CAMPO DI BATTAGLIA SUL DUOMO DI MILANO

Furono tapelati come cani.

BURIGOZZO.

Sul Duomo di Milano a guardia del campanile, ch’era una gran torre di legno eretta sulla vasta sommità di quella cattedrale, veniva sempre collocato un grosso drappello di soldati, parte spagnuoli, parte alemanni, e vi aveva per ciò fare la sua buona ragione come vedremo in appresso.

La sera del dì 17 giugno 1526, durando il caldo che nella giornata era stato eccessivo, uno de’ moschettieri spagnuoli della guardia del campanile, prima che scendesse affatto oscura la notte, se ne andò passo passo su per le guide lungo i tetti del tempio, all’angolo che guarda tra mezzodì e levante per quivi sdrajarsi e dormire. Ciò fece primieramente onde meglio godere di una brezza frescolina che quivi spirava più viva che in ogni altro punto, ed in secondo luogo per istarsene lontano quanto fosse possibile dai soldati lanzinecchi, stesi a gruppi qua e là al piede della torre, il cui russare e le esalazioni fetenti, riuscivano insoffribili per sino ad uno spagnuolo.

Era da poche ore trascorsa la mezzanotte, e il buon moschettiere, ancorchè il letto fosse assai duro, dormiva saporitamente, forse sognando di custodire al pascolo i suoi maragalos su qualche verde cima delle Asturie, quando venne a destarlo un bisbiglio di voci, che saliva dal basso. Egli erasi posto all’estremità del piovente ove v’aveva un piccolo piano formato da tavole e difeso verso la caduta da un parapetto di travicelli; si sollevò, allungò il capo per entro la sbarra, e guardò in giù. Parvegli gettar l’occhio in un pozzo, tanto era nero il vacuo che si sprofondava tra il Duomo, l’Arcivescovato e il Palazzo ducale; da quell’oscuro fondo sorgevano voci che annunziavano varie persone unite e parlanti tra esse con foga e concitazione. Ad un tratto vide lume di fiaccole portate da due uomini che venivano correndo dalla contrada delle Ore, seguiti da altri, che avevano nelle mani arnesi luccicanti, i quali al moschettiere parve fossero armi da punta. Si arrestarono questi un momento a scambiare alcune domande con quelli che erano fermi da prima, indi tutti insieme si diressero a passi veloci verso la piazza ora detta della Fontana, di là alla casa del Capitano di Giustizia, dietro la quale scomparvero, sebbene per alcun tempo la traccia del riflesso rossastro delle fiaccole indicasse per quali strade tenessero cammino.

— Che vorrà dir questo?.. Qui sta sicuramente per iscoppiar fuori qualche maledetto diavolo (esclamò il moschettiere ritraendo la testa dalla sbarra e rizzandosi in piedi). Che questi ghibellini scomunicati di milanesi stiano preparandone un’altra contro di noi? Oh per la Madonna del Pilar la sarebbe dolorosa! corriamo ad avvertirne il capitano! —

Alzato che si fu guardò verso l’orizzonte diritto innanzi a se, e vide sorgere nel cielo in fondo un lieve bianchiccio, un primo indizio d’aurora; si mosse tosto, e ricalcando le guide venne nel camerone d’armi praticato nel campanile a raccontare al suo capitano, comandante del posto, quanto gli era occorso vedere.

È d’uopo qui dire due parole sulla stranissima condizione politica in cui si trovava ridotta di que’ giorni Milano. Per istrappare questo bel ducato dalle unghie de’ francesi, i quali mettendo in campo una serie di pretensioni che chiamavano diritti ereditarj, erano venuti bravamente ad occuparlo, il duca Francesco II Sforza legittimo signore, non essendo stato in grado di opporre resistenza valevole, invocò l’appoggio dell’imperatore di Germania Carlo V, il quale, come ognuno sa, era eziandio re di Spagna. Questo monarca vantando alto dominio sulle nostre terre, vi mandò bande teutoniche e spagnuole quante bastavano per dare lo sfratto alla gallica gente. Infatti l’anno antecedente quello sventato di re Francesco I erasi lasciato prendere sotto Pavia, e buon per lui, che gli bastò un motto cavalleresco per ripararne l’onta in faccia alla nazione.

Dopo la presa del loro re i francesi se ne erano iti, ma gli imperiali ancorchè non vi fosse più bisogno di loro si mostravano poco disposti a sbarazzare il loco. Questa lunga fermata nello stato suo di tanta gente forastiera che bisognava mantenere e pagare, al Duca Francesco Sforza, è cosa naturale, non aggradiva di troppo; onde sarà o non sarà, fatto è che venne detto aver egli congiurato contro la potenza dell’Imperatore e fu gridato fellone, e posto al bando. Anton de Leyva che qui comandava per Carlo V tentò quindi tosto di impossessarsi di lui; ma il Duca si chiuse a tempo nel castello, che era eziandio suo palazzo, e vi si andava difendendo a tutto potere.

Intanto ciascuno può immaginarsi come camminassero le faccende nel ducato, e specialmente in questa città. Un governo come Dio voleva, poichè il sovrano del paese era assediato in casa; soldati per tutto, e quali ospiti si fossero nelle famiglie massimamente ove vi erano donne giovani e fanciulle è agevole figurarselo. Di quando in quando botte, scaramucce, ammazzamenti, perchè il castello era fuora, come allora dicevasi, cioè i ducali facevano delle sortite contro gli assedianti. Il popolo milanese sopportò per alcun tempo con pazienza questo stato di cose, ma poi le angherie, le estorsioni, le prepotenze moltiplicandosi all’infinito ed essendovi anche chi soffiava di soppiatto nel fuoco, diè fuori ad un tratto facendosi sentire, come si fa sentire il popolo, cioè insorgendo ed accoppando quanti lanzinecchi e spagnuoli gli vennero fra mano. Durò la sommossa due giorni, e l’acquetarono alcuni de’ più ragguardevoli personaggi, che si interposero ottenendo che le truppe imperiali non pretendessero più contribuzioni di sorta dagli abitanti, e s’acquartierassero fuori della città, conservando solo il diritto di mettere guardie all’interno ne’ luoghi che stimassero più opportuni per la comune sicurezza. Ed uno di questi luoghi era appunto il campanile del Duomo, poichè oltre offrire comodità per l’altezza di vigilare il castello e tutta la città, comunicando col mezzo di segnali gli avvisi al campo stanziato esternamente alle mura, mettendo colà una guardia si veniva ad impedire che i malintenzionati potessero avere accesso alle campane, e le suonassero a stormo per muovere la plebe. Siccome quel tremendo baruffo popolare avvenuto nel mese di aprile dello stesso anno, da noi sul principio rammentato aveva fatto una brutta paura alla soldatesca, che vi lasciò del pelo assai, così questa viveva non scevra di tema, che un dì, o l’altro s’avesse a rinnovellare. Fra i soldati, sicuramente i peggio situati nel caso di movimento sedizioso, quelli erano che stavano di guardia al campanile del Duomo, non già che temessero che si potesse aver ardire d’andare ad assalirli là su, ma perchè quivi non v’avevano mezzi di ritirata se non colle ali, e potevano rimanere privi di tutte le provvigioni da bocca se i nemici li stringevano anche con una bloccatura.

Il capitano di guardia sul Duomo, che era napoletano, bravaccio e gridatore quanti altri mai di suo paese, all’udire il rapporto del moschettiere si rizzò sul suo giaciglio, arruffò i mustacchi e cominciò col mandar fuori un — Eh! — così strillante e lungo che ne oscillarono per più minuti le campane, che gli pendevano al di sopra della testa, indi vomitò bestemmie e minacce contro i milanesi da farne un dizionario. Nè s’aveva poi torto, giacchè nell’ultima sommossa volendola fare da gradasso contro il popolo tumultuante, colto alla porta del Broletto da una mano di quei facchini delle granaglie, gli tastarono coi randelli le costole e buon per lui che le teneva coperte da un eccellente giaco di maglia; però ne serbava memoria poichè le sue ossa avevano acquistate tali proprietà igrometriche da avvertirlo di ogni mutamento di tempo.

Appena la gran massa del Duomo cominciò a biancheggiare alla prima luce del giorno sopra il rimanente della città, il capitano rivestite le armi chiamò tutti i soldati intorno a sè, e fatto un breve cenno dell’imminente pericolo, ordinò loro di caricare gli archibugi. Nè andò guari che i concepiti sospetti s’appalesarono veri. Una vedetta mandata a spiare sull’alto della torre comunicò che vedevasi in varie delle lontane contrade della città popolo ad accorrere e masse di gente che s’univano e si scioglievano. S’udirono indi a poco alcuni colpi di fuoco ma lontani e dispersi. Sembrava eziandio che il tumulto si andasse avvicinando alla piazza del Duomo; i soldati allora e il capitano stesso non seppero resistere alla brama di accertarsi coi propri occhi dello stato delle cose. Abbandonato quindi il campanile ne andarono su per le guide dei tetti a tutti i punti opposti della sommità della cattedrale a guardare in giù che mai avvenisse.

Scorse però più di un’ora senza che gli indizj della popolare sollevazione aumentassero; anzi ai soldati che di là su stavano spiando erasi quasi acquetata in cuore la paura, vedendo come di consueto aprirsi tutte le botteghe sulla piazza e nelle prossime vie coll’usata affluenza di persone. Ben è vero che attentamente osservando, rilevare si doveva esservi nella città qualche cosa di straordinario, perchè il movimento nei passeggieri si manifestava assai maggiore del solito, e s’abboccavano e si fermavano in crocchii numerosi. Il rumore si fa a poco a poco più intenso; si odono grida da varie parti, circola rapidamente una novella, e ad un tratto tutta la folla si getta verso il fondo della piazza, stipandosi ad osservare dalla parte della contrada dei Mercanti d’Oro: e poi indietro quella gran massa di curiosi a tutte gambe, e si vede sbucare sulla piazza una grossa brigata di popolani fornita d’ogni sorta d’armi, ed a capo di essa un uomo di forme erculee, vestito d’una semplice casacca il quale teneva brandita nella destra una spranga di ferro. Era Bartolozzone con que’ di porta Ticinese. In Pescheria Vecchia apparve una frotta non meno numerosa, ed erano que’ di porta Nuova guidati da Macassora. Contemporaneamente e dai Rastrelli e dai Cappellari e da san Raffaello e da santa Radegonda s’avanzarono molti altri drappelli. I più si condussero alla volta del Palazzo ducale, la cui guardia militare ritiratasi al di dentro sbarrò la porta, e dalle feritoje che v’erano praticate ai fianchi, facendo fuoco continuo, cercava tenere lontani gli assalitori di cui non pochi vedevansi cadere a terra.

Bartolozzone e Macassora entrarono co’ loro seguaci nel Duomo. Lo strepito che quella turba vi faceva per entro era infernale. Il capitano napoletano credette gli crollasse la volta del tempio sotto i piedi, e non si saprebbe dire se lo scompiglio, il chiasso, o qualche altra causa poco eroica gli facessero perdere la testa in quel momento. In luogo di far chiudere lo sbocco delle scale che mettono dall’interno della chiesa alla parte superiore o collocarvi buon numero di soldati per difenderne l’accesso, lo che per l’angustia del sito stato sarebbe felicissimo, egli lasciò sforniti di difesa que’ luoghi. Mise tutti i lanzinecchi armati di spade e d’alabarde avanti la torre del campanile, in cui si chiuse coi moschettieri spagnuoli, da due dei quali, che mandò sulla cima, faceva ripetere incessantemente i segnali per chiedere soccorso all’esercito ch’era fuori delle mura della città. Ma quello per suo maggiore sbalordimento non sembrava pure accorgersi del tremendo pericolo in cui si ritrovava. Eccoli finalmente i ribelli anche sul Duomo; uno, due, dieci si slanciano su delle scale e si spargono pei tetti, indi riunitisi alla voce dei loro capi, vanno a circondare il campanile. Il fiero Bartolozzone s’apprestava a venire tosto alle mani, ma da Macassora d’animo più mite, fu fatto sospendere l’assalto, poichè a risparmio di sangue offrire voleva capitolazione. Si fece egli innanzi alla fila gridando ai soldati d’arrendersi, e il capitano messo fuori il capo da un pertugio del campanile non gli rispose che con parole ingiuriose e braverie. Ad onta di ciò Macassora, che ben conosceva la disperata posizione di costoro, insisteva onde deponessero le armi, ma una palla di moschetto scagliata dalla torre in tal punto gli troncò la voce e la vita. Quel colpo colmando di sdegno gli assalitori fu segno di generale combattimento. I lanzinecchi si difesero valorosamente, ma dopo aver perduti molti dei loro andarono scompigliati. Resistevano al di dentro del campanile i moschettieri spagnuoli scaricando incessantemente gli archibugi, e gran danno recavano ai combattenti. Questi stavano quasi per rinunciare all’ardua impresa di penetrare colà, quando loro venne in capo di dar fuoco alla torre, e tutto l’occorrente apprestato, fecero alzare le fiamme. Al divampare di queste i moschettieri si diedero vinti, ma non v’era più scampo.

— Vittoria! Vittoria! evviva Milano! Alziamo la bandiera, facciamo vedere ai nostri che siamo i vincitori — esclamò Bartolozzone.

— Sì, si alzi la bandiera, la nostra bandiera della croce rossa — gridarono tutti ad una voce.

Nessuno però aveva pensato a portare là su nè stendardo, nè gonfalone, onde vi fu un momento d’imbarazzo, che durò poco; poichè in una moltitudine trionfante v’è sempre qualche ingegno che ha in pronto lo spediente per ogni caso possibile. Si vide ad una delle finestre, che dalla cupola giù guardano nella chiesa, un’ampia tenda bianca; si corse a strapparla, e pigliata da quattro dei combattenti ai quattro angoli opposti, veniva tenuta ben tesa. Il figlio dell’ucciso Macassora si levò allora di dosso la camicia e raggruppatala, servendosene a modo di spugna, la inzuppò in un guazzo formato dal sangue che era colato dalle ferite di varj soldati che giacevano uccisi quivi presso; poscia ogni volta secondo il bisogno ribagnandola nel sangue segnò sulla tela due grandi righe rosse a forma di due giganteschi semicerchii, che si tagliavano nel mezzo, rappresentando così la croce convessa che è lo stemma municipale milanese. Levato quindi uno de’ più lunghi e grossi pali delle travature del tetto, con funicelle e stroppie vi attaccarono per un lato quella tenda.

Bartolozzone intanto co’ suoi di porta Ticinese inseguiva da vicino l’ultimo rimasuglio de’ lanzinecchi, i quali cercavano salvare la vita ora col combattere, or col balzare fuggendo di tetto in tetto. Ma incalzati e spinti da ogni parte verso l’estremità che termina alla facciata, quando furono colà, ad onta che opponessero la più disperata resistenza, vennero superati, e mano mano che cadevano disarmati o feriti, venivano presi e scagliati inesorabilmente dall’alto; e scendeva chi a piombo, chi capovolto, chi roteando a sfracellarsi, orrenda vista! con rumoroso tonfo sul suolo.

Tutte le finestre e i balconi delle case che circondavano la piazza, tutte le aperture delle trabacche di legno, che ne ingombravano l’area erano piene zeppe di gente di ogni età e condizione, i cui volti sorgevano l’uno sopra l’altro guardando ammirati, attoniti, istupiditi quello spettacolo strano e spaventoso, e in quella immensa moltitudine di astanti regnava il più profondo silenzio. Solo sopra l’altana (baltresca) di una casa che era in fondo alla piazza di prospetto alla facciata del Duomo, stava seduto un cristianone panciuto, nudo le braccia, nudo il lardoso petto, mezzo sbracato, e mal coperta da un piccolo berretto rosso la calva zucca, il quale facendo dalle risa balzare la trippa e le ganasce, battendosi le cosce esclamava: — Ohi! Ohi! correte, correte! che bel vedere! che gran caso! bruciano la Spagna, e i lanzinecchi fioccano dal Duomo. —

La torre intanto consumata in gran parte alla base dalle fiamme diè uno squasso, si spaccò e cadde ruinando. Rimase però eretto ancora uno de’ suoi squarciati fianchi a cui stavano uniti vari pezzi di scala. Macassora seguìto da due de’ più intrepidi vi si arrampicò, trascinandovi sopra la tenda e conficcandone il palo come un’antenna sul punto più elevato; appena eretta in tal modo, al vivo soffio dell’aria, la tela si aprì sventolando, e mostrò, sanguinoso stendardo, l’ampia croce.

A quella vista alzossi da tutta la sottoposta piazza un’esclamazione di meraviglia e d’applauso così unanime, sonante, prolungata, che fu udita e si propagò sino nelle più remote contrade.

Ma la gioja del trionfo ebbe breve durata e pienamente rimasero delusi, coloro che, segreti partigiani del duca Francesco Sforza, assediato, come dicemmo, dagli imperiali nel castello, avevano sperato che il popolo vincitore, sarebbesi tosto rivolto a sussidiarlo per rimettere a lui libera e potente la signoria della città nelle mani. Erra chi fida ne’ moti popolari effrenatamente spinti alla strage; se valgono a far sazie le cupide vendette, non giovano mai a creare vigor di ragione o santità di diritto.

Al Duca ridotto allo stremo per mancamento di vittuaglie, fu forza l’arrendersi un mese dopo quel combattimento (24 luglio 1526). Pattuì salva la libertà sua e de’ suoi, ed esso uscitone, venne il castello occupato da Anton De Leyva, coi soldati di Carlo V, a cui rimase così interamente soggetta, ancor più doma e sottomessa Milano.

Indarno poi l’esercito de’ collegati contro quel monarca fece ogni prova per toglierli la preda.

Scese il Lanoy colle lance, e i fanti francesi; vi si adoperarono colli svizzeri ed i papali il duca d’Urbino, il marchese di Saluzzo, e quel Giovanni Medici, chiamato dalle Bande nere, l’uno dei più intrepidi condottieri italiani, che colto da un colpo di falconetto alla giornata di Borgoforte, morì in Mantova, pieno più che d’anni di gloria. Tutto fu vano contro gli imperiali sempre agevolmente reintegrati, essendo Lamagna inesauribile sorgente d’uomini, pei quali è premio non fatica il combattere nelle italiane contrade. Perciò lungi dal cedere essi spazzaronsi innanzi i nimici, e fatti sicuri inoltrarono a Roma e la presero, guidati dal duca di Borbone che traditore al re francese erasi dato al tedesco, e il quale lasciò la vita innanzi le mura della sacra città.

Sorse il giorno però ch’anco l’ire e le guerre ebbero fine. I due potenti avversari Carlo V e Francesco I segnarono pace (in Cambrai 5 agosto 1529). Il monarca francese cesse per sempre ogni pretensione di sua corona sulle terre milanesi, e Carlo colmò la speme di questi abitatori, restituendo il ducato a Francesco II Sforza, nel dicembre dell’anno stesso. Sgombrò così una volta l’Anton De Leyva dalla nostra città, in cui ritornò, desiderato, amatissimo, il Duca suo natural signore, che faceva certi gli animi dover con libero dominio restaurare la patria de’ lunghi mali causati dalle protratte concussioni straniere. Crebbe oltre ogni misura il contento e la fiducia del popolo, quando si seppero statuite le nozze del Duca con Cristina figlia del re di Danimarca e di Elisabetta sorella di Carlo. Quelle nozze celebrate in Milano il 3 maggio 1534 con pompa ed esultanza indescrivibile, continuando la successione ducale, erano pegno della stabilità del potere e quindi della affrancazione di queste contrade da ogni estera dominazione avvenire. Ma ohimè! fu troppo passaggiera la gioja e la lusinga fallace! Il giorno 19 novembre 1535 vestiva a bruno Milano, e dal castello al Duomo stendevasi funeral processione; erano le esequie del duca Francesco II Sforza, ultimo legittimo di sua stirpe, ultimo dei signori di Milano. Il ducato divenne una impercettibile porzione de’ dominii di Carlo, sui quali dicevasi mai non iscomparire il sole.

Le infermità che avevano risparmiato Anton De Leyva gli concessero di rientrare trionfante in Milano, ove sedette governator generale dello Stato, pel suo Imperatore.

Calò in quell’anno 1527 anche Odetto di Foix, signore di Lautrec, capitanando nuova e poderosa armata di Francia. Esperto, fiero, rapido qual fulmine prese Alessandria, Novara, Pavia, Piacenza, e passò oltre ardente di cogliere più famose palme nel regno di Napoli, ove trovò morte non guerresca. La somma delle cose per gli avversarii di Carlo V venuta nelle mani del conte di Saint-Paul, egli pure volse tutta l’opera sua alla grand’impresa di snidar da Milano l’Anton De Leyva cogli imperiali. Le sorti furono decise alla battaglia di Landriano (21 giugno 1529), ove si scontrarono le avverse schiere. Il De Leyva, benchè afflitto da podagra, volle dirigere di persona la pugna, e si fece portar pel campo in una sedia a bracciuoli recata a spalle. Foss’egli più maestro o più venturato, il conte di Saint Paul ebbe la peggio, e la rotta gli toccò sì grave che non solo rimase ferito e prigioniero egli stesso coi due valorosi italiani, Claudio Rangone e Gerolamo da Castiglione, ma le sue genti, perdute armi e salmerie, n’andarono al tutto scompigliate e disperse. Il suolo lombardo tanto tenacemente contrastato beveva a fiotti sangue non suo[27].

FINE.