NOTE:

1.  Epist. Ex Ponto. Lib. II. ep. III.

Il primo ei fu che me sì audace rese

Da commettere i miei carmi alla Fama;

Egli all’ingegno mio guida cortese.

2.  Veggasi al Canto XII l’Odissea d’Omero, così egregiamente tradotta in versi dal chiarissimo cav. dottor Paolo Maspero, da oscurar di molto la fama della versione di Ippolito Pindemonte.

3.  Già Casina Reale, avente a lato sinistro il Castel dell’Ovo che si avanza in mare, donata da Garibaldi dittatore ad Alessandro Dumas; ma rivendicata poscia — non da Garibaldi — venne venduta e convertita nell’attuale Albergo di Washington, tra i primarj della città.

4.  Naturalis Historiæ, Lib. III.

5.  Hortensii villa quæ est ad Baulos, Cicero Acad. Quæst. Lib. 4.

6.  Ενθα διὲ Κιμμερἰων ανδρων δῆμοστε πὀλιστε, che si tradurrebbe letteralmente: Qui poi sono degli uomini Cimmerj, il popolo e la città.

7.  Lib. 1. 6; Dionigi d’Alicarnasso, IV; Aulo Gellio, 1. 19.

8.  Georgica L. II. v. 161. Questi versi suonerebbero nel nostro idioma:

O fia che il porto qui rammenti e l’opre

Al Lucrin lago aggiunte, e il corrucciato

Flutto ch’alto vi mugge; ove lontano

Respinto il mar, la Giulia onda risuona

E dove dentro dell’Averno i gorghi

S’intromette il Tirreno infuriato.

9.  Virgil. Georg. L. I. v. 468.

10.  Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa. Napoli 1854. Edizione di soli cento esemplari fatta a spesa di Alberto Detken.

11.  Le Case ed i Monumenti di Pompei disegnati e descritti. Napoli, in corso di publicazione.

12.  Pompei. Seconda edizione, Firenze 1868. Successori Le Monnier.

13.  Inscriptions gravée au trait sur les murs de Pompei.

14.  Sono gli uomini di questo villaggio che vengono più specialmente reclutati per la difficile e perigliosa pesca del corallo sulle coste di Barberia, e così possono ricondursi di poi in patria con un bel gruzzolo di danaro.

15.  La misurazione dell’elevazione del Vesuvio sopra il livello del mare varia nelle scritture dei dotti che la vollero fissare. Nollet nel 1749 la disse di 593 tese; Poli nel 1791 di 608 tese; il colonnello Visconti nel 1816 di 621; Humboldt dopo l’eruzione del 1822 la rinvenne di 607 tese, e nel settembre 1831 l’altezza della punta più alta del cono risultò di tese 618. La tesa, antica misura di Francia, era lunga sei piedi; la nuova tesa francese si chiama doppio metro e per conseguenza contiene 6 piedi, 1 pollice, 10 linee. Siffatta varietà di misure non da altro procede che dagli elevamenti e dalle depressioni, le quali si avvicendano secondo le diverse eruzioni.

16.  «Ricerche filosofico istoriche sull’antico stato dell’estremo ramo degli Appennini che termina dirimpetto l’isola di Capri.»

17.  «Partito Ercole di poi dal Tevere, seguendo il lido italiano si condusse al Campo Cumeo, nel quale è fama essere stati uomini assai forti, ed a cagione di loro scelleratezze, appellati giganti. Lo stesso Campo del resto, denominato Flegreo, dal colle che vomitando sovente fuoco a guisa dell’Etna sicula, ora si chiama Vesuvio, e conserva molte vestigia delle antiche arsioni.»

18.  Storia degli Italiani, Tom. 1, pag. 99. Torino 1857.

19.  Nella vita di Marco Crasso.

20.  Anno 1674, pag. 146.

21.  Ragguaglio dell’incendio del Vesuvio. Napoli 1694.

22.  L’eguale fenomeno si avverò sul Vesuvio nella eruzione del 79. Ecco le parole di Plinio: Nubes (incertum procul intuentibus ex quo monte; Vesuvium fuisse postea cognitum est) oriebatur: cujus similitudinem et formam non alia magis arbor, quam pinus expresserit. Nam longissimo velut trunco elato in altum, quibusdam ramis diffundebatur, etc. Epist. XVI. Lib. VI.

23.  Prodromo della Mineralogia Vesuviana. Napoli 1825.

24.  Horatius, Lib. 1. Od. 3. In Virgilium Athenas proficiscentem. Gargallo traduce, o a meglio dire, parafrasa così:

Ov’è maggior l’ostacolo,

Più impetuosa ed avida

L’umana razza avventasi

Ad ogni rischio impavida.

25.  Vedi i dispacci telegrafici e giornali dell’ultima settimana del dicembre 1869.

26.  Vedi Descrizione del Vesuvio di Logan Lobley.

27.  Sylv. 2

«Nè allettin più del Pompejano Sarno

Gli ozii.»

28.  Satir. Lib. II. Sat. 1. v. 35. Così traduce Tommaso Gargallo:

Io, che s’appulo son, se non lucano,

Dir non saprei, perchè tra due confini

L’aratro volga il venosin colono,

Colà spedito (come è vecchia fama)

Cacciatine i Sabini.

29.  Secondo Esiodo, Gerione era il più forte di tutti gli uomini nell’isola d’Eritia presso Gade o Cadice sulla costa della Spagna. I poeti venuti di poi ne hanno fatto un gigante con tre corpi, che Ercole combattendo uccise, menandone seco i buoi. Coloro i quali ridur vorrebbero tutta la scienza mitologica ad un solo principio, cioè, al culto antico della natura, pretesero Ercole un essere allegorico e non significar altro che il Sole. Questa impresa vinta su Gerione sarebbe il decimo segno che il sole trascorre, vale a dire i benefizj d’esso che, giunto al segno equinoziale del Toro, avviva tutta la natura e consola tutte le genti. Vedi Dizionario della Mitologia di tutti i Popoli di Gio. Pozzoli e Felice Romani. Milano presso Gio. Pirotta.

30.  La Mitologia chiama i Dioscuri figliuoli di Giove e afferma essere il soprannome di Castore e Polluce. Glauco fu il primo che così li chiamò, quando apparve agli Argonauti nella Propontide (Filostr. Paus.). È stato dato questo nome anche agli Anaci, ai Cabiri, e ai tre fratelli che Cicerone (De Natura Deorum 3, c. 53) chiama Alcone, Melampo ed Eumolo. Sanconiatone conserva l’identità dei Dioscuri coi Cabiri, che Cicerone vuol figli di Proserpina. Ritornerò su tale argomento nel capitolo I Templi.

31.  Titi Livii Historiarum. Lib. VII c. XXIX.

32.  I Feciali erano sacerdoti, l’uffizio de’ quali corrispondeva a un di presso a quello degli Araldi d’armi. Essi dovevano trovarsi particolarmente presenti alle dichiarazioni di guerra, ai trattati di pace che si facevano, ed avvertivano a che i Romani non intraprendessero guerre illegittime. Allorchè qualche popolo avea offeso la Republica, uno de’ Feciali si portava da quello per chiedergli riparazione: se questa non era accordata subito, gli si concedevano trenta dì a deliberare, dopo i quali legittima si teneva la guerra. E questa dichiaravasi col ritornare il Feciale sulla frontiera nemica e piantarvi una picca tinta di sangue. Anche i trattati si facevano da un Feciale, che durante le negoziazioni veniva appellato pater patratus, per l’autorità che egli aveva di giurare pel popolo. Vegliavano pure al rispetto degli alleati, annullavano i trattati di pace che giudicavano nocivi alla Republica, e davano in mano ai nemici coloro che li avevano stipulati.

33.  Secondo la più probabile opinione, Caudio era situato dove ora il borgo Arpaja, e le Forche Caudine in quell’angusto passo donde si discende ad Arienzo, specialmente nel sito che si chiama pur oggi le Furchie.

34.  Ora Lucera delli Pagani, nella Puglia Daunia, volgarmente Capitanata, provincia di Foggia, nel già reame di Napoli.

35.  Tito Livio; Lib. IX, c. XXXVIII.

36.  Dante, Paradiso c. VII. 47. Qui parla il Poeta di Manlio Torquato che comandò, come più sopra narrai, la morte del figliuolo per inobbedienza, e parla di Quinzio Cincinnato.

37.  Vellei Paterculi, Historiæ Lib. II. c. XIII.

38.  Bell. Civ. Lib. I. c. 94.

39.  De Legibus, II. 2.

40.  Roma Illustrata, Ant. Thisli J. C. Amstelodami.

41.  Veglie storiche. Milano 1869, presso A. Maglia.

42.  Sallustio, Bellum Catilinarium, c. XVII: «Lucio Tullo, Marco Lepido consulibus, Publius Autronius et Publius Sulla, designati consules, legibus ambitus interrogati, pœnas dederunt. Post paullo, Catilina pecuniarum repetundarum reus, prohibitus erat consulatum petere, quod inter legitimas dies profiteri nequiverit». La legge Calpurnia dell’àmbito, prodotta dal console Calpurnio Pisone nell’anno 686, era che chi avesse colle largizioni o capziosamente conseguito il magistrato, dovesse lasciarlo e pagare una multa pecuniaria. Catilina era stato escluso dal chiedere il consolato, perchè reo repetundarum, che noi diremmo di concussione, cioè di ripetizione di cose, la cui restituzione si esige da colui che, magistrato, abbia spogliato la provincia. Essendosi i legati d’Africa querelati assai gravemente di Catilina, ne veniva pubblicamente accusato da Publio Clodio.

43.  Quid ergo indicat, aut quid affert, aut ipse Cornelius, aut vos, qui ab eo hæc mandata defertis? Gladiatores emptos esse, Fausti simulatione, ad cœdem, ac tumultum. Ita prorsus: interpositi sunt gladiatores, quos testamento patris videmus deberi. Cic. Pro. P. Sulla cap. XIX.

44.  Id. ibid. cap. XXI.

45.  Questi erano i triumviri deputati a trasportare, o come meglio direbbesi con frase latina, a dedurre le colonie, chiamati perciò patroni di esse.

46.  La Clientela venne istituita da Romolo, onde avvincere in nodo d’affetto maggiore e d’interessi i patrizi e i plebei. Questi eleggevano i loro patres per esserne protetti, e ai patres correva debito di proteggere i colentes; interdetto ad entrambi di accusarsi avanti i tribunali, nè mai essere nemici; pena a chi infrangesse la legge di aver mozzo il capo, vittima sacra a Plutone. La purezza dì questa istituzione durò buona pezza: poi degenerò come ogni umana cosa.

47.  In Toscana l’aveva alle falde degli Appennini e dalla regione in cui era situata si dicea Tusci; in Romagna l’aveva sul litorale del Mediterraneo fra le due città di Laurento e di Ostia, e per esser più vicina a quella città chiamavala Laurentino e l’abitava nel verno; in Lombardia due ne possedeva lungo le ridenti sponde del Lario una nel paesello di Villa e si nomava Commedia, e l’Amoretti nel suo Viaggio ai tre laghi credette riconoscerla nel luogo ove v’ha la villeggiatura dei signori Caroe, pretendendosi persino di vederne tuttora i ruderi contro l’onde del lago; l’altra, detta Tragedia, in altra località che forse fu presso Bellagio. Lo che valga a rettifica dell’opinione volgare che crede la Commedia fosse dove ora è la Pliniana, così detta unicamente perchè vi si trovi la fonte da lui descritta nell’ultima Epistola del libro IV e dell’opinioni di taluni scrittori che la assegnano in altra parte del lago. Alla Pliniana, venne fabbricato da Giovanni Anguissola, altro degli uccisori di Pier Luigi Farnese, nè prima di lui vi si riscontrarono ruderi che accusassero antecedenti edificazioni. Della prima, in Toscana, fa una magnifica descrizione nella lettera 6 del lib. V; della seconda in Romagna, nella lettera 17 del lib. II.

48.  Plures iisdem in locis villas possidebcat, adamatisque novis, priora negligebat. Lett. 7 a Caccinio, lib. III. Silio Italico morì anzi in una sua villa sul tenere di Napoli.

49.  Da una fiera e passionata invettiva contro Cicerone, che Quintiliano attribuisce senz’altro a Sallustio di lui nemico (Instit. lib. IV), tolgo il seguente brano che ricorda appunto le villa sua in Pompei: «Vantarti della congiura soffocata? Meglio dovresti arrossire che, te console, sia stata messa la republica sottosopra. Tu in casa con Terenzia tua deliberavi ogni cosa e chi dannare nel capo e chi multar con denaro, a seconda del capriccio. Un cittadino ti fabbricava la casa, un altro la villa di Tusculo, un altro quella di Pompei, e costoro ti parevano buoni; chi pel contrario non ti avesse giovato, era quegli un malvagio che ti tramava insidie nel Senato, che t’assaliva in casa, che minacciava incendiar la città. E vaglia il vero, qual fortuna avevi e quale or possiedi? quanto arricchisti col procacciarti cause? Come ti procurasti le splendide ville? col sangue e colle viscere de’ cittadini; supplichevole coi nemici, altero cogli amici, riprovevole in ogni fatto. Ed hai cuore di dire o fortunata Roma nata te console? Infelicissima che patì pessima persecuzione, quando nelle mani avesti giudizi e leggi. E nondimeno non ti stanchi di rintronarci le orecchie cedan l’armi alla toga, alla favella i lauri, tu che della Republica pensi altra cosa in piedi ed altra seduto, banderuola non fedele a vento alcuno.» Ognuno comprenderà quanta ira partigiana ispirasse questa invereconda tirata. Fra’ luoghi in cui Cicerone parla del suo Casino, ve ne ha uno nell’epistola 3, lib. 7 al suo amico M. Mario, che villeggiava in Pompei.

50.  Ovidio nei Fasti, I. 614, canta:

Sancta vocant augusta patres; augusta vocantur

Templa, sacerdotum rite dicata manu

Hujus et augurium dependet origine verbi,

Et quodcumque sua Jupiter auget ope.

51.  Cap. XVII.

52.  Tacito nel libro XV degli Annali c. XVII non fa che accennare sotto quest’anno un tanto disastro: «Un terremoto in Terra di Lavoro rovinò gran parte di Pompeja, terra grossa.»

53.  Canto VI. v. 45 e segg.

54.  Aulo Gellio trova la etimologia del municipio a munere capessendo; più propriamente forse il giureconsulto Paolo: quia munia civilia capiant. E l’uno e l’altro accennano al diritto o dono conferito della cittadinanza, a differenza di quelle altre località che erano solo fœderatæ, ricevute dopo vinte e a condizione inferiore, che non acquistavano la podestà patria, nè le nozze alla romana, nè la capacità di testare a pro’ d’un romano cittadino, o d’ereditarne, nè l’inviolabilità della persona.

55.  Gargallo traduce al solito infedelmente:

Manchin seimila o sette al censo equestre,

E prode, onesto sii, probo, facondo,

Plebe sarai.

Orazio nel suo primo verso non disse censo equestre, ma sì quadringentis: perchè il Gargallo non potè dire quattrocento? Avrebbe egli pure fatto sapere come il poeta che traduceva, che il censo equestre era di quattrocentomila.

56.  Il laticlavo era una striscia di porpora che orlava la toga di porpora, scendendo dal petto fino a’ ginocchi. Essa era alquanto larga a distinzione della striscia de’ cavalieri, che però dicevasi augusticlavo. Come basterebbe oggi dire porporato per intendersi cardinale, allora dicevasi laticlavius per senatore; onde leggesi in Svetonio (in August., c. 38): binos laticlavios præposuit, per dire due senatori.

57.  Trattato dell’Onore del Bisellio.

58.  Fabretti, Inscr. 3. 324. e 601. Gruter., 475, 3.

59.  

D’oro lucente altri ricchezze aduni

E molti di terreno jugeri tenga.

Lib. 1 Eleg. 1.

60.  Vol. I. Appendice VI.

61.  Tutti i mulattieri con Agato Vajo si raccomandano a C. Cuspio Pansa Edile. — Il Collega Giulio Polibio fece.

62.  Vedi Plinio epistola 12 del lib. II: Implevi promissum, priorisque epistolæ fidem exsolvi, quam ex spatio temporis jam recipisse te colligo. Nam et festinanti et diligenti tabellario dedi. Vedi anche dello stesso Plinio l’epistola 17 del lib. III e 12 del VII e la nota alla prima lettera del suo volgarizzatore Pier Alessandro Paravia. Venezia Tip. del Commercio 1831.

63.  Storia della decadenza e rovina dell’Impero Romano di Edoardo Gibbon. Cap. II. — Vedi anche Plin. Stor. Natur. III. 5. S. Agostino De Civitate Dei XIX. 7. Giusto Lipsio De Pronuntiatione linguæ latinæ, c. 3.

64.  Vita di Claudio, c. 6.

65.  Op. cit. cap. II.

66.  Tra i papiri latini si conta un frammento di poema sulla guerra di Azio.

67.  Milano, 1822.

68.  Ad retia sedebam: erant in proximo non venabulum aut lancea, sed stilus et pugillares. Così Plin. loc. cit. Vedi anche Boldetti, Osserv. sopra i Cimelii, l. 2, c. 2.

69.  

Sardoniche, smeraldi, diamanti,

E diaspri egli porta in un sol dito.

V. II.

70.  Svetonio, in Nerone, II.

71.  Plutarco, Vita di Lucullo.

72.  Plin. XIV. 6.

73.  Eccone la traduzione del cav. P. Magenta:

Ecco il Vesuvio, di pampinose

Frondi or or verde, ed ove in tumidi

Vasi spremeansi uve famose.

Ecco il bel clivo, che anteponea

Sin Bacco a Niso, su cui de’ Satiri

Lo stuol le danze testè movea.

Desso era il seggio più a Vener caro

Dello Spartano, desso era il poggio

Che col suo nome Ercol fe’ chiaro.

74.  

Questa che ognor di verde erba si veste,

Che agli olmi avvince le festanti viti,

D’ulivi attrice, alla coltura, al gregge

Troverai pronta e al vomere paziente,

Questa terra ubertosa ara la ricca

Capua e l’abitator delle fiorenti

Del Vesèvo pendici.

75.  Histor. Natur. Lib. XXXI, c. 7.

76.  Id. ib., c. 8. Laudantur et Clazomenæ garo, Pompeiique, et Leptis.

77.  Satir. Lib. II. sat. 8.

78.  

Ma ingente il cucinier mucchio consumi

Di pepe e aggiunga indi falerno vino

Al garo arcano.

Lib. 7. epig. 27.

Sostituii la mia versione a quella del Magenta, perchè non comprese che cosa fosse il garo, ch’ei tradusse per aceto, non avvertendo che ad esso mal si sarebbe allora potuto applicare l’aggettivo secreto.

79.  

Del nobil garo ora lasciva ho sete.

Lib. 13. ep. 77.

80.  Avuta autorità dall’imperatore Cesare Vespasiano Augusto i luoghi pubblici da’ privati posseduti Tito Svedio Clemente tribuno, ventilate le cause ed eseguite le misure, restituì alla republica de’ Pompejani.

81.  Guida di Pompei, pag. 27.

82.  Giorn. degli Scavi. Luglio e Agosto 1863, pag. 228.

83.  Ne’ possedimenti di Giulia Felice, figlia di Spurio, si affittano dalle prime idi di agosto alle seste idi per cinque anni continui un bagno, un venereo, e novecento botteghe colle pergole e co’ cenacoli. Se taluno esercitasse in casa (o il condannato) lenocinio, non è ammesso alla conduzione.

La formula invece, quale è ristabilita dal sen. Fiorelli, vorrebbe dire: se trascorrerà il quinquennio, la locazione ai riterrà tacitamente rinnovata.

Altri poi, leggendo aggiunta alla iscrizione surriferita anche le parole SMETTIVM . VERVM . ADE, pretendono interpretare le sigle in questione nella seguente maniera: si quis dominum loci ejus non cognoverit, — se alcuno non conosca il padrone di questo luogo, si rivolga a Smettio Vero.

84.  Veggasi: Della Patria dei due Plinii, Dissertazione di Pier Alessandro Paravia indirizzata al cav. Ippolito Pindemonte, edita nell’appendice al Volgarizzamento delle Lettere di Plinio il Giovane dello stesso Paravia, già altre volte da noi citato. Il Paravia prova, a non più lasciar ombra di dubbio, i Plinii essere stati di Como.

85.  Essai de Zoologie Générale, par. I. 1, 5.

86.  De Viris Illustribus.

87.  «Le mofete, scrive Giuseppe Maria Galanti, formano molti fenomeni curiosi. Terminate le grandi eruzioni sogliono esse manifestarsi sotto le antiche lave e ne’ sotterranei, e qualche volta hanno infettata tutta l’atmosfera. Non sono che uno sviluppamento di acido carbonico. Circa quaranta giorni dopo l’ultima grande eruzione del 1822 comparvero le mofete nelle cantine ed altri luoghi sotterranei delle adiacenze del Vulcano. L’aria mofetica cominciava all’altezza del suolo superiore, e spesso infettava anche l’aria esterna. In alcuni sotterranei si manifestarono rapidamente, in altri lentamente: dove durarono pochi giorni e dove sino a due mesi. Dopo l’eruzione del 1794 molte persone perirono per mancanza di precauzione contro queste mofete. Esse si sviluppano più assai nei luoghi dove terminano le antiche lave, cioè nei luoghi prossimi alla pedementina del Vulcano, forse perchè il gas acido carbonico che si svolge in copia nell’interno del Vulcano, si fa strada negli interstizi delle lave, le quali partono tutte dal focolare vulcanico.» Napoli e Contorni, 1829. — Vedi anche La storia de’ fenomeni del Vesuvio di Monticelli e Covelli. Napoli, 1843.

88.  Quest’eco esiste anche adesso, e lo si esperimenta sempre da chi visita l’anfiteatro.

89.  Presso l’Anfiteatro venne trovata la carcassa di un leone.

90.  Due scheletri si conservano ancora d’una povera madre e della sua figliuola, cadute insieme l’una a lato dell’altra e turgido tuttavia era il fianco della prima. L’ingegnoso artificio dell’illustre Fioretti ha saputo strappare al muto involucro, — formato intorno ad esse dalle ceneri assodate, — la straziante storia de’ loro estremi patimenti. Egli versando del gesso liquido nelle impronte lasciate da quelle sventurate vittime, potè ottenere la testimonianza di quelle ultime loro crispazioni che rivelano la disperazione dell’agonia ch’esse avevano sofferto.

91.  Sen. Thiest. 828. Tradurrei:

Da supremo spavento i petti affranti,

Temon che scossa da fatal rovina

Ogni cosa trabocchi e ancor sui numi

E su’ mortali il caos informe piombi.

92.  Per disposizione d’Augusto, come ho più sopra avvertito, una legione romana stanziava colla flotta a Miseno e così vegliava a difesa della città stessa. Vedi Tacito, Ann. IV, 5. Svetonio in Aug. XLIX, e particolarmente Veget. De Re Militari, V. I.

93.  Il testo dice Nonum Kalend. Septembris, ma è evidentemente errata una tale lezione, come è manifesto dalla storia e da quanto io medesimo son venuto esponendo; sì che non potesse essere a’ 24 di agosto, come dovrebbe interpretarsi, ritenendosi la lezione del testo, invece del 1 di novembre. Il Paravia, a rincalzo di questa lezione che è pur la sua, annota: «che parmi di avere altrove (Esercitaz. scient. e lett. dell’Ateneo di Venezia. To. I. f. 366.) con sufficienti ragioni dimostrato che quella lezione vuol essere assolutamente errata, e che tutto induce a credere che debbasi invece a leggere Nov. Kal., cioè alle calende di novembre; anche per accordare col n. a. l’abbreviazione di Dione, il qual dice che questa eruzione del Vesuvio accadde Autumno iam ad exitum vergente; lo che non può certo intendersi de’ 24 di agosto.»

94.  Liburnica appellavasi una nave leggierissima e velocissima, derivandone il nome dai Liburni, popolo dell’Illiria, che di tali navi una volta servivasi alle proprie piraterie. Esse alla battaglia d’Azio avevano avuto la superiorità sulle galere triremi.

95.  Il testo dice Codicillos. Avanti l’invenzione della carta dicevansi codicilli le tavolette spalmate di cera su cui scrivevasi collo stilo. Veggasi il Forcellini a questa parola e più addietro quanto ne scrissi nel precedente capitolo.

96.  Classiarii, ossia soldati delle navi, classis significando flotta. Io ho seguito in questo passo la lezione adottata dal Lemaire nella sua edizione Plinii Cæcilii Secundi Epistolarum, Parisiis 1822, poichè mi parve la più ragionevole, migliore di quella di coloro che vorrebbero si traducesse: «ricevè un biglietto di Retina, moglie di Cesio Basso (poichè la sua villa vi era sottoposta, nè si poteva scampar che per acqua), il pregava a liberarla da tanto pericolo.» Pier Alessandro Paravia, traduttore, d’altronde egregio, delle lettere di Plinio, in una sua nota a questo passo, ammettendo le varie lezioni, si maraviglia di quel che io pure credo, dicendo: «Basti, che di questa Retina si fa da taluni un paese, quando io con buone ragioni, per quel che mi sembra, ho creduto di dover sostenere che sia essa una donna.» Oh che? Il Paravia non pensò che Retina appunto fosse un paese alle pendici del Vesuvio travolto sotto le lave e ceneri di tal monte con Ercolano, Pompei, Oplonte, Stabia, Tegiana e Taurania? Poco presso all’antica Retina ora sta Resina, come su Ercolano sta Portici e su Oplonte la Torre dell’Annunziata.

97.  Vi pulveris ac favillæ oppressus est, vel, ut quidam existimant, a servo suo occisus, quem æstu deficiens, ut necem sibi maturaret, oraverat.

98.  Disquisitiones Plinianæ.

99.  Plinio qui cita il verso di Virgilio, spiccandolo al principio del Lib. II dell’Eneide, vers. 12:

Quamquam animus meminisse horret

Incipiam.

Io ho osato sostituire la traduzione di mia fattura a quella di Annibal Caro, che pur avrei amato recare, come quella che universalmente è tenuta in miglior conto, ma essa non mi parve in questo passo felice; eccola:

(Benchè lutto e dolor mi rinovelle,

E sol de la memoria mi sgomente)

Io lo pur conterò.

Se male m’apposi, me lo perdonino i lettori.

100.  Quella stessa della morte di Plinio il Vecchio.

101.  Plinio il Vecchio, dall’impero di Nerone a quello di Vespasiano, era stato in Ispagna procuratore di Cesare.

102.  Lymphati, scrive Plinio: così pure chiamavansi dai Romani i pazzi, e la pazzia tenevasi per sacra, attribuendosi a chi n’era preso la facoltà di predir l’avvenire.

103.  Atque etiam recordatus quondam super cœnam quod nihil cuiquam tote die præstitisset, memorabilem illam meritoque laudatam vocem edidit: «Amici, diem perdidi». Svetonius in Titum, c. VIII.

104.  Svet loc. cit.

105.  Descrizione delle rovine di Pompei. Napoli, Da’ torchi del Framater, 1831.