Il 25 febbraio 1848 aveva regalato alla Francia la repubblica; il 25 giugno le impose la rivoluzione. E rivoluzione significava dopo il giugno: rovesciamento della società borghese, laddove prima del febbraio aveva significato: rovesciamento della forma dello Stato.
La lotta di giugno era stata diretta dalla frazione repubblicana della borghesia; a questa toccò necessariamente, colla vittoria, il potere. Lo stato d’assedio aveva messo ai suoi piedi, senz’opposizione, Parigi imbavagliata; nelle provincie poi regnava moralmente lo stato» d’assedio e la minacciosa e la brutale arroganza dei borghesi e lo sfrenato fanatismo dei contadini per la proprietà. Dal basso, adunque, nessun pericolo!
Insieme alla forza rivoluzionaria degli operai era infranta, nello stesso tempo, l’influenza politica dei repubblicani democratici, ossia dei repubblicani nel significato della piccola borghesia, rappresentati nella Commissione esecutiva da Ledru-Rollin, nell’Assemblea nazionale costituente dal partito della Montagna, nella stampa dalla Réforme. Accanto ai repubblicani borghesi, essi avevano cospirato il 16 aprile contro il proletariato; nelle giornate di giugno accanto a loro avevano combattuto. Per tal modo si erano scavata essi stessi la fossa, entro cui sprofondò la potenza del loro partito, imperocchè la piccola borghesia non possa sostenere una posizione rivoluzionaria contro la borghesia, se non in quanto abbia dietro sè il proletariato. Fu dato loro il congedo. L’alleanza speciosa con essi, stretta con riluttanza e ripugnanza durante l’epoca del governo provvisorio e della Commissione esecutiva, venne apertamente rotta dai repubblicani borghesi. Dispregiati e reietti come confederati, essi decaddero a satelliti subordinati dei tricolori, ai quali non potevano strappare alcuna concessione, ma il cui dominio furono costretti a difendere, quante volte questo, e con esso la repubblica, sembrava posto in questione dalle frazioni borghesi antirepubblicane. Tali frazioni infine, orleanisti e legittimisti, si trovavano sin dall’origine in minoranza nell’Assemblea nazionale costituente. Prima anzi delle giornate di giugno non s’avventuravano a reagire se non sotto la maschera del repubblicanismo borghese; la vittoria di giugno fe’ sì che per un momento la Francia borghese tutta quanta salutasse in Cavaignac il suo salvatore, ed allorquando, poco dopo le giornate di giugno, il partito antirepubblicano riacquistava la propria indipendenza, la dittatura militare e lo stato d’assedio di Parigi non gli permisero di spiegare le antenne se non molto timidamente e con precauzione.
Dal 1830 la frazione repubblicana borghese, coi suoi scrittori, coi suoi oratori, colle sue capacità, colle sue ambizioni, coi suoi deputati, generali, banchieri ed avvocati, erasi raggruppata intorno ad un giornale, il National. Nelle provincie possedeva proprie gazzette filiali. La consorteria del National non era che la dinastia della repubblica tricolore. Bentosto essa s’impadronì di tutte le cariche dello Stato, dei ministeri, della prefettura di polizia, della direzione delle poste, dei posti di prefetto, dei più alti posti, divenuti liberi, d’ufficiale nell’esercito. Alla testa del potere esecutivo stava il suo generale, Cavaignac; il suo redattore capo, Marrast, divenne il presidente in permanenza dell’Assemblea nazionale costituente. Egli faceva, in pari tempo, nei suoi saloni, come maestro delle cerimonie, gli onori della repubblica honnête.
Per una specie di timidità di fronte alla tradizione repubblicana, anche scrittori rivoluzionarî francesi rafforzarono l’erroneo concetto che i realisti abbiano dominato nell’Assemblea nazionale costituente. Ben piuttosto l’Assemblea costituente rimase, fino dalle giornate di giugno, l’esclusiva rappresentante del repubblicanismo borghese, e con tanta maggior risolutezza proseguiva essa a battere questa via, quanto più l’influenza dei repubblicani tricolori andava sgretolandosi fuori dell’Assemblea. Trattandosi di difendere la forma della repubblica borghese, essa disponeva dei voti dei repubblicani democratici; trattandosi di difenderne il contenuto, neppure la foggia d’esprimersi la separava ormai dalle frazioni borghesi realiste, imperocchè gli interessi della borghesia e le condizioni materiali del suo dominio di classe e del suo sfruttamento di classe costituiscano appunto il contenuto della repubblica borghese.
Non il realismo adunque, ma il repubblicanismo borghese s’avverava nella vita e nelle azioni di questa Assemblea costituente, che, in definitiva, non morì, nè manco fu uccisa, ma si putrefece.
Per l’intera durata del suo dominio, insino a che ella rappresentò sul proscenio la parte principale e di Stato, nel sottoscena si pronunciavano, olocausto solenne, le incessanti condanne statarie degli insorti di giugno prigionieri, oppure la loro deportazione senza sentenza. L’Assemblea costituente ebbe il tatto di confessare che negli insorti di giugno essa non giudicava dei delinquenti, ma schiacciava dei nemici.
Primo atto dell’Assemblea nazionale costituente fu la creazione d’una Commissione d’inchiesta sugli avvenimenti del giugno e del 15 maggio e sulla partecipazione dei capi dei partiti socialista e democratico a quelle giornate. L’inchiesta mirava direttamente a Luigi Blanc, Ledru-Rollin e Caussidière. I repubblicani borghesi bruciavano d’impazienza di sbarazzarsi di questi rivali. Lo sfogo dei loro rancori non poteva da essi affidarsi ad un soggetto meglio adatto del signor Odilon Barrot, già capo dell’opposizione dinastica, a questo liberalismo fatto carne, a questa nullité grave, a questa profonda fatuità, che non aveva solo una dinastia da vendicare, ma altresì una presidenza di ministero mancata, di cui chiedere conto ai rivoluzionari: sicura guarentigia della sua inflessibilità. Questo Barrot, adunque, venne nominato presidente della Commissione d’inchiesta, e da lui fu costruito un processo completo contro la rivoluzione di febbraio, che può riassumersi così: 17 marzo, manifestazione; 16 aprile, complotto; 15 maggio, attentato; 23 giugno, guerra civile! Per qual motivo non estese egli le sue dotte ricerche criminaliste fino al 24 febbraio? Rispose il Journal des Débats: Il 24 febbraio, questo è la fondazione di Roma. L’origine degli Stati si perde in un mito, a cui si deve credere e che non si deve discutere. Luigi Blanc e Caussidière vennero abbandonati ai tribunali. L’Assemblea nazionale aveva compiuto l’opera della propria epurazione, incominciata il 15 maggio.
Il piano, creato dal governo provvisorio, ripreso da Goudchaux, d’un’imposta sul capitale — sotto forma d’imposta ipotecaria — fu rigettato dall’Assemblea costituente, la legge che limitava il tempo del lavoro a 10 ore abrogata, l’arresto per debiti ristabilito, dalla rimessione al giurì esclusa quella gran parte della popolazione francese, che non sa nè leggere, nè scrivere. Perchè non escluderla anche dal diritto di voto? La cauzione pei giornali fu rimessa in vigore. Il diritto d’associazione limitato.
Senonchè, nella precipitazione di restituire agli antichi rapporti borghesi le loro antiche guarentigie e di cancellare ogni traccia lasciata indietro dall’ondata rivoluzionaria, i borghesi repubblicani incapparono nella minacciosa resistenza d’un pericolo inatteso.
Niuno aveva combattuto nelle giornate di giugno pel salvataggio della proprietà ed il ristabilimento del credito con maggior fanatismo dei piccoli borghesi — caffettieri, trattori, mercanti di vino, piccoli negozianti, merciaioli, artigiani, ecc. La bottega aveva ripreso fiato ed era marciata contro la barricata, a fine di ristabilire la circolazione, che mena dalla strada nella bottega. Ma dietro la barricata stavano i clienti ed i debitori, dinanzi ad essa i creditori della bottega. Ed allorquando, atterrata la barricata, schiacciati gli operai, i guardabotteghe, briachi di vittoria, si rovesciarono indietro nelle loro botteghe, ne trovarono barricato l’ingresso da un salvatore della proprietà, da un agente ufficiale del credito, che agitava loro in faccia i precetti esecutivi: Cambiale scaduta! fitto scaduto! obbligazione scaduta! bottega fallita! bottegaio fallito!
Salvataggio della proprietà! Ma la casa in cui abitavano non era loro proprietà, la bottega che custodivano non era loro proprietà, le merci che vendevano non erano loro proprietà. Non la loro azienda, non il piatto su cui mangiavano, non il letto in cui dormivano apparteneva oramai ad essi. Era contro essi appunto che si trattava di salvare questa proprietà pel padrone di casa che l’aveva data in affitto, pel banchiere che aveva scontato la cambiale, pel capitalista che aveva fatto anticipazioni a denaro sonante, pel fabbricante che aveva affidato le merci per la vendita a questi bottegai, pel grosso negoziante che aveva dato a credito la materia greggia a quegli artigiani. Ristabilimento del credito! Ma il credito nuovamente rafforzato si manifestava appunto quale un dio vivo e zelante, mentre cacciava fuori dalle sue quattro mura il debitore insolvente colla donna e coi figliuoli, e dava in preda al capitale i suoi averi illusorii e gettava lui medesimo nella prigione dei debitori, che nuovamente si estolleva minacciosa sui cadaveri degli insorti di giugno.
I piccoli borghesi constatarono con terrore ch’essi, vincendo i proletarî, eransi consegnati senza resistenza nelle mani dei loro creditori. La loro bancarotta, trascinantesi cronica sin dal febbraio ed ignorata in apparenza, fu pubblicamente dichiarata dopo il giugno.
Erasi lasciata incolume la loro proprietà nominale fino a che trattavasi di spingerli sul campo di battaglia in nome della proprietà. Ora, poich’era regolato il grand’affare col proletariato, si poteva regolare anche il piccolo affare col droghiere. In Parigi la massa delle sofferenze ammontò ad oltre 21 milioni di franchi, nelle provincie ad oltre 11 milioni. Da esercenti di più di 7000 ditte parigine non era stata pagata la pigione dal febbraio.
Dacchè l’Assemblea nazionale aveva stabilito un’inchiesta sul debito politico fino al limite del febbraio, così, dal canto loro, i piccoli borghesi esigevano ora un’inchiesta sui debiti borghesi fino al 24 febbraio. Si radunarono in massa nell’atrio della Borsa, chiedendo minacciosamente una proroga del termine di pagamento mediante sentenza del Tribunale di commercio e la costrizione del creditore alla liquidazione del proprio credito verso esborso d’una moderata percentuale, a favore d’ogni negoziante, che fosse in caso di dimostrare che il suo fallimento era derivato solo dalla stagnazione prodotta dalla rivoluzione mentre il suo commercio era andato bene fino al 24 febbraio. Questa domanda venne trattata come progetto di legge nell’Assemblea nazionale, sotto la forma dei concordats à l’amiable. L’Assemblea pencolava; quand’ecco giungerle la notizia che, in quel momento stesso, alla porta St. Denis, migliaia di donne e di fanciulli degli insorti stavano preparando una petizione a favore dell’amnistia.
Vedendo risorgere lo spettro di giugno, i piccoli borghesi allibirono e l’Assemblea riacquistò la sua inesorabilità. I concordats à l’amiable, l’accordo amichevole fra creditore e debitore, venne rigettato nei suoi punti sostanziali.
Dopochè, adunque, entro l’Assemblea nazionale già da lunga pezza i rappresentanti democratici dei piccoli borghesi erano stati ributtati indietro dai rappresentanti repubblicani della borghesia, tale rottura parlamentare rivestì il suo significato borghese effettivamente economico, allorquando i piccoli borghesi, debitori, vennero abbandonati alla mercè dei borghesi, creditori. Molta parte dei primi andò in completa rovina; ai rimanenti fu concesso di continuare i loro affari, ma sotto condizioni tali, che ne facevano altrettanti servi incondizionati del capitale. Il 22 agosto 1848 l’Assemblea nazionale respingeva i concordats à l’amiable; il 19 settembre 1848, in pieno stato d’assedio, venivano eletti il principe Luigi Bonaparte ed il prigioniero di Vincennes, il comunista Raspail, a rappresentanti di Parigi. La borghesia però elesse il banchiere ebreo ed orleanista Fould. Da ogni parte, in un tempo solo, adunque, aperta dichiarazione di guerra contro l’Assemblea nazionale costituente, contro il repubblicanismo borghese, contro Cavaignac.
Non è mestieri esporre come la bancarotta in massa dei piccoli borghesi parigini doveva spingere innanzi i suoi effetti ulteriori molto al di là dei direttamente colpiti e dare una nuova scossa al traffico borghese, mentre il deficit dello Stato ritornò ad ingrossare per le spese dell’insurrezione di giugno e l’entrata dello Stato si mantenne in costante oscillazione, causa l’arresto della produzione, la limitazione del consumo e l’importazione diminuita. Non v’era altro mezzo, a cui Cavaignac e l’Assemblea nazionale potessero far ricorso, che un nuovo prestito, che li cacciasse ancor più sotto al giogo dell’aristocrazia finanziaria.
Mentre i piccoli borghesi avevano raccolto, come frutto della vittoria di giugno, la bancarotta e la liquidazione giudiziale, i giannizzeri di Cavaignac, le guardie mobili, trovarono, all’incontro, il loro premio fra le molli braccia delle lorettes e ricevettero, essi, «i giovani salvatori della società», omaggi d’ogni sorta nei saloni di Marrast, di questo gentilhomme della tricolore, che faceva la parte d’Anfitrione ed insieme di trovatore della repubblica honnête. Frattanto una siffatta preminenza sociale ed il soldo sproporzionatamente più elevato delle guardie mobili irritavano l’esercito, mentre svanivano nel tempo stesso tutte le illusioni nazionali, con cui, sotto Luigi Filippo, il repubblicanismo borghese aveva saputo avvincere a sè una parte dell’esercito e della classe dei contadini, mediante il suo giornale, il National. Bastò l’opera di mediazione, che Cavaignac e l’Assemblea nazionale fecero nell’Italia settentrionale, per tradirla uniti coll’Inghilterra e consegnarla all’Austria —, bastò questo unico giorno di dominio per annientare diciott’anni d’opposizione del National. Niun governo meno nazionale di quello del National, niuno più dipendente dall’Inghilterra, — e sotto Luigi Filippo il giornale viveva quotidianamente ricantucciando il catoniano: Carthaginem esse delendam; — niuno più servile verso la Santa Alleanza, — e da un Guizot il giornale aveva reclamato si lacerassero i trattati di Vienna. L’ironia della storia aveva fatto di Bastide, ex-redattore dei fatti esteri nel National, un ministro degli affari esteri di Francia, affinch’egli confutasse ciascuno dei suoi articoli con ciascuno dei suoi dispacci.
Per un istante l’esercito e la classe dei contadini avevano creduto che, contemporaneamente alla dittatura militare, sarebbero state poste all’ordine del giorno della Francia la guerra all’estero e la gloire. Ma Cavaignac non era affatto la dittatura della spada sulla società borghese: era la dittatura della borghesia mediante la spada. E del soldato essa aveva bisogno ancora, ma solo come gendarme. Sotto i rigidi tratti di una rassegnazione da repubblicano antico, Cavaignac nascondeva un’insipida sommissione alle più umili condizioni del suo ufficio borghese. L’argent n’a pas de maître! Il danaro non ha padrone! Questa vecchia divisa del tiers-ètat era da lui idealizzata, come lo era dall’Assemblea costituente, mentre ambidue la traducevano in linguaggio politico: la borghesia non ha re; la vera forma del suo dominio è la repubblica.
E perfezionare tal forma, portare a compimento una Costituzione repubblicana, ecco in che consisteva la «grande opera organica» dell’Assemblea nazionale costituente. Lo sbattezzamento del calendario cristiano in uno repubblicano, di san Bartolomeo in san Robespierre, non cangia la pioggia nè il bel tempo più che non cangiasse o dovesse cangiare la società borghese per questa Costituzione. Dov’essa faceva qualche cosa più che mutar vestito, erano fatti compiuti che metteva a protocollo. Così registrò solennemente il fatto della repubblica, il fatto del suffragio universale, il fatto d’un’unica Assemblea nazionale sovrana in luogo delle due Camere costituzionali limitate. Così registrò e regolò il fatto della dittatura di Cavaignac, sostituendo la monarchia ereditaria stazionaria ed irresponsabile con una monarchia elettiva, ambulante e responsabile, con una presidenza quadriennale. Così elevò a legge costituente il fatto dei poteri staordinarii, di cui l’Assemblea nazionale, dopo i terrori del 15 maggio e del 25 giugno, aveva, nell’interesse della propria sicurezza, cautamente investito il suo presidente. Il resto della Costituzione era questione di terminologia. Dal macchinismo dell’antica monarchia si strapparono le etichette realiste, incollandovene sopra delle repubblicane. Marrast, già redattore capo del National, ora redattore-capo della Costituzione, se la cavò da questo compito accademico non senza talento.
L’Assemblea costituente rassomigliava a quell’impiegato chileno, che voleva dare assetto più stabile ai rapporti della proprietà fondiaria mediante una misurazione catastale, proprio nel momento in cui il rombo sotterraneo aveva già preannunciato l’eruzione vulcanica, che doveva togliergli la terra sotto ai piedi. Mentr’essa in teoria tracciava la linea delle forme, che al dominio della borghesia avevano dato la sua espressione repubblicana, in realtà si affermava unicamente colla soppressione di tutte le formole, colla violenza sans phrase, collo stato d’assedio. Due giorni avanti di mettersi all’opera colla Costituzione, essa proclamò la propria continuazione. Prima d’allora si facevano e si approvavano le Costituzioni non appena il processo dell’evoluzione sociale aveva raggiunto uno stadio di quiete, e i nuovi rapporti di classe si erano consolidati, e le frazioni cozzanti della classe dominante si erano rifugiate in un compromesso, che loro permetteva di proseguire la lotta interna, da cui era esclusa in pari tempo la massa del popolo. Questa Costituzione, all’opposto, non sanzionò alcuna rivoluzione sociale; sanzionò la momentanea vittoria della vecchia società sulla rivoluzione.
Nel primo progetto di Costituzione, elaborato avanti le giornate di giugno, si trovava tuttora il droit au travail, il diritto al lavoro, questa goffa formula, in cui primitivamente si riassumono i reclami rivoluzionarî del proletariato. Lo si trasformò nel droit à l’assistance, nel diritto alla pubblica assistenza; e quale Stato moderno non sostenta in una od altra forma i suoi poveri? Il diritto al lavoro è nel senso borghese un controsenso, un meschino, un pio desiderio; ma dietro al diritto al lavoro sta la presa di possesso del capitale, dietro alla presa di possesso del capitale l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe lavoratrice associata e conseguentemente l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e del loro rapporto di scambio. Dietro al «diritto al lavoro» stava l’insurrezione di giugno. L’Assemblea costituente, che aveva posto di fatto il proletariato rivoluzionario fuor dalla legge, doveva per ragion di principio espellerne la formula dalla Costituzione, dalla legge delle leggi; doveva lanciare il suo anatema sul «diritto al lavoro». Ma qui non si fermò essa. Come Platone aveva bandito dalla sua repubblica i poeti, essa bandì dalla sua, in perpetuo, l’imposta progressiva. E l’imposta progressiva non è solamente una misura borghese, attuabile, su maggiore o minor scala graduatoria, entro i rapporti esistenti di produzione; essa era l’unico mezzo per legare i medi ceti della società borghese alla repubblica honnête, per ridurre il debito dello Stato, per dar scacco alla maggioranza antirepubblicana della borghesia.
Nell’occasione dei concordats à l’amiable, i repubblicani tricolori avevano di fatto sacrificato la piccola borghesia. Questo fatto isolato venne da essi elevato a principio, mediante l’interdizione legale dell’imposta progressiva. Essi posero la riforma borghese allo stesso livello della rivoluzione proletaria. Ma quale fu la classe, che poi rimase a sostenere la loro repubblica? La grande borghesia. E la massa di questa era antirepubblicana. Se essa sfruttava i repubblicani del National per dar nuova solidità ai vecchi rapporti della vita economica, non dimenticava però di sfruttare per altra via i rapporti sociali nuovamente consolidati, a fine di ristabilire le forme politiche corrispondenti ad essi. Già sul principio d’ottobre, Cavaignac si vede costretto a far ministri della repubblica Dufaure e Vivien, già ministri di Luigi Filippo, per quanto i puritani acefali del suo stesso partito fremessero e strepitassero.
Nel mentre rigettava qualsiasi compromesso colla piccola borghesia, nè riesciva ad incatenare alla nuova forma dello Stato alcun nuovo elemento della società, la Costituzione tricolore s’affrettò, all’incontro, a restituire l’intangibilità tradizionale ad un corpo, in cui l’antico Stato trovava i suoi difensori più accaniti e fanatici. Elevò, cioè, l’inamovibilità dei giudici, che il governo provvisorio aveva posto in forse, a legge costituente. Il re unico, ch’essa aveva rimosso, risuscitava in questi inamovibili inquisitori della legalità.
La stampa francese analizzò da molti lati le contraddizioni della Costituzione del signor Marrast; ad esempio la coesistenza di due sovrani, l’Assemblea nazionale ed il presidente, ecc., ecc.
La contraddizione, che involge tutta quanta questa Costituzione, sta però in ciò, che le classi, la cui schiavitù sociale essa deve eternare, proletariato, contadini, piccoli borghesi, sono messe da lei, mediante il suffragio universale, nel possesso del potere politico, mentre alla classe, il cui antico potere essa sanziona, alla borghesia, esso sottrae le guarentigie politiche di questo potere. Essa ne costringe il dominio politico entro condizioni democratiche, le quali facilitano, ad ogni momento, la vittoria alle classi ostili e pongono in questione le basi stesse della società borghese. Dalle une essa esige che non avanzino dall’emancipazione politica alla sociale, dalle altre che non retrocedano dalla ristorazione sociale alla politica.
Poca pena si davano di tali contraddizioni i repubblicani borghesi. A misura che avevano cessato d’essere indispensabili — ed indispensabili erano stati solamente quali paladini della vecchia società contro il proletariato rivoluzionario — poche settimane dopo la loro vittoria, essi erano precipitati dalla posizione di partito a quella di consorteria. E la Costituzione veniva da essi trattata come un grande intrigo. Ciò che doveva costituirsi con essa era, avanti ogni cosa, il dominio della consorteria. Il presidente doveva essere un Cavaignac prolungato, l’Assemblea legislativa una Costituente prolungata. Il potere politico delle masse popolari essi speravano di degradarlo a un potere d’apparenza, facendolo però giocare in modo da riescire a tenere in permanenza sospeso sulla maggioranza della borghesia il dilemma delle giornate di giugno: Regno del National, oppure regno dell’anarchia.
L’edificio della Costituzione, inaugurato il 4 settembre, fu terminato il 23 ottobre. Il 2 settembre la Costituente aveva deliberato di non sciogliersi, insino a che non venissero emanate le leggi organiche a complemento della Costituzione. Cionullameno essa si decise ora a chiamare in vita la sua creatura più legittima, il presidente, e questo il 10 dicembre, molto prima cioè che il ciclo della propria azione fosse chiuso. Tanto essa era certa di salutare nel bamboccio della Costituzione il figlio di sua madre! Per precauzione, si era trovato l’espediente che, ove nessuno dei candidati raggiungesse due milioni di voti, l’elezione avesse a passare dalla nazione alla Costituente.
Vane misure! Il primo giorno dell’avvenimento della Costituzione fu l’ultimo giorno del dominio della Costituente. Nel fondo dell’urna elettorale giaceva la sua sentenza di morte. Essa cercava il «figlio di sua madre»; fu il «nipote di suo zio» che trovò. Saulle Cavaignac battè un milione di voti, ma Davide Napoleone ne battè sei. Saulle Cavaignac era sei volte battuto.
Il 10 dicembre 1848 fu il giorno dell’insurrezione dei contadini. È solo da questo giorno, che datò il febbraio pei contadini francesi. Il simbolo, che esprimeva la loro entrata nel movimento rivoluzionario, goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa patetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata di storia mondiale, geroglifico inesplicabile per l’intelletto dei civilizzati, — questo simbolo portava incontestabilmente la fisionomia della classe, che entro la civiltà rappresenta la barbarie. La repubblica erasi annunciata ad essa coll’esattore delle imposte; essa si annunciò alla repubblica coll’imperatore. Napoleone era l’unico uomo, che avesse esaurientemente rappresentato gli interessi e la fantasia della classe dei contadini, sorta primivamente nel 1789. Mentre scriveva il nome di lui sul frontespizio della repubblica, essa dichiarava all’estero la guerra, all’interno la constatazione del proprio interesse di classe. Napoleone non era affatto, pei contadini, una persona, ma un programma. Colle bandiere, a suon di musica, essi eransi recati alle sezioni elettorali, al grido: plus d’impôts, à bas les riches, à bas la république, vive l’Empereur! Non più imposte, abbasso i ricchi, abbasso la repubblica, viva l’imperatore! Dietro l’imperatore nascondevasi la guerra dei contadini. La repubblica contro la quale avevano votato non era che la repubblica dei ricchi.
Il 10 dicembre fu il colpo di Stato dei contadini, che rovesciò il governo vigente. E da questo giorno, in cui essi avevano tolto e dato alla Francia un governo, i loro occhi stettero fissati su Parigi. Eroi attivi, per un momento, del dramma rivoluzionario, non si poteva più ridurli alla parte inattiva ed indifferente del coro.
Le restanti classi contribuirono a render compiuta la vittoria elettorale dei contadini. L’elezione di Napoleone era pel proletariato la destituzione di Cavaignac, la rovina della Costituente, l’abdicazione del repubblicanismo borghese, la cassazione della vittoria di giugno. Per la piccola borghesia, Napoleone era il dominio del debitore sul creditore. Per la maggioranza della grande borghesia, l’elezione di Napoleone era l’aperta rottura colla frazione, di cui essa aveva dovuto, per un istante, servirsi contro la rivoluzione, ma che le era divenuta intollerabile non appena ell’aveva cercato di dare alla situazione del momento la solidità d’una situazione costituzionale. Napoleone al posto di Cavaignac era, per essa, la monarchia al posto della repubblica, l’inizio della ristorazione realista, degli Orléans timidamente annunciati, il giglio nascosto fra le viole. L’esercito, infine, aveva votato per Napoleone contro la guardia mobile, contro l’idillio della pace, a favore della guerra.
Per tal modo, accadde, com’ebbe a dire la Neue Rheinische Zeitung, che l’uomo più limitato della Francia acquistasse il significato più complesso. Appunto non essendo nulla, egli poteva significar tutto, fuorchè sè medesimo. Per quanto vario, del resto, suonasse il significato del nome di Napoleone presso le varie classi, ciascuna, scrivendolo sulle proprie schede, scriveva: abbasso il partito del National, abbasso Cavaignac, abbasso la Costituente, abbasso la repubblica borghese. Lo dichiarò pubblicamente il ministro Dufaure nella Assemblea costituente: Il 10 dicembre è un secondo 24 febbraio.
Piccola borghesia e proletariato avevano votato in blocco per Napoleone allo scopo di votare contro Cavaignac e di sottrarre, mediante l’unione dei voti, alla Costituente la conclusione decisiva. Intanto la parte più progressiva d’ambedue le classi poneva i proprî candidati. Napoleone era il nome collettivo di tutti i partiti coalizzati contro la repubblica borghese. Ledru-Rollin e Raspail i nomi proprî, della piccola borghesia democratica il primo, del proletariato rivoluzionario l’altro. I voti per Raspail — lo avevano dichiarato altamente i proletarî ed i loro oratori socialisti — non dovevano essere più che una dimostrazione, che altrettante proteste contro qualsivoglia presidenza, ossia contro la Costituzione stessa, che altrettanti voti contro Ledru-Rollin, che il primo atto con cui il proletariato, quale partito politico autonomo, si emancipava dal partito democratico. Questo partito, all’incontro — la piccola borghesia democratica e la sua rappresentante parlamentare, la Montagna — aveva trattato la candidatura di Ledru-Rollin con tutta la serietà, con cui esso è solennemente abituato a mistificare sè stesso. Fu del resto l’ultimo suo tentativo d’esporsi quale partito autonomo contro il proletariato. Il 10 dicembre, non il solo partito borghese repubblicano, anche la piccola borghesia democratica e la sua Montagna erano state battute.
La Francia possedeva ora accanto ad una Montagna un Napoleone; prova questa che ambidue non erano se non le caricature inanimate delle grandi realtà, di cui portavano i nomi. Col cappello imperiale e l’aquila, Luigi Napoleone non parodiava meno miserabilmente l’antico Napoleone, di quello che la Montagna non parodiasse l’antica Montagna colle sue frasi tolte a prestito al 1793 e colle sue pose demagogiche. Il bigottismo tradizionale pel 1793 si sfatò così insieme al bigottismo tradizionale per Napoleone. L’opera della rivoluzione non poteva dirsi compiuta insino a che questa non avesse conquistato il suo nome proprio, il suo nome originale; il che non erale possibile prima che la moderna classe rivoluzionaria, il proletariato industriale, non si fosse avanzata, come dominatrice, al suo proscenio. È lecito dire che, anche per tale riguardo, il 10 dicembre abbindolò la Montagna, facendo sì che venisse fuorviata nella sua propria coscienza, giacchè esso, ridendo, spezzò la classica analogia coll’antica rivoluzione, mediante un impertinente frizzo contadinesco.
Il 20 dicembre Cavaignac depose il suo ufficio e l’Assemblea Costituente proclamò Luigi Napoleone presidente della repubblica. Il 19 dicembre, ultimo giorno del suo dominio assoluto, essa aveva rigettata la proposta d’amnistia degli insorti di giugno. Revocare il decreto del 27 giugno, con cui, passando oltre il giudizio dei tribunali, aveva condannato 15.000 insorti alla deportazione, non importava forse revocare la stessa battaglia di giugno?
Odilon Barrot, l’ultimo ministro di Luigi Filippo, fu il primo ministro di Luigi Napoleone. Luigi Napoleone, come non datò il giorno del suo regime dal 10 dicembre, ma da un Senatus-consulto del 1806, così trovò un presidente di ministri, che datò il suo ministero non dal 20 dicembre, ma da un regio decreto del 24 febbraio. In qualità di legittimo erede di Luigi Filippo, Luigi Napoleone rese più mite il cangiamento di regime, mantenendo l’antico ministero, che del resto non aveva avuto il tempo di sciuparsi, dacchè non aveva trovato il tempo per entrare in vita.
Quella scelta gli era stata consigliata dai capi delle frazioni borghesi realiste. Il condottiero dell’antica opposizione dinastica, il quale aveva inconsapevolmente procurato il passaggio ai repubblicani del National, era ancor più indicato a procurare, con piena consapevolezza, il passaggio dalla repubblica borghese alla monarchia.
Odilon Barrot era il capo dell’unico antico partito d’opposizione che, avendo lottato sempre inutilmente pel portafoglio ministeriale, non si fosse ancora logorato. Con rapida vicenda, la rivoluzione aveva lanciato tutti i vecchi partiti d’opposizione al culmine dello Stato, affinch’essi avessero, non solo nel fatto, ma nella stessa frase, a rinnegare e confutare le loro vecchie frasi, venendo alla fine, tutti insieme riuniti in uno schifoso ibrido corpo, lanciati dal popolo sullo scannatoio della storia. Ed a niuna apostasia venne risparmiato questo Barrot, quest’incarnazione del liberalismo borghese, che per diciott’anni aveva celato la meschina vacuità dello spirito sotto un corretto contegno del corpo. Se, in qualche momento, egli stesso era sgomentato dal contrasto troppo stridente fra le spine attuali e gli allori del passato, un semplice sguardo entro lo specchio gli rimandava l’effigie ministeriale e l’umana ammirazione di sè medesimo. Ciò che lo specchio gli riproduceva, era Guizot, da lui sempre invidiato e che gli aveva sempre fatto da maestro, era Guizot stesso, ma Guizot colla fronte olimpica di Odilon. Ciò ch’egli non vedeva, erano gli orecchi di Mida.
Il Barrot del 24 febbraio venne a manifestarsi solamente nel Barrot del 20 dicembre. Con lui, orleanista e volteriano, faceva il paio, quale ministro del culto, il legittimista e gesuita Falloux.
Pochi giorni più tardi, il ministero dell’interno venne affidato a Leone Faucher, il malthusiano. Il diritto, la religione, l’economia politica! Tutto questo capiva in sè il ministero Barrot e, per giunta, un accordo tra legittimisti ed orleanisti. Non mancava che il bonapartista. Bonaparte dissimulava tuttora la cupidigia di significare il Napoleone, poichè Soulouque non faceva ancora la parte del Toussaint l’Ouverture.
Il partito del National venne tosto sbalzato da tutti i più alti posti, in cui erasi nicchiato. Prefettura di polizia, direzione delle poste, procura generale, mairie di Parigi, tutto fu occupato da antiche creature della monarchia. Il legittimista Changarnier ottenne i supremi comandi riuniti della guardia nazionale del dipartimento della Senna, della guardia mobile e delle truppe di linea della prima divisione militare; l’orleanista Bugeaud venne nominato comandante in capo dell’esercito delle Alpi. Questo cangiamento di funzionarî continuò ininterrotto sotto il governo Barrot. Primo atto del suo ministero fu la ristorazione dell’antica amministrazione realista. In un attimo mutò la scena ufficiale, — quinte, costumi, linguaggio, attori, figuranti, comparse, suggeritori, posizione delle parti, motivi del dramma, contenuto dell’intreccio, situazione complessiva. Sola la preistorica Assemblea costituente trovavasi ancora al suo posto. Ma nell’ora in cui l’Assemblea nazionale aveva installato Bonaparte, e Bonaparte Barrot, e Barrot Changarnier, la Francia passava dal periodo della repubblica costituenda nel periodo della repubblica costituita. Ed in repubblica costituita che stava mai a fare un’Assemblea costituente? Creato il mondo, al creatore non era rimasto che rifugiarsi nel cielo. L’Assemblea costituente era risoluta a non seguirne l’esempio; l’Assemblea nazionale era l’ultimo asilo del partito dei repubblicani borghesi. Se le erano stati strappati tutti i congegni del potere esecutivo, non le restava forse la sua onnipotenza costituente? Far valere, in qualunque circostanza, la posizione sovrana ch’essa occupava, e giovarsene per riconquistare il perduto terreno, fu il suo primo pensiero. Sloggiato il ministero Barrot da un ministero del National, ed ecco il personale realista obbligato a sgomberare tosto dai palazzi dell’amministrazione ed il personale tricolore rientrarvi trionfante! L’Assemblea nazionale aveva deliberato la caduta del ministero ed il ministero stesso offerse l’occasione dell’attacco, quale la Costituente non avrebbe potuto trovare più adatta.
Si rammenterà che Luigi Napoleone significava pei contadini: non più tasse! Eran sei giorni dacchè sedeva sullo scanno presidenziale e nel settimo, nel 27 settembre, il suo ministero propose il mantenimento dell’imposta sul sale, di cui il governo provvisorio aveva decretato l’abolizione. L’imposta sul sale divide coll’imposta sul vino il privilegio di essere il capro espiatorio del vecchio sistema finanziario francese, particolarmente agli occhi della popolazione delle campagne. All’eletto dei contadini il ministero Barrot non poteva porre sulle labbra epigramma più mordace pei suoi elettori di queste parole: ristabilimento dell’imposta sul sale! Coll’imposta sul sale, Bonaparte perdette il proprio sale rivoluzionario; — il Napoleone dell’insurrezione dei contadini evaporò quale uno scenario di nebbia non lasciando dietro a sè altro che la grande incognita dell’intrigo realista. E non era stato senz’intenzione che il ministero Barrot di un atto di mistificazione così grossolano e così privo di tatto aveva fatto il primo atto di governo del presidente.
La Costituente, dal canto suo, afferrò avidamente la doppia occasione di abbattere il ministero e di mettersi innanzi, contro l’eletto dei contadini, quale tutrice degli interessi dei contadini. Respinse la proposta del ministro delle finanze, ridusse l’imposta sul sale ad un terzo del suo primitivo ammontare, aumentando così di circa 60 milioni un deficit dello Stato di 560 milioni, ed attese tranquillamente che il ministero, dopo questo voto di sfiducia, si ritirasse. Così poca era la sua intuizione del nuovo mondo, che la circondava, e del mutamento della propria posizione. Dietro al ministero stava il presidente e dietro al presidente stavano sei milioni, che avevano deposto nell’urna elettorale altrettanti voti di sfiducia contro la Costituente. La Costituente rimandò indietro alla nazione il suo voto di sfiducia. Ridicolo baratto! Essa dimenticava che i suoi voti avevano perduto il corso forzoso. Il rigetto dell’imposta sul sale non ebbe altro effetto che di spingere a maturanza la risoluzione di Bonaparte e del suo ministero di «farla finita» colla Assemblea costituente. Incominciava quel lungo duello, che riempie l’intera seconda metà della vita della Costituente. Il 29 gennaio, il 21 marzo, il 3 maggio sono le journeés, le grandi giornate di questa crisi; sono altrettanti precursori del 13 giugno.
I francesi, come ad esempio Luigi Blanc, ravvisarono nel 29 gennaio l’apparire d’una contraddizione costituzionale, della contraddizione tra un’Assemblea nazionale sovrana, indissolubile, escita dal suffragio universale ed un presidente, responsabile verso lei secondo la lettera, ma secondo la realtà egualmente sanzionato dal suffragio e concentrante nella propria persona tutti i voti divisi e sminuzzati nei singoli membri dell’Assemblea nazionale, e oltre a ciò, tuttavia, nel pieno possesso dell’intero potere esecutivo, sopra il quale l’Assemblea incombe unicamente come potere morale. È questa un’interpretazione, che scambia la forma letterale della lotta nella tribuna, nella stampa, nei clubs col suo reale contenuto. Luigi Bonaparte contro l’Assemblea nazionale costituente non era già un potere costituzionale contro l’altro, non era già il potere esecutivo contro il legislativo, — era la stessa repubblica borghese costituita contro gli stromenti della sua costituzione, contro gli intrighi ambiziosi e le rivendicazioni ideologiche della frazione borghese rivoluzionaria, la quale l’aveva fondata ed ora, sorpresa, trovava che la sua repubblica costituita rassomigliava ad una monarchia ristorata e voleva colla forza tener fermo il periodo costituente, tenerlo fermo nelle sue condizioni, nelle sue illusioni, nel suo linguaggio, nelle sue persone, impedendo alla repubblica borghese omai matura di affacciarsi nella sua forma completa e specifica. Come l’Assemblea nazionale costituente aveva assunto le parti di Cavaignac ricadutole addosso, così Bonaparte assunse quelle dell’Assemblea nazionale legislativa, da lui non per anco dispersa, cioè dell’Assemblea nazionale della repubblica borghese costituita.
L’elezione di Bonaparte potè spiegare i suoi effetti solo in quanto al posto d’un unico nome mise innanzi i suoi significati molteplici, solo in quanto si ripetè nell’elezione della nuova Assemblea nazionale. Il mandato della vecchia era stato cassato dal 10 dicembre. Chi adunque entrò in iscena nel 29 gennaio, non furono già il presidente e l’Assemblea nazionale di una medesima repubblica, ma furono l’Assemblea nazionale della repubblica futura ed il presidente della repubblica attuale, due forze che incarnavano periodi affatto diversi nel corso della vita della repubblica; furono la piccola frazione repubblicana della borghesia, che sola poteva proclamare la repubblica, strapparla al proletariato rivoluzionario con una lotta nelle strade e col dominio del terrore e tratteggiare nella Costituzione i propri principî ideali e, dall’altra parte, tutta la massa realista della borghesia, che sola poteva dominare in questa repubblica borghese costituita, sopprimere nella Costituzione gli ingredienti ideologici e dar vita, con una propria legislazione ed una propria amministrazione, alle condizioni indispensabili per l’assoggettamento del proletariato.
Durante tutto il mese di gennaio eransi raccolti gli elementi, che fecero scoppiare l’uragano del 29 gennaio. La Costituente aveva voluto, col suo voto di sfiducia, forzare il ministero Barrot a dimettersi. Il ministero Barrot, all’incontro, propose alla Costituente di dare a sè stessa un voto di sfiducia, e di deliberare il proprio suicidio, decretando il proprio scioglimento. Rateau, uno dei deputati più oscuri, fu quegli che avanzò, dietro comando del ministero, tale proposta alla Costituente, a quella medesima Costituente, che già nell’agosto aveva risoluto di non sciogliersi insino a che non avesse emanato un’intera serie di leggi organiche, che dovessero completare la Costituzione. Il ministeriale Fould le dichiarò che il suo scioglimento era necessario appunto «pel ristabilimento del credito scosso». Ed, infatti, non iscuoteva essa il credito, prolungando il provvisorio e ponendo nuovamente in questione con Barrot Bonaparte e con Bonaparte la repubblica costituita? L’olimpico Barrot, divenuto un Orlando furioso dinanzi alla prospettiva di vedersi sfuggire di nuovo, dopo appena due settimane di godimento, la presidenza dei ministri, che gli era riescito finalmente di afferrare e che i repubblicani gli avevano prorogato già una volta per un decennio, ossia per dieci mesi, Barrot agì nel modo più tirannico contro questa miserabile Assemblea. Il termine più mite da lui usato era che «con essa non era possibile alcun avvenire». E davvero essa non rappresentava oramai che il passato. «Ell’era incapace», soggiungeva ironicamente, «di circondare la repubblica delle istituzioni necessarie al suo consolidamento.» Ed infatti, tolto di mezzo l’antagonismo esclusivo contro il proletariato, veniva in pari tempo ad infrangersi la sua energia borghese, e coll’antagonismo contro i realisti veniva a rivivere la sua energia repubblicana. Per tal modo ell’era doppiamente incapace a consolidare la repubblica borghese, che più non intuiva, mercè convenienti istituzioni.
Insieme alla proposta di Rateau, il ministero complottò l’inondazione per tutto il paese di petizioni, e giornalmente, da ogni angolo della Francia, piovvero sulla testa della Costituente palle di billets doux, in cui, più o meno categoricamente, le si chiedeva di sciogliersi e di far testamento. La Costituente, a sua volta, provocò delle contropetizioni, colle quali si faceva intimare di rimanere in vita. La lotta elettorale fra Bonaparte e Cavaignac si riproduceva in lotta di petizioni pro e contro lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Le petizioni dovevano essere il commento supplementare del 10 dicembre. Durante tutto il gennaio continuò quest’agitazione.
Nel conflitto tra la Costituente ed il presidente, la prima non poteva riferire la propria origine all’elezione universale, dacchè si faceva appello appunto contro essa al suffragio universale. Nè poteva cercare appoggio in un potere regolare, dacchè trattavasi di lotta contro il potere legale. Nè poteva abbattere il ministero con voti di sfiducia, come aveva nuovamente tentato nel 6 e 26 gennaio, dacchè il ministero non esigeva la sua fiducia. Un’unica possibilità le rimaneva, quella dell’insurrezione. Le forze combattenti dell’insurrezione erano la parte repubblicana della guardia nazionale, la guardia mobile ed i centri del proletariato rivoluzionario, i clubs. Le guardie mobili, questi eroi delle giornate di giugno, formavano nel dicembre la forza combattente organizzata delle frazioni borghesi repubblicane, allo stesso modo che, prima del giugno, gli ateliers nazionali avevano formato la forza combattente organizzata del proletariato rivoluzionario. Come la Commissione esecutiva della Costituente aveva diretto il suo attacco brutale sugli ateliers nazionali, allorquando volle farla finita colle pretese, divenute intollerabili, del proletariato; così il ministero di Bonaparte diresse l’attacco sulla guardia mobile, allorquando volle farla finita colle pretese, divenute intollerabili, delle frazioni borghesi repubblicane. Esso ordinò lo scioglimento della guardia mobile. Una metà ne fu congedata e gettata sul lastrico; l’altra ricevette un’organizzazione monarchica in sostituzione della democratica ed ebbe ribassato il soldo al livello del soldo comune delle truppe di linea. La guardia mobile venne a trovarsi nella situazione degli insorti di giugno, e quotidianamente comparivano stampate nei giornali pubbliche confessioni, in cui essa riconosceva la propria colpa di giugno e ne implorava dal proletariato l’assoluzione.
Ed i clubs? Non appena dall’Assemblea nazionale venne posto in questione Barrot, ed in Barrot il presidente, e nel presidente la repubblica borghese costituita, e nella repubblica borghese costituita la repubblica in generale, strinsero di necessità le loro file intorno ad essa tutti gli elementi costituenti della repubblica di febbraio, tutti i partiti da cui volevasi sovvertire la repubblica esistente e foggiarla, mediante un violento processo d’involuzione, a repubblica dei loro interessi e dei loro principî di classe. L’accaduto diveniva non accaduto, le cristallizzazioni del movimento rivoluzionario ritornavano allo stato fluido, la repubblica, per la quale erasi combattuto, era di bel nuovo l’indeterminata repubblica delle giornate di febbraio, dalla cui determinazione ogni partito rifuggiva. I partiti ripresero per un momento le loro antiche posizioni del febbraio, senza tuttavia partecipare alle illusioni del febbraio. I repubblicani tricolori del National si appoggiarono nuovamente sui repubblicani democratici della Réforme, spingendoli come avanguardia nelle prime file del campo di battaglia parlamentare. I repubblicani democratici si appoggiarono nuovamente ai repubblicani socialisti — nel 27 gennaio un pubblico manifesto annunciò la loro riconciliazione ed alleanza — e si prepararono nei clubs il terreno insurrezionale. A ragione la stampa ministeriale trattava i repubblicani tricolori del National da insorti del giugno risuscitati. Per sostenersi al vertice della repubblica borghese, essi posero in questione la stessa repubblica borghese. Nel 26 gennaio il ministro Faucher propose una legge sul diritto d’associazione, il cui primo paragrafo suonava: «I clubs sono vietati.» Egli presentò la mozione che questo progetto di legge venisse immediatamente portato a discussione, stante la sua urgenza. La Costituente rigettò la proposta dell’urgenza e il 27 gennaio Ledru-Rollin depose una proposta di messa in istato d’accusa del ministero per violazione della Costituzione, sottoscritta da 230 firme. La messa in istato d’accusa del ministero nel momento, in cui un simile atto non era che un’inabile rivelazione dell’impotenza del giudice, cioè della maggioranza della Camera, oppure una protesta impotente dell’accusatore contro la maggioranza medesima, — questo fu il gran colpo rivoluzionario, giocato d’allora in poi dalla postuma Montagna ad ogni punto culminante della crisi. Povera Montagna, schiacciata dal peso del proprio nome!
Blanqui, Barbès, Raspail, ecc., avevano cercato, il 15 maggio, di disperdere l’Assemblea nazionale, penetrando, alla testa del proletariato parigino, nella sala delle sue sedute. Barrot preparava alla stessa Assemblea un 15 maggio morale, mentre voleva dettarle l’autoscioglimento e chiuderne la sala delle sedute. Era la stessa Assemblea, che aveva affidato a Barrot l’inchiesta contro gli accusati di maggio e che ora, nel momento che egli le appariva di fronte quale un Blanqui realista e che essa di fronte a lui cercava i propri alleati nei clubs, presso i proletarî rivoluzionarî, nel partito di Blanqui, in questo stesso momento era torturata dall’implacabile Barrot colla proposta di sottrarre i prigionieri di maggio al giudizio dei giurati e di assegnarli al giudizio supremo, inventato dal partito del National, alla haute cour. È cosa stupefacente come l’angoscia irritata d’un portafoglio ministeriale riescisse a cavar fuori dalla testa d’un Barrot frizzi degni d’un Beaumarchais! L’Assemblea nazionale, dopo aver tentennato a lungo, accolse la sua proposta. Di fronte agli attentatori di maggio, essa rientrava nel suo carattere normale.
Come la Costituente era spinta contro il presidente ed i ministri all’insurrezione, così il presidente ed il ministero erano spinti contro la Costituente al colpo di Stato, non possedendo essi alcun mezzo legale per scioglierla. Ma la Costituente era la madre della Costituzione e la Costituzione la madre del presidente. Col colpo di Stato, il presidente lacerava la Costituzione e ne cancellava il titolo giuridico repubblicano. Per tal modo egli era forzato a tirar fuori il titolo giuridico imperialista; senonchè il titolo giuridico imperialista veniva a risvegliare l’orleanista; ambidue poi impallidivano dinanzi al titolo giuridico legittimista. La caduta della repubblica borghese non poteva che far scattare in alto il suo estremo polo contrario, la monarchia legittimista, in un momento in cui il partito orleanista era ancora nulla più che il vinto del febbraio e Bonaparte nulla più che il vincitore del 10 dicembre, in un momento in cui ambidue non potevano ancora opporre all’usurpazione repubblicana altro che il loro titolo monarchico egualmente usurpato. I legittimisti erano coscienti dell’opportunità del momento e cospiravano alla luce del sole. Nel generale Changarnier potevano sperare di aver trovato il loro Monk. L’avvento della «monarchia bianca» venne annunciato nei loro clubs con eguale pubblicità, come in quelli proletarî l’avvento della «repubblica rossa».
Con una sommossa felicemente schiacciata, il ministero sarebbe sfuggito a tutte le difficoltà. «La legalità ci uccide!» esclamava Odilon Barrot. Una sommossa avrebbe permesso di sciogliere la Costituente sotto il pretesto del salut public e di violare la stessa Costituzione. La brutale apparizione di Odilon Barrot nell’Assemblea nazionale, la proposta di scioglimento dei clubs, la rumorosa deposizione di 50 prefetti tricolori e la loro sostituzione con de’ realisti, lo scioglimento della guardia mobile, i maltrattamenti dei suoi capi da parte di Changarnier, la reinstallazione di Lherminier, il professore impossibile già sotto Guizot, la tolleranza delle millanterie legittimiste, — erano altrettante provocazioni alla sommossa. Ma la sommossa rimase muta. Essa attendeva il segnale dalla Costituente e non dal ministero.
Giunse finalmente il 29 gennaio, il giorno, in cui dovevasi decidere sulla proposta di Mathieu (de la Drôme) pel rigetto incondizionato della proposta di Rateau. Legittimisti, orleanisti, bonapartisti, guardia mobile, Montagna, clubs, tutti cospiravano in quel giorno, ciascuno non meno contro il supposto nemico che contro il supposto alleato. Bonaparte, dall’alto del cavallo, passò in rivista parte delle truppe sulla piazza della Concordia, Changarnier si metteva in scena, sfoggiando una manovra strategica; la Costituente trovò l’edificio delle sue sedute occupato militarmente. Essa, il centro, in cui s’incrociavano tutte le speranze, i timori, le attese, le agitazioni, i dissidî, le cospirazioni, essa, l’Assemblea dal cuor di leone, non ebbe un istante di esitazione, trovandosi, allora più che mai, vicina a riconfondersi collo spirito dell’universo. Era simile a quel combattente, che non solo aveva paura di adoperare le proprie armi, ma si sentiva altresì obbligato a conservare intatte le armi del nemico. Con disprezzo della morte, firmò la propria sentenza di morte e votò contro il rigetto incondizionato della proposta di Rateau. Stretta d’assedio essa stessa, pose così un termine a quell’attività costituente che aveva avuto per cornice necessaria lo stato d’assedio di Parigi. Essa si vendicò in modo degno di sè, stabilendo, nel giorno successivo, un’inchiesta sullo spavento, che il ministero le aveva cacciato in corpo nel 29 gennaio. La Montagna dimostrò la sua mancanza d’energia rivoluzionaria e d’intelligenza politica col lasciarsi sfruttare dal partito del National, quasi da banditore della pugna, in questa grande commedia d’intrigo. Il partito del National aveva fatto l’ultimo tentativo per continuare a tenere il monopolio del dominio posseduto durante il periodo di formazione della repubblica borghese. Ed era naufragato.
Se nella crisi di gennaio si trattava dell’esistenza della Costituente, nella crisi del 21 marzo si trattò dell’esistenza della Costituzione; là delle persone del partito nazionale, qua del suo ideale. Non era mestieri d’alcuna dichiarazione che i repubblicani honnêtes sacrificavano più a buon mercato l’elevato sentimento della loro ideologia che non il godimento mondano del potere governativo.
Il 21 marzo stava all’ordine del giorno dell’Assemblea nazionale il progetto di legge di Faucher contro il diritto d’associazione: la soppressione dei clubs. L’articolo 8 della Costituzione guarentiva a tutti i francesi il diritto d’associarsi. Il divieto dei clubs era adunque una violazione non equivoca della Costituzione e la Costituente medesima era chiamata a canonizzare la profanazione dei suoi santi. Senonchè i clubs erano i punti di riunione, le sedi di cospirazione del proletariato rivoluzionario. La stessa Assemblea nazionale aveva proibito la coalizione degli operai contro i loro borghesi. E che altro erano i clubs se non una coalizione del complesso della classe dei lavoratori contro il complesso della classe borghese, che la formazione d’uno Stato di lavoratori contro lo Stato borghese? Non erano essi altrettante Assemblee costituenti del proletariato ed altrettante divisioni dell’esercito della rivolta, pronte al combattimento? Ciò che la Costituzione doveva anzitutto costituire era il dominio della borghesia. Evidentemente, adunque, sotto il diritto d’associazione la Costituzione poteva considerare quelle sole associazioni, che si trovavano in consonanza col dominio della borghesia, ossia coll’ordinamento borghese. Se essa, per uno scrupolo teorico, usava espressioni generiche, non eran qui governo ed Assemblea nazionale per interpretarla ed applicarla nel caso speciale? E se nell’epoca primitiva della repubblica i clubs erano in fatto vietati dallo stato d’assedio, non dovevano essi, nella repubblica regolare, nella repubblica costituita, essere vietati dalla legge? A questa prosaica interpretazione della Costituzione, i repubblicani tricolori nulla avevano da obbiettare, fuorchè la frase eccessiva della Costituzione. Parte d’essi, Pagnerre, Duclerc, ecc., votò pel ministero, procurandogli così la maggioranza. L’altra parte, coll’arcangelo Cavaignac ed il padre della chiesa Marrast alla testa, dopochè l’articolo pel divieto dei clubs era passato, si ritirò, unitamente a Ledru-Rollin ed alla Montagna, in una sala particolare d’ufficio, e «tennero consiglio». La Assemblea nazionale era paralizzata: non aveva più il numero legale. In buon punto si rammentò dal signor Crémieux, nella sala dell’ufficio, che di qui il cammino conduceva direttamente sulla strada e che non s’era più nel febbraio 1848, ma si contava marzo 1849. Improvvisamente illuminato, il partito del National ritornò nella sala delle sedute dell’Assemblea nazionale e dietro ad esso la Montagna ancora una volta abbindolata, poichè, nel suo costante tormento d’appetiti rivoluzionarî, si attaccava con pari costanza ad opportunità costituzionali e si sentiva sempre ancor meglio a suo posto dietro ai repubblicani borghesi che non davanti al proletariato rivoluzionario. Così la commedia era recitata. E la Costituente stessa aveva decretato, che la violazione della lettera della Costituzione fosse l’unica attuazione conforme al suo spirito.
Un solo punto rimaneva ancora da regolare: il contegno della repubblica costituita verso la rivoluzione europea: la sua politica estera. Un’insolita animazione regnava l’8 maggio 1849 nell’Assemblea costituente, la cui vita doveva cessare tra pochi giorni. L’attacco di Roma da parte dell’esercito francese, la sconfitta di questo da parte dei romani, l’infamia politica ed il biasimo militare del fatto, l’assassinio della repubblica romana per opera della repubblica francese, la prima campagna italiana del secondo Bonaparte, ecco quanto stava all’ordine del giorno. La Montagna era nuovamente escita fuori colla sua gran giocata: Ledru-Rollin aveva deposto sul tavolo presidenziale l’inevitabile atto d’accusa contro il ministero ed anche, questa volta, contro Bonaparte.
Il motivo dell’8 maggio si ripetè più tardi come motivo del 13 giugno. Ma spieghiamoci sulla spedizione romana.
Già, a mezzo novembre 1848, era stata spedita da Cavaignac a Civitavecchia una flotta di guerra, a fine di proteggere il papa, prenderlo a bordo e sbarcarlo in Francia. Il papa doveva benedire la repubblica honnête ed assicurare l’elezione di Cavaignac a presidente. Col papa, Cavaignac voleva pigliare all’amo i preti, coi preti i contadini e coi contadini la presidenza. Pel suo fine prossimo di réclame elettorale, la spedizione di Cavaignac era nello stesso tempo una protesta ed una minaccia contro la rivoluzione romana. V’era in essa in germe l’intervento della Francia a favore del papa.
Tale intervento a pro del papa insieme all’Austria e a Napoli contro la repubblica romana venne deliberato nella prima seduta del Consiglio dei ministri di Bonaparte, il 23 dicembre. Falloux nel ministero significava il papa in Roma e nella Roma del papa. Bonaparte non aveva più bisogno del papa per diventare il presidente dei contadini, ma aveva bisogno dei conservatori del papa per conservare i contadini del presidente. Era alla dabbenaggine di questi ch’egli doveva la sua presidenza. Colla fede se ne sarebbe andata anche la loro dabbenaggine e la loro fede se ne andava col papa E gli orleanisti ed i legittimisti coalizzati, che dominavano in nome di Bonaparte! Prima di restaurare il re, era d’uopo restaurare il potere che consacra i re. Prescindendo dal loro realismo — senza l’antica Roma, soggetta al suo dominio temporale, non più papa; senza il papa, non più cattolicismo; senza il cattolicismo, non più religione francese; e senza religione, che sarebbe avvenuto della vecchia società francese? La ipoteca, posseduta dal contadino sui beni celesti, guarentisce l’ipoteca posseduta dal borghese sui beni del contadino. La rivoluzione romana era, per conseguenza, un attentato contro la proprietà, contro l’ordinamento borghese, temibile quanto la rivoluzione di giugno. Il ripristino del dominio borghese in Francia sollecitava la ristorazione del dominio papale in Roma. Insomma, nei rivoluzionarî romani si colpivano gli alleati dei rivoluzionarî francesi; l’alleanza delle classi controrivoluzionarie nella repubblica francese costituita venne a completarsi necessariamente nell’alleanza della repubblica francese colla Santa Alleanza, con Napoli ed Austria. La deliberazione del Consiglio dei ministri del 23 dicembre non era un mistero per la Costituente. Già l’8 gennaio Ledru-Rollin aveva interpellato sovra essa il ministero; il ministero aveva negato, l’Assemblea era passata all’ordine del giorno. Era fiducia nelle parole del ministero? Noi sappiamo ch’essa s’era data lo spasso, durante tutto il mese di gennaio, di votargli la sfiducia. Ma se ad esso era propria la parte del mentire, la parte di lei era di simular fede alle sue menzogne, salvando con ciò i déhors repubblicani.
Frattanto il Piemonte era battuto, Carlo Alberto aveva abdicato, l’esercito austriaco bussava alle porte di Francia. Ledru-Rollin interpellò violentemente. Il ministero dimostrò che nell’Italia settentrionale esso non aveva fatto che proseguire la politica di Cavaignac e che Cavaignac non aveva fatto che proseguire la politica del governo provvisorio, cioè di Ledru-Rollin. Questa volta esso raccolse dall’Assemblea nazionale nientemeno che un voto di fiducia e venne autorizzato ad occupare temporaneamente un’opportuna posizione nell’alta Italia a fine di preparare con ciò un agguato alle pacifiche trattative coll’Austria sull’integrità del territorio sardo e sulla questione romana. È noto che il destino d’Italia viene deciso sui campi di battaglia dell’alta Italia. Alla caduta della Lombardia e del Piemonte sarebbe adunque seguita la caduta di Roma, ovvero la Francia sarebbe stata obbligata a dichiarare la guerra all’Austria e, per conseguenza, alla controrivoluzione europea. Pigliò l’Assemblea d’un tratto il ministero Barrot per l’antico Comitato di salute pubblica? O sè stessa per la Convenzione? A che adunque l’occupazione militare di una posizione nell’alta Italia? Sotto questo velo trasparente si celava la spedizione contro Roma.
Il 14 aprile 14.000 uomini salpavano, sotto Oudinot, alla volta di Civitavecchia; il 16 aprile l’Assemblea nazionale accordò al ministero un credito di franchi 1.200.000 per mantenere durante tre mesi una flotta, che intervenisse nel Mediterraneo. Per tal modo essa diede al ministero tutti i mezzi per intervenire contro Roma, mentre aveva un contegno come di chi gli accordasse l’intervento contro l’Austria. Essa non vedeva ciò che il ministero faceva; udiva solamente ciò ch’ei diceva. Tanta fede mai non si sarebbe trovata in Israello; la Costituente era caduta in tale situazione, da non permettersi di sapere quanto la repubblica costituita dovesse fare.
Finalmente l’8 maggio si rappresentò l’ultima scena della commedia: la Costituente invitò il ministero a pronte misure, che riconducessero la spedizione italiana allo scopo tenutole nascosto. Bonaparte, nella sera stessa, fece inserire nel Moniteur una lettera, in cui prodigava ad Oudinot la massima riconoscenza. L’11 maggio l’Assemblea nazionale rigettò l’atto di accusa contro il medesimo Bonaparte ed il suo ministero. E la Montagna che, in luogo di lacerare questo tessuto d’inganni, pigliava in modo tragico la commedia parlamentare, per recitarvi essa stessa la parte di Fouquier Tinville, non tradiva essa, sotto la pelle leonina presa a prestito dalla Convenzione, il cuoio originario di vitello piccolo borghese!
L’ultima metà della vita della Costituente si riassume così: essa ammette, il 29 gennaio, che le frazioni borghesi realiste sono i superiori naturali della repubblica da essa costituita; il 21 marzo, che la violazione della Costituzione ne è la realizzazione; e l’11 maggio che l’alleanza passiva della repubblica francese coi popoli in lotta, ampollosamente annunciata, significa la sua alleanza attiva colla controrivoluzione europea.
Questa miserabile Assemblea abbandonò la scena, dopo essersi procurata, due giorni ancora prima, dell’anniversario della sua nascita, la soddisfazione di respingere la proposta d’amnistia degli insorti di giugno. Spezzata la sua potenza, dal popolo odiata mortalmente, respinta, malmenata, gettata sdegnosamente da parte dalla borghesia, di cui era la creatura, forzata a rinnegare nella seconda metà della propria esistenza la prima metà, spogliata delle sue illusioni repubblicane, nulla di grande avendo fondato nel passato, nulla sperando nell’avvenire, consumandosi a frusto a frusto e pur tuttavia vivendo, essa non riescì che a galvanizzare ancora il proprio cadavere, mentre insistentemente rivendicava a sè la vittoria del giugno e riviveva questo supplemento di vita, affermandosi col ripetere continuamente la condanna dei condannati. Vampiro, che visse del sangue degli insorti di giugno!
Essa lasciò dietro a sè il deficit dello Stato ingrossato dalle spese dell’insurrezione di giugno, dalla soppressione dell’imposta sul sale, dalle indennità che aveva assegnate ai possessori di piantagioni in seguito all’abolizione della schiavitù dei negri, dalle spese della spedizione romana, dalla soppressione dell’imposta sul vino, da lei deliberata mentre già trovavasi in agonia, come un vecchio maligno, lieto di addossare all’erede, che ride, un debito d’onore compromettente.
Dal principio di marzo era incominciata l’agitazione per le elezioni dell’Assemblea nazionale legislativa. Due gruppi principali stavano di fronte: il partito dell’«ordine» ed il partito democratico socialista o «partito rosso»; in mezzo ad essi, gli «amici della Costituzione», sotto il qual nome dai repubblicani tricolori del National si cercava di rappresentare un partito. Il partito dell’ordine s’era formato immediatamente dopo le giornate di giugno; fu solo da quando il 10 dicembre avevagli concesso di respingere da sè la consorteria del National, dei repubblicani borghesi, che si era rivelato il segreto della sua esistenza: la coalizione degli orleanisti e dei legittimisti in un unico partito. La classe borghese s’era scissa in due grandi frazioni, che alternativamente, — la grande proprietà fondiaria sotto la monarchia restaurata, l’aristocrazia finanziaria e la borghesia industriale sotto la monarchia di luglio, — avevano sostenuto il monopolio del dominio. Borbone era il nome regio per l’influenza preponderante degli interessi dell’una, Orleans il nome regio per l’influenza preponderante degli interessi dell’altra frazione; — il regno anonimo della repubblica era l’unico, in cui ambedue le frazioni potessero sostenere, in equilibrio di dominio, il comune interesse di classe, senza rinunciare alla rivalità reciproca. Se la repubblica borghese altro non poteva essere se non il dominio perfezionato e nettamente disegnato dell’assieme della classe borghese, poteva essa essere, adunque, altra cosa che il dominio degli orleanisti completati dai legittimisti e dei legittimisti completati dagli orleanisti, che la sintesi della ristorazione e della monarchia di luglio? I repubblicani borghesi del National non rappresentavano alcuna grande frazione della loro classe, che riposasse su basi economiche. Il loro significato, il loro titolo storico stavano unicamente nell’avere sotto la monarchia, contro le due frazioni borghesi che non concepivano se non il loro regime particolare, fatto valere il regime universale della classe borghese, il regno anonimo della repubblica, ch’essi andavano idealizzando, ornandolo d’antiquati arabeschi, ma nel quale, avanti ogni cosa, salutavano il dominio della loro consorteria. Se il partito del National s’illudeva nel proprio giudizio, allorchè contemplava al culmine della repubblica da esso fondata realisti coalizzati, non s’ingannavano meno anche costoro circa il fenomeno del loro dominio riunito. Essi non arrivavano a comprendere che, se ciascuna delle loro frazioni considerata isolatamente, in sè, era realista, il prodotto della loro combinazione chimica non poteva, di necessità, che essere repubblicano; che, insomma la monarchia bianca e l’azzurra dovevano neutralizzarsi nella repubblica tricolore. Dacchè l’antagonismo col proletariato rivoluzionario e colle classi di transizione, sospinte ognora più intorno a questo come a loro centro, costringeva le frazioni del partito dell’ordine a mettere in mostra la loro forza riunita ed a mantenere l’organizzazione di tale forza riunita, ciascuna di esse era obbligata a far valere, contro le velleità di ristorazione e di supremazia dell’altra, il dominio comune, la forma repubblicana, cioè del dominio borghese. Vediamo, così, questi realisti, credenti dapprima in una ristorazione immediata, conservatori rabbiosi più tardi della forma repubblicana, pur caricandola d’invettive atroci a fior di labbra, venire da ultimo a riconoscere solo possibile per essi l’accomodamento entro la repubblica, col rinvio della ristorazione a tempo indeterminato. Il godimento effettivo del dominio riunito aveva rafforzato ciascuna delle due frazioni e resala ancor più impotente e riluttante a sottomettersi all’altra, ch’è quanto dire a restaurare la monarchia.
Il partito dell’ordine proclamò direttamente nel suo programma elettorale il dominio della classe borghese, ossia il mantenimento delle condizioni di vita del costei dominio, cioè della proprietà, della famiglia, della religione, dell’ordine! Esso presentava il suo dominio di classe e le condizioni del suo dominio di classe naturalmente quale dominio della civiltà e quali condizioni necessarie alla produzione materiale, nonchè ai rapporti di scambi sociali, emananti da questa. Il partito dell’ordine disponeva di enormi mezzi pecuniarî, aveva organizzato succursali proprie in tutta la Francia, aveva ai suoi stipendi tutti quanti gli ideologi della vecchia società, si giovava dell’influenza del potere del Governo vigente, possedeva un esercito di vassalli gratuiti nell’intera massa dei piccoli borghesi e contadini che, tuttora lontani dal movimento rivoluzionario, trovavano nei grandi dignitarî della proprietà i naturali rappresentanti della loro piccola proprietà e delle piccole preoccupazioni di questa; esso, rappresentato in tutto il paese da un numero infinito di piccoli re, poteva punire il rigetto dei suoi candidati come un’insurrezione, congedare gli operai ribelli, i famigli di fattoria, i domestici, i commessi, gli impiegati ferroviarî, gli scrivani, tutti i funzionarî alla sua dipendenza borghese. Poteva, infine, tener viva qua e là l’illusione, che la Costituente repubblicana avesse impedito al Bonaparte del 10 dicembre la rivelazione delle costui forze miracolose. Nel partito dell’ordine non abbiamo compreso i bonapartisti. Questi non erano una frazione seria della classe borghese, sibbene una accolta d’invalidi vecchi e superstiziosi e di cavalieri di ventura, giovani e miscredenti. — Nelle elezioni vinse il partito dell’ordine, che mandò nell’Assemblea legislativa la gran maggioranza.
Contro la classe borghese controrivoluzionaria coalizzata era naturale che le parti già rivoluzionarie della piccola borghesia e della classe dei contadini si alleassero col gran dignitario degli interessi rivoluzionarî, col proletariato rivoluzionario. Noi vedemmo come le disfatte parlamentari avessero spinto i capi democratici della piccola borghesia nel parlamento, ossia la Montagna, verso i capi socialisti del proletariato e come la vera piccola borghesia fuori del parlamento era stata spinta dai concordats à l’amiable, dalla brutale realizzazione degli interessi borghesi, dalla bancarotta, verso i veri proletarî. Il 27 gennaio, Montagna e socialisti avevano celebrato la loro riconciliazione; nel gran banchetto del febbraio 1849 riconfermarono il loro trattato d’alleanza. Il partito sociale ed il democratico, quello dei lavoratori e quello dei piccoli borghesi, eransi uniti in partito sociale-democratico, ossia in partito «rosso».
Paralizzata per un istante dall’agonia susseguita alle giornate di giugno, la repubblica francese era passata, dopo la soppressione dello stato d’assedio, attraverso una serie continuata d’agitazioni febbrili. Dapprima la lotta per la presidenza, poi la lotta del presidente colla Costituente, la lotta pei clubs, il processo di Bourges, che di fronte alle piccole figure del presidente, dei realisti coalizzati, dei repubblicani honnêtes, della Montagna democratica, dei socialisti dottrinarî del proletariato, fece apparire i veri rivoluzionarî di questo come mostri d’altri tempi, quali solo un diluvio può lasciare indietro sulla superficie sociale o quali unicamente possono precedere un diluvio sociale, — l’agitazione elettorale, il supplizio degli assassini di Bréa, i continuati processi di stampa, i violenti interventi polizieschi del governo nei banchetti, le arroganti provocazioni realiste, l’esposizione alla berlina dell’effigie di Luigi Blanc e di Caussidière, il conflitto ininterrotto fra la repubblica costituita e la Costituente, — per cui, ad ogni momento, il vincitore era mutato in vinto, il vinto in vincitore, ed in un attimo si rovesciavano la posizione dei partiti e delle classi, le loro divisioni ed alleanze, — il rapido cammino della controrivoluzione europea, la gloriosa lotta ungherese, le levate di scudi in Germania, la spedizione romana, l’ignominiosa disfatta dell’esercito francese davanti a Roma, — in questo turbine di movimento, in questa tormenta d’inquietudine storica, in questo drammatico flusso e riflusso di passioni, speranze, disillusioni rivoluzionarie, i periodi d’evoluzione dovevano contarsi dalle diverse classi della società francese non più a mezzi secoli come prima, ma a settimane. Una parte notevole dei contadini e delle provincie era rivoluzionata. Non solo avevano perduto le illusioni circa il Napoleone, ma il partito rosso offriva loro al posto del nome la sostanza, al posto della speciosa esenzione dalle imposte la rifusione dei miliardi pagati ai legittimisti, il regolamento dell’ipoteca e l’abolizione dell’usura.
L’esercito stesso era preso dal contagio della febbre rivoluzionaria. Votando per Bonaparte aveva creduto votare per la vittoria ed ei gli aveva dato la disfatta. Aveva creduto votare pel «piccolo caporale», dietro al quale si cela il gran generale rivoluzionario, ed ei restituivagli i grandi generali, dietro ai quali si nasconde il caporale adatto a portar le uose. Niun dubbio che il partito rosso, ossia il partito democratico coalizzato, dovesse celebrare, se non la vittoria, almeno grandi trionfi; che Parigi, che l’esercito, che gran parte delle provincie avrebbero votato per esso. Il capo della Montagna, Ledru-Rollin, venne eletto da tre dipartimenti; una vittoria, che non fu riportata da alcun capo del partito dell’ordine, da alcun nome del partito propriamente proletario. Tale elezione ci svela l’enigma del partito democratico-socialista. Se la Montagna, questa avanguardia parlamentare della piccola borghesia democratica, era forzata da una parte ad allearsi coi dottrinarî socialisti del proletariato — ed il proletariato, forzato a rifarsi con vittorie intellettuali della spaventosa disfatta materiale del giugno e dall’evoluzione delle rimanenti classi, mantenuto tuttora nell’incapacità d’afferrare la dittatura rivoluzionaria, doveva gettarsi in braccio ai dottrinarî della sua emancipazione, ai fondatori di sette socialiste, — dall’altra parte i contadini rivoluzionarî, l’esercito, le provincie si ponevano dietro la Montagna, che divenne così la condottiera nel campo dell’esercito rivoluzionario, avendo eliminato, in seguito all’intesa coi socialisti, ogni antagonismo nel partito rivoluzionario. Nell’ultima metà della vita della Costituente, essa ne aveva assunto il pathos repubblicano, facendo dimenticare i suoi peccati durante il governo provvisorio, durante la Commissione esecutiva, durante le giornate di giugno. A misura che il partito del National, in consonanza al suo mezzo carattere, lasciavasi comprimere dal ministero realista, il partito della Montagna, abbandonato in un canto durante l’onnipotenza del National, si rialzava e si faceva valere quale rappresentante parlamentare della rivoluzione. In fatto, il partito del National non aveva da schierare contro le altre frazioni realiste più che personalità ambiziose ed illusioni idealiste. Il partito della Montagna, all’incontro, rappresentava una massa oscillante tra la borghesia ed il proletariato, gli interessi materiali della quale reclamavano istituzioni democratiche. Di fronte perciò ai Cavaignac ed ai Marrast, Ledru-Rollin e la Montagna si trovavano nella verità della rivoluzione ed attingevano dalla coscienza di tale situazione tanto maggior animo, quanto più la manifestazione dell’energia rivoluzionaria era circoscritta ad incidenti parlamentari, a presentazioni di atti d’accusa, ad intimazioni, ad ingrossamenti di voce, a discorsi reboanti, ad esagerazioni, che non si spingevano ad di là della frase. I contadini si trovavano a un dipresso nella medesima situazione dei piccoli borghesi, avendo a un dipresso le medesime rivendicazioni sociali da porre innanzi. Tutti i ceti medî della società, una volta cacciati entro il movimento rivoluzionario, dovevano necessariamente trovare in Ledru-Rollin il loro eroe; Ledru-Rollin era il personaggio della piccola borghesia democratica. In opposizione al partito dell’ordine, dovevano, immediatamente di poi, essere sospinti in prima fila i riformatori di quest’ordine, metà conservatori, metà rivoluzionarî e in tutto utopisti.