CAPITOLO CXLV. La Riforma religiosa procede. Opposizione papale. Riformati italiani. Inquisizione[272].

Tanto sovvertimento di costumi e d’opinioni crescea forza ai Protestanti, i quali con ispaventosa celerità propagaronsi dai Pirenei all’Islanda, dall’Alpi alla Finlandia, occupando le menti pensatrici, allettando le frivole, trasformando nazioni intere. Vi sono errori antichi, i quali, col resistere alla prova del tempo, mostrano essere compatibili col bene; vi sono verità nuove che, balzando su calle insolito la società, le riescono micidiali: laonde ogni rivoluzione, e per ciò che demolisce e per ciò che erige, cagiona perturbamenti e guerre.

Al disordine, che dagl’intelletti trasfondevasi nelle volontà, da queste nella politica, avrebbe dovuto rimediare la Chiesa; ma da principio i suoi capi parvero non accorgersi dell’intensità del male, e con frecce di legno e lance di piombo repulsavano un attacco decisivo. Fra i campioni da lei scelti, Silvestro Mazzolini da Priero presso Mondovì[273], maestro del sacro palazzo, raffinì tra le mani per modo che parve spediente comandargli di cessare; pur costituendolo vescovo, e giudice di Lutero. Girolamo Muzio (pag. 165) ne’ viaggi avendo osservato i costumi de’ Protestanti, non gli parvero quali da’ lodatori erano vantati, e la loro dottrina confusione ed abusione; e accintosi a combattere la comunione del calice a’ laici, il matrimonio de’ preti, e le altre novità, sostenne che non era necessario adunare un concilio, dissuase Lucrezia Pia de’ Rangoni dall’abbracciar gli errori diffusi tra i Modenesi. L’Inquisizione romana aveagli dato incarico di far bruciare tutte le copie del Talmud nel ducato d’Urbino, e d’informarla di quanto scoprisse di men religioso, principalmente a Milano. Quivi udendo predicare Celso Martinengo, lo chiamò ad esame, e lo incarcerava se non fosse fuggito a Ginevra, dove fu assunto pastore de’ Protestanti in Ginevra, e l’effigie del Muzio chiassosamente bruciata. Del Vergerio, vescovo di Capodistria, era stato amico d’infanzia; ma non che lasciarsene sedurre, non lasciò strada intentata per ritrarlo al vero, e frustrati i consigli amichevoli, scrisse contro di lui al popolo di Capodistria, e più dopo che apostatò. Nei tre testimonj fedeli esaminando le dottrine de’ santi Basilio, Cipriano, Ireneo, convince di falsità Erasmo ed altri: Pio V gli affida la riforma dell’ordine di san Lazzaro, e di rispondere all’Apologia Anglicana e alle Centurie Magdeburghesi: a sostegno del concilio di Trento scrisse principalmente il Bullingero riprovato; l’Eretico infuriato contro Matteo Giudice professore di Jena; la Cattolica disciplina de’ principi contro il Brenzio. L’Antidoto cristiano, la Selva odorifera, la Risposta a Proteo, il Coro pontificale, le Mentite Ochiniane, le Malizie Bettine, la Beata Vergine incoronata sono i bizzarri titoli d’opere sue, buttate giù con violenza e scarsa critica, svelenendosi colle persone, anzichè teologicamente incalzar l’errore; modo di farsi leggere dal vulgo, non di vantaggiare la causa del vero.

Erasmo, che fra i dotti d’allora rappresenta il cattivo moderato, avea dato spinta e spirito alla Riforma colle lepidezze e cogli epigrammi, sebbene poi ricusasse farsene campione per amor di pace, onde era blandito dai prelati: ma Alberto Pio signore di Carpi, delle lettere e delle arti e di Aldo Manuzio protettore, benchè attivamente involto negli affari, scrisse contro di lui e di Lutero, con qualche eleganza, ma scarsa forza.

Non di tali difese era tempo, e meglio operarono Girolamo Amedei, servita senese spedito in Germania; il padre Silvestri domenicano, che fece un’Apologia della convenienza degli istituti cattolici colla evangelica libertà; Ambrogio Fiandino da Napoli, agostiniano, che già avea confutato il Pomponazzi, senem delirium, hominem maledicum, patriæ vituperium, e dettò contro Lutero tre opere, che non furono stampate; Cristoforo Marcello veneziano, vescovo di Corfù, e famoso per dottrina non meno che per disgrazie (t. IX, p. 371); e principalmente Ambrogio Caterino domenicano, che nel secolo era stato Lancellotto Politi senese, uomo di molta dottrina ma litigiosa[274], per la quale s’abbaruffò anche co’ teologanti cattolici, e massime col cardinale Gaetano, ch’egli imputava d’interpretazioni nuove e opinioni singolari.

Girolamo Aleandro della Motta trevisana, lodatissimo da Aldo e da Erasmo per conoscenza del greco e dell’ebraico, da Alessandro VI dato segretario al duca Valentino, poi spedito per affari in Ungheria, da Leone X tenuto al fianco in alti impieghi, chiesto da Luigi XII professore all’Università di Parigi, quando fu deputato in Germania contro i Luterani parve esorbitare di zelo. Invece parve condiscendervi troppo il veneziano Gaspare Contarini, ne’ più difficili momenti mandato nunzio di Paolo III in Germania per indurre i Protestanti a riconoscere almeno i principj fondamentali, cioè il primato della santa Sede, i sacramenti ed altri punti appoggiati alla Scrittura e all’uso costante della Chiesa. Eruditissimo di filosofia, matematica, politica, avea scritto contro Pomponazzi e Lutero sopra la giustificazione per mezzo della fede, e due libri dei doveri del vescovo con semplice gravità e con minori triche scolastiche che non solessero i teologi[275].

Spesso lo zelo dava ombra; e Andrea Bauria ferrarese agostiniano, vigorosissimo predicatore contro i vizj, fu messo in sospetto a Leone X, il quale fece sospendere la stampa del suo Defensorium apostolicæ potestatis contra Martinum Lutherum, comparso poi dopo la morte di esso. Frà Girolamo Negri di Fossano, che con abbondevole frutto missionava nelle subalpine valli di Luserna e d’Angrogna, fu impinto d’eresie, e sospeso dal predicare, finchè si provò innocente, e scrisse una delle migliori difese della messa contro Lutero (Torino 1554).

Ma una vigorosa ed assoluta confutazione non apparve allora; nè tampoco fu tra noi chi facesse quel che Erasmo tedesco tentò e lo spagnuolo Melchior Cano compì, di ristabilire le vere nozioni sulla teologia e le prove di cui essa si vale: dissertavasi sovra punti particolari, non si toccava al fondamentale qual è l’autorità della Chiesa; si discuteva davanti al tribunale inferiore della ragione individuale; si filavano sillogismi de’ quali era impugnata la maggiore; non erasi scoperto il lato debole della Riforma, nè incalzati gli avversarj entro barriere saldamente posate col mostrare che il dogma fondamentale di essi, l’individuale interpretazione, distrugge l’essenza della società spirituale, distruggendo la fede. Togli alla verità il carattere obbligatorio, essa rimane indistinta da qualsivoglia errore, e il protestante non può condannare l’ebreo, il deista, l’ateo, giacchè nol potrebbe che coll’opporre alla ragione di questi l’autorità.

Tutto poi esponeasi con tecnico gergo, argomentazioni opponendo ad argomentazioni; i teologi sprezzando i letterati come gente da frasi, ed essendo sprezzati da questi come pedestri scolastici. Il sant’uomo Gregorio Cortese da Modena benedettino, riformatore del famoso monastero di Lerins, vescovo d’Urbino, poi cardinale, contro Ulrico Velenio dimostrando che san Pietro fu veramente a Roma, deplora la scurrile polemica allora usitata[276], ed alla quale egli porgeva sì diverso esempio.

Si scusi quanto si vuole Leone X, ma dicano i leali credenti se fosse un papato opportuno a richiamare all’ovile gli erranti quando le divinità dell’Olimpo erano evocate ad esilarare il Vaticano. Gli successe (1522) Adriano VI, il quale, convinto per argomenti scolastici delle verità rivelate, non poteva supporre buona fede ne’ Protestanti, al tempo stesso che deplorava fossero stati spinti all’eccesso col serrar loro le porte in faccia. D’altra parte, venuto da contrade forestiere, restò colpito dagli abusi della Corte romana, e sgomentò coll’annunzio di volerli svellere di colpo; mentre col confessarli e promettere di ripararvi porse soggetto di trionfo ai nemici. Alla dieta di Norimberga dal nunzio Cheregato fece dichiarare ai principi tedeschi «conoscere il papa che l’eresia luterana era supplizio di Dio per le colpe spezialmente de’ sacerdoti e dei prelati, e che però il flagello avea cominciato dal tempio, volendo prima curare il capo che le altre membra del corpo infermo; che in quella sedia già per alcuni anni eransi viste abominazioni, turpi usi nello spirituale, eccessi nei comandamenti, il tutto insomma pervertito»[277]. Sta nella biblioteca Vallicelliana a Roma il discorso che Bernardino Carvajal, cardinale ostiense, gli recitò all’entrata in Roma, esponendogli sette ricordi, che sono: 1. eliminare le arti antiche, che sono simonia, ignoranza, tirannide e gli altri peccati; aderire a buoni consiglieri; reprimere la libertà de’ governatori; 2. riformare la Chiesa sicchè più non paja una congrega di peccatori; 3. i cardinali e gli altri ecclesiastici amare d’amor reale, esaltando i buoni, e provvedendo ai bisognosi perchè non s’avviliscano; 4. amministri la giustizia senza divario; 5. sostenti i fedeli, massimamente nobili, e i monasteri nelle loro necessità; 6. faccia guerra ai Turchi; 7. compia la basilica di San Pietro[278].

Gli scrittori d’allora gareggiano nell’esaltare sopra quanti predicatori viveano frate Egidio da Viterbo; il cardinale Sadoleto lo vanta per facilità di parlar toscano, profondi studj di teologia e filosofia, talchè sa nelle prediche piegar le menti, serenare le turbate, accendere le languide all’amor della virtù, della giustizia, della temperanza, alla venerazione di Dio e all’osservanza della religione; e senza divario di giovani o vecchi, d’uomini o donne, di primati o vulgari tutti scotea con forza di ragionamento, fiume d’elettissime parole, d’eccellenti sentenze[279]. Non v’era solennità cui non fosse invitato, sicchè Giulio II riservò a sè il destinarlo: e sebbene il pochissimo ch’e’ ci lasciò non giustifichi tanti encomj, tutti sono d’accordo nell’esaltarne la virtù e l’integrità, per le quali Leon X, che gli scriveva colla famigliarità d’amico, lo ornò della porpora.

Egli dirigeva ad Adriano VI un commentario sulla corruzione della Chiesa e le guise di ripararvi. A dir suo, la depravazione s’insinuò dacchè la facoltà di sciogliere e legare fu adoprata più a vantaggio degli uomini che a gloria di Dio. Convien dunque limitarla, considerandola come uno de’ principali uffizj del pontefice, e quindi adoprarvi il consiglio d’uomini integri ed esperti; escludere le aspettative de’ benefizj, che fanno desiderar la morte, quand’anche non la procurino; evitare quell’avaro e ambizioso accumulamento di benefizj; reprimere l’ambizione dei monaci, che sotto la giurisdizione de’ loro conventi tengono infinite parrocchie, affidandole a qualche prete amovibile e mal provveduto. La turpe vendita di cose sacre, ammantata col titolo di composizioni, repugna ai canoni, ispira invidia a’ principi, e dà ansa agli eretici; sicchè dovrebbe restringersi l’uffizio del datario, che smunge il sangue dei poveri come dei ricchi. Nè le riserve di benefizj gli pajono oneste. Prima di conceder le grazie, si facciano da persone savie esaminare secondo la giustizia e l’equità; e così prima di promuovere a benefizj vacanti. A tutti poi gli uffizj si scelgano quei che più buoni, abili, fedeli, si diano uomini alle dignità e alle amministrazioni, non queste ad uomini: le concessioni, gl’indulti, i concordati con principi si rivedano esattamente, acciocchè questi non usino e abusino verso secolari e verso ecclesiastici. Indecoroso e imprudente fu il modo di maneggiar le indulgenze; sicchè voglionsi richiamare le commissioni date ai Minori Osservanti, per le quali riesce svilita l’autorità vescovile. Nessuna cura paja soverchia nell’amministrare la giustizia; un cardinale robusto e savio riveda le suppliche sporte al papa; scelgansi con somma diligenza gli auditori di Rota, man destra del pontefice, ed abbiano un soldo fisso, anzichè impinguar sulle sportule, le quali sono cresciute a segno, che le cariche vendute un tempo a cinquecento ducati l’anno, or si comperano a più di duemila; come quelle degli auditori di Camera pagansi trentamila ducati, mentre dianzi valutavansi quattromila. Via via determina gli uffizj della giustizia; se ne rivedano le giurisdizioni e gli statuti, che buoni dapprima, poi depravaronsi; abbia riforma il governo delle Legazioni, dove vorrebbe che i legati non rimanessero oltre due anni, come pure i governatori e prefetti e gli altri uffiziali; tutti lasciassero garanzia del loro operare, finchè subissero un sindacato; e a chi n’esce con lode, si attribuissero onori e comodi. I debiti onde Leone X gravò la sede col creare tanti nuovi uffizj che consumano l’anno centrentamila ducati delle rendite della Chiesa, si cercasse redimerli, e se ne esaminassero attentamente i titoli; non si surrogassero i vacanti, e gl’investiti medesimi si compensassero con altri benefizj. Si potrebbe pure alleggerire il debito col riservarsi una parte delle rendite di tutte le chiese ed un sussidio caritativo massime dai monasteri[280].

Una riforma conciliativa sarebbe ella stata ancora possibile?

Roma nel concilio Tridentino confessò col fatto che Lutero in molti appunti avea ragione; e se ella immediatamente avesse corretta la disciplina, receduto dalle pretensioni meramente curiali, non trasformate in dogmatiche le quistioni giurisdizionali, ceduto in somma di voglia ciò che poi dovette per necessità, avrebbe almeno levato pretesto alle declamazioni più popolari. Tuttodì noi vediamo le temporalità togliersi alle chiese senza scisma; circa alcuni riti s’era già condisceso coi Greci e cogli Ussiti; nè sul conto delle indulgenze, dei dogmi essenziali e dei misteri non parea fin allora stesse interposto l’abisso. Potè dunque Adriano VI sperare ancora un ravvicinamento, e vi si accinse: ma la luce di quel pontefice rivelò la profondità dell’abisso. Entrando in Roma, non volle le burbanze e lo spendio che si soleva; un arco di trionfo fece sospendere dicendo, — Le son cose da Gentili, e non da Cristiani e religiosi»; come il nome, così serbò i costumi prischi; si menò dietro la dabbene fantesca, che il servisse al modo di prima; per pranzo non spendea meglio d’un ducato, che ogni sera dava di propria mano allo scalco, dicendogli, — Te’ per la spesa di domani»; richiesto di prendere dei servi, rispose voler prima sdebitare la Chiesa; e udendo che Leone X tenea cento palafrenieri, si fece la croce, e disse che quattro basterebbero[281]. Essendogli mostrato il Laocoonte, esclamò: — Idoli pagani», e torse gli occhi dalle classiche nudità. Avendo dato un benefizio di sessanta scudi a un suo nipote, che poi gliene chiese uno vacato di cento, gli rispose con un gran rabbuffo che quello bastava a mantenerlo; e quando, vinto da molti preghi, glielo concesse, volle prima rassegnasse l’altro. Si fece promettere dai cardinali che deporrebbero le armi, non darebber ricetto ne’ loro palazzi a sbanditi e birbi, lascerebbero che il bargello v’entrasse per esecuzione della giustizia.

«Se gli ecclesiastici aveano barba grande alla soldatesca o abito non lecito a preti, ei riprendevali, perchè era tanto scorsa la cosa che portavano i prelati la spada a cavallo e cappa corta e barba. Ed io scrittore vidi in Firenze un nostro fiorentino, ch’era arcivescovo di Pisa, d’anni ventiquattro in circa, fattogli avere da papa Leone da un altro arcivescovo di Pisa ch’era ancor vivo con dargli uffizj di Roma in compenso e altri benefizj, in fatti comperato a dirlo in brevi parole, vederlo andare per Firenze il giorno a spasso a cavallo con una cappa nera alla spagnuola che gli dava al ginocchio, e la spada allato, e il fornimento del cavallo o mula di velluto a onore di Dio e della santa Chiesa: e il cardinale Giulio de’ Medici sopportava tal cosa, e andava sempre alla chiesa col rocchetto scoperto senza mantello o cappello, con una barba a mezzo il petto, e assai staffieri colle spade attorno, e senza preti e cherici: e a questo era venuta la Chiesa, d’andar in maschera cardinali e prelati, a conviti, a nozze e ballare»[282].

La semplicità di Adriano, il suo dir la messa e l’uffizio tutti i giorni eccitarono le risa nel palazzo abituato con Giulio II e con Leone X. Da un pezzo non v’erano papi forestieri, e questo neppur sapeva la lingua italiana; di che s’arricciava il patriotismo de’ nostri. Egli, che oltr’Alpe era reputato protettore degl’ingegni, e che aveva rimossi gli ostacoli dalla fondazione del collegio trilingue a Lovanio[283], fu reputato un barbaro da cotesti umanisti che più non salariava, e che presero la fuga beffando e bestemmiando: tutti i Sesti (diceva un epigramma) han rovinato Roma[284]; il Negro querelavasi che tutte le persone da bene se ne partissero; il Berni avventava un capitolo violento contro di lui e dei quaranta poltroni cardinali che l’aveano eletto; e Pasquino il dipinse in figura d’un pedagogo, che ai cardinali applicava la disciplina come a scolaretti. Molti interessi offendeva, perocchè, volendo togliere le vendite simoniache, pregiudicava quelli che le avevano legalmente prese in appalto: gravi nimicizie si suscitò coll’abolire le sopravvivenze delle dignità ecclesiastiche: privo d’appoggi di famiglia come straniero, di nuovi non se ne creò, perchè innanzi di conferir benefizj ponderava a lungo, e così lasciava scoperti i posti: diffidando dei più come corrotti, era costretto porre il capo in grembo ai pochi cui credeva, e che lo tradivano; onde fu inteso esclamare: — Quale sciagura che v’abbia tempi, in cui il miglior uomo è costretto soccombere». In fatti egli pio e zelante fu reputato un flagello non minor della peste che allora correva; la morte sua fu pubblica esultanza, e alla porta del suo medico si sospesero corone civiche ob urbem servatam.

Per verità il peggior momento a riformare è quando sia impossibile il differirlo. Ora, solo col tempo si poteva riparare ai guasti recati dal tempo: ma intanto la Riforma procedeva colla violenza di chi distrugge; nei popoli s’introduceva l’abitudine dei riti nuovi, e lo sprezzo dei dogmi vecchi; i preti ammogliati v’erano avvinti col doppio legame dell’interesse e degli affetti; e i figliuoli s’educavano nel nuovo credo.

Qualunque volta una grave eresia le lacerò il grembo, la Chiesa erasi adunata in concilio attorno al successore di san Pietro, onde profferire secondo il sentir suo e dello Spirito Santo. Questo rimedio, efficacissimo allorchè non era messa in quistione l’autorità della Chiesa, fu proposto al cominciamento del male, e primi i Protestanti dalle scomuniche del pontefice appellarono al concilio, e i Cattolici confidavano potere in siffatta adunanza opporre il sentimento universale e antico alle opinioni particolari e nuove. Clemente VII (1523), succeduto pontefice, mandò fuori lettere, ove coi treni consueti deplorando le jatture della cristianità, ne accagionava la discordia dei principi e lo sformamento dell’ordine ecclesiastico; dovere la correzione cominciarsi dalla casa di Dio; egli emenderebbe se stesso, i cardinali facessero altrettanto; visiterebbe in persona tutti i principi onde concordar una pace, fatta la quale, celebrerà un concilio per restituirla anche alla Chiesa. E persuaso che la suprema importanza consistesse nell’opporsi al Turco e sopire l’incendio germanico, rassegnavasi a qualunque transazione coi novatori: stile delle autorità minacciate, che si riservano di eluderle quando siansi rimesse in assetto. «Sua santità (scriveva il Muscetola) ha fatto esaminare da varj teologi nostri le confessioni stese da’ Luterani; e n’ebbe in risposta che molte delle cose ivi contenute erano del tutto conformi alla fede cattolica; altri poi capaci d’un’interpretazione non contraria alla fede se i Luterani volessero prestarsi a un accomodamento, il quale per altri rispetti ancora non sarebbe impossibile»[285].

Carlo V, che la Riforma guardava principalmente dall’aspetto politico, come imperatore potea desiderare l’umiliamento di questi papi che aveano tenuto al freno i suoi precessori, e che con Giovanni XII aveano proclamato il distacco dell’Italia dall’Impero, e con Giulio II la cacciata degli stranieri. Ma d’altro lato prendea dispetto che un frate cacciasse i suoi sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui; e che i principi dell’impero profittassero delle innovazioni religiose per emanciparsi non meno dall’imperatore che dal pontefice; diversione disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d’interessi mondani: ma quando uscì vincitore dell’emulo Francesco a Pavia, non sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de’ papi come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò il papa di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli stesso adunerebbe il concilio.

Ma un concilio generale, che al modo di quel di Basilea potrebbe dichiararsi superiore al pontefice stesso, maggior ombra dava a Clemente VII, nato illegittimamente e poco legittimamente eletto; sicchè abbindolò soprattieni e objezioni, dicendolo inutile e pericoloso: inutile, perchè l’eresia di Lutero essendo condannata dagli editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè parrebbe si revocassero in dubbio le antiche decisioni della Chiesa, e radunamento di tante teste torbide potrebbe al papa o all’imperatore strappare concessioni, di cui si pentissero poi. Se l’imperatore lo credeva opportuno, l’intimasse pure a nome del pontefice, patto però che gli eretici promettessero obbedirvi, e i punti a discutere si ponessero prima in iscritto, onde non perder tempo. Uberto Gámbara nunzio pontificio spiegò più chiaro che i Luterani domandassero il concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse unicamente occuparsi della guerra col Turco e dell’estinguere l’eresia, non già del riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero suffragio quei soli a cui spettava per gli antichi canoni.

Carlo mostrò aderirvi: ma Francesco I pretese che il concilio fosse libero di trattar quanto e come volesse. Intanto Clemente VII disgustava anche i Cattolici; per le ambizioni di sua casa esigeva decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara ricusate, egli pose all’interdetto la città. Altrettanto fecero, due anni dopo, i preti di Parma, esclamando contro i rigori esorbitanti; quand’ecco arrivare Vincenzo Canina canonico d’Imola commissario papale, e tutto in collera esporre cedoloni minacciosi: ma i preti stanno al niego, anzi insorgono, il popolo li seconda, e il canonico è ammazzato a strazio. Fatti simili si riprodussero altrove. I Riformati poi ebbero di che ridere al vedere, sotto il nome imperiale, saccheggiata Roma, e provocato uno scisma.

Di Paolo III succedutogli (1534) severamente giudicammo il nepotismo e la versatile politica; ma come pontefice comprese che lo spirito cattolico, assonnato nella tranquillità, pel contrasto raddrizzava gl’ingegni e i costumi; e secondandoli con sincerità, si cinse di ottimi cardinali, Caraffa, Contarini, Sadoleto, Polo, Ghiberti, Fregoso, tutti che avevano cominciato per fatiche particolari la ristaurazione della Chiesa. Incaricati della riforma, essi col modenese Tommaso Badia maestro del sacro palazzo, virilmente levarono rimproveri contro i papi che «spesso avevano scelto non consiglieri, ma servidori, non per apprendere il dover loro, ma per farsi dichiarare permesso ogni desiderio»[286]; denudarono gli abusi della curia; e poichè alcuno gli appuntava di eccedente vivacità, — E che? (disse il Contarini) dobbiam darci pena de’ vizj di tre o quattro papi, e non anzi correggere ciò che è guasto, e a noi medesimi procacciare fama migliore? Arduo sarebbe lo scagionare tutte le azioni dei pontefici; è tirannide, è idolatria il sostenere ch’essi non abbiano altra regola se non la volontà loro per istabilire o abolire il diritto positivo».

Paolo III riformò la camera apostolica, la sacra rota, la cancelleria, la penitenzieria: e i Protestanti, che volevano la morte non l’emendazione di Roma, ne menarono vampo quasi ella si confessasse in colpa.

Ma oltrechè negli abusi profondamente radicati può temersi che colla zizzania si svelga anche il buon frumento, gl’interessi personali impedivano i buoni e pronti effetti. Il clero superiore s’era invecchiato fra abitudini aliene dalla religiosa austerità: il basso (lasciam via le eccezioni) si conformava a quegli esempj, nè l’educazione lo aveva addestrato ad armeggiare nella lotta decisiva. Negli Ordini monastici alcuni per gli ozj opulenti destavano scandalo; altri le beffe per la povertà degenerata in sudicieria, per la semplicità ridotta a grossolanità, per lo stesso zelo ingenuo, dissonante da tempi di dubbio e di controversia. Venne dunque a grand’uopo l’istituzione di un Ordine vigoroso di gioventù, addottrinato e pulito come il secolo.

Ignazio di Lojola, gentiluomo di Guipuscoa in Ispagna, paggio alla Corte di Fernando e Isabella, poi uffiziale, distinto per valore non meno che per belle forme, nel respingere dalla patria gli stranieri è ferito (1521): stando a letto prende a leggere alcune vite di santi, e commosso da quelle austere virtù, vota la sua castità a Maria coi riti cavallereschi ond’altri dedicavasi a una donna, e strappatosi alla famiglia, mendicando s’avvia pedestre a Gerusalemme. A stento indotto a surrogare al sacco un ferrajuolo e cappello e scarpe, naviga da Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a uno straniero, e in tempo di peste. Baciati i piedi di Adriano VI, arriva a Venezia, sozzo, macilento, rejetto, donde in Terrasanta. Nel pellegrinaggio risolve di fondare una nuova cavalleria, che combatta, non giganti e castellani e mostri, ma eretici, maomettani, idolatri; e con sei amici entrati nel suo disegno fa voto di mettersi all’obbedienza del papa per le missioni. Tornando in Italia, e agitando le ampie tese de’ patrj cappelli, predicano penitenza in quell’italiano spagnolesco, in cui i nostri erano troppo avvezzi a udire minaccie e improperj.

È solito de’ tempi di setta attribuire ad uno i vizj più opposti a’ suoi meriti. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici mascherati; il vulgo soggiunse avessero un demonio famigliare, che gli avvertiva quando convenisse mutar paese; fu divulgato che fossero stati arsi dall’Inquisizione. Ma il nunzio pontificio e Gian Pietro Caraffa, sant’uomo, ne compresero la virtù, della quale davano prova assistendo agl’incurabili; Paolo III, trovatili dotti e pii, gli ammise al sacerdozio, preparati con rigorosi esercizj; quando poi gli presentarono il disegno d’un Ordine, diretto ad assodare la fede, propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali, coll’assistere a prigionieri e malati, l’approvò, chiamandoli Cherici della Compagnia di Gesù, come testè dicevasi della compagnia del conte Lando o di frà Moriale. Ignazio, militarmente designatone generale, ben tosto la sua milizia diffonde per tutta la cristianità; ed egli la governa senza uscire dal collegio di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa: una onde rimettere in pace gli abitanti di Tivoli coi loro vicini di Sant’Angelo; una per riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna d’Aragona sua moglie. Francesco Strada, suo discepolo, cento e più giovani guadagna a Dio in Brescia; e a Ghedi, ove si solea prendere in burletta i predicatori, egli col lasciar via i fioretti oratorj, e col venir alle strette, ottiene copiosissimi frutti. A disciplinare la difficile Corsica faticarono i padri Silvestro Landino di Lunigiana ed Emanuele di Montemayor. In Sicilia il vicerè di Vega gli ajutò a porre la prima casa di novizj: il padre Domenecchi gl’introdusse a Messina, poi a Palermo, ove presto ottennero l’Università. Il doge di Venezia ne chiese due ad Ignazio, fra i quali il Laynez che fu poi generale, e che ivi predicò ai tanti eretici chiamativi dal commercio: alloggiava nello spedale di San Giovanni e Paolo, ma tanti doni vi affluivano, ch’egli protestò dal pulpito non riceverebbe più nulla. Poi il priore Lippomani provvide d’una casa i Gesuiti, che n’ebbero pure a Padova, a Belluno, a Verona. Degl’italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo Paolo Achille, Benedetto Palmia, oltre Paolo da Camerino e Antonio Criminale, che apersero l’India alla fede[287].

Quando Ignazio morì (1556), contavansi più di mille Gesuiti in dodici provincie: Portogallo, Italia, Sicilia, Germania alta e bassa, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile.

Le loro costituzioni portano i tre voti soliti: ma alla povertà si obbliga il privato, mentre i collegi e i noviziati ponno possedere onesta agiatezza. Legavansi ai voti solo a trent’anni, e dopo che lungo e scabroso noviziato avesse prevenuto le incaute professioni e i tardivi pentimenti. Non che isolarsi, vivono in mezzo alla società, pur senza mescolarvisi; non hanno chiostri ma collegi ben fabbricati; abito ecclesiastico, non monacale, e che possono mutare con quello del paese ove dimorano; vita tutta diretta ad azioni reali, efficienti, avendo per ogni condizione un posto, per ogni capacità una destinazione. Ciascuna provincia aveva un luogotenente e gradazione d’impieghi, dipendenti dal generale, che, a differenza degli altri Ordini, era perpetuo, sedeva nella capitale del mondo cristiano, e conoscendo ciascuno per le relazioni trasmessegli dai capi, sorvegliava l’amministrazione de’ beni, disponeva dei talenti e delle volontà. Acciocchè l’ubbidienza fosse più intera, non cercavano dignità, anzi da principio asteneansi da qualunque impiego permanente. La Riforma avea tolto a pretesto l’ignoranza e la corruttela del clero? ed essi mostransi studiosi e d’una costumatezza che i maggiori avversarj non poterono se non dire ipocrisia. Si sono paganizzati i costumi e la disciplina? essi li emendano cogli spedienti migliori, cioè l’esempio e l’educazione. L’alto insegnamento è negletto? essi se ne impadroniscono. Vedono ottenere lode la poesia latina? essi formano a quella gli scolari. Piaciono le rappresentazioni? ed essi ne danno di sacre. È tacciata la venalità e l’ingordigia del clero? ed essi insegnano gratuitamente, gratuitamente si prestano alla cura delle anime, istituiscono scuole pei poveri, esercitano la predicazione, e ne colgono mirabili frutti, sin a portare all’entusiasmo della devozione. Non stitichezza nel confessare, non vulgarità nel predicare, non eccessiva disciplina che maceri un corpo destinato a servigio del prossimo; non istancar i giovani, nè prolungarne l’applicazione più che due ore, e ricrearli in villeggiature ed esercizj ginnastici. Liberi pensanti e scopritori di nuove verità, porgeansi officiosi, affabili, l’un l’altro coadjuvanti, staccati da ogni personale interesse a segno, che vennero imputati d’affievolire gli affetti domestici.

I letterati d’allora sono una voce sola a magnificarne le scuole; e per tutto erano cerchi a maestri, a predicatori, e massime a confessori. Al tempo che contro del papa s’elevano l’esame e la resistenza, essi professano obbedire incondizionatamente ad ogni suo accenno; e propugnarne l’autorità, non la temporale già crollante, ma quella che poneva Roma a capo dell’incivilimento; combattere i Protestanti con ogni modo, eccetto la violenza; avendo anzi impetrato il privilegio d’assolvere gli eretici dalle pene temporali. Mentre poi i re ed i mercanti mandavano nel Nuovo mondo a uccidere e conquistare, essi vi corsero a convertire le Indie, il Giappone, la Cina, le Americhe. Non v’è forte pensatore che i meriti de’ Gesuiti non confessasse; non v’è ciarliero da caffè che non ne esagerasse le colpe, sicuro d’esser creduto, come l’accertava due secoli fa il maggiore scettico[288], e come ne diè prova fin il secolo della tolleranza, ricusandola solo a costoro e a chi osasse non bestemmiarli. E per vero una società che proponeasi per canoni il sentimento e l’esempio dell’unità, il rassegnare la propria alla volontà superiore, la propria ragione al decreto altrui, urtava talmente cogli istinti rigogliosi e coll’irruente fiducia dell’uomo in se stesso, che non è meraviglia se fu segno d’inestinguibile odio, e se ogni lampo di libertà portò un fulmine sul loro capo. La podestà secolare poi armavasi allora per reprimere lo spirito di rivolta, e Casa d’Austria, costituitasi guardiana dell’ordine, spingeasi alle riazioni; onde i novatori nell’avversione a questa confusero i Gesuiti, che ne pareano o incitatori o stromenti. Ma la storia vive d’indipendenza e libertà; se esecra i persecutori forti, peggio ancora i persecutori pusilli; e pronta a lodare le virtù perchè non disposta a dissimulare i vizj, non può contentarsi di beffe e leggerezze nel giudicare quest’associazione, fusa e robusta come l’acciajo, in mezzo alle moltitudini che perdevano ogni altra coesione fuorchè quella de’ governi; questa milizia che mette brividi di paura perfin nel suo sepolcro, e che allora, baldanzosa di gioventù e di sagrifizj, offrivasi ai pontefici per la giornata campale.

Perocchè Roma era convenuta anch’essa sull’opportunità d’un concilio, non più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che con nuovo succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Chi non ricorda le assemblee o legislative o costituenti, volute dai popoli e promesse dai principi nel 1848? Con altrettanta lealtà l’imperatore, il re di Francia, gli ecclesiastici, Lutero aveano chiesto il concilio: altri il tragiversavano col solito sotterfugio del chiedere troppo, pretendendo che il papa vi comparisse non capo ma membro, e che anche i novatori avessero voce deliberativa; lo che equivaleva a dare già per concesso lo scisma. Paolo III, che da senno il voleva, e che all’uopo spedì in Germania Ugo Rangone quantunque contrariato dalla lega Smalcaldica e da mille ostacoli[289], intimò il concilio (1545) a Trento, sul limite dell’Italia e della Germania. Inviando a presederlo come angeli della pace Gianmaria Ciocchi Dal Monte e Marcello Cervini, italiani che divennero papi, e Reginaldo Polo inglese che ne fu ad un punto, dichiarava scopo del concilio l’estirpazione delle eresie, l’emenda dei costumi e della disciplina, e la concordia fra i principi cristiani.

Ma oltre avere i Protestanti ricusato intervenirvi, ogni passo era reso scabroso da puntigli dei re cattolici e dei prelati delle nazioni: e la prima adunanza (13 xbre), con venticinque vescovi, si logorò in dispute sui convenevoli, sul cerimoniale, sulle forme, sul modo di votare, perfin sul titolo del sinodo: perditempi che noi vedemmo rinnovarsi pur jeri, e non da frati e cardinali. Sospese le tornate in pericolo di peste, poi riassunte, quando Maurizio di Sassonia marciò sovra Trento per sorprendere l’imperatore, i padri sgomentati si dissiparono.

Non vi si doveano mettere in dibattimento quistioni parziali come a Costanza, bensì l’essenza stessa della Chiesa; e in tanto bollimento degli spiriti quanto non era pericoloso il raccorlo, difficile il tenerlo ne’ limiti! Nè il divisarne il procedimento appartiene al nostro racconto, bastando toccare quei sommi capi che valsero sull’avvenire.

Dopo settantacinque giorni di baruffe tra la fazione imperiale e la francese, Gianmaria Ciocchi Dal Monte per via di promesse e transazioni ottenne la tiara col nome di Giulio III (1550), e subito dalla lodatissima operosità cascò nell’infingardaggine, e abbandonando gli affari al cardinale Crescenzio, sciupava tempo e denari in una deliziosa vigna fuor di Roma, divenuta proverbiale. Di titoli e beni fece prodigalità ai parenti; diede Camerino in governo perpetuo a Balduino suo fratello, al costui figlio Giambattista il titolo di gonfaloniere della Chiesa, e Novara e Civita di Penna in signoria, e «maggior grandezza in Roma che se fosse stato duca o signore naturale e antiquato in qualsivoglia parte d’Italia» (Segni). Donn’Ersilia, moglie di Giambattista, lussureggiava di tal fasto, che la duchessa di Parma figlia dell’imperatore penava a ottenerne udienza. Ai nipoti per sorelle diè stati e titoli di signori, ed ornolli di cardinalati, di titoli di capitan generale, e li fece simili a veri signori, essi di cui jeri s’ignorava la stirpe. A un pitocchetto raccolto e che lo spassava giocolando con un bertuccione pose tal amore, che il fece adottare da suo fratello, lo colmò di benefizj, e per quanto zotico fosse, e i prelati vi repugnassero, lo ornò della porpora: ma il mal allevato riuscì alla peggio, e finì per le prigioni.

Erano andamenti da togliere pretesti ai Riformati? anzi il costoro apostolato si diffondeva anche in Italia. Ci fu veduto come qui prima che altrove se ne svolgesse il seme, tra per senno di pensatori, tra per arguzia di letterati. La estesa reputazione de’ nostri dotti fece che i novatori forestieri ne bramassero l’adesione, e cercassero qui divulgare le loro scritture, mentre la vivacità degli ingegni nostrali inuzzoliva delle nuove predicazioni. Veramente nella libertà con cui qui si disapprovava la romana curia, svampavano quelle stizze che compresse invigoriscono, e la vicinanza facea che coi traviamenti delle persone non si confondesse la santità delle istituzioni. Gl’Italiani, la cui immaginazione non era inaridita dal raziocinio, mal poteano gradire un culto senza bellezza, senza vita, senz’amore, che riprovava le esteriorità, e sbandiva dal santuario le pompe tanto popolari, e quella liturgia or festante e trionfale, or tenera e melanconica, grave sempre e maestosa; quelle cerimonie derivate dalle idee più sublimi unite ai simboli più graziosi, dai sentimenti più puri manifestati colle forme più splendide e variate, e che nutrivano le arti, sì gran parte della gloria nazionale. Sentivano poi come il papato conservasse all’Italia l’importanza che sotto ogni altro conto smarriva, e vi traesse denaro, persone, affari; tutti i principi e le case magnatizie tenevano parenti nelle prelature e nel sacro collegio, i quali e godevano pingui benefizj, ed esercitavano influenza: molti contavano dei santi fra i loro antenati: i letterati chiamavansi riconoscenti ai papi e ai cardinali, che gli aveano per secretarj o clienti: insomma l’interesse che spingeva i forestieri, distoglieva i nostri dal volere la Riforma; oltrechè li vegliava più dappresso l’autorità ecclesiastica.

Lutero avrebbe avuto efficacia sopra le profonde convinzioni di Dante; non sopra i contemporanei dell’Ariosto che di tutto ride, e ride dei dogmi più che Lutero.

Ma se l’amore della novità non invase nè le plebi nè i principi, e se quelli che si occupano di regolare la propria fede son pochissimi a fronte di coloro che ne usano e ne vivono, erra chi crede la Riforma non abbia qui avuto ed estensione e conseguenze civili e politiche[290]. Alcuni nostri teneansi in corrispondenza coi dotti tedeschi; e i cardinali Bembo e Sadoleto scriveano all’erudito Melantone, il principale apostolo di Lutero. Gli studenti tedeschi che qui venivano a raffinarsi, o i nostri che s’addottoravano nelle Università tedesche, servivano di conduttori alle nuove dottrine. Francesco Calvi da Menaggio (Minicio), librajo a Pavia, andò a cercare dal Froben di Basilea le opere di Lutero, e le propalò in Lombardia[291]: a Venezia si ristamparono la spiegazione del Pater di Lutero anonima, i Luoghi comuni di Melantone col titolo di Principj della teologia d’Ippofilo da Terranegra, poi il catechismo di Calvino, e il commentario di Bucer sui salmi col nome d’Arezio Felino, e le opere di Zuinglio sotto quello di Corisio Pogelio; pseudonimie che eludevano la superiore vigilanza.

Con apostolato diverso, la negazione era stata sparsa dai guerrieri, qui scesi a straziarci; fra i quali il fanatico Giorgio Frundsberg, inventore de’ lanzichenecchi (t. IX, p. 367), portava allato una soga d’oro colla quale vantavasi volere strozzare in Clemente VII l’ultimo dei papi. E poichè i partiti non sottigliano sulla moralità dei mezzi purchè giungano al fine, vi fu chi esultò dello strazio che que’ ribaldi recarono all’Italia e al papa; e un frate Egidio della Porta comasco, il quale con Zuinglio divisava i modi di diffondere la protesta evangelica di qua dall’Alpi, esclamava: — Dio ci vuol salvare; scrivete al Borbone che liberi questi popoli; tolga il denaro alle teste rase e lo faccia distribuire al popolo famabondo; poi ciascuno predichi senza paura la parola del Signore; la forza dell’Anticristo è prossima al fine»[292].

In quella corte di Ferrara, dove s’era veduta ogni bruttura, e dove il duca Alfonso fece dipingere dal Lotti la sua Laura Dianti in figura di Madonna col versetto Fecit mihi magna qui potens est, Renata di Francia figlia di Luigi XII era venuta moglie d’Ercole figlio di esso duca, che le regalò gioje per centomila zecchini. Aveva essa imbevute le dottrine di Calvino, e la troviamo lodata come santissima anima dal Brucioli nella dedica della Bibbia, per gran religione dal Betussi nella giunta alle Donne illustri del Boccaccio, e da Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue Lettere, che al Fontanini (rigoroso giudice) parvero seminate di frasi eterodosse, e la Parafrasi sulle epistole di san Paolo. Essa formò della Corte ferrarese un focolajo di pratiche anticattoliche; vi imbandiva grasso ne’ giorni di digiuno; vi ricoverò alcun tempo Calvino e Marot, traduttore francese dei salmi, e quanti per religione fossero spatriati; e istituì una piccola chiesa riformata.

Il marito, sollecitato dal padre Pelletario, per alcun tempo tenne essa ed i suoi chiusi nel castello di Consandolo; ma e quivi e ad Argenta essi diffusero le loro dottrine, sicchè il duca riferiva al re di Francia i traviamenti della moglie, narrando come dovette interporre prelati e ambasciatori perchè lasciasse far la pasqua alle proprie figlie; onde esorta il re a vincere un’ostinazione, la quale non potrà che recare disgustosissimi frutti[293]. In fatto, non venendone a capo, la rimandò in Francia.

Colla Renata vivea Francesco Porto cretese, insegnatore di greco nelle nostre città, poi ricoverato nel Friuli, in fine a Ginevra, dove Teodoro Beza ne compose l’epitafio. Emanuele Tremelli ferrarese, dal giudaismo convertito per cura del poeta Flaminio e del cardinal Polo, ben presto in patria e a Lucca sorbì le opinioni protestanti, e piuttosto che rinunziarvi, passò con Pietro Martire Vermiglio a Strasburgo, poi in Inghilterra; insegnò ebraico a Eidelberga, a Metz, a Sedan ove morì, lasciando varie opere e la versione latina della Bibbia siriaca e quella del Testamento Vecchio sul testo ebraico.

Frà Bernardino Ochino da Siena godeva tal rinomanza d’eccellente predicatore, che Carlo V diceva: — Farebbe piangere i sassi»; e il Bembo: — E’ fa girar tutte le teste; uomini, donne, tutti ne van pazzi; qual eloquenza, quale efficacia!» Dedito a quelle eccessive austerità, che non di rado inducono soverchia fiducia in se stesso, dai libri di Lutero imparò a cercare nella sacra scrittura ciò che alla sua passione piacesse, e fin dal 1542 Gaetano Tiene gli fece interdire la predicazione in Roma[294]. Presto gli fu ripermessa, ma forse perchè il papa non gli concedette la porpora cominciò a insultarlo, poi temendolo fuggì a Ginevra, e pubblicò molte opere, fra cui Cento apologhi contro gli abusi della sinagoga papale, de’ suoi preti, frati, ecc.

Filosofo e dialettico non vulgare, insegnava egli che non è possibile giungere al vero colla ragione, ma è necessaria l’autorità divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l’autorità della Chiesa, fu costretto rifuggire nel misticismo e nell’immediata ispirazione[295]. Sarebbesi rassegnato a credere a Calvino, egli che non avea consentito a credere alla Chiesa universale? Fu dunque maledetto e perseguitato a Ginevra; da Zurigo pure sbandito di settantasei anni con quattro figliuoli nel cuor dell’inverno; nè raccolto a Basilea ed a Mülhausen, s’ascose in Moravia, dove perduto due figli e una ragazza dalla peste, morì nel 1564.

Fu de’ più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l’aver sostenuto l’indissolubilità del matrimonio a fronte delle regie lubricità. Ma già Lutero, per favorire il landgravio d’Assia, aveva approvato la bigamia: ora l’Ochino nel XX de’ suoi Trenta dialoghi sostenne che un marito il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile, deve prima implorar da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l’istinto, che conoscerà certamente provenir da Dio, e prendere una seconda moglie senza sciogliersi dalla prima[296].

In quel centro di studj e di gioventù ch’era Bologna, seminò le novità nel senso zuingliano Giovanni Mollio di Montalcino minorita; e dalla corrispondenza de’ corifei forestieri appare che in molti germogliarono, anzi un gentiluomo esibivasi pronto a levare seimila soldati se si recasse guerra al papa[297]. Al Mollio teneva bordone Pietro Martire Vermiglio fiorentino, predicatore dottissimo, il quale potè stabilire una chiesa a Napoli, una a Lucca, una a Pisa[298], finchè fuggì a Strasburgo, e vi ebbe moglie e la cattedra lasciate dal famoso Capitone, e vien contato fra i loro ministri meglio versati nelle sacre scritture. Seco erano vissuti Paolo Lazise veronese, che a Strasburgo professò greco ed ebraico; Alessandro Citolini da Céneda, autore d’un’Arte di ricordare, nella quale riduce sotto certe categorie tutte le cose escogitabili[299]; Celso Martinengo bresciano; Girolamo Zanchi bergamasco, professore di teologia a Strasburgo, dove non essendovi chiesa italiana, i nostri si radunavano nella casa di lui.

Di Firenze fuggirono Gianleone Nardi, che molto scrisse a difesa delle eresie, e Michelangelo frate predicatore, che apostolò a Soglio ne’ Grigioni, e stampò un’Apologia, nella quale si tratta della vera e falsa Chiesa, dell’essere e qualità della messa, della vera presenza di Cristo nel sacramento della Cena, del papato e primato di san Pietro, de’ concilj e autorità loro ecc. Fuori professarono pure e Alfonso Corrado mantovano, autore d’un commento sull’Apocalisse, violentissimo contro i pontefici, e Guglielmo Grattarola medico bergamasco, e parecchi Napoletani[300]. Girolamo Massari vicentino, a Strasburgo insegnò medicina, e descrisse un processo dell’Inquisizione[301]. Scipione Gentile da San Ginesio nella marca d’Ancona, autore di molte opere legali e di annotazioni sopra il Tasso, morì professore di leggi in Franconia il 1616.

Celio Secondo Curione valente grammatico da Chieri, studiando giurisprudenza a Torino, prese contezza delle innovazioni, e invogliatosene fuggì per la Germania con Giovanni Cornelio e Francesco Guarini. Scoperto in val d’Aosta, dopo due mesi di fortezza fu collocato in un monastero ad esservi istruito nella fede: ma egli a reliquie di santi sostituì una Bibbia, poi sottrattosi, girò molte città d’Italia; a Milano ebbe moglie e cattedra; sinchè udito che di ventitre fratelli e sorelle suoi una sola era rimasta, ripatriò. Quivi udendo un domenicano in pulpito confutar Lutero, gli gridò, — Tu menti!» e cacciò a mano le opere di questo. Scontò l’ardire in carcere a Torino; ma, benchè incatenato, riuscì a sottrarsene tanto miracolosamente, che fu creduto opera di magia[302]. Per la qual evasione «non feci voto (dic’egli) di visitare Compostella o Gerusalemme, che sono idolatrie; nè di castità, perchè Dio solo può darla, ma mi consacrai tutto a Gesù Cristo, unico liberator nostro». Presto ebbe una cattedra a Pavia, e sebbene trapelasse come sentiva, mai per tre anni non si potè arrestarlo, perchè gli studenti vegliavano a sua tutela. Insistendo però il papa acciocchè il senato milanese svellesse quella gramigna, egli si raccolse a Venezia, indi a Ferrara, ove la duchessa gli diè lettere per le quali conseguì a Lucca una cattedra. Ma domandandolo caldamente il papa, la republichetta il consigliò di mutar aria; sicchè entrato negli Svizzeri, fu maestro a Losanna, poi a Basilea, donde più non si scostò, per larghe offerte che ricevesse. Una volta ardì tornare a Lucca per prendervi la moglie e i figli; il bargello si presentò per coglierlo, ma egli con un coltello da tavola alla mano si salvò. Molte opere di libertà protestante lasciò, fra cui è una rarità il suo Pasquino in estasi (Pasquilli extatici de rebus partim superis, partim inter homines in christiana religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium). Anche suo figlio Celio Orazio, professore di medicina a Pisa, latinizzò alcuni sermoni dell’Ochino; e in quel senso pendettero pure Agostino e l’Angelico, fratelli di quello.

Questa connivenza de’ Milanesi indica che fra loro non mancassero fautori ai Riformati. Milanese era frà Giulio da San Terenzio, che imprigionato a Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò opere ereticali col nome di Girolamo Savonese[303]. Di un processo contro sospetti luterani nel 1535 fa memoria il pizzicagnolo Burigozzo, narrando che gl’imputati, fra cui un prete, furono in duomo riconciliati dall’inquisitore e dall’arcivescovo dopo lettone la condanna, obbligandoli per alcune domeniche a stare alla porta maggiore vestiti di sacco, e con una disciplina battersi dal principio della messa fin all’elevazione[304]. Nel 1556 Paolo IV lagnavasi col vescovo di Modena si fossero a Milano scoperte conventicole di persone ragguardevoli d’ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista di Crema[305]. Da Milano era pur fuggito tra gli Svizzeri e i Grigioni quell’Ortensio Landi (pag. 253), le cui opere furono dal concilio di Trento messe fra le condannate in primo grado.

Il cardinale Sadoleto, persuaso che colla mansuetudine si potrebbero ancora ricondurre gli erranti, pure dolevasi che il papa non s’accorgesse della defezione degli spiriti e dell’indisposizione loro contro l’autorità ecclesiastica[306]; e il cardinale Caraffa dichiarava a Paolo III che l’eresia luterana aveva infetto l’Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del clero[307]. Più ancora esprimono le baldanzose speranze d’alcuni apostati.

Troppo vicina di Ferrara era Modena «città piacevolissima d’aere, d’acqua e di belle donne, ed ornata di bellissima gioventù, datasi tutta agli studj delle muse»[308]. Della famiglia de’ Grillenzoni, Giovanni era stato scolaro devotissimo del Pomponazzi, del quale raccolse le lezioni: neppur omettendo gli scherzi di che talvolta le condiva. Tornato in patria, imparò il greco da Marcantonio di Cretone, pel quale fece istituirvi una cattedra; e in casa teneva una specie d’accademia, ove ogni giorno davasi una lezione di latino, una di greco, s’interpretavano autori, e massime Plinio, potendo ognuno recar in mezzo il proprio parere. Vi s’aggiungeano banchetti letterarj, dati per turno da ciascun accademico, con frugalità delicata; e ogni volta si proponeva qualche esercizio d’ingegno, qualche epigramma o sonetto o madrigale; vivande non doveansi domandare se non nella lingua prefissa dal capo del convito, non ripeter le formole già usate da un altro, citare tutti i proverbj relativi a un animale o a una pianta, o a un tal santo o a una tal famiglia, ovvero recitare una novella.

Essendosi nel 1537 divulgato non so qual libro delle nuove opinioni, quell’accademia tolse a difenderlo, onde venne in sospetto; poi nel 1540 capitatovi l’erudito siciliano Paolo Ricci, che faceasi chiamare Lisia Fileno, banditore di dogmi riprovati, con baldanza se ne discuteva nelle piazze, nelle botteghe, da dotti e indotti, e fin dalle donne, allegando testi e dottori che mai non aveano veduti. Preso e menato a Ferrara, costui si ritrattò; ma gli effetti durarono, ed apparivano specialmente nel cuculiare che faceasi i predicatori, e sinistrarne i detti, tanto che più d’uno fu costretto scendere dal pergamo, e il cardinal Morone colà vescovo scriveva: — L’altro jeri un ministro dell’ordine ingenuamente mi disse che li suoi predicatori non voleano più venire in questa città, per la persecuzione che gli fanno questi dell’accademia, essendo per tutto divulgato questa città esser luterana»[309]. Il cardinale Sadoleto a nome del papa ne mosse querele con Lodovico Castelvetro, che n’era il migliore ornamento, e fu mandato un formulario di fede che i sospetti sottoscrivessero, come fecero alcuni, e fra gli altri il vescovo Egidio Foscarari, i cardinali Sadoleto, Cortese, Morone ed esso Castelvetro[310], e poco poi avendovi due Francescani predicato errori, furono puniti.

Il Castelvetro avea tradotto i Luoghi comuni di Melantone, che impressi in Venezia, furono bruciati dal carnefice. Essendosi poi inviluppato nel turpe arruffio che dicemmo con Annibal Caro (pag. 162), fu imputato d’eresia, e affidatane l’indagine a Pellegrino Erri, prelato modenese che avea tradotto i salmi dall’ebraico, e che procedette con zelo rigoroso. Il Castelvetro fu citato a Roma con Filippo Valentino, e suo fratello Paolo prevosto della cattedrale, e lo stampatore Antonio Gadaldino: il prevosto fece pubblica ritrattazione; il Gadaldino, che avea divulgato libri ereticali, fu sostenuto; Filippo fuggì, e con lui il Castelvetro, che si ritirò a Chiavenna. Condannato in contumacia con Gianmaria suo fratello, chiedeva perdono dal concilio di Trento, ma il papa pretendeva si presentasse al Sant’Ufficio di Roma, che aveva iniziata la procedura; onde vagò coi soliti guaj degli esuli, finchè a Chiavenna ebbe dai Salis onorata sepoltura, con un’iscrizione ove ancora si legge: Dum patriam ob improborum hominum sævitiam fugit, post decennalem peregrinationem tandem hic, in libero solo liber moriens, libere quiescit.

Nel 1825, nel basso Modenese, in una casa già dei Castelvetro, si trovarono murati da sessanta libri ereticali di prime edizioni, e furono acquistati dalla biblioteca Estense: i molti manoscritti che gli accompagnavano, lasciaronsi sciaguratamente disperdere.

Chiavenna, come la Valtellina, era allora suddita dei Grigioni, i quali avendo adottato le dottrine zuingliane, nei loro paesi davano pace a chi fuorusciva per religione. La Pregalia e l’Engadina, valli retiche confinanti coll’Italia, aveano avuto predicazione e chiese da frati apostati nostri.

A Chiavenna pure visse e morì Agostino Mainardi agostiniano, che scrisse l’Anatomia della messa e la soddisfazione di Cristo. Francesco Negri da Bassano agostiniano, legatosi con Zuinglio, lo accompagna alla conferenza di Marburgo, alla dieta d’Augusta caldeggia la libertà di coscienza, si asside a Chiavenna come maestro e pastore, finisce cogli Antitrinitarj: nella sua Tragedia del Libero Arbitrio, la Grazia giustificante tronca la testa al re Libero Arbitrio, e il papa è riconosciuto per Anticristo[311]. A Chiavenna stessa fe lunga dimora come pastore Girolamo Zanchi, canonico di Alzano bergamasco, che convertito da Pietro Martire, a Ginevra stampò sei volumi d’opere teologiche, onde salì in tal conto, che Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener testa a tutti i padri tridentini. Dolce e conciliante, procurava ravvicinare i dissenzienti, ma le sue concessioni spiacevano ai Luterani. Vedovo d’una figlia di Celio Orione, sposò Livia Lumaca, ricca chiavennesca, e n’ebbe molti figliuoli: professò ad Eidelberga, finchè il successore dell’elettore Federico III suo patrono escluse quei che deviavano dal luteranismo, onde lo Zanchi andò a finire nel Palatinato.

In Trento episcopava Bernardo di Clees nel 1535 quando le idee luterane vi presero piede, non tanto per convinzione, quanto per odio de’ valligiani contro i signori. Il vescovo tentò calmare i capi, e non riuscendo si ritirò a Riva, mentre gli abitanti della val Sugana e della val di Non tentavano prender Trento per forza; ma prevalsero le milizie del principe vescovo, il quale tornato ne fece appiccare e decapitar molti e mutilare e tenere in carcere. Di là era Jacopo Acconzio, giureconsulto rifuggito a Zurigo, poi a Strasburgo, e che alla divina Elisabetta d’Inghilterra, da cui ebbe ripetuti segni di stima, dedicò i famosi suoi Stratagemmi di Satana in fatto di religione (Basilea 1565), tradotti in molte lingue, dove tende a ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, affine d’indurre a vicendevole tolleranza le sêtte. Ma la tolleranza era ignota fin di nome, e tutte le parti lo disapprovavano, quasi menasse all’indifferenza[312].

Compagno eragli stato Francesco Betti romano, segretario del marchese di Pescara, che fuggito a Zurigo poi a Strasburgo, pubblicò una Lettera all’illustrissimo marchese di Pescara, nella quale dà conto della cagione che lo mosse a partirsi dal suo servigio e uscire d’Italia; specie di disfida ai Cattolici. Vi rispose il Muzio colla solita beffarda iracondia (pag. 362); molti si accinsero di richiamarlo all’ovile; ma egli continuò in varie città, e nel 1587, già vecchissimo, stampò a Basilea la traduzione di Galeno.

Pier Paolo Vergerio di Capodistria, nominato vescovo di Madrusch ancora laico, il giorno stesso ricevette tutti gli ordini e l’unzione episcopale da suo fratello Giambattista vescovo di Pola. Spedito nunzio papale in Germania, si lusingò di convertire Lutero, ma parve invece se ne lasciasse pervertire. Reduce, e non compensato quanto sperava, ritirossi vescovo in patria, dove cominciò a introdurre novità, dalle chiese tor via certe immagini e le tavolette de’ miracoli, negare il patronato speciale de’ santi su certe malattie, ed altri partiti che seppero d’empietà ai timorati, e singolarmente al Muzio e a monsignor Della Casa suoi violenti detrattori. Il quale monsignore si mostrò in fatto zelantissimo, non tanto per la santa Sede, diceva egli stesso, quanto per servire all’illustrissimo sangue della casa Farnese; e al famoso Pierluigi, da Venezia ove stava nunzio pontificio nel 1544, scriveva[313]: — Avendo io fatto mettere prigione un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene traducesse in vulgare il Pasquillo in estasi, libro di pessima condizione e pestifero, essendosegli trovato addosso, quando fu preso, un epitafio mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro Signore, ed avendo sua santità a Roma con l’oratore di questi signori fatto ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le diligenze possibili per poter mandare il detto Francesco a Roma, il quale è prete ed è stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e finalmente il serenissimo mi ha dato precisa negativa, fondandosi sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato deva sforzarsi di mantenerla».

Il Casa instruì il processo del Vergerio, e mentre il papa insisteva per averlo sott’occhio, egli esortava il cardinale Farnese ad impedirlo, perchè «in questo processo è una parte che contiene maldicenza, e spezialmente un particolare di quella calunnia che fu data al duca di Castro sopra il vescovo di Fano; per la quale particolarità, quand’io mandai a vostra signoria reverenda il detto processo, ne levai la parte della maldicenza, acciocchè nostro Signore non avesse a sentire questa calunnia, se forse non l’ha sentita fin qui»[314].

A questo modo s’ingannano i grandi! Intanto il Vergerio continuava con tale impudenza, che dal dotto Egnazio, presso cui ospitava, fu mandato via di casa: mostrava credere che suo fratello vescovo fosse stato avvelenato perchè apostato, poi d’essere in pericolo egli medesimo, tanto più dacchè venne inquisitore il suo compatrioto e nemico Annibale Grisoni. Presentatosi al concilio di Trento, per la cui convocazione egli si era tanto adoperato, non ne ottenne udienza, onde ricoverò in Valtellina, e il dispetto o il bisogno lo trasformò in caloroso novatore. A Poschiavo stampò il Libro ai principi d’Italia, ricco di particolarità storiche; trattò delle superstizioni d’Italia e dell’ignoranza de’ sacerdoti; girò la Germania, «invece di tesori mondani» portando molti scritti de’ novatori[315], e piacendo «per una certa sua eloquenza popolare e audacemente maledica» (Pallavicino); lanciava dardi infocati contro di Paolo III, dei prelati e del concilio, e principalmente di monsignor Della Casa, il quale poi vecchio e scaduto di speranze, ritirossi a Narvesa componendovi sonetti pieni di disinganno, e diceva di sè: Puer peccavi, accusant senem.

Il Vergerio alla Riforma acquistò credito e proseliti coll’autorità di vescovo e lo zelo di apostolo; favorì assai tra i Grigioni gli arrolamenti per Francesco I; ma perduta l’alta sua posizione nel clero nostro, neppure acquistò la fiducia de’ Protestanti, perchè, libero pensatore, non aderiva a Lutero più che a Zuinglio, sicchè dovette andar a morire a Tubinga (1565), dove qualche zelante disperse le sue ceneri.

Con lui stette in corrispondenza il militare Orazio Brunetti di Porcìa, le cui lettere (Venezia 1548) abbondano in senso protestante; in molti opuscoli italiani, nè pregevoli per scienza nè belli di forma, non mostra lealtà o convinzione, combattendo il cattolicismo collo svisarlo.

Simone Simonio lucchese, perchè dal niente non si fa niente, sosteneva che il Verbo era fatto, e vantava d’aver sillogismi che imbarazzerebbero san Paolo, e si dicea credesse nel cielo padre, nella terra madre, e nella forma, cioè nel senso e intelligenza del cielo. Buttatosi or con Calvino, or con Lutero, or cogli Unitarj, imprigionato a Ginevra, esulante per Germania e Polonia finchè visse, è dopo Melantone contato fra i restauratori della scienza dei Protestanti[316], mentre altri lo svillaneggiavano; nemici cui allude nel libro intitolato Scope con le quali si scopano gli escrementi delle calunnie, delle bugie, degli errori.

Alessandro Citolini di Serravalle nel Trevisano rifuggì a Strasburgo, poi in Inghilterra, ed è grandemente lodato da Sturm; ma la sua Tipocosmia, imitazione del Camillo, è una confusione inestricabile.

E molti potremmo indicare, che dalle ricerche scientifiche erano tratti nell’errore. Paolo Mattia Doria napoletano, autore della Vita civile, avea preparato l’Idea d’una perfetta repubblica, ma ne fu sospesa la stampa, e come lorda di immoralità e panteismo fu arsa. Il Panizzi, nell’edizione inglese dell’Orlando innamorato, ripubblicò un opuscolo del vescovo Vergerio (Basilea 1554), dov’è asserito che il Berni al burlesco poema intarsiasse dottrine anticattoliche, espunte dopo morto l’autore, e allega diciotto stanze, prologo al XX canto, donde l’editore conchiude che tali opinioni fossero comuni nella classe educata d’Italia, quanto oggi le liberali. Prova incerta, ma non nuova; chè già altri vollero noverare tra i Riformatori il Manzolli pel Zodiacus vitæ, astiosissimo contro il clero, l’Alamanni, il Trissino, altri ed altri, mal comparando chi riprova gli abusi con chi proclama la ragione individuale per unica interprete del codice sacro[317]. Fra essi è Vittoria Colonna, le cui poesie spirituali rivelano una profonda religione, qual doveva penetrare le anime virtuose, sofferenti dei mali della patria, che attribuivansi alla depravazione de’ costumi, e alla negligenza e peggio de’ prelati. Massime chi era contemplativo più che indagatore doveva restar commosso dai dubbj allora gettati nell’intelligenza della fede, onde furono confusi coi Riformati persone di gran pietà, che colla loro stessa austerità, col congregarsi a ragionar di Dio, coll’occuparsi delle indagini teologiche protestavano contro l’indifferenza dei più. E molti infatto della predicazione luterana non vedeano che il lato morale; una pietà forse inconsiderata, ma invaghita d’una purezza che deploravano perduta nella Chiesa; un compiangere le persecuzioni fatte all’Ochino o a Pietro Martire, mentre si tolleravano l’Aretino e il Franco; una profonda fiducia nei meriti di Gesù Cristo, senza accettare l’autorità e i sacramenti da lui istituiti.

Così di Marcantonio Flaminio, elegante latinista che ridusse i salmi in odi, messe all’Indice, si dà per segno di apostasia l’ardor suo per Cristo, le lettere piene di pietà, e il raccontare egli stesso come, essendo malato, per le preghiere del Caraffa risanò[318]. Lo storico Pallavicino, sebbene appunti il Flaminio di «covare nella mente tali dottrine, per non dover combattere le quali ricusò d’andare secretario del concilio di Trento», soggiunge che, in fine degli anni suoi, la salutevole conversazione del cardinal Polo il facesse ravvedere, e scrivere e morire cattolicamente.

La libertà del Trissino (t. IX, p. 316) prova quanto fossero tollerate le declamazioni contro di abusi, che si confessavano anche quando non si pensava a correggerli. I nostri godeano udirle ripetere dai Protestanti, e di poter esclamare, — Anch’io l’avea detto e prima di loro»: chi vagheggiasse fama di franco pensatore assentiva alla disapprovazione delle cose antiche, a quegli epigrammi, o raziocinj poco migliori d’epigrammi, che vengono facilissimi a chi è mal informato della soggetta materia.

Come oggi il liberalismo politico professa di volere la libertà, nel mentre i conservatori pretendono combatterlo in nome anch’essi della libertà, così era allora del religioso: sparlavasi della Corte romana, senza per questo volerla disfare; chi gridava ad una riforma del clero, chi al depuramento del culto; alcuni o a voce o per iscritto emettevano errori di cui aveva colpa l’intelletto non la volontà, più scusabili quando i dogmi non erano stati nè così ben definiti, nè così popolarmente espressi come dopo il concilio di Trento. E molti potevano lealmente credere che la critica non farebbe che appurar la Chiesa e consolidare il dogma; non essendosi ancora veduto succedersi dottrine tutte cangianti, tutte discutibili in modo, che gli spiriti non si inebbrierebbero più che del dubbio. E in generale si sapeva, o almeno si sentiva che riformare non è distruggere; che le riforme opportune e durevoli denno venir dall’amore non dalla collera, dall’autorità che dirige, non dalla violenza che scompiglia.

Ma già appariva la moltiforme natura della Riforma; in Germania assodatrice del principato, in Francia faziosa, in Inghilterra dispotica e persecutrice, in Iscozia fanaticamente esagerata, regia nella Scandinavia, repubblicana in Isvizzera, deleterica in Polonia. A noi proveniva o da Germania o da Ginevra: i pensatori propendevano piuttosto a Zuinglio che a Lutero, perchè quegli avea scritto in latino, e più serio e più logico. Ma presto anche di qua dell’Alpi si comunicarono i litigi che di là si dibattevano intorno alla presenza reale; e Lutero, interrogatone dai novatori del Veneto, anatemizzava Zuinglio ed Ecolampadio «dottori contagiosi, falsi profeti».

Eppure i dissensi non doveano qui limitarsi; e i nostri, non solo contribuirono a distendere altrove la Riforma, ma ne dedussero più rigorose conseguenze. Lutero aveva mantenuto molti dogmi, e la gerarchia, e il canone dell’autorità, rendendola però servile al potere temporale che solo, rinnegata la scomunica, potea mantenere colla spada quell’unità di fede che appunto erasi spezzata; onde non fece che diroccare l’ecclesiastica disciplina, a segno che più volte si sperò una riconciliazione. Calvino dall’inerte uffizialità del luteranismo avventossi alla critica, negando addirittura la Chiesa nel senso mistico, e facendola sparire in faccia all’individuo, sicchè restava interposto un abisso: eppure nelle vertigini della ragione egli non si spinse fino all’estremo. Furono Italiani che senza ritegno compirono la doppia dissoluzione della disciplina e della gerarchia, unendovi quella delle fondamentali verità; e in nome dell’irrefrenata autorità della ragione intaccarono l’idea stessa, l’ontologia cristiana. Non gente di stola e di tonaca, ma giureconsulti e medici, ammessa unicamente la Bibbia, e in questa non trovando espresso il dogma della Trinità, lo impugnarono, come gli antichi Ariani, negando la divinità di Cristo, la consustanzialità del Verbo, ed altre che diceano introduzioni de’ sofisti greci.