Il controllo de' giudizî.
Che uso fece Verre di questa sua facoltà, riguardo alla lex Hieronica, si vedrà appresso. Di disposizioni, che avessero azione sulla giurisdizione in generale, Cicerone veramente si limita a citare quest'una: che se qualcuno avesse male giudicato, egli avrebbe preso in esame la cosa, e, dopo ciò, avrebbe spiegato la sua azione[948]. È una disposizione alquanto vaga, la quale, assai più che ad un diritto d'appello, mirava forse a tener ben definite le competenze giurisdizionali ed a reprimere gli abusi de' giudicanti. Certamente questa sua vaghezza conteneva, in germe, la facoltà di commettere molti abusi; ma, per l'indole sua stessa di norma diretta a stabilire un controllo superiore, mal si prestava ad una forma più determinata e quasi casuistica. Da questa norma generale scendendo poi a' varî giudicati, che Cicerone gli appone, si vede che, quali che si fossero i motivi e il valore morale delle sue sentenze, sotto l'aspetto giuridico almeno, Verre non era ridotto a quella impossibilità di difesa, che Cicerone gli rinfacciava.
La giurisdizione.
È difficile pronunciarsi sul modo come Verre poneva la questione, la tesi della causa. Probabilmente non sarebbe del tutto arbitrario supporre che l'esemplificazione data da Cicerone, rispondeva alla tendenza di caricare le tinte ed accentuare le contraddizioni[949], per presentare così, nella forma più assurda, un sistema forse non troppo logico e leale nello stabilire le basi della contesa giudiziaria.
Quanto alle cause ereditarie, intentate contro il figliuolo di Dione, contro Sosyppo e Philocrate di Agyrium, che fossero intentate in un tempo più o meno lontano dall'apertura e dalla devoluzione della successione, non deve rendere corrivi a supposizioni precipitate; specialmente quando si consideri che si trattava di lasciti sottoposti a condizione. In ogni modo, nell'uno e nell'altro caso, gli eredi convenuti in giudizio, ne uscirono vittoriosi. È vero che, secondo Cicerone, la vittoria costò cara; ma, che il denaro fosse stato proprio estorto da Verre, che fosse proprio arrivato a lui, che non, piuttosto, fosse stato abilmente carpito, magari con danno dell'uno e degli altri, da que' cani che ronzavano intorno a Verre e che doveano essere de' grandi venditori di fumo; tutto questo non era strettamente provato; e Cicerone, si noti bene, arrivava a quella conclusione per una via meramente congetturale[950].
Al giudizio, che Cicerone porta sulla causa tra Eraclio di Syracusae e i palestriti della sua città, sono stati già altra volta mossi alcuni appunti[951]; e non si è trascurato di osservare come Cicerone, volontariamente od involontariamente, ingeneri una confusione, quando de' palestriti e del popolo di Syracusae vuol fare una sola e medesima cosa. Ritenendo anche, in ogni modo, questa identità d'interesse e di figura giuridica, a giudizio del Zumpt, dovea chiamarsi a giudicare il Senato di una terza città, secondo la stessa legge Rupilia citata da Cicerone[952], e non i tre giudici, che Eraclio sembrava invocare. Prendendo le mosse appunto da questa legge Rupilia, quale Cicerone la dà, e non identificando i palestriti col popolo siracusano, può ritenersi che la causa ricadesse nel novero di quelle, che non potevano assegnarsi precisamente ad una delle categorie in essa definite, e il cui collegio giudicante era costituito secondo l'ultima sua norma. In tal caso, la richiesta degli avversarî di Eraclio era, forse, più conforme alla legge, che non fosse la sua. Che poi duecentocinquantamila sesterzî fossero stati prelevati a beneficio di Verre sulla eredità rivendicata dai palestriti, Cicerone lo afferma; ma è pur vero che Verre, sin da che il fatto avvenne, ne dette colpa al genero, e ne seguì un dissidio domestico. Cicerone fa fare al genero di Verre la parte del martire, ma nessuno è in grado di sapere da qual parte fosse la verità.
Veramente, quando si tratta di esaminare la fisonomia vera de' fatti e notare soltanto le inverosimiglianze e le reticenze del racconto ciceroniano, si è, per necessità, su di un terreno lubrico e malagevole, e si rischia facilmente di perdersi nel vago, od arrivare a sottigliezze che possono sembrare sofismi. Ma l'indole unilaterale e l'inesattezza delle Verrine appare meglio, quando l'accusa fa allusione a qualche norma giuridica meno ignorata, od è in più aperto contrasto con fatti ed opinioni, messi innanzi ivi ed altrove dallo stesso Cicerone.
Il racconto del caso intervenuto a Sopatro di Halycia è tanto vago che non lascia proprio vedere, se si potesse davvero invocare la cosa giudicata, per la perfetta identità dell'accusa, e se l'assoluzione precedente fosse definitiva, o fosse soltanto dipesa da una insufficiente prova dell'accusa.
Inoltre il ricorrere, che nella lex Acilia fa la disposizione speciale[953], tendente ad allontanare la possibilità di una ripetizione del giudizio chiuso da una sentenza, sia di assoluzione che di condanna; se dimostra il progresso che faceva l'idea di assicurare il rispetto della cosa giudicata, può anche lasciar sospettare che non era divenuta ancora una norma così generale, da dispensare di farne menzione in una legge speciale. Per quanto questo concetto si affermasse nell'antichità, non si ometteva, anche per l'indole molte volte politica de' processi, di lasciare una qualche via aperta alla rescissione[954]; e lo stesso Metello, succeduto a Verre, sia pure sotto la forma elastica e poco urtante della restitutio in integrum, non faceva, nel primo mese del suo governo, che demolire le sentenze di Verre, le quali pure erano, omai, divenute cosa giudicata; e Cicerone non aveva per un tale suo contegno che lodi e compiacimento[955].
Il concetto poi che Cicerone mostra di avere dell'assenza, nel caso di Epicrate di Bidis ed in quello di Stenio, non è quale può emanare dalle leggi e dalle consuetudini del tempo. Già, alcuni anni dopo, lo stesso Cicerone si sentiva in obbligo di far distinzione tra colui ch'era davvero assente (absentem) e l'altro, invece, che, sapendo dell'accusa e potendo comparire, non voleva (latentem reum)[956]; e il caso di Epicrate e di Stenio si accostava assai più a questo, che a non quello. L'assente, contro il quale non si poteva agire in giudizio, era quello, la cui lontananza dipendeva dalla necessità di attendere al disimpegno di un incarico pubblico; ma ad esso non poteva agguagliarsi, in una medesima condizione di favore, chi si era allontanato per isfuggire alla pena e per rendere, se mai, anche impossibile il giudizio.
Anche per la persona, la cui assenza non fosse stata volontaria e dolosa, dovea bastare l'assegnazione di un termine conveniente[957]. Inoltre restava a vedere, se, ed in quanto, anche la condizione di favore fatta in Roma all'accusato, assente per ragione giustificata, potesse avere la sua applicazione in provincia.
Nella seduta del Senato, in cui fu portata la questione di Stenio, in ogni modo, la discussione fu vivissima, e non mancarono quelli, che sostennero la legalità della condotta di Verre; nè, quali che ne fossero le ragioni, il Senato venne ad alcuna risoluzione. La cosa rimase insoluta[958]. Lo stesso provvedimento di tolleranza, adottato da' tribuni verso di Stenio, tendeva ad eliminare solo alcuni degli effetti della condanna di Verre e il divieto di rimanere in Roma, non la stessa condanna[959].
L'avocazione, poi, fatta da Verre a sè della causa di Stenio, è cosa pienamente rispondente ad una consuetudine, sempre più prevalente, de' governatori di provincia[960], giustificata dal loro imperium, dalla posizione speciale, che essi aveano nella provincia e dal progrediente accentramento, imposto spesso dall'interesse stesso del dominio romano.
La costituzione del consiglio, nella causa di Sopatro, in parte, dipendeva da una ragione a lui estranea, dal ritirarsi di M. Petilio e degli altri; e del resto, non è dimostrato che il consiglio dovesse essere lo stesso di quello che avea giudicato l'altra volta, e che il governatore, scegliendo gli uni piuttosto che gli altri, avesse veramente violata la legge.
Ugualmente, se si ammettesse, come qualcuno vuole[961], che, nel procedimento in iure, la presenza dell'accusatore non era così impreteribile, come in quello in iudicio, e che, non essendo presente, nè contraddicendo Stenio, la causa si arrestava a quel primo stadio; anche l'assenza dell'accusatore Pacilio non importerebbe quella grave violazione, che Cicerone voleva trovare. Nè, in ogni modo, l'assenza di Pacilio era quella vera desistenza, che valeva di rinunzia all'accusa e l'annullava[962].
Finalmente la missio in bona, ordinata a danno di Epicrate, e così censurata da Cicerone, trova la sua completa giustificazione in una massima del diritto pretorio, accolta nell'editto perpetuo: «Qui fraudationis causa latitabit, si boni viri arbitratu non defenditur, eius bona possideri vendique iubebo[963]». Infatti, Epicrate s'era volontariamente allontanato dalla Sicilia, e i suoi amici finirono col desistere dal difenderlo[964].
La creazione de' magistrati locali.
Passando dall'ordine de' giudizî a quello amministrativo, la creazione di magistrati in generale e de' censori in ispecie, sottratta al voto de' concittadini e fatta, direttamente o indirettamente, dal governatore, potea trovare la sua giustificazione, innanzi tutto, nel potere stesso del governatore, che gli permetteva di derogare a quelle norme costituzionali date, in fondo, da altri governatori, e, poi, dalla consuetudine, crescente ne' governatori, di immischiarsi sempre più, forse anche talvolta a fin di bene, nelle faccende delle amministrazioni locali[965]. Potè anche Verre esservi tratto da ragioni di utilità sua privata, come vuole Cicerone; ma il caso non era nuovo, nè censurabile in sè stesso. È proprio Cicerone che più tardi dalla Cilicia scriveva che i provinciali non aveano, molte volte, nemici peggiori di questi loro magistrati, che li derubavano e li mandavano in rovina[966]. Un'intrusione del supremo magistrato della provincia, del governatore, poteva molte volte essere feconda di bene, e provvido, qualche volta, anche il sottrarre la scelta de' magistrati alle gare delle fazioni locali. Si aggiunga, quanto a' censori, che se il censo era fatto per servire più immediatamente agli scopi de' comuni, avea poi innegabili relazioni con tutti gli interessi dell'amministrazione romana nella provincia, ed il governatore non poteva affatto disinteressarsene[967].
Le statue.
Similmente come elemento d'accusa, dal punto di vista giuridico almeno, poco valore potea avere l'addebito che Cicerone faceva a Verre di avere obbligato i Siciliani ad erogare tanto denaro per elevargli delle statue, e di averlo talvolta esatto, senza poi spenderlo secondo l'uso, a cui era destinato. Che Verre obbligasse i Siciliani a contribuire ad erigere statue, e che lo facesse per vanità insieme e per interesse, può ben darsi; non costa proprio fatica l'ammetterlo; ma gli argomenti, che Cicerone adopera per provare il suo assunto, sono troppo sottili, e il dilemma lascia una facile via di uscita. Quel generale concorso a' suoi onori e quell'universale rivolta, quelle petizioni che invocavano restrizioni di ordine pubblico a tali elargizioni, potrebbero deporre anche di un radicato spirito di adulazione e di una reazione, facile a conciliare con la stessa abitudine di adulare. Ma che che sia della cosa, moralmente, dal punto di vista giuridico, Cicerone stesso ammetteva[968] che, legalmente, si era obbligati ad attendere il decorrimento di un quinquennio per vedere se impiegava il danaro. È pur vero, come Cicerone osservava, che, se a Verre accadeva di sfuggire ad un processo grave come questo, un processo intentato per il semplice denaro, estorto, col pretesto delle statue o per le statue, non potea davvero dar materia a serio pensiero. Ma ciò non poteva, in nessuna maniera, aver l'effetto di toglierli il beneficio del termine e farlo condannare contro l'espresso dettato della legge.
Il conferimento de' sacerdozî.
Il metodo seguito nel dare il sacerdozio di Giove a Theomnasto, se è comico nella forma, non è che un modo di far sentire, anche più fortemente, quell'imperium, in virtù del quale egli poteva modificare, così in principio, come in pratica, le capacità ed i sistemi di elezione. Ma l'elezione di Cephaloedium, che le fa riscontro, lascia scorgere, senza troppa difficoltà, l'esagerazione di Cicerone. È strano come Cicerone, mentre attribuisce a Verre il potere di costringere gli altri a giudicare, a votare, a condursi in ogni modo a suo talento, gli fa violare regole giurisdizionali, norme costituzionali; ciò che non ha senso, perchè Verre avrebbe potuto, per altra via più semplice, con la sua autorità su i giudici e con l'esercizio diretto del suo potere, giungere allo stesso scopo. Riesce quindi difficile l'intendere, come, per far giungere Artemone Climachia al supremo sacerdozio, invece di seguire una via franca e spedita, avesse bisogno di mettere a soqquadro il calendario di quella città. È evidente che, in tal modo, invece di violare le sole norme stabilite pel conferimento del sommo sacerdozio, turbava anche il calendario locale, lasciando una traccia più sicura e più durevole del fatto suo. Veramente, il far servire l'intercalazione a scopi politici e personali di un partito, di una fazione, di una famiglia, era in Roma una cosa tutt'altro che nuova[969]. Cicerone stesso, dalla Cilicia[970], tra il serio ed il faceto, scrivendo, più volte raccomandava di trascurare l'intercalazione di quell'anno per abbreviare la lontananza da Roma, a lui tanto incresciosa. Se, dunque, Verre avesse fatto a Cephaloedium proprio quello che Cicerone gli attribuisce, veramente non avrebbe fatto che usare in provincia una abitudine, già invecchiata a Roma. Ma, considerando l'indole de' fatti e la notevole verosimiglianza delle cose, è possibile che Cicerone abbia qui messo in relazione due cose tra loro indipendenti; anche perchè ciò gli consentiva, nel pubblicare queste sue orazioni, di arricchirle di uno di quegli incidenti umoristici, a cui egli teneva tanto.
Come è noto, al tempo di Verre, il calendario, anche a Roma, non avea acquistata quella regolarità che Cesare cercò dargli, benchè non vi riuscisse in maniera definitiva; e questa periodica sistemazione del calendario era, là ed altrove, come si è detto, causa di preoccupazioni insieme e di abusi. Fuori di Roma, in molti posti, il computo dell'anno, non che essere adagiato su di una base definitiva e regolare, era fatto ancora sul corso della luna[971]. Per sapere, davvero, quale fu l'indole della intercalazione di Verre, occorrerebbe sapere le particolarità del calendario di Cephaloedium in quell'anno. In ogni modo, se ciò non ci è dato, siamo in grado di vedere che Cicerone diceva cosa inesatta, dando a' calendari greci e siciliani una conformità, che non avevano, e gabellando per uso universale l'aggiunzione o la sottrazione di uno o due giorni al mese; mentre, in alcuni casi, l'aggiunta di due giorni sarebbe stata soverchia, e, in altri casi, s'intercalava, o si sopprimeva, tutta una serie di giorni[972].
Le esportazioni.
Il calcolo delle esportazioni di Verre, che Cicerone poi faceva, in base a quelle avvenute dal porto di Syracusae, era probabilmente arbitrario, od, almeno, esclusivamente congetturale. Dimorando Verre in Syracusae, era di là che le esportazioni di solito avean luogo; e, che in ogni porto di Sicilia Verre facesse un diuturno carico di merci, era cosa che Cicerone poteva più facilmente fingere che provare. Il rimprovero, da Cicerone fatto a Verre, di non aver pagato il dazio sulle sue esportazioni e le corrispondenti lamentele di pubblicani, di cui poi si tentò disperdere la traccia, difficilmente ponno accordarsi con le esplicite norme, che volevano soggetto a dazio soltanto ciò che era esportato per ragione di commercio, non ciò che era esportato per uso privato[973]. E Verre, non foss'altro che per l'ordine a cui apparteneva, non si poteva intendere che esportasse a scopo di commercio.
Verre e la lex Hieronica.
Ma, anche là, dove Cicerone si studiava più di colpir Verre, nell'amministrazione del tributo pagato dalla Sicilia, non mancavano in più parti elementi di giustificazione e di difesa. Cicerone accusava Verre, a tal proposito, di avere arbitrariamente innovata, e in parte abrogata la lex Hieronica, specialmente per quella parte, che riguardava la costituzione del tribunale giudicante sulle controversie ad essa relative, e di averne poi, nella pratica applicazione, tratta tanta materia di abusi, da rovinare a dirittura l'agricoltura siciliana ed esaurire la prosperità della Sicilia. Ora, a bene intendere, per quanto le varie notizie permettono, la natura vera della lex Hieronica e la sua funzione nella amministrazione siciliana e l'estensione de' poteri del pretore, si scorge già l'esagerazione dell'accusa di Cicerone, anche per la prima delle accuse. La lex Hieronica era la norma direttiva per l'esazione del tributo. Il pretore non ripeteva anno per anno tutte le sue clausole, ma rinviava alla lex Hieronica. Così l'editto provinciale riassumeva in sè, come lex redemptionis, questa norma regolatrice del tributo; e non è inverosimile che essa costituisse la parte più antica e migliore dell'editto provinciale, che diveniva translaticium. A questo tronco si vennero naturalmente innestando le inerenti norme procedurali, e l'editto divenne un codice di tutto il procedimento giudiziario, riguardante l'esazione delle decime. Ma, secondo il comune modo di vedere, questa procedura non riposava tanto sull'editto, quanto sulla lex frumentaria, sulla lex Hieronica. Eran fusi e conservati l'antica consueta imposta, il modo di esazione, il sistema di regole amministrative, con cui si tendeva ad assicurare, insieme, chi pagava e chi esigeva il tributo[974]. Se è così, formalmente almeno, Verre non commetteva un eccesso di potere, sviluppando anche più che innovando, le norme fondamentali di quel regime tributario, e l'editto suo, messo in relazione co' concetti, a cui, secondo lo stesso Cicerone s'inspirava la lex Hieronica, non appare così discordante da essi, come voleva l'accusa.
Con l'edictum de professione, Verre non fece altro che completare e sviluppare un indirizzo amministrativo, a lui anteriore; dove prima, forse, era un semplice elenco de' coltivatori, volle che s'aggiungesse anche un elenco delle coltivazioni[975]. Le condanne, in causa della mancata o non sincera denunzia (professio), era poi una conseguenza naturale dell'obbligo imposto di denunziare le coltivazioni; e, se ne fu fatta cattiva applicazione, il biasimo non si può, in via assoluta, farlo risalire al decreto, da cui avea origine. La professio, nella formazione del censo, era la cooperazione del cittadino alla formazione del registro censuale, richiesta per legge e con minaccia di una pena[976]; e questa di Verre, in Sicilia, si poteva dire un'applicazione analogica dello stesso principio[977]. Che poi la misura del pagamento non potesse dipendere semplicemente dalla professio, dalla denunzia dell'agricoltore, s'intende senza molta difficoltà. L'esazione avea luogo in base al ruolo del tributo, che costituiva pel debitore il legale ordine di pagamento e lo metteva in mora[978]; ed il rimedio ad un'esazione esagerata consisteva, appunto, nella ripetizione di quanto era stato esatto ingiustamente e nella multa che accompagnava l'arbitraria esazione[979]. Il divieto, fatto all'agricoltore, di asportare il frumento dall'aia, prima di essersi accordato col decumano, oltre ad essere un mezzo di assicurare l'esazione e dare pratica esecuzione alle norme precedenti, trovava la sua corrispondenza appunto nella lex Hieronica, la quale, secondo la versione stessa di Cicerone, cercava con pene severe di impedire che il frumento venisse rimosso in frode del decumano[980].
Un altro appiglio a maggiori attacchi, da parte di Cicerone, era offerto dall'allargamento de' poteri de' pubblicani nell'esercitare il loro diritto di pegno. Ma, anche qui, un più meditato esame della via seguita da Verre, conduce forse ad un giudizio meno parziale. Che il diritto di pegno competesse a' pubblicani, è ammesso anche da Cicerone, come norma esistente in ogni regione del dominio romano[981]. La colpa di Verre sarebbe consistita nell'allargare questo diritto di pegno sino a comprendere, non semplicemente quello che il pubblicano chiedeva e il coltivatore si rifiutava di dare, bensì perfino, talvolta, tutto quello che si trovava sull'aia; nell'invertire l'onere della prova, in modo che non era più il pubblicano a dover dimostrare che gli era dovuto quanto chiedeva, ma il coltivatore che dovea agire in giudizio contro di lui; e, finalmente, in tutta la protezione ufficiale accordata a questo sconfinato arbitrio de' pubblicani, mercè l'intervento del magistrato.
Ora, giova osservare che il diritto di pegno, specialmente nelle sue origini, si presenta come un mezzo indiretto di costrizione e s'informa, tutto, a questo principio dominante[982]; è un mezzo di coazione, e, subordinatamente, una pena. L'estensione dunque di questo diritto, sino a comprendere tutto il ricolto, specialmente nel caso del frumentum conceptum celatum, è una estrinsecazione ed una conseguenza di quel principio. Per vedere davvero in quanto Verre modificò, e da che punto di vista, occorrerebbe sapere con precisione il metodo seguito prima di lui. Ma anche senza poter risalire a questo, e ritenendo, come una vera innovazione, l'inversione della prova e le clausole dell'editto, che regolavano la condanna dell'agricoltore opponente, o del pubblicano concussionario, la modificazione va considerata in relazione a' concetti che informavano il diritto tributario.
Per chi crede che davvero il suolo provinciale, soggetto a tributo, non fosse posseduto che a titolo di precarium[983]; od anche che il precarium, senza costituire il cosciente ed originario fondamento di quello stato di cose, ne fosse, specialmente verso la fine della repubblica, divenuta l'espressione giuridica; per chi si mette da questo punto di vista, la confisca del prodotto e l'inversione della prova divengono soltanto la logica conseguenza di un principio giuridico ammesso. Il pagamento del tributo era la condizione per mantenersi nel possesso del fondo, e l'inadempimento, se poteva portare la devoluzione del fondo stesso, a maggior ragione poteva produrre il pignoramento di tutti i frutti; e dovea esso, l'agricoltore, agire in giudizio contro il pubblicano, che come rappresentante de' diritti dello Stato vi compariva come possessor. Ma, anche chi non muove da questo punto di partenza, non esita a riconoscere che il pubblicano ed i poteri, che ad esso venivano concessi, non possono prendere norma, nè trovare la loro spiegazione semplicemente ne' rapporti di diritto privato; ed è invece al carattere pubblico, ad essi attribuito, che bisogna domandare una spiegazione conveniente. Lo Stato, nella sua amministrazione ed in tutti i suoi rapporti finanziarî, non si lasciava circoscrivere dalle norme di diritto privato, e seguiva le sue speciali norme che son quelle del diritto pubblico[984]. L'interesse de' pubblicani era intimamente connesso con quello dell'annona, dell'approvvigionamento di Roma, del retto funzionamento di tutti que' servizi pubblici che il pagamento de' tributi rendeva possibile. Rendere dunque l'esazione de' tributi pronta e spedita, togliendo gl'inceppi che potevano venire da preventive contese, significava, non solo, e forse non tanto, favorire il ceto de' pubblicani, quanto favorire lo Stato, che nulla avrebbe percepito, quando alla loro volta gli altri non avessero esatto. Di qui quei diritti di pignorare, di perquisire, che si vedono concessi a' pubblicani[985]. La nuova regola, tanto censurata da Cicerone, per cui l'agricoltore era costretto a seguire la competenza del fòro scelto dal pubblicano, piuttosto che del suo, corrispondeva probabilmente all'ordine invertito delle parti; ed, avendo il pubblicano la veste di convenuto, l'agricoltore, divenuto attore, dovea andargli ad intentare nel luogo di sua residenza la causa. Tutto ciò a prescindere da ogni facoltà del governatore nello stabilire la sede del giudizio, facoltà di cui anche Cicerone in Cilicia fece grande uso. Alcune delle disposizioni a ciò relative, contenute nell'editto di Verre, rispondono, successivamente, ad un'evoluzione della legislazione tributaria, che, anche da noi, si fonda sul principio eccezionale del solve et repete; adottato talvolta anche in rapporti d'ordine privato, ma sempre in vista di motivi d'interesse pubblico. Le vessazioni e gli arbitrî, che facilmente si possono accompagnare ad una siffatta estensione di poteri, che, anzi, molte volte sono inevitabili, possono solo limitarsi, adottando rigorose disposizioni contro gli abusi commessi; ed è per questa via che si metteva la legislazione, specialmente sotto l'impero[986]. Verre minacciando di condannare i pubblicani a pagare otto volte quello che avessero indebitamente esatto, obbediva precisamente -- a considerare almeno la disposizione in astratto -- a questo criterio.
La disposizione corrispondente, che comminava il pagamento del quadruplo all'agricoltore soccombente, poteva, certamente, essere un tranello; ma era pure un rimedio necessario contro la moltiplicazione di giudizî temerarî, ed una cosa affatto rispondente all'indole ed al carattere del giudizio romano.
Secondo Cicerone, queste nuove disposizioni, già per sè stesse dannose agl'interessi degli agricoltori, sarebbero state rese anche più esiziali dalla irregolare costituzione de' tribunali, formati con criterî diversi da quelli voluti dalla lex Hieronica; giacchè, in luogo di esser tratti dal conventus e da' negotiatores, i giudici erano presi dalla coorte stessa del pretore. L'accusa non è nuova; e Cicerone, prima di trattare dell'amministrazione frumentaria, l'avea già fatta a Verre, trattando, in generale, dell'amministrazione giudiziaria. Se non che, lo stesso Cicerone ci dà modo di temperare l'accusa e di mostrarla almeno nella sua generalità esagerata. A breve distanza del luogo, ove, in forma assoluta, avea negato ogni scelta di giudici da' negotiatores e dal conventus, dice che non avea tenuto conto della lex Rupilia, che quando non v'andava di mezzo il suo interesse[987]. Più appresso, sempre lo stesso Cicerone parla di M. Petilio, cavaliere romano, ch'era nel consilium di Verre, e che da lui, in occasione della causa di Sopatro, fu allontanato, perchè adempisse la sua funzione di iudex rei privatae; e con M. Petilio erano anche molti altri, che solevano prender parte a' giudizi e che aveano esercitato tale compito anche sotto il predecessore di Verre[988]. A' membri della coorte poi Cicerone nega la loro qualità di cittadini romani[989]; ma il loro nome di Cornelii, e il vederli intorno a Verre, ci fa agevolmente pensare che essi doveano appartenere a que' diecimila, o più, che Silla introdusse nella cittadinanza romana[990]; e solo la viziosa origine e la foga dell'accusa hanno indotto Cicerone a dire il contrario. Se erano cittadini romani, come tali appartenevano al conventus, e, formalmente almeno, Verre non avrebbe punto violata la legge scegliendoli a giudici; per quanto noi non siamo bene informati del modo preciso, onde concorrevano a formare il corpo giudicante il conventus e i negotiatores. In ogni modo, nella formazione del tribunale, il pretore avea il diritto di scelta, e le parti quello della ricusazione[991]; sicchè, anche sotto questo rapporto, l'operato di Verre sfugge sempre più all'accusa di illegalità. È opportuno anche rammentare come, in genere, il consiglio adoperato dal magistrato avea una funzione, più che altro consultiva, e nel costituirlo e nel seguirlo, in genere, era lasciata molta latitudine al magistrato[992]. E questo stesso suo carattere, messo insieme alla maggiore agevolezza di trarre i giudici dal seguito del governatore, composto di persone meno distratte da altre faccende e sempre presenti, portò poi a costituire stabilmente, de' membri della coorte, i tribunali provinciali. Sotto questo aspetto, infatti, i tribunali ci si presentano nel periodo imperiale; ma la consuetudine, verosimilmente, era più antica, e si trattava di tutta una evoluzione, per cui un semplice stato di fatto, con la costante ripetizione, si mutava in una norma fissa[993].
Gli elementi di fatto dell'accusa.
Scendendo da questa censura di norme generali a' casi concreti, riesce più difficile sottoporre ad esame le accuse di Cicerone; ma, pur non potendo discutere fatti, che sfuggono ad ogni controllo, sia per il loro riferimento a qualche fatto d'ordine generale, sia per il carattere comune che hanno, porgono anch'essi agio talvolta a togliere opinione di esattezza alle parole di Cicerone e a giudicare, con qualche criterio diverso dal suo, alcuni de' fatti di Verre.
È stato già osservato[994], per esempio, come poco giustificabile sia il giudizio portato da Cicerone nel caso di Xenone Meneno, sia che si consideri il diritto di accertare la vera estensione delle colture, sia che si consideri la legale rappresentanza che il marito avea della moglie. L'intromissione di Verre nel riscatto, che facevano le città delle decime dalle mani de' pubblicani, può aver dato, ed avrà dato luogo ad abusi: non c'è a dubitarne; ma, considerata in principio, corrispondeva ad un compito, che il governatore non reputava estraneo alle sue funzioni, tanto dal punto di vista dell'interesse de' pubblicani, che de' provinciali; e lo stesso Cicerone, in Cilicia, si adoperò a menare a termine queste composizioni.
Gl'ingenti guadagni che i pubblicani, secondo lui, avrebbero realizzato, non hanno bisogno, per essere spiegati, assolutamente, di queste pressioni di Verre. Gli appalti, assunti in base alle colture, ch'erano state denunziate, spesso, in proporzione inferiore alla realtà; le leggi rigorose, che aveano armato i pubblicani di tanti poteri nelle riscossioni; bastano già, per sè soli, a spiegare queste transazioni, fatte a condizioni così favorevoli e con sì lauti guadagni. Anche Cicerone è costretto a riconoscere indirettamente il secondo di questi argomenti[995].
Le decime di Leontini.
Ma dove Cicerone più mostra la parzialità dell'accusa, è proprio in quel punto, in cui crede di portare a Verre un colpo irreparabile: alludo all'appalto delle decime dell'agro leontino. Cicerone rimproverava, infatti, a Verre di avere appaltato ad Apronio, per trentaseimila medimni, la riscossione delle decime dell'agro leontino, che nella migliore ipotesi non potevano ascendere a più di trentamila medimni; giacchè trentamila jugeri erano stati messi a coltura, ed il prodotto, solo nella migliore delle ipotesi, era il decuplo della semente. Intanto, data questa condizione di cose, non si riesce a spiegare come Cicerone là stesso e poco appresso possa affermare[996], che le decime in altri tempi, sotto C. Norbano, cioè nell'87 a. C.[997] si vendettero ad ugual prezzo, e che, in quell'anno stesso, Q. Minucio, uomo de' più onesti (in primis honestum), e che perciò dovea contare solo su' mezzi leciti, volea prendere l'appalto ad una ragione assai più alta di quella offerta da Apronio. La spiegazione si trova soltanto col dissipare la confusione che Cicerone vuol portare sull'argomento. I Campi leontini, che, per la loro feracità, avean persino fama di essere stati i primi a portare il frumento[998]; anche oggi, quando la miglior parte di essi è stata sottratta alla coltura de' cereali, per essere adibita ad una cultura più intensiva, esausti pur come possono essere, dopo tanti anni, e senza un vero miglioramento di metodi di cultura; sono pur capaci di rendere dodici volte la semente[999], due volte più di quello che Cicerone diceva. Quando Plinio ne scriveva, da naturalista, e senza i preconcetti che Cicerone vi portava, ne faceva ascendere la fecondità a tal punto, che la sua espressione, poichè parla del cento per uno, dev'essere ritenuta iperbolica. In ogni modo Plinio fa que' campi fecondi come quelli dell'Egitto[1000]. Cicerone dunque cominciava dall'abbassare la produttività di quelle terre, e non si fermava qui. La produttività non si proporzionava all'area coltivata, bensì alla semente piantata. Ora, nell'iugero di terra, specialmente quando il terreno era assai fecondo, poteva seminarsi anche più di un medimno di frumento. La diversa proporzione della semente era cosa ben nota agli scrittori antichi di agricoltura[1001]; un d'essi, parlando della seminagione dell'orzo, consiglia di metterne otto modii in ogni iugero di terreno[1002]. Se si tien calcolo di tutto questo, si può anche venire alla conclusione che Apronio prelevò tre medimni per ogni iugero di terreno, senza prendere in realtà più di una decima parte del prodotto.
Il frumentum imperatum e l'aestimatum.
Non degno di maggior fede, forse, è Cicerone, dove, censurando le percezioni arbitrariamente fatte, nell'esigere il frumentum imperatum e specialmente il collybus, l'aggio sul cambio delle monete, dice che questo non potea trovar luogo, perchè in Sicilia non avea corso che una sola specie di moneta. Eppure, se v'era paese, che per la commistione de' popoli, per la posizione, per il commercio, dovea avere, come avea, un corso di monete vario, quello era la Sicilia.
Equivoco del pari e capzioso è il ragionamento, col quale Cicerone vuole provare la colpevolezza di Verre nell'esigere il frumentum aestimatum. Come è noto, il pretore avea facoltà di esigere il frumento occorrente agli usi personali suoi e dei suoi dipendenti, e Verre l'avrebbe dovuto pagare, per quel che Cicerone ci dice, a quattro sesterzî il modio. Se non che, una consuetudine sorta prima a vantaggio, e poi convertita a danno de' provinciali, ammetteva che il governatore esigesse danaro invece di frumento; e, giacchè il governatore avea diritto di esigere il frumento dove più gli piacesse, il prezzo da esigere si valutava prendendo come misura, il prezzo che il frumento avea nella città della provincia, in cui era più caro. Verre avea, in base a questa consuetudine, esatto in Sicilia, a titolo di frumentum aestimatum, nientemeno che tre danari a modio, cioè dodici sesterzî. Cicerone, pur cedendo alla consuetudine e non volendo attaccare Verre almeno da questo aspetto, sostiene che Verre ne abusò; giacchè in Sicilia il costo del frumento era uniforme, se non di due sesterzî a modio, come pur Verre avea scritto, tutt'al più di due sesterzî e mezzo. Verre quindi, anche a questo titolo, avea violata la legge, espilando danaro.
Ora, che al tempo di Verre il frumento avesse, per tutta la provincia, un prezzo uniforme e costante, recherà molta meraviglia; quando un'occhiata a recenti statistiche mostra come, anche a' tempi nostri, pur con ogni facilità di approvigionamento, con i mezzi di comunicazione incomparabilmente più agevoli, si è ben lungi, nella stessa Sicilia, dall'ottenere questo prezzo uniforme[1003]; ed allora la Sicilia si distingueva sopra tutto per lo scarsissimo sviluppo di viabilità[1004]. Che, dunque, il prezzo del frumento fosse eguale in ogni punto della Sicilia, noi non lo crederemo, se anche ce lo dice Cicerone. Ma un equivoco anche maggiore è quello che vuole indurre Cicerone, quando, parlando del frumento venduto, a detta di Verre, a due sesterzî il modio, e di quello da Verre stesso fatto pagare a tre danari, non fa distinzione di tempo. Percorrendo i dati, comunque non molto abbondanti, che abbiamo sul prezzo de' cereali nell'antichità, da nulla forse siamo tanto colpiti, come dalle variazioni affatto repentine, a cui andava soggetto; in modo che a distanza di pochi mesi è possibile veder salire il prezzo di un medimno da 4 d. 3 ob. a 7 o 10 d.[1005], ed, a più breve distanza ancora, il prezzo di un'artaba da 250 dr. a 320, 368, 384 dr.[1006]. Pure, ciò non può destarci meraviglia, se consideriamo tutti i vincoli imposti al commercio de' cereali, i sistemi proibitivi, i monopolî, i privilegî. Gli effetti di una tale condizione di cose, sopra tutto per quanto riguarda l'artificiale rialzo del prezzo, sono stati studiati, nella stessa Italia, molte volte e da tempo[1007], e non accade di tornarvi sopra. Bastava un'incetta fatta su larga scala per far salire il prezzo sino a 16 dramme il medimno[1008]; ma, anche indipendentemente da questi casi speciali, avveniva facilmente che il grano, svilito di prezzo subito dopo il ricolto, salisse ad un prezzo assai alto in altra stagione dell'anno. In Sicilia, donde, a sola nostra notizia, senza tener conto del frumentum aestimatum e de' guadagni de' pubblicani, tra prima e seconda decima e frumentum emptum, venivano prelevati, per conto di Roma, circa un milionecentotrentamila e più medimni, non era difficile che ciò avvenisse. Lo stesso Cicerone ammette senza contrasto, che appena sotto il predecessore di Verre, il prezzo del frumento era salito a cinque danari il modio[1009].
Considerando dunque l'indeterminatezza della notizia di Cicerone, basterà supporre che i due prezzi diversi de' cereali si riferiscano a due periodi diversi e che Verre, non avendo limite di tempo fissato alla sua richiesta, l'abbia fatta in un momento dì rincaro; ed anche quest'accusa di Cicerone, sempre dal punto di vista legale, da cui egli amava mettersi, avrà perduto ogni fondamento.
La ruina dell'agricoltura siciliana.
Quanto ne avea l'altra accusa che Cicerone facea a Verre, di aver egli solo rovinata l'agricoltura siciliana?
Veramente, se le cifre corrispondono al vero, fa senso il vedere, in soli tre anni, ridotti i coloni di Leontini da 84 a 32, quelli di Mutyce da 187 ad 86, quelli di Herbita da 252 a 130, quelli di Agyrium, finalmente, da 250 ad 80[1010].
Ma, era proprio tutta colpa di Verre?
Non sarò io a negare i tristissimi effetti di un sistema d'imposizione, male ordinato e peggio applicato; pure è giusto rilevare che, nè questo metteva capo a Verre soltanto, nè un fatto di tanto rilievo avea la sua origine soltanto nel sistema tributario e nelle vessazioni di un governatore. Molteplici e maggiori ne erano le cause.
Se le guerre servili, due volte divampate con uno scoppio più violento, due volte erano state represse, non n'erano perciò state tolte le cause. Sotto l'azione di tutte queste cause, che la concorrenza sempre progrediente dell'Africa e dell'Egitto, rendeva ognora più disastrose, la Sicilia s'impoveriva e si spopolava. Era una crisi, incomparabilmente più duratura e più esiziale di quella che avea potuto portare alcuni secoli innanzi la coltura dell'olivo e della vite, introdotta nell'Africa[1011]. Se è vero, come Cicerone vuole, che a C. Norbano, soltanto quattordici anni prima di Verre, era riuscito agevole esigere, senza durezza e senza soverchio aggravio, quello che Verre potè esigere a costo di tanti sforzi; bisogna pure da questo dedurre che, anche in un tal numero d'anni non grande, una sensibile decadenza avea avuto luogo nell'agricoltura. Quell'incremento del lavoro servile, doppiamente insidioso alla piccola proprietà ed al benessere generale, per la concorrenza sempre più implacabile e per lo stato permanentemente malsicuro in cui teneva l'isola, conduceva ad una forma di produzione agricola, sempre più sfruttatrice e meno rimunerativa. I vincoli imposti alla libera espansione degli elementi locali, l'avida e prepotente speculazione di tutto il ceto commerciante romano, che, direttamente o indirettamente, si volgeva alla Sicilia, il prelevamento delle decime, aveano un'azione incalcolabile su tutta l'economia siciliana. La lex Cassia Terentia, introdotta appunto al principio dell'amministrazione di Verre, avea dovuto essere un altro colpo.
Benchè Cicerone tenga a dire il contrario, è poco probabile che il Senato nello stabilire i prezzi tenesse più conto dell'interesse de' Siciliani che di quello dell'erario; e, in ogni modo, quest'altro prelevamento forzato non era fatto per mettere meglio in grado gli agricoltori di tentare la libera speculazione e di profittare della varia vicenda de' prezzi. Se a tutto ciò si aggiunge il brigantaggio e specialmente la pirateria, fatta sempre più audace e molesta, si avrà ragione di sospettare che non era in tutto veritiero, nè in tutto giusto Cicerone, nell'imporre quest'altro carico, tutto, sul capo di Verre.
È strano come Cicerone, che avea tanto abbondato in altri punti, qui, volendo dimostrare la diminuzione degli agricoltori, si limiti a parlare di quattro soltanto tra le sessantotto città di Sicilia. E come mai la diminuzione sarebbe stata maggiore in questi punti, che erano pure i più fecondi? La notizia di Cicerone inoltre è monca, giacchè di due dati, che il catasto di Verre abbracciava, il numero degli agricoltori e l'estensione delle culture, ci dà notizia solo di quelli e non di questa. Nella campagna di Agrigentum, ebbe l'impressione di una grande desolazione; eppure egli non se ne può servire per dimostrare che gli agricoltori scemavano proprio sotto Verre[1012]. Occorre notare, come dallo stesso Cicerone sappiamo, che doveano esservi stati degli anni di cattivo raccolto sotto Verre e che, anzi, per superstizione, i Siciliani ne attribuivano la cagione al trafugamento della statua di Cerere[1013]. È notevole pure che i territorî di quelle quattro città, tutti della Sicilia orientale, doveano essere più facilmente preda de' pirati, omai prepotenti, che facevano sbarchi sulle coste e si inoltravano anche talvolta nel paese per saccheggiare e incendiare le mèssi[1014]. Appiano[1015] attribuisce alla pirateria, divenuta tanto potente da interrompere ogni commercio, anche questo abbandono de' campi. Tutto ciò ci dice già qualche cosa; ma un'altra spiegazione l'abbiamo ancora, se ci facciamo a considerare che que' territori si trovavano precisamente in quella parte della Sicilia, ch'è anche oggi quella ove più domina il latifondo[1016]. Che anche allora la grande coltura tendesse sempre più ad ampliarsi, sia sotto forma di allargamento della proprietà, l'ingens cupido agros continuandi, rilevata poi da Livio[1017], che di locazione in grande, e che si riuscisse a meraviglia a sopprimere piccoli proprietarî, o piccoli affittaiuoli; ce lo dimostra il caso de' Leontini, quale ce lo dà lo stesso Cicerone[1018]. A Leontini appunto, l'unico e grande possessore fondiario era Mnasistrato, odiato perciò stesso da' suoi concittadini, come può essere un latifondista siciliano del giorno, che vive del tributo, della fame e della miseria de' suoi conterranei. Chi sa dunque quanta parte, in questo stremarsi degli agricoltori, l'aveano la mala annata, i pirati e gli emuli di quello stesso Mnasistrato, che Cicerone chiama con intenzione homo honestissimus e vir optimus.
La lettera di L. Metello[1019], che Cicerone volea mettere innanzi come il più grave atto di accusa contro Verre, ha un significato molto più largo. Essa è l'eco delle tristi condizioni dell'agricoltura, nel momento in cui era scritta; ma fa pensare ad assai più cose, che non sia la semplice amministrazione di Verre. Anche per il modo di pensare di Metello in rapporto a questo, la lettera non poteva essere rivolta contro di lui. Fors'anche Metello si schermiva verso i consoli, che, di lontano, lo incitavano a cavare dalla Sicilia quanto più potesse. Essa pare fatta per richiamare alla memoria le lettere, colle quali la Compagnia delle Indie, mentre avea l'aria d'inculcare a Warren Hastings la severa osservanza della legge, spingeva a trasgredirla insistendo sulla necessità di accrescere l'entrate. L'apologo del castaldo, che per dare maggior reddito al padrone baratta gli stessi strumenti della cultura, era di applicazione assai più generale, e Cicerone avea torto di volerlo restringere a Verre. L'incitamento, dallo stesso Metello fatto agli agricoltori siciliani, di non abbandonare le colture ed anzi di estenderle, era nelle consuetudini de' governatori di provincia e non ha bisogno, per essere inteso, di essere messo in relazione con le vessazioni di Verre. Benchè Cicerone accenni quasi il contrario[1020], è pur vero che M. Levino fece di tutto per incoraggiare gli agricoltori ad attendere alla cultura della terra[1021], ed, anche dopo di lui, la cultura de' campi venne promossa, perfino con la minaccia e l'applicazione de' gastighi[1022].
La disonesta e rovinosa amministrazione frumentaria era stata, come dire, il cavallo di battaglia dell'accusa di Cicerone, ed, appena, l'allusione a' cittadini romani, arbitrariamente messi a morte, poteva avere tanta azione su' giudici ed anche sul popolo, quanto ne avea questo richiamo a' loro maggiori interessi, così offesi e compromessi. Cicerone lo sapeva e vi si fermava volentieri, comprendendo che ciò avrebbe contribuito grandemente all'esito della causa.
Le opere d'arte.
Tutto il bottino di opere d'arte, da lui denunziato, poteva interessare, solo mediocremente, il popolo romano. Verre chiamava quel suo amore delle opere d'arte passione, i suoi amici lo chiamavano anche manìa, e a Roma, dove il senso dell'arte era ancora molto limitato, avrebbero perdonato l'una e l'altra. Cicerone, per rendere più grave la cosa, tirava fuori, da quelle ch'egli denunziava come rapine, il sacrilegio, i rapporti di Roma compromessi verso potentati stranieri. Ma anche qui era tutt'altro che disperata, dal lato giuridico, la difesa di Verre. Verre si scusava di aver comperato quelle opere d'arte, che Cicerone diceva rubate[1023] e, in verità, in varî casi, riusciva a dare una dimostrazione sufficiente di questa sua asserzione[1024]. Altre volte si trattava di statue, date a lui in virtù di esplicite deliberazioni di magistrature cittadine[1025]; ottenute qualche volta, forse, nel modo, che dice Cicerone, qualche altra, fors'anche, se non con ispontaneità di sentimento, almeno in forma spontanea. Certamente, era pericoloso quel desiderio di comperare, in mano ad un governatore; perchè quelle compere potevano anche mutarsi, e si mutavano, in un mezzo di estorsione: ma, in ogni modo, Cicerone stesso consentiva a non voler vedere, nel semplice fatto della compera, un reato. Che, del resto, molte volte Verre fosse condotto a questa razzìa di opere d'arte, più da passione che da semplice avidità, lo dimostra lo stesso fatto, tante volte ripetuto da Cicerone, del restituire che faceva gli oggetti di metallo prezioso dopo averne staccati i fregi. Col proposito, poi, di mostrare che quelle vendite si traducevano talvolta in veri ricatti, Cicerone si lasciava andare volentieri ad esagerare il valore delle opere d'arte e, chi sa? fors'anche qualche volta a travisarne la vera natura.
Il valore di molte opere d'arte, specialmente di utensili ed arredi, andava a grado a grado rinvilendo, specialmente poichè ne fu affidata la produzione al lavoro servile[1026]. E, quanto alle vantate opere d'arte di Prassitele (IV, 2, 5) di Mirone (3, 5; 43, 93) di Policleto (l. c.), di Boetho (14, 32), di Mentore (18, 38), di Silanione (57, 126); si trattava proprio degli originali, o non piuttosto di copie, cui era conveniente il prezzo assegnato? Questi baratti di copie per originali non erano proprio rari; erano anzi frequenti, anche in un periodo di più progredita conoscenza, e l'inganno riusciva a meraviglia[1027]. Dell'Eros di Prassitele e delle sue varie figurazioni noi non sappiamo tutto quello che vorremmo; ma la celebrità, che presto ottenne, ne dovette necessariamente far moltiplicare le copie. È notevole intanto che di questa statua di «Eros» posseduta da Heio, Cicerone è il solo a parlare[1028]. L'Heracles era soltanto attribuito a Mirone; e sarebbe stata la seconda delle statue del solo Heracles, attribuite a questo scultore[1029]. Anche la statua di Apollo in Agrigentum corrisponde ad un'altra della stessa divinità e dello stesso scultore, che si trovava in Efeso[1030].
Se queste ed altre statue, acquistate da Verre, erano copie semplicemente, anche le conseguenze che Cicerone voleva ricavare dal tenue prezzo, per cui erano state comperate, rimanevano ingiustificate. Di altre statue il furto era stato compiuto o tentato, anche a stare alla versione di Cicerone, da aderenti di Verre; e non era dimostrato assolutamente che l'avessero fatto per conto del governatore e non per proprio conto.
Verre e i suoi accoliti.
Un altro de' punti deboli dell'accusa di Cicerone consisteva appunto in questa solidarietà, tutta congetturale e niente affatto dimostrata, di Verre e de' suoi fautori, o dipendenti.
Occorreva tutta la parzialità di un accusatore per credere che i membri della coorte, che gli amici, che gli aderenti non avessero profittato della loro posizione per empire il sacco. Questo sistema di far risalire a Verre tutta la responsabilità de' fatti compiuti sotto di lui, era un metodo analogo a quello, cui si attennero poi gli accusatori di Warren Hastings, e contro il quale reagisce ora un suo recente biografo, cercando di sceverare quanta parte potesse avere egli, e quanta ne avessero Sir Elias Impey e gli altri[1031].
E Verre stesso, del resto, si rendeva conto di ciò, e si doleva della responsabilità, che avrebbe finito coll'avere, di colpe non sue[1032]. Il maneggio del danaro era presso i questori: ma, mentre Cicerone, parlando di Dolabella già giudicato e condannato, volea far risalire a Verre molte delle sue colpe, tanto riputava l'opera del questore necessaria e prevalente in siffatto genere di cose; trattando invece di Verre, dimentica i questori, e, se una volta li rammenta, lo fa per iscusarli e trarli anzi fuori della causa[1033]. Eppure in altro momento, quando si era trattato di ottenere a preferenza di Q. Cecilio, il diritto di accusare, Cicerone avea ben saputo riconoscere quanta fosse la parte e quanta la responsabilità de' questori in tutte le colpe, di cui si accagionava Verre[1034].
Le prevaricazioni.
Le preterizioni, le deduzioni affrettate, la congettura, sopra tutto, hanno una grandissima parte in quest'accusa di Cicerone. L'incostituzionalità di alcune parti dell'editto, molti de' pronunziati giudiziarî e tanti altri degli atti a Verre rimproverati, potevano costituire veramente materia di quel particolare giudizio, in quanto era dimostrato che la causa determinante ne fosse stata il lucro. Ora a questa conclusione, anche volendo tener conto di quello che egli dice, Cicerone arriva per via indiretta, congetturale[1035]. Questo carattere dell'accusa è così saliente, che lo notava anche uno degli scoliasti di Cicerone[1036].
Le benemerenze di Verre.
Ma, oltre a tutte le scuse e le difese, che a Verre dovea riescir possibile trovar contro queste colpe e parvenze di colpe, ve n'era un'altra, che dovea contare non poco, ed era la benemerenza, ch'egli avrebbe acquistato verso lo Stato, accrescendo i proventi della Sicilia e mantenendo nell'isola la tranquillità, mantenendovi intatto il prestigio di Roma e del suo imperio e salvaguardando la sua sicurezza[1037].
A Cicerone questo pareva come spostar la questione e mutar l'indole del giudizio, portando la discussione da un campo in un altro. Ma egli sapeva benissimo che in un giudizio, in cui si richiamava, moralmente almeno, in esame tutta la vita dell'imputato, e in cui il verdetto, effetto di un lavorio tutto interno della coscienza, emanava da un concetto sintetico delle azioni, della vita, del carattere del giudicabile; un ordine di benemerenza, come quello, non solo non rimaneva indifferente, ma diveniva forse il principale coefficiente della sentenza. Gli stava bene innanzi alla mente M'. Aquillio, il vincitore della seconda guerra servile, le cui colpe anche Cicerone, altrove[1038], non qui, riconosceva come evidenti, e che a considerazioni di tal genere dovette la sua assoluzione.
Egli stesso, difendendo appresso M. Fonteio[1039] e poi L. Flacco[1040], doveva molto insistere su questo modo di difesa. Anche in tempi più recenti, Warren Hastings, benchè esplicitamente dichiarasse di volere essere condannato, se colpevole, non si astenne dall'allegare tutti i servigî da lui resi al paese, come la prova maggiore del suo carattere elevato e dell'incapacità di compiere atti disonorevoli[1041]. Così Cicerone si vide obbligato a seguire il suo avversario, anche su questo terreno, e fece del suo meglio per discreditare Verre ed ogni sua impresa in Sicilia. È noto come cercò di mostrar bugiardo il vanto de' maggiori proventi tratti dalla Sicilia. Ora, la quiete mai disturbata in Sicilia, la compiacente liberazione di schiavi, già condannati come ribelli, la venale amministrazione della flotta, il suo annientamento, l'interesse dello Stato subordinato a' suoi rapporti galanti, l'ingresso de' pirati nel porto di Syracusae doveano dimostrare menzogneri anche gli altri vanti.
Anzi, tutto quanto, in questo, poteva conferire alla prova della sua venalità, dovea servire anche a rincalzare l'accusa.
Finalmente i maltrattamenti e le arbitrarie uccisioni di cittadini romani doveano finire di renderlo inviso a giudici e popolo, obbligando gli uni ad immolarlo all'ira dell'altro.
Messo su questa china, non deve far meraviglia che Cicerone sacrificasse molto della verità all'interesse della causa e, dopo, nel redigere la sua orazione, all'interesse letterario.
La sicurezza in Sicilia.
Lo stato della Sicilia sotto Verre non poteva essere, e non era, quello stato di assoluta pace interna ed esterna, che Cicerone ci vorrebbe far credere.
Anche dal semplice accenno, fatto innanzi, all'estendersi del latifondo, al decadere della popolazione, alla crisi economica, si può desumere che, se i Romani aveano due volte potuto spegnere nel sangue quelle rivolte servili, che aveano attratto nel loro vortice anche una parte del proletariato, non ne aveano tolto le cagioni, e il fuoco semispento covava sempre sotto le ceneri. Spartaco stesso guardava, con occhio pieno di speranza, a quella terra classica di schiavi arditi ed insofferenti. E, mentre un lievito di future rivolte fermentava, pur dissimulato, all'interno, tutti i mari intorno erano in mano de' pirati, giunti allo stadio della loro maggiore potenza. L'onta recente di M. Antonio Cretico era ancora invendicata e, da soli quattro anni, Verre avea lasciata la Sicilia, quando i Romani dovettero pensare a rimettere insieme una flotta, che non aveano più, e dovettero conferire poteri illimitati al loro più famoso comandante per venire a capo dell'impresa.
In tali condizioni, solo una mano ferma e virile potea impedire uno scoppio immediato e il riardere di una guerra servile. Spartaco, entrato in trattative con pirati di Cilicia, avea deliberato appunto di passare in Sicilia; e, se, secondo qualcuno, il passaggio fu impedito dalla malafede de' pirati, che, presa la mercede, non tennero i patti[1042], non è men vero (ce lo dice un autore attendibile e non remoto da que' fatti) che Verre sorvegliò ed assicurò i lidi italiani[1043]. Questa tradizione recisa e sicura, il proposito di Spartaco di volgersi alla Sicilia, donde gli dovettero venire incitamenti ed assicurazioni di un terreno favorevole, bastano già per mostrare la parzialità dell'accusa di Cicerone[1044]; ed, a chi considera le cose da questo punto di vista, il caso degli schiavi triocalini, prima condannati e poi liberati, quelli di Aristodemo, di Apollonio, di Leonte d'Imachara, di Apollonio di Panhormus, a noi neppure ben noti in tutte le loro particolarità, perdono d'importanza sopra tutto, se intendono a dimostrare che Verre non si occupò di tener sicura la Sicilia. La grazia accordata agli schiavi di Leonida, nel momento stesso dell'esecuzione della condanna, se, a Roma, in un giudizio pronunziato da un regolare tribunale contro un cittadino, era cosa affatto sconosciuta ed illegale; in provincia, tenuto conto della speciale posizione del pretore, dell'ordine non rigoroso de' giudizî, può non destare sorpresa, ed, in linea di fatto, è suscettibile di spiegazioni ben diverse da quelle che congetturalmente ne dava Cicerone. E quanto ad Apollonio, se Cicerone mostrava di non saper concepire, per la sua posizione, ch'egli avesse mano nelle sommosse servili; quelli, cui è noto, per lungo ordine di esempî tutto lo sviluppo del manutengolismo in Sicilia, potranno vedere, in quello, un caso del genere.
I pirati ed i provvedimenti per la flotta.
V'è appena bisogno di rilevare, di fronte a tutto il complesso de' fatti anteriori e posteriori ed alla concorde tradizione[1045], che minaccia dovevano essere poi i pirati, per la Sicilia specialmente. Del resto basti dire che lo stesso Cicerone diceva della loro abitudine di svernare a Melitta[1046], e de' Liparensi, ch'erano divenuti verso di essi veri tributarî[1047]: ed alludeva, con insistenza, alla pericolose avventure del suo viaggio in Sicilia e del suo ritorno[1048]. Quanto più grave era il compito, tanto più erano inadeguati i mezzi, di cui poteva disporre un governatore della Sicilia. Una marineria stabile, regolare e bene ordinata, mancava prima dell'impero, e bisognava sopperire col contingente fornito dalle varie città. Cicerone probabilmente travisa e contorce le varie misure prese da Verre in ordine alla flotta; ma forse non è ardito vedere, attraverso quelle stesse notizie che Cicerone ci dà, frammentariamente ed accompagnate da malevoli interpretazioni, un tentativo di riordinamento della squadra locale. Quali che si fossero le vere intenzioni, che animarono Verre nella sua condotta verso Messana e verso Tauromenium, l'esenzione fatta alla prima di contribuire una nave (se esenzione fu e non sostituzione), non potè indebolire la flotta, dal momento che fu chiamata a concorrervi la seconda, la quale, a dir di Cicerone, non vi era obbligata. Le altre somme, percepite dalla città o da' privati, per esenzioni dal servizio militare, corrispondono ad una consuetudine sempre più invalsa in quei tempi, nelle leve fatte anche in Italia[1049], e davano modo di colmare quei vuoti con mercenarî e proletarî. Tanto più ciò può intendersi per la Sicilia, dove non è punto nuovo questo scambio di vicarî[1050], e, secondo l'interpretazione di uno scrittore, la decima avrebbe avuto origine come corrispettivo di questa esenzione dal servizio militare[1051]; e s'intende meglio, trattandosi della flotta, che soleva essere armata degli elementi più scadenti della popolazione.
La provvisione avocata al comando dell'armata delle paghe e de' viveri, forniti prima a cura de' varî comuni, se può aver fornito, come Cicerone vuole, argomento di ruberie, può anche meglio considerarsi come un passo nel riorganamento, sempre meglio congegnato e coerente, della forza navale; e diventava una necessità per l'alimentazione delle ciurme, quando, mobilizzata la flottiglia e costretta a mutar spesso di posto, occorreva provvedere a tutto con una regolarità, di cui forse non sempre davano affidamento le singole città ed i navarchi.
Il conferimento, poi, del comando a Cleomene non ha bisogno di essere spiegato esclusivamente con un intrigo di gineceo. Anzi tutto, non si trattava di un fatto assoluto. Cicerone stesso ci fa altra volta vedere la squadra sotto il comando de' legati P. Cesezio e Q. Tadio[1052]. In questa continua guerriglia de' pirati, si dovea ben sentire quel bisogno che appresso raccomandò greci navigatori, anche liberti, in grazia della loro esperienza, per l'ufficio di ammiragli. I copiosi esempî che appresso ne abbiamo[1053], andando verso l'impero, ci dispensano dal ricorrere proprio alla sottile e personale spiegazione messa innanzi da Cicerone. Che se la flotta venne fugata e distrutta, non occorre dimenticare la forza de' pirati ed altre memorande sconfitte da essi date a flotte maggiori.
La spiegazione che Cicerone ne dà, può essere accolta o rigettata; ma, in punto di fatto, egli stesso dice che i navarchi ammisero che le navi fossero bene armate e fornite. Per quelli, che doveano giudicar Verre, ciò risultava da un documento[1054]. Parimenti il diverso trattamento usato a Cleomene ed a' navarchi, trova la sua spiegazione nel fatto che Cleomene era approdato a Pachyno per rinforzare con il presidio di terra l'equipaggio: gli altri invece avrebbero lasciato la flotta in mano de' pirati[1055]. Come si vede, anche per tempi posteriori, queste milizie locali non erano veramente permanenti e si richiamavano, o si congedavano, secondo il bisogno[1056]. Non era dunque da farsi un così gran carico a Verre de' congedi accordati, nè v'era da sorprendersi di questo bisogno sentito da Cleomene di imbarcare altri soldati nell'imminenza della zuffa. Potea, dunque, ben avvenire che egli apparisse in qualche maniera giustificato e che la responsabilità dell'abbandono e dell'incendio della flotta si facesse gravare su i navarchi, che non aveano opposta resistenza, ed anzi aveano abbandonato le navi.
Ad accrescere la difficoltà della situazione, in quei momenti, in Sicilia, conferì anche, e molto, il contegno di Mitradate, il quale, a combattere Roma, si giovava de' pirati, de' Sertoriani, di tutto. Questo scambio di rapporti tra Mitradate e Sertorio dovea richiamare tutta l'attenzione di Verre[1057], che, stando a mezza strada, dovea avere il debito e l'interesse di scoprirli ed intercettarli; tanto più che ciò dava occasione al vecchio sillano di fare le ultime vendette della sua parte. Ed a questo, probabilmente, fu dovuta quella condotta, anche più che severa, crudele talvolta, contro cittadini romani, di cui Cicerone seppe avvalersi assai bene per rinfocolare gli odî e rendere più esosa ancora la causa di Verre.