Settant’anni di pace dal 1559 al 1621, non che sanare le piaghe, le infistolirono,[130]; le ricchezze furono esauste nella fonte; un’oppressione sistematica succedeva alle violenze della guerra; questa finiva senza indurre la tranquillità, giacchè il paese era corso da mercenarj rapaci, o da soldati forestieri che vi spandevano la povertà e la peste. Dappertutto bisogni di principi e miseria di popoli: il supremo interesse di quelli era l’esigere grosse taglie; di questi la paura di morir di fame: e le sollevazioni di Milano, di Palermo, di Fermo, le quasi annuali di Napoli, i divieti d’asportazione, l’assegnar i prezzi, l’istituire prefetti dell’annona darebbero a credere che l’uomo fosse ridotto ai meri istinti.
Tronchi i ricambj, così molteplici dapprima, fra Stato e Stato per via d’ambasciadori, negozj, magistrature, guerre, studj, ciascuno s’impiombò al paese, che amava soltanto per abitudine, per comodità: la longanime prudenza o l’astuzia diplomatica si concentrò nelle Corti, disposta a ricorrere a perfidia, a trame, a prepotenza; donde sterminati disegni con debolissimi mezzi; e invece dell’ambizione grande che fabbrica sopra se medesima, quella piccola che tresca in vanità, o colla violenza palesa il difetto di solide qualità. Nulla parendo soverchio per conservare la fede cattolica, la paura della riforma fece ridurre l’educazione a stringimenti e depressioni; alla spontaneità e alla confidenza, viepiù necessarie agli spiriti nel tempo appunto che la natura più si espande, surrogare l’azione perpetua dell’autorità sbigottita: i collegi si ridussero a monasteri, come dappoi a caserme, talchè, se aveansi i vantaggi della pietà e della compostezza, mancava spesso la civile opportunità; si lentavano i vincoli domestici, che possono essere salvaguardia non solo ai figliuoli, ma e più ai genitori; e gli animi o si fiaccavano irremissibilmente, inasprivansi contro la regola e l’autorità, per poi prorompere in violenze.
Il sussiego, parola allora introdotta, fa disapprovare una mancanza di convenevoli quanto un delitto, e tutti impronta ad una foggia uniforme; la regolarità s’incarica di spegnere le vivezze, di sostituire (come si disse degli arcivescovi Borromei) il rosario alle spade.
Coraggio fisico, viva e pronta intelligenza, se vengano sviluppati, rendono grande un popolo; compressi degenerano in ferocia e in astuzia; come la vivace intelligenza, se rinneghi il calcolo, rovina se stessa. Esclusi dagli affari della patria, i nostri recavano l’ingegno a servigio degli stranieri; sicchè il nome italiano di fuori continuò a tenersi in onore, e la nostra letteratura imitavasi da Inglesi e Francesi, come noi imitavamo la spagnuola. In Francia la buona società modellavasi al tipo italiano, e italianeggiava la lingua: i soldati che avevano fatte le campagne d’Italia, voleano parlarne con termini nostri, e dire infanterie, cavalerie, embuscade, sentinelle, escarpe, fino brave. Ma i nostri v’erano malvisti, come quelli che si foracchiavano in tutti gl’impieghi[131], e al machiavellismo italiano imputavansi tutti i mali della guerra civile e di religione.
Delle consuetudini principesche danno buon testimonio i ricordi, che Francesco Maria II lasciava a suo figlio Federico Ubaldo duca d’Urbino, il 22 marzo 1615. Trascorriamo le generalità del vivere in grazia di Dio, trattare con ischiettezza, non rimettere a domani quel che si può fare oggi, lasciar libero il corso della giustizia, senza che se n’intrighino nè i parenti nè la moglie; e così della liberalità, dell’affabilità, della riconoscenza a chi prestò servigi, del risparmiare la pena di morte, dello spender meno nell’entrata, del non toccare l’onor delle donne e particolarmente delle nobili. Vuol che non abbia intrinsechezza co’ sacerdoti, ma li lasci attendere all’officio loro, egli attendendo al suo senza loro ajuto. Ubbidiente al papa, ardentissimo nel servizio di S. M. Cattolica, andando in guerra s’e’ ci va in persona. Cerchi consiglieri e ministri che vadano per la strada del carro, anzichè voler novità speciose; e anch’egli attenda a far camminare bene le cose antiquate, non facendo decreti nuovi, e piuttosto restringendo i vecchi. Non si dia troppo allo studio delle scienze, bastando intendere bene la propria lingua e la spagnuola, farsi leggere ogni giorno qualche storia, e ragionare delle scienze con quelli che le professano. Faccia esercizj cavallereschi, la scherma, il ballo, il nuoto; giuoco alla palla, caccia, maneggio de’ cavalli, di questi tenendo una razza. Mangi d’ogni cosa, ma moderatamente e senza seguir regole di medici, de’ quali non è a valersi che nelle infermità. Il figliuolo maggiore tratti come un fratello, lasciando che governi e comandi. Se ha un altro figlio, compri per esso uno Stato nel regno di Napoli, con altre entrate per 12,000 scudi l’anno: il che è meglio che dargli beni in paese: così s’hanno fondate due case. Degli altri figli un ne faccia ecclesiastico; e così se ne ha molti, li collochi colla propria parsimonia e col favore di S. M. Cattolica.
Il sentimento religioso molto ingagliardì, massime dacchè su quello si piantò l’educazione; e ripullulava traverso ai disordini della vita, sicchè finivano devoti quei che aveano menata vita disonesta o prepotente. La politica professava canoni più sani, dedotti dalla rivelazione; arti e lettere attingevano a fonti ecclesiastiche; sin la fisica appoggiava a principj d’ordine religioso. Molti ottennero gli onori degli altari, ed ai già accennati (t. X, p. 474) vogliam soggiungere Gregorio Luigi Barbadigo padovano, cardinale, vescovo di Bergamo poi di Padova, ove fondò il seminario tanto celebre per gli studj filologici, colla biblioteca; Francesco Girolamo di Grottaglia gesuita, che per quarant’anni diresse le missioni nel regno, predicando instancabilmente, ma breve e con unzione, a soldati, galeotti, pescatori, meretrici, che traeva agli abbandonati sacramenti, sicchè fin otto o diecimila persone a un tratto si comunicavano. Giuseppe da Copertino presso Brindisi, laico francescano, uso ne’ servigi più vili, tutto umiltà e penitenza, è assunto agli ordini benchè ineducato: ma de’ miracoli e delle estasi sue l’Inquisizione e i superiori dubitano e lo credono ipocrite; ed egli soffre rimproveri di colpe che non commise. Sebastiano Valfrè da Verduno nella diocesi d’Alba, mostrò gran carità sin da fanciullo, ed entrato oratoriano, scrisse il Mezzo di santificare la guerra, la Breve istruzione alle persone semplici; operò molte conversioni a Torino, di cui non volle essere arcivescovo; vivea sempre in ospedali, eppur tenea corrispondenza con vescovi e teologi su punti rilevanti. Veronica Giuliani di Mercatello, vestitasi cappuccina, ebbe visioni, patimenti straordinarj e i segni della corona di spine, e Cristo le impresse le sue piaghe: il Sant’Uffizio ricusò credere questi portenti, il confessore la umiliò in ogni guisa, pur dovette confessare che di speciali favori la privilegiava Iddio. Tra i chiostri troveremmo Pacifico da San Severino, Bonaventura da Potenza, Bernardo da Offida, Tommaso da Cora, che non potendo impetrare d’andar nelle Indie, missionò in paese con gran frutto di conversioni; Bernardo da Corleone in Sicilia, che annojatosi al mestiere del calzolajo, andò soldato, ma messo in carcere per indisciplina, tornò a coscienza, e vestitosi cappuccino fu specchio di virtù.
Ma poichè soltanto una grave devozione apriva la strada agl’impieghi e agli onori, degenerava in ipocrisia o in cupa superstizione. Abbondavano le pratiche convenzionali e i fervorini da sacristia, donde il cuore è assente, e che lasciano l’anima senza alimento; i dogmi non eccitavano nè attenzione nè resistenza perchè senza riflessione si adottavano formole di fede che bastava ripetere. Il nome d’eretico faceva orrore a segno, da non voler leggere le migliori opere de’ Tedeschi e degli Inglesi d’allora, nè comunicare di commerci con Olandesi od Ugonotti. La devozione però non salvava da ribaldi disegni; di reliquie coprivansi i masnadieri, impetravasi indulgenza per accingersi a qualche misfatto[132]. Le chiese erano esposte non solo a ruberie, ma a profanazioni, convegno d’amori, o campo di liti fin al sangue. Nel 1630 nel duomo di Palermo facevasi una gran rappresentazione sul riscatto di Gerusalemme; e i Gesuiti, in onore d’una infanta di Spagna allora nata, diedero una commedia con nuvole piene di danzanti, e una cena che costò seicento ducati. Le Benedettine di Donn’Albina diedero pure un dramma, con licenza del papa introducendovi anche uomini. Occasioni di nuovi scandali nelle chiese.
Le incalzanti raccomandazioni del concilio di Trento provvidero alla costumatezza e alla dottrina del clero: pure le memorie contemporanee palesano quant’esso conservasse dell’antecedente depravazione e del secolaresco, e all’ombra de’ rinvalidati privilegi mestasse turpemente negl’interessi mondani, fino a guadagnare in botteghe, e convertir chiese e canoniche in magazzini. Nelle visite i vescovi trovavano preti o pubblicamente concubinarj, o violenti fino ad assaltare alla strada, gli assassinj e il contrabbando ricoverando all’ombra degli altari. Tre prevosti degli Umiliati diedero mandato al diacono Farina perchè uccidesse san Carlo, che miracolosamente campò: il prevosto di Seveso aveva ridotta in spelonca di ladri la sua chiesa, e le sepolture coprivano le vittime dei suoi delitti.
I conventi popolavansi per convenienza di stato, e non di rado per violenza o seduzione dei padri, volenti alleggerir la casa dai figli cadetti onde assicurare la fortuna de’ primogeniti. Per romanzi divenne famosa Virginia, figlia del conte di Leyva signore di Monza, che costretta ad assumere il velo, si contaminò di gravissimi misfatti, finchè trattane si ridusse a severissima penitenza. Arcangela Tarabotti, a undici anni chiusa in Sant’Anna di Venezia, «non fu monaca neppure d’abito e di costumi, quello pazzamente vano, e questi vanamente pazzi»: benchè nè tampoco a leggere e scrivere le avessero insegnato, pure per sottrarsi all’accidia applicò agli studj, e compose opere, fra cui La semplicità ingannata, o la tirannia paterna[133], e l’Inferno monacale, libri scomposti ma passionati, dove rivela la usatale violenza, e impreca ai padri che forzano la vocazione de’ figliuoli, e con argomenti e autorità sacre e profane sostiene la libertà della donna nello scegliersi uno stato. Le pie insinuazioni del patriarca Federico Cornaro la fecero prima rassegnarsi, poi compiacersi del proprio stato; «abbandonò le lascivie degli abiti, di cui tanto si dilettava»; e a sconto de’ precedenti scrisse libri di concetto opposto, quali il Paradiso, la Luce monacale, la Via lastricata per andare al cielo, le Contemplazioni dell’anima amante, il Purgatorio delle mal maritate; e prossima alla morte, supplicò che gli altri suoi scritti fossero dati al fuoco.
Da Marcantonio Mariscotti conte di Vignanello e da Ottavio Orsini era nata Clarice, e benchè di buon’ora innamorata delle vanità, dovette professarsi monaca in San Bernardino di Viterbo col nome di suor Giacinta. Tutta capricci e dispetti, volle aver camera distinta, che ornò con suntuosità; i doveri adempiva sbadatamente, assorta in fantasie e vanità: ma côlta di grave malattia, mandò per un confessore, e questo entratole in camera e vedendo quell’incompatibile lusso, la minacciò di perdizione; ond’essa tolse a riparar lo scandalo chiedendo perdono alle compagne, dando alla superiora quanto avea del proprio; e risanata, fu tutta alle austerità, alle macerazioni. Scoppiata un’epidemia, istituì un ospedale e le oblate di Maria, che andassero limosinando per convalescenti, carcerati e poveri vergognosi.
Quando i cardinali erano ministri di Spagna, di Francia, governatori, condottieri d’eserciti, come il Richelieu, il Mazarino, il Lavallette, l’Albornoz, il Trivulzio, il Caracciolo, il Granuella, il Grimani, il Borgia, lo Zappata, il d’Aragona; quando ogni Potenza ne teneva uno in Roma che, come suo protettore, dovea maneggiare e intrigare, e della politica il gran punto consisteva nell’acquistar potenza alla Corte pontifizia accaparrandosi i prelati più efficienti, e massime quelli delle principesche case italiane, era ad aspettarsene edificante pietà, nè studio della scienza di Dio? Le case di Savoja e d’Este, i Gonzaga, i Farnesi, i Barberini, gli altieri aveano sempre uno o più porporati, che spesso gareggiavano col papa in splendidezza; e talora, passata la prima gioventù, deponeano la porpora per ammogliarsi. Al cardinale Aldobrandini, quando passò nunzio in Francia nel 1600, furono assegnati mille scudi il giorno, oltre le sue rendite, e grossa somma per le prime provvigioni[134]. Nel 1670 il duca di Parma a complimentare il nuovo papa Clemente X spedì il conte di San Secondo, che andò all’udienza con diciotto prelati e cencinquanta carrozze. Il cardinale Alberto d’Austria (dice il cavaliere Dolfin nella relazione di Roma) in mezzo a strepito d’armi e tamburi fa parlar di sè tanto, che merita posto fra i celebri capitani più che fra i prelati.
Il cardinale Rinaldo d’Este aspirava a diventare protettore dell’Impero; ma dagli Spagnuoli tergiversato, piegò a Francia, che fu ben lieta d’acquistare costui, forte per carattere e per relazioni di famiglia. N’era appena fatto protettore, quando entrò in Roma l’ammiraglio di Castiglia ambasciatore di Spagna, che non solo non l’invitò alla sua cavalcata, ma fece côlta d’armi nel proprio palazzo. Altrettanto l’Estense; e di bravi e di nobili venuti da Modena si circondava qualunque volta uscisse. Vano l’interporsi di signori e del papa; aspettavasi da un giorno all’altro un conflitto. Di fatto, scontratesi le carrozze dei due superbi presso al Gesù, s’intese un colpo di pistola; il popolo a fuggire; gli uomini dell’ammiraglio fan fuoco colpendo molti innocenti; poi si danno essi pure in fuga, lasciando scoperto esso ammiraglio, il quale potè andarsene illeso; ma viepiù inasprito, manda a cercar gente e denaro al vicerè di Napoli. Questi però nega secondarne le vane braverie, il papa viene a capo di riconciliarli, e il buon popolo romano applaudisce clamorosamente all’Estense che sì bene aveva sostenuto il decoro di Francia.
E continue erano le dispute di precedenza, massime tra gli ambasciadori di Francia e di Spagna; il concilio di Trento ne fu turbato quanto dalle eresie, attesochè il papa, sapendo inimicherebbe a sè e forse alla Chiesa quello che posponesse, non osava pronunziarsi, finchè le guerre civili non l’indussero a preferire il Cristianissimo, come quello ch’era più in pericolo d’apostatare. Il giorno della coronazione di Gregorio XIV, Alberto Badoero ambasciadore di Venezia sostenne di dover comparire immediatamente dopo quel dell’imperatore, e innanzi a tutti gli altri: e perchè il senatore di Roma pretendea quel posto, egli dichiarò non interverrebbe alla coronazione: onde il papa ordinò al senatore di andar via co’ due confalonieri che l’accompagnavano. Il prelato Centurione arcivescovo di Genova e prolegato incontra il cocchiere del cardinale San Giorgio nipote del papa, e perchè non vuol tirare da banda la carrozza vuota, e’ lo bastona: San Giorgio ne porta querela al papa, e non trovandosi soddisfatto, esce dalla città e dallo Stato, per quanto il papa mandi a richiamarlo[135].
Il Portogallo erasi sottratto alla dominazione spagnuola, talchè veniva considerato come ribelle. Avendo mandato il vescovo di Lamego ambasciadore a Roma, il marchese de los Velez ambasciadore di Spagna pretendea non fosse ricevuto; ma il fu, e ordinato il modo di comportarsi, volendo che, se incontrasse l’ambasciadore di Spagna, calasse le cortine della carrozza. Los Velez, saputo che il vescovo era a visitare monsignor de Fontenay, mandò a prendere quantità d’armi, e le distribuì fra’ suoi, coll’ordine che, se le cortine del Portoghese non fossero calate, tagliassero i garetti a’ cavalli. Il vescovo, avvertitone, si pose attorno altri armati, e scontratisi cominciossi il fuoco, dove furono uccisi cavalli e persone d’ambi i lati: allora Roma parteggia; bisogna mandar soldati; raffittiscono le dispute, e i due ambasciadori si ritirano in opposte direzioni.
Nella peste del 1656, il vicerè vieta che nessuno entri in Napoli se non con licenza de’ regj ministri; e l’arcivescovo pubblica che per gli ecclesiastici richiedasi la licenza vescovile: quello ricusa, si abbaruffano, intanto che morivano quindicimila persone al giorno. Poi qualche volta di Spagna viene decreto che in tutte le chiese, in tutte le scuole si giuri l’immacolata concezione della beata Vergine: qui i vescovi a protestare contro l’altrui ingerirsi in materia di loro spettanza; i Domenicani a rifiutar di professare una pia credenza, da loro impugnata; i professori a trovare pregiudicata la libertà dell’insegnamento; Roma a negare ai re la podestà di proporre una credenza teologica.
Grandi problemi nè morali nè politici non si posarono nè discussero fra noi; eppure puntigli di cerimoniale, dispute di eredità, tafferugli fra vescovi e governatori o col papa per le giurisdizioni, portarono irrequietudini rinascenti e fin guerre; e in privato frequenti duelli sulle vie pubbliche, assalti di villaggi a mano armata; e stimare felicità l’essere annoverato fra l’alta e la bassa domesticità di Spagna, l’ottener titoli desunti dalla mensa, dalle caccie, dalle stalle, dalle anticamere regie; e ciascuno zelare quelli che ereditò e le piccole distinzioni, e pretendere privilegi ch’erano aggravj degli inferiori, e che ricordavano ciò che i nobili erano stati, senza insegnar le ragioni per cui cessarono di essere. Alle processioni, alle comparse, magistrati, preti, maestranze lottavano per l’abito, per lo scanno, pel passo innanzi. Quante volte a Napoli furono ritardate, finchè i cerimonieri avesser proferito! intanto gli uni e gli altri stavano coll’armi in pugno, e i soldati non bastavano a impedire le collisioni: talora moveasi la marcia, ma intimandosi che i nobili titolati procedano distinti, i non titolati spengono i torchietti e se ne vanno. Or si raduna il consiglio, ma un sindaco n’esce perchè non si trova assegnato un sedile conveniente. Or ad una solennità, il governatore si leva indispettito di chiesa perchè vede posare un predellino sotto ai piedi dell’arcivescovo. Or tutta la nobiltà esce dalla messa perchè il vicerè fece situar vicino a sè un nipote. Or un ambasciatore non può essere ricevuto perchè il suo grado di nobiltà spagnuola l’autorizza a trattare il vicerè da pari a pari. Muore una principessa, e l’esequie sono interrotte da commissarj regj, perchè ha stemmi e insegne da più del grado, e bisogna deporre il cadavere in disparte finchè arrivino le decisioni di Spagna. Fra i grandi di Napoli fu un lungo dibattere intorno al coprirsi davanti al re, privilegio di tutto il grandato di Spagna, mentre quella sospirata parola Copritevi era stata detta da Carlo V ad alcuni sì, ad altri no de’ regnicoli. Nelle esequie per la regina di Spagna in quel duomo, l’arcivescovo vuole si dia il piumaccio a tutti i vescovi intervenuti; il vicerè ripudia questa novità; si sospende la cerimonia, e il sontuosissimo catafalco è trasferito nella cappella reale. Ottantadue anni contesero ai tribunali e ne’ libri Cremona e Pavia qual dovesse avere il passo sull’altra, finchè il senato di Milano «con gravissima ponderazione e maturità di consiglio decise di non decider nulla». Il generale Giovanni Serbelloni, nel 1625 combattendo in Valtellina, non volle aprire un dispaccio perchè non v’erano soprascritti i titoli dovutigli; e così ignorò l’accostarsi del nemico, che lo sconfisse.
Lo scialacquo di titoli caratterizzava l’orgoglio surrogato alla superbia; l’illustrissimo e l’eccellentissimo davasi a qualunque nobile, e fin a plebei l’illustre e molto illustre, che nel secolo precedente bastava a principi. Il conte Olivares vicerè di Napoli li vietò per editto, ma solo si scrivesse signor duca, signor principe, signor conte o dottore; ma la prammatica non fu osservata. Lo perchè il papa non volendo accomunati ad altri i titoli dovuti ai cardinali, a questi diede quel d’eminenza, ma non potè fare che non se l’arrogassero anche gli Elettori dell’Impero. Il Consiglio della repubblica di San Marino che s’intitolava illustrissimo, volle dirsi principe. Quanti maneggi, quanto spendere dei principi per ottenere un titolo o un grado superiore all’emulo![136] quanta pompa per ciò e solennità nelle ambascerie! Fino i poveri Grigioni nel 1604 allorchè cercavano l’alleanza di Venezia, vi spedirono sette ambasciadori con cencinquanta persone, che tutti furono mantenuti dalla Signoria, e ricevuti con onoranze quali nessuno da Enrico III in poi; da tutte le città vi andavano incontro cavalieri e fanti; pure non vennero accolti che da quaranta gentiluomini, anzichè sessanta come gli ambasciadori delle potenze; nè ammessi in Pregadi. Era una scienza complicatissima la competenza de’ varj rappresentanti: i quali poi a loro volta sbizzarrivano in prepotenze, volendo immuni le persone a loro addette, la casa, la vicinanza, che diveniva così ricovero di ladri e di contrabbando. Il conte di Cantecroix, ambasciadore imperiale a Venezia nel 1666, della propria abitazione faceva un bordello, tentò assassinare la moglie, fece uccidere il mastro di casa, fabbricare moneta falsa; finchè la Signoria ottenne fosse revocato[137]. Altri esempj incontreremo.
Ne derivò l’importanza suprema attribuita al punto d’onore. I duelli per parole offensive e per lesione d’onore, ignoti agli antichi, nacquero nel medioevo dalla prevalente personalità, e dal diritto del pugno che ciascun signore si arrogava; e sopravvissero a quell’ordine di cose, del quale erano un frutto naturale e un correttivo. I principi, traendo in sè le prerogative regie, diedero ogni opera a spegnere il duello; e papa Giulio II, il luglio 1505, avevalo proibito in tutte le terre dipendenti immediate o mediate dalla Chiesa, «per qualsifosse cagione, anche dalle leggi permessa». Ma il 29 giugno 1522 Carlo V, tenendo il parlamento come re di Sicilia, ricevette una rimostranza, qualmente fosse prammatica nel regno, che chi prende a combattere un altro da cui pretende essere stato offeso, viene sottoposto a gravi pene; donde nascono enormi inconvenienti e soperchierie, e di qua bandi, ferite, morti; tutti mali che si eviterebbero qualora essa prammatica fosse cassata, e ognuno potesse soddisfare all’onor suo col duello; poichè molti s’asterriano dal fare offesa, e l’ingiuriato si soddisferebbe sfidando l’avversario senza insulto e soperchianza; supplicavasi perciò la maestà sua ad abolire tale prammatica, e lasciare ognuno soddisfare all’onor proprio. Il braccio ecclesiastico non assentì a tale domanda, onde non fu esaudita[138].
Malgrado i divieti, vigea l’abuso; anzi, cessate le occasioni pubbliche di esercitare il vero valore, rimase questo di parata, e come una scienza entrò nell’educazione cavalleresca non solo l’atto, ma una complicata dottrina della vendetta e dell’armeggiare. Ben cinquanta trattatisti vi applicarono i sillogismi, gli oracoli della giurisprudenza e le autorità di filosofi e poeti non solo, ma dei santi Padri, e di quel vangelo dove è scritto, Se alcuno vi schiaffeggia sulla sinistra, porgetegli anche la gota destra. Anzi il Possevino compose un oremus, che chi lo reciti prima di venire al combattimento, «acquisterà forze grandissime», e nel quale il duellante promette a Dio che, quando mai ammazzi il suo nemico, «molto gliene rincrescerà».
In que’ libri cominciavasi da sottili definizioni dell’onore e delle sue opere, e se stia nell’onorante o nell’onorato: altrettanto dell’ingiuria, considerata nella qualità, quantità, relazione, azione, passione, tempo, luogo, moto, distinguendo le ingiurie voltate, rivoltate, compensate, raddoppiate, propulsate, tornate, ritorte, necessitate, volontarie, volontarie-necessitate, e miste. Suprema era la dottrina del carico, cioè dell’obbligo di risentirsi, ributtare, ripulsare, provare, riprovare; dove era aforismo, che il «carico alcune volte nasce dall’ingiuria, ma non mai l’ingiuria dal carico». Altrettanto sottilizzano nel definire l’inimicizia e il risentimento; e qui figurano la vendetta traversale, il vantaggio, la soperchieria, l’assassinio, la via indiretta, il mal modo, il tradimento, la perfidia, quando assumere il risentimento per altri, se un’ingiuria resti cancellata da un’altra pari; una sequenza di presunzioni novera lo Specchio d’onore, «tacendo pure le cento e mille altre che si poteano aggiungere».
Cardine di questa scienza era la mentita; la quale può essere affermativa, negativa, universale, particolare, condizionata, assoluta, privativa, positiva, negante, infinitante, certa, sciocca, singolare; generale per la persona, generale per l’ingiuria, generale per l’una e per l’altra; cadente sulla volontà, sull’affermazione, sulla negazione; valida, invalida, sdegnosa, ingiuriosa, suppositiva, circoscritta, coperta, vana, nulla, scandalosa; vera, data veramente, falsa, data falsamente; ve n’ha di legittime, ve n’ha d’impertinenti o ridicole, o disordinate, o universali di cosa particolare, o particolari di cosa universale. Quanto sottilizzavano i sopracciò per distinguere le mentite valide dalle invalide, l’attore mentito ingiuriante dal reo mentitore ingiuriato, l’attore provocante dall’attore provocato! Poi discuteano del provare, del richiedere, del mantenere, del verificare, del difendere, del sostenere; e così dell’attore che si finge reo, dell’attore interpretativo che opponga eccezioni di compensazione, dell’attore che tien luogo di reo provocato per la forma di sue parole.
Entra allora la discussione del trovar querela, del mutarla, dell’accrescerla, dello stabilirla, del lasciarla, delle eccezioni dilatorie e perentorie. Conosceansi un cinquanta formole o clausole differenti da porre sui cartelli; quando e come ricusare, rifiutare, ributtare? quali sieno le armi cavalleresche? qual movimento è vergognoso? qual pezzo d’arme è più disonore il perdere? s’ha da accettare la sfida da ignobili, o soltanto da uguali? l’eleggere le armi e assegnare il campo tocca al provocante o al provocato? qual si dirà vincitore quando cadano morti entrambi i combattenti? I padrini, allora come adesso, ingegnavansi piuttosto ad esasperare per poter farsi onore dove non correano pericolo: ma se giungessero a conciliare gli animi, allora nuove quistioni rampollavano sulla soddisfazione, sulla pace, universale o particolare, esterna o interna, naturale, civile, pubblica, domestica, e sulle differenze tra pace, riconciliazione ed empiastro, tra soddisfazione e restituzione, pena e castigo, confessione, pentimento e umiliazione, perdono e misericordia, e sulle sei maniere di ridirsi.
Ve’ in quale sapienza esercitavano l’ingegno i contemporanei di Galileo, di Torricelli, di Bacone! e per essa vennero immortali Paride del Pozzo, il Muzio giustinopolitano, Giovan da Legnano, Lancellotto Corrado, Giulio Ferretti, l’Attendolo, il Possevino, Camillo Baldi, Belisario Aquaviva, Antonio Bernardi dalla Mirandola, il Birago milanese, il Parisio, Jacopo Castiglio, il Pigna, l’Albergati, il Gessi, l’Ansidei, il Fausto, il Romei, Orlando Pescetti, il Tonnina; nel dialogo di Marco Mantua giureconsulto si decidono cento e più questioni; e nella biblioteca di un gentiluomo dovevano trovarsi i Cinquanta casi dell’Olevano, lo Specchio d’onore, la Pace in prigione, la Mentita in giudizio, le Conclusioni del duello e della pace, evangelisti dell’umana reputazione, le cui parole servono ad empiere di tanti dogmi di fede, d’onore i margini delle cavalleresche scritture.
In ogni paese v’avea qualche gran pratico, che risolvesse i molteplici casi nascenti dal punto d’onore, ricomponesse le discordie, regolasse i duelli, stendesse pareri ai quali procuravasi la firma d’altri armeggiatori; talchè quella pacifica generazione restava di continuo colla spada alla mano e colle dispute sul labbro. A Milano spessissimi ricorrevano combattimenti dei nobili tra loro e cogli uffiziali spagnuoli, e vi prendeano parte i secondi, i terzi, talvolta sei e otto per parte. A Napoli il marchese di Monterey minacciò duemila ducati e il bando di cinque anni a chi duellasse, e per la seconda volta la morte; e multa ai padrini. Nel 1638 in sei giorni v’ebbe cinque duelli di giovani distinti, e vi rimasero estinti Ferrante Caracciolo e Carlo di Sangro, ventenni, per affari donneschi. Poco poi due Pignatelli con loro amici combattono contro Scipione Monforte cavaliere di Malta, e rimangono morti. Talvolta somigliavano a vere spedizioni, e l’ottobre 1630 a San Pietro a Majella successe regolare battaglia fra gli Aquaviva e i Caracciolo, e i birri non poterono separarli prima che rimanesse un morto e una dozzina feriti; gli altri si ricovrarono in Sant’Antonio, difendendosi regolarmente. Queste nimicizie velavansi talvolta co’ nomi de’ Guelfi e Ghibellini, che non erano più due gelosi ma amanti della stessa donna, che si vegliano l’un l’altro, e odiandosi fra loro, pur accordansi nell’amor della patria; bensì emuli di rancori ereditarj, di diuturne vendette, servili all’uno o all’altro de’ comuni nemici; siccome in Bologna i Pepoli tenevano fede a Francia, a Spagna i Malvezzi.
Questa potea dirsi la parte legale delle contese: ma altri prepotevano cinti di bravi nelle città; o dal bisognoso erario comprato un feudo, vi si afforzavano per far da padroni e sbucarne al delitto, e fino alla Corte appresentarsi con comitiva più di minaccia che d’onore. Il governatore Fuentes bandì grossa taglia a chi desse morto o vivo Francesco Secco-Borella feudatario di Vimercato, reo di mille prepotenze e omicidj, e principalmente di quel di Lucia Vertenate per la sua virtù: ma il vederlo ripeterla indica che uscì indarno. Gianpaolo Osio signore di Usmate, nel 1608, dalla sua casa in Monza guardando nel convento di Santa Margherita, sedusse suor Virginia de Leyva; penetrò più volte nel monastero, e ne la trasse a voglia; uccise una monaca perchè non rivelasse la tresca; cavatene due altre complici, l’una precipitò nel Lambro, l’altra in un pozzo, dove essa scoperse altri cadaveri, e donde miracolosamente cavata, servì di testimonio contro il ribaldo, il quale in contumacia fu dannato a morte, e sulla distrutta sua casa ponendo una colonna infame.
Gianfrancesco Rucellaj, nel 1656 residente pel granduca in Milano, vi fu di bel mezzogiorno assalito, e il governatore e il senato non poterono che condolersene. Dovendo poi egli partire, si annunziò che benemeriterebbe dal re chiunque lo assistesse. In fatto il marchese Annibale Porrone, che in Milano circondandosi di malandrini, ridea di bandi e taglie, mandò cento suoi fidati, che lo scortarono di casa in casa a prendere congedo, poi lo convogliarono sino a Piacenza. Questo Porrone cominciò da mille bizzarrie giovanili, a danno dell’onore e della vita altrui; dispensa bastonate e stoccate; messo prigione trova modo a fuggire; per interposto d’amici e per denaro restituito in paese, non muta costume, e con un famoso suo archibugio fa tacere la giustizia e i giudici; poi ricoverato in un convento, quivi e sul sagrato si dà ad ogni sorta di furfanterie, e brava le ricerche della giustizia, e continua le ribalderie e gli ammazzamenti, finchè andatosene di città, vive a lungo in Venezia dove forse fu trucidato.
Bernardino Visconti, costretto per delitti a uscir di Milano, la traversò con un codazzo d’armati e a suon di trombe, passando avanti al palazzo ducale, e alle porte lasciando un’imbasciata di villanie pel governatore; e si ritirò nel castello di Brignano in Geradadda, a cavallo del confine milanese, bergamasco e bresciano, donde insultava l’autorità, con gente tutta di sangue e di corrucci, fin il cuoco e il guattero, fin i ragazzi avendo le mani contaminate di sangue. Molte grida furono lanciate contro di lui inutilmente, finchè le prediche di Federico Borromeo nol convertirono.
Un tal Picinelli di Busto, arricchito sull’appalto delle gabelle, destava l’invidia de’ vecchi signori, tanto più che osava perfino visitar le loro carrozze quando entravano in Milano. Avendo voluto esaminarne una del conte Dugnani, al domani un branco di buli bastonò i dazieri; poi esso Dugnani in persona al Picinelli intimò, se lo richiedesse in giustizia, pagherebbe lui pure della stessa moneta, dovesse anche costargliene due o tremila scudi. Il Picinelli sel tenne detto, e nessuna carrozza di casa Dugnani mai più non fu toccata. Lo stesso signore dovea novanta lire a un mercante, che non potendo averle altrimenti, gli mandò un birro con la citazione. Il Dugnani spedì tosto a fare il pagamento, e al birro con novanta bastonate insegnò a più non richiedere in giustizia un cavaliere. Vero è che, portatane querela, il Dugnani dovè ricoverare in un convento, e non spendere meno di duemila scudi per parare la cosa: ma ciò valse a fargli poi portare rispetto. In appresso egli ferì gravemente un capitano, onde dovette rifuggire di nuovo alla stessa chiesa, e tenere numerose guardie per assicurarsi dai parenti del ferito, finchè la giustizia non fu chetata.
Già dicemmo di grandi facinorosi toscani e romani; ma n’abbondavano anche in paese di severa giustizia come il veneto. Ottavio Avogadro di Brescia era capo di banditi, e proscritto dai Dieci, ebbe ad intercessori di grazia il granduca ed Enrico IV[139]. Il venerdì santo del 1609 Lorenzo Pignoria (le cui lettere sono delle più vivaci e colte) scriveva da Padova: — Che ne’ giorni santi succedano di qua certi casi tragici, io non so a che me l’ascrivere..... Domenica notte alcuni andarono in casa del padre Marcantonio Corradino, lo ammazzarono, gli sviarono la moglie, la nipote e la serva. La Corte è andata lor dietro, si sono ricondotte le donne a Padova, con essi si sono fatte le archibugiate, feritine alcuni, e tutti salvati. Il Corradino s’era comunicato la mattina, ed era in concetto d’uomo dabbene. Il lunedì sera lo Scola fu in parrocchia nostra assaltato da un briccone, che con un colpo di pistola gli toccò le gambe sotto in maniera, che se vive resterà storpiato al sicuro di tutte due le gambe. E di simili ce ne sariano da raccontare più di due, e non sappiamo vederci rimedio».
L’Italia, non formando nazione, non ebbe più eserciti stabili nè occasioni nazionali, onde le mancò l’atto, non l’attitudine del valore: e in tutte le miserabili guerre di quest’età campeggiarono i nostri, potendo dell’Italia dirsi come della Svizzera, che non tenea soldati, ma ne somministrava a tutti. Molti ne nominammo (tom. IX, pag. 521 e seg.); a cui potremmo aggiungere don Giovanni de’ Medici, fratello naturale del granduca, valentissimo capitano nelle guerre di Francia e d’Ungheria; il conte Guido Landi, che pure in Ungheria combattè, stampò molte cose, fra cui un suo viaggio a Madera, e finì nelle carceri di Roma, non si sa perchè; Giacomo Guazzimani di Ravenna, illustratosi contro i Turchi, e che dopo la pace compose versi, e raccolse gli altrui. Altri sfogavano il valore a danno delle società come banditi; e quel re Marcone, quell’Alfonso Piccolomini, quel Corsietto del Sambuco, usciti di famiglie primarie, e il Mancino, e lo Squilletta, e Marco Turano ed altri, un secolo innanzi sarebbero stati cerchi come capitani, mentre allora erano proscritti come masnadieri.
Oltre i masnadieri, tanto frequenti, divenivano pericolosi quei che doveano respingerli. Il conte della Saponara napoletano, di casa Sanseverino, nel 1602 tornando di Spagna a casa con equipaggio da semplice gentiluomo, i dazieri di Pont Beauvoisin gli tolsero ducentrentacinque ducati, sotto pretesto che era proibito trar denaro fuori del regno; sebbene egli rimostrasse che tanto appena bastava per le spese del viaggio. Inoltre gli tolsero molte gioje e due braccialetti di diamante, dei quali egli non istette a domandare si facesse menzione nell’atto verbale, per paura ch’esse guardie non se ne sbarazzassero coll’ucciderlo[140].
I soldati non erano più cittadini, eppure a questi non garantivano la pace, perocchè mal pagati, mal tenuti, erano piuttosto masnadieri organizzati[141], sprezzanti la vita dell’uomo e i suoi patimenti, e dai pericoli corsi fatti insolenti in faccia ai pacifici. Il tenersi il popolo sprovvisto d’armi per politica, dava baldanza ai briganti e ai bravi (pag. 94); genìa comune a tutti i paesi, fin a quello che più severamente faceva osservare la giustizia. Perocchè il consiglio dei Dieci al 30 dicembre 1648 ordinava, «che nel termine precisamente prescritto de ore ventiquattro tutti li forestieri di aliena giurisdizione, e sudditi ancora che servono per bravi a particolari persone, e tutti quelli che vivono senza esercizio, arte o professione alcuna fuorchè di bravi, debbano essere usciti di questa città, e dentro altri due giorni da tutto lo Stato, sotto pena d’esser immediate e senza remissione alcuna mandati da’ soli capi di questo Consiglio alle più rigorose pene. Coloro che si serviranno di questa sorte di persone tanto con salario, quanto senza, tenendoli o non tenendoli in casa sua, doveranno esser nello stesso tempo irremissibilmente mandati alle leggi più rigorose, et inoltre condannati a dover far depositare nella cassa di questo Consiglio ducati cinquecento, li quali siano liberamente dati alli captori dei bravi predetti, oltre il benefizio delle armi, le lire seicento di taglia assegnatagli dalli beni del retenuto, o da denari della cassa di questo Consiglio, la qual taglia doverà conseguire l’accusatore o denunziante di essi, che sarà tenuto secreto tutto. Se quelli che ricetteranno o manterranno questa qualità pessima di persone, saranno nobili nostri, oltre le preaccennate pene, s’intenderanno privi del maggior Consiglio per anni cinque continui dopo la loro liberazione».
Questo tono ci rivela un’altra delle piaghe di quel tempo, la pessima amministrazione della giustizia, regolata sopra canoni arbitrarj, incerta nell’applicazione, diversa secondo le persone, atroce nei modi, bizzarra nella varietà: la tortura adoperavasi sempre come mezzo di scoprire la verità, di purgare l’infamia, di ratificare le deposizioni spontanee e ad arbitrio de’ giudici e fin del boja; atroci le pene, esacerbata la morte, e spessissimo applicata. Di Milano possediamo cataloghi di quelle eseguite da mezzo il Quattrocento fin a mezzo il Settecento, con dinotati i delitti, e il genere della pena, e particolarità di supplizj da far fremere. Sui primi anni, vanno al boja non meno di otto persone al mese; sul finire non meno di due o tre[142]. Al 2 agosto 1570 si trova il supplizio dei tre prevosti Umiliati, assassini di san Carlo: dopo sconsacrati, ebbero gli onori del palco parato a nero e delle torcie accese, indi appiccati, e al Farina fu recisa da prima la mano dritta innanzi alla porta dell’arcivescovado. Al 19 settembre 1596 un Ponzio de’ Franceschi, capitano disertato ai nemici, fu impeso e fatto a pezzi, portando la testa a porta Ticinese, un quarto a porta Vercellina, uno a porta Orientale, il resto e le interiora a San Giovanni alle Case rotte. Per stregherie vi leggiamo condannati: Giacomo Guglielmetto, Isabella Arienti, Anna Maria Pamolea, Margherita Martignoni, Maria Restelli, Marta Lomazzi, e al 4 marzo 1616, «Caterina de’ Medici, la quale aveva ammaliato il senatore Melzo: fu fatta una baltresca alta, acciò ognuno potesse vedere, e poi abbrugiata, e questa fu la prima volta che si fece baltresca». Fra altri si trova «fatta giustizia sopra un Francesco Famè, messo sopra di un carro, tanagliato per Milano; ed indi squartata e decapitata Camilla Sellari, partecipe del Famè, il quale uccise uno di casa, e lo portò d’indi sotto un corniso sopra la piazza del Castello, ed il corpo dell’ucciso fu messo in San Vincenzo, ed essendo andati in detta chiesa il Famè colla Sellari, le ferite del morto mandarono sangue, e fu detto, È qui colui che l’uccise».
La confraternita di nobili in San Giovanni alle Case rotte, assisteva ai condannati, poi suffragavali, ed avea il privilegio di liberarne alcuno. Sotto il 12 giugno 1681, «essendo stato condannato ad essere impiccato Antonio Rivolta, detto il Bustofante, per avere ucciso Giacomo Perugia oste della Cervia, con pistola di nottetempo; posto in confortatorio, essendo prefetto della scuola di san Giovanni il signor conte di Melgar governatore, fattosi considerazione sopra il privilegio reale che la scuola istessa tiene di poter liberare due condannati dalla morte di caso graziabile, diede memoriale al senato, e gli fu fatta la grazia; onde il detto Rivolta, tutto vestito di bianco, si levò dal confortatorio, e processionalmente fu condotto alla real Corte, ove era S. E. e tutta la Corte co’ cavalieri e dame, e disse: Grazie a Dio e alla V. E., e si portò alla chiesa di San Giovanni, ove vi erano sei trombetta della città, che invitavano tutti a concorrere a tale funzione. La chiesa era tutta adorna di arazzi e pendoni, e l’altare d’argenti bene ornato; ed ove con solenne musica di canti e suoni se li fece sentire la santa messa, dopo di essa fu cantato il Te Deum, e fattasi dal rettore di detta scuola al liberato una breve e pia esortazione de bene vivendo, fu licenziato: indi condotto nell’oratorio per accondiscendere alla curiosità delle dame e cavalieri ivi adunati, fu colà co’ biscottini e preziosi liquori di Bacco ristorato: portatosi poscia a pranzare in casa del sindaco di detta scuola, fu dopo il pranzo licenziato con la pace del Signore».
Del resto gli abusi di giustizia erano comuni a tutti i paesi. Tra le riforme che il Campanella proponeva alla monarchia spagnuola era «quell’abuso dei giudici che più regna ne’ più grandi, i quali, conoscendo uno innocente, pur lo condannano in qualche cosetta per diffamarlo quando la causa è andata in lungo: il che fanno, essi dicono, per donar riputazione alla causa; mentre si deve togliere la reputazione della colpa, e non mettere» (Cap. XIII).
Frequentavano esempj di pessima giustizia in Piemonte[143], e soprattutto di accordi fatti co’ rei per rimetterne la pena. Giacomo Rasorio mercante, accusato d’aver introdotto la peste in Torino, ottiene grazia per mille fiorini. Claudio di Seyssel, arcivescovo di Torino, giureconsulto valoroso, ragguagliava il duca Carlo III che Giorgio da Romagnano e due suoi fratelli cherici avevano fabbricato moneta falsa, ma che gli avrebbero fatto qualche regalo, pel quale esso li perdonerebbe. Il presidente Blancardi nel 1673, fatta inquisizione appassionata contro Catalano Alfieri, vantavasi d’aver raccolte prove per motivare una condanna, che procaccerebbe all’erario cencinquantamila ducatoni. Ai frodatori del sale nel 1688 fu comminata la morte e la confisca: nel 1655 Carlo Emanuele II vietava il lotto sotto pena di cinque anni di galera e la confisca. Alcune volte il reo davasi ai parenti stessi perchè l’uccidessero privatamente onde evitare l’infamia del patibolo. Fin nel 1710 un Bocalaro di Caselle fu tanagliato e ucciso per aver fatto un’effigie di cera onde procurar la morte del re; nel 18 condannato al supplizio un canonico Duret per aver cercato tesori con incantesimi; nel castello di Miolans furono chiusi un marchese Risaja per arti magiche, un panieraio che avea rubato un’ostia per valersene a sortilegi, un Francesco Freylino che accusò se stesso ed altri di malìe contro il principe, finchè in articolo di morte confessò aver finto tutto ciò per conseguire qualche impiego; nel 28 fu decapitato in Aosta il conte Andrea Dupleoz per avere con fatucchierie attentato alla vita della moglie.
Il che c’introduce a deplorare le vittime delle credenze assurde, popolari e scientifiche. Già abbiam menzionato (tom. X, pag. 845) la terribile bolla di Sisto V, nel 1585 contro la geomanzia, idromanzia, aereomanzia, piromanzia, onomanzia, chiromanzia, necromanzia e d’altro nome incantesimi e fatucchierie. Chi pensi di quali errori fossero conseguenza e fonte tali superstizioni, e quali stromenti sacrileghi vi s’impiegassero, e come palesassero almeno l’intenzione del male, troverà savio che i pontefici li perseguissero severamente; ma è facile scorgere quali conseguenze adducesse questo medesimo divieto. Gregorio XV asseriva che dai malefizj, se anche non venga morte, ne seguono malattie, divorzj, sterilità. Clemente VIII al 1598 era nel sessantesimoterzo anno di vita e nel settimo del pontificato; due numeri climaterici, in grazia de’ quali il popolo aspettava ogni male; laonde egli ripeteva di aver soli sessantadue anni, aspettando che l’influenza passasse. A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe poco; ond’egli preso da terrore, licenziò il cuoco e lo scalco, di mille precauzioni si circondava, non riceveva nessun memoriale da sconosciuti, e dappertutto vedeva insidie e veleni, sinchè non fu guarito con un rimedio simile al male; poichè un consulto di astrologi dichiarò che per l’influsso pericoloso era trascorso il tempo.
La cabala ed altre vanità astrologiche dirigevano le cure de’ medici anche meno pregiudicati, l’astrologia giudiziaria usurpava ancora gli altari all’astronomia, e l’illustre cancelliere di Francia L’Hôpital diceva che a Roma dominavano i matematici e gli astrologi[144]. Paolo Taggia dottissimo modenese scriveva al Gualdo di Padova: — Il matrimonio continua nella congiunta disgiunzione, tuttochè non cessino le orazioni, i digiuni, l’elemosine e gli esorcismi. Questo solo v’è di buono che consta del legame e incanto, sì nel giovane come nella giovane; onde possiamo sperare assai tosto buon fine»[145]. Felice Centino d’Ascoli che bramava vedere papa il proprio zio cardinale, tramò contro i giorni d’Urbano VIII per mezzo di fatucchierie, formando una figura di cera, collo struggersi della quale dovea pur consumare la vita del papa: tradito il suo segreto, egli fu decollato, i complici arsi o mandati alla galera.
Il Capecelatro, uno de’ migliori storici anche perchè versato negli impieghi, entrando a descrivere la sollevazione di Masaniello, trova che tali flagelli furono «causati da cattiva influenza di stelle, o pure dall’eclisse del sole, succeduto di mezzogiorno nel segno di leone la precedente estate, il quale segno domina Napoli, predetto da Paolo Cocurullo celebre astrologo di minacciarle rivoluzione e ruina con suo grave incomodo e danno». Egli stesso avverte che tal sollevazione avvenne nel secolo XVII dopo Cristo, XVII anno dopo la famosa peste, nel XVII mese del governo del duca d’Arcos, nel vii anno dopo il 1640, nel VII mese dell’anno, VII giorno del mese, VII giorno della settimana, VII ora del giorno. Durante quella si disse che gli Spagnuoli mandavano streghe ad incantare i posti; la gente arrestò tre vecchie, ad una delle quali mozzò tosto il capo, le altre pose in carcere per essere tormentate; e mandaronsi sacerdoti a esorcizzare que’ posti[146].
Cosmo Ruggeri astrologo e mago, passato in Francia con Caterina de’ Medici, v’acquistò fama per oroscopi, talismani, filtri da ispirar amore o da far morire; e Caterina l’adoprava forse a ciò, più probabilmente a spiare. Per accuse di cospirazioni torturato e messo alla galera nel 1574, poi liberato, sotto Enrico IV fu arrestato di nuovo perchè teneva una figura di cera di questo e la pungeva ogni giorno, ma le istanze di cortigiani e di gran signore fecero sospendere il processo. Pubblicava ogni anno almanacchi; fu fatto abate di Saint-Mabè, e ch’è più strano, storiografo; in morte non volle consolazioni religiose, dicendo non v’ha altri diavoli che i nemici, i quali ci tormentano quaggiù, nè altro Dio che i principi, i quali possono farci del bene; onde il suo cadavere fu trascinato al mondezzajo[147].
Don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, maresciallo di campo del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d’un reggimento a piedi, comandante a Monaco, e maggior generale del re di Prussia, era nato a Pietrabianca presso Napoli, imparò d’orefice, e nel 1695 fu iniziato all’alchimia tramutatoria, probabilmente dal famoso Lascaris, da cui ebbe la tintura bianca e la gialla per fare l’argento e l’oro, ma in piccola quantità. Alla loro scarsità ed efficacia supplì colla ciarlataneria, annunziando poter tramutare metalli in gran copia; e facendone esperienza su piccolissima, ottenne credito. Scorsa Italia, fece per quattro mesi eccellenti affari a Madrid, donde l’inviato di Baviera l’indusse a passare dall’elettore, che allora stava governatore a Brusselle, ed eccitò l’ammirazione, e Massimiliano, posta piena confidenza nelle magnifiche promesse di esso, gli concesse cariche e titoli e sussidj per seimila fiorini: ma scopertolo bugiardo, lo fece buttare in una fortezza. Dopo due anni riuscito a fuggire, comparve a Vienna nel 1704, e qualche projezione gli riuscì sì destramente, che tutta la Corte ne rimase stupita; l’imperatore Leopoldo sel prese a servizio: ma la morte di questo avrebbe intercisa la sua fortuna se non fosse stato assunto dall’elettor palatino, al quale e all’imperatrice egli promise in sei settimane dare settantadue milioni o la sua testa. Prima del termine egli fuggì con una signorina; ed eccolo a Berlino acquistandovi favore col dirsi perseguitato dall’Austria; e re Federico, sentito il consiglio di Stato, che non trovò da opporsegli, ne accettò le proposizioni. Con grand’apparato di testimonj fece alcune trasmutazioni, constatate rigorosamente, e promise fabbricare polvere di projezione quanta basterebbe a far sei milioni di talleri: e bisogna crederlo espertissimo giocoliero al vedere quanti ingannò, e gli onori che ottenne. Pure la promessa al re non veniva ad effetto, nè questo il regalava che a misura; alfine avvertito de’ costui precedenti, lo fece chiudere a Custrin, e non avendo saputo adempiere la promessa, fu processato, e come reo di maestà impiccato a Berlino il 29 agosto 1709, coperto d’un abito d’orpello, con forca dorata. Federico ebbe vergogna o d’essersi lasciato ingannare prima, o d’averlo punito sproporzionatamente, e non volle più che quel nome si menzionasse.
Il vulgo intanto delirava dietro alle beffe dei folletti, e alle immanità di ossessi, possessi, circumsessi; cercava nel guardo maligno e nell’incantesimo le cause delle malattie strane, de’ temporali, delle pesti; e ne pigliava vendetta o a furore o ne’ giudizj, principalmente in casi d’epidemia. I processi di stregherie aumentandosi confermavano viepiù la credenza vulgare, alla quale non seppero sottrarsi nè persone piissime come i cardinali Borromeo, nè pensatori. L’Inquisizione procedeva meno contro le eresie, sbandite omai dall’Italia, che contro opinioni fallaci e superstizioni, diffuse anche in libri, dei quali sarebbe curioso più che utile esaminare il contenuto[148]. Ma in questo tempo principalmente furono compilati gli Arsenali, le Pratiche e le altre guide nell’esercizio della Santa Inquisizione; la quale con siffatta pubblicità mostrava essere in buona fede, e non operare diverso dai tribunali ordinarj.
Il lusso fin là mandava più oggetti fuori che non ne chiamasse qui; i panni nostri, sebbene non più unici, reggevano la concorrenza di quei d’Olanda, di Francia, d’Inghilterra; Lione non toglieva vanto ai tessuti serici di Bologna e Firenze[149]; soprattutto avevamo il primato nelle arti belle, dall’architettura fin all’oreficeria; e come qui erano date le commissioni o chiamati fuori i nostri artisti, così qui venivano tutti quelli che volessero perfezionarsi. Ora anche questo cessò; le manifatture francesi divennero moda universale, lasciando sciopere molte braccia nostre; i vini, o, come diceano, le bottiglie di Francia furono ambite: pure è dovuto ai nostri, e massime a Piemontesi e Mantovani, l’introduzione in Francia delle manifatture dell’acciajo e del cristallo. Sebbene un antiquario italiano abbia scritto che nelle piramidi egizie siansi trovate porcellane della Cina, quest’arte non rimonta che a censettant’anni avanti Cristo; per mezzo de’ Portoghesi venne conosciuta in Europa verso il 1518, e Francesco de’ Medici si propose imitarla, non senza successo; ma come arte si propagò soltanto in Sassonia al 1708. Da noi si continuarono a lavorare le belle majoliche di Castel Durando. Pare allora s’introducessero i lavori in filigrana, attesochè il Cellini non ne faccia mai cenno, e il Baldinucci scriva: — A’ tempi nostri è sorta altra bella invenzione di lavoro che chiamano di filo in grana, colla quale si fanno tazze, punte e manichi di spade...»
Delle molte feroci fami, se la ragione non può spesso cercarsi che nella volontà di Colui che le manda, pure anche gli uomini aveano porzione di colpa. I tanti masnadieri toglievano ai contadini la sicurezza necessaria. Contro ribelli e banditi, oltre le altre pene, comminavasi quella di lasciarne i beni incolti. Non pochi, oppressi dalle taglie, abbandonavano i proprj campi, che così rimanevano sodi. Le caccie, fatte con tanto seguito di persone e di cani; le bandite, per cui dovevasi lasciar impunemente la selvaggina guastare i frutti di campagna; la negligenza inerente agli stessi possessori od alle corporazioni; l’abbandono venuto dal mancare all’oberato padrone i capitali onde eseguire le riparazioni campestri; l’accumularsi di possessi nelle manimorte, curanti solo di trarne il necessario, erano cause evidenti di peggioramento. E fin ad oggi si scorge traccia de’ campi e de’ vigneti in quel tempo abbandonati. Trovo nelle cronache di Mantova che il 1561 gelarono le vigne in modo, che il vino valse al carro lire cento, mentre prima aveasi a nove o dodici al più[150]. Restava il capitale fisso de’ terreni fertilizzati, dei grandi canali irrigui e navigabili, tramandato dai tempi liberi, ma andava disperso il capitale circolante, necessario a farlo fruttare.
Aggiungete quel profluvio di prammatiche annonarie (pag. 115), per cui si prescriveva, per esempio, di portar sempre grano verso la città e non mai in senso contrario, d’introdurvi la metà del raccolto, non accaparrar grano, non farne prezzo prima che segato e battuto, non riportarlo dal mercato una volta che vi fosse condotto, bollare i muli che lo trasportano: poi mille indiscrete prescrizioni sui mugnaj, sui venditori, sui misuratori, sui mediatori; pena gravissima al fornaio che vendesse pane a un possidente; non tenere buratto o crivello nelle case private. Poi nelle carestie, invece di attirar grano col rincarirne il prezzo, si pretendeva tenerlo più basso del naturale, mezzo sicuro di aggravare le fami. Insomma, invece di star paga a procurare sicurezza, la legge voleva estendere il suo impero dovunque giungesse l’azione del commercio e delle arti; nel che per altro andavano pari i governi forestieri e i nostri, i pacifici e i guerreschi, Roma come Torino, Firenze come Napoli e Milano. Un buon soccorso per altro venne dall’essersi introdotto il granoturco, che utilmente si surrogò all’orzo e ai tanti minuti.
Fa meraviglia come rapidamente siasene propagata la coltura, malgrado la consueta repugnanza de’ contadini a cambiare abitudini: ma questo nuovo raccolto non andava soggetto alle decime e all’altre retribuzioni, da antico esatte sugli altri; al padrone istesso non se ne dava porzione, talchè l’agricoltore ne traeva un indiviso profitto, sinchè tardi appare nei contratti l’obbligo di seminarne e di darne anche al padrone. Allora anzi talmente gradì la novità, che si neglesse il frumento; e dagli ordini, principalmente della Repubblica veneta sappiamo che si squarciavano i prati per metterli a granoturco, talchè mancava il foraggio per le bestie, la scarsezza di concio deteriorava i campi, e bisognava introdurre gran numero di bestie da macello. Anche del riso fu allora incominciata o estesa la coltivazione, e vuolsi le prime prove si facessero da Teodoro Trivulzio nel 1552 ai vasti suoi possessi nel basso Milanese. La patata era conosciuta, ma non ancora di uso popolare.
Fu sensibile il decrescere della popolazione. Cercavasi trarne dagli Stati vicini, il che non è aumento, bensì trasposizione: cercavasi aumentarla nella città con privilegi, spopolando le campagne, e sminuendo i vantaggi della diffusione. La quale assurda tendenza apparve, non che ne’ provvedimenti annonarj, anche nell’istituto de’ Gesuiti, che non si piantò in campagna come Benedettini, Cistercensi, Francescani, ma nelle città, educando a tutt’altro che alle arti faticose, e brigandosi delle classi scelte. Vero è che ai poveri badavano altri Ordini vecchi: ma questi, se mostrarono miracoli di carità ne’ grandi bisogni del popolo, degenerarono col reclutarsi quasi unicamente fra gente bassa, perchè gli Ordini nuovi traevano a sè gl’ingegni, e la nobiltà produceva reputazione ed apriva le dignità.
Allorchè nel 1609 Filippo III cacciò gli ultimi avanzi dei Mori di Spagna, molti si stabilirono in Italia: ma reciprocamente i ministri di quel re procuravano allettare i nostri a quel regno spopolato, e tra altri passarono colà cinquecento Genovesi. Dalla Siria vennero bensì alquante colonie nel Napoletano all’estendersi delle conquiste turche. Vicino a Parenzo sulla costa d’Istria, furono da Venezia raccolte nel 1657 dieci famiglie albanesi, che formarono il villaggio di Pervi, ove crebbero, fin oggi conservando riti, costumi, lingua. La poderosa famiglia degli Stefanopoli, che pretendeansi discendere dagl’imperatori bisantini, costretta a migrare da Maina, dai Genovesi invitata, stanziò a Paomia, un de’ luoghi più ameni della Corsica, ma incolto e spopolato. Molti Mainotti la seguirono per sottrarsi ai Turchi, e se ne formò una popolazione nuova, aristocrati quelli, questi popolani; e a loro la Repubblica genovese assegnò i territori di Paomia, Revida, Salogna in feudo perpetuo; provvedeva a edificar le chiese e le case, e dava le semenze, da rintegrarsi fra sei anni; esercitassero il rito greco, ma sottoposti al papa; giurassero fedeltà e pagassero le tasse alla Repubblica, la quale ogni due anni vi manderebbe un rettore. Là si diedero alla coltivazione; e sebben sulle prime guardati dai vicini in sinistro, s’addomesticarono poi, e conservarono le patrie usanze.
Alla popolazione recarono gran detrimento le pesti ricorrenti. Ricordammo già quella del 1576. Torino l’ebbe nel 99, quando il duca, a ristoro delle spese sostenute, concesse al municipio un quinto delle successioni intestate. Di quella attorno al 1630 soffersero tutti gli elementi e le espressioni del viver civile. Infierì di nuovo a Genova nel 1656, col solito corredo d’incantesimi e d’avvelenamenti: supponevasi che l’olio della lampada di San Lorenzo risanasse, onde per l’affluenza cresceasi il morbo: medici e preti vennero da Marsiglia; il doge Sauli stette fermo al suo posto; e molte signore soccorreano ai sofferenti, tra cui Laura Pinella e Sofia Lomellina: soli diecimila abitanti rimasero in città, e la compassione de’ doviziosi fabbricò allora l’Albergo dei Poveri. È tristamente ricordevole come i cadaveri furono buttati entro capacissimi sotterranei all’Aquasola, che servivano di magazzini pel grano: ma quivi gonfiandosi apersero un varco, sicchè alla mesta città crebbe orrore un fiume di tabe.
Oltre ciò, rinnovavansi inondazioni e tremuoti, che poi viepiù parvero infierire sullo scorcio del secolo. Nel 1669 l’Etna devasta gran paese dopo orribili tremuoti: a Nicolos s’apre uno spacco di sei piedi, lungo dodici miglia: otto voragini a San Leo, donde uscirono densi volumi di fumo: il monte Fusara da altra voragine buttò un fiume di lava, che devastate in giro le campagne, si drizzò a Catania. Allora preci da ogni parte, e recar in giro le reliquie di sant’Agata, e parve miracolo che quell’onda infiammata, proceduta per quindici miglia, svoltasse e cadesse in mare, formando due montagne: si calcolò che il vulcano avesse eruttato quindici milioni di piedi cubi di materia; e oggi ancora rimangono le traccie di quell’orribile guasto. Nel 72 tremò tutta Romagna, e a Rimini crollarono chiese e palazzi, molti uccidendo o ferendo. Nell’88 fieri tremuoti scassinarono Benevento, Cerreto e altre terre del regno, a Napoli abbatterono insigni edifizj e la cupola del Gesù Nuovo, e il portico dell’antico tempio di Castore e Polluce. Nel 93 cominciò col gennajo a tremare la Sicilia; Messina fu quasi diroccata, ma pochi perirono, attesochè i più si erano ricoverati sotto tende in campagna aperta; per tutta l’isola la desolazione fu orrenda, e poniam pure esagerata. Sotto le rovine di Catania si dissero perite sedicimila persone; quindicimila in Siracusa; ottomila in Augusta, ove anche il fulmine mise fuoco alla polveriera; Noto, Modica, Taormina, e fin settantatre terre andarono a guasto, e alcune sobbissate per modo da non rimanerne vestigio. Il Mongibello spalancò la sua voragine per tre miglia di giro: la Calabria e Malta soffersero di gravissimi disastri. L’8 settembre dell’anno seguente di nuovo tremuoto sobbalzò il regno di Napoli, molti palazzi nella capitale scassinando, per Terra di Lavoro alquanti villaggi distruggendo interamente; e così a Capua, a Vico, a Canosa, a Conza, alla Cava con moltissime morti.
Nel 95 il Tevere desola Roma, e ne segue epidemia: poi scuotesi il Patrimonio di San Pietro, e diroccano Bagnarea, Celano, Orvieto, Toscanella, Acquapendente: la marca Trevisana è pur sobbalzata, e mille cinquecento case sovvertite nell’Asolano. Sopravvennero nel 98 tremende eruzioni del Vesuvio, le cui ceneri coprirono i tetti e le strade fin a un piede d’altezza; e devastate dalla lava Torre del Greco e i contorni, da sessantamila paesani rifuggirono a Napoli, alimentati dalla carità dell’arcivescovo Cantelino. Quell’anno stesso la polveriera di Torino scoppiava, con immenso guasto della crescente città. Poi nel 1702 nuove scosse diroccarono Benevento con perdita di centinaja di persone, e così Ariano, Grotta, Mirabella, Apice. Nell’anno successivo ancora inondazioni a Roma, e tremuoto: Norcia fu un mucchio di rovine; così Spoleto, Chieti, Monte Leone; e da trentamila morti si piansero. Nella regione alpina, Udine il secolo precedente era stata sfasciata da moto di terra, poi attorno a quel tempo cominciano a lamentarsi gl’improvvidi tagli de’ boschi, e il conseguente irrompere de’ torrenti e delle lavine. Il 14 agosto 1692 il monte Uda nel Friuli si riversò sopra il villaggio di Borta sepellendo gli abitanti, e abbarrò il Tagliamento, che gonfiatosi in lago ruppe sulle campagne devastando quegli ubertosi dintorni. Già nel 1619 un’altra rovina aveva sepolto il borgo di Piuro vicin di Chiavenna, non campandone persona.
Eppure al racconto di flagelli, fami, pesti si alterna quello di feste, conviti, parate, caccie; e che il lusso crescesse a proporzione della miseria non farà meraviglia a chi conosce che la ricchezza sta nella diffusione delle cose necessarie ed utili, mentre allora queste si concentravano in poche persone, le quali poteano farne ostentazione. Forse peggio che altrove trascendeasi a Roma, benchè vi si moltiplicassero prammatiche; e Urbano VIII proibiva il vestir immodesto, alle donne l’imparar suono e canto da uomini, alle monache l’adoprare altro maestro che suore. Il cardinale Mellini tornando dalla nunziatura di Spagna, faceva l’entrata in Roma con cinquantaquattro carrozze a sei cavalli[151]. Il Noris vestito cardinale, scrive: — Vado provando e non posso finire d’addobbar la mia casa, che non è capace di ventotto persone, quante formano la mia corte. Ho comprato cinque carrozze, e tengo otto cavalli; ho speso sopra mille scudi nella cappella, e spesso ripeto con Seneca, Ubi est animus ille, modicis contentus? Non ho piedi per far camminate, perchè li cardinali non possono andare a piedi per Roma; non ho mani per scrivere, perchè sta uno ab epistolis che mi assiste; non per bere, mentre altro adest a potionibus. Se mi voglio vestire, mi attorniano tre ajutanti di camera, ed io pajo una statua che viene vestita. Il peggio e a me più strano si è che, sonate le ore quattordici, la giornata non è più mia; ma si deve consumare o in dar udienza o nell’assistere alla congregazione, onde posso dire con san Paolo, Vivo ego, jam non ego»[152].
Si stupisce alle descrizioni di solenni ricevimenti in Napoli, in Milano, in Palermo, che pur erano condiscendenze a padroni non amati. Passava da Napoli l’infanta donna Maria d’Austria, sposa dell’imperatore, l’ottobre 1630, andando a Vienna, e pose tanta sottigliezza nel cerimoniale, che le dame compresero sarebbero escluse le più dalla festa in palazzo, perchè l’uso di Spagna a quelle solo di case regnanti o mogli di grandi di Spagna concedeva di seder su guanciali; tutte le altre per terra. S’immaginò dunque lo spediente che la regina non comparirebbe in pubblico, bensì sotto coverta, cioè in una loggia chiusa con gelosia, mentre le dame prendeano posto sopra un finto Parnaso tra ciclopi e ninfe, la Notte, la Fama e le colonne d’Ercole; da un carro stellato a quattro cavalli era tratta la Notte sui campi Elisi; una quadriglia di diciotti cavalieri, metà in seta color carne guarnita d’argento, metà in nero, guidavano la danza, e la seguivano l’ambasciadore cesareo, il gran connestabile e la gioventù più nobile: veniva poi la danza colle dame. E per quattro mesi continuaronsi le feste con rovina del vicerè Alcala e della città. Partendo, essa il primo giorno arrivava a Nola, il secondo ad Avellino, il terzo a Mirabella, ad Ariano il quarto, poi a Bovino e a Foggia i due seguenti, il settimo e ottavo a Tormaggiore e a Serra Capriola, il nono e decimo a Termoli e al Vasto, l’undecimo a Lanciano, il dodicesimo a Ortona, poi a Pescara, poi ad Atri, poi a Giulianova, poi alle Grotte, poi al porto di Fermo. Indugiatasi a venerare la santa Casa, solo al vigesimo giorno giungeva a Loreto. In ciascun luogo erasi a gran costo preparato l’alloggio per la regina e il suo seguito[153].
Da qui v’apparve come lento ancora fosse il viaggiare. Il cardinale Bentivoglio passando nunzio in Francia pose tre giornate e mezzo da Ferrara a Gualtieri pel Po, due da Gualtieri a Cremona, e quasi altrettanto da Cremona a Pavia; e le lettere fra Roma e Parigi gli tardavano sin un mese.
Uno degli spassi era la visita ai monasteri; e la principessa di Stigliano e sua nipote Anna Caraffa ed altre, ottenuto dal papa di visitare quel di donna Regina, vi spedirono per il pasto tre cignali, quindici caprioli, dodici galli d’India, altrettanti capponi, assai maccheroni ed altre cibarie. Altrove noi recammo la distinta d’un pranzo che certo richiese mesi di preparazione, e quasi intero il giorno per servirlo e consumarlo[154].
Nel 1691 Ranuccio Farnese ammogliando Odoardo suo figlio con Sofia di Neuburg, sorella dell’imperatrice e delle regine di Spagna e Portogallo, spiegò tal fasto che tutto il mondo ne fu pieno. Quando al 1700 il duca di Parma a nome dell’imperatore levò al sacro fonte un neonato di Rinaldo d’Este, meglio di cento tiri a sei gli fecero accompagnamento, poi luminare e feste per più giorni e un suntuosissimo carosello.
Nel 1628, pel giorno natalizio di Madama Reale in Torino, si rappresentarono Il vascello della Felicità e L’Arione. Allo scoprirsi della sala regia, con musica strepitosa comparvero in cielo gli Dei propizj, ciascun de’ quali cantava un breve recitativo, cui rispondeva il coro: vennero poi gli elementi, simboleggiati l’acqua in un vascello, in un teatro la terra, nel Mongibello il fuoco, in un’iride l’aria. Ed ecco il salone riempirsi d’acqua a guisa di mare, e il vascello lentamente inoltrarsi portando nella prora un ricchissimo trono per la Corte; ne’ lati di qua e di là gli stemmi delle province soggette al duca di Savoja, e in mezzo una tavola per quaranta persone, che dal dio del mare invitate furono servite di suntuosa cena da Tritoni, portanti le vivande sul dorso di mostri marini. Frattanto s’uno scoglio si rappresentò la favola d’Arione, studio di Giovanni Capponi bolognese: la musica fece il prologo; al primo atto Arione partiva dalla patria Lesbo; nel secondo vedevasi assiso, e cantante sul delfino; nel terzo a Corinto narrava a re Periandro le sue sventure, facendosi riconoscere dai marinari[155] che l’avevano tradito; alla fine le sirene menarono un balletto, invenzione del duca Carlo Emanuele.
Delle feste del medioevo conservavansi molte, modificandole ai luoghi e al tempo: e se in un torneo a Modena il famoso Montecuccoli uccideva il conte Molza, in Genova solennizzavansi le Casazze, dove le corporazioni a gara sfoggiavano cappe di velluto e ricami d’oro tanto ricchi che i re non n’aveano di migliori, e con torchi grossissimi in pugno andavano processionalmente per le vie, ciascuna confraternita dietro a un crocifisso, nella cui bellezza e dovizia faceasi gara, come nella maestria di saperlo portare senza sbilicare, fra quelle chine e anguste viuzze. Solennissime pure erano le processioni del venerdì santo, che alla spagnuola chiamavansi dell’Entierro.
Le rappresentazioni in generale prevalevano al teatro. La musica in questo tempo, siccome dicemmo (t. X, p. 219 e seg.), si raffinò di teorie e di pratica, e universale ne divenne la passione; ma usavasi di più quella di camera e di chiesa, che non la teatrale; e questa pure prediligeva soggetti sacri. La prima opera musicale a Palermo fu nel 1692 la Santa Rosalia. Il Riscatto di Adamo, ossia il Martoro di Cristo di Filippo Orioles era recitato per tutta Italia. Nell’empietà della dottrina ariana, conculcata e convinta nel glorioso martirio di sant’Ermenegildo, opera del cappuccino Federico da Palermo, vedesi il viatico portato a quel re prigioniero. I Travaglini erano i buffoni di quell’isola, come di Napoli i Pulcinella.
I cantanti, che furono cominciati a chiamare virtuosi, pagavansi ducento, trecento e più doppie, oltre le spese di vestiario, di scene, d’illuminazione. Ferdinando di Mantova spese per una virtuosa quanto avea ricavato dal vendere Casale, e tutto ciò che gli sopravanzava di prezioso. Il trionfo di coteste era Venezia, a’ cui carnevali affluiva gente da tutto il mondo, allettata dagli spettacoli e dalla libertà della maschera. Anche a Roma si scarnevalava suntuosamente, quando nol vietasse qualche austero pontefice.
Molti agi s’aggiunsero alla vita; si estese l’uso delle carrozze, s’introdussero il caffè[156], il cioccolatte, la chinachina; anche il tabacco, primamente portatoci dal cardinale Santa Croce dalla nunziatura di Portogallo[157]. I giardini artifiziali più grandiosi si fecero, disponendovi cascate, chioschi, mulini a vento, grotte, tempietti, prospettive, insieme con macchie, cerchiate, siepi, non in modo d’imitar la natura, ma di far la natura servir all’arte. Romitorj, torri cinesi, capanne, castelli in ruina, cappelle gotiche non usavano ancora; bensì disposizione simmetrica, scale avvicendate con pianerotti e terrazzi balaustrati, e un semicircolo detto teatro con nicchie e statue e vasi; e cascate di bacino in bacino con variata disposizione; e veri boschi, come la pineta della villa Pamfili, e lunghissime praterie, incorniciate da pioppi e da siepi. Viali di cipressi conducevano a un casino, ornato d’ogni bellezza, e dal quale godeasi qualche vista meravigliosa. Di tal guisa Giacomo della Porta dispose la Aldobrandini a Frascati, Annibale Lippi la Medici sul Pincio, il Maderna i giardini del Quirinale, l’Algardi la Pamfili a porta San Pancrazio, Marchionne la Albani, e così altre di Roma; a Genova le Groppallo, Parravicini, Doria; a Verona il giardino Giusti; sul lago Maggiore le Isole Borromee: da quelli della Corte di Torino il Tasso cavò l’idea degli Orti di Armida, così poco magici.