Aveasi dunque la letteratura in conto d’una distrazione o d’un’industria, nè tampoco sospettandovi la missione sociale che l’Alighieri le avea sì ben conosciuta. Verun alto scopo proponendo ai desiderj e alla volontà, e unicamente sollecita delle forme, non s’abbandonò all’ispirazione, non sentì bisogno d’originalità, nè un genere nuovo trovò, nè ebbe i lanci inconditi ma spontanei dell’età antecedente. Da principio gli studj si piantarono sull’antichità, ma per oltrepassarla; meditavansi Aristotele e Platone, ma ribattendone gli errori ed ampliandone gli intendimenti; i politici prendean norme dagli antichi, ma serpeggiando pei labirinti della società più che quelli non avessero fatto; dai classici deducevansi le poetiche, ma scrivendo poemi che tutte le violavano. E da quel misto d’imitazione e di spontaneità si dedusse uno stile naturalmente puro e buono in tutte le scritture come in tutte le arti, quel sentimento dell’elegante sobrietà che sa scegliere e condensare le idee e le particolarità; in modo che i Cinquecentisti riescono classici quanto si può essere senza genio. Ma lo studio sugli antichi degenerò ben presto in contraffazione, lasciando infingardire l’intima attività degl’intelletti. Dato alla lingua nazionale correzione e dignità insolita, la tormentarono colle reminiscenze e colle forme accademiche; invece di maneggiare la favella del popolo con artifizio dottrinale, si produssero pensamenti triviali in istile dilavato, periodar vuoto, prolisso, rinvolte circonlocuzioni, frasi pedantesche, in quel purismo affettato che applica alla società moderna le idee dell’antica. Per l’abitudine contratta nel far i latini, i quali non potevano esser dettati se non dalla memoria, i versi sono centoni del Petrarca, del quale alcuno raggiunge la serenità, nessuno la creazione. Il Rucellaj lucida la Rosmunda sulle tragedie antiche, le Api su Virgilio; il Sannazaro, che ha sott’occhio il più bel golfo del mondo, canta l’Arcadia, o trasferisce gli Dei dell’Olimpo nella casta cella di Nazaret; la commedia ritesse gli orditi di Plauto, strascinandoli a costumanze moderne; come nelle belle arti il Palladio edificava un teatro alla greca, e il Vaticano era ridotto a palazzo delle Muse.
La politica, la teologia, le altre severe ispirazioni di Dante, le ampie sue allusioni, le macchine jeratiche più non si riscontrano: l’elevazione ideale che penetra nell’intelligenza divina, più non si cura: al soprannaturale del concetto si surroga il soprannaturale della fantasia: ai concetti, impacciati in forme non loro, manca calore di sentimento, profondità di pensiero, potente concisione, accorta sagacia: la scienza si limita ad ammirare i sommi antichi, e per rispetto a loro sentenzia di barbari i tempi incolti ma robusti, in cui erasi mutato il nuovo incivilimento. Arguti a conoscere i difetti della società e svelarne le ridevolezze o l’infamia, accettano poi opinioni vanissime, errore da verità non discernendo o essendovi indifferenti; e l’imitazione toglie quel ch’è principal merito alle produzioni dell’intelletto, l’indipendenza d’un pensiero ingenuo, o il giro d’un’espressione originale. La letteratura di lusso mai non sorge a grandezza vera: trastullo, non culto; attenta a piacere ai dotti e alle Corti, per ciò abbandonasi a frivolezze e adulazioni, mette entusiasmo unicamente nel fare bei versi, a segno che Mariano Buonoscontro palermitano si divertì a comporre sonetti di bellissime parole e senza senso, e furono ammirati non solo, ma commentati; e singolarmente a una sua ode in morte del duca d’Urbino, in quattro libri si facea dire ciò che mai non avea sognato[156]. Ammirando la forma de’ migliori Cinquecentisti, deploriamo di dover porre studio in gente che separò il vero e il buono dal bello; deploriamo un progresso tutto a vantaggio dell’eloquenza, in tempo che di là dell’Alpi diventava acquisto di ragione.
L’amore dell’arte fa prosperar l’arte; e il popolo risorto ne’ Comuni, il popolo credente, l’avea risuscitata dalla barbarie, e spinta per sentieri nuovi ad una maniera, scorretta se volete, ma ardita e originale e consona ai nuovi bisogni. Allora sorsero magnifiche cattedrali in ciascuna città; allora Dante cantava. La cognizione e lo studio sopravvenuto degli antichi, avrebber potuto ripulire quelle forme conservando l’intima ispirazione; nel che coraggiosamente vedemmo progredire gl’ingegni nel secolo precedente. La pratica dell’arte esige cultura intellettuale; nè l’artista può elevarsi all’ideale se non in una società ove sia delicato il sentimento, appurato il gusto; e per essere capace d’ammirarne le opere richiedonsi cognizioni proprie d’una civiltà avanzata. Quel prosperare delle arti indica dunque un’estesa cultura ne’ nostri compatrioti: ma artisti senza fede ne’ costumi, amatori eleganti, impudichi modelli, prelati spenderecci, principi che, avendo il sentimento del bello, mancavano del sentimento del buono, le trassero ben presto al decadimento.
Intaccata la grande unità cattolica, disperse le società massoniche e con esse i loro segreti, l’architettura si ravviò sulle più facili pratiche dell’antico. La pittura, educata dal cristianesimo e dalla libertà, s’era fatta educatrice del popolo, manifestazione di nobili affetti e soavi, scorretta ma spontanea, leccata ma limpida come derivante dalle miniature, calma senza artifizj di scorci, di sott’in su: or eccola ripudiare il medioevo a nome dell’antichità; e se in prima tentò rivestire il nuovo suo ideale co’ prestigi classici, ben presto i segni jeratici paragonava alla natura che imitano, piuttosto che alle verità che rappresentano; da liturgica che era quando la scelta dell’artista sottoponeva all’autorità del teologo, profanossi in una libertà che ben presto le tolse dignità ed efficacia; e dimenticata la sostanza per l’inviluppo, il gusto surrogò all’entusiasmo, posponendo la devozione al blandimento de’ sensi, non attendendo più a tradurre dogmi, ma a seguire la moda e le commissioni. Affinata nell’abilità tecnica, e divenuta mestiere, variò da paese a paese, da maestro a maestro, qui prediligendo il disegno, là il colorito, altrove la composizione o lo scorto, e sempre mirando a piacere, a imitar la natura e l’arte antica, a ottener l’illusione quand’anche si sacrificassero all’evidenza e al movimento il decoro e la grazia, alla bellezza l’espressione; ben ritraendo muscoli, nervi e vene, e altri sfoggi di scienza; affollando persone in modo che si smarrisse il soggetto principale; toccando risolutamente; e intanto negligendo il concetto che vivifica, l’espressione che eleva il sentimento e ajuta la contemplazione.
L’artista non fu più pel popolo, ma dovè cercare compensi e protezione alle Corti, onde si fece piacentiero: e l’intento morale e l’espressione, anima delle belle arti, non possono che scapitare allorchè non obbediscano all’intimo sentimento, ma a commissioni. E in fatto le arti scaddero dall’importanza storica, perchè cessò l’opportunità di quei reggimenti tra cui erano rinate: allora, tornato il predominio della materia, e l’idolatria della forma, che si raffina a scapito dell’idea, come la moltiplicità de’ lavori detrae all’originalità; insozzate le fantasie, svanito l’affetto sublime e religioso, si fecero ministre a lascivie e adulazioni, e contribuirono a crescer le nostre vergogne e perpetuare l’avvilimento.
Non s’insisterà mai troppo sulla deficienza di moralità, mentre si ammira quello splendore delle lettere e dell’arti. Dal quale abbagliati, taluni lo attribuiscono alla protezione dei grandi. E certo onori ed eccitamenti mai non vennero così splendidi, così universali. Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I, Caterina de’ Medici, invitavano i nostri ad accendere la fiaccola del bello in Francia, e Leonardo, il Primaticcio, il Cellini, Andrea del Sarto, una colonia d’artisti, vi lasciarono opere e scolari; Guido Guidi fiorentino era medico di Francesco I; Italiani dettavano dalle cattedre, e scienze nuove portavano nell’Università di Parigi, della quale l’Aleandro trevisano fu anche rettore, benchè gli statuti n’escludessero i forestieri. Publio Andrelini da Forlì, coronato poeta latino a ventidue anni, di stile facile ma negletto e caldissimo disputatore, fu intitolato poeta del re e della regina (regius et reginus), e riccamente donato da Carlo VIII e dai successori suoi. Francesco Vimercate, illustre aristotelico, chiamato da Francesco, restò venti anni a Parigi, e fu il primo che professasse filologia greca e latina in quell’università; nella qual pure ebbe invito Angelo Canini d’Anghiari, lodato grammatico; mentre Jacopo Corbinelli e gli Strozzi innamoravano di quella lingua, in cui a Valchiusa era stata cantata la bella Avignonese. L’Alamanni ripagava con bei versi l’ottenutavi ospitalità, e felicitava la Senna di scorrere pacifica tra popoli concordi, mentre
Il mio bell’Arno, ah ciel! chi vide in terra
Per alcun tempo mai tant’ira accolta
Quant’or sovra di lui sì larga cade?
Il mio bell’Arno in sì dogliosa guerra
Piange soggetto e sol, poi che gli è tolta
L’antica gloria sua di libertade.
E a Paolo Emili veronese, chiamatovi da Luigi XII, la Francia deve la prima sua storia, che fu continuata da Daniele Zavarisi del paese stesso.
Giovanni Grolier di Lione, posto da Francesco I, nel 1515, gran tesoriere a Milano, benchè forestiero e in tal impiego, si fece amare, almeno dai letterati, coi quali mostravasi tanto munifico, che avendone un giorno molti a pranzo, donò a ciascuno un par di guanti, e si trovò ch’eran pieni di monete d’oro[157]. Pietro Tomai ravegnano, di portentosa memoria, sopra la quale scrisse egli stesso un’operetta latina (la Fenice, 1491), insegnò leggi per molte città fin quando Bugislao duca di Pomerania vedutolo a Venezia, il pregò a seguirlo a Gripswald. Ivi egli insegnò, poi vecchio volle rimpatriare: ma il duca di Sassonia per via mandò pregandolo a venir a lui, e gli usò grandissime cortesie: cercato a gara dai principi di Germania, fu un trionfo il suo passare di città in città: poi ritrattosi ne’ Francescani, pare morisse il 1511.
Al naturalista Mattioli levavano un figlio al battesimo l’imperatore di Germania e i re di Francia e Spagna; ad Agostino Nifo papa Leone X concede il titolo di conte palatino e di portare il cognome e lo stemma de’ Medici; a Rafaello vuole il cardinal Bibiena dare sposa una nipote. Perfino il disdegnoso Carlo V consuma lunghe ore a Bologna nell’ammirare la bella e minutissima scrittura di Francesco Alunno, e massime il credo e il principio del vangelo di san Giovanni scritti sullo spazio d’un denaro[158]; festeggiò in ogni guisa il Castiglioni, lo naturalizzò spagnuolo, gli diede un vescovado, e morto l’onorò di splendide esequie, professando «aver perduto un de’ migliori cavalieri del mondo»; s’abbassa a raccorre il pennello caduto a Tiziano; al venire di Michelangelo si leva esclamando: — Imperatori ve n’ha di molti, ma pari a voi nessuno»; ai cortigiani che s’arricciano degli onori renduti al Guicciardini, risponde: — Con una parola io posso fare cento cavalieri, e con tutta la mia potenza non un pari a questo»; richiese Giannello della Torre cremonese raccomodasse a Pavia l’orologio fatto da Giovanni Dondi; e avendo quegli risposto non potersi più ripararlo, e fattone un nuovo, Carlo V sel menò in Ispagna, ove a Toledo lavorò macchine ingegnosissime, sicchè fu detto l’Archimede di quel tempo; e lo volle seco nel ritiro di Just.
Carlo V, vincitore dell’Africa, sbarcando a Napoli, riceveva in pubblica udienza Laura Terracina poetessa, e dalle mani di lei la petizione perchè alla città fosse concesso il titolo di Fedelissima. Al domani poi recavasi alla casa di lei a Posilipo, e sulle treccie della giovinetta deponeva la corona di lauro tolta dal proprio capo, dicendo convenir essa del pari ai trionfanti e ai poeti. Poco poi dall’Inghilterra le giungeva l’ordine della Giarrettiera.
Il fiero Giulio II spaccia corrieri sopra corrieri per richiamare Michelangelo e scende seco a scuse d’avergli fatto fare anticamera: papi, principi se lo faceano seder accanto: profugo dalla patria a Venezia, invano si ritira alla Giudecca per cansar visite e cerimonie, chè subito la Signoria gli manda due gentiluomini a onorarlo e offrirgli ogni comodità, gli esibisce seicento scudi l’anno senza verun obbligo e sol pel piacere di possedere un tanto maestro delle tre arti[159]: Francia e il granturco lo domandano del pari: da Roma ne fu rapito il cadavere, perchè riposasse non nella basilica del cristianesimo, ma a Firenze nel sacrario degli uomini grandi.
Nel nome di Leon X si compendia quanto ha di segnalato l’amore delle lettere; impieghi, benefizj, dignità ecclesiastiche, denari suoi proprj metteva a disposizione dei dotti; usava per segretarj il Bembo e il Sadoleto, i più tersi scrittori latini; al Tibaldeo di Ferrara, venutovi dalla corte dei Gonzaga, diede trattamento e ricchezze e cinquecento zecchini per un epigramma; riconosciute felici disposizioni nel Flaminio giovinetto, sel tenne accanto; stava attonito agli improvvisi del Marone; pagò cinquecento zecchini i primi cinque libri degli Annali di Tacito, venuti di Westfalia; e nel privilegio conceduto per istamparli, glorifica le lettere come il più bel dono che, dopo la vera religione, Iddio abbia fatto agli uomini, loro vanto nella fortuna, conforto nell’avversità; e al fine dell’opera promette ricompensa a chi gli porterà vecchi libri ancora inediti. Adopera Fausto Sabeo a cercarne, il quale percorse a piedi mezz’Europa, affrontando (canta egli) fame, sete, pioggia, soli, polvere onde liberar di schiavitù qualche antico scrittore. A Giovanni Heytmers diede incarico di rintracciar le Deche di Tito Livio pagandole a qualsifosse prezzo, e dicendo che «importante porzione dei doveri pontifizj è il favorire i progressi della classica letteratura». Concedeva privilegi alle edizioni più accurate, e ad Aldo Manuzio, colla riserva che non le vendesse troppo care: affidava la biblioteca Vaticana al Beroaldo: a Nicola Leoniceno scriveva chiedendogli licenza di fare qualcosa per lui, e gli offriva un’abbadia, una villa presso Roma, alloggio sull’Esquilino, ch’egli però pospose alla studiosa quiete: fissava a Roma Giovanni Lascari e Marco Musuro filologi famosi, il primo dei quali prepose a un collegio apposito per l’insegnamento del greco, con alquanti giovani condotti di Grecia e con stamperia: più di cento professori soldava nel ginnasio romano, che volle emulasse le migliori Università[160]; esortando agli studj serj, non a quella filosofia mendace che si chiama platonismo, e a quella folle poesia che corrompe l’anima.
Quest’amore ereditato da’ suoi maggiori trasmise egli ai discendenti: il cardinale Ippolito a Bologna teneva trecento famigliari, la più parte letterati; e avendogli Clemente VII rimostrato ch’erano troppi per lui, rispose: — Non li tengo a corte perchè io abbia bisogno di loro, ma perchè essi l’hanno di me». Cosmo granduca scriveva di proprio pugno agli artisti, sollecitava Michelangelo a ritornare da Venezia, e che gli portasse del pesce sôla che gli piaceva. Francesco suo figlio, istrutto d’ogni letteratura, crebbe le Università di Pisa, Firenze, Siena e l’accademia Fiorentina, fondò quella Crusca e la stupenda galleria, aumentò la biblioteca Laurenziana, promosse la botanica, sostenne chiunque avesse valore, e a Gian Bologna scriveva: — Non potevano più che quel che hanno fatto soddisfarci le due figurine che ci avete mandate, non potendo essere altrimenti d’opera che esce dalla vostra mano»; e Ferdinando granduca allo stesso: — Desideriamo che, nella voglia di lavorare, vi ricordiate principalmente d’avere una buona cura alla vostra sanità, chè questa importa più di tutto»[161]. Esso Ferdinando comprò la Venere Medicea, cominciò la ducale cappella di San Lorenzo, pose la stamperia di caratteri orientali.
I principi considerano come un altro lusso di loro Corti il possedere i più celebri letterati: siffatti vedemmo i principi di Milano e di Napoli, sinchè non furono sbalzati dai forestieri; il duca di Mantova tenne lungamente il broncio col Castiglioni perchè gli chiese di passare dalla sua alla Corte d’Urbino; il Tasso era disputato agli Estensi dai Medici; Alfonso I d’Este, benchè continuo in guerre, nè d’artista e letterato avesse che la pretensione, e lavorasse da mestierante in tornire e fare stoviglie, fabbricò dispendiosamente e rifiorì l’Università di Ferrara, dove Lucrezia Borgia, Lucrezia ed Anna d’Este, Isabella de’ Medici erano cortesi al bel sapere fin coll’amore; come Isabella d’Este marchesa di Mantova. Alfonso II teneva in corte Matteo Casella, Lodovico Cato, Jacopo Alvarotti giureconsulti rinomatissimi, il medico Nicolò Leoniceno, l’erudito Celio Calcagnini, e quel che fa per mille, l’Ariosto; e conferì a Girolamo Falletti piemontese il titolo di conte di Frignano e varj assegni, coll’obbligo feudale di dargli ogni anno due opere nuove di piacevol lettura, altrimenti pagherebbe il doppio delle sue rendite[162].
Pico della Mirandola diede i fondi ad Aldo Manuzio per istabilire la stamperia, e voleva assegnargli un podere affinchè Carpi divenisse il nido di quelle edizioni; ma le proprie sfortune gliel’impedirono. Il cardinale di Trento promette dar mantenimento per tutta la vita all’Anguillara s’e’ traduce l’Eneide; e gli regala tante braccia di velluto quanti ha terzetti un capitolo assai piaciutogli. Il valente condottiero Vespasiano Gonzaga, che fece rifabbricare Sabbioneta, con vie allineate e larghe, e bellezza di case, di tempj, di piazze, statue e fortificazioni, pose scuole, e ricercava letterati ed artisti. Era della casa stessa Scipione cardinale, che fondò a Padova l’accademia degli Eterei, amico del Guarini e del Tasso; del quale scriveva fin le lettere e copiò tutto il poema, e volea comune con lui la camera, la tavola, il bicchiere. Udito Pier Vettori, uno dei più famosi retori del suo tempo, il cardinale Alessandro Farnese gli mandò un vaso pieno di monete d’oro; Francesco Maria duca d’Urbino una catena d’oro; una Giulio III nel riceverlo a Roma, e i titoli di conte e cavaliere. Esso duca d’Urbino, di mezzo alle armi, avea della sua Corte formato il ritrovo delle persone erudite e colte[163].
Gonzalvo di Còrdova e Pier Navarro a Napoli profusero segni di benevolenza al poeta latino Pietro Gravino. L’Alviano, nel respiro delle battaglie, radunava a Pordenone, borgata regalatagli dai Veneziani, il Fracastoro, il Cotta, il Navagero ed altri, che chiamava sua accademia, e che il ricreavano ed istruivano. Gian Giacomo Trivulzio, anche vecchio, traeva a udir professori. Alfonso d’Avalos si circondava di letterati; e Girolamo Muzio racconta che, viaggiando con esso da Vigevano a Mondovì il 1543, ragionarono continuo di poesia, ed esso compose per via sin venti sonetti e un’epistola di cento versi a rime libere. Sin l’infame Valentino, sin il turpe Alessandro Medici ambivano fama di bella educazione. E tutti a Michelangelo, al Puccini, al Bandinello, al Bronzino dirigeano lettere famigliarissime, discutendo i progetti, pregandoli di qualche lavoro; Francesco I di Francia scriveva di proprio pugno a Michelangelo perchè gli mandasse alcuna sua opera; Filippo II scriveva al Tiziano: — Mi farete sommo piacere e servizio se vi occuperete di questo quadro colla maggior possibile sollecitudine».
Anche ricchi privati voleano mostrarsi protettori; e mentre i nobili transalpini si gloriavano della propria ignoranza, e firmavano con una croce, «non sapendo scrivere perchè baroni», i nostri abbellìvansi di arti e di lettere. Che non dovettero Rafaello al Chigi, Gian Bologna a Bernardo Vecchietti di Firenze, a Marco Mantova Benavides padovano, l’Ammanati ed altri? Angelo Collocci, nell’antica villa di Sallustio, raduna cippi, busti, statue, medaglie, tra cui i fasti consolari. Il conte Gambara di Brescia, padre della poetessa Veronica, proteggeva i letterati, e da Mario Nizzoli fece comporre le celebri Osservazioni su Cicerone, e stamparle nel suo feudo. Le case de’ Sauli a Genova, de’ Sanseverino a Milano erano aperte ai dotti. I tesori d’erudizione raccolti dal Pinelli divennero fondamento d’insigni biblioteche. Tommaso Giannotto Rangoni da Ravenna, scrittore d’opere mediche di lieve conto, d’un libro sul campare centovent’anni e d’altri astrologici, arricchito colla sua scienza, istituì a Padova un collegio per venti giovani ravegnani che andassero a quella Università, provvedendoli dell’occorrente, e ponendovi anche una biblioteca con molti libri, specialmente orientali, e strumenti e quadri e rarità opportune agli studj; riedificò la chiesa di San Giuliano in Venezia, restaurò quella di San Geminiano, ed ebbe monumenti onorifici, decorazioni, medaglie. In casa di Domenico Venier si adunavano a Venezia Bernardo Tasso, Triffone Gabriele, Girolamo da Molino, Gian Giorgio Trissino, Pietro Bembo, Bernardo Cappello, Daniele Barbaro, Domenico Morosini, Aluisi Priuli, Fortunio Spira, Bernardo Navagero, Speron Speroni ed altri.
A questi esempj conformavasi la folla. I masnadieri assaltano l’Ariosto, ma appena sanno chi fosse, gli fan riverenza. Centinaja di sonetti venivano affissi alle statue, quando compite erano esposte in pubblico, giudicandole con isquisito sentimento del bello, e con una severità di gusto che i maestri rispettavano e la posterità approvò. Quando nei giardini di Tito fu dissepolto un gruppo, che il Sadoleto riconobbe pel Laocoonte descritto da Plinio, le campane di Roma sonarono tutte a letizia, e il marmo coronato di fiori traversò la città fra musiche e parati; i poeti lo cantarono a gara, mentre ascendeva al Campidoglio tra una solennità, memorabile nel paese delle solennità. Il Tartaglia facea bandire le sue scoperte matematiche a suon di trombe, e d’ogni parte riceveva problemi da sciogliere. A Vittore Fausto, che pretendeva avere scoperto la forma delle galere antiche, la repubblica veneta somministrava i mezzi di costruire una quinquereme, e ordinò una gara, nella quale Fausto vinse. Il Sansovino propose di trovare il modo di far cadere esattamente il mezzo della metopa sull’angolo del fregio dorico, e tutta Italia s’agitò intorno a questo problema, e non solo gli architetti, ma il cardinal Bembo, monsignor Tolomei ed altri. Romolo Amaseo udinese era disputato fra principi e università; e il cardinal Bembo a Padova, il governatore Gonzaga a Milano, il cardinale Wolsey in Inghilterra, Clemente VII a Roma, il richiedevano a gara a professare eloquenza. Bernardo Accolti d’Arezzo, detto l’Unico, usciva circondato di prelati e colle guardie svizzere, fu dichiarato duca di Nepi, e onorato d’illuminazione dove arrivasse; aveva a declamare suoi versi? chiudevansi le botteghe di Roma; avendo recitato un ternale in lode di Maria davanti al papa, gli uditori proruppero esclamando: — Viva lungamente il divino poeta, l’incomparabile Accolti»; apoteosi da ingannare la posterità, se per sciagura que’ versi non fossero sopravvissuti[164]. Al Sannazaro, per l’epigramma in lode di Venezia, il senato regalò seicento zecchini: Giambattista Egnazio e Marco Antonio Sabellico furon fatti esenti di imposte essi e i loro beni, e pensionati: ad Antonio Campi, per avere disegnato Cremona, questa città concedette esenzione d’ogni gravezza personale e reale a lui ed a’ suoi figliuoli[165].
Se voltiamo il quadro, scema d’assai il merito di quei protettori. Leone X non pareva comprendere se non la bellezza dello stile; commette un lavoro a Leonardo, ma udendo che s’è messo a stillar vernici e piante, — Ah costui non farà mai nulla, perchè pensa al fine dell’opera prima d’averla cominciata»: forse Leonardo non conosceva le blandizie onde s’accattavano le commissioni, nè fu favorito dai Medici, i quali del resto, se blandivano i letterati, non onoravano la letteratura. L’Ariosto lamentava che, dopo essere disceso sin a baciarlo[166], il papa l’avesse poi lasciato nella miseria, tanto da non avere di che rinnovarsi un manto; e dal duca di Ferrara suo mecenate fu messo governatore nell’alpestre Garfagnana; dal cardinale Ippolito fu tenuto quindici anni in continuo moto per faccende di niun conto «da poeta mutandolo in cavallaro»; poi quando ebbe svilita la propria riputazione col levare a cielo una stirpe immeritevole, udì da costui domandarsi: — Messer Lodovico, dove avete preso tante castronerie?» e perchè seco non volle andare in Ungheria, si vide congedato, e privo delle venticinque corone che gli retribuiva ogni quattro mesi[167]. Pietro Medici teneva Michelangelo a fare statue di neve, e si vantava d’aver alla Corte due portenti, Michelangelo e un corridore spagnuolo; Cosmo preferiva il Vasari al Tiziano; nè essi nè i loro successori osarono terminare le grandiose opere cominciate quando ancora non era spento l’alito della repubblicana libertà; neppure il monumento di Giulio II e la cappella funeraria. I rabbuffi del cardinale Farnese fecero morire consunto Onofrio Panvinio, come quelli del duca d’Este impazzire il Tasso. Le pensioni spesso erano decretate ma non pagate[168].
Federico Badoaro nel 1557 istituiva l’accademia veneziana della Fama, con cento e più socj, che doveano leggere d’ogni scienza, ricevere notizie d’ogni parte, dotata di libri e di sostanze, rallegrata da conviti: repente la repubblica la chiude, volendo che sin il nome «sia del tutto casso, talchè sotto pena di bando perpétuo di tutte le terre e luoghi dello Stato nostro non possi più essere usato d’alcuno»[169]. Illustre era pure l’accademia dei Pellegrini, con cene e beneficenze al modo de’ Franchimuratori, e buona biblioteca, e fondi per pubblicare libri che si regalavano, e dare doti a zitelle; ed essa pure venne proibita nel 1557, quarantacinque anni dopo istituita, forse per ombra del segreto che vi dominava.
Invece dunque d’invidiarli perchè trovavano protezione, parmi a deplorare la condizione di quei letterati e artisti che non potevano attendersi la ricompensa disinteressata del favor popolare e la gloria spontanea. Poteva dirsi che pubblico non v’avesse, ma due sole classi di lettori, ecclesiastici e Corte; onde la funesta necessità di rassegnarsi ad essere protetti, e d’invocare non già tolleranza e perdono all’utile verità, ma sicurezza d’ozj a prezzo della dignità del carattere e del pudore dell’arte.
Sicuramente un artista non potrà mai fabbricare Santa Maria degli Angeli o la cupola di San Pietro, nè dipingere le stanze vaticane se non ne sia comandato; e il genio che concepisce ha mestieri di allearsi colla ricchezza che fa eseguire: ma che questa basti a suscitare grandi uomini o a formare un’età, non dirò di genio, ma nè tampoco di buon gusto, è ciancia di cortigiani. I Medici trovarono già formati que’ grandi, ed ebbero il merito o la scaltrezza di valersene; ma quando le lettere, le arti e la poesia che è l’arte stessa, cioè il bello rivestito di forme sensibili, furono salariate dai principi, staccaronsi dai bisogni e dai sentimenti della nazione, perdettero in genio quanto acquistavano in forbitezza, divennero un ornamento aristocratico anzichè un’espressione nazionale; e posti fra il trivio donde uscivano e le Corti che li salariavano, i letterati non raggiunsero la raffinatezza di queste, e perdettero l’efficacia feconda e geniale della popolarità, e furono tenuti di qua dall’eccellenza, a cui soltanto può arrivarsi col felice accordo di tutte le facoltà dell’anima e dell’intelletto. E noi, ammirando l’esecuzione, deplorando l’intento, più volte ci compiacemmo di considerare quel che sarebbe riuscito l’Ariosto, se, invece degli inonorevoli dinasti di Ferrara, avesse preso per tema la nazione o la cristianità; se il Guicciardini non avesse dovuto scagionare se stesso de’ turpi servigi prestati alla tirannide; se Machiavelli non avesse scritto la storia per comando di Clemente VII, e il Principe per ottenere un impiego; se Michelangelo non fosse stato trabalzato dallo scalpello al pennello, al compasso, nè costretto a stizzirsi col marmo acciocchè sulle tombe de’ Medici esprimesse un’idealità, repugnante agli ordini e al merito dei committenti.
Fra i precetti dettati da molti, fra le censure rimbalzate in quelle rivalità clamorose e accannite, appare egli mai che si credesse l’arte obbligata ad alcuna cosa più elevata che l’arte stessa? Piacere; piacer alla Corte, ai letterati, era l’unico intento. Vedeasi lacerare il manto della religione, e si credea rattopparlo facendo scrivere diatribe dal Muzio: si tassavano le sconvenienze insinuatesi nella liturgia, e Leone X faceva emendare gli inni e il breviario secondo le frasi di Cicerone e di Tibullo: periva la patria, e cantavasi; periva, e pochi animarono la storia con quei magnanimi dispetti, che rimangono come una protesta indelebile delle nazioni; periva, e nessun grande avea voce per intonare l’epicedio, il quale rimbombasse nei sepolcri, per risonare un giorno qual tromba della risurrezione.
Il primo soggetto che si presentasse coglievasi, purchè opportuno a sfoggiare bellezza ed arte. Almeno nell’età seguente il Tasso dibattè lungamente seco stesso qual eleggere al suo poema: l’Ariosto non vi fu indotto da altra ragione che di far la continuazione d’un altro. Chiedi al Vida e al Fracastoro perchè cantarono il baco e la sifilide; risponderanno, — Per mostrare che latinamente si possono dire cose non mai da Latini trattate». L’Alamanni: — Scrissi poemi, perchè que’ soggetti cavallereschi garbavano ad Enrico II». Bernardo Tasso compone cento canti prima di chiedersi se il suo Amadigi sia di Galles o di Gallia.
Di qui la nessuna dignità nella morale e negli argomenti, la nessuna cura di conservare alle composizioni quell’unità che degli scritti fa un’azione. Il Sannazaro, congratulato di sua pietà da Leone X e Clemente VII, volge a carmi lascivi la musa che avea cantato il parto della Vergine; monsignor Della Casa encomia quel Carlo V, cui aveva imprecato come a peste d’Italia; e l’encomiava l’Alamanni, il quale, mandatogli ambasciadore, e sentendosi da lui rinfacciare versi d’altro tenore, lanciati già tempo contro l’aquila grifagna e divoratrice, se ne scagionò col riflettere ch’è uffizio della poesia mentire. Machiavelli va ambasciatore al duca Valentino come ad un capitolo di frati; Leonardo fa statue pel Moro, e archi trionfali pel vincitore del Moro; notando nel suo taccuino la caduta del primo, non riflette se non che «nessuna delle sue opere compì»; e dopo dipinta la Cena, va a fabbricar fortezze pel Valentino; Rafaello compunge collo Spasimo quanto seduce colle Psichi e le Galatee; Michelangelo fortifica la sua patria contro i tiranni, e immortala questi nel marmo; tutti pensano quel che Cellini dice: — Io servo a chi mi paga».
Tale bassezza trapela dalle lodi che l’un l’altro si rimbalzavano i letterati; e a tacer i tanti nuovi Virgilj e Ciceroni e Livj nuovi, il Varchi collocava il Girone Cortese di sopra del Furioso; lo Stigliani anteponeva i Tansillo al Petrarca; il sommo Ariosto consumava un mezzo canto ad eternare oscuri nomi di suoi contemporanei. Questo bisogno del lodare e d’essere lodato, questo circoscrivere l’approvazione in pochi veniva espresso dal moltiplicarsi delle accademie, dal secolo precedente resuscitate per imitazione dell’antichità nella Platonica di Lorenzo de’ Medici. Burlevoli spesso di nome, puerili d’occupazione, coi pasti, col vino infervoravano l’estro; vi si cantavano e recitavano versi ed orazioni e lezioni e dicerie; principi e vescovi sedeano ad ascoltare, a fianco de’ letterati; e talvolta in mezzo a questi gravi padri sorgeva il Caro a lodare il naso del presidente, «naso perfetto, naso principale, naso divino, naso che benedetto sia fra tutti i nasi, e benedetta sia quella mamma che vi fece così nasuto, e benedette tutte quelle cose che voi annasate»; ovvero il Berni vi lodava le anguille, i cardi, la peste; il Firenzuola la sete e le campane; il Casa la stizza e il martel d’amore; il Varchi le ova sode e il finocchio; il Molza l’insalata e i fichi; il Mauro la fava e le bugie; e chi la tosse, chi la terzana, chi la pelatina, chi qualcosa di peggio. Encomj divisi coi principi mecenati, e applauditi da quegli Assonnati, Infecondi, Filoponi e che mi so io.
Taciamo la frivolezza, n’era pregiudicata l’originalità, atteso che tali corpi sogliono erigere monopolio del buon gusto, e giudicare secondo canoni prestabiliti; nè potendo sperarsi rinomanza senza il loro suffragio, forza era rassegnarsi a quelle norme arbitrarie, anzichè procedere per sentimento e per interna attività.
Unica aspirazione essendo lodi e denaro, si mendicavano e le une e l’altro. — Gli stolti ridono de’ cenci ond’ho coperto il corpo, e de’ sandali bucati che ho in piede; mi celiano che il mio abito perdette il lustro e il pelo, e la corda traditrice mostra i grossolani fili, ultimi resti della pecora tosata sul vivo; ridono, e non m’hanno in verun conto, e dicono che i miei versi non vi piaciono più. Mandatemi dunque una delle vostre vesti migliori». Così il Poliziano al Magnifico Lorenzo; e questo affrettavasi di spedirgliene una, ed esso tal quale se la indossava, e il popolo riconosceva ch’era della guardaroba del principe, e ne inferiva che i versi del poeta n’erano ben degni. Il poeta, nella necessità di ringraziare, invocava l’assistenza di Calliope, la quale scendea dall’Olimpo, ma non riconosceva il suo prediletto dacchè era sì riccamente in arnese, e risaliva al cielo; sicchè il Poliziano batteasi invano la testa, chè i versi riconoscenti non sapeano venire.
Non vi fecero pietà le condiscendenze cui Bernardo Tasso si credette obbligato onde buscar protezione e pane da quell’imperatore, che gli avea tolto ogni bene perchè serbò fede al padron suo? Luigi XII, andato ad ascoltare le lezioni di Giason Del Màino a Pavia, l’interroga perchè non pigli moglie; — Perchè Giulio papa sappia, per testimonio di vostra maestà, che io non sono indegno del cappello di cardinale». Bisognando il Guicciardini d’un poco di dote per le sue figliuole, il Machiavelli l’incoraggia a richiederne Leon X, gli annovera esempj della costui liberalità, gl’insegna come formare la lettera accattona, e «tutto consiste in domandare audacemente, e mostrare mala contentezza non ottenendo». I dispacci del Machiavelli nelle sue missioni chiudonsi sempre col domandare quattrini, e in quella chiave cantano tutti gli altri ambasciatori.
Andrea dell’Anguillara da Sutri (1517-70), conosciuto da tutti per la gran gobba; l’abito tacconato e la ciera ridente, vendeva le sue ottave mezzo scudo l’una, e perciò ne fece tante; e non ricevendo compenso d’una sua canzone al duca Cosmo, ne mosse arroganti querele: — Lo stare sei mesi senza rispondermi è tale disprezzo verso la persona mia, che non ha punto del duca, chè non credo che dei pari miei ne trovi le migliaja per le siepi della Toscana, come delle more selvatiche. Ed io sarei tentato di far sentire le mie querele con una satira in versi; ma ho dovuto scrivere in prosa, perchè mi ricordo che un Fiorentino mi disse una volta in Francia ad un certo proposito, che se le lettere di cambio fossero in versi, non se ne pagherebbe niuna; ed io desidero che mi sia pagata la presente, almeno d’una risposta, sia quale si voglia»[170]. Traduceva i primi due libri dell’Eneide, e prometteva che Enea nell’Eliseo troverebbe tutti coloro che nel regalerebbero, all’inferno i differenti; e inviandone copia al cardinale Farnese, gli scriveva: — È necessario, acciò ch’io il possa finire, che ella mi mandi quell’ajuto, che si richiede alla sua grandezza e magnanimità ed al mio amore e bisogno. Io ne mando per questo effetto a tutti i principi d’Italia, perchè tutti concorrano ad ajutarmi. E piaccia a Dio che non mi bisogni mandare e lei e gli altri tutti a casa del diavolo, e che Enea non abbia troppo da fare nell’inferno a parlare con tante anime dannate, quante io son per mandarvene se non fanno il debito loro». Con tutto ciò morì povero, del morbo allora divulgantesi.
Novidio Fracchi, poeta latino, dedicò a Paolo IV un poema Sacrorum fastorum, cui precede una stampa, figurante il papa in trono fra l’imperatore di Germania e il re di Francia, e l’autore in ginocchi offre loro il suo poema; ai piedi è scritto: Hos ego do vobis, vos mihi quid dabitis?
Paolo Giovio, venale dispensiero di gloria e di strapazzi, diceva tener due penne, una d’argento, una d’oro per proporzionare la lode ai regali; e, — Io ho già temperata la penna d’oro col finissimo inchiostro... Io mi costituisco obbligato a consumare un fiaschetto di finissimo inchiostro con una penna d’oro per celebrar le opere di vostra santità... Io starei fresco se gli amici e padroni mei non mi dovessero esser obbligati quando gli faccia valere la sua lira un terzo più che ai poco buoni e mal costumati. Ben sapete che, con questo santo privilegio, ne ho vestito alcuni di broccato riccio, e al rovescio alcuni, per loro meriti, di brutto canevaccio, e zara a chi tocca; e se essi avranno saette da bersagliare, noi giocheremo d’artiglieria grossa. So ben io ch’essi morranno, e noi camperemo dopo la morte, ultima delle controversie»[171].
Fa stomaco l’insistenza con cui egli cerca or una pelliccia, ora un cavallo, ora confetti; a Luca Contile chiede «pomi cotogni e pesche confette, che ne son provenute da Napoli alla signora principessa un diluvio»; a Isabella di Mantova settanta risme di carta per istampare le sue opere[172]; a monsignor Farnese scrive: — Io comincio a lucubrare, e farò cosa ad onore di vossignoria che i posteri la leggeranno, e basta. Ma vossignoria si disponga a fare che Alessandro mio nipote sia vescovo di Nocera»; al marchese del Vasto, che gli fece intendere voler venire al suo Museo, villa a Como, dove avea raccolte belle rarità e i ritratti degl’illustri contemporanei: — L’aspetto con desiderio grandissimo, e so che non uscirà dell’uso suo magnanimo e liberale, ricordandomi, quando ella per suo diporto va alle Grazie, ovvero a San Vittore, dove, benchè sia perpetua la grassezza e l’abbondanza, andando per quattro giorni vi porta provvisioni per un mese. Che spererò io se quella viene al Museo fra tanti uomini immortali che se ben non mangiano, allettano però infiniti mangiatori? Voglio che Pitigiano sappia che le botti del suo magazzino favorito fanno querciola, e suonano il tamburo. Farebbe anco bel vedere se vostra eccellenza accompagnasse il fornimento che vi lasciò, con un altro bello e simile». E s’impazienta se i doni tardano o vengono scarsi alla sua avidità; e chiama perduti i lavori cui mancò quella mercede, che unica l’avea mosso. Principi e ricchi gliene profondevano a gara; e tanto si temea l’azione di siffatti scribacchianti sull’opinione, che perfino Adriano VI pregava il Giovio a dir bene di lui; il quale lo compiacque nella Storia, salvo a vituperarlo nel trattato dei Pesci quando più non avea nulla a sperarne o temerne. E Carlo V, che chiamava lo Sleidan e il Giovio i suoi due bugiardi, uno dicendone troppo male, troppo bene l’altro, pure, sapendo che uno scrittore, per quanto poco coscienzioso, è letto purchè mostri talento, accarezzava il Giovio e donava, poi facealo confutare da Guglielmo Van Male, massime a proposito della spedizione di Tunisi.
Come gli odj dall’amore, così i vituperj germogliano dalle lodi: quindi le risse schiamazzanti di quel tempo. — I letterati (scrive Girolamo Negro) sono in guerra; Pietro Cursio combatte con Erasmo sopra il vocabolo bellax, se pigliarlo in cattiva parte per cosa precipua alla guerra, o vero s’egli è verbum merum; ogni dì vengono fuori libri nuovi ed invettive sopra questa cosa; sono alcuni che in nome d’Erasmo rispondono a questo Cursio, e costui va in collera». Da polverosi scaffali abbiamo dissotterrato due invettive contro Giovanni Parrasio cosentino, famoso maestro di retorica in Milano, una intitolata contra Janum Parrhasium asinum archadicum, e l’altra in Janum Parrhasium scarabeum fœdissimum et vespam aculeatam. I Medici pigliavano spasso d’udire i sonetti che si avventavano Luigi Pulci e Matteo Franco. Girolamo Ruscelli s’accapiglia con Lodovico Dolce, due pedanti a una, i quali non acquistano calore che per l’ingiuria. A proposito del libro De nominibus Romanorum, Francesco Robortello da Udine cominciò invelenato litigio con Carlo Sigonio, e se non bastarono le ingiurie latinamente prodigatesi, il primo pubblicò un cartello di sfida contro l’altro, cioè cedole dove proponeva un nuovo metodo d’insegnare il latino; il Sigonio ne oppose un altro, il Robortello replicò, il Sigonio diè fuori una filippica potentissima, sinchè l’autorità v’impose silenzio. Giraldi Cintio entrò in baruffa col Pigna; Paolo Manuzio col Lambino perchè volea stampare consumtus senza il p; e avendogli l’emulo portato un marmo ove leggevasi consumptus, gliel’avventò alla testa. Il Varchi litiga col Lasca e col Pazzi, che lo invita a mandargli i suoi manoscritti per farne impannate, sicchè vedano la luce almeno per un inverno, poi egli tocca pugnalate da signori che pretendeansi maltrattati nella sua Storia, ed egli stesso assale con un coltello Alfonso de’ Pazzi che lo satirizzava; ma questo gli disse: — Rimettete l’arma a suo luogo, ch’io non pretendo vincervi per assalto ma per assedio».
Pietro Angeli, detto Bargeo, per versi mordaci è costretto fuggir di Bologna, poi uccide in duello un Francese; Anton Francesco Raineri poeta milanese è morto da un suo amico; Diomede Borghesi da Siena per risse dovette fuoruscire; Dionigi Atanagi usurpa una traduzione a Mercurio Concorezio, che lo assalta e ferisce; il celebre grecista Prividelli reggiano, professore a Bologna, scelto da Enrico VIII a patrocinar la causa del suo divorzio, fu ucciso da uno di cui avea difeso l’accusato; Michelangelo portò in perpetuo l’impronta del pugno avuto da Pier Torrigiano; Tiziano dipingeva spesso col corazzino; Pietro Facini insidia alla vita d’Annibale Caracci; Lazzaro Calvi avvelena Giacomo Baregone; credesi che così finisse il Domenichino. Girolamo Parabosco sonatore, nell’insegnar musica alla Maddalena famosa cortigiana di Venezia, cerca cattivarsene l’amore, ma i vagheggini di essa, un giorno ch’e’ batteva alla porta, gli buttarono sul capo acqua calda e brage, onde restò segnato tutta la vita. Giambattista Sanga poeta s’innamorò d’una giovane; e la madre di lui, non potendo distornelo altrimenti, stabilì avvelenarla; fintasele amica, le imbandì un’insalata, della quale sopraggiungendo mangiarono pure il Sanga e Aulerio Vergerio segretarj di Paolo III, e tutti morirono (Ziliolo).
Scorrete la vita di que’ letterati, e a nessuno mancano vicende: alcuni primeggiano per isfolgorata ciarlataneria. Giulio Bordone, soprannomato della Scala dall’insegna della paterna bottega, fattosi nome nelle lettere e nella medicina, passava in Francia, e intitolavasi Giulio Cesare Scaligero (pag. 122); e non che asserirsi discendente dai signori di Verona, spacciava un’infinità di imprese guerresche compite da suo padre e da lui; e il mondo credeva; e mentre è scrittor mediocrissimo, il Tuano lo chiama hujus seculi ingens miraculum, e vir quo superiorem antiquitas vix habuit, parem certe hæc ætas non videt[173]; e Giusto Lipsio lo pone quarto con Omero, Ippocrate e Aristotele.
Gian Francesco Conti, scolaro poi emulo di Giovan Britannico bresciano, prese il nome di Quinzano o dal villaggio dove umilmente nacque presso Brescia, o da quell’amico cui Marziale faceva correggere i proprj versi; e vi aggiunse quello di Stoa, perchè i suoi condiscepoli lo dicevano portico delle Muse. Risoluto d’entrare in grazia ai grandi, quando Luigi XII vinse ad Agnadello, celebrò questa vittoria, e ne chiese in compenso la corona poetica, che il re gli decretò: mandò odi al cardinale d’Amboise, e ne fu chiamato a professare a Parigi e ad educare Francesco I: da questo è messo professore a Pavia, ma cadute le fortune francesi, si ritira in patria. Molti lo levano alle stelle, altri gli trova trecento sbagli di grammatica, o l’accusa d’aver usurpato fatiche altrui. Bisogna sentirlo deplorare l’insufficienza degli onori concessigli! — Molte opere pubblicai; molte più ancora ne pubblicherò. Non si stamparono più di seimila versi miei? non fui visto comporne mille ottocento in un sol giorno? quante tragedie, commedie e satire, concepite nella mia testa, fan ressa per isbucarne? Enumererò gli epigrammi, i monostici, i distici, i miei dubbj su Valerio Massimo, le mie opere sulle donne, i miei panegirici, le orazioni pubbliche, le favole, le epistole, le odi, la mia vita di re Luigi XII, i miei libri sui miracoli dei pagani, i miei endecasillabi, le mie selve, la mia Eraclea (la guerra veneta), il mio Orfeo, e seicento altri? Non fui dall’invitto re di Francia decorato della corona d’alloro? è poco onore per me che codesta laurea poetica, che pochi altri ottennero in vecchiaja, siami stata concessa quando appena compivo la quinta olimpiade»[174].
A Leone X fu presentato un fanciullo di sei anni come un portento; ed era Gabriele Simeoni fiorentino, che poi invece di studj mostrò presunzione, e insaziabile avidità di doni e mecenati. In Francia sollucherò la duchessa d’Etampes, ganza di Francesco I, onde ottenne fin la pensione di mille scudi[175]; a Firenze, a Roma impieghi, che poi riperdeva. Reduce in Francia, carezzò la duchessa di Valentinois: poi servì al principe di Melfi, accompagnò il vescovo di Clermont al concilio di Trento, ma cadde in sospetto dell’Inquisizione, che il tenne in ferri un anno: militò col Caracciolo nella guerra di Piemonte, col duca di Guisa in quella di Napoli; singolarmente egli sperava da don Ferrante Gonzaga, allora vicerè di Sicilia, e più volte tornò a ricordargli che Achille ed Augusto non sarebbero in sì alta fama se non si fosser mostrati generosi con Omero e Virgilio. Saputo che Pierluigi Farnese avea regalato cencinquanta scudi all’Aretino, e’ gli scrisse «sperando che la sua liberalità e favore abbia a condurre così lunga, rara, onorevole e faticosa impresa, quale è il mettere tutta l’astrologia giudiziaria in versi sciolti a felice fine, e consegnarla al nome suo»: ma il Farnese non accettò. Emanuele Filiberto di Savoja bensì accettò la dedica delle Imprese, e gli die’ ricovero a Torino, ove morì il 1570. Fa di se stesso gli elogi più sguajati; quando trovasse monumenti antichi, vi scolpiva il proprio nome; lagnavasi che sì pochi fossero «inclinati a giovare ad un uomo virtuoso, il quale in un momento poteva rendere immortale il suo benefattore»; e paragonandosi a Dante, sulla tomba di questo cantava: