III. Dal 13 giugno 1849 al 10 marzo 1850. (Dal fascicolo III).

Il 20 dicembre la testa di Giano della repubblica costituzionale non aveva ancora mostrato che una sola faccia, la faccia esecutiva, coi tratti scialbi ed insipidi di Luigi Bonaparte; il 29 maggio mostrò la seconda faccia, la legislativa, cosparsa delle stimmate lasciatevi dalle orgie della ristorazione e della monarchia di luglio. Coll’Assemblea nazionale legislativa compievasi il fenomeno della repubblica costituzionale, cioè della forma repubblicana dello Stato, nella quale è costituito il dominio della classe borghese, il dominio comune, quindi, d’ambedue le grandi frazioni realiste componenti la borghesia francese, dei legittimisti ed orleanisti coalizzati, del «partito dell’ordine». Nel tempo stesso che la repubblica francese passava per tal modo in proprietà alla coalizione, ai partiti realisti, la coalizione europea delle potenze controrivoluzionarie intraprendeva una crociata generale contro le ultime posizioni di rifugio delle rivoluzioni di marzo. La Russia invase l’Ungheria, la Prussia marciò contro l’esercito costituzionale e Oudinot bombardò Roma. La crisi europea tendeva evidentemente verso un polo decisivo; gli occhi di tutta Europa si rivolgevano su Parigi e gli occhi di tutta Parigi sull’Assemblea legislativa.

Alla tribuna di questa salì alli 11 giugno Ledru-Rollin. Non tenne un discorso; formulò una requisitoria contro i ministri, nuda, senza fronzoli, oggettiva, concisa, violenta.

L’attacco a Roma è un attacco alla Costituzione, l’attacco alla repubblica romana un attacco alla repubblica francese. L’articolo V della Costituzione suona: «La repubblica francese non adopera mai le proprie forze combattenti contro la libertà di qualsivoglia popolo» — ed il presidente adopera l’esercito francese contro la libertà romana. L’articolo IV della Costituzione vieta al potere esecutivo di dichiarare ovunque una guerra, senza l’assenso dell’Assemblea nazionale. La deliberazione della Costituente dell’8 maggio impone espressamente ai ministri di ricondurre al più presto la spedizione romana alla sua destinazione originaria, proibisce quindi loro non meno espressamente la guerra contro Roma, — ed Oudinot bombarda Roma. Così evocò Ledru-Rollin la Costituzione stessa quale testimone a carico contro Bonaparte ed i suoi ministri. Egli, il tribuno della Costituzione, lanciò alla maggioranza realista dell’Assemblea nazionale questa minacciosa dichiarazione: «I repubblicani sapranno provvedere al rispetto della Costituzione con tutti i mezzi, sia pure colla forza delle armi!» — «Colla forza delle armi!», replicò l’eco centuplicata della Montagna. La maggioranza rispose con un tumulto spaventoso, il presidente dell’Assemblea nazionale richiamò Ledru-Rollin all’ordine, Ledru Rollin ripetè la dichiarazione provocatrice e depose, da ultimo, sul tavolo presidenziale la proposta di mettere Bonaparte ed i suoi ministri in istato d’accusa. Con 361 contro 203 voti, l’Assemblea nazionale deliberò di passare, pel bombardamento di Roma, all’ordine del giorno puro e semplice.

Credeva Ledru-Rollin di poter battere l’Assemblea nazionale colla Costituzione, il presidente coll’Assemblea nazionale?

La Costituzione certamente vietava ogni attacco alla libertà di popoli stranieri, ma ciò che l’esercito francese attaccava a Roma era, secondo il ministero, non la «libertà», bensì il «dispotismo dell’anarchia». Non aveva ancora compreso la Montagna, a dispetto di tutte le esperienze nell’Assemblea costituente, che la interpretazione della Costituzione non ispettava a coloro che l’avevano fatta, ma solamente oramai a coloro che l’avevano accettata? Che il suo testo doveva venire inteso in un senso che la tenesse in vita e che il senso borghese era l’unico che potesse tenerla in vita? Che Bonaparte e la maggioranza realista dell’Assemblea nazionale erano gli interpreti naturali della Costituzione, come il prete è l’interprete naturale della Bibbia ed il giudice l’interprete naturale della legge? Poteva l’Assemblea nazionale, uscita appunto allora allora dal grembo delle elezioni generali, sentirsi vincolata dalla disposizione testamentaria della defunta Costituente, la cui volontà, mentr’era in vita, era stata spezzata da un Odilon Barrot? Mentre Ledru-Rollin si richiamava alla risoluzione della Costituente dell’8 maggio, aveva egli dimenticato che dalla medesima Costituente era stata rigettata, alli 11 maggio, la sua prima proposta di messa in istato d’accusa di Bonaparte e dei suoi ministri, erano stati assolti il presidente ed i ministri, era stato così sanzionato come «costituzionale» l’attacco su Roma; aveva egli dimenticato che il suo non era che un appello contro un giudizio già deciso e che, finalmente, egli appellava dalla Costituente repubblicana alla Legislativa realista? È la Costituzione stessa, che chiama l’insurrezione in aiuto, quando, in uno speciale articolo, invita ciascun cittadino a difenderla. Di quest’articolo facevasi forte Ledru-Rollin. Ma non sono forse, in pari tempo, organizzati a difesa della Costituzione i pubblici poteri e la violazione della Costituzione non incomincia essa solo dal momento, in cui l’uno dei pubblici poteri costituzionali si ribella contro l’altro? Ed il presidente della repubblica, i ministri della repubblica, l’Assemblea nazionale della repubblica si trovavano in completa armonia.

Ciò che tentava la Montagna nell’11 giugno era «un’insurrezione entro i confini della ragion pura», cioè un’insurrezione prettamente parlamentare. La maggioranza dell’Assemblea doveva, intimidita dalla prospettiva d’un’insurrezione armata delle masse popolari, infrangere in Bonaparte e nei ministri la sua propria potenza ed il significato della sua propria elezione. Non aveva la Costituente tentato egualmente di cassare l’elezione di Bonaparte, allorquando insisteva con tanta ostinazione pel congedo del ministero Barrot-Falloux?

Nè al tempo della Convenzione erano mancati i precedenti d’insurrezioni parlamentari, che avevano d’improvviso rovesciate dalle basi le proporzioni della maggioranza e della minoranza — e non doveva riescire alla giovane Montagna ciò ch’era riescito alla vecchia? — nè le contingenze del momento apparivano sfavorevoli ad un’impresa di tal fatta. La sovreccitazione popolare aveva raggiunto in Parigi un grado di tensione, che dava da pensare; l’esercito sembrava non ben disposto verso il governo, a giudicarne dai suoi voti nelle elezioni; la maggioranza legislativa stessa era ancor troppo giovane per aver potuto consolidarsi ed era, nello stesso tempo, composta di gente in età. Se alla Montagna fosse riescita un’insurrezione parlamentare, il timone dello Stato veniva, senz’altro, a caderle nelle mani. Dal canto suo, la piccola borghesia democratica, come sempre, nulla desiderava più ardentemente che di vedere combattuta la lotta al disopra delle sue teste, nelle nubi, fra gli spiriti solitarî del Parlamento. Infine ambedue, la piccola borghesia democratica e la Montagna sua rappresentante, avrebbero, con un’insurrezione parlamentare, raggiunto il loro grande fine, quello di spezzare la potenza della borghesia, senza scatenare il proletariato, oppure non lasciandolo affacciarsi nello sfondo; il proletariato sarebbe stato utilizzato, senza ch’esso divenisse pericoloso.

Dopo il voto dell’Assemblea nazionale dell’11 giugno, ebbe luogo un convegno tra alcuni membri della Montagna ed i delegati delle Società operaie segrete. Questi ultimi incalzavano perchè si avesse a menar le mani già in quella sera stessa. La Montagna rigettò risolutamente la proposta. A nessun prezzo essa voleva lasciarsi tôr di pugno la direzione; i suoi alleati le erano sospetti non meno degli avversarî, ed a ragione. Il ricordo del giugno 1848 aleggiava, più vivo che mai, nelle file del proletariato parigino. Tuttavia questo era incatenato all’alleanza colla Montagna, che rappresentava la maggior parte dei dipartimenti, spingeva la propria influenza fin nell’esercito, disponeva della parte democratica della guardia nazionale, aveva la potenza morale della bottega dietro di sè. Incominciare l’insurrezione in questo momento contro il volere di essa, significava pel proletariato, decimato per giunta dal colera, cacciato fuor di Parigi in massa ragguardevole dalla disoccupazione, ripetere senz’utilità le giornate del giugno 1848, mentre mancava la situazione di fatto, che aveva spinto alla lotta estrema. I delegati proletarî adottarono l’unica decisione che fosse ragionevole. Obbligarono la Montagna a compromettersi, cioè ad escir fuori dai confini della lotta parlamentare, nel caso in cui il suo atto d’accusa venisse respinto. Durante tutto il 13 giugno, il proletariato mantenne lo stesso posto di scettica osservazione e stette in aspettativa d’una mischia ingaggiata seriamente, irretrattabile, fra la guardia nazionale democratica e l’esercito, per indi precipitare sè stesso nella lotta e sospingere la rivoluzione al di là dello scopo piccolo borghese, che essa celava in sè. Per l’eventualità della vittoria, era già formata la Comune proletaria, che doveva affacciarsi accanto al Governo ufficiale. Gli operai parigini avevano imparato alla scuola sanguinosa del giugno 1848.

Il 12 giugno, fu lo stesso ministro Lacrosse, che presentò all’Assemblea legislativa la proposta di passar tosto alla discussione dell’atto d’accusa. Durante la notte, il governo aveva preso tutte le disposizioni per la difesa e per l’attacco; la maggioranza dell’Assemblea nazionale era risoluta a spingere la minoranza ribelle sulla strada; la minoranza stessa non poteva più ritirarsi; il dado era tratto; 377 voti contro 8 respinsero l’atto d’accusa; la Montagna, ch’erasi astenuta, si rovesciò rumoreggiando nelle sale di progaganda della «Democrazia pacifica», negli uffici giornalistici della Démocratie pacifique.

Il suo allontanamento dal palazzo parlamentare ne spezzò la forza, come l’allontanamento dalla terra aveva spezzata la forza d’Anteo, suo figlio gigante. Sansoni negli ambienti dell’Assemblea legislativa, coloro non erano più che «filistei» negli ambienti della «Democrazia pacifica». Si svolse una discussione lunga, rumorosa, disordinata. La Montagna era decisa a strappare il rispetto alla Costituzione con tutti i mezzi, «eccetto che colla forza delle armi». In tale decisione le venne l’appoggio d’un manifesto e d’una deputazione degli «amici della Costituzione». «Amici della Costituzione», così chiamavansi gli avanzi della consorteria del National, del partito repubblicano-borghese. Mentre dei suoi rappresentanti parlamentari ancor rimasti, sei avevano votato contro, gli altri tutti quanti a favore del rigetto dell’atto d’accusa, mentre Cavaignac metteva a disposizione del partito dell’ordine la sua spada, la maggioranza extra-parlamentare della consorteria aveva afferrato avidamente questo pretesto per cavarsi fuori dalla sua situazione di paria politico e per cacciarsi entro le file del partito democratico. Non apparivano essi i naturali scudieri di questo partito, che celavasi dietro il loro scudo, dietro il loro principio, dietro la Costituzione?

Fino all’alba, il «monte» ebbe le doglie del parto. Ciò ch’ei partorì fu «un proclama al popolo», che nel mattino del 13 giugno prese un posto più o meno vergognoso in due giornali socialisti. Vi si dichiaravano il presidente, i ministri, la maggioranza l’assemblea legislativa «fuori della costituzione» (hors la constitution) e vi si faceva appello alla guardia nazionale, all’esercito e, nella chiusa, anche al popolo, perchè «si sollevassero». «Viva la Costituzione!» era la parola d’ordine ivi impartita; parola d’ordine che altro non significava se non «abbasso la rivoluzione!»

Al proclama costituzionale della Montagna rispose, nel 13 giugno, una così detta «dimostrazione pacifica», cioè una processione dei piccoli borghesi attraverso le strade dal Château d’Eau pei boulevards; 30 mila uomini, in massima parte guardie nazionali, disarmati, frammischiati con membri delle società operaie segrete, riversantisi macchinalmente, glacialmente al grido: «Viva la Costituzione!», trattenuti dai rimorsi di coscienza dei membri stessi del corteo e ributtati ironicamente dall’eco del popolo ondeggiante sui marciapiedi. In quel canto a più voci mancava la voce di petto. Ed allorquando il corteo piegò dinanzi al palazzo delle sedute degli «amici della Costituzione», ed al frontone dell’edificio apparve un mercenario araldo della Costituzione, che col cappello da claqueur trinciava violentemente l’aria, facendo piombare da un enorme polmone a mo’ di gragnuola la parola stereotipata: «Viva la Costituzione!» addosso alle teste dei pellegrini, sembrò che anche questi per un istante si sentissero sopraffatti dalla comicità della situazione. È noto come il corteo, giunto allo sbocco della rue de la Paix, venne accolto nei boulevards in modo tutt’affatto antiparlamentare dai dragoni e cacciatori di Changarnier, e si sbandò in un batter di ciglio e gittando dietro a sè, con parsimonia, il grido «all’armi» solo, oramai, per compire l’appello all’armi parlamentare dell’11 giugno.

La maggioranza della Montagna, adunata nella rue du Hazard, si dileguò allorchè quel violento sbaraglio della processione pacifica, allorchè sorde dicerie di cittadini inermi uccisi sui boulevards, allorchè il crescente tumulto delle strade sembrarono annunciare lo avvicinarsi d’una sommossa. Ledru-Rollin, alla testa d’un’esigua schiera di deputati, salvò l’onore della Montagna. Sotto la protezione dell’artiglieria parigina, ch’erasi riunita nel Palais National, si recarono alla volta del Conservatoire des arts et métiers, ove dovevano entrare la quinta e la sesta legione della guardia nazionale. Ma i montagnardi attesero invano la quinta e sesta legione; queste previdenti guardie nazionali lasciarono nell’impiccio i loro rappresentanti, la stessa artiglieria parigina impedì al popolo di impiantar barricate, una confusione caotica rese impossibile qualsiasi risoluzione, le truppe s’avanzarono a baionetta abbassata, una parte dei rappresentanti fu fatta prigioniera, un’altra si salvò. Così terminò il 13 giugno.

Come il 23 giugno 1848 era stato l’insurrezione del proletariato rivoluzionario, così il 13 giugno 1849 fu l’insurrezione dei piccoli borghesi democratici; ciascuna di queste due insurrezioni fu l’espressione classicamente netta della classe, che le aveva sostenute.

Fu solamente a Lione che si venne ad un conflitto ostinato, sanguinoso. Qui, dove la borghesia industriale ed il proletariato industriale stanno in diretto antagonismo, dove il movimento operaio non è assorbito e determinato, come in Parigi, dal movimento generale, il 13 giugno perdette, ripercotendosi qui, il suo carattere originario. Altrove, nelle provincie, scoppiò senza incendio — fu un fulmine mancato.

Il 13 giugno chiude il primo periodo di vita della repubblica costituzionale, la quale il 29 maggio 1849, al riunirsi dell’Assemblea legislativa, aveva raggiunto una proprio esistenza normale. Tutta la durata di questo prologo è riempiuta dalla lotta rumorosa fra il partito dell’ordine e la Montagna, fra la borghesia e la piccola borghesia, invano drizzantesi quest’ultima contro il consolidamento della repubblica borghese, per la quale ella stessa aveva cospirato senza interruzione nel governo provvisorio e nella Commissione esecutiva e per la quale, durante le giornate di giugno, erasi battuta fanaticamente contro il proletariato. Il 13 giugno ne spezza l’opposizione, rendendo la dittatura legislativa dei realisti riuniti un fatto compiuto. Da quest’istante l’assemblea nazionale non è oramai che un Comitato di salute pubblica del partito dell’ordine.

Parigi aveva messo il presidente, i ministri e la maggioranza in «istato d’accusa»; questi misero Parigi in «istato d’assedio». La Montagna aveva dichiarata la maggioranza dell’assemblea legislativa «fuori dalla Costituzione»; la maggioranza consegnò alla haute cour, per violazione della Costituzione, la Montagna, proscrivendo tutto quanto essa aveva di ancor vitale. La si decimò in modo da ridurla a un torso senza testa e senza cuore. La minoranza era andata sino al tentativo di un’insurrezione parlamentare; la maggioranza elevò a legge il proprio dispotismo parlamentare. Decretò un nuovo regolamento interno, che abolisce la libertà della tribuna ed autorizza il presidente a punire, per violazione dell’ordine, i rappresentanti colla censura, con multe, con privazione dell’indennità, con temporanea espulsione, col carcere. Sul torso della Montagna essa sospendeva, in luogo della spada, lo staffile. Il resto dei deputati della Montagna avrebbe soddisfatto al proprio onore, uscendo in massa. Un simile atto avrebbe affrettato lo scioglimento del partito dell’ordine. Questo avrebbe dovuto sminuzzarsi nelle parti che lo componevano originariamente, quando anche l’apparenza di un’opposizione fosse mancata a tenerlo insieme.

Unitamente alla potenza parlamentare, i piccoli borghesi vennero a perdere la potenza armata in seguito allo scioglimento dell’artiglieria parigina e delle legioni 8, 9 e 12 della guardia nazionale. Al contrario, la legione dell’alta finanza, che nel 13 giugno aveva dato l’assalto alle tipografie di Boulé e Roux, fracassando i torchi, devastando gli uffici dei giornali repubblicani, arrestando arbitrariamente redattori, compositori, tipografi, amministratori, fattorini, meritò una incoraggiante approvazione dall’alto della tribuna. Su tutta la superficie della Francia si ripetè lo scioglimento delle guardie nazionali sospette di repubblicanismo.

Nuova legge sulla stampa, nuova legge sulle associazioni, nuova legge sullo stato d’assedio, le carceri di Parigi riboccanti, i profughi politici perseguitati, tutti i giornali oltrepassanti i limiti del National sospesi, Lione ed i cinque dipartimenti circostanti abbandonati alle brutali vessazioni del dispotismo militare, i tribunali onnipresenti, l’esercito degli impiegati, epurato già tante volte, nuovamente epurato, — questi furono gl’ineluttabili e sempre incorrenti metodi della reazione vittoriosa, meritevoli di menzione dopo i massacri e le deportazioni del giugno, solo perciò che questa volta vennero diretti non unicamente contro Parigi, ma anche contro i dipartimenti, non unicamente contro il proletariato, ma sovratutto contro le classi medie.

Le leggi di repressione, mediante le quali la proclamazione dello stato d’assedio venne affidata al beneplacito del governo, la stampa ancor più strettamente imbavagliata ed il diritto d’associazione abolito, assorbirono interamente l’attività legislativa dell’Assemblea nazionale durante i mesi di giugno, luglio ed agosto.

La caratteristica tuttavia di quest’epoca sta non già nell’essersi la vittoria sfruttata in fatto, ma nell’essersi sfruttata in principio, non già nelle deliberazioni dell’Assemblea nazionale, ma nella motivazione di queste deliberazioni, non nella cosa, ma nella frase, anzi non nella frase, ma nell’accento e nei gesti, che danno vita alla frase. L’esprimersi sfacciato, impudente del sentimento realista, l’insulto sprezzantemente aristocratico contro la repubblica, il chiacchierìo civettuolo e frivolo intorno agli intenti d’una ristorazione, in una parola la diffamazione millantatrice contro la sosta repubblicana, danno a questo periodo un tono ed un colorito particolari. «Viva la Costituzione!» era stato il grido di guerra dei vinti del 13 giugno. I vincitori venivano adunque ad essere svincolati dall’ipocrisia del linguaggio costituzionale, ossia del linguaggio repubblicano. La controrivoluzione aveva sottomesso Ungheria, Italia, Germania, ed essi credevano la ristorazione già alle porte di Francia. Ne derivò una vera concorrenza tra i capo-ridda delle frazioni dell’ordine nel documentare per mezzo del Moniteur il loro realismo e nel confessarsi dei loro eventuali peccati di liberalismo commessi sotto la monarchia, nel farne ammenda e nell’implorarne il perdono davanti a Dio ed agli uomini. Non iscorreva giorno, senza che la rivoluzione di febbraio venisse alla tribuna dell’Assemblea nazionale dichiarata una calamità pubblica, senza che un qualsiasi nobiluccio legittimista, piantatore provinciale di cavoli, constatasse di non aver mai riconosciuto la repubblica, senza che uno dei vili disertori e traditori della monarchia di luglio narrasse i postumi atti eroici, che unicamente la filantropia di Luigi Filippo od altri contrattempi gli avevano impedito di compiere. Ciò che doveva ammirarsi nelle giornate di febbraio non era già la magnanimità del popolo vittorioso, bensì l’abnegazione e la moderazione dei realisti, che gli avevano permesso di vincere. Un rappresentante del popolo propose che parte dei denari destinati a soccorrere i feriti di febbraio venisse erogata alle guardie municipali, che sole in quella giornata avevano bene meritato della patria. Un altro voleva si decretasse al duca d’Orleans una statua equestre sulla piazza del Caroussel. Thiers diceva della Costituzione ch’era un pezzo di carta sporca. Comparvero per turno, alla tribuna, orleanisti a riprovare la loro cospirazione contro la monarchia legittima, legittimisti a rimproverare a sè stessi d’avere, insorgendo contro la monarchia illegittima, affrettato la caduta della monarchia in genere, Thiers che si pentiva dei suoi intrighi contro Molé, Molé dei suoi intrighi contro Guizot, Barrot dei suoi intrighi contro tutti e tre. Il grido: «Viva la repubblica democratico-sociale!» venne dichiarato incostituzionale, il grido: «Viva la repubblica!» processato come democratico-sociale. Nell’anniversario della battaglia di Waterloo, un rappresentante dichiarò: «Io temo meno l’invasione dei prussiani che non l’entrata dei profughi rivoluzionarî in Francia». Ai lamenti sul terrorismo, che dicevasi organizzato a Lione e nei dipartimenti attigui, Baraguay d’Hilliers rispose: «Io preferisco il terror bianco al terror rosso». (J’aime mieux la terreur blanche que la terreur rouge). E l’Assemblea batteva le mani, approvando con frenesia quante volte dalle labbra dei suoi oratori cadeva un epigramma contro la repubblica, contro la rivoluzione, contro la Costituzione, per la monarchia, per la Santa Alleanza. Ogni strappo alle più minute formalità repubblicane, ad esempio a quella d’apostrofare i rappresentanti con: citoyens, entusiasmava i cavalieri dell’ordine.

Le elezioni suppletorie di Parigi dell’8 giugno, compiute sotto l’influenza dello stato d’assedio e dell’astensione dall’urna di gran parte del proletariato, la presa di Roma fatta dall’esercito francese, l’ingresso in Roma delle Eminenze rosse, coll’inquisizione ed il terrorismo monacale alla coda, furono nuove vittorie da aggiungere alla vittoria del giugno ed aumentarono ancor più l’ubbriacatura del partito dell’ordine.

Finalmente alla metà d’agosto i realisti, parte nell’intento di assistere ai Consigli dipartimentali appunto allora convocati, parte spossati dall’orgia di tante tendenze durata più mesi, decretarono una proroga di due mesi dell’Assemblea nazionale. Una Commissione di venticinque rappresentanti, il fior fiore dei legittimisti ed orleanisti, un Molé, un Changarnier, furono da essi lasciati, con trasparente ironia, in qualità di sostituti dell’Assemblea nazionale e di custodi della repubblica. L’ironia era più profonda di quel che essi sospettassero. La storia, che li aveva condannati ad aiutare la demolizione della monarchia da essi amata, li destinava a conservare la repubblica, che odiavano.

Colla proroga dell’Assemblea legislativa si chiude il secondo periodo di vita della repubblica costituzionale, il suo periodo realista sguaiato.

Lo stato d’assedio di Parigi veniva nuovamente revocato; la stampa ripigliava la propria azione. Durante la sospensione dei fogli democratico-sociali, durante il periodo della legislazione repressiva e dei bagordi realisti, si repubblicanizzò il Siècle, l’antico rappresentante letterario dei piccoli borghesi monarchico-costituzionali, sì democratizzò la Presse, l’antica portavoce letteraria dei riformisti borghesi, si socializzò il National, l’antico organo classico dei repubblicani borghesi.

Le società segrete crebbero in estensione ed intensità, a misura che i clubs pubblici divenivano impossibili. Le associazioni d’operai industriali, tollerate come prette corporazioni commerciali, senza valore economico, divennero politicamente altrettanti mezzi d’allacciamento del proletariato. Il 13 giugno aveva tagliato ai diversi partiti semirivoluzionari le teste ufficiali; le masse superstiti seppero ritrovare la loro propria testa. I cavalieri dell’ordine avevano intimidito col predicare il terrore della repubblica rossa; i volgari eccessi, gli orrori iperborei della controrivoluzione vittoriosa in Ungheria, nel Baden, in Roma, servirono a far apparire la «repubblica rossa» candida come neve. E le malcontente classi intermedie della società francese incominciarono a preferire le promesse della repubblica rossa, col suo terrore problematico, al terrore della monarchia rossa, che chiudeva positivamente l’adito a qualunque speranza. Non v’era socialista, che in Francia facesse maggior propaganda rivoluzionaria di Haynau. À chaque capacité selon ses œuvres!

Frattanto Luigi Bonaparte profittava delle ferie dell’Assemblea nazionale per far viaggi principeschi nelle provincie, i legittimisti di sangue caldo pellegrinavano alla volta d’Ems presso il nipote di San Luigi, e la massa dei rappresentanti del popolo amici dell’ordine intrigava nei Consigli dipartimentali, che allora allora eransi adunati. Si trattava di far loro pronunciare ciò che la maggioranza dell’Assemblea nazionale ancora non aveva osato pronunciare, la proposta d’urgenza di un’immediata revisione della Costituzione. Giusta il suo testo, la Costituzione avrebbe potuto rivedersi appena nel 1852, da un’assemblea nazionale convocata specialmente a tal fine. Ma una volta la maggioranza dei Consigli dipartimentali si fosse pronunciata in quel senso, non avrebbe dovuto l’Assemblea nazionale sagrificare al voto della Francia la verginità della Costituzione? L’Assemblea nazionale ripromettevasi da queste assemblee provinciali ciò che le monache della Henriade di Voltaire si ripromettevano dai Panduri. Ma le Putifarri dell’Assemblea nazionale avevano a che fare, salve alcune eccezioni, con altrettanti Giuseppe delle provincie. L’enorme maggioranza non volle saperne dell’importuna sollecitazione. La revisione della Costituzione venne spacciata da quegli stessi stromenti, che dovevano darle vita, dai voti dei Consigli dipartimentali. La voce della Francia, e cioè della Francia borghese, aveva parlato ed aveva parlato contro la revisione.

Nel principio d’ottobre, il Consesso legislativo si adunò nuovamente, — quantum mutatus ab illo! La fisionomia ne era affatto cangiata. L’inaspettato rigetto della revisione da parte dei Consigli dipartimentali l’aveva ricacciato entro i limiti della Costituzione e spinto al di là dei limiti della durata della propria vita. Gli orleanisti eransi fatti diffidenti in seguito ai pellegrinaggi dei legittimisti ad Ems, i legittimisti erano divenuti sospettosi a cagione delle trattative degli orleanisti con Londra, i giornali d’entrambe le frazioni avevano soffiato nel fuoco, pesando i titoli reciproci dei loro pretendenti. Orleanisti e legittimisti uniti erano imbronciati pegli intrighi dei bonapartisti, manifestantisi nei viaggi principeschi, nei tentativi, del presidente più o meno trasparenti di emanciparsi, nel linguaggio altezzoso delle gazzette bonapartiste; Luigi Bonaparte era imbronciato verso un’Assemblea nazionale, che trovava giusta solamente la cospirazione legittimista-orleanista, verso un ministero, da cui era tradito in permanenza a pro di quest’Assemblea nazionale. Il ministero, infine, era scisso nel suo stesso seno riguardo alla politica romana ed all’imposta sul reddito progettata dal ministro Passy e diffamata dai conservatori come socialista.

Una delle prime proposte del ministero Barrot alla Legislativa riconvocata fu la domanda d’un credito di 300 mila franchi per pagamento dell’assegno vedovile della duchessa d’Orléans. L’Assemblea nazionale l’approvò, aggiungendo nel libro del debito della nazione francese una somma di sette milioni di franchi. Mentre così Luigi Filippo continuava, con successo, a far la parte del pauvre honteux, del povero vergognoso, nè il ministero s’avventurava a proporre l’aumento dell’assegno a Bonaparte, nè l’Assemblea sembrava proclive ad assentirlo. E Luigi Bonaparte oscillava, come eragli sempre accaduto, nel dilemma: Aut Cæsar aut Clichy!

Una seconda domanda di credito del ministro, di nove milioni di franchi per le spese della spedizione romana, aumentò la tensione tra Bonaparte da un lato ed i ministri e l’Assemblea nazionale dall’altro. Luigi Bonaparte aveva fatto inserire nel Moniteur una lettera al suo ufficiale d’ordinanza Edgar Ney, nella quale impegnava il governo papale a guarentigie costituzionali. Dal canto suo il papa aveva emanato un motu proprio, in cui respingeva qualsiasi limitazione del dominio restaurato. La lettera di Bonaparte veniva a sollevare con voluta indiscrezione la tenda del suo gabinetto, esponendo lui agli sguardi della galleria come un genio benevolo, ma incompreso e legato in casa propria Non era la prima volta ch’ei civettava coi «furtivi colpi d’ala di un’anima libera». Thiers, relatore della Commissione, ignorava completamente il colpo d’ala di Bonaparte e s’accontentava di tradurre in francese l’allocuzione papale. Non il ministero, ma Vittor Hugo fu colui che cercò di salvare il presidente con un ordine del giorno, in cui l’Assemblea nazionale doveva esprimere il proprio assentimento alla lettera di Napoleone. Allons donc! allons donc!; fu questa l’interiezione irriverentemente frivola, con cui la maggioranza seppellì la proposta di Hugo. La politica del presidente? La lettera del presidente? Il presidente stesso? Allons donc!, allons donc! Chi diavolo piglia mai monsieur Bonaparte au sérieux? Credete voi, monsieur Vittor Hugo, che noi crediamo che voi crediate al presidente? Allons donc!, allons donc!

Finalmente la rottura fra Bonaparte e l’Assemblea nazionale venne affrettata dalla discussione sul richiamo degli Orléans e dei Borboni. In mancanza del ministero, il cugino del presidente, il figlio dell’ex re di Westfalia, aveva presentato questa proposta, che a null’altro mirava se non ad abbassare i pretendenti legittimisti ed orleanisti all’egual livello o, meglio ancora, al disotto del pretendente bonapartista, che almeno stava di fatto al sommo dello Stato.

Napoleone Bonaparte ebbe sufficiente irriverenza da conglobare in un solo e medesimo progetto il richiamo delle famiglie reali espulse e l’amnistia degli insorti di giugno. L’indignazione della maggioranza lo costrinse a fare immediata ammenda di una miscela così sacrilega della santità e dell’infamia, delle razze reali e della genia proletaria, delle stelle fisse della società e dei suoi fuochi fatui; e l’obbligò ad assegnare a ciascuna delle due proposte il rango conveniente. Essa respinse con energia il richiamo della famiglia reale, e Berryer, il Demostene dei legittimisti, non lasciò sussistere dubbio sul significato di tal voto. La degradazione borghese dei pretendenti; è questo, a cui si mira! Si vuol spogliarli dell’aureola, dell’unica maestà, che sia loro rimasta, della maestà dell’esilio! Che cosa si penserebbe, esclamava Berryer, di quello tra i pretendenti che, dimentico della sua illustre origine, venisse qui a vivere da semplice cittadino! Non poteva dirsi in modo più chiaro a Luigi Bonaparte che la sua presenza non costituiva una vittoria per lui, avendone bisogno qui in Francia i realisti coalizzati come di «uomo neutrale» sullo scanno presidenziale, mentre i pretendenti serî della corona dovevano restar sottratti agli sguardi profani dalla nebbia dell’esilio.

Il 1.º novembre, Luigi Bonaparte rispose all’Assemblea con un messaggio, che notificava, in parole discretamente aspre, il congedo del ministero Barrot e la formazione d’un nuovo ministero. Il ministero Barrot-Falloux era stato il ministero della coalizione realista; il ministero d’Hautpoul fu il ministero di Bonaparte, l’organo del presidente contro l’Assemblea legislativa, il «ministero dei commessi».

Bonaparte non era più l’uomo semplicemente «neutrale» del 10 dicembre 1848. Il possesso del potere esecutivo gli aveva aggruppato intorno una serie di interessi; la lotta coll’anarchia aveva forzato il partito dell’ordine perfino ad aumentare l’influenza di lui, e se egli, Bonaparte, non era più popolare, il partito dell’ordine era impopolare. Quanto agli orleanisti e ai legittimisti, non poteva egli sperare di spingerli, grazie alla loro rivalità e in forza della necessità d’una ristorazione monarchica purchessia, al riconoscimento del pretendente «neutrale»?

Dal 1.º novembre 1849 data il terzo periodo di vita della repubblica costituzionale, periodo che si chiude col 10 marzo 1850. Di qui non comincia solamente il gioco regolare delle istituzioni costituzionali, tanto ammirato da Guizot, la bega tra il potere esecutivo ed il legislativo. Contro le velleità di ristorazione degli orleanisti e legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo della sua potenza di fatto, la repubblica; contro le velleità di ristorazione di Bonaparte, il partito dell’ordine difende il titolo del suo dominio collettivo, la repubblica; contro gli orleanisti i legittimisti e contro i legittimisti gli orleanisti difendono lo status quo, la repubblica. Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, di cui ciascuna ha in petto il proprio re e la propria ristorazione, fanno valere a vicenda, contro le velleità d’usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo della borghesia, la forma, entro cui le particolari rivendicazioni rimangono neutralizzate e riservate, — la repubblica.

Come Kant fa della repubblica, quale unica forma razionale dello Stato, un postulato della ragion pratica, la cui attuazione non verrà mai raggiunta, ma al cui raggiungimento devesi permanentemente tendere come a fine, tenendolo fisso nella mente, così facevano della monarchia questi realisti.

Per tal guisa la repubblica costituzionale, escita dalle mani dei repubblicani borghesi vuota formula ideologica, divenne nelle mani dei realisti coalizzati una forma piena di contenuto e di vita. E Thiers diceva il vero ben più ch’ei non sospettasse, allorquando esclamava: «Noi realisti siamo i veri sostegni della repubblica costituzionale.»

La caduta del ministero della coalizione, l’apparizione del ministero dei commessi, ha anche un altro significato. Il suo ministro delle finanze si chiamava Fould. Fould ministro delle finanze vuol dire l’ufficiale abbandono della ricchezza nazionale francese nelle mani della Borsa, vuol dire la gestione del patrimonio dello Stato per mezzo della Borsa e nell’interesse della Borsa. Colla nomina di Fould, l’aristocrazia finanziaria annunciava nel Moniteur la propria ristorazione. Tale ristorazione era il complemento necessario delle restanti ristorazioni, che formano altrettanti anelli nella catena della repubblica costituzionale.

Luigi Filippo non erasi mai arrischiato a fare ministro delle finanze un vero loup-cervier, un lupo di Borsa. Come la sua monarchia era stato il nome ideale del dominio dell’alta borghesia, così gli interessi privilegiati dovevano, nei suoi ministeri, portare nomi ideologicamente disinteressati. Fu la repubblica borghese, che sospinse dovunque in prima linea ciò che le diverse monarchie, la legittimista come l’orleanista, avevano tenuto nascosto nello sfondo. Essa tirò giù in questo mondo ciò che quelle avevano messo in cielo. Al posto dei nomi dei santi, essa pose i nomi propri borghesi degli interessi dominanti di classe.

In tutta la nostra esposizione è mostrato come la repubblica, a partire dal primo giorno della sua esistenza, nonchè minare, consolidasse l’aristocrazia finanziaria. Ma le concessioni, che si facevano a quest’ultima, erano un destino, a cui si doveva piegare, senza il proposito di portarlo a compimento. Con Fould l’iniziativa del governo tornò a cadere nelle mani dell’aristocrazia finanziaria.

Si chiederà come la borghesia coalizzata potesse sopportare e tollerare il dominio della finanza, che sotto Luigi Filippo riposava sull’esclusione o la subordinazione delle restanti frazioni borghesi.

La risposta è semplice.

Anzitutto l’aristocrazia finanziaria stessa forma una parte notevolmente preponderante della coalizione realista, il cui potere governativo collettivo chiamasi repubblica. Non sono forse i capi e le capacità degli orleanisti gli antichi alleati e complici dell’aristocrazia finanziaria? Ed essa medesima non è forse l’aurea falange dell’orleanismo? Per ciò che concerne i legittimisti, già sotto Luigi Filippo questi avevano preso parte attiva a tutte le orgie delle speculazioni delle Borse, delle miniere e delle ferrovie. Sovratutto l’unione della grande proprietà fondiaria coll’alta finanza è un fatto normale. N’è prova l’Inghilterra, n’è prova persino l’Austria.

In un paese come la Francia, dove l’entità della produzione nazionale sta in misura proporzionale enormemente più bassa dell’entità del debito nazionale, dove la rendita dello Stato costituisce l’oggetto più ragguardevole della speculazione e la Borsa il mercato principale per l’impiego del capitale, che voglia acquistar valore in modo improduttivo, in un paese siffatto è mestieri che un’innumerevole massa di gente di tutte le classi borghesi o semiborghesi partecipi al debito dello Stato, al gioco di Borsa, alla finanza. Tutti questi partecipanti subalterni non trovano essi i naturali appoggi e le proprie guide nella frazione, che difende quest’interesse nei suoi contorni più colossali, in lungo ed in largo?

La devoluzione del patrimonio dello Stato all’alta finanza da che è cagionato? Dall’indebitamento dello Stato, che cresce in permanenza. E l’indebitamento dello Stato? Dalla permanente eccedenza delle sue spese sovra le sue entrate, sproporzione ch’è, nello stesso tempo, la causa e l’effetto del sistema dei prestiti di Stato.

Per ovviare a tale indebitamento, lo Stato ha due vie. O deve limitare le proprie spese, cioè semplificare l’organismo governativo, scemarlo, possibilmente governare meno, possibilmente impiegare poco personale, possibilmente mettersi poco in rapporto colla società borghese. Questa via era impossibile pel partito dell’ordine, i cui mezzi di repressione, il cui immischiarsi ufficialmente nello Stato, la cui onnipresenza col mezzo di organi dello Stato, dovevano prender piede a misura che da maggior numero di punti partivano le minaccie al suo dominio ed alle condizioni di vita della sua classe. Non si può diminuire la gendarmeria in egual proporzione dell’aumentare degli attacchi alle persone ed alle proprietà.

Ovvero lo Stato deve cercare di abbandonare i debiti ed apportare un momentaneo, ma transitorio equilibrio nel bilancio, caricando imposte straordinarie sulle spalle delle classi più ricche. Doveva il partito dell’ordine, a fine di sottrarre la ricchezza nazionale allo sfruttamento della Borsa, immolare la propria ricchezza sull’altare della patria? Pas si bête!

Cosicchè, senza un totale capovolgimento dello Stato francese, non è possibile alcun capovolgimento della amministrazione dello Stato francese. Con tale amministrazione si ha necessariamente l’indebitamento dello Stato, e coll’indebitamento dello Stato si ha necessariamente il dominio del commercio del debito dello Stato, dei creditori dello Stato, dei banchieri, dei cambiovalute, dei lupi di Borsa. Un’unica frazione del partito dell’ordine prendeva parte diretta nel minare l’aristocrazia finanziaria: i fabbricanti. Non parliamo già dei medî, dei minori industriali; parliamo dei principi della fabbrica, i quali sotto Luigi Filippo avevano costituito la larga base dell’opposizione dinastica. Il loro interesse sta indubbiamente nella diminuzione del costo di produzione; ossia nella diminuzione delle imposte, che si trasfondono nella produzione; ossia nella diminuzione dei debiti dello Stato, i cui interessi si trasfondono nelle imposte; ossia nella distruzione dell’aristocrazia finanziaria.

In Inghilterra — ed i più grossi fabbricanti francesi sono piccoli borghesi raffrontati coi loro rivali inglesi — noi troviamo per davvero i fabbricanti, un Cobden, un Bright, alla testa della crociata contro la Banca e l’aristocrazia della Borsa. Perchè non in Francia? In Inghilterra è l’industria che predomina, in Francia l’agricoltura. In Inghilterra l’industria ha d’uopo del free trade, in Francia del dazio protettivo, del monopolio nazionale accanto agli altri monopolî. L’industria francese non padroneggia la produzione francese; gli industriali francesi, per conseguenza, non padroneggiano la borghesia francese. Per attuare il loro interesse contro le restanti frazioni della borghesia, essi non possono, come gli inglesi, mettersi all’avanguardia del movimento ed insieme spingere all’avanguardia il loro interesse di classe; essi devono mettersi in coda alla rivoluzione e servire interessi, che stanno in antagonismo cogli interessi complessivi della loro classe. Nel febbraio essi non avevano intuito la loro posizione; il febbraio aperse loro gli occhi. E chi dagli operai più direttamente minacciato di colui che dà il lavoro, del capitalista industriale? Così accadde necessariamente che il fabbricante divenisse in Francia un membro fanatico del partito dell’ordine. L’assottigliamento del suo profitto per opera della finanza, che cos’è mai al paragone dell’abolizione del profitto per opera del proletariato?

In Francia, il piccolo borghese fa ciò, che dovrebbe normalmente fare il borghese industriale, l’operaio fa ciò, che normalmente sarebbe il còmpito del piccolo borghese; e il còmpito dell’operaio, chi lo fa? Nessuno. In Francia non lo si fa; in Francia lo si proclama. Non lo si soddisfa anzi in nessun luogo entro i confini nazionali; la guerra di classe in seno alla società francese si allarga in una guerra mondiale, in cui le nazioni muovono l’una contro l’altra. Quel compito non comincia a esser soddisfatto se non nel momento, in cui per forza di una guerra mondiale il proletariato sia spinto alla testa del popolo, che è padrone del mercato mondiale: dell’Inghilterra. La rivoluzione, che quivi trova non già la sua fine, bensì il suo inizio organizzatore, non è adatto una rivoluzione dal fiato breve. L’attuale generazione rassomiglia agli ebrei, cui Mosè conduce attraverso il deserto. Essa non solamente deve conquistare un nuovo mondo, essa deve perire, per fare posto agli uomini, nati per un nuovo mondo.

Ma ritorniamo a Fould.

Nel 14 novembre 1849 Fould salì alla tribuna della Assemblea nazionale e svolse il suo sistema finanziario: Apologia dell’antico sistema d’imposte! Mantenimento dell’imposta sul vino! Ristabilimento dell’imposta sul reddito di Passy!

Anche Passy non era affatto un rivoluzionario: era un vecchio ministro di Luigi Filippo. Apparteneva ai puritani della forza di Dufaure ed ai più intimi confidenti di Teste, di questo capro espiatorio della monarchia di luglio.[2] Anche Passy aveva lodato l’antico sistema d’imposte e raccomandato il mantenimento dell’imposta sul vino, ma aveva, contemporaneamente, strappato il velo al deficit dello Stato. Egli aveva dimostrata la necessità d’una nuova imposta, della imposta sul reddito, ove non si volesse la bancarotta dello Stato. Fould, che aveva raccomandato a Ledru-Rollin la bancarotta dello Stato, raccomandò alla Legislativa il deficit dello Stato. Promise economie, il cui mistero fu più tardi rivelato nella diminuzione, ad esempio, delle spese per circa 60 milioni e nell’aumento del debito fluttuante per circa 200 milioni, — giochi di bussolotti nell’aggruppare le cifre, nell’esporre la resa dei conti, che venivano tutti, in definitiva, a riescire a nuovi prestiti.

Sotto Fould, l’aristocrazia finanziaria non si mostrò naturalmente, accanto alle restanti frazioni borghesi rivali, corrotta in modo così svergognato come sotto Luigi Filippo. Ma il sistema era il medesimo: continuo aumento dei debiti, dissimulazione del deficit. E col tempo l’antica vertigine della Borsa si sfogò più liberamente. Prova: la legge sulla ferrovia d’Avignone, le misteriose oscillazioni dei valori di Stato, che per un momento formarono il discorso quotidiano di tutta Parigi, infine le malandate speculazioni di Fould e di Bonaparte sulle elezioni del 10 marzo.

Colla ristorazione ufficiale dell’aristocrazia finanziaria, il popolo francese doveva bentosto ritrovarsi dinanzi ad un nuovo 24 febbraio.

La Costituente, in un attacco di misantropia verso la propria erede, aveva abolito l’imposta sul vino per l’anno del Signore 1850. Coll’abolizione di vecchie imposte non si potevano pagare nuovi debiti. Creton, un cretino del partito dell’ordine, aveva proposto il mantenimento dell’imposta sul vino ancor prima della proroga dell’Assemblea legislativa. Questa proposta venne raccolta da Fould, in nome del ministero bonapartista, e il 20 dicembre 1849, anniversario della proclamazione di Bonaparte, l’Assemblea nazionale decretò la ristorazione dell’imposta sul vino.

Non ad un finanziere, ma ad un capo gesuita, a Montalembert, toccò fare il prologo a questa ristorazione. Il suo ragionamento fu d’una semplicità stringente: L’imposta è il seno materno, a cui il governo si disseta. Ma il governo è tutt’uno cogli stromenti della repressione, cogli organi dell’autorità, coll’esercito, colla polizia, cogli impiegati, coi giudici, coi ministri, coi preti. L’attacco all’imposta è l’attacco degli anarchisti alle sentinelle dell’ordine, che difendono la produzione materiale ed intellettuale della società borghese contro gli attentati dei Vandali proletarî. L’imposta è il quinto dio, accanto alla proprietà, alla famiglia, all’ordine ed alla religione. E l’imposta sul vino è indiscutibilmente un’imposta e, per giunta, una imposta per nulla volgare, ma d’antica estrazione, di spirito monarchico, rispettabile. Vive l’impôt des boissons! Three cheers and one cheer more!

Il contadino francese, quando vuol dipingersi il diavolo sulla parete, lo dipinge in forma d’esattore delle imposte. Dall’istante in cui Montalembert ebbe elevato a dio l’imposta, il contadino divenne senza dio, ateo, e si gittò nelle braccia del diavolo, del socialismo. La religione dell’ordine l’aveva preso a gabbo, i gesuiti preso a gabbo, Bonaparte preso a gabbo. Il 20 dicembre 1849 aveva compromesso irrimediabilmente il 20 dicembre 1848. Il «nipote di suo zio» non era il primo della sua famiglia, che fosse battuto dall’imposta sul vino, da quest’imposta, la quale, giusta l’espressione di Montalembert, porta il maltempo della rivoluzione. Il vero, il grande Napoleone dichiarava a Sant’Elena che il ristabilimento dell’imposta sul vino aveva più di ogni altra causa contribuito alla sua caduta, poichè avevagli inimicato i contadini della Francia meridionale. Favorita dell’odio popolare già sotto Luigi XIV (vedi gli scritti di Boisguillebert e di Vauban), abolita dalla prima rivoluzione, Napoleone l’aveva ripristinata nel 1808, modificandone la forma. Allorquando la Ristorazione entrò in Francia, trottavano dinanzi a lei non i soli cosacchi, ma altresì le promesse d’abolizione dell’imposta sul vino. La gentilhommerie, naturalmente, non aveva bisogno di mantenere la parola alla gent taillable à merci et miséricorde. Il 1830 promise l’abolizione dell’imposta sul vino, come aveva promesso tutto il resto. Dalla Costituente infine, che nulla aveva promesso, era stata fatta, come si disse, una disposizione testamentaria, secondo la quale l’imposta sul vino doveva scomparire al 1.º gennaio 1850. E, proprio dieci giorni prima del 1.º gennaio 1850, la Legislativa la rimetteva in vigore, avvenendo così che il popolo le dava continuamente la caccia ma, buttatala fuori dalla porta, se la vedeva ricomparire dalla finestra.

L’odio popolare contro la tassa sul vino trova spiegazione nella circostanza che essa concentra in sè tutte le odiosità del sistema tributario francese. Il modo di riscossione ne è odioso, aristocratico il modo di ripartizione, essendo eguali le percentuali dell’imposta pei vini comuni e pei più costosi. Essa aumenta adunque in ragione geometrica della povertà dei consumatori; è un’imposta progressiva alla rovescia. Essa provoca, conseguentemente, il diretto avvelenamento delle classi lavoratrici, quasi premio sull’adulterazione e contraffazione dei vini. Essa diminuisce il consumo, mentre eleva dazî alle porte di tutte le città al disopra di 4000 abitanti, trasformando ciascuna città in un paese straniero con dazî protettivi contro il vino francese. I grandi commercianti di vino, ma più ancora i piccoli, i marchands de vins, le osterie, il cui profitto dipende immediatamente dal consumo del vino, sono altrettanti avversarî illuminati dell’imposta sul vino. E, finalmente, mentre fa diminuire il consumo, l’imposta sul vino toglie alla produzione il mercato di spaccio. Intanto ch’essa sottrae agli operai della città la possibilità di pagare il vino, sottrae ai viticultori la possibilità di venderlo. E la Francia conta una popolazione viticola di circa 12 milioni. Si concepisce quindi l’odio del popolo in generale, si concepisce il fanatismo speciale dei contadini contro l’imposta sul vino. Si aggiunga che, nel suo ripristino, questi non ravvisavano semplicemente un avvenimento isolato, più o meno accidentale. I contadini hanno un genere di tradizione storica loro particolare, che passa per eredità di padre in figlio; ora, in questa scuola storica si andava borbottando che ogni governo, fintanto che vuol ingannare i contadini, promette l’abolizione dell’imposta sul vino e, non appena ingannati i contadini, mantiene oppure rimette in vigore l’imposta sul vino. Nell’imposta sul vino il contadino fa quasi l’assaggio del sapore del governo, della costui tendenza. La ristorazione dell’imposta sul vino al 20 dicembre significava; Luigi Bonaparte è come gli altri; senonchè egli non era come gli altri, ma era una scoperta dei contadini, i quali colle migliaia di firme che coprivano le petizioni contro l’imposta sul vino, venivano a riprendersi i voti dati un anno prima al «nipote di suo zio».

La popolazione della campagna, cioè due buoni terzi dell’intera popolazione francese, è composta in massima parte di proprietarî fondiari così detti liberi. La prima generazione, sollevata gratuitamente dai pesi feudali nella rivoluzione del 1789, non aveva pagato prezzo alcuno per la terra. Ma le generazioni successive pagarono sotto forma di prezzo del terreno ciò, che i loro antenati semi-servi avevano pagato sotto forma di rendita, di decime, di prestazioni personali, ecc. Quanto più da una parte cresceva la popolazione, quanto più dall’altra parte si moltiplicava la divisione della terra, — tanto più rincarì il prezzo dell’appezzamento, che col diventar più piccolo fu più ricercato. Ma nella proporzione in cui s’elevò il prezzo pagato dal contadino per l’appezzamento, sia comperandolo direttamente, sia facendoselo capitalizzare nei conti coi suoi coeredi, nella stessa proporzione s’elevò di necessità l’indebitamento del contadino, ossia l’ipoteca. Il titolo di debito vincolante suolo e sottosuolo chiamasi ipoteca, cedola di pegno sul suolo e sottosuolo. Come sui poderi medioevali s’accumulavano i privilegi, così sui moderni appezzamenti le ipoteche. D’altro canto: nel sistema parcellare, la terra è pei suoi proprietarî un mero stromento di produzione. Ora, nella stessa misura, in cui il suolo e sottosuolo viene suddiviso, ne diminuisce la fertilità. L’applicazione delle macchine sul suolo e sottosuolo, la divisione del lavoro, i grandi mezzi di miglioramento della terra, quali l’impiego di canali scaricatori e d’irrigazione e simili, divengono sempre più impossibili, mentre le spese morte di cultura crescono in eguale proporzione della divisione degli stromenti stessi di produzione. Tutto questo, prescindendo dalla circostanza se il possessore dell’appezzamento possieda o no capitale. Ma, quanto più cresce la divisione, tanto più il podere forma, nel misero inventario, l’unico capitale del contadino parcellario, tanto più viene a cessare il capitale disponibile pel suolo e sottosuolo, tanto più vengono a mancargli terra, danaro e cultura per applicare i progressi dell’agronomia al suo campo, tanto più la cultura delle terre va deperendo. Infine, l’entrata netta diminuisce nell’egual proporzione in cui aumenta il consumo lordo, quando all’intera famiglia del contadino sono precluse altre occupazioni, senza che tuttavia essa ritragga dal possesso del fondo tanto da vivere.

Nella stessa misura, adunque, in cui la popolazione e con essa la divisione del suolo e sottosuolo s’accresce, rincara lo stromento di produzione, la terra, e ne scema la fertilità, decade l’agricoltura ed il contadino s’indebita. E ciò ch’era effetto diventa, a sua volta, causa. Ogni generazione ne lascia dietro a sè un’altra più indebitata, ogni nuova generazione incomincia in condizioni più sfavorevoli e pesanti, l’ipotecamento genera l’ipotecamento, e quando al contadino vien tolta la possibilità d’offrire nel suo appezzamento un pegno per nuovi debiti, cioè d’aggravarlo con nuove ipoteche, è nelle mani dell’usuraio ch’ei cade direttamente e di tanto più enormi diventano gli interessi usurarî.

Così avvenne che il contadino francese, sotto forma d’interessi per le ipoteche vincolanti la terra, sotto forma d’interessi per anticipazioni non ipotecate dall’usuraio, rinunci al capitalista non solo una rendita fondiaria, non solo il profitto industriale, non solo, in una parola, tutto il guadagno netto, ma persino una parte del salario del lavoro, precipitando per tal modo al livello dell’affittaiuolo irlandese, — e tutto ciò sotto pretesto d’essere proprietario privato.

Tale processo venne in Francia accelerato dal sempre crescente peso delle imposte e delle spese giudiziali, richieste in parte direttamente dalle formalità stesse, di cui la legislazione francese circonda la proprietà fondiaria, in parte dagli innumerevoli conflitti che nascono dalla molteplicità e dall’intrico dei confini dei piccoli fondi, in parte dalla smania di litigio dei contadini, presso i quali il godimento della proprietà si riduce alla fanatica constatazione della proprietà apparente, del diritto di proprietà.

Giusta un’esposizione statistica del 1840, il prodotto lordo del suolo e sottosuolo francese importava franchi 5.237.178.000. Ne vanno dedotti 3.552.000.000 fr. per spese di cultura, inclusovi il consumo degli uomini che lavorano. Rimane un prodotto netto di 1.685.178.000 fr., da cui bisogna sottrarre 550 milioni per interessi ipotecarî, 100 milioni per impiegati giudiziarî, 350 milioni per imposte e 107 milioni per diritti di registro, diritti di bollo, tasse ipotecarie, ecc. Rimane la terza parte del prodotto netto, 538 milioni; ripartita per capi sulla popolazione, nemmeno 25 fr. di prodotto netto. In questo calcolo non si trovano naturalmente riportati nè l’interesse extraipotecario, nè le spese per avvocati, ecc.

Si comprende la situazione dei contadini, allorchè la repubblica ebbe aggiunto loro altri nuovi pesi oltre gli antichi. Si vede che il loro sfruttamento differisce dallo sfruttamento del proletariato industriale unicamente quanto alla forma. Lo sfruttatore è il medesimo: il capitale. I singoli capitalisti sfruttano i singoli contadini coll’ipoteca o coll’usura, la classe capitalista sfrutta la classe dei contadini coll’imposta dello Stato. Il titolo di proprietà del contadino è il talismano, con cui il capitale potè fin qui esorcizzarlo, il pretesto col quale esso fin qui l’aizzò contro il proletariato industriale. Non v’ha che la rovina del capitale, che possa far rialzare il contadino; non v’ha che un governo anticapitalista, proletario, che possa spezzarne la miseria economica, la degenerazione sociale. La repubblica costituzionale non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riuniti; la repubblica democratico-sociale, la repubblica rossa, questa è la dittatura dei suoi alleati. E la bilancia sale o scende, in proporzione ai voti, che il contadino getta nell’urna elettorale. È a lui medesimo che sta il decidere del suo destino. — Così parlavano i socialisti in opuscoli, in almanacchi, in calendarî, in pubblicazioni d’ogni genere. A rendergli più intelligibile questo linguaggio, vennero gli scritti di confutazione del partito dell’ordine, che alla sua volta si indirizzava a lui e che, colle rozze esagerazioni, col rilievo e l’esposizione brutali degli intendimenti e dei concetti dei socialisti, trovava il tono adatto al contadino, sovreccitandone la cupidigia del frutto proibito. Ma ancor più intelligibile davvero era il linguaggio dell’esperienza fatta dalla classe dei contadini coll’uso del diritto di voto e colle disillusioni, che cadevano sopra di essa, l’una dopo l’altra, con precipitazione rivoluzionaria. Le rivoluzioni sono le locomotive della storia.

Il graduale mutamento dei contadini si manifestò con diversi sintomi. Esso era già apparso nelle elezioni per l’Assemblea legislativa, era apparso nello stato d’assedio dei cinque dipartimenti finitimi a Lione, era apparso qualche mese dopo il 13 giugno nell’elezione d’un montagnardo, al posto del presidente d’allora della Chambre introuvable[3], nel dipartimento della Gironda, era apparso il 20 dicembre 1849 nell’elezione d’un «rosso», al posto d’un deputato legittimista defunto, nel dipartimento del Gard, in questa terra promessa dei legittimisti, teatro delle più orribili infamie contro i repubblicani nel 1794 e 1795, sede centrale del terror bianco del 1815, ove liberali e protestanti erano stati pubblicamente assassinati. Questo «rivoluzionamento» della classe più stazionaria si presenta nel modo più percettibile dopo il ripristino dell’imposta sul vino. Le misure e le leggi del governo durante il gennaio e il febbraio 1850 sono quasi esclusivamente dirette contro i dipartimenti ed i contadini. Qual prova più stringente del progresso di questi ultimi?

Circolare d’Hautpoul, con cui il gendarme veniva nominato inquisitore del prefetto, del sottoprefetto e sovratutto del maire, con cui lo spionaggio veniva organizzato fino nei più nascosti ripostigli dei più remoti comuni rurali; legge contro i maestri di scuola, con cui essi, le capacità, gli oratori, gli educatori e gl’interpreti della classe dei contadini, venivano assoggettati all’arbitrio dei prefetti e con cui essi, i proletarî della classe dei letterati, venivano, a guisa di selvaggina, cacciati da un comune nell’altro; progetto di legge contro i maires, con cui veniva sul loro capo sospesa la spada di Damocle della rivocazione, ed essi, i presidenti dei comuni rurali, venivano posti, ad ogni istante, di fronte al presidente della repubblica ed al partito dell’ordine; ordinanza che trasformò le 17 divisioni militari di Francia in cinque pascialicati e regalò la caserma ed il bivacco ai francesi come «salone nazionale»; legge sull’istruzione, con cui il partito dell’ordine proclamò l’incoscienza ed il violento imbecillimento della Francia quale condizione della sua vita sotto il regime del suffragio universale, — che cos’erano tutte queste leggi e misure? Tentativi disperati di riconquistare i dipartimenti ed i contadini al partito dell’ordine.

Considerati come repressione, erano miserabili mezzi, che venivano a rivolgersi contro lo scopo stesso a cui tendevano. Le grandi misure, quali il mantenimento dell’imposta sul vino, l’imposta dei 45 cent., lo sdegnoso rigetto delle petizioni dei contadini per la restituzione dei miliardi, ecc., tutti questi scoppî di tuono legislativi avevano tôcca la classe dei contadini con colpi in grande, che partivano in una volta sola dalla sede centrale; leggi e misure, che fecero dell’attacco e della resistenza il tema generale e quotidiano dei discorsi in ogni capanna, inocularono la rivoluzione in ogni villaggio, localizzarono la rivoluzione e la resero contadina.

D’altro canto questi progetti di Bonaparte e l’approvazione data loro dall’Assemblea non dimostrano essi l’unità d’ambidue i poteri della repubblica costituita, finchè si tratti di repressione dell’anarchia, cioè di tutte le classi che si rivoltano contro la dittatura borghese? Non aveva Soulouque, tosto dopo il suo aspro messaggio, assicurata la Legislativa della sua devozione all’ordine, facendo seguire immediatamente il messaggio di Carlier, dì questa caricatura luridamente volgare di Fouché, come Luigi Bonaparte stesso era la caricatura slavata di Napoleone?

La legge sull’insegnamento ci mostra l’alleanza dei giovani cattolici coi vecchi volteriani. Poteva il dominio dei borghesi riuniti essere altra cosa che il dispotismo coalizzato della ristorazione amica dei gesuiti e della monarchia di luglio libera pensatrice? Le armi che, nel reciproco combattimento pel supremo dominio tra le due frazioni della borghesia, l’una di queste aveva distribuite in mezzo al popolo contro l’altra, non dovevano esse nuovamente strapparsi dalle mani del popolo, dopochè questo erasi posto contro la loro dittatura riunita? Nulla era mai riescito a sollevare il bottegaio parigino meglio di quest’esposizione civettuola di gesuitismo, nè manco il rigetto dei concordats à l’amiable.

Frattanto continuavano le collisioni tra le varie frazioni del partito dell’ordine, come tra l’Assemblea nazionale e Bonaparte. Poco accomodava all’Assemblea nazionale che Bonaparte, tosto dopo il suo colpo di Stato, dopo aver costituito un proprio ministero bonapartista, chiamasse dinanzi a sè gl’invalidi della monarchia, ora nominati prefetti, ponendo ad essi come condizione della loro carica l’agitazione anticostituzionale per la sua rielezione a presidente: che Carlier festeggiasse la propria entrata in funzioni sopprimendo un club legittimista, che Bonaparte fondasse un proprio giornale, Le Napoléon, il quale scopriva al pubblico le segrete cupidigie del presidente, mentre i suoi ministri dovevano smentirle sul palcoscenico della Legislativa; poco le accomodava l’arroganza di mantenere il ministero a dispetto dei parecchi suoi voti di sfiducia; poco il tentativo di guadagnare il favore dei sottufficiali con un supplemento giornaliero di quattro soldi ed il favore del proletariato con un plagio dei Mistères d’Eugenio Sue, con una Banca pei prestiti sull’onore; poco finalmente l’impudenza, con cui si faceva proporre dai ministri la deportazione ad Algeri degli insorti di giugno ancor rimasti, allo scopo di riversare addosso alla Legislativa l’impopolarità en gros, mentre il presidente si riservava la popolarità en détail col mezzo di singoli atti di grazia. Thiers lasciò cadere parole minacciose di «colpi di Stato» e di «colpi di testa», e la Legislativa si vendicò di Bonaparte, respingendo qualunque disegno di legge egli presentasse a pro di sè stesso e mettendosi ad indagare con rumori pieni di diffidenza se, in quelli da lui proposti nell’interesse comune, egli non aspirasse ad usare dell’aumentato potere esecutivo a profitto del potere personale di Bonaparte. In una parola, essa si vendicò colla cospirazione del disprezzo.

Il partito legittimista, dal canto suo, vedeva con dispetto gli orleanisti più autorevoli entrare nuovamente ad occupare quasi tutti i posti e crescere l’accentramento, mentre esso cercava, per principio, la propria via di salute nel decentramento. Ed a ragione. La controrivoluzione aveva accentrato violentemente, aveva cioè predisposto il meccanismo della rivoluzione. Essa aveva, anzi, mediante il corso forzoso delle banconote, accentrato l’oro e l’argento della Francia nella Banca parigina, procurando così alla rivoluzione un completo tesoro di guerra.

Da ultimo, gli orleanisti vedevano con dispetto il principio invadente della legittimità tener fronte contro il loro principio bastardo, mentr’essi erano continuamente posposti e malmenati, quasi mésalliance borghese, dal nobile consorte.

Vedemmo contadini, piccoli borghesi, i medî ceti in generale, avanzarsi successivamente accanto al proletariato, sospinti in antagonismo aperto contro la repubblica ufficiale, trattati da questa come avversarî. Rivolta contro la dittatura borghese, necessità d’una mutazione della società, mantenimento delle istituzioni democratico-repubblicane nonchè dei loro organi motori, concentrazione intorno al proletariato come a potenza rivoluzionaria decisiva, — questi sono i tratti caratteristici comuni del così detto «partito della democrazia sociale», del partito della repubblica rossa. Questo «partito dell’anarchia», come lo battezzano gli avversarî, è, non meno del partito dell’ordine, una coalizione d’interessi diversi. Dalla più piccola riforma del vecchio disordine sociale fino al rovesciamento del vecchio ordine sociale, dal liberalismo borghese fino al terrorismo rivoluzionario, ecco le distanze estreme, che formano il punto di partenza ed il punto finale dell’«anarchia».

Abolizione dei dazî protettorî — socialismo! chè essa intacca il monopolio della frazione industriale del partito dell’ordine. Regolamento dell’amministrazione dello Stato, — socialismo! chè esso intacca il monopolio della frazione finanziaria del partito dell’ordine. Libera importazione di carni e cereali esteri, — socialismo! chè essa intacca il monopolio della terza frazione del partito dell’ordine, della grande proprietà fondiaria. Le rivendicazioni del partito freetrader, cioè del partito borghese più avanzato d’Inghilterra, appajono in Francia come altrettante rivendicazioni socialiste. Volterianismo, — socialismo! perchè intacca una quarta frazione del partito dell’ordine, la cattolica. Libertà di stampa, diritto d’associazione, istruzione popolare universale, — socialismo, socialismo! Essi intaccano nel suo complesso il monopolio del partito dell’ordine.

Il corso della rivoluzione aveva con tanta rapidità fatto maturare la situazione, che i riformisti d’ogni tinta, che le pretese più modeste delle classi medie erano forzate a stringersi intorno alla bandiera del partito sovversivo estremo, intorno alla bandiera rossa.

Per quanto varie, adunque, fossero le forme di socialismo delle diverse grandi sezioni del partito dell’«anarchia», in relazione alle condizioni economiche ed ai bisogni rivoluzionarî in generale, che ne derivano alla sua classe o frazione di classe, v’ha un punto in cui queste forme coincidono: nell’annunciarsi quale mezzo per l’emancipazione del proletariato e nell’annunciare l’emancipazione del proletariato quale proprio fine. Mistificazione voluta dagli uni, automistificazione negli altri, che il mondo foggiato secondo i loro bisogni vogliono far credere sia il mondo migliore, sia l’attuazione di tutti i reclami rivoluzionarî e l’eliminazione di tutti i conflitti rivoluzionarî.

Sotto le generiche frasi socialiste, discretamente monotone, del «partito dell’anarchia» s’asconde il socialismo del National, della Presse e del Siècle, che vuole, con maggiore o minor logica, abbattere il dominio dell’aristocrazia finanziaria, e liberare e industria e traffico dalle catene, che sin qui li legavano. È questo il socialismo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura, i cui gerenti nel partito dell’ordine negano tali interessi in quanto non coincidano più coi loro monopolî privati. Da questo socialismo borghese, che naturalmente, come ogni specie bastarda del socialismo, fa rappattumare una parte degli operai e dei piccoli borghesi, si distingue il vero socialismo piccolo borghese, il socialismo par excellence. Il capitale aizza questa classe sovratutto nella veste di creditore, ed essa reclama istituti di credito; quello la schiaccia colla concorrenza, ed essa reclama associazioni sovvenute dallo Stato; quello la sopraffà colla concentrazione, ed essa reclama imposta progressiva, limitazioni del diritto ereditario, assunzione dei grandi lavori per parte dello Stato, e via via altre misure, che trattengono forzatamente lo sviluppo del capitale. Poichè essa sogna pel suo socialismo un’attuazione pacifica — salvo qualche seconda rivoluzione di febbraio di pochi giorni, — è naturale che il processo storico imminente le appaia come l’applicazione di sistemi immaginati ora o prima d’ora dai pensatori della società, d’invenzioni fatte da compagnie o da singoli individui. Per tal modo i piccoli borghesi diventano gli eclettici, ossia gli adepti dei sistemi socialisti più su citati, del socialismo dottrinario, che fu l’espressione teoretica del proletariato solamente fino a che questo non si era ancora svolto in movimento storico libero e spontaneo.

Mentre così l’utopia, il socialismo dottrinario, il quale subordina il movimento complessivo ad uno solo dei suoi momenti, o che al posto della produzione sociale comune mette l’attività cerebrale del singolo pedante, e sovratutto fantastica di eliminare la lotta rivoluzionaria delle classi e le sue necessità mediante piccoli lavori di pazienza e grandi sentimentalismi, mentre questo socialismo dottrinario, il quale, in fondo, non fa che idealizzare la società attuale, accoglie di lei un’immagine senz’ombra e vuole attuare il proprio ideale contro la realtà di essa, mentre questo socialismo passa dal proletariato alla piccola borghesia, mentre, nella lotta dei diversi capi socialisti tra loro medesimi, ciascuno dei cosidetti sistemi si pone di fronte agli altri, colla pretesa di fissare un punto di passaggio alla trasformazione sociale, — il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, pel quale la borghesia stessa inventò il nome Blanqui. Questo socialismo è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale, per l’abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il rovesciamento di tutte le idee che germinano da queste relazioni sociali.

I limiti della presente esposizione non concedono un ulteriore sviluppo di quest’argomento.

Noi vedemmo che, come nel partito dell’ordine, fu necessariamente l’aristocrazia finanziaria che emerse in prima linea, così nel partito dell’«anarchia» fu il proletariato. Mentre le diverse classi confederate in lega rivoluzionaria si raggruppavano intorno al proletariato, e i dipartimenti divenivano sempre più malfidi e la stessa Assemblea legislativa sempre più arcigna contro le pretese del Soulouque francese, le elezioni suppletive, lungamente ritardate e tenute in sospeso, in seguito alla proscrizione dei montagnardi nel 13 giugno, erano imminenti.

Il governo, disprezzato dai suoi nemici, maltrattato e quotidianamente umiliato dai suoi pretesi amici, vedeva un solo mezzo per escire dalla situazione disgustosa e non tenibile — la sommossa. Una sommossa a Parigi avrebbe permesso d’indire lo stato d’assedio per Parigi ed i dipartimenti e d’avere così il comando sulle elezioni. D’altra parte gli amici dell’ordine, di fronte ad un governo, che aveva riportato la vittoria sull’anarchia, sarebbero stati forzati a concessioni, sotto pena di sembrare anarchisti essi stessi.

Il governo si pose all’opera. Al principio di febbraio 1850, provocazioni del popolo mediante massacri degli alberi della libertà. Invano. Se gli alberi della libertà perdettero il loro posto, il governo perdette la testa e si ritrasse spaventato dalla provocazione, ch’era cosa sua. L’Assemblea nazionale, però, accolse quest’inabile tentativo di Bonaparte d’emanciparsi, con diffidenza glaciale. Nè ebbe miglior successo l’allontanamento delle corone di semprevivi dalla colonna di giugno. Esso diede l’occasione ad una parte dell’esercito di dimostrazioni rivoluzionarie ed all’Assemblea nazionale d’un voto di sfiducia, più o meno dissimulato, contro il ministero. Vana la minaccia della stampa governativa di soppressione del suffragio universale, d’invasione dei Cosacchi. Vana la sfida lanciata direttamente d’Hautpoul alla Sinistra, perchè scendesse nella strada, colla dichiarazione che il governo era pronto a riceverla. D’Hautpoul non ricevette, lui, che un richiamo all’ordine dal presidente, ed il partito dell’ordine lasciò, con un silenzio pieno di maligna gioia, che un deputato della Sinistra mettesse in burletta le velleità usurpatrici di Bonaparte. Inutile finalmente la profezia d’una rivoluzione pel 24 febbraio. Il governo fe’ sì che il 24 febbraio venisse ignorato dal popolo.

Il proletariato non si lasciò provocare ad alcuna sommossa, poich’esso era in procinto di fare una rivoluzione.

Non trattenuto dalle provocazioni del governo, che non riescivano se non ad accrescere la generale irritazione contro la situazione esistente, il Comitato elettorale, interamente sotto l’influenza degli operai, pose tre candidati per Parigi: Deflotte, Vidal e Carnot. Deflotte era un deportato di giugno, amnistiato da Bonaparte in uno dei suoi accessi di popolarità; era un nemico di Blanqui ed aveva preso parte all’attentato del 15 maggio. Vidal, conosciuto come scrittore comunista pel suo libro «Sulla ripartizione della ricchezza», già segretario di Luigi Blanc nella Commissione del Lussemburgo. Carnot, figlio dell’uomo della Convenzione organizzatore della vittoria, il membro meno compromesso del partito nazionale, ministro dell’istruzione nel governo provvisorio e nella Commissione esecutiva, viva protesta, grazie al suo progetto di legge sull’istruzione popolare, contro la legge sull’istruzione dei gesuiti. Questi tre candidati rappresentavano le tre classi alleate: alla testa l’insorto di giugno, il rappresentante del proletariato rivoluzionario, accanto a lui il socialista dottrinario, il rappresentante della piccola borghesia socialista, il terzo, infine, rappresentante del partito borghese repubblicano, le cui formule democratiche avevano, di fronte al partito dell’ordine, acquistato un significato socialista, avendo esse da lunga pezza perduto il significato loro proprio. Era questa una coalizione generale contro la borghesia ed il governo, come nel febbraio. Ma questa volta era il proletariato la testa della lega rivoluzionaria.