Introduzione in Italia dei giochi circensi — Giochi trojani — Panem et circenses — Un circo romano — Origine romana degli Anfiteatri — Cajo Curione fabbrica il primo in legno — Altro di Giulio Cesare — Statilio Tauro erige il primo di pietra — Il Colosseo — Data dell’Anfiteatro pompejano — Architettura sua — I Pansa — Criptoportico — Arena — Eco — Le iscrizioni del Podio — Prima Cavea — I locarii — Seconda Cavea — Somma Cavea — Cattedre femminili — I Velarii — Porta Libitinense — Lo Spoliario — I cataboli — Il triclinio e il banchetto libero — Corse di cocchi e di cavalli — Giuochi olimpici in Grecia — Quando introdotti in Roma — Le fazioni degli Auriganti — Giuochi Gladiatorj — Ludo Gladiatorio in Pompei — Ludi gladiatorj in Roma — Origine dei Gladiatori — Impiegati nei funerali — Estesi a divertimento — I Gladiatori al Lago Fùcino — Gladiatori forzati — Gladiatori volontarj — Giuramento de’ gladiatori auctorati — Lorarii — Classi gladiatorie: secutores, retiarii, myrmillones, thraces, samnites, hoplomachi, essedarii, andabati, dimachari, laquearii, supposititii, pegmares, meridiani — Gladiatori Cavalieri e Senatori, nani e pigmei, donne e matrone — Il Gladiatore di Ravenna di Halm — Il polpo e il diritto di grazia — Deludia — Il Gladiatore morente di Ctesilao e Byron — Lo Spoliario e la Porta Libitinense — Premj ai Gladiatori — Le ambubaje — Le Ludie — I giuochi Floreali e Catone — Naumachie — Le Venationes o caccie — Di quante sorta fossero — Caccia data da Pompeo — Caccie di leoni ed elefanti — Proteste degli elefanti contro la mancata fede — Caccia data da Giulio Cesare — Un elefante funambolo — L’Aquila e il fanciullo — I Bestiarii e le donne bestiariæ — La legge Petronia — Il supplizio di Laureolo — Prostituzione negli anfiteatri — Meretrici appaltatrici di spettacoli — Il Cristianesimo abolisce i ludi gladiatorj — Telemaco monaco — Missilia e Sparsiones.
Io credo avesse ragione davvero il grande Oratore Romano, quando, scrivendo ad Attico, gli dicesse che delle ventiquattro ville che possedeva quelle di Tusculo e di Pompei, gli andassero meglio a genio: Tusculanum et Pompejanum valde me delectant; e l’avesse Fedro, lo scrittor di favole, di rifugiarsi in Pompei dalle ire e persecuzioni di Tiberio e di Sejano; e Seneca di rammentare a Lucilio, come una delle più care e sorridenti reminiscenze della sua vita il soggiorno fatto nella sua giovinezza, in questa bella ed allegra città campana.
Che avreste voluto infatti di più? qui alla salubrità ed alla purezza dell’aere, alla mitezza e mollezza del clima, alla feracità della terra, alla verzura dei monti, al bell’azzurro del cielo e del mare, si aggiungevano ricreazioni e diletti d’ogni maniera, sì che nulla si avesse a invidiare per ciò alle delizie dell’Urbe, senza per avventura contare gli inconvenienti di essa. Noi vi abbiam trovato un Odeum o teatro per la commedia e per i musicali concerti; vi abbiam visitato il teatro maggiore per la tragedia: meco invito ora il lettore ad ammirarvi l’anfiteatro destinato a que’ giorni ai ludi gladiatorii ed alle cacce delle belve feroci.
Gli è uno de’ più bei monumenti antichi del genere e se per vastità non da mettersi in concorrenza coll’anfiteatro Flavio o Colosseo di Roma, nè con quelli di Verona e di Pola nell’Istria che ci rimangono; poteva tuttavia ben esser capace di ventimila spettatori, considerevole ampiezza certamente, se non si perda di vista ch’esso servisse ad una città che sappiam di terz’ordine e la cui popolazione non poteva eccedere il numero de’ trentamila abitanti.
Prima d’entrarvi meco, investighiamo, amico lettore, insieme le origini di siffatti pubblici e grandiosi ritrovi e dei ludi a cui giovavano essi: è così buona la storia alla tua lodevole curiosità e all’indole degli studj nostri!
Io già avvertii, sulla fede dello storico padovano, del come seguisse l’introduzione in Roma dei ludi scenici: i circensi erano già allora in uso; eranvi anzi venuti co’ fondatori della città stessa, portati da Enea e da’ suoi compagni, o se si vuol questa una favola, da que’ guerrieri che, superstiti dall’eccidio di Troja, navigarono ai lidi tirreni.
Romolo infatti eresse pei medesimi un circo presso al foro; Tarquinio Prisco murò il Circo Massimo sul Palatino, lungo tre stadj e mezzo, largo quattro jugeri e capace di cencinquantamila persone.
Ne è altro documento e prova il fatto che pur a’ tempi di Augusto e di Claudio si celebrassero giuochi in Roma che venivan detti trojani. Virgilio così li ricorda, dopo aver descritto ad imitazione d’Omero per la morte di Patroclo[112], quelli celebrati in onore di Palinuro, il timoniero della nave d’Enea caduto dormendo in mare:
Hunc morem cursus, atque hæc certamina primus
Ascanius, longam muris cum cingeret Albam,
Retulit, et priscos docuit celebrare Latinos.
Quo puer ipse modo, secum quo Troja pubes,
Albani docuere suos; hinc maxima porro
Accepit Roma, et patrium servavit honorem;
Trojaque nunc, pueri, Trojanum dicitur agmen[113].
E Tacito, ne’ tempi appunto di Claudio, fa egli pure menzione, negli Annali, del Giuoco di Troja, equestre giostra che rappresentavano nobili donzelli a cavallo[114], come traduce il Davanzati.
Questi giuochi del circo, essendo altresì parte di cerimonie religiose, attecchir dovevano nelle popolari abitudini di Roma e la vita guerresca de’ suoi cittadini e l’animo temprato a spettacoli efferati, avevano agevolmente que’ giuochi posti in cima d’ogni altro divertimento; sì che si suolesse, come ho rammentato nel duodecimo capitolo, dir che la plebe romana si pascesse di pane e di ludi circensi: panem et circenses.
Per circo, secondo l’uso romano, intendevasi quello spazio di terreno destinato alla corsa. Ne’ primissimi tempi consisteva esso in una spianata aperta, intorno alla quale si erigevano de’ palchi provvisori in legno per commodo degli spettatori, a un di presso come possono essere que’ tratti di pianura ne’ parchi, nei giardini, in altre vaste campagne che in Inghilterra, in Francia e pure in Italia, su cui si fanno oggidì le corse de’ cavalli. Non si tardò guari a costruire un edificio permanente su d’una pianta acconcia, che però assunse la forma oblunga, da una parte chiusa da un semicircolo e dall’altra da una costruzione detto oppidum, o castelletto, sotto cui erano le carceri, pel servizio de’ cavalli e de’ cocchi, nome serbato tuttavia nelle congeneri costruzioni odierne degli anfiteatri, che si aprirono eziandio a quegli ippici divertimenti.
Rich così descrive quello tuttavia superstite vicino a Roma, assai ben conservato, sulla via Appia e comunemente conosciuto sotto il nome di Circo di Caracalla.
«Un lungo muro basso (spina) era costruito in senso longitudinale per mezzo al campo della corsa, così da dividerlo come una barriera, in due parti separate, ed a ciascheduna delle due estremità era posta una meta (meta), intorno a cui i carri giravano; quella più vicina alla stalla pigliando nome di meta prima, la più lontana di meta secunda. I due lati del circo non sono affatto paralleli l’uno all’altro e la spina non è esattamente equidistante da’ due lati. Forse questo è un caso eccezionale: ed una tale norma di costruzione era seguita solo quando s’aveva un terreno, come questo, limitato ad oggetto di fornire il maggiore spazio ai carri a principio della corsa, quando pigliavano le mosse tutti in riga; ma quando la meta in fondo era stata girata, si dovevano trovare schierati piuttosto in colonna che in riga; e quindi una minore larghezza bastava lungo questo lato del terreno di corsa. Per una simile ragione l’ala destra del circo è più lunga della sinistra, e le stalle sono disposte su un segmento di circolo, di cui il centro cade esattamente al punto intermedio fra la prima meta e il lato dell’edificio da cui la corsa principiava. L’oggetto di ciò era che tutti i carri, secondo uscivano dalle loro stalle, potessero avere la stessa distanza da percorrere prima di raggiungere il posto di dove aveva luogo la mossa, ch’era all’entrata del terreno della corsa, dove una corda imbiancata (alba linea) era tesa a traverso raccomandata a due piccoli pilastri di marmo (hermulae), e poi lasciata libera da un lato, appena i cavalli vi si erano tutti egualmente accostati, ed il segnale della partenza era stato spiegato. Eravi il palco dell’imperatore (pulvinar) e quello dal lato opposto si suppone che fosse stato destinato al magistrato (editor spectaculorum), a cui spesa i giuochi si davano. Nel centro dell’estremità occupata dalle stalle vi era una grande porta, chiamata porta pompæ, per la quale la processione circense entrava nel circo prima che le corse principiassero, un’altra era costruita all’estremità circolare chiamata porta triumphalis, per la quale i vincitori escivano dal circo in una specie di trionfo; una terza è situata sul lato destro chiamata porta libitinensis, e per essa i cadaveri degli auriga uccisi o feriti erano portati via e due altre erano lasciate proprio vicino ai carceres, che davano l’ingresso nel circo ai carri.»
Tutti i circhi erano modellati su questo e fu per l’appunto la ragione per la quale ne riportai la descrizione particolareggiata, perchè se ne potesse avere l’idea precisa.
Quanto all’elevazione interna ed esterna dell’edificio, un circo nell’esterno era costruito sopra un disegno simile a un di presso a quello de’ teatri, a gradinate di sedili, divisi in file separate da scale e da pianerottoli.
Quando si immaginarono gli Anfiteatri, de’ quali or vado a dire, i circhi si compenetrarono per lo più in essi: corse, cacce e giuochi gladiatorj vi si trasportarono, trovandosi più proprio ed opportuno arringo, come più sopra dissi, tal che si scambiassero quasi sinonimi i rispettivi nomi. Ecco perchè io pure li verrò quind’innanzi promiscuamente adoperando.
Entrati i ludi circensi, siccome ebbi del pari a notare diggià, nelle abitudini e nei gusti della vita romana, è meraviglia perfino come pel migliore servizio dei medesimi non avessero gli Anfiteatri a sorgere che negli ultimi tempi della Repubblica e fossero anche questi dapprincipio temporanei e costruiti di legno come erano stati prima i circhi, venendo cioè eretti solo all’evenienza di straordinarie solennità per vittorie riportate, o trionfi di capitani, le quali festeggiate, si disfacevano incontanente.
L’origine ad ogni modo, ad onta del greco nome che esprime l’idea di due teatri riuniti aventi quindi gradinate e sedili disposti tutti all’intorno[115], vuol essere attribuita a Roma, e Plinio, comunque additi il fatto a ragione di biasimo, così lo narra:
«Io passo, scrive egli, a trattare del lusso degli edifici di legno, lo che porge esempio della più completa demenza. Cajo Curione, che morì nella guerra civile, seguendo la fazione di Cesare, in occasione dei funerali del padre, volle dare al popolo uno spettacolo così straordinario, da lasciarsi addietro Scauro e di far ciò che questi fatto non avesse. Ma come avrebbe egli potuto per opulenza misurarsi col genero di Silla e col figlio d’una Metella, il qual s’era fatto aggiudicare a vil prezzo i beni de’ proscritti, e aveva avuto a padre quel Marco Scauro, tante volte a capo della città e che pel sodalizio suo con Mario aveva potuto rapinar le provincie? Scauro stesso s’era già sorpassato, traendo partito dall’incendio della sua casa, per riunire in un sol luogo le più peregrine cose dell’universo, sì che nessuno potesse in demenza sopravvanzarlo. Fu dunque a Curione mestieri di dar le spese al proprio ingegno; ed è prezzo dell’opera esporre quanto ebbe a immaginare, onde felicitarci de’ costumi presenti e chiamarci, come usiamo di fronte agli andati, noi piuttosto che essi di tempra antica.
«Fece egli costruire in legno due eguali e grandissimi teatri, girevoli entrambi su pernii, così che nelle ore antimeridiane si trovassero a dosso rivolti in modo che l’uno non nuocesse alla schiena dell’altro, poi d’un tratto i teatri girando sovra sè stessi, si volgevan di fronte, congiungendosene le estremità e fornivano un anfiteatro per gli spettacoli de’ gladiatori, movendo con esso il popolo romano che vi si trovava.
«Ma che è più a maravigliarsi in tutto ciò? dell’inventore, o del trovato, dell’artefice o dell’autore, di chi questo escogitò, o di chi l’accolse, di chi comandò, o di chi obbedì? ecc.»[116]
In Dione poi leggesi altro anfiteatro essere stato fabbricato di legno; ma essendosi sfasciato e rovinato, aver tratto con sè molta uccisione di gente. Giulio Cesare stesso, già dittatore, ne eresse alla sua volta uno in campo di Marte; onde chiaro si vede che molti e frequenti fossero tali costruzioni in legno, come frequenti erano gli spettacoli gladiatorii o di fiere, che per feste religiose, per gloriosi politici avvenimenti, ed anco per elezioni di magistrati o di capitani si venivano offerendo.
Ma sotto Augusto la smania dei ludi circensi e massime delle caccie, venationes, venne fuor misura aumentando, ed importanza pur s’accrebbe alla loro degnità. Fosse eccesso di ricchezza, o inclinazione di principe, a istigazione d’Augusto, nell’anno 725 di Roma, Statilio Tauro, amico di lui, costruì a propria spesa il primo anfiteatro di pietra, i cui ruderi, nella sua distruzione, hanno poscia formata quella piccola eminenza, su cui poggia di presente la piazza di Monte Citorio, ove fu eretta adesso la Camera dei Deputati.
In molta fama ed in uso durò tale anfiteatro, finchè sotto Nerone divampò in fiamme e sebbene si fosse procacciato di ristaurarlo; così non lo fu che non venisse a Vespasiano in pensiero d’altro erigerne più degno. E vi pose mano infatti nell’ottavo suo consolato; nondimeno solo compiuto da Tito figliuol suo e da lui dedicato. Venne la ingente mole denominata Flavia, perchè della famiglia Flavia questi due imperatori: ma più comunemente è noto sotto il nome di Colosseo o di Coliseo, a cagione d’una statua colossale, che la volgar diceria esagerò di certo dicendola dell’altezza di cento venti piedi, la quale fu ritrovata nelle vicinanze e per alcun tempo stata nella casa aurea di Nerone. E dura esso tuttavia ne’ pur suoi maestosi avanzi, avendo resistito alle ingiurie del tempo e degli uomini; abbenchè, rispettato da’ Barbari che invasero l’Italia e devastarono più volte l’immortale città, patisse gli oltraggi d’un cardinal Barberini, che, a sfruttarne il molto bronzo che ne teneva unita la gigante costruzione, contribuì alla demolizione di tanta parte, sì che avesse a meritare che del vandalismo suo si dicesse: Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini[117]. — Ma corre antico il vaticinio, riferito da Vida, che finchè duri il Colosseo, abbia a durare anche Roma.
Dell’altezza di questo gigantesco monumento, scrisse Ammiano Marcellino, essere stata tanta che l’occhio umano vi giungesse a mala pena alla sommità; e circa la vastità, Publio Vittore afferma contenesse commodamente seduti ottantasette mila spettatori, e nell’àmbito superiore, e sotto i portici altri dieci o dodici mila ancora.
Ma prima assai dell’Anfiteatro Flavio di Roma, esisteva quello di Pozzuoli, dove già riferii aver Augusto trovata occasione di far leggi per distinzioni delle classi nei teatri, per irriverenza usata a un Senatore, e dove Nerone festeggiò Tiridate, re dell’Armenia, con giuochi gladiatorj, ed apparato grandissimo[118]; ed esisteva pur quello di Pompei, edificato in pietra.
Il lettore che mi ha seguito ne’ capitoli della storia deve rammentare come io abbia coll’autorità di Tacito narrato della festa degli accoltellanti datasi da Livinejo Regolo a quest’ultimo anfiteatro, e nella quale Pompejani e Nocerini vennero fieramente alle mani, nè avrà dimenticato allora che ciò avvenisse a’ tempi di Nerone, il quale a punir quel sanguinoso fatto ebbe ad inibir per dieci anni gli spettacoli dell’anfiteatro in quella città. Ciò accadde nell’anno 812 di Roma e 59 dell’era cristiana; ma le due lapidi rinvenute, l’una presso la principal porta meridionale dell’anfiteatro, e l’altra presso l’uno de’ vomitori respicienti la città dal lato occidentale e recanti una medesima iscrizione, forniscono i dati per farne rimontare la fabbrica ad assai tempo anteriore.
Ecco l’iscrizione:
C . QVINCTIVS . C . F. VALGVS
M. PORCIVS . M. F. DVO VIR .
QUINQ . COLONIÆ HONORIS
CASSA SPECTACVLA DE SVA
PEQ. AG. COER . ET COLONEIS
LOCVM IN PERPETVVM DEDER[119].
Questa iscrizione attribuisce la fondazione dell’anfiteatro a Cajo Quinzio Valgo e Marco Porcio; gli stessi che avevano fatto edificar e collaudato l’Odeum e i quali necessariamente non potevano aver concesso il luogo alla stessa che dopo l’invio della colonia per parte di Silla; ma dove poi si ponga mente alle altre iscrizioni rinvenute nell’anfiteatro stesso e che più innanzi riferirò, e per le quali si veggono costruiti de’ nuovi cunei o scomparti di gradinate da altri magistrati e da maestri, magistri, del sobborgo, pagus, Augusto Felice e una contribuzione per parte di costoro alle spese, è allora concesso d’inferirne che la completa costruzione dell’anfiteatro pompeiano seguisse intorno al tempo in cui venne mandata da Augusto una compagnia di Veterani, che vi costruì appunto il Pagus Augustus Felix, cioè verso l’anno 747 di Roma, e il P. Garrucci infatti nelle sue Questioni Pompejane stabilì con irrecusabili argomenti che essa fu di poco posteriore ad un tal tempo.
L’anfiteatro fu costruito nella parte meridionale della città presso le mura che guardavano a Stabia, ed anche oggidì, appare meglio conservato che tutti gli anfiteatri che ho superiormente ricordati, quelli di Roma, cioè, di Verona, e di Pola; tanto esso venne solidamente fabbricato, che neppure il tremuoto e gli altri cataclismi, onde fu desolata Pompei, non poterono nuocerne le fondamenta, poco la muraglia che lo recingono, poco la gradinata della cavea, e solo vedesi danneggiato nella parte superiore; conservate per altro la prima e la seconda precinzione, benchè spogliate de’ marmi ond’erano rivestite.
L’architettura esteriore, semplice e senza alcun ornamento, non presentando che più ordini d’arcate l’una all’altra sovrapposte, come si vede praticato negli altri congeneri edificj, e non senza un certo effetto nel suo complesso, è di pietra vesuviana.
Pur esternamente si osservano cinque grandi scalinate, per le quali si ascendeva ad un deambulacrum, o gran terrazza scoperta, che corrisponde al giro esterno della seconda cavea, donde si saliva alle logge superiori di archi laterizii, destinate per le donne e per la plebe. Da questo deambulacrum, non è superfluo al visitatore delle rovine di Pompei il sapere come si goda del più delizioso orizzonte, poichè rimpetto si abbia il Vesuvio, a settentrione i monti Irpini, ad oriente i monti Lattarj, sulla china dei quali posa Sorrento, e a mezzodì Napoli e le sue isole avvolte come da una rosea nebbia trasparente.
Forse a diminuzione di spesa, e forse anche a renderlo proprio agli spettacoli di naumachia, se si avessero voluti offrire, ma che però il fatto d’essere città marittima esclude che vi si avessero a dare, perchè certo sarebbero riusciti inferiori ad ogni aspettazione ed a quelli che offerir si potevano sul mare stesso, l’edificio era stato costruito in una specie di bacino, scavato in parte artificialmente, per modo che l’arena si trovasse tanto al di sotto del livello del suolo per quanto le mura si elevavano al disopra.
Vien misurato il più gran diametro dell’anfiteatro di 130 metri, il più piccolo di 102. La direzione dell’ovale è da N. a S.: alle sue estremità si trovano i due principali ingressi, i quali mettono all’arena di forma elittica.
Appunto per la suindicata ragione, che l’arena era incavata nella terra, l’ingresso settentrionale che riesce a quella e che forma un breve porticato a vôlta, ha il pavimento lastricato di pietra vulcanica in declivio, ed ha nei lati l’incanalatura per ricevere le acque.
Due grandi nicchie sono a destra ed a sinistra di tale ingresso, le quali dovevano contenere le statue di due benemeriti cittadini, e di chi fossero ce lo rivelano le opportune iscrizioni che sotto di esse si leggono.
Quella a destra è così concepita:
C . CVSPIVS C . F . PANSA PONTIF
D . VIR . I . D .[120]
Quella a sinistra, così:
C. CVSPIVS . C . F . PANSA PATER D . V . I . D .
IIII QVINQ . PRAEF ID . EX D . D . LEGE PETRON .[121]
Più avanti fornirò gli schiarimenti intorno a questa legge Petronia, della quale si fa nella iscrizione cenno, riservandoli essi all’argomento degli spettacoli gladiatorii.
Il marchese Arditi, nel trattare della legge Petronia, saviamente opina che l’iscrizione e la statua del prefetto Cuspio Pansa siano state collocate nell’anfiteatro prima del tremuoto dell’anno 63, ed anche prima della sospensione degli spettacoli ordinata da Nerone nel 59.
Avanti d’entrare nell’arena, o sia nella gran piazza de’ combattimenti e delle caccie, detta appunto arena, dalla sabbia che vi era sempre sparsa, onde il sangue che si versava dagli uomini e dalle fiere, a scanso di ribrezzo, avesse presto a iscomparire, trovasi a destra e a manca l’entrata in un criptoportico, o corridojo circolare sotterraneo rischiarato da numerosi spiragli, da cui per diversi vomitorj si ascendeva a’ gradini della prima e seconda cavea, dove sedevano i magistrati e i più cospicui cittadini e i collegi. Questo sotterraneo, che girava tutt’all’intorno dell’anfiteatro, è degno di considerazione per la sua forma intatta e per non riscontrarsi in alcun altro anfiteatro. Le pareti di questo portico hanno tuttavia iscrizioni scritte in rosso ed in nero, che accennano a nomi de’ magistrati, forse benemeriti dei ludi al circo, e leggonsene altre contenenti officiosità pel loro indirizzo e tal altra eziandio che suona ingiuria, o lode a talun combattente. Ho già notato come fosse insito nel costume de’ Pompejani di dare sfogo ai sentimenti proprj, esprimendoli sui muri delle case o di qualunque altro edificio.
Ma eccoci nell’elissi dell’anfiteatro. Appena entrato, io sperimentai, alzando la voce, l’eco che vi regna, e che già rammentai al lettore quando dipingendogli l’estrema catastrofe, affermai, come essa avesse contribuito a rendere maggiore l’orrore della situazione. L’arena, tutta recinta d’un parapetto, o podio dell’altezza di circa due metri, sul quale alzavasi eziandio un graticcio di ferro, per tutelare gli spettatori dal furore delle fiere che, istigate dal combattimento, avrebbero potuto gittarsi su di essi. Siffatto parapetto era tutto dipinto a soggetti convenienti al luogo; ma l’azione dell’aria ve li ha fatti tutti sparire. Si rammenta da chi si trovò all’epoca della scoperta di questo monumento, che fu il 16 novembre 1748[122], che fra tali dipinture una vi fosse che raffigurava un lanista o maestro de’ gladiatori, che in mezzo a questi, armato di bacchetta (rudis) era in atto di giudicare cui spettasse colla vittoria nella lotta il premio del vincitore, sul quale svolazzavano due genii alati recanti corone nelle mani.
Ma non si smarrirono le iscrizioni, che nel parapetto stesso si lessero, dedicate a memorare i nomi di que’ magistrati che meglio avevano contribuito alla restaurazione dell’anfiteatro, rifacendo i cunei e riparando le altre rovine, che erano stati altresì i sovrintendenti, o prefetti degli spettacoli.
Eccole, quali sono riferite dalle Guide e dagli illustratori di Pompei.
MAG . PAG . AVG . F . S . PRO . LVD . EX . D . D .
T . ATVLLIVS . C . F . CELER . II . VIR . PRO . LVD . LV . CVN
C . F . C . EX . D . D
L . SAGINIVS . II . VIR . I . D . PRO . LV . LV . EX . D . D . CVN
N . ISTACIDIVS . N . F . CILIX . II . VIR . PRO . LVD. LVM
A . AVDIVS A . F . . RVFVS . II . VIR . PRO . LVD .
P . CAESETIVS . SEX . F . CAPITO . II . VIR . PRO . LVD . LVM
M. CANTRIVS. M F. MARCELLVS. II. VIR. LVD LVM CVNEOS. III F. C.
EX. D D.[123]
Importa che io qui traduca una nota che Bréton appone a queste interessanti iscrizioni.
«Queste iscrizioni, scrive egli, presentano un enigma assai difficile a sciogliere. Che vogliono esse dire queste parole PRO LVD, pro ludis? Si è creduto dover tradurre per i giuochi, e scorgere quindi nell’iscrizione la menzione dei giuochi che venivan celebrati nell’anfiteatro[124] da certi magistrati. Questa interpretazione sarebbe stata accettabile, se nella terza iscrizione non si trovassero le parole PRO LVD . LVM . che il P. Garrucci legge pro ludorum luminatione, per l’illuminazione dei giuochi, e Mommsen pro ludorum luminibus; per i lumi dei giuochi. Questa spiegazione non essendoci sembrata in tutto soddisfacente noi abbiamo consultato uno de’ nostri dotti colleghi, il signor Léon Rénier, noto per gli studj speciali che ha fatti dell’epigrafia antica. I nostri lettori saran lieti di trovar qui le sue risposte, delle quali abbiamo creduto adottare le conclusioni così ben motivate.
«L’interpretazione del P. Garrucci, e quella di Mommsen, dice Léon Rénier, proverebbero, se si fosse costretti d’attenervisi, che si davan dei giuochi con illuminazione nell’anfiteatro di Pompei, ciò che non mi pare da ammettere. Ecco come io interpreto il passo dell’iscrizione: Marcus CANTRIVS, Marci Filius MARCELLVS duum VIR PRO LVDis LVMinatione, CVNEOS III Faciendos Curavit EX Decreto Decurionum. PRO LUDis, LVMinatione, cioè in luogo dei giuochi e dell’illuminazione, ch’ei doveva dare nell’occasione della sua elezione alle funzioni di Duumviro. L’elissi della congiunzione et non ha nulla che debba sorprenderci: era essa di regola nello stile epigrafico. (Ved. Morcelli, De Stylo inscr. p. 4486 ed. Rom.) Gli onori municipali si pagavano ordinariamente con giuochi, spettacoli, distribuzioni di sparsioni, ecc.: spese improduttive che si scontravano talvolta come qui, con altre spese equivalenti il cui effetto era più durevole. In una iscrizione di Djemilah (l’antica Colonia Cuiculitanorum), che io ho pubblicato in una memoria che fa parte dell’ultimo volume della Società degli Antiquari di Francia, si vede un magistrato di questa città erigere una basilica, in luogo d’uno spettacolo di gladiatori ch’ei doveva dare. Si potrebbero citare molti esempi analoghi.
«Le interpretazioni del P. Garrucci e di Mommsen sono affatto congetturali; la mia si appoggia sopra esempj che mi sembrano concludenti. Il primo ne è fornito da un’iscrizione di Roma edita dal Fabretti Inscript. Domestic. p. 243 n. 556, e da Orelli p. 3324, la quale termina così: POPVLO VISCERATIonem GLADIATORES DEDIT LVMINAtionem LVDOS Junoni Sospitæ Magnæ Reginæ SOLIS FECIT.
«Il secondo si trova in un’iscrizione della raccolta di Muratori pl. 652. n. 6, nella quale si legge:
..... VS . SPORTVLAS ITEM FIERI ET
..... PVERIS NVCES SPARGI DIE Suprascripto ET
LVMINATIONE
«Quest’ultima iscrizione è un’iscrizione funeraria, nella quale non v’ha questione nè di giuochi nè di spettacoli, ciò che mi fa pensare che in quella dell’anfiteatro di Pompei non vi sia connessità fra le parole LVD e LUM; queste parole designano due spettacoli differenti, che i nuovi magistrati dovevano dare al popolo e da cui un decreto dei decurioni gli aveva dispensati, loro imponendo l’obbligo di applicare alla costruzione dell’anfiteatro una somma almeno equivalente a quella ch’essi avevano così economizzata»[125].
Per quanto ragionate codeste conclusioni, non mi so risolvere ad accettarle; perocchè fin quando io trovi, come in questa iscrizione di Marco Cantrio, che cuneos tres faciendos curavit, che, cioè, veggo menzionata un’opera, allora ben posso spiegarmi il pro ludis del modo che interpretò Rénier, vale a dire in sostituzione dei giuochi; ma quando trovo il pro ludis come nell’iscrizione
M . OCULATIUS M . F . VERVS II VIR PRO LUDIS
che ho riferita nel Capitolo precedente del Teatro Comico e che stava sulla soglia del medesimo in lettere di bronzo, senz’altra indicazione che m’additi cosa siasi dato o fatto in luogo dei giuochi, allora mi è permesso di dubitare che l’interpretazione di Rénier abbia sciolto l’enigma e di credere piuttosto che possa intendersi il pro ludis, come magistrato sopra i giuochi, cioè sovrintendente degli spettacoli.
E tanto più mi confermo in ciò, in quanto io non abbia rinvenuto autorità che mi convinca che gli spettacoli dati dai nuovi magistrati, fossero un verace obbligo inerente alla loro nomina; anzi che una liberalità, quantunque forzata, e che però potesse intervenire decreto di decurioni a sostituire ad una spesa obbligatoria un’altra spesa.
Ritornando ora alla difesa del podio, vuolsi osservare come anche un canal d’acqua vi corresse lungh’esso; onde così non fosse permesso alle fiere di accostarvisi di troppo.
La cavea era regolata e distribuita del modo stesso che accennai, parlando de’ teatri, nei capitoli antecedenti, partita cioè in tre zone col mezzo di due gallerie. La più bassa riserbata, come pur testè ho detto, ai principali magistrati, ai capi della colonia, a’ sacerdoti e sacerdotesse ed il posto che ognun d’essi occupava sopra i gradini era circoscritto in due linee col corrispondente numero distinto in rosso; e quel numero doveva corrispondere alla tessera che si presentava entrando all’impiegato denominato Locarius, o pigionante di sedili. Il quale occupava prima i posti negli spettacoli, o li accaparrava per cederli poi a chi giungesse tardi, contro determinato prezzo.
L’affaccendarsi di costui era singolarmente per le dame, imitate pur dalle moderne, che ultime sempre giungevano allo spettacolo, trattenute dalle lunghe e studiate toelette; onde il nostro Savioli, facendo allusione nella sua Ode Il Teatro a siffatta consuetudine, cantava:
Tardi ai roman’ spettacoli
L’altera Giulia venne,
Ma i primi onor del Lazio
Su l’altre belle ottenne.
Marziale, ne’ suoi epigrammi, parla di questi locarii nel verso:
Hermes divitiæ locariorum[126];
ed io, tenendo conto di tali inservienti de’ pubblici trattenimenti, addito origini di pratiche pur oggidì sussistenti, e riconfermo il concetto del Savio, che disse nulla essere nuovo sotto il sole.
Questa prima cavea dell’anfiteatro era divisa da una precinzione di pietre di tufo dall’altra cavea superiore e conteneva diversi muri traversali che ripartivano il podio stesso. Così aveva quattro ripartimenti, due verso le porte di cinque gradini, e due altri nel mezzo del giro di quattro gradini assai più larghi e spaziosi, aventi poi ognuno le proprie porte separate.
La media, o seconda cavea era assegnata ai cittadini distinti, e più agiati, ai diversi collegi e ai militari ed aveva trenta gradini.
Termina finalmente colla summa cavea costituita di diciotto fila di gradini ed era riserbata al popolo e dietro di esso si collocava la plebe, dopo la quale, in bell’ordine di archi sorgevano le logge per le donne, che si formavano degli archi stessi sorretti da colonne, alle quali logge, per essere coperte, Calpurnio chiamò col nome di cattedre ne’ versi in cui rammenta di aver dovuto ascendere fin su su nell’ultima fila dell’Anfiteatro, per essere la infima e media cavea occupate da magistrati e cavalieri:
Venimus ad sedes, ubi pulla sordida veste
Inter femineas spectabat turba cathedras,
Nam quæcumque patent sub aperta libera cœlo,
Aut eques aut nivei loca densavere tribuni[127].
Tutta la cavea ha quaranta scaglioni con altrettanti vomitorj per i quali gli spettatori entravano ed uscivano ordinatamente; solo le donne avevano una separata gradinata onde accedere ai loro posti; lo che dinota ancora un riguardo che a’ dì nostri non si serba al gentil sesso ne’ teatri, e ciò malgrado che allora fosse dal diritto romano considerata la donna poco più di cosa, e adesso si pretenda che i costumi illeggiadriti ne abbiano senza confronti migliorate le condizioni.
Abbiamo già veduto nel precedente capitolo, come a temprare agli spettatori del Teatro Tragico gli ardori canicolari, fosse stato in Pompei e nelle altre città della Campania, prima che altrove, immaginato il velario, cagione di tanto scandalo a’ puritani scrittori di allora: or bene l’Anfiteatro pompeiano usava esso pure il più sovente di questa salutare costumanza. Dirò di più: la distesa del velario era tanto desiderata e voluta, che il Theatropola, od impresario di teatro, o chi dava le feste, si affrettava, nel pubblico annunzio che scrivevasi sui muri delle principali vie o de’ luoghi più affluiti di gente ad indicare che le vele e le tende non sarebbero mancate. Ho già recato nel capitolo nel quale parlai delle vie e degli affissi, quello in cui Valente Flamine perpetuo di Nerone, avvertendo che ai 28 marzo (V. Kal. aprilis) si darebbe una caccia, si dà premura di soggiungere che vi sarebbero i velarii, et vela erunt: ora, a meglio constatare la buona usanza, ne recherò due altri.
Un Ottavio, od un Onesimo, procuratore, poichè gli scrittori non sanno leggere che questi due nomi sotto la lettera O della seguente iscrizione, così annunzia una caccia, venatio, che darebbe a’ 29 di ottobre la famiglia gladiatoria di Numerio Popidio Rufo, che a’ 20 Aprile si alzerebbero le antenne, mala, ed i velarii, vela, nell’anfiteatro.
N . POPIDI
RVFI . FAM . GLAD . IV . K . NOV . POMPEIS
VENATIONE ET . XII . K . MAI
MALA . ET . VELA . ERVNT
Q . PROCVRATOR . FELICITAS .[128]
Si argomenta da tale avviso che i velarii si rizzassero nell’anfiteatro appena che il caldo incominciasse vivamente a farsi sentire e a dar fastidio la sferza del sole e che, se si credeva avvertire una caccia gladiatoria, ancorchè lontana, perchè più spettacolosa, non toglieva che prima si facessero altri minori divertimenti nell’anfiteatro; senza di che non avrebbe senso il dirsi che si rizzerebbero antenne a vele nell’aprile, per una caccia che dovesse seguire sei mesi nell’ottobre.
L’altro manifesto che si lesse su d’un muro della Basilica si esprime così:
N . FESTI AMPLIATI
FAMILIA . GLADIATORIA . PVGNA . ITERVM
PUGNA . XVI . X IVN VENAT . VELA.[129]
Or bene, nel cornicione dell’anfiteatro sì avvisano ancora alcune pietre aventi dei fori, ne’ quali si infliggevano le aste od antenne (mali, o mala come è scritto nella surriferita iscrizione) a cui venivano raccomandati i capi del velario e le funi che lo sostenevano.
Abbiam veduto superiormente come alle due estremità della elissi dell’anfiteatro vi fossero due porte: noterò ora che un’altra più piccola ve ne fosse, la quale era detta Libitinense, il cui scopo avverrà di conoscere più avanti, parlando de’ gladiatori.
Per questa porticina entravano poi le bestie feroci, le quali, per l’angustia di essa, non avrebbero potuto ritornare indietro o volgersi dai lati. Una cameretta vi è presso, forse lo spoliario, luogo nel quale i gladiatori uccisi venivano spogliati delle loro armi e delle loro vestimenta, come troviam ricordato in Seneca ed in Lampridio[130]: in essa si trovarono le ossa d’un leone. Questa circostanza e l’altra che già ricordai di eguali avanzi di leoni rinvenuti nelle vicinanze avvalorano l’affermazione di chi scrisse che il cataclisma sorprendesse i Pompejani intenti ai giuochi dell’anfiteatro. Per lo meno ci provano che recenti ne dovessero essere stati i divertimenti.
In quanto a me, non sono alieno del dividere l’opinione di coloro che osservarono che il novissimo giorno fosse pure un dì a’ ludi circensi destinato, confermandone altresì il fatto d’essersi trovati verso l’ingresso e ne’ corridoi dell’anfiteatro sei scheletri, a fianco di essi due braccialetti, due anelli, una moneta ed altri frammenti d’oro, quattro belle monete di bronzo, un involto di drappi ed una lampada. Perchè avrebbero dovuto rinvenirsi questi scheletri e questi oggetti in luogo ordinariamente chiuso, oltre che all’estremità della città, se non per essere stato in quel giorno aperto a pubblico divertimento? Non si potranno ad ogni modo per questi dati abbastanza significanti, avere per sognatori coloro che la detta opinione sostennero.
Altre piccole camere vi sono ai lati delle due porte principali ed erano i cataboli, o stalle in cui le belve attendevano d’essere lanciate nell’anfiteatro.
Finalmente chiuderò la descrizione dell’anfiteatro pompejano col far cenno del triclinio, che di contro al principale ingresso di esso si vede. Era uso presso gli antichi che il giorno innanzi l’esecuzione dei condannati a morte si imbandisse loro un publico banchetto, chiamato libero. In cotale occasione si largheggiava ad essi di ogni ricercata vivanda. Chateaubriand, che di tal costume favella ne’ suoi Martyrs, non può trattenersi dallo scagliarsi contro di esso, come di raffinamento della legge e come brutale clemenza del paganesimo; l’una, perchè voleva rendere la vita cara a quelli che dovevano perderla; l’altra, che non considerando l’uomo che fatto per i piaceri, ne lo voleva colmare nel mentre che spirava. Anche i gladiatori, devoti a morte, poichè non avvenisse mai che talun d’essi non restasse sull’arena, avevan diritto, prima del giorno dello spettacolo, a questo publico pasto. Era poi nella piazza cinta di muro, in prossimità al triclinio, che i gladiatori attendevano l’ora di entrare alla lotta nell’anfiteatro.
Ora poichè conosciamo il luogo che in Pompei serviva d’arringo a’ giuochi circensi, e coll’anfiteatro di questa città, possiam dire di conoscere quelli pure delle altre e anche quello più famoso di Roma; passiamo a trattare de’ ludi, che più frequentemente solevano celebrarsi in essi, e delle persone che vi pigliavano parte.
I più consueti e desiderati spettacoli dell’Anfiteatro erano le corse, che prima si facevano, come già vedemmo, nel Circo; i ludi gladiatorj e le cacce, che son le venationes che abbiamo in più affissi veduto annunziate in Pompei. Le danze, le pantomime, i canti e i suoni dei tibicini e dei fidicini erano divertimenti minori a’ quali prestavasi bensì l’anfiteatro, ma piuttosto a riempire gli intermezzi e ad illudere l’impazienza del publico che stava attendendo i principali spettacoli annunziati, anzi che a costituire di per sè un vero trattenimento.
Le Corse, o fazioni degli Auriga, il lettore s’è accorto essere state introdotte fin dai primordj di Roma, per aver io al principio ricordato il giuoco de’ Trojani: il qual non fosse infatti che un armeggiamento a cavallo. Molto più in onore in Grecia erano tenute le Corse, dove i vincitori ne’ giuochi olimpici vennero consegnati alla immortalità dagli inni di Pindaro. Colà, per responso della Pizia, a’ siffatti giuochi annettevasi la salute della Grecia. Furono perfino misurate le epoche dalle olimpiadi, ogni olimpiade essendo lo spazio de’ quattro anni che scorrevano fra due celebrazioni de’ giuochi olimpici. Dall’una all’altra olimpiade si contavano cinque anni, benchè non fossero se non se quattro compiuti. Presso gli storici la prima olimpiade comincia nel 776 prima di G. C. e 24 avanti la fondazione di Roma. Dopo la 340.ª olimpiade, che finì coll’anno 440 dell’Era Volgare, più non si trovano gli anni calcolati per mezzo delle olimpiadi.
Or si fu nella vigesima quinta olimpiade che presso quella nazione ebbe luogo la corsa del carro a due cavalli; nella ventottesima quella dei cavalli da sella; nella novantottesima corse con due cavalli da maneggio nello stadio, e nella susseguente si attaccarono ad un carro due giovani puledri condotti a mano ed un’altra corsa di un puledro montato a guisa d’un cavallo da sella.
In Roma e nelle città italiane, dove massime negli ultimi tempi della republica ed in quelli dell’impero si grecizzava, era più che ovvio che que’ giuochi si importassero con quelle discipline e seguissero nel circo dapprima e poi nell’anfiteatro e s’introducessero le corse dei cocchi o de’ carri, currus, detti anche bighe se tirate da una coppia di cavalli, quadrighe se da quattro. Dione nel lib. XXIX, cap. 28, parla delle corse dei cavalli che fecero parte dei giuochi famosi che diede Pompeo e de’ quali dirò ancora più avanti.
Le fazioni degli auriganti che si vennero presto istituendo e le quali aspiravano alla palma nei ludi circensi, erano quattro in Roma, distinte dal vario colore delle vestimenta loro, cioè verde, ceruleo, rosso o bianco, onde appellavansi Prasinæ, Venetæ, Russatæ, Albatæ. Svetonio ne fa sapere essersene di poi aggiunte altre due, l’una di stoffa aurata, e l’altra di panno porporino. I principi perfino si onoravano d’esserne i capi; così Caligola della Prasina, Vitellio della Veneta. I guidatori (agitatores) montarono in prezzo e i poeti li celebrarono, come ne fanno fede, oltre que’ di Marziale, anche i vecchi epigrammi di M. Aurelio Dione, di Diocle, di Pompeo Eusceno e di Fuseo. Così rimasero ricordati i nomi di Incitato caro a Caligola, di Prasino caro a Nerone, di Passerino e Tigri diletti a Domiziano e di Scorpo a Nerva; del quale Scorpo dettò Marziale il seguente pomposo epitaffio: