Abbiamo cominciato in queste memorie osservando, fin dagli indizj che i più remoti tempi serbano alla storia, spossato il canto melodico alle armonie dell’arpe e dei cori.
Poeti e divinatori Egizj, Greci, ed Ebrei intuonarono invenzioni e reminiscenze cui risposero popoli, guerrieri e leviti con immenso concerto; come alla prima stella innumerevoli astri fanno corteggio.
Ben lo intesero i genj superiori; e Salomone invaghito del proprio patetico canto, non escluse le migliaja di bianche stole che gli tenessero bordone.
Sia pace adunque anche alla moderna gran patria dei perfetti Corali, solenni d’innumerevoli esattissime voci, purchè quella non voglia escludere superbamente la davidica ispirazione.
La tendenza alle armoniche speculazioni è sublime allora che segue la voce superna cagione di quelle e regolatrice.
In questo grande concetto Händel armonizzò melodiando, siccome Sphor melodiò nell’armonia.
Si ripetano adunque i sublimi canti degli antichi popoli: Noi siam del Signore, cantano a mille voci i vangelici della Germania, sopra la patetica lamentanza di chi ricorda il piagato di Nazaret[137].
Ecco il Messia, ripete un infinito coro ad una rivelazione dell’epopeja cristiana nella sacra Armonica Società di Londra[138], e in quella biblica, L’Israele in Egitto è redivivo nei grandi oratorj Händeliani.
Fino dal 1785 tali enormi concerti iniziavansi nella mondiale metropoli col concorso di 600 cantori; ma nel 1868, nell’Händel Festival del Palazzo di cristallo per l’esecuzione dell’oratorio il Messia, s’unirono in coro fin 3067 cantanti, accompagnati da 500 suonatori.
I cantori dell’universo ivi s’erano dati la posta; e 781 venuti dalle provincie d’Inghilterra, e dalla Scozia — sottoposta al Polo; altri ne manda — la divisa dal mondo ultima Irlanda. —
Di tale memorabile coro, diretto dall’italiano Costa, fu detto che «nell’assieme, l’articolazione delle parole era distinta come se uscissero da una sola capacissima bocca.» Ed aggiungo, che, tanto risuono non impedì la melodia scendesse a ricercar talvolta le arcane fibre del cuore.
Tale avvenimento nella storia del canto è degno di tutto il suo progresso, e ci ricongiunge, per così dire, col circolo indefinito di Vico, all’incompresa grandezza degli Omerici canti.
Nel giugno 1871, ricorrendo il grande triennale, rinnovossi il Festival con un coro di 4000 voci e proporzionata orchestra avanti un pubblico di 30,000 persone nel medesimo Cristal Palace raccolto. Nel tempo stesso all’Albert Hall altri 2000 cantori accompagnano le signore Titiens, Sinico e Trebelli nelle sublimi frasi Rossiniane dello Stabat Mater.
Pel Temperance Festival del 27 luglio 1872 a Londra s’unirono 5000 voci.
Questo gran coro viene ripetuto alla corte vicereale di Simla nell’Indie, assieme alla Gallia, Salma o cantata di Gounod, e a quella Edenland, di Marras in Ceylan ed altre lontane regioni Indiane e nelle Americhe, dove gl’inglesi specialmente diffusero la passione dei cori, che trovano egregi direttori quali, Gerome Hopkins, Gottschalk, Hous-Balatka anche fra gli americani.
Nell’esercizio di sì grandiosi moderni concerti, bisogna pure accordare buon merito alle nuove Società tedesche, che vanno a gara per ridestare le solenni memorie di quelle masse che accompagnar doveano i canti di Fingallo e d’Erminio.
Ogni ceto di persone vi prende parte, perocchè intendano essere il canto e la musica, linguaggio e insegnamento comune.
Non disdegnano il connubio d’altre voci per ambire lo sterile privilegio di cantar solitarj; come quegl’immondi che pretendono di soddisfar meglio ai precetti della religione d’amore, avvinti alla legge di tenersene schivi, e rinunziano ai cari legami pei quali il Creatore chiamò tutti gli uomini nel coro comune della società e della famiglia.
Quindi bene comprendono i docili alemani l’insegnamento degli antichi, richiamato da Schumann, che, chi vuol essere buon musicista deve esercitarsi assiduamente nei cori[139], come dagli esercitati nelle file sorge il miglior generale, e colla pratica di sì buon precetto, porgono un bell’esempio, che in questa parte anche gl’italiani dovrebbero veramente imitare.
Nè soltanto ai riguardi dell’arte, ma, come chiaro apparisce, anche a vantaggio della nazionale educazione. Chè i canti del popolo, disse Herder, sono i suoi archivi, il tesoro della sua scienza, della sua religione, della sua teogonia e cosmogonia, della vita de’ suoi padri, de’ fasti della sua storia.
L’associamento al canto cominciato anche in Isvizzera per opera d’Haupert nel 1833, segnò quasi un nuovo periodo di moralità in quelle contrade.
In Prussia, auspice Lutero, compì la riforma del movimento intellettivo, che per la Sassonia, Baden e Württemberg, si diffuse anche nella Baviera e nell’Austria.
Anche le città più ristrette possedono un corpo di bene addestrati cantori, che presso ad altre nazioni non si potrebbe forse raccogliere se non da più luoghi. E ricordo, in Innsbruck, nel 1868, aver veduto radunarsi in brev’ora un magnifico coro di duecento voci maschie e muliebri, per cantare a quel teatro imperiale l’Oratorio di Sphor.
A Baden-Baden, la Messa di Rossini, con straordinarj rinforzi di masse corali. Parimenti a Göteborg, ove dirigeva un Patti; a Kannstadt per opera del Molique maestro alla vicina Stuttgard; ed a Mehadia, luogo di bagni nell’Ungheria, dove si danno grandi concerti.
Alla Cappella già ducale di Dessau, dove Federico Schneider, dapprima organista di Lipsia, fu rinomato maestro, questi potè trovare elementi per le sue grandiose composizioni rituali, come il ben riuscito Giudizio universale che si ricanta nelle città tedesche; per le quali il medesimo autore fino dal 1853 in cui morì, lasciava un solenne Tedeum Cesareo, profetando non lontano un nuovo Germanico Imperatore[140].
A Bayreuth s’inaugura il teatro Wagner (1872) con oltre trecento cantori.
La Società Filarmonica Viennese (Gesellschaft der Musikfreunde) è una delle istituzioni musicali, più grandiose, complete e perfette che esistano; non solamente è un eccellente Conservatorio per l’educazione musicale in ogni ramo dell’arte; è anche il tempio consacrato alla esecuzione delle musiche più belle e difficili, all’udizione degli artisti e virtuosi più eminenti. È fondata da un pezzo, ma si è rinnovata su basi più vaste, pochi anni fa, collo scopo anche di erigere un apposito edifizio per le Scuole e pei concerti.
La sola proficua ingerenza dello Stato fu il lauto dono fatto dall’Imperatore alla Società dell’area per la costruzione del sontuoso edifizio.
Ora dirige il Dessoff, e insegna il nostro Marchesi.
Vienna poi ha più di sessanta Società corali, bene organizzate e fiorenti. Fra queste: la Società del canto corale — dell’Accademia corale — del canto corale maschile — del canto accademico corale — del canto Francesco Schubert — cui si eresse splendido monumento (maggio 1872).
Queste concorrono fraternamente a formare le grandi masse ne’ solenni concerti, come fu nel 1870, per le feste di Beethoven, in cui s’ammirò un corpo corale di ben 300 voci, di soprano e di basso specialmente bellissime, ed educatissime tutte, che richiamarono a viva memoria la Messa solenne di quel compositore.
E in tal circostanza meritarono distintamente i solisti di canto per la Nona Sinfonia, a quattro voci, la Wilt, soprano; la Bettelheim, contralto; il Labatt, tenore; e lo Schmid basso, che condussero a meraviglia quel quartetto vocale, con quelle note che pajono sbagliate, talmente sono ardite, da rendere scabrosa oltre ogni dire la intonazione.
Il tenore Walter, di buona scuola, in oggi il miglior cantante del teatro imperiale, non potè nascondere che la sua voce è disgraziatamente spirante: come la Dustmann, alla magnifica voce ed al gran sentimento, ma senza scuola, rivelò passato omai colla sua freschezza anche l’interesse ad occuparsi de’ suoi difetti.
Beck non avea che un buon resto di mezzi vocali e l’aspetto, come Draxler dalla voce di legno.
La Tellheim, nell’ardua prova vide essa pure smarrir la stella — che per istanti la fortuna accorda. —
Se la marmorea effigie di Beethoven avesse potuto pronunziare sentenza, non s’avrebbe mostrata tristissima della sordità per tanti anni funesta, e sarebbe ricorsa alle memorie del 1814, quando essendo maestro della cappella viennese Umlauff, cantava il suo Fidelio colla Milder-Hauptmann l’italiano Radichi.
Anche la Francia coltiva passionatamente le sue truppe d’artisti che conservano le corali cantilene sue tradizionali e che alle comiche scene con garbo intrecciano il canto. La parigina Schneider è alla testa delle attrici-cantanti d’operette; e specialmente nella Francia meridionale formansi compagnie di cantori, che varcano i loro confini e viaggiano per far sentire cori e le canzoni di Provenza e di Linguadoca.
Le pastorali canzoni, i melanconici idilj! Ma, e gli entusiastici cori delle sue masse marziali?.... ahi, che almen per ora, spirano sulle labbra ai franchi le note di Rouget-de-l’Ile potenti per tutto un secolo a suscitare, come i morti d’Ezechiello, i figli di quella terra a migliaia, per combattere gloriosamente.
Ripigliano invece la forza di milioni di voci, e si diffondono con êco imponente per le campagne dell’Alemagna, le cantate di Körner che parevano spente coll’eroico suo inventore sul campo di Schwerin dal Genio di Corsica.
E per tutta Europa, baldi d’inaudite vittorie, i Germani cantori non si peritano più di far sentire l’Inno della spada, di Weber; la Guardia del Reno, di Wilhelm, Dio lo vuole, di Mendelssohn; i Brindisi (Trinklied), di Marschner; le Marcie, di Stiehl.
Anche i soldati d’Iberia nella riconquista delle loro libertà riprendono lena a intuonare la lor Madrilena. I Magiari rinnovano liberamente i loro cori inaugurati nel 1848 dall’artigliero immortale di Segeswar, Sandor; dall’ultimo cigno che accompagnò le titanniche prove, Alessandro Petöfi.
Perfino le brevi legioni dei nipoti di Temistocle e di Epaminonda ripetono i canti che le riscosse al sacro entusiasmo di Riga.
E l’Italia?!... Oh può anch’ella finalmente rinnovare i suoi cori nella vasta famiglia del suo esercito, nella fratellanza de’ suoi cittadini, che da barbare separazioni il numero non le vien più conteso.
Prodromo fatidico di questi canti cumulativi che ormai la Nazione intera può sciogliere liberamente, intesi pure l’anno 1858, nella terra dell’ospitalità che fu santa Vestale all’Italia, e lo ricordo con commozione.
Solennizzavasi a Torino il decimo anniversario dello Statuto, quando tutte le altre città sorelle gemevano oppresse e divise: ma oltre trentamila de’ migliori patrioti erano concorsi da ogni parte alla festa; ed ivi confondeansi i piemontesi dialetti, col bisbiglio de’ liguri; coll’idioma festivo veneziano, il burlevole lombardo, il canoro toscano, il napoletano infocato. La sera del 10 maggio, sulla piazza san Carlo, uniti 500 italiani cantori, professori e artisti d’ogni paese, dilettanti, allievi della Scuola accademica filarmonica, delle tecniche e della Scuola teatrale Vittorio Emanuele, diretti dal maestro Luigi Fabbrica, echeggiò un gran coro, il primo di tal fatta che sparse fremito insolito nella penisola.
«Và pensiero sull’ali dorate»
(Nabuco).
«E la morte sul campo di gloria
Le nostr’alme avvilir non potrà.»
(Assedio di Corinto).
«Sul fior degli anni — chi muore e che non dà
Di gloria un segno — alla futura età
Di fama è indegno.»
(Donna Caritea).
Insolito fremito io dissi: chè, soltanto pel difetto di libertà non era usa Italia a tai concerti, e suo malgrado in queste prove ad altri popoli rimase addietro.
Mutarono le sorti. Dove anch’essa, nel tempo delle rivoluzioni famose, coll’ultimo de’ suoi soldati-cantori, Goffredo Mameli caduto a Roma, parea che avesse perduto il genio delle belliche muse per sempre, può da quelle sacre mura riaprire adesso gl’inni del trionfo a una massa di coro che risponde dalle Alpi ai Mari.
Dalle scuole degli Asili d’infanzia a quelle dei Reggimenti militari, l’Italia può educarsi al canto suo nazionale.
Ricordiamo che il canto in bocca del popolo è fede e amore, religione e patria; nel ceto eletto è scienza; nel soldato è valore.
Ricordiamo che quando l’inglese Edwort volle cancellare la nazionalità Gallese, fece trucidare i gloriosi bardi, nei canti dei quali vivea la forza morale di quel popolo, restava la vita di quel paese.
Il canto corale l’abbiamo accennato nella antichità più remota siccome il solo concerto. Col progresso strumentativo lo vedemmo anima dei concerti, e la sarà sempre.
Vedremo in seguito l’influenza della parte vocale nell’arte musicale propriamente detta.
Ora passando dai doppj concerti surriferiti che si iniziavano nello scorso secolo, ai puri concerti corali che imiterebbero gli Orphéons antichi, dovremo col sig. Dupont convenire che questa è una riconquista della moderna civiltà.
La riunione di uomini cantori costituiti in società privata allo scopo di eseguire cori senza accompagnamento, non risale che ai primi dieci anni di questo secolo.
Alle imprese tutte nelle quali necessitava il concorso e la riunione di molti individui, l’Italia pur troppo per le sue condizioni politiche, pel suo smembramento, per li suoi sospettosi dominatori non potea partecipare.
Appena appena le restava un’ombra, un’idea d’associamento nelle fraterne religiose, nei pii sodalizj raccolti soltanto attorno gli altari. Ond’ecco nelle Chiese, e specialmente a Roma, mantenuta pure la corale unione, solenne, famosa sì, ma limitata alle esigenze del culto. Bisogna adunque distinguere il primato delle grandi associazioni corali da quello delle religiose corodie, per le quali Italia in ogni tempo fu maestra e ispiratrice. Vediamo infatti precedere anche alla riconquista moderna di cui parliamo, i saggi di Roma, dove già nel 1774 un Gregorio Ballabene dava una speciale sua Composizione a 48 voci per uso del tempio, della quale il tedesco Joseph Heiberger fece subito tesoro, illustrandola, e porgendola quasi a modello a’ suoi compositori, a risveglio di più vasti concerti.
L’italiano Sarti già sperimentava nel 1788 la esecuzione del suo colossale Te Deum a Pietroburgo, trovando elementi e libertà alla riunione di grandi masse. E Cherubini a Parigi, la sua celebre cantata magistrale a sole voci La Ronda.
Ma le prime Società corali propriamente dette, formavansi adunque in Germania: fu Carlo Federico Zelter, allievo e successore di Fasch, che nel 1809 creava la Liedertafel, Tavola delle Canzoni, la prima idea della quale era venuta fuori l’anno innanzi in occasione che parecchi membri della celebre Singakademie avevano dato una cena ad Otto Grell.
I canti di Körner musicati dal Weber contribuirono a rendere popolare il genere nuovo. Senonchè, quasi contemporaneamente, Noegeli fondava il Männer Chor, Coro di uomini, di Zurigo. Però a Berlino la Liedertafel era istituzione di tendenze aristocratiche, o puramente artistiche; mentre a Zurigo il Männer Chor aveva popolari tendenze, presentiva cioè lo spirito degli Orphéons moderni. Dal 1808 al 1835 le società corali, sul modello di quelle, vennero su rapidamente, in modo che ogni città di Germania ne contò una. La Svizzera noverò bentosto venti mila cantanti: quivi peraltro, e precisamente a San Gallo, esisteva fin dal 1620 una simile istituzione, come vuolsi che anche a Greiffenberg in Pomeriana nel 1673, una di genere analogo fosse iniziata.
Vennero dopo il Belgio e la Francia. Nel Belgio, terra classica di corale canto, queste società potenti esercitarono grande influsso sul gusto musicale del popolo, a speciale merito del regime di libertà. Nondimeno fu solo verso il 1830 che svilupparono notabile importanza e rapidissima diffusione.
— A partire dal 1834, scrive il citato Dupont, ebbero luogo nel Belgio i primi concorsi pubblici degli Orphéons tra di loro: l’iniziativa presa da questo paese fu presto seguita dalla Francia e dalla Germania.
Quella propose il primo concorso internazionale delle Società corali nel 1862, e per le cure ed il metodo di Emilio Chevè, offerse circa 200 abili cantori improvvisati[141], e per Pellet le scuole popolari di mutuo insegnamento: questa rinfuocò le provette sue forze, ed accrebbe la sua riputazione.
D’allora la vera vita delle sociali riunioni di cantanti.
Chi non assistette a tali gare artistiche interessanti al sommo grado non può immaginarsi l’ardore e il talento d’esecuzione spiegati da varie di queste Società a fin d’ottenere la palma del trionfo[142]. —
La Società reale dei Cori, del Belgio, si recò in massa perfino in Inghilterra a provocarvi una nobile gara.
Ed ultimamente, poichè s’intese sul finire del 1871, il gran Concerto (23 decembre) dei patrioti di Gand, ove la nuova cantata di Leon Van-Ghelhuwe rivolta ad una delle più belle e romantiche città d’Italia venia eseguita — Venise Sauvée —, s’intese a Londra per le feste del risanato principe di Galles, (27 febbrajo 1872) l’inno di grazie nel San Paolo, espresso da mille voci, e innanzi al Buckingham Palace un idilio cantato da 30,000 fanciulli. A Boston s’apre un Festival con un coro di 11,000 cantanti (17 giugno 1872).
Or si propone di portare fra i vasti campi dell’Algeria una straordinaria massa di cantori, organizzandovi tale concerto in cui concorrano tutte le Società corali del Belgio, Svizzera, Francia ed Italia.
Quelle Società naturalmente furono i vivaj dei nuovi rinomati artisti stranieri: da quelle una gran parte dello sviluppo alla lor musica.
Da quelle, è duopo confessare, che il paese musicale per eccellenza, è costretto invocare gli esempi, per trarre anche da siffatte istituzioni nuove ed ampie sorgenti di splendore e di lucro.
Ecco peraltro nel 1871 i cantori lombardi che s’associano per sciogliere nella gran piazza di Milano nuovamente costruita, e in occasione d’una Esposizione regionale, presente il Re, nuovi inni musicati per grandi masse corali dai maestri Panzini e Perelli, e la gran Cantata sinfonica orale del Mazzucato.
Ecco in Roma, per la commemorazione del suo 20 settembre, rinnovarsi questa Cantata stupenda, allusiva alle patrie glorie da legioni di cantori quasi d’improvviso risorti e che non saran più disciolte.
L’Inghilterra ha indetta pel 1872 una Esposizione internazionale d’Opere musicali a Londra, sotto la direzione del Commissario della Regina magg. generale Enrico Scott incaricato d’eleggere un Comitato per scegliere le composizioni meritevoli d’essere eseguite nella gran Sala reale Alberto durante l’esposizione medesima.
Spiacque che l’Italia non abbia avuta tale iniziativa, come fu lamentato che alle sue Esposizioni artistiche la parte musicale fu sempre ommessa o mancante. È ben vero che in Italia è permanente e continua la esposizione musicale, ma non pertanto miglior conoscenza delle sue forze e maggior lustro ricaverebbe anche da tali mostre, come da grandi Congressi e Concorsi, che speriamo vorrà ben presto imitare.