspettare, e gustare qualche acconcio abbellimento vocale, che tuttavia i compositori sogliono lasciare a piacere, si ricorre all’arido ripiego di rimartellare le parole, già ripetute abbastanza nella melodia. Chi concerta la musica propria o l’altrui, si fa più ardito ogni dì a sfollare gli agglomeramenti di note, come più e più van divenendo ineseguibili. E si avverte la caratteristica differenza tra i più antichi e più recenti cantanti, che quelli sorvolavano il passaggio astruso sdrucciolando su la parola e abbandonandosi al vocalizzo; e questi, sol calcando la sillaba, giungono a schermirsi dalle scabrose intonazioni.

I più accorti badano anche a cangiar la parola, per incontrar su la nota di pericolo, o d’effetto, la vocale meno sfavorevole alla propria voce. Accorgimento naturale nei cantanti moderni conforme alle ultime delicate esperienze dell’Aesticau sul fenomeno del suono, le quali dimostrano come — per ciascuna vocale vi ha sulla scala musicale delle note privilegiate che danno al suono il suo colore specifico e il suo pieno valore; e per trarre il miglior partito dall’istrumento della voce non si dovrebbe cantare su d’una data vocale che certe note soltanto. — Ma così le recenti indagini scientifiche e l’istinto pratico odierno mettono sempre più in luce la superiorità e la grandezza dell’antica scuola italiana, che invece di temprare i suoni nelle vocali, sapeva trovare nella voce, e vi piantava e radicava quella conciliante e studiata unità di suono, che tutte le abbraccia e fa intendere, senza cangiar l’appoggio per ciascheduna.»

Ecco riassunte da questo egregio conoscitore alcune osservazioni da noi in precedenza annotate, altre da migliori pratici e studiosi desunte[108]; ecco le prove, come diè a divedere il Mazzucato, di mancanza di scienza nei pretesi maestri, e di voglia negli scolari di tutt’altro che scienza.

Ecco le cause, per le quali, anche a mio vedere, mentre i Conservatorj fioriscono per la composizione, in cui indispensabilmente si studia, si spopolano nelle scuole di canto, a segno di tenerle e fuggirle come nocive.

Ammessa qualche modificazione nei severi quanto schietti giudizj del Celentano, e inteso per bene il lungo e accurato studio, non in base al sistema, ma alla conoscenza del macchinismo e alla azione dell’organo vocale, ed alle variabili condizioni da educare, sembrami che da quel riassunto potrebbonsi ricavare i precetti migliori alla interpretazione de’ metodi, alla savia loro applicazione, e per conseguenza alla formazione delle voci da teatro o da camera atte al mantenimento ed al progresso dell’arte, al diletto perenne in un colla istruzione degli uditori, precetti valevoli al cantante ed alla sua fama.