APPENDICE SECONDA L’eruzione del Vesuvio del 1872 detta del 26 aprile[328].

Nel Capitolo primo di questa mia opera, ebbi a notare come ne’ giorni del mio soggiorno in Napoli, verso, cioè, la metà del dicembre 1869, il ch. cav. Luigi Palmieri, direttore dell’Osservatorio Vesuviano, avesse segnalato agitazioni nel sismografo, le quali dovessero essere precorritrici di sotterranee commozioni. Notai del paro come infatti si avessero a tradurre in iscosse di tremuoto in qualche città italiana e nella catastrofe poscia toccata all’isola di Santa Maura, l’antica Leucadia, la cui capitale Amaxichi, stando a’ dispacci telegrafici ed ai giornali dell’ultima settimana del dicembre di quell’anno, avesse ad essere interamente rovinata[329].

Queste agitazioni, queste scosse e codesti considerevoli guasti erano i prodromi d’un periodo di commovimento vesuviano, che offrì nel 1871 spettacolo di accensione e di infocate lave, non che nel successivo anno 1872, dove aveva la sua massima attività e intensità, periodo che pur ai giorni che scrivo non è per avventura ancor chiuso, come n’abbiamo prova in alcune importanti manifestazioni avvenute nel mese di marzo ed anche successivamente nel corrente anno 1873.

Io reputo conveniente, avanti impor termine a questo lavoro, di raccogliere in poche pagine la terribile e lagrimosa storia della eruzione vesuviana suddetta seguita nello andato anno 1872; perocchè, al giudizio dei dotti, essa annoverare si debba tra le più celebri e disastrose, e sarà compimento della rapida monografia, che del Vesuvio ho nel detto primo Capitolo dettata.

Nè far di meglio io credo quanto spiccare dalle varie pubblicazioni avvenute in Napoli a que’ giorni, nelle quali sentesi ancora tutta l’impressione di chi fu spettatore di quei formidabili furori vesuviani, tenendo conto per altro di que’ giorni soltanto, in cui la furia del monte fu maggiore e l’eruzione al colmo.

Questa eruzione vien designata del 26 aprile 1872, perchè fu in tal giorno che si manifestò nella sua maggiore violenza. Ma se questa maniera di distinguere le conflagrazioni del monte, disse il Palmieri nella Conferenza tenuta in Napoli pubblicamente il 9 maggio di quell’anno, è commoda per la storia, è invece falsa innanzi alla scienza; poichè questi grandi incendii non sono che fasi e manifestazioni di più o meno lunghe durate de’ grandi periodi eruttivi. L’eruzione quindi di che ora tratto, secondo l’illustre professore, rimonterebbe al 1 gennajo 1871.

«Io al primo gennajo 1871, soggiunse egli, annunziava sulla stampa che un periodo eruttivo era definitivamente stabilito, che sarebbe di lunga durata, e le cui fasi non poteva prevedere; al 13 gennajo comparve il piccolo cono come un piccolo fanale che sembrò poi fare sosta: era il finale del primo atto. Nel gennajo 1872 ricomparve il piccolo cono ed accanto ad esso delle bocche tonanti, con tutta la serie degli avvenimenti vesuviani che occorsero in quest’anno... Deve però dirsi che quello che abbiamo noi veduto è veramente la fase ultima della lunga eruzione che ha avuto incominciamento il gennajo del 1871»[330].

La notte del 21 aprile incominciava splendidissimo lo spettacolo delle lave incandescenti che scendevano dal cono del Vesuvio. Tale spettacolo si poteva ammirare anche in Napoli e a Santa Lucia, infinita era la gente che stava a contemplarlo; ma moltissimi ben anco coloro che dalla città facevansi colle carrozzelle trasportare alle falde del monte. Ma prima che il giorno spuntasse le lave avevano arrestato il loro corso, una sola avvanzavasi nell’Atrio del cavallo maestosa.

Un telegramma del Palmieri del mattino (ore 6 ant.) del 25 aprile così l’annunziava: «Grande incremento nella eruzione del Vesuvio, coincidente col tempo dal plenilunio, siccome avvenne nello scorso mese. Il fuoco si mostra per quattro bocche, ma la lava esce più copiosa per quella che si aprì alla fine di ottobre dello scorso anno. Essa scende pel lato meridionale del cono occupando la sabbia che serviva alla discesa.

«La maggiore attività dei crateri si notava da jeri l’altro con agitazione dei soliti strumenti.»

La notte che seguì un tal giorno è così descritta da Martino Cafiero in una lettera al signor Zerbi, redattore del giornale Il Piccolo di Napoli:

«Giunti, dopo un cammino di due ore almeno, a pie’ dell’Eremitaggio e dell’Osservatorio, smontammo di carrozza, e cavalcando, il mio amico ed io, due cavalli che avevamo fatti venir da Resina, ci dirigemmo, accompagnati da due guide con fiaccole, alla volta del monte. Dall’Osservatorio un sentieruzzo erto, arenoso, sfranato di qua e di là, conduce a piè d’un gran piano di vecchia lava — lava del 1871 — sul quale piano la nuova eruzione si riversa. Lasciammo i cavalli là; e c’inerpicammo su per quei massi ineguali, ancora caldi dopo un anno che furono spenti. Sai la superficie d’un mare in tempesta, che s’eleva, s’abbassa, s’increspa in flutti e gobbe ed avvallamenti tutti intorno per l’ampio spazio? Ebbene fa di pietra quella superficie di mare sconvolto; falla nera, rotta e ferrigna, ed aspra, e sonante sotto i passi, d’un suono schiacciato ed acre: e ti sarai fatta l’imagine del luogo pel quale condotti passavamo. A stento, saltando di picco in picco, incespando nei crepacci e nelle screpolature, sorretti dalle guide, poggiandoci sopra lunghi bastoni a punta, giungemmo in un luogo ch’era discosto dalla punta d’una lava quanto è il largo della Carità dallo Spirito Santo. Le guide volevan condurci sino al foco: io però mi sentiva rotto tutto, e volli sostare; ci ponemmo a sedere su d’uno di quei massi pungenti e rivolgemmo lo sguardo al monte.

«Vedevamo, alla nostra destra, in alto alla montagna un centro di foco vivissimo, dal quale uscivano, a sbuffi violenti, ora fiamma, ora fumo, ora massi, lanciati, come enormi carboni accesi, ad una altezza portentosa. Da quel centro, in una lunghissima linea zig-zag sulla schiena del monte, vedevasi scendere la lava: questa però luminosa in alcuni punti e già oscura in altri, pareva proceder lentamente e quasi star immobile, ad onta della gran vivacità ed attività dei cratere originario. Il cielo non era limpido, ma sparso di nubi leggere e bianche; nessun’aura di vento, un gran silenzio ed una quiete pressochè sinistra tutto intorno: da quell’alto monte tutto valli nere sino a quel mare in cui si rifletteva, come in un cristallo opaco, una velata luna. Lo stesso vulcano non dava nè boati nè tuoni, e solo l’alta bocca che t’ho detto facea sentir come l’ebollizione d’una mostruosa caldaia. La scena non era imponente tanto, quanto sinistra; quel mare di pietre e di ferrigne schiume su cui stavamo seduti, pallidamente rischiarate da una triste luna annebbiata, metteva, nella sua immane vastità, raccapriccio e spavento; nè si poteva guardare senza brivido quel tetro monte con quella fiammaccia in cima, sovra cui, a guisa di schiuma sanguigna che circondasse le infocate fauci d’una belva sovrannaturale, un fumo bianco, qua e là macchiato di chiazze rossicce.

«Ed ecco che come noi, taciti e tutti compresi da quel tremendo spettacolo, guardavamo lungamente il cielo e il monte e quella valle fosca, tutto ad un tratto una vista improvvisa e rapida ci colpì. Al disotto non molto del cratere di cui t’ho parlato, inopinatamente una gran macchia di foco comparve; la quale, senza strepito, senza rumore, silenziosamente, come una immensa cortina di foco s’allargò sulle spalle del monte, con un movimento laterale e perpendicolare insieme. Vedemmo allora come una gran muraglia di fiamma viva; e il calore e il riverbero ci percosse tutt’ad un tratto il viso, e vedemmo l’immenso foco ripercosso dal fumo, dal cielo, dalle nubi circostanti, e laggiù laggiù era il mare immobile, di cui un pezzo divenne come di sangue. La luna era uscita fuori dalle nubi, e splendeva limpidissima; e quella luce candida e quella luce infocata, quell’astro, quel vulcano, quel cielo, quel mare, che riflettevano a gara l’uno e l’altro; tutti quegli splendori, tutti quei riflessi; que’ terreni, quelle mitezze, quella vastità di spazii e quella selvaggia, indomita, superba potenza di fenomeni, fecer subitamente magnifico l’indescrivibile spettacolo e spiegarono sotto i nostri occhi stupefatti un quadro che avrebbe fatto poeti sin certi scrittori di versi del tempo presente.

«Delle nostre due guide una, la migliore, era andata presso l’estremità della prima lava per recare, come usa, pezzi di quella con monete conficcatevi dentro.

«L’altra guida stava presso di noi e ci spiegava, col buon senso d’una guida, come tutto quel nuovo foco, il quale in un attimo aveva allagata la montagna, non potesse in meno di tre ore giungere sino a noi.

«La spiegazione non ci parve evidente e volemmo tornare. Prendemmo infatti la via, insieme a tre nostri amici, nei quali ci abbattemmo, e che ci debbono la vita poichè li dissuademmo dall’andare innanzi; e saltando e dirupandoci balzelloni su per quelle pungenti e scoscese rocce, in mezz’ora fummo là dove avevamo lasciato i cavalli.

«Come tornavamo, lungo quegli aspri greppi, in molti ci scontrammo, che andavan su come noi eravamo andati, e che forse non tornarono come noi tornammo. Molte forestiere favelle colpirono i nostri orecchi, e mi si stringe il core pensando ora a chi venne forse di lontane terre, e cercando i diletti della vita e gli spettacoli della diversa natura, incontrò lontana dai cari suoi, la morte.

«In un punto, su d’un alto masso, seduti l’uno accanto all’altro, vedemmo una donna ed un uomo.

«Si tenean per mano e non si parlavano; ma su’ loro visi giovani era dipinta l’estasi della contemplazione e dell’amore. Gli occhi dell’uno scintillavano come quelle fiamme vulcaniche, quelli dell’altra eran dolci, immobili e puri, come quell’astro d’argento che tutta la circondava de’ suoi bianchi splendori.

«La vista dei due amanti m’è rimasta immobile nella mente. Vorrei saper di loro, e pure, se lo potessi, come chiederne notizie? non oserei farlo! Tornarono? o......? Ed erro e mi tormento in questo dubbio, e non so se essi vivono, o se, morendo, furon degni d’alta pietà o d’infinita invidia.

«..... Ad un tratto un suono basso e cupo ci fece girar l’occhio indietro. E vedemmo come se tutta la montagna s’incendiasse. Le nere macchie che prima vedevansi tra le due grandi lave, scomparvero in un baleno; e non si vide che tutta una fiamma che s’avanzava e si dilargava sul piano di vecchia lava, su cui poco innanzi eravamo.

«Non era ancor nato nell’animo nostro lo spavento di quella terribile vista, quando già essa ci fu tolta. E vedemmo irromperci innanzi alla faccia quasi una nuova montagna più fosca della prima, ed incalzarci ed esserci sopra con movimento precipitoso. Era orribile sbuffo di fumo così fitto che fece la tenebra dove poco innanzi era tanta la luce d’incendio; e da quello si svolgeva tale puzzo di zolfo e di bitume che subito rivolgemmo altrove il viso e quasi il respiro ci venne meno.

«Cercammo scampo nella fuga e dietro di noi s’udiva il grido disperato, pompeiano, d’altri fuggenti...

«Era già l’alba ed il cielo era diventato limpido e sereno. Splendeva ancora la luna e spirava un venticello di primavera pei vigneti vesuviani. Tanto sorriso da una parte; dall’altra tanto disastro: e mentre l’immensa colonna di fumo, elevandosi in un estremo dal vertice del monte e piegandosi con l’altro estremo nella vallata sottostante, formava un arco come di roccia nera, solcato in lungo da strisce sanguigne, nel mezzo di quell’arco vedevasi un lembo di cielo azzurro che lentamente s’illuminava nei chiarori d’un’alba incantevole[331]

Il Palmieri dall’Osservatorio mandava queste due parole:

Ore 6 a. m. Nuove bocche verso Nord; molti feriti. A domani il resto. — Questi feriti erano vittima della curiosità che li avea spinti sulle falde del monte, che ognora più si andava rendendo pericoloso.

Spaventevole era la vista della sterminata fornace anche per chi la guardava da Napoli. La nuvola che si levava e copriva parte dell’orizzonte era quale Cajo Plinio la descrisse dopo l’eruzione che seppellì Pompei; «bianca e talvolta sordida e macchiata, a seconda che sorreggesse terra o cenere»; e fin nelle ultime spire dei densi vortici. Si avvertiva ogni respiro del monte, poichè questi si muovono come il fumo ch’esce dalla bocca d’un cannone. Più volte s’udì il tremare dei vetri in molte case di Napoli; in parecchi edifici si fecero screpolature; e quasi tutto il giorno dalle terrazze e dall’interno delle case si udivano boati spaventevoli pari al rumore che fa la locomotiva quando vi passi dappresso.

Dinanzi all’Ospedale dei Pellegrini grandissima folla accorreva per vedere i feriti ed i morti che arrivavano. Ogni tanto ne arrivava uno. Questi nudo, arso dal capo alle piante, messo in un lenzuolo mandava grida strazianti. Quegli colle vesti intatte era presso alla morte, avea le carni rosse quasi fosse stato tirato fuori da una caldaia d’acqua bollente.

Otto giovani studenti di medicina sparvero sotto le lave: erano giovani di liete speranze e tutti pugliesi. Ecco i loro nomi, che il Palmieri scrisse aversi a ricordare in nera lapide marmorea da collocarsi presso l’Osservatorio: Girolamo Sargini, Antonio e Maurizio Fraggiacomo, Vitangelo Poli e Francesco Binetti di Molfetta, Giuseppe Carbone di Bari, Francesco Spezzaferri da Trani e Giuseppe Busco da Casamassima.

Indescrivibile il terrore a Resina, San Giovanni, Torre del Greco e in tutti i paesi alle falde del Vesuvio. I ruggiti spaventevoli del monte, l’avvicinarsi della lava, l’allargarsi della densa caligine, il tremare della terra, tutto incute timore grandissimo. Piangendo, urlando, cercando i loro cari con le voci, fuggono ricchi e poveri abbandonando le case, chi raccomandandosi a Dio, chi bestemmiandolo. Vedonsi povere vecchie trascinarsi a stento ed affrettare il passo più che la grave età nol consenta, appoggiata al bastone una mano, con l’altra portando un fardello; vedonsi madri con un bambino in braccio e con un altro per mano accanto al marito carico di fardelli e masserizie correre disperate verso Napoli. Da Portici, da Somma, da Resina, da San Giovanni, da Torre tutti cercano scampo a Napoli, dove li precede la densissima nuvola, che s’avanza vorticosa sull’orizzonte.

Poco dopo il meriggio si ripetevano molte dolorose notizie. Chi parlava di dugento morti, chi di trecento. Dicevasi che molti forestieri mancassero agli alberghi. Assicuravasi che una ventina di persone fossero circondate dalle lave e gridassero invano chiedendo soccorso.

Alle ore 2 pom. il prefetto di Napoli marchese D’Afflitto mandava il seguente telegramma:

«Vesuvio screpolato vomita fuoco da molte bocche. Per ora non si può determinare direzione che lave prenderanno. Punto più minacciato San Sebastiano. Feriti già trasportati ospedale Pellegrini sono dodici: tre morti. Molti sono rimasti morti sotto lave. Qui non fa bisogno d’altri soccorsi da Napoli.»

Il chiarissimo professore Palmieri assicura che a tutti i curiosi che la sera del giovedì, 25, erano accorsi per visitare la lava, egli avesse sconsigliato di inoltrarsi dopo l’Osservatorio dov’egli si trovava, non essendo prudente lo avventurarsi di notte per luoghi impraticabili e lontani; una nube stessa bastando per non farli tornare: se fosse stato ascoltato l’avviso, non sarebbonsi lamentate vittime.

Ma lasciando gli episodj dolorosi ed occupandoci soltanto del fatto dell’eruzione, la fenditura aperta nell’Atrio del Cavallo, che accennai più sopra, era in continuazione della fenditura del cono, e in essa si vide alzata una collina, o piccola catena di montagne, formata dalle lave precedenti, e dalla base di questa collina uscivano le lave in modo tranquillo, perchè tutti gli oneri della conflagrazione se li aveva serbati il cratere centrale. Queste lave si condussero nel fosso della Vetrana, e come questo si fosse quasi riempito, presentava allora una larghezza di circa un chilometro.

«Su questa valle, notò il Palmieri, nelle sue conferenze, ebbi a contemplare de’ fenomeni, i quali attiravano l’attenzione dei geologi. Nel seno stesso della lava si stabilivano delle bocche d’eruzione, dei piccoli crateri, sicchè era la lava che faceva l’eruzione; queste bocche emanavano globi di fumo cinereo, gittavan proiettili, insomma erano come crateri in mezzo alla lava. Dunque la lava esplode per conto suo, dunque abbiamo svelato i misteri dell’interno del cono, dunque i fenomeni eruttivi dipendono dalla lava. Noi adunque possiamo dire di non sapere come questa materia fusa possa prodursi in eruzione, ma non possiamo dire che sia un mistero la eruzione nell’interno de’ coni[332]».

Questa dimostrazione che l’illustre Palmieri fa ed è certo una scoperta importantissima, era implicitamente preceduta dalle esperienze fatte e ripetute col suo plutonio dal nostro Paolo Gorini. Pure il di costui plutonio, raffreddandosi, si determina in monticuli, in avvallamenti, e dalle punte assodate del suo liquido eruttasi la lava che, sovrapponendosi strato a strato, forma le montagnole stesse.

Questa lava scesa nel fosso di Faraone, divergendo per altro in parte sulle Novelle, altra fra Massa e S. Sebastiano, altra abbatte e copre case e ville, fra le quali quella che apparteneva al celebre pittore Luca Giordano, altra si dirige verso la Favorita, ed altra scendendo dall’alto del cono volge verso i Camaldoli di Torre.

Fu un momento nel quale si sospettò che il cono sarebbe crollato; perocchè tante piccole fumarole si fossero venute aprendo tutto all’intorno di esso, le quali di notte, diventando tanti fori, di giorno sembravano avessero reso insostenibile il cono.

Ma la forza di projezione da cima del cono diminuiva; le lave la mattina del 27 o cessarono o scemarono di loro attività e apparvero le ceneri, indizio che il periodo igneo fosse finito. E infatti cessava prima di sera, quantunque continuasse il fragore de’ crateri con forza maggiore, il fumo erompesse misto a proiettili, e in mezzo ad esso guizzassero belle e frequenti le folgori, che ne’ dì susseguenti le ceneri seguirono così da annuvolare il giorno e in Napoli e circa otto miglia all’intorno, cadde spessa, fitta e nera così da coprire le campagne e le strade dell’altezza di parecchi centimetri.

Il 28, la cenere e i lapilli, sempre in mezzo al fragore, cadevano in copia e ne furono sgominati i circostanti paesi; il 29, col lapillo caddero scorie grosse che ruppero i vetri delle finestre non difese da persiane: verso la mezzanotte cessò il mugolar dei crateri, solo a quando a quando facendosi udire isolate detonazioni. Al tempo stesso, come fu notato in tutte le più terribili eruzioni, orribili temporali si scatenarono sulla Campania con poca pioggia; ma non per questo la desolazione fu minore in tutti i colti, che sembrò ricondotto il verno. Il 30 fumavano i crateri tuttavia, ma scemati i fragori, e il 1 maggio l’incendio era finito e diradato il giorno, onde fu dato riconoscere mutata la configurazione del cono e sparito quello in cui nel 1821 il francese Luigi Contral vide finire i suoi giorni. Dalla dottissima Relazione pubblicata nel corrente anno dall’illustre professore Palmieri Sulla Conflagrazione Vesuviana del 26 aprile 1872[333], e della quale il ringrazio pubblicamente pel dono onde mi volle gentilmente onorare di un esemplare, piacemi togliere le seguenti cose importanti a sapersi per completamento di questa mia narrazione intorno all’eruzione dello scorso anno.

«Non solo il cono vesuviano, ma tutta la campagna sotto l’azione del sole si facea bianca quasi fosse coperta di neve: era il sal marino contenuto nella cenere, che veniva a fiorire alla superficie di essa.

«Gran copia di coleotteri si raccolsero sul tetto dell’Osservatorio, che a milioni si toglievano insieme con la cenere e col lapillo che quivi si elevava per 15 centimetri. Lo stesso trovai sul cono, ove mancavano molte specie altre volte notate, come la Cuccinella 7-punctata, la Crysomelia populi, ec. essendovene invece delle altre. Questo fenomeno di straordinario concorso di alcuni animali sulla cima del Vesuvio, per andare a morire nelle fumarole più di tutto prima o dopo le grandi eruzioni, è per me un fatto, di cui non mi so dare ragione.

«Si trovavano per la campagna animali morti o feriti: uccelli, volpi, ec.

«Tutte le lave uscite in questo incendio occupano una superficie di circa 5 chilometri quadrati, cui dando una grossezza media di 4 metri si ha una mole di 20 milioni di metri cubici. Quasi i 35 di queste lave non hanno recato danni, perchè sonosi soprapposte ad altre lave. Pure quelle che nelle Novelle sono andate a soprapporsi alle lave del 1868 hanno coperto gli scavi di ottima pietra che da quelle si era cominciata a tagliare, hanno coperti molti sentieri aperti sopra di esse, ed hanno sepolta la nuova chiesa di S. Michele con alcune case che la circondavano, la quale era stata edificata sopra quella sepolta nel 1868.

«Il danno pe’ terreni occupati, pe’ fabbricati distrutti e pel raccolto perduto oltrepassa tre milioni di lire.

«Le mofete solite ad apparire alla fine delle grandi conflagrazioni verso i luoghi più bassi, salvo rare eccezioni, questa volta sono cominciate a manifestarsi alcuni giorni dopo la fine totale dell’incendio, quando i crateri non davano più fumo.

«Coteste mofete sonosi mostrate tra la Favorita e il Palazzo reale di Portici. Le più elevate le ho trovate alle cave di Sabato Aniello ed a’ Tironi. Si contano tre o quattro casi di morte di persone per aver respirato l’acido carbonico delle mofete.

«Le acque de’ pozzi questa volta non mancarono, ma sonosi in alcuni siti alquanto alterate con l’apparizione delle mofete.

«La luttuosa conflagrazione del 26 aprile è stata da me considerata come l’ultima fase di un lungo periodo eruttivo, cominciato nel mese di gennaio del 1871.»

Ma il dottissimo professore, dalla eruzione del 26 aprile dedusse osservazioni, studi ed esperienze importantissimi, ed io rimando il lettore che li vuol conoscere e approfondire a leggere la di lui Relazione, che reputo aver recato nuovo e preziosissimo contributo alla scienza.

Il prof. Palmieri diede, in questi ultimi mesi, cioè della prima metà del 1874, del Vesuvio le seguenti notizie:

«Dopo il memorabile e luttuoso incendio del 26 aprile del 1872, sulla cima del Vesuvio restò un ampio e profondo cratere, diviso in due compartimenti da una specie di muro ciclopico di grossi pezzi di lava compatta, alternati con sottili letti di scorie. Il diametro medio di questo gemino cratere era di circa 300 metri e la profondità di 250, e però aveva una capacità di circa 17 milioni di metri cubici. La parte superiore delle pareti era composta di materia frammentaria, rigettata dall’attività eruttiva, e le parti inferiori erano compatte. Dall’orlo perciò del cratere spesso si staccavano scorie e lapilli, i quali finora non avevano sensibilmente scemata la profondità di quelle ampie voragini. Ora in pochi giorni il muro ciclopico è sparito, ed il cratere, senza fenomeni eruttivi, è quasi ripieno. È stato scoscendimento delle pareti franate entro il cratere o sollevamento del fondo di questo? Il fumo e la stagione non hanno permesso di vedere bene tutto ciò che conveniva esaminare per risolvere la questione. Se si dovesse accettare una elevazione del cratere, si troverebbe un indizio di conato eruttivo, in quello che una semplice frana non avrebbe un significato.

«I forestieri che volessero entrare nel cratere potranno farsi condurre non pel solito sentiere, ma per la linea di N. O. ove la fenditura del 1872 presenterà loro un ampio varco per siffatta esplorazione.»

Con questi cenni, la monografia del Vesuvio giunge infino alle sue ultime e interessanti manifestazioni e colle quali impongo fine a questa appendice.