Artisti contemporanei. — Loro memoria. — Glorie effimere. — Vero avvenire.

Ci siamo dilungati colle memorie d’una cantatrice che senza ajuti di metodi e di conservatorj, per arte propria, salì a rinomanza, per dare un’idea di quelle maniere di canto applaudite innanzi al tempo delle esigenze drammatiche, maniere bastate allora ai più valenti; per dimostrare in pari tempo che i rari tesori ammirati da Europa non lasciarono traccie più fertili, che se fossero rimasti rinchiusi nel chiostro dove prima modestamente avevano brillato. Da cui la riflessione, che la sola scienza depone sementi di frutto, accanto ai lussureggianti frutti della natura.

Diversamente il canto più superbo passa come quello spontaneo della pastorella ignorata sul monte, o del pescatore solitario nell’onde.

Dopo la generazione ammagliata dal fugace splendore d’angeli canori, altri che avranno da apprendere e da ricordare?

In un mondo dove nulla perisce, che rimane a noi dei tesori d’una Musa ritenuta divina?

Di tanta celebrità che mai resta? Che resta di queste grandi sacerdotesse che pur mantennero la bella scuola e la arricchirono di nuove forme e del lustro di loro fama?

Avveraronsi le profezie di que’ fatidici genj, e levossi il superbo edificio dell’odierno canto eretto sulle basi da quelle sublimi donne consolidate, e sursero sulle lor orme nuove schiere d’illustri virtuose, e nuove ancora... e che resta dei nomi loro?

Elettrizzarono il mondo co’ loro accenti, e passarono come folgore che abbaglia e sparisce.

E quando i musici sacrati all’arte si tolsero dalle scene, e col loro tramonto ingrandì la missione dei tenori accanto alle contralti e soprani, che avvenne di tante nuove riputazioni nella valente coorte iniziata dai David e dai Rubini?

Eppure la loro splendida scuola generò i Duprez, i Donzelli, i Conti, i Crivelli, i Moriani; e da questi i Cuzzani, i Giulini, i Negrini, i Viani, che come cigni, versarono di canti onde inebbrianti, e finirono.

Così colle voci baritonali e profonde, sublimi modulatori rinnovarono le note di Tamburini, di Coselli, di Lablache, di Marini, e di Ronconi; eppure colle vibrazioni potenti svanirono i nomi: e degl’uni e degl’altri resta appena qualche debole memoria; qualche ultimo richiamo sulle labbra più prossime all’eterno silenzio; qualche logora carta o trascurata stampa critica, adulatrice, mendace.

Dunque la fama divisa non è più durevole.

Dunque, come ogni piacere, passano le ebbrezze del canto e gli eletti destinati a mescere di quel nettare le dolcezze.

Dunque di tanti appassionati felici che s’affaticano negli studj della bell’arte e concorrono a gara a dilettare la presente generazione, non lascieranno di loro il più debole ricordo, nonchè ai nipoti, ma ai figli della generazione medesima fra le amarezze divinamente esilarata?

Chi ricorda ancora in Inghilterra quella che sollevava gli animi oppressi dai trionfi del prepotente?

Chi in Austria il devoto confortatore?

Chi a Venezia quel simpatico Viani, che nelle strettezze del famoso suo assedio (1848-49) facea dimenticare i flagelli che la dilaniavano, coi canti ricordanti la disfatta d’Attila sterminatore?

E qual città, quale terra non ebbe il suo angelo idolatrato che associa i ricordi di qualche grand’epoca co’ suoi dolcissimi canti?

Eppure restano le storie, i templi, i teatri, i monumenti, ma quegl’angeli sorvolano inosservati ai posteri più vicini, e di lor non resta nota o memoria.

La Francia, prima a Strasburgo, quindi a Marsiglia, a Parigi ed in ogni angolo delle sue terre, fino dal 1792 ripetè, ed anche non ha guari, ahi tanto fatalmente! il suo canto solenne di guerra ma ricorderebbe il primo ispirato cantore, se non ne fosse stato anche l’inventore e poeta?.. Fu Claudio Giuseppe Rouget de Lisle, che sulle reminiscenze d’una antica popolare romanza alsaziana[154], nuovo Tirteo, diede quel Canto all’Armata del Reno, battezzato poi per Marseillaise, dai soldati di questa città che primi l’accettarono.

Strasburgo medesima, ricorda forse la Dietrich che dal labbro del compositore in quel tempo apprese quel canto intuonandolo sulle eroiche sue mura?

M.ª Conneau, cultrice esimia del canto, esule in Inghilterra, che interpreta la dolorosa Cantata di Gounod sulle lamentazioni di Geremia nuovamente adattate alle sorti della sua Francia e della capitale regina fatta vedova e deserta, verrebbe ricordata oltre all’epoca della Esposizione artistica in Londra (maggio 1871), se l’illustre cantatrice non facesse risovvenire l’intima amicizia e clientela del terzo Bonaparte caduto, e se la memoria di lei non s’associasse a quella dello splendido avvenimento per cui le composizioni ed il canto delle principali Nazioni a quella Esposizione mondiale vennero con onore rappresentate?

Ramenteranno a lungo Italia ed Europa i primi agilissimi gorgheggiatori delle eterne fioriture proposte da Cimarosa e da Rossini, quale fu il tenor Vincenzo De Rosa, primo a cantare la parte d’Almaviva, sulle norme di Emanuele Garcia[155]; ed altri che senza una estensione acutissima, pure crearono eletti modi di canto, quali il Crivelli nel Turco in Italia, e Donzelli sotto le spoglie del Bravo?

Rammenteranno quelli che con una declamazione spiegata e potente ardirono salire alle modulazioni di Rubini colle note piene e tenute, intese di raro nei vecchi canti, nè prima richieste dai compositori?

Parlo dei nostri stentorei, che ai si e do maravigliosi seppero pure accoppiare la dolcezza della voce sovrana di tenore e all’anima penetrante.

Cuzzani, l’Ernani appassionatissimo — Mirate, indifferente a declamare È il sol dell’anima, la vita è amore (Rigoletto) — Negrini, che scorse la sua stella Mesta d’incerto raggio (Ebreo)[156] — Carrion, che sfida Il più crudel periglio (N. Mosè) — Tiberini, che Ignoto incanto prova (Matilde di Chabran) — Fancelli, che ripete Il caro accento (Ugonotti) — Villani, e la sua Figlia diletta (Ebrea) — Tamberlick, D’ogni re maggior (Trovatore) — Steger sublime nei casi di Don Carlos — Brignoli, che l’America chiama il tenore dalla voce d’argento — Fraschini, prodigio che, sessantenne, lega e fonde ancora note potenti e flessibili nelle passioni di D. Alvaro (Forza del Destino) — Mario, il lovely tenor di Londra, che alla vibrata azione del Masaniello, fa succedere lo Spirto gentil della Favorita, in dolce cantilena, colla quale proponevasi di dare addio alla vita d’artista che fu l’idolo d’una generazione (Plymouth 1870), ma più degl’anni in lui potè l’amore, e coll’antica voce ritornò alle scene!

Schiera eletta d’artisti dalla voce che supera in dolcezza ogni espression di natura; che trovarono favori presso ogni gente, che dai regnanti ebbero onori; onde i figli del popolo pel genial merto insigniti vennero, con nuovo costume, dei più serbati gradi cavallereschi da governi monarchici e repubblicani, in omaggio all’arte libera e cosmopolita; colla quale liberalità forse prima la Spagna, derogando dalle aristocratiche leggi, decorò de’ suoi ordini, fra primi, i tenori Tamberlik, Fraschini, Mongini, Stagno, Naudin, Ugolini, Perotti, De Azula, Baragli, Bulterini.

Novello costume che nobilita la virtù artistica ed obbliga in pari tempo alle morali virtù. Il titolo di Cantante di camera di questa o quella Altezza o Maestà Sovrana, fin qui e tuttora conferito, potrà trovar derivazione o riscontro nella esclusività di esercizio all’una o all’altra corte degli antichi giullari e trovatori, che godeano perfino de’ privilegi cavallereschi, senza esser dessi cavalieri.

Ma dappoichè la parola cantante non suonò più dispregio; dappoichè i nuovi virtuosi non si trascinarono più da paese in paese sopra un miserabile forgone, come i commedianti di Molière; nè li costrinse più il pregiudizio dei tempi a condur vita zingaresca, ricca soltanto delle più strane peripezie; e l’artista educato a comprendere meglio la sua missione, come ad un civile e gentil sacerdozio vi si consacra; non disdice più la partecipazione dei distintivi per le sociali benemerenze come ai maestri d’arte vennero sempre accordate.

Nè fa più maraviglia che i principi stessi e i sovrani, non per sola pompa e trastullo come nelle corti medioevane, ma per scienza e coltura, attendano alle cose musicali fra le gravi cure di Stato, come ce ne porsero nobili esempi re Giorgio d’Inghilterra[157], i Reali del Belgio, di Baviera, Sassonia[158], Don Pedro del Brasile, Giovanni di Portogallo e Giorgio d’Annover protettori ed artisti.

Non sembra più strano che donne teatrali, guardate una volta in compassione dagli ascetici, o prese a gioco dagli aristocratici, trovino conti, principi, duchi degnevoli a stringere con esse nobilitate dall’arte serio connubio.

Fu un avvenimento che nel 1708 una cantante francese, forse la prima, diventasse marchesa di Villiers; corse quasi mezzo secolo prima che un’altra, che fu Rosaly dell’Opèra di Parigi, trovasse marito nelle alte sfere e si trasformasse in contessa De Maesen. Erasi allora trovato un eccesso che il re di Francia avesse elevato alla dignità di conte e cav. di S. Michele il povero organista di Digione, Gian Filippo Rameau, maestro, cantore e compositore di corte.

Ma quanto più l’arte elevossi, calarono tanto più i pregiudizj del sangue: nel 1778 la Levasseur cantatrice non è sdegnata dal barone di Saint-Empire e poi dal conte Mercy d’Argentan; mentre la Cleron sposava il principe d’Anspack. Nel nostro secolo la Sontag divenne contessa Rossi; la Tavola contessa Benintendi; la Baldi baronessa de Wandestein; la Catalani marchesa de Valabréque; l’Alboni contessa Pepoli; la Dumilatre, Clarke de Castillo; la Lagrange contessa Stankovich; la Cazzaniga marchesa Malaspina; Grisi Giuditta, contessa Barni; Grisi Giulia, Getard de Melcy; Favelli Stefania, marchesa Visconti-Aimi; la Balfe, Lady Crampton, poi duchessa de Frias; la Piccolomini, già nobile, marchesa Caetani; la Lövve principessa la Lucca baronessa de Rhade; la Cruvelli baronessa Vigier; la Patti marchesa de Caux; e tant’altre.

È gloria inoltre di alcune città, come usarono ad onore de’ celebri compositori, intitolare le loro reggie dei canti dal nome di qualche artista distinto; o perch’ebbe in esse i natali, come Pavia chiamò il suo teatro Fraschini, Sebenico intitolò le sue nuove scene ora costrutte col nome del tenore Mazzoleni Francesco oriundo dalla dalmata terra del Tommaseo; o perchè il bel genio v’impiegava nobilmente, come Venezia ricorda nel suo popolare teatro la Malibran, la quale mentre trionfava sulle massime scene attirando folle di spettatori, non patì veder deserto il teatro detto allora di S. Giov. Grisostomo, dove poveri attori languivano e con una serata ivi data a lor beneficio li indennizzò d’ogni danno.

Alberto Mario, o Giuseppe marchese di Candia, nato a Torino nel 1808, già ufficiale dei Cacciatori di Sardegna e marito alla Giulia Grisi, morta già a Berlino (novembre 1869), pel suo rinomato soggiorno in Russia dal 1839 al 1850, e da quest’epoca in poi pelle sue glorie in Inghilterra a quante Società e Istituti non diede egli il nome? E quanti palagi e quante ville nei più splendidi poggi e sulle più belle rive del mondo, non sono riconosciuti dai nomi di cotali o simili artisti; i quali smentirono che fossero esagerazioni gli stipendj richiesti dalla Gabrielli a Catterina di Russia, se in oggi sotto a enormi cifre soltanto segnansi i patti delle loro scritture, e mancano le celebrità cantanti alle contanti somme che in tutti i grandi centri dispongonsi dalle Corti, dai Comuni, e dai Grandi; se leggiamo in oggi stipendiato il tenore Mongini dal Kedivé d’Egitto a 25,000 franchi il mese; e se il banchiere Spinger di Vienna dona a Sultzer, vecchio cantante che gli rallegrò una Soirée, una Villa valutata 15,000 fiorini; se infine gli stipendj dei cantanti crebbero in generale a tali cifre da superare le liste civili di parecchi sovrani.

Dopo i tenori, un altro timbro di voce men delicato e incantevole, ma più durevole e forte e non grave tanto e monotono quanto quello dei bassi, è il timbro baritonale.

Genere di voce comune se vuolsi, e pur trascurato prima dai canti moderni, se non sia che s’impiegasse talvolta a scusare come poteva il tenore od il basso del cui doppio fare partecipa.

Per baritono infatti s’intese il cantore di tale voce dotato, e la voce stessa virile intermedia al tenore e al basso; in tale denominazione seguendo forse il greco vezzo per cui chiamavansi verbi baritonali quelli dall’accento grave sulla ultima sillaba.

Si cominciò a comporre pel canto speciale in questo timbro, quando appunto le voci femminili de’ contralti subentrarono a quelle de’ castrati, e per la mancata usanza di questi, la scena d’uomini cantori si trovò più sprovvista. Ma ne’ primi tempi Rossiniani in poco conto ancora tenevansi i baritoni; e lo stesso Mejerbeer disdegnò scrivere per tali voci che le dicea comuni a tutti gli uomini.

Senonchè, anche i naturali contralti patirono una epoca di trascuranza; e di tal crisi deplorabile abbiamo un prezioso documento nella risposta di Rossini al cav. Luigi Ferrucci che lo richiedeva del perchè «il contralto non figurasse più tra le parti principali in composizione.»

Il grande maestro col solito suo stile sapiente e faceto, scrisse che: «per intendere tal fatto, mentre però il contralto non avea perdute le sue naturali simpatie, andasse (il richiedente) alla Messa cantata. Al Sanctus l’abile organista, sul registro della voce umana, si fa strada al cuore dei devoti col patetico sviluppato per lo più in un andante.

L’organista del villaggio è il primo maestro di logica, misurandola a battute.

Il contralto è la norma a cui bisogna subordinare le voci ed istrumenti in piena composizione musicale. Se si vuol fare a meno del contralto si può spingere la prima donna assoluta fino alla luna, e il basso profondo nel pozzo. È questo far vedere la luna nel pozzo. Convien lavorare sulle corde di mezzo perchè si riesca sempre intonati; sulle corde estreme quanto si guadagna di forza, tanto si perde di grazia; e per abuso si dà in paralisi di gola, raccomandandosi poi per ripiego al canto declamato, cioè abbajato e stonato. Allora nasce la necessità di dar più corpo alla istrumentatura per coprire gli eccessi delle voci a discapito del bel colorito musicale...[159]

Ecco adunque come dalla trascuranza d’un timbro omogeneo, e in pari tempo dalla necessità inevitabile delle corde di mezzo, s’accolse a ripiego il quasi tenore, o basso saliente.

In seguito, la migliore accuratezza d’esercitar la voce in tale timbro, e la scarsezza anche de’ veri tenori, resero il baritono gradito, interessante, parte indispensabile e dirò quasi quadrangolare del vocale concerto.

Influì la voce magnifica baritonale di un Ronconi perchè i grandi scrittori del nostro secolo dedicassero a quella chiave parti speciali e primarie, onde poi si mantenne l’usanza; mentre i canti ascritti ai baritoni de’ vecchi tempi non servivano che a riempitivo del concerto e del coro. (Vedi Merçenne 1635.)

Presto levaronsi celebrità anche fra i cantori di questo genere. Ronconi, adunque, Duce di tanti eroi; Cartagenova, dei Sacerdoti (Aleandro nella Saffo); Salvadori, Arbace; De Bassini, Belisario; Varesi, Rigoletto; Corsi, Ezio; Giraldoni, Ebreo; Aldighieri, Machbet; Steller, Don Giovanni, Müller e Medini, Cardinale De Brogne; Marini (Ignazio), Mosè; Bellini, conte di Posa; Merly, Nelusko; Cottone, Beneventano, Antonio Cotogni, Selva, David, d’ordini cavallereschi recentemente fregiati; Natali che fa risuscitare le opere del vecchio repertorio italiano.

Non saprebbesi poi trovar ragione, se non la si attribuisse ad un curioso oltraggio di fortuna, perchè un’altra schiera di cantanti non meno ingegnosi, ed ai quali anzi devono arridere specialissime disposizioni, restar debbano dalla fama più presto negletti; intendo parlare dei bassi comici destinati alle parti buffe.

È ben vero che nelle antiche produzioni, e principalmente nelle Opere del passato secolo, quasi tutti i cantanti doveano attagliarsi anche al genere di musica scherzosa, che non riesciva strana o gravosa in forza delle medesime loro istituzioni.

È vero altresì che coll’ampliamento musicale del nostro secolo, salito il canto alla interpretazione di più grandi espressioni, rimase quasi secondaria la modesta azione che pur nel comico era stata maestra e creatrice.

S’aggiunga che tanti nomi i quali mantengono ancora la loro celebrità, l’ebbero già fondata sulla doppia maniera di canto; come vien ricordato Lablache, egregio nel comico e nel drammatico.

Non pertanto è d’uopo registrare che le memorie delle maschie voci, le quali destarono all’ammirazione ed alla gajezza le passate generazioni, non sopravissero alla ilarità che beneficamente suscitarono in questa umana razza più studiosa di cercar le serie e potenti emozioni, di quello che conservare l’ingenuo riso della letizia.

Risvegliatori moderni di questo bisogno pur prepotente della vita, ricorderemo quel Pasquale Savoia che ha creato quasi tutte le parti comiche dell’antico repertorio napoletano; e poi fra i più rinomati fin oggi: Raffanelli, De Grecis, Bassi, Remolini, Bandicchi, Madrigali, Scudo, Cambiaggio, Zucchini, Rocca, Scalese, Soares, Cavisago, Scheggi, Menin Domenico, Zambelli Giuseppe, Fioravanti Valentino, Borella Maurizio, Marchisio Giovanni, Bottero Alessandro, Fattori Tommaso, Migliara Francesco, Tessada Augusto, Ciampi Giuseppe, Catani Filippo, Castelli Giacomo, Ristori Cesare, Topai Enrico, Zoboli Alessandro, Bellincioni Cesare, Coreggioli A., Savoia Francesco (figlio), Grandillo anche compositore[160].

Più al di sotto, la straniera falange di tali artisti si tramutò in bizzarri caratteri non privi di piacevoli effetti, certi comici-cantanti, parodisti talvolta dei veri e grandi cantori, ond’ebbero grido in Francia, mad. Theresa, Levassor, Berthelier; in Inghilterra, Matthews, Mackney, deliziatori principali del Mabille di Parigi, del Cremorne ed Allambra di Londra, della Neue Welt di Vienna.

Quindi tante donne dall’appassionato gorgheggio, che fanno meno scarso corredo alle scene mondiali; schiere leggiere e brillanti che si spandono ovunque alla conquista di nuovi affetti, e più o meno fortunate o valenti, apprestano onori a questa lor terra madre dei canti e ispiratrice; e meno pieghevoli allo sconforto del sesso più forte che milita sotto alle stesse bandiere, procedono costanti accanto all’emula legione illustrata da maggiori trionfi, quasi consapevoli che i nomi più chiari, quali per debito storico s’avranno qui pure ad accennare, poco prima o dopo, avranno a smarrire, come le oscillazioni delle note vibrate dal coro intero di tutte esse amabili cantatrici.

Ricorderanno i Germani le profetesse delle nuove loro rivelazioni; virtuose trionfatrici di quei confini che da secoli escludevano le nordiche figlie dal ministero de’ canti? Quelle che valsero a rendere avvertita la loro esistenza nei regni delle belle espressioni, e confortarono la nascente loro scuola, ne diffusero le dottrine, e soccorsero ai loro compositori nell’apostolato delle grandi speculazioni?

Eppur esse giunsero a gareggiare colle figlie del sole, e presso alla madre ed alle sorelle più franche, furono tanto più ammirate e gradite, quanto meno da loro attendevasi. Ma delle riformatrici e propugnatrici di quella scuola, e d’altre che s’acquistarono onore consacrando il loro genio specialmente alla scuola italiana, fedeli a questa e innamorate, benchè non deluse nella lor parte di gloria, per quanto tempo rimarranno famose?

La ventura generazione richiamerà per caso i nomi delle Demerich, Schmoeling, Föder, Sontag, Billington, Dobre, dell’Ungher e Müller, della fiamminga Enrichetta Laland, delle parigine Duperon, e Rosa Niva Stolz, delle boeme sorelle Stolz Lidia, Francesca, e Teresina[161]. Sentirà ricordati appena quelli di Anna Winen, delle Schwartz, delle Kellogg, delle Meyer, Grün, Mäesen, Csillag, Liebhart, Saass, Bettelheim, Brandt, Ohm, Saar; della Spitzer Erminia, della Bianca Blume, di Gabriella Krauss, Geistinger, Wilt, Laussot, Prohaska, Mila Röeder, Gabriella Kotzmayer, Giovanna Spierling, Emma Wiziak, Carolina Schmerhofsky; bionde sacerdotesse che in oggi colgono applausi[162].

E i fratelli di queste, meglio celebrati, che pure in quest’epoca, i primi forse, acquistarono allori alla loro nazione nell’arte del canto, ed influirono massimamente alla rivelazione ed al credito della lor musica, non lasciando memoria che nelle cronache teatrali, rimarranno come i vecchi arnesi delle scene abbandonati in un canto, resi inutili e di niun valore.

Mero caso che, una Storia, mostrando in generale gli svolgimenti dell’arte, ospiti ne’ suoi appunti questi primi stranieri, i quali benchè pochi e tardi, provano non impossibile affatto il bel canto moderno alle loro aspre laringi, e il grido loro fecero uscire dalle regioni in cui tal fama era negata.

Più raro caso poi, e fortuita loro ventura, che anche la Storia, nell’odierna apatìa, non rimanga negletta.

I cantanti stranieri cominciano in vero aver passo frequente fra noi, chè fin qui (non sa il Biaggi se per ossequio o per derisione) usarono dessi nascondere le aspre desinenze de’ loro nomi sotto le soavi e musicali dei nostri.

Fra gli Alemanni adunque, dopo quel Bader che cantò le opere di Spontini, e visse pure fino questi giorni a Berlino, si notino: Kellner, Kunert, Fritz, Brettschnieider (morto 1871), Beck, Schmid, Mann, Molferteiner, Koehler, Szigethy, Winffen, Frank, Walter, Labatt, Varenrath, Sultzer, Bülow, Beeker, il principe di Wittgenstein, il buffo Just, rinomati cantanti[163].

Si fanno oriunde Sveve, la Ostava Tornquist (Torriani), la Jenny Lind, la Cristina Nilsson.

Dalle immense lande di Russia ci giunsero celebrati i nomi: d’Erminia Rudersdorf, Murscka, Carolina Leontieff, De Filatoff, Mentzikon, Davidoff, soprani; di Malknecht e Luwroscky contralti, di Nicola Andreff tenore; Rapport, Gorrinzi, di Weyrauck, non ha guari estinto cantore e compositore di Livonia.

Dalla non men fredda, ma più entusiastica Albione, levaronsi in rinomanza: la Titjens, la Wynne Edith, la Lemms-Sherrington, la Kapp Jung Luisa, la Gaurieff, la Colson, la Balfe figlia al celebre compositor di Dublino[164].

Non dico di tante appassionate inglesi della miglior società che serbano le culte voci alle sale nei canti loro ispirati oggi dal napoletano Salvatore Scuderi e dagl’altri specialisti compositori italiani di camera che vedemmo a Londra stanziati e prescelti (pag. 95-97), e non isdegnano consacrarle ai grandi concerti dei classici loro e nostri orfeisti.

Da una delle più cospicue famiglie di Scozia, Lady Liza Campbell-Otvvay, iniziata dal Garcia figlio e dal Romani, passò al grande sacerdozio del canto.

Accrescere la fama d’un nome illustre per ricchezze e per sangue, colle glorie dell’arte, si ascrive comunemente agli eccentrici capricci dell’aristocrazia inglese, mentre dovrebbesi notare invece a nobile insegnamento.

Miss Anna Parken segue l’esempio della Campbell; così la inglese che veste il nome di Matilde Florella.

Altre, Cora de Willhorst, Harrisson, Patey, Weldon, Martell e la Cholmeley contessa ed artista.

Sims-Reeves vien proclamato il primo de’ tenori inglesi: lo seguono, il Commings, Santley, Mapleson, Tom Karl irlandese, Maler e Maybrick.

Dalle Americhe, ove sulle pareti delle aule scientifiche iscrivonsi ad onore i nomi delle più belle figlie del mondo, che di libero sapere nobilmente coll’uomo gareggiano, nè è privo il tempio dell’arte delle erudite sacerdotesse, ci vennero già in bella fama, Elisa Franck, la Kate Scott, la Escalante, la Resbourg, l’Irma De-Höwe.

Giulio Perkins basso, William Castle tenore, Jerom Hopskins, i Cook contralto e baritono, le pseudo Leonia Carini e Matilde Filippi contralto.

Di Francia e Belgio, tengono bel nome, i soprani: Marty, Lafon, Harris, Colmack (Vaneri), Gasc-Curbel, Galli-Marié, Dory, Danery Alix, Vanders, Cinti-Damoreau figlia, De Baillou-Marinoni, Briol, Bertrand, Soustelle, Spaak-Moresi Alice, belga, e la sua maestra De Roissy; Finck Anna olandese, ora maestra di bel canto in Napoli. I contralti: Miolan, Demeric, Mombell, Langlois e buffe: Carvalho, Marimon, Cabel.

I seguaci a Duprez: Roger, Nourrit, Naudin, Bouchardé, Verger, Michot, Caron, Troy, Pouget, Gayarre, Achard, Capoul, Coy, Sylva.

I bassi: Verger, Didot, Gonet, Baroilhet[165], Castelmary, Maurel, Fallar, Faure, Souvestre, Lassalle, Rives, Bremond, Barrè. Altri: Bouchè, Ponsard, Gaspard, Deleurie, Vielles, Gorè, Giroud[166].

Di Spagna: la Colbran che innamorò Rossini; la Benita Moreno, che educata in Italia al principio del secolo, fu detta la prima che facesse conoscere nelle sue regioni native il nuovo repertorio italiano, e morì ottantenne a questi giorni. La Segovia, la Lola-Vega, la Llanes, la Fité-Goula, Ramirez della Zarzuela, Camilla Dos-Reis, Laura Sainz de Santjana.

I tenori: Carrion Emanuele, Padilla, Mendioroz, Fernandez, Marin, Blasco Federico, Aramburo.

I bassi: Puente, Rodas, Varvaro, Moragas, Ruyz.

Perfin dall’Africa sortì una cantatrice, la prima del suo colore che giunse a trovar grido in Europa, e che a Parigi fu battezzata col nome di Patti Noire nel 1872.

Quella miriade poi d’itale Sirene sparirà per sempre nell’abisso del tempo? Non resterà forse una sola a disputare la più durevole rinomanza della loro Regina che fu figlia a Garcia?!

Non saranno state più che visioni dall’arcano accento, come la Catalani e l’Alboni, Elisabetta Gafforini, Benedetta-Rosmunda Pisaroni, Teresa Cecconi, Teresa Belloc, Virginia Blasis, Santina Ferlotti, Giuditta Grisi, Giovanna Codecasa[167], Caravoglia Luigia, Stefania Favelli, Luigia Boccabadati, Teresa Tavola, Rosa e Giuseppina Mariani, Anna Cosatti, la Strepponi, la Sacchetti, la Carradori, Eugenia Tadolini, Amalia, Maria (contralto basso) e Teresa Brambilla?...

E gli astri vagheggiati ancora, che di scena in scena ripeterono i trionfi, quali: la Santoni, la Penco, la Spezia, la Borghi, la Frezzolini, la Bendazzi, la Barbieri-Nini, la Scotta, la Salvioni, la Benzoni, la Lotti, l’Albertini, la Fricci, la Rebussini, la Piccolomini, la Albani, la Trebelli, la Salvini-Donatelli, la Galetti, la Marziali, la Volpini, la Vaneri, la Tiberini, la Montaldo, la Moro, la Biancolini, le De Giuli-Borsi, le Cruvelli, le Caracciolo, le Ronzi, le Marchisio[168], le Ferni[169], le Patti?...[170].

Narrasi che, Farinelli trovandosi un giorno nella biblioteca del padre Martini, e mostrando al raccoglitore inglese Burney le opere del sapiente bolognese, dicesse: «Ciò ch’egli ha fatto resterà; mentre nessuno avrà un’esatta idea del genio mio, e il mio nome si cancellerà dalla memoria degl’uomini così presto come i trasporti d’ammirazione di cui io fui l’oggetto per quarant’anni della mia vita!» Tale espressione era degna di chi infatto potea vantarsi uno de’ più grandi virtuosi che avessero mai esistito; e il suo riflesso sulla fragilità delle glorie brillanti degli esimii cantori, sulla sorte riservata a que’ divini artisti che dopo aver inebbriate le generazioni contemporanee, e averle tenute sospese ai loro labbri ispirati, sfuggono a stento da un eterno obblio, è vero così quanto egli è triste.

Il tempo che ripara tante ingiustizie, sembra in tal fatto rigoroso ad eccesso. L’arte di commuovere colle inflessioni della voce umana nei limiti d’un’azione drammatica, è un’arte assai complicata; ella esige da chi vuole emergervi le più rare qualità. Quanto stadio, quanta pazienza per giungere a signoreggiare quell’organo, e per esprimere fedelmente quel che sentesi dentro!

Il suono che s’invola dalle labbra del cantante, tutto impregnato, per così dire, dell’essenza della sua anima, riflettendo i mille colori della passione, dev’essere stato, come il diamante, sommesso per lungh’anni alla lima del lapidario.

Eminenti artisti spesero all’edificio d’una gloria efimera una somma di qualità che basterebbero alla creazione d’un’opera durevole; e dopo tanto tempo di lotta, dopo aver consumati tesori d’intelligenza e di sensibilità, dopo mille trionfi, in cui essi hanno veduto ai loro piedi i potenti della terra, questi grandi cantori si spengono in una solitaria vecchiaja, circondati soltanto da qualche lusinghiera memoria, avendo attraversata la vita come un sogno d’amore.

La ragione d’un sì triste destino fu trovata nella impossibilità di tessere la storia di tutti questi uccelli del paradiso dai canti melodiosi.

La fama che sovviene alla storia, negli andati tempi stentava è vero a farsi strada nel mondo, più che adesso non le avvenga, ed una volta, era soltanto lo straordinario valore che le apriva le vie. Ma in oggi all’estremo opposto siamo forse ricaduti. La sconfinata pubblicità la rende forse per eccesso più debole e fugace.

La riputazione de’ cantori s’appoggia specialmente al Giornalismo: ed in vero, anche quello musicale e teatrale non è rimasto in dietro, chè lo vediamo servire talvolta alla storia ed alla estetica dell’arte, alle corrispondenze, alle critiche, alle biografie, alla statistica, alla rassegna, al movimento artistico in generale, ed alle cronache in particolare.

Ma dura la fama affidata a quelle effemeridi? E valgono queste a caratterizzare veramente gli artisti, a svelarne la diversa natura e la intimità della loro artistica vita?

La sentenza del Farinelli non è che troppo vera. Come trasmettere alla posterità, colla fredda parola una inflessione di voce, un guardo, un gesto, una pausa, quelle mille ombreggiature dell’arte e della bellezza, che caratterizzano lo stile d’un grande cantore? Come potrebbesi tener conto delle qualità misteriose de’ timbri e de’ tessuti vocali, dei secreti della emissione, della acquistata o scemata potenza, delle varie forme introdotte, delle rivoluzioni promosse o compiute?

Come infatti enumerare tutti gli astri, e spiegar l’armonia de’ loro canti; penetrare i capricci e i bagliori delle loro luci, pesarne il loro calore?

Scrisse adunque il destino sulla piega del loro tramonto: nomen et cineres una cum vanitate sepulta!

Di tanto fiera sentenza parvemi di ravvisare forse un solo compenso: un’ombra di ereditaria perpetuazione.

Mentre infatti veggonsi generalmente in ogni scienza ed arte, i figli ed i nomi tralignare dal valor e dalla fama de’ maggiori, nell’arte del canto e della musica, perocchè debba in essa dominare l’istinto, la bella disposizione più facilmente trasfondesi, e veggonsi rinnovate per discendenza tante belle riputazioni.

Il genio del canto in tante famiglie passò di generazione in generazione, e se non trovò da propagarsi tra nipoti, sembrò talvolta che perfino ai nomi soli abbia voluto conservare i suoi favori.

Quindi il nome dei Sarti, più o meno congiunti, si mantiene nelle Romagne dal 1650, e per tutta Italia quello degli Allegri, quello de’ Rossi cantori e musicisti.

La fama dei Pacini o Picini rinnovossi a Napoli e a Roma; ed ivi e a Venezia quella de’ Sabatini.

Dal 1520 passò di padre in figlio la celebrità dei Gabrieli in Venezia, e nei più strani modi, fedele quasi a quel nome, passò alle Gabrielli di Roma 1750, di Ferrara 1770 (detta la Gabriellina), in Prussia 1790[171].

Coi Fantoni da tre secoli, passò il culto del canto dalla Toscana all’Alsazia, ed al Veneto; e quivi specialmente i Marini parvero ricomparire.

I Gafori, i Castellani, i Grossi, i Conti, i Marchesi, i Todi, i Zani o Giani, gli Agricola, i Bellini, i Zanotti, i Fioravanti, i Ronconi, i Corsi, in Italia; e di padre in figlio gli Scarlatti, i Gabrielli, i Venier, i David, i Garcia, i Bassi, i Ricci, gli Scheggi, i Gerli, i Varesi, i Crivelli[172], i Zucchelli, i De Bassini; le Patti, le Tosi, le De Giuli, e fra sorelle: le Ruggiero[173], le Cruvelli, le Ferni, le Caracciolo, le Marchisio.

Altre nacquero come suol dirsi in pien cartello per parentele d’illustri artisti, come la Balfe, la Vitali[174].

In Francia, per lungo tempo parve fissarsi la fama ai nomi di Salomon e di Lalande. Fra i Germani, a quelli di Wolf, Sartorius, Weis, Meyer[175], Müller, Stolz.

Ma non per questo quella gloria è più durevole. E ne fan prova i cantori celebri e rari de’ passati secoli, quando la loro influenza era più rimarchevole e grande; quando poco o nulla calcolavasi il compositore in confronto all’interprete, e quello a questi umilmente serviva; quando al culto del canto sacrificavasi perfino la virilità e la vita.

Il genio di tanti maestri rimurchiato da quello dei cantori, naufragò allora eternamente; e tante invenzioni affidate alle voci fuggirono con esse. Eppure a furia d’invenzioni e di esecuzioni, tanta scuola levossi, tante tradizioni eternaronsi, tante novità generarono. I nomi de’ cantori scomparvero, come strumenti abbandonati; quei de’ creatori furono richiamati, ed essi e le loro creazioni rimangono, e il tempo e la storia rendono o presto o tardi giustizia.

Che vuol dir tanto mistero?

Egli è che la virtù vera esiste e non muore. Passano le vanità, la scienza rimane.

La fama degli sterili esecutori o ripetitori delle altrui ispirazioni è quella che fugge come l’èco, che si spegne come fatui bagliori.

La vera luce dei genj, de’ virtuosi che riconobbero l’arte profonda della musica, che specularono nel mistero de’ canti, che unirono il sapere alle doti felici, se pur sembra velarsi e smarrire, non manca: non è passeggiera meteora, ma vive anche dopo il tramonto.

A lato dei sommi creatori de’ canti, vediamo risorgere e ricomparire il valor di sapienti che in linea più umile o bassa parea obbliato; e così rivive la fama degl’interpreti che non contenti di farsi stromenti passibili e caduci, si associarono colle speculazioni e gli studj nell’arte maravigliosa; quelli che prodigate o perdute le vocali ricchezze dalla natura e dalla fortuna sortite, lasciarono eredità imperitura di belle opre della mente e del cuore.

Questo sia di conforto ai moderni sacerdoti del canto.

Non è la loro sorte più vana di quella della farfalla; non è la lor carriera macchinale servigio, mezzo che s’adopra e s’abbandona.

È ministero d’un’arte profonda; è nobile finchè tende esso pure alla conquista del vero e del bello; è l’Apollo divino figliuolo all’Eterno, ma che esige il culto e l’amore delle divinità.

Egizj, Caldei, Ebrei, Greci e Latini c’insegnarono come essi nella antichità avessero fatto del canto uno studio sublime. Se i secoli contrastarono ai dotti la conservazione o la restituzione degli esempî dei loro canti, le eterne porte del tempo non prevalsero alle manifestazioni di que’ canti medesimi.

Restano imperituri monumenti, i sacri poemi coi quali i primi cantori svolsero le religiose dottrine ai varj popoli; le Omeriche muse; le odi Pindariche; le liriche d’Anacreonte e d’Orazio; i cantici della Scrittura, i salmi reali.

Quanta scienza ai cantori affidata! quanto erudito ed elegante quello ch’essi cantavano; e come rigorosamente attenevansi ai ritmi della nobile usanza!

Ma i filosofi, poeti, legislatori, re, sacerdoti, furono i primi fattori e i più abili esecutori di canti; indi nobili cavalieri, monaci studiosi, pellegrini eruditi[176]: e pel loro sapere, anche fra i più oscuri tempi, non ismarrirono i nomi loro.

Tanto studio con cui un Orfeo inneggiava agli Dei, Pindaro onorava gl’illustri, non poteva andare dimenticato: e per poco si rifletta ai versi che celebrarono le Olimpiche vittorie, od al Phitico poema che esprime la lotta d’un Dio col dragone maligno, o alle frasi che canteranno in eterno le misericordie del Signore, balena tosto alla mente la necessità d’interpreti corrispondenti per coltura agli elevati concetti.

Splende la scienza di Timoteo quando imprende a cantare le battaglie d’Orzia, innanzi ad Alessandro Macedone, il quale sente rinfiammato il suo valore, ed esclama — così devonsi esprimere i regi cantici! —

Quanti più vasti argomenti non offrirono ai compositori e cantori, i tempi migliori, la religion più sensata!

Quando nacque, come vedemmo, il canto drammatico, poterono bastare le forme, ed i primi sperimenti appagaronsi degl’insoliti effetti. Allora che si prescielsero le voci bianche, e si chiamarono le belle figlie dell’amore e della poesia ad unire le loro voci ai cori delle nuovissime scene teatrali, gli uomini più dotti ed anche le più serie Accademie in quel tempo fiorenti, che tenevano in pregio sommo la musica, che avevano proprj musicisti e loro davano tetto, stipendio e regali, adoprandoli nelle onorate foresterie, nei banchetti, fra le lezioni e gli esercizj, e in ogni rito solenne, elessero a preferenza le donne «avendosi osservato — come motivava una siffatta deliberazione l’Accademia Olimpica, 1609 — che la mediocrità del saper delle donne incontra forse più che l’eccellenza degli uomini.»

Ma tutte non erano per certo mediocri, notava il Lampertico raccoglitore delle memorie della celebre Accademia Vicentina, se i virtuosi e le donne state a que’ stipendj, fin da quando Guglielmo III di Mantova veniva ivi festeggiato (1582), meritarono di passare al servizio del Duca, e d’aver nominanza anche fuori d’Italia, e accoglienza alle straniere Corti. Che se pure, io soggiungo, le mediocrità servirono allora a quelle barriere e in que’ concerti e rimasero oscure, non patirono la sorte medesima quelle donne e que’ maestri che fra gli accademici, ai geniali titoli del canto e della musica associarono le doti dell’animo e della mente.

Se qualche umile cronaca serbò appena i nomi delle cantatrici, sebben laudatissime, riputate volgari[177], poeti e scrittori eternarono a chiarezza dei posteri le più sapienti.

Quindi le distintissime Fiorentine celebrate dal Doni, la Adriense compianta dal Groto[178], e le vere Accademiche Lucrezia Chiericato e Maddalena Casulana illustrate, quella dal Calmo e dal Bartoli, questa dal Maganza[179].

Anche in quell’epoca adunque in cui speciali condizioni resero le mediocrità sopportabili o preferite, il merito migliore soltanto vinse l’obblio, ed ebbe dal tempo alla sua volta preferenza e giustizia.

Dappoi, la indulgenza concessa all’infanzia, più non si riscontra colla maturità dell’arte: e nei tempi più recenti, proceduta questa collo sviluppo delle scienze, ad ultimo retaggio della mediocrità, aurea una volta vantata, non rimase che il nulla.

Quindi i maravigliosi avvenimenti dell’età nostra se porgono infinita materia da sublimare ne’ canti, quante cognizioni però non richieggono alla complicata e difficile interpretazione! Voglionsi le risorse tutte dell’arte.

Fu detto che — l’Italia, primogenita figlia della Grecia in fatto di arti belle, dilaniata per lunghi anni da sciagure intestine non ebbe sempre l’agio di riscaldare e sviluppare tutte le inclinazioni del suo genio: e forse non ultima cagione dei tanti disinganni patiti è forza riconoscerla in quella malaugurata fiducia nella facilità del proprio ingegno, da cui è invasa la maggioranza degl’italiani, e che li rende generalmente neghittosi ad approfondir seriamente qualunque disciplina.

Gli stranieri invece, più fortunati di noi, sia per condizion di governi, sia per qualunque altra causa, fecero loro prò delle idee nostre e le condussero ad una perfezione relativamente ammirevole — alimentarono collo studio le scintille tolte al nostro suolo lasciate da noi quasi abbandonate. — Quindi, come le nostre scuole, anche i nostri cantori non lasciarono che belle tradizioni, ma facili e vaghe, mentre altri studiano a soverchiarci con artistici tipi. — Però v’ha in questo un conforto: gli stranieri ci rendono giustizia e riconoscono la fonte da cui hanno tratto le scintille fecondatrici. Ebbene, facciamo noi altrettanto, rendiamo loro la giustizia dovuta, prendiamo da essi quanto ci manca — gli esempj d’uno studio vasto, profondo — e facciamo nostro pro del frutto della loro sperienza.

Nelle loro scuole l’arte giunse a contrastare al genio la palma.

Se i nostri cantori accoppiassero al felice istinto la scienza!.. Non morirono i pochi che in questa ritemprarono l’arte.

L’arte lunga, mentre breve è la vita.

Non è qualche dote naturale che forma il vero artista; bensì la intima e profonda conoscenza degli elementi tutti che concorrono all’arte sua. Ed il canto è l’arte sublime che in sè riassume pittura e poesia: onde all’artista cantante è serbato d’interpretare le ispirazioni di chi raccoglie il concetto nel verso, e di chi lo disegna colla varietà delle note.

S’affidino adunque i cultori allo studio.

Ma uno studio vasto, profondo, universale; non limitato alla parte superficiale soltanto dell’arte da professare, ma bensì alla natura dell’arte, che è pur vasta, universale e profonda.

Obbedienti alle leggi della scienza per lo scibile tutto a cui gli artisti per quanto possono deggiono avvicinarsi, restino pure liberi e indipendenti nella pratica dell’arte prescelta.

A riconferma della necessità di sapere, e in pari tempo di quella libertà creatrice che abbiamo propugnata con giudizj e con esempj ragionando dei metodi e dei sistemi, insufficienti al sacerdozio del canto[180], mentre prima del maestro ogni uomo ha in sè medesimo il suo genio, vengano rammentati i consigli che il massimo filosofo, chiaroveggente dell’antichità, dava ai giovani ateniesi cultori delle belle arti.

Socrate avea imparato la scoltura dal padre, e la musica, che allor non era che il canto, dal valente Damone, e riconosceva l’utile riportato alla sua sapienza anche da quelle cui specialmente non si era dedicato, avendo, com’egli diceva, ascoltato in ogni studio il proprio genio.

Invidiava a Fidia e ad Omero, ma per imitazione o per metodi non s’avrebbe attentato emularli.

Ei riguardava la poesia come sapienza ispirata, ed il canto, una concitazione del genio.

Concitazione che sarà sublime, e negli effetti immortale, se originata da un genio ben culto.

Così i cantori possono rendere i loro nomi tanto più durevoli, quanto men passaggiere lascieranno le impressioni che sono destinati a destare.

A questo riflettano seriamente i cantanti dei nostri giorni; perocchè sia questa veramente l’epoca della serietà e della riflessione, e meriti l’argomento di non essere più trattato colla leggerezza d’un tempo, onde le fatiche loro procedenti a paro colle moderne esigenze, rendano l’opra loro non inferiore almeno in vitalità e consistenza dei manuali prodotti dell’artiere, dei frutti non ispontanei tratti dalle reclusioni e dalle condanne.

Ripensino gli attuali artisti teatrali a quella verità poc’anzi annunciata, che la fama quanto più divisa tanto è meno durevole: e in oggi, propagati i misteri dell’arte, resi a tutti accessibili gli scenici templi, generalizzato il costume de’ teatrali spettacoli, ricercherebbero in vano le romantiche avventure, le influenze straordinarie, fuori dallo stretto còmpito dell’arte.

Se nell’ultima parte di questa istoria abbiamo ripetuto qualche memoria biografica di alcune celebrità del passato secolo e de’ primi anni di questo, e ricordammo i casi loro avventurosi e straordinarj nel rimestamento sociale, egli si fu appunto perchè nessuno di que’ successi potrebbesi narrare degli odierni cantanti, essendo ben altre in oggi le influenze in politica, e potendosi dir finita la potenza dei poeti e de’ musici nelle sorti dei regni e della diplomazia; e perchè inoltre ben poco adesso si potrebbe notare di loro anche ai riguardi delle novazioni, dei progressi e dell’influenze nell’arte medesima.

Passano adesso più o meno applauditi e salariati tutti, e fluiscono tutti egualmente. E un’artista non dovrebbe finir mai!

Cessata l’opra in cui il vigor di natura e le forze più balde richieggonsi, rimane il senno, prolifica la dottrina. Resta il cittadino, cui più felici circostanze sorrisero, e lo misero in grado più ch’altri di fornirsi d’utili pregi a sè ed alla patria, la quale ripete ancora da lui nuova azione nel campo dei lumi, degli studj, del beneficio, delle onorate imprese, del procedimento nei figli.

È ben misero che finisca un uomo col cessare d’un suono, collo smarrire, d’una lieta impressione momentaneamente destata!

L’eco sola d’una voce, per quanto mirabile o straordinaria, dileguerà; e l’organo suo, senz’altro pregio, rimarrà come strumento spezzato. Quindi toccherà subir nuova prova dei fatali parossismi della vita: estremo di dolcezza e di dolore.

Un canto forse più umile, ma da ben’altri valori accompagnato, non cesserà mai di risuonare nel mondo civile, che tratto tratto ne richiamerà le delizie con nuovo studio e nuova maraviglia. Ond’è, che il vero merito rende fra le anime colte imperitura la fama di Francesco Landini, l’Omero toscano; di Gaspara Stampa, la Saffo veneziana; di Giovanni Paita, il ligure Orfeo; di Francesca Boschi, detta la Salomona della musica; di Antonio Pasi e Giambattista Minelli, soprannominati i sapientissimi artisti.

Come Timoteo è avvinto alla immortalità d’Alessandro, perdureranno i loro trionfi, quanto più prossimi all’altar della scienza.

Facili glorie non son consistenti: le fronde cresciute da lunghi e forti studj, e feconde di egregi frutti, così facilmente non appassiscono.

Ma glorie non sono quelle de’ Filoteti e delle Baccanti che cantano il piacer della vita; nè sono note che resistono al tempo, quelle che sortono dalla freddezza d’animo, accompagnate dalla indifferenza e dalla ignoranza. Gli accenti nati dalla preziosa sensibilità, passati pel fuoco della passione, e purificati nel crogiuolo della bella coltura, son quelli soltanto che lasciano impronta tradizionale e incancellabile alle generazioni e alla storia dell’arte.

La gloria del vero cantor musicista, che fa studio delle armonie della natura, e rivela le ispirazioni de’ cieli, compreso di sua missione, conscio di che sia canto, la gloria del virtuoso vero, non è effimera; è partecipe a quella della creazione, nelle cui ricerche può farsi immortale.