VI. QUASI IN PRAEDAM

Verre e i suoi accoliti in Sicilia.

E con quanti bracchi, o fondo del popolo romano, il tuo padrone manda in caccia il suo ministro! Sono e saranno con lui il figliuolo[416], il genero[417], i legati, tra cui Q. Tadio suo parente[418] e P. Cervio[419], i questori T. Vezio[420] fratello di suo cognato, P. Cesezio[421], Postumio[422]; ma non tutti sono buoni bracchi e ad ogni conto sono pochi. Egli ha perciò la sua coorte, l'aruspice Volusio, il medico Cornelio[423], il liberto Timarchide, suo ministro[424] Cornificio lo scriba[425]; ed, a coadiuvarlo ancora, intorno a lui, come per un misterioso richiamo, si aggruppano altre umane arpie, quali venute d'Italia, quali attratte presso al governatore da ogni punto della Sicilia: Nevio Turpione, uomo corrotto e violento[426], Volcazio, cavaliere romano[427], Valenzio, interprete, non della lingua greca soltanto, ma della rapacità del pretore[428]; Claudio il cinico, bruno e da' crespi capelli[429], Theomnasto siracusano[430]; Escrione e Cleomene i due mariti indulgenti[431], Atidio[432], Jerone e Tlepolemo, i due cani di Cibyra[433], Carpinazio, preposto all'azienda de' pubblicani in Sicilia[434], Papirio Potamone[435]; e con questi tutta un'altra schiera di liberti, servi fuggitivi, aruspici, medici, prefetti, banditori, littori[436], che andavano da Apronio[437], uno stratega della corruzione, la mente e il braccio di Verre, a L. Sestio[438], il carnefice, la mano passiva, che colpiva inesorabilmente.

Non mancano veramente i bracchi a Verre per iscoprire la preda e per impadronirsene, e poi egli ha già tutto un piano prestabilito: il suo fine odorato l'ha già da Roma messo sulle tracce, ed egli sa già di là dove metter le mani[439]. E non perde tempo.

L'eredità di Apollodoro Laphirone. L'eredità di Sosippo e Philocrate.

Apollodoro Laphirone è morto ed ha lasciato erede il figliuolo di Dione di Halaesa con l'obbligo di porre alcune statue nel fòro, e con la minaccia di una multa a favore di Venere Erycina, se ciò non faccia. L'eredità si è devoluta sotto C. Sacerdote, la condizione è adempiuta, e l'erede gode in pace la ricca eredità. Ma Verre è appena giunto a Messana, la città complice, la ricettatrice delle sue ruberie[440] e il giorno stesso in cui vi giunge[441] (proprio il giorno stesso?) fa chiamare Dione, uomo primario, fatto poi da Metello cittadino romano, e gli dice di voler giudicare dell'eredità pervenuta al figliuolo di lui. Giudicare di che, se non vi è ombra di dubbio o di contesa? Ma Venere è la dea del gioco, e, se la sorte aiuti, qualcosa ne uscirà. Il tempio del monte Eryce ha un magistrato, che ne può rivendicare i diritti, uno de' questori; pure chi si presenta a rivendicarli è quel Nevio Turpione che sappiamo. La causa si fa, e Dione vince la causa, ma perde la lite. Venere non ottiene la multa; ma un milione di sesterzî dalle mani di Dione passa in quelle di Verre, e branchi di cavalli ed argento lavorato e tappeti dalla sua casa passano ad ornare quella del pretore[442]. Venere in verità, non ha campione più disinteressato di Verre. Due fratelli di Agyrrium, Sosippo e Philocrate[443], hanno avuta per testamento dal padre l'eredità sotto condizione di pagare una multa a Venere, se in un certo luogo si faccia una certa cosa. Nel ventesimo anno, dopo che tanti pretori, tanti questori e tanti calunniatori v'erano stati in Sicilia, viene loro mossa la causa; e quattrocentomila sesterzî dati a Volcazio fanno loro vincere la causa; ma la vittoria loro è più nefasta di quella di Pirro[444].

I metodi giudiziarî di Verre.

Tutto l'ampio e, si può dire, infinito potere che è nel diritto di giudicare e ch'è la condizione della conservazione di ogni avere e di ogni diritto, Verre l'usava, a quanto dice Cicerone, in maniera da raggiungere l'effetto opposto, determinando in forma equivoca la questione della causa, storcendo l'ordine de' giudizî, violando le giurisdizioni e le competenze.

Con la divisione della procedura in iure e in iudicio, in questa seconda fase del giudizio non si faceva che applicare e trarre alle sue conseguènze concrete una premessa posta dal magistrato. Perciò, malgrado l'apparenza contraria, il destino della causa era in mano di costui, e il iudex poteva divenire in mano sua il materiale strumento del suo volere. A sentire Cicerone, Verre poneva i giudici del fatto alle prese con questioni del genere di queste[445]: «Se pare che il fondo capenate, intorno a cui verte la lite, appartenga, secondo il diritto quiritario, a P. Servilio, nè tal fondo verrà reso a Q. Catulo -- fa che gli sia reso[446]»; oppure: «Se non accetta ciò che tu dici di dovergli, menalo in giudizio; se agisce per ottenere quel che pretende, menalo in carcere[447]». Riesce evidente che con questi responsi sibillini, anzi con queste trappole, non v'era alcuno che potesse sfuggire ad una voluta condanna, nè il iudex, fosse stato un uomo comunque si voglia dotto e ligio al dovere, poteva evitare di compiere una madornale ingiustizia.

Similmente tutte le leggi riflettenti l'ordinamento giudiziario in Sicilia e l'autorità chiamata a giudicare ne' vari casi di controversie sorte tra Siciliani e Siciliani o tra privati e città, o tra Siciliani e cittadini romani, o tra agricoltori e decumani od in altri casi ancora, erano, come Cicerone vuole[448], completamente eluse da Verre, mercè una pena comminata nel suo editto a chi indebitamente si attribuisse la funzione di giudicare. Una tale minaccia, pendente, come la spada di Damocle, su chiunque si accingesse a giudicare, facea sì che, pur restando ferme astrattamente le norme di rito giudiziario, in realtà tutto si facea a posta di Verre; giacchè o il giudice designato cedeva il campo, o giudicava, ma senza libertà di coscienza. E, nella massima parte de' casi, il posto che avrebbero dovuto avere giudici tratti dal conventus e dai negotiatores, lo prendeva la coorte, e qual coorte! di Verre.

La violazione di queste forme era della massima conseguenza, perchè la loro eliminazione, specie se fatta a disegno, privava di ogni garanzia i litiganti; e Cicerone tende appunto a dimostrare con varî esempi i fatti ed il motivo di essi.

L'eredità di Eraclio Siracusano.

Eraclio siracusano[449], già ricco del suo, ha da un altro parente, anch'esso di nome Eraclio, un'eredità di circa tre milioni di sesterzi e con essi una casa ben fornita di stoviglie di argento e di tappeti e di schiavi. La cosa è, come dire, l'avvenimento del giorno e tutti ne parlano. Verre non solo lo sa per sentita dire, ma vi è chi richiama la sua attenzione e gli fa vedere l'agevolezza di entrare come coerede dell'erede. Cleomene ed Escrione, i due mariti compiacenti, Theomnasto, Dionisodoro, gli stanno all'orecchio; Eraclio è vecchio, poco svelto; di protettori altri non ha che Marcello, e Marcello è a Roma: che più? Pel testamento egli ha l'obbligo di ergere statue nella palestra, e, se anche egli ve l'abbia poste, ciò può esser tal rampino da tirar appresso l'eredità ed il resto. E Verre non se lo lascia dire la terza volta; la cosa gli piace e, detto fatto, i palestriti indicono ad Eraclio la causa. Viene il giorno assegnato, ma Eraclio invoca il beneficio del termine che gli viene dalla legge Rupilia e che gli concede trenta giorni. Verre si rassegna, ma dopo i trenta giorni la causa di Eraclio ricomparisce con precedenza su tutte le altre, rinviata per l'occasione: e si è già al sorteggio; almeno Verre fa le viste di farlo. Se non che gli attori in giudizio chiedono che scelga egli cinque giudici da quelle città che convengono a quel fòro pe' giudizi. Eraclio, ed i suoi avvocati con lui, chiedono che si faccia il sorteggio, quale la legge Rupilia vuole; ma invano: cinque giudici sono scelti a piacere, senza sorteggio, senza facoltà di ricusazione, senza alcuna norma prestabilita, e la causa è rinviata al giorno appresso. Che scampo resta ormai ad Eraclio? Nessuno fuori che quello de' deboli, la fuga. Solo la sua contumacia potea riuscirgli di qualche aiuto, rendendo più odiosa la grave condanna, l'assegnazione non legale de' giudici e il resto, e quella notte stessa Eraclio lascia Syracusae. Il giorno del giudizio è venuto, e, poichè è giorno di raccolta, questa volta Verre si è levato di buon mattino per metter mano alla messe. Eraclio è assente? Che importa? ed incita i giudici a condannarlo, ma questi stessi, un po' più peritosi di lui, ottengono che si rimetta la cosa all'ora decima; poi lo stesso Verre ha qualche esitazione, e, ritornando su' suoi passi, scarta i cinque giudici scelti e, ritornando alla legge Rupilia, trae a sorte tre giudici. Ma è tutta una lustra; in fatto, questi han l'ordine di condannare e condannano. E quale condanna! Non solo Eraclio perde l'eredità di tre milioni, ma quello che il testatore, indipendentemente dal testamento, gli aveva dato prima di morire; persino quello che gli era venuto dal padre. La sua casa è addirittura messa a sacco, e l'argento scolpito, i vasi corinti, i tappeti, il meglio degli schiavi prendono la via della casa di Verre. E quando i Siracusani rendono conto in Senato di questi beni di Eraclio e si svolge la lista delle tazze d'argento, delle anfore, de' tappeti, degli schiavi dati a Verre, un senso di segreto dolore serpe tra gli uditori: pur si contengono. Ma quando in un sol capo fu detto che per ordine di Verre si erano dati trecentomila sesterzi, il malcontento, appena contenuto, proruppe in modo che Verre, sgomento, non seppe far di meglio che riversare la colpa sul genero, il quale alla sua volta e con isdegno, respinse l'accusa, e poco appresso lasciò il suocero e la Sicilia. In ogni modo Verre credette uscire d'impaccio, e, quel che è più, i trecentomila sesterzî, usciti così dalla porta, rientrarono per la finestra.

L'eredità di Epicrate.

E l'esempio, com'era da attendere, faceva scuola. Muore un parente d'Epicrate[450], il maggior proprietario di Bidi, ed ecco i nemici suoi già pronti a rinnovare con lui il giuoco così ben riuscito con Eraclio. Ottantamila sesterzi sono versati a Volcazio, come prezzo degli accordi presi col pretore, e i palestriti di Bidi, al modo stesso di quelli di Syracusae, son pronti ad intentare la causa. Ad uguale attacco uguale difesa; ma Epicrate è più pronto di Eraclio, e fugge a Reggio prima ancora d'esser tratto in giudizio, così che sventa quasi con la sua fuga la trama che gli era stata tesa. I suoi avversarî, i palestriti, rischiano questa volta di fare come i pifferi di montagna e lo seguitano a Reggio per patteggiare con lui ed uscire almeno senza danno dall'impresa abortita. Se non che Epicrate si sente al sicuro e li respinge e non li ascolta. Il caso va di bocca in bocca e se ne parla tanto che Verre è obbligato ad occuparsene direttamente ed a far rendere da Volcazio a' Bidini la mancia pagata. Ma anche questa volta si trattava di una lustra: infatti non solo non allontana da sè Volcazio, il corrotto, e non punisce i corruttori; ma fa in modo che la causa si rinnovi in altro modo e con sorte anche peggiore. I Bidini chiedono di nuovo l'eredità, poichè sanno che Verre farà dritto alla domanda anche contro l'assente, i procuratori di Epicrate chiedono che la causa si svolga secondo le leggi patrie, o secondo la legge Rupilia. Nell'imbarazzo della risposta gli avversarî dicono dolosa la fuga di Epicrate e chiedono di essere immessi nel possesso de' beni; ma, come ottenere tutto ciò, se gli amici di lui, che non doveva nulla ad alcuno, sono là pronti a dare ogni più ampia malleveria? Allora, come pensiero rampolla da pensiero, in quella nuova contesa dell'agnello e del lupo, viene fuori un altro addebito, quasi che Epicrate avesse falsificato atti pubblici. Gli amici di lui resistono ancora, chiedono che la causa non venga fatta contro l'assente; invocano le leggi patrie, e quando si accorgono che è vana ogni resistenza o difesa, abbandonano la causa e Verre immette i Bidini in possesso de' beni di Epicrate; non solo di quelli di cui era contesa, ma de' suoi propri che ascendevano ad un milione e cinquecentomila sesterzî. E di questo genere di ricatti giudiziarî Cicerone non ne addebita a Verre uno o due soltanto: per estorquere denaro (100000 o 400000 sesterzi?) ad Eraclio di Centoripae[451], rescinde giudicati, gl'interdice l'accesso al senato e ad ogni luogo pubblico, lo mette a dirittura fuori della legge; proclamando altamente che non punirebbe qualunque violenza a lui fatta, e ad ogni domanda farebbe diritto che venisse proposta contro di lui.

Veramente, a quanto dice Cicerone, i giudicati aveano per Verre un valore molto relativo.

La condanna di Sopatro di Halycia

Sopatro di Halycia[452], già giudicato da C. Sacerdote, veniva ora chiamato nuovamente in giudizio capitale innanzi a Verre per la stessa accusa da cui era stato assolto. Sicura gli pareva la cosa; pure Timarchide sa circonvenirlo e carpirgli ottantamila sesterzî; ma, dopo un po' di tempo, gli sembrano pochi, e la causa è rinviata, ed intanto egli torna per avere altro danaro. Il giudice si metteva all'incanto, ed i suoi avversari erano disposti a pagare di più. Gli amici sconsigliano Eraclio dal dare di più; con maggiore impulso ancora lo sconsiglia il suo modesto stato di fortuna; egli dunque tien duro; infine vi sono de' giudici a Syracusae! E v'erano proprio i giudici, che l'avevano assolto la prima volta. Ma è ingenuo far questi calcoli con Verre. Quando l'udienza sta per aprirsi ed i giudici convengono numerosi, e tra essi quelli sperati da Sopatro; Verre ordina a M. Petilio, cavaliere romano, di attendere alle cause private, ed una obbiezione di Petilio è occasione per fare allontanare tutti gli altri e far restare Verre solo a giudicare con la sua banda.

Q. Minucio, cavaliere romano, difensore di Sopatro, ha per un momento ancora l'illusione che la causa venga rinviata; e, quando n'è disilluso, abbandona l'udienza. Verre cerca trattenerlo; è in furia poichè non vi riesce, ed esita; quando una parolina, susurrata al suo orecchio da Timarchide, lo rimette in carreggiata, e si riprende, e fa sfilare a tamburo battente i testimoni e chiude il dibattimento e condanna.

Che quando poi, alla speranza del lucro, si aggiungevano l'ira, il dispetto, l'amor proprio offeso; allora i giudizî sotto Verre assumevano una forma anche peggiore; come fu il caso di Stenio[453].

Il caso di Stenio da Thermae.

Stenio di Thermae era, a quanto dice Cicerone, uno degli uomini più ragguardevoli che allora contasse la Sicilia. Onorato di tutte le cariche pubbliche del suo paese, le aveva esercitate assai onorevolmente; avea con munificenza singolare ornata la sua città, ottenendone da essa pubblici attestati, ed aveva saputo acquistare considerazione ed amicizia presso i principali uomini che al suo tempo fossero a Roma, da C. Mario a Cn. Pompeo. Amante, come tanti Siciliani, delle opere d'arte, sia per soddisfare questa tendenza, assai viva in paesi di coltura greca, che per compire con maggior splendore i suoi doveri di ospitalità verso tanti ospiti illustri, avea ornata con la maggior magnificenza la sua casa della più elegante suppellettile di bronzo di Delo e di Corinto, di pitture, di vasellame d'argento; tutte cose messe insieme sin dall'adolescenza, mentre era in Asia. Tra gli ospiti di Stenio fu anche Verre, e mai non ne partì, senza che qualcosa, mancante dalla casa ospitale, attestasse la sua venuta. Pure Stenio sopportava tutto, con rassegnazione, e in silenzio. Ma all'uomo, che così tranquillamente avea tollerato il danno proprio, vennero meno rassegnazione e pazienza, quando Verre volle mettere le mani su di alcune opere d'arte, che avevano già appartenuto ad Himera e che Scipione Africano, dopo la conquista di Cartagine, avea donato a Thermae, città vicina della distrutta Himera. Erano molte statue di bronzo, figure muliebri, una statua di Stesicoro, una capretta così bella che avrebbe fatto impressione anche ad un Romano non educato al gusto di queste cose. Verre le desiderava ardentemente, ed ardentemente la cittadinanza teneva a conservarle, come cose che si connettevano alle tradizioni cittadine, alla memoria di Scipione, e costituivano quanto di più caro e più prezioso avesse il paese. Stenio si fece il coraggioso interprete del sentimento de' suoi concittadini, e si oppose e rese vano il desiderio di Verre. Per costui fu come una dichiarazione di guerra. Lascia la casa di Stenio per andare a quella de' nemici suoi, che, come suole accadere, perciò stesso l'invitavano. Egli non ha che l'imbarazzo della scelta; andrà da Agatino o da Doroteo, suo genero? La bella Callidama, sua moglie, fa dare la preferenza a quest'ultimo; e l'intervallo di una sola notte lo avea già fatto tale, che si sarebbe detto avesse tutto comune con Doroteo, ed Agatino fosse come un suo parente ed affine. E la sua buona fortuna non lo placa; lo incita anzi di più alla vendetta contro Stenio. I suoi nemici stessi non sanno escogitare nulla contro di lui; ma Verre gl'incita e li aiuta ad imbastire uno de' soliti processi per falsificazione di atti pubblici. Stenio, per la condizione autonoma di Thermae, per la legge Rupilia, chiede che la causa venga trattata secondo le leggi termitane. Verre fa il sordo e, per tutta risposta, indice la causa per l'ora nona.

È inverno, e il mare è più infido che mai; pure a Stenio il mare pare meno infido e meno malsicuro di Verre, e si commette al mare per cercare a Roma un aiuto contro il suo persecutore. Intanto Verre, che all'ora nona puntualmente lo aspetta e non lo vede, va in furia, cerca da per tutto per iscovarlo; lascia il fòro alla terza ora della notte per tornarvi il domani e condannarlo in contumacia, per falsificazioni di atti pubblici, a pagare cinquantamila sesterzî al tempio di Venere del monte Eryce. Ancora alcuni anni dopo, Cicerone vi vedeva un Cupido d'argento, consacrato da' beni di Stenio, quasi a rappresentare plasticamente il segreto della sua condanna. Ma non basta; nè Verre si tien pago: in pubblico, dal suo seggio, fa sapere a tutti, che se qualcuno vorrà accusarlo di delitto capitale, egli procederà contro Stenio, comunque assente. Pure lo stesso Agatino non si presta a ciò, e, per trovare chi lo faccia, bisogna ricorrere ad un tale Pacilio, un pezzente ed uno sciocco. Vien fatto precetto a Stenio di trovarsi fra trenta giorni per le calende di Decembre, a Syracusae. Ma Stenio a Roma non perde tempo, e si muove e si agita tanto, che i consoli Gn. Lentulo e L. Gellio (s'era nel 72 av. C.)[454] fanno una mozione, perchè il Senato stabilisca che nelle provincie non sia lecito sottoporre a causa capitale gli assenti. Si stava già per decider questo, e dichiarar nullo ogni giudizio che contro tale regola si fosse fatto a danno di Stenio, quando il padre di Verre, con pianti e con l'aiuto di ostruzionisti, riesce a rimandare la cosa, poi la mette a dirittura in tacere, promettendo di far sì che il figliuolo non dia corso alla causa. Se non che nulla ponno presso Verre le preghiere di suo padre, nulla i pericoli, onde lo minacciano gli stessi suoi atti; le calende di Decembre vengono, ed egli cita l'accusato. Non risponde Stenio, e non risponde, chi sa per qual caso, neppure l'accusatore; nondimeno Verre va avanti. V'è bisogno di un patrocinatore? Gli assegna uno de' suoi satelliti, un Claudio, figliuolo di Claudio, della tribù Palatina, probabilmente un liberto, nimicissimo di Stenio, e così lo condanna.

Con tutto ciò la sua ira può dilaniare i beni, non raggiungere la persona di Stenio; giacchè Cicerone, ospite ed amico di Stenio, ottiene da' tribuni della plebe, che egli possa rimanere in Roma al sicuro, malgrado l'editto che non permetteva di restare in Roma a condannati per delitto capitale.

E questi erano i delitti più perspicui compiuti da Verre nell'amministrare la giustizia: ma accanto ad essi molti altri non si accennavano neppure, per la stessa moltitudine loro[455].

L'ingerenza nelle elezioni de' magistrati locali.

La funzione giudiziaria era un modo per estorquere danaro; ma non era il solo. L'esercizio del diritto elettorale, che in Roma era un cospicuo mezzo di lucro, divenne tale anche in provincia in mano di Verre; e, per far meglio, anche dove non gli competeva, se l'arrogava arbitrariamente. Così avvenne dell'elezione de' senatori, sottratta a' suffragi popolari, resa indipendente da tutte le limitazioni di età, di censo e da ogni altra condizione personale, che le leggi, conservate a' Siciliani o date dal governo di Roma, imponevano[456]. In Halaesa, dove per le leggi date da Appio Claudio Pulcher, non si potea essere senatore che a trenta anni, per danaro furono creati senatori fanciulli di sei, di sette, di dieci anni, ed ogni altro che volle[457]. Ad Agrigentum ed Heraclea, dove al senato doveano avere parte, in proporzioni uguali, i vecchi cittadini ed i nuovi coloni, per prezzo ne fu confusa la proporzione, covrendo indifferentemente con gli uni i posti serbati agli altri[458].

Dove al suo volere si opponevano difficoltà d'ordine naturale, disposizioni recise di legge, se non si determinava a violarle apertamente, le girava riducendo la legge ad un giochetto, tenendo un metodo tutto gesuitico; e così, salvando capra e cavoli, si trovava all'altra riva.

I sacerdoti.

Si trattava di dare il sacerdozio di Giove in Syracusae a Theomnasto, suo familiare, contro la legge che limitava la elezione de' candidati a tre schiatte e dava l'ultima scelta alla sorte? Si faceva, con un abuso, introdurre Theomnasto fra i tre, e poi, perchè la sorte non lo tradisse, si metteva nell'urna, tre volte, il solo suo nome[459].

I censori.

A Cephaloedium, l'elezione del sommo sacerdote avveniva in un mese determinato e, per le particolari condizioni locali, quell'onore spettava ad un tale Erodoto. Perchè invece l'ottenesse un tale Artemone Climachia, sarebbe stato, con l'introduzione di un mese e mezzo intercalare, turbato l'ordine de' mesi in tal modo, che Erodoto non potè giungere a tempo da Roma, e rimase, nella maniera più strana, deluso nella sua aspettativa[460]. Ma il peggio avvenne nella creazione de' censori. Quell'ufficio era tenuto in gran conto per le grandi conseguenze pratiche che venivano dalla redazione del censo; e l'elezione di essi, fatta città per città, da' rispettivi concittadini, costituiva una garanzia di non piccola importanza. Verre ne avocò a sè la nomina e pose ognuno di que' posti all'incanto. A trattare la cosa non v'era forse persona più adatta di Timarchide, di lui, che aveva un fiuto finissimo, che in Sicilia conosceva uomini e cose e sapeva trar partito dalle amicizie, dalle inimicizie, dall'avidità, dalle debolezze umane, e, servendo Verre, dominava e Verre e la Sicilia. Egli teneva questo mercato a Syracusae nella stessa casa del pretore, e poche volte, forse, alcun mercato fu tanto ricco come quello, onde uscivano in quell'anno i centotrenta censori della Sicilia; la quale finì per pagarne a dovizia le spese; perchè il censo fu quale da siffatti censori poteva attendersi, e quale loro conveniva che fosse per rifarsi ad usura della compera della carica[461].

Inoltre, quasi che tutto ciò non bastasse, ognuno de' censori fu obbligato a contribuire trecento danari per rendere onore di statue a Verre; e con quest'altro pretesto sarebbero stati estorti, nella maniera più aperta, altri trentotto mila denari[462].

Le statue.

Questa delle statue era un'altra delle ubbie di Verre. In parte era vanità, quella stessa vanità, che gli aveva fatto sostituire le feste, designate col suo nome «Verria», a quelle già esistenti in onore di Marcello e che prendevano nome da costui «Marcellia»[463]. Egli ne avea fatta mettere una, dorata, nella Curia di Syracusae[464], e un'altra innanzi al tempio di Serapide[465], un'altra equestre, a Roma, innanzi al tempio di Vulcano[466]; altre erano state dedicate dalla rappresentanza comune delle città siciliane[467]; altre ancora ne erano state erette a Tauromenium[468], Tyndaris[469], a Leontini[470], a Centoripae[471] e altrove, con gli epiteti più altosonanti di patrono, di soter perfino, quasi che i Siciliani avessero bisogno di chiedere alla loro propria lingua un vocabolo appropriato[472]. A Syracusae ne erano state fatte anche al padre ed al figliuolo[473]. Ma non era tutta e sola vanità, era almeno vanità e qualcos'altro. Cicerone pretendeva provare che, col pretesto delle statue, Verre avesse estorti dalla Sicilia circa due milioni di sesterzî[474]; da' soli Centoripini avea tratto a tal fine duecento mila sesterzî[475]. La sola Syracusae era stata costretta a contribuire tante volte: per le statue da porsi nel fòro, per quelle da erigersi in Roma, per quella che elevavano gli agricoltori, per quella che offriva la Sicilia collettivamente[476]. Contribuzioni simili avevano fatto Halaesa, Catina, Tyndaris, Henha, Herbita, Agyrium, Netum, Segesta, per tacere di tante altre[477], e con esse gli agricoltori ed i negotiatores di Syracusae di Agrigentum, di Panhormus, di Lilybaeum[478]. E, per assicurare meglio il profitto, l'esecuzione delle statue veniva appaltata allo stesso Timarchide[479].

La cosa era proceduta a tal punto che i Siciliani dovettero fare una petizione ridicola in apparenza, pratica in fondo; dovettero chiedere cioè «che non fosse loro permesso di promettere statue ad alcun magistrato, se prima non avesse lasciato il paese[480]

Le esportazioni abusive.

La più gran parte intanto, di ciò che Verre espilava in Sicilia, non era destinata a rimanere quivi, ed occorreva pagare il cinque per cento di dazio sulla roba esportata. Verre volle esimersi dal pagamento di questi diritti, e tale sua condotta provocò qualche dissenso tra lui e i pubblicani. Dal solo porto di Syracusae esportò in pochi mesi quattrocento anfore di miele, molti panni maltesi, cinquanta letti per triclinî, una grande quantità di candelabri, per un valore di un milione e duecento mila sesterzî; e L. Canuleio, rappresentante della società in quel porto, che mal sapeva rassegnarsi alla perdita di sessantamila sesterzî di dazio, non seppe fare a meno di scriverne a' suoi, mandandone vivo lamento[481]. Ma il dissenso fu presto appianato. L. Carpinazio, che sopraintendeva agli appalti di Sicilia, da vero pubblicano, pensò che, come suole avvenire in questi casi, perdere qualche cosa col pretore, potesse essere anche un buon affare per sè e per la società stessa; e non solo largheggiò col pretore, ma anzi divenne il compagno indivisibile e familiare di lui, un altro Timarchide insomma, e si costituì suo banchiere. Era egli che poneva a frutto i capitali del governatore; inoltre in tutti quei loschi affari, in cui occorreva sborso di danaro ed i poveri ricattati non l'avevano pronto, egli era sempre disposto ad anticiparlo, e poi lo accreditava a Verre, al suo scriba, a Timarchide[482].

L'amministrazione frumentaria. Verre e la lex Hieronica.

Ma di tutte queste cose si poteva dire che fossero appena delle riprese per Verre; cose messe a profitto qua e là, e secondo l'occasione si dava. Il vero campo, in cui Verre mieteva con tutta la larghezza, era il tributo della Sicilia, nelle varie sue forme, che, per la sua opulenza e per la sua ricorrenza costante, offriva la mèsse più ubertosa a' suoi lucri.

A tale scopo, prima di ogni altra cosa, Verre cercò mettere da parte la legge Hieronica, se non con l'abrogarla apertamente, coll'aggiungere varie clausole al suo editto e con l'eluderla nel campo pratico. Anzi fece in modo che il decumano poteva trovarsi in una condizione privilegiata, mettendosi senz'altro in possesso della quantità di frumento che a sè credeva dovuta e lasciando all'agricoltore il compito di farsi attore in giudizio e ripetere quanto gli fosse stato tolto contro ragione. Tanto l'agricoltore era obbligato a dare al decumano, quanto costui diceva che gli fosse dovuto a titolo di decima[483]. Con tali innovazioni, tra le altre cose, anche l'onere della prova ricadeva sull'agricoltore, e, sotto ogni rapporto, la sua posizione diveniva meno favorevole. Seguiva a questa, è vero, un'altra disposizione, per la quale, a giudizio finito, il decumano doveva restituire otto volte quello che arbitrariamente avesse preso, e l'agricoltore quattro volte quello che ingiustamente avesse negato di dare[484]. Ma queste sanzioni legali, dice Cicerone, divenivano un'irrisione, perchè i giudici e i recuperatores non erano presi, secondo la legge, dal conventus[485], bensì dalla coorte di Verre, ed erano satelliti di costui, complici de' complici suoi. E infatti, a dire di Cicerone, non solo nessuno di questi giudizî era stato mai risoluto a favore di qualche agricoltore, ma non v'era stato neppure uno che ne avesse tentata la sorte[486]. E l'editto proseguiva per questa via, arricchendosi di altre clausole, quali ironiche, quasi, per gli agricoltori, quali fatte per rendere ancora più difficile la loro posizione. Si promettevano per esempio i recuperatores, ma solo nel caso che l'uno e l'altro de' litiganti li volessero[487]; e l'uno de' litiganti, che solitamente avrebbe dovuto essere Apronio, certamente non li voleva. S'imponeva agli agricoltori di fare la dichiarazione dell'estensione di campi da essi coltivati, per trar motivo di altre molestie dalla inosservanza o dalla pretesa violazione di questa parte dell'editto[488]. Si dava facoltà al decumano di scegliersi la sede del giudizio, obbligando l'agricoltore a dare, dove quello volesse, sicurtà di comparire in giudizio[489]; e, per gente aliena dalle controversie, trattenuta dal genere stesso delle sue occupazioni nella propria città, può immaginarsi quanto ciò riescisse molesto. Quasi che non fosse stato già abbastanza aver concesso al decumano di impossessarsi della quantità che a lui piaceva; si ordinava al magistrato siculo di mettere in esecuzione questo privilegio, già accordato al decumano[490]. Altre volte si trattava di aggiunte escogitate per una particolare persona, per un caso particolare, per togliere ogni via di scampo, che la legge o l'editto avesse ancora potuto lasciare. Tale per esempio era stata la disposizione che metteva la scelta del luogo del giudizio nelle mani del decumano; tali furono quelle sulla rimozione e sul trasporto del frumento al mare. Un cavaliere romano Q. Septicio -- i Siciliani erano per necessità più ossequenti -- non volea saperne di venire a patti con i decumani: opportunamente viene l'editto ad imporre che, prima d'essersi accordato co' decumani, non si può portar via il frumento dall'aia. Q. Septicio cede più al dispetto che all'interesse e gli piace meglio veder marcire il frumento, sotto la pioggia, nell'aia, che non vederlo finire ne' granai di Apronio e di Verre; allora ecco un'altra volta l'editto, che impone ad ognuno di trasportare al mare le decime a tutto il mese di Agosto[491]. Che fare? Dove volgersi? Erano gli ultimi colpi di Verre, i provvedimenti presi nel terzo anno del suo governo, a raccolta già fatta, per dare l'ultima mano, gli ultimi ritocchi all'editto e scagliarli, come la freccia del Parto, alla Sicilia che stava per abbandonare[492].

E tutti questi editti dovevano essere le armi per colpire infallibilmente la preda, in mano a' suoi servi stessi, che egli avea sguinzagliati, nuovo genere di decumani, per tutti i campi e le città di Sicilia. Mossi dall'avidità, fatti securi ed anche audaci, più che dalla protezione, dalla complicità del governatore, essi scorrevano la regione, come paese di conquista; ed in testa a tutti Apronio, un altro Timarchide, il compagno indivisibile e l'uguale di Verre, il consorte de' conviti, il fido Acate del pretore, che niente avea integro e sano, nemmeno il fiato. Così Verre, quello che altri aveano seminato e mietuto ne' campi, mieteva e raccoglieva sulle aie.

Le angherie degli agricoltori.

Apronio vuole che Nymphone di Centoripae non abbia sinceramente denunziate le estensioni da lui coltivate; e l'uno e l'altro vanno in giudizio. Che sentenza verrà mai fuori da recuperatores come il medico Cornelio, quello stesso Artemidoro che aiutò già Verre a spogliare il tempio di Diana di Pergae, e l'aruspice Volusio e il banditore Valerio? Un provvedimento semplice, ma tale che toglierà a Nymphone per l'avvenire, non si dice il desiderio di litigare, ma fino il modo di coltivare ancora la terra. Se Nymphone ha mentito, occorre che paghi, e paghi tanto frumento, quanto ne ha nelle sue aie. In tal modo Apronio, in luogo della decima, ha settemila medimni di grano, e Nymphone si rifugia a Roma aspettando, se verrà, la tarda giustizia[493].

Xenone Menaeno è avvolto nella stessa briga: ma i fondi non sono suoi, son di sua moglie; ed egli confida nel suo difensore M. Cossuzio, confida nella sua causa, malgrado tutto, malgrado quella singolare specie di recuperatores. Se non che Verre ha ancora qualche cosa in serbo per lui. Non teme il giudizio e la condanna? forse non sarà altrettanto delle verghe; e infatti, a quella minaccia, egli si arrende e paga a' decumani tanto quanto si chiede da lui[494].

In verità questa delle battiture, o minacciate o date, era un sistema infallibile. Polemarco di Murgentia, che su cinquanta iugeri non voleva dare settecento medimni di decima, chiamato nella stanza da letto di Verre e preso a pugni ed a calci, finisce per darne mille[495]. Lo stesso trattamento doma ogni spirito ribelle in Eubulida Grospo di Centoripae, ed egli si placa e dà tutto quello che si vuole[496]. Sostrato, Numenio e Nymphodoro della stessa città fuggono, non volendo dare per decima più di quanto avean raccolto. Apronio invade i loro poderi, mettendoli a sacco ed a ruba, e, quando Nymphodoro va ad Aetna a pregarlo per ottenere la restituzione del suo, lo fa sospendere all'olivo selvatico, ch'è nel fòro, tenendovelo così, finchè gli garba[497].

Nè solo con i Siciliani, per la condizione loro, più esposti alle offese, ma con gli stessi cittadini romani si trattava così. C. Matrinio, cavaliere romano, è tenuto per due giorni a Leontini prigione e digiuno[498]. Q. Lollio, a cui l'esempio di C. Matrinio e l'età di novant'anni non hanno tolta ogni velleità di resistenza, è portato innanzi ad Apronio ad Aetna, mentre, come di consueto, banchettava nel fòro, e, lì stesso, in pubblico, è schernito, dileggiato da' convitati, sin che non si arrende a' patti che Apronio gl'impone[499].

A Leontini dove la moglie di C. Cassio, dell'ordine senatorio, avea molte colture, i decumani portarono via tutto il ricolto[500].

Le città e il riscatto delle decime.

Ciò co' privati; rispetto alle città poi sarebbe stata escogitata un'altra serie di espedienti, che menava a lucri più sicuri anche e più pingui.

Usando di frequente le città siciliane riscattare il tributo, col prendere esse stesse le decime in appalto; entrava a licitare contro quelle uno de' soliti satelliti di Verre. Ne seguiva allora facilmente che l'appalto restasse a costoro, e, sia che gli avversarî, disanimati, recedessero dalla gara, sia che, insistendovi, obbligassero quelli ad assumere l'appalto ad alta ragione, in ogni caso non mancava loro materia ingente di lucri. Infatti, nel primo caso, l'utile veniva dalla bassa ragione dell'appalto; nel secondo caso, le vessazioni, fatte con ogni sicurezza agli agricoltori, li compensavano del prezzo dell'appalto ed assicuravano loro un guadagno non lieve. Oltre di che, assai di sovente, le città stesse erano costrette a prendere in subappalto le decime dall'appaltatore con grave loro danno.

Delle decime, dovute da Agyrium, era divenuto appaltatore Apronio; e venne ad Agyrium, preceduto da minacce e dagli uscieri stessi del governatore, promettendo d'altra parte d'andar via subito e senza far piati, se gli fosse assicurato un lucro conveniente. Ma gli Agyrinensi credevano di non doverlo temere, e di non doverlo placare; ed ecco i loro magistrati ed i loro cinque primarî chiamati a Syracusae, per rispondere di violazione dell'editto del pretore. L'accusa era vaga e perciò stesso insidiosa; giudici i soliti: Artemidoro il medico, il pittore Tlepolemo ed altri simili; pure niente spaventava gli Agyrinensi, e restavano duri perfino di fronte all'offerta mediazione di Timarchide, che, insieme, gl'invitava a transigere e faceva loro balenare innanzi agli occhi l'ingente condanna. Ma, quando intesero dallo stesso pretore la minaccia di essere fustigati sino a morirne, piangendo, si arresero, promettendo di voler dare ogni loro cosa; e poterono dire di essersela cavata a buon mercato riscattando le decime e dando ad Apronio, a titolo di lucro, trentatremila medimni di frumento, un sesterzio a medimno per l'esame del frumento e trentamila altri sesterzî, come lucro, per le decime dell'orzo[501]. Allo stesso trattamento fu soggetta Herbita per tre anni. Nel primo anno furono costretti gli Herbitensi a dare trentottomila ed ottocento modii di frumento, a titolo di lucro, ad Atidio, uno de' noti satelliti di Verre, che aveva preso in appalto le decime di quella città per soli diciottomila modii[502]. L'anno appresso, nella stessa maniera, furono obbligati a dare, sempre a titolo di lucro, ventun mila modii di grano e duemila sesterzî di giunta ad Apronio, che aveva preso l'appalto per venticinquemila modii di frumento[503]. Nel terzo anno finalmente, al modo stesso delle città asiatiche, destinate a fornire di ornamenti le varie mogli del gran re, Herbita fu chiamata a dare un tributo a Pipa e Terzia, le due vezzose amanti di Verre. Escrione, il marito putativo di Pipa, e Docimo, il marito compiacente di Terzia, divennero gli appaltatori, il primo della decima di frumento ed il secondo della decima dell'orzo. Nella gara Escrione avea portato l'appalto ad ottomila cinquecento medimni, una ragione così alta che Verre la ridusse a settemila cinquecento. Gli Herbitensi intanto, trattando da Siciliani a Siciliani, non temevano nè l'uno nè l'altro. Tratti allora in giudizio a Syracusae, sono obbligati a dare ad Escrione i seicento medimni, scemati da Verre all'appalto, e a Docimo dodicimila sesterzî[504]. Altri seicento medimni di frumento furono fatti guadagnare allo stesso Docimo sulla decima di Aceste, costretta a prenderle in subappalto da lui[505]. I Liparensi, le cui decime, povere e scarse, erano state affittate ad A. Valenzio, l'interprete di Verre, furono costretti a riscattarle da lui, pagando in più trentamila sesterzî[506].

I Tissensi, in ugual modo, furono costretti a dare a Diogneto, servo del tempio di Venere, pubblicano di nuovo conio, ventunmila sesterzî nel secondo anno e duemila modii di frumento nel terzo; a Diogneto, che, per la sua qualità e la povertà sua, non poteva essere, come vuole Cicerone, che un prestanome di Verre[507].

Addette le decime di Amestratum a M. Cesio ad un'alta ragione, Eraclio, uno de' legati, fu obbligato, senza mandato del suo senato e senz'altro, a riscattarle con la perdita di ventiduemila sesterzî[508]. La stessa città dovette dare altro denaro a Sesto Vennonio, nel secondo anno, con lo stesso pretesto. Appresso, aggiudicate le decime a Bariobale, un altro servo del tempio di Venere, per ottocento medimni di grano, gli Amestratini furono costretti a riscattarle, dando un lucro di ottocentocinquanta medimni e millecinquecento sesterzî, un lucro maggiore dello stesso prezzo di appalto[509]. I Petrini furono obbligati a dare cinquantaduemila sesterzî di lucro a P. Nevio Turpione su di un appalto di tremila medimni, equivalenti a quarantacinquemila sesterzî, presso a poco[510]. Halycia, dove solo gl'inquilini e non i cittadini pagano, dovè dare allo stesso Nevio quindicimila sesterzî di lucro per una decima di cento medimni[511]. A Segesta, dove era decumano un altro servo di Venere, Symmaco, gli agricoltori, contro ogni norma di legge, sono obbligati a dare sicurtà di stare in giudizio fuori del loro fòro; Diocle Phime di Panhormus, che avea in fitto in quel territorio un podere per seimila sesterzî, fu obbligato a pagare, per decime, sedicimila sesterzî e seicentocinquantaquattro medimni di frumento, non senza una giunta di battiture; lo stesso C. Anneo Brocco senatore fu obbligato a dare danaro e frumento[512]. Per le decime di Thermae un tal Venuleio, concorrente a posticcio, vinse nella gara il legato della città, che voleva aggiudicarsele, portandole sino ad ottomila medimni; e, perchè non andasse sul posto, la città stessa si vide obbligata a dargli settemila modii di frumento e duemila sesterzî[513]. Gli Imacarensi, dopo essere stati ridotti allo stremo, dovettero dare ad Apronio ventimila sesterzî[514]. Gli Hennensi, dopo che le loro decime furono appaltate per ottomila duecento medimni, dovettero darne ad Apronio altri tremila con duemila sesterzî per giunta[515]. I Calactini furono obbligati a dare a M. Cesio in Amestratum le decime, date per lo innanzi sempre nella loro città, anche sotto Verre nel biennio precedente[516]. I Mutycensi furono così vessati da Theomnasto Syracusano, che, per dare le seconde decime, dovettero comperare ii frumento; nè ciò accadde ad essi soltanto[517]. Gli Hyblei finirono col pagare per decima al decumano Cn. Sergio sei volte quello che aveano seminato[518]. Altre simili soperchierie furono fatte a' Menaeni[519], agli Agrigentini, agli Entellini, agli Heracleensi, a' Soluntini, a' Catinensi, a' Tyndaritani, a' Cephaloeditani, agli Haluntini, agli Apolloniensi, agli Enguini, a' Capitini, agli Innensi, a' Murgentini, agli Assorini, agli Helorini, a' Ietini, a' Cetarini, agli Scherini, a tutte insomma le città siciliane[520]. Ad Aetna, ove insieme banchettava nel fòro e smungeva e sberteggiava gli agricoltori, Apronio trasse un lucro di cinquantamila sesterzî[521]. A Leontini lo stesso Apronio, su di un'estensione coltivata di trentamila jugeri, prese in appalto le decime per trentaseimila medimni, in concorrenza di Q. Minucio, che voleva assumerla ad una ragione di cinquemila medimni di più; e, prelevando tre decime invece di una, poi tre cinquantesimi e poi ancora, per ogni medimno, uno o due sesterzî, giunse a fare un guadagno di quattrocentomila modii all'incirca[522].

Le compere di frumento.

Altra occasione di lucri fornì il frumentum imperatum, quello cioè che, come si è detto, giusta la legge Terentia Cassia, i Siciliani erano obbligati a vendere alla repubblica per un prezzo imposto, ed il frumentum aestimatum, quello cioè dovuto per i bisogni del governatore e del suo seguito.

Per l'acquisto del frumentum imperatum, Verre ebbe dalla repubblica circa dodici milioni di sesterzî, più precisamente, undici milioni e settecentomila sesterzî: nove milioni per comperare dalle città decumane, a tre sesterzî il modio, tre milioni di modii, quantità equivalente alla decima già contribuita, e due milioni ottocentomila sesterzî per comperare, indistintamente da tutte le città, ottocentomila modii di grano, a tre sesterzî e mezzo il modio[523]. Questo danaro dovea essergli versato dalla società de' pubblicani di Sicilia, e Verre cominciò dal lasciarlo nelle loro casse, esigendo, non senza loro lamento, un interesse del due per cento al mese[524]; poi, nell'esazione del frumento, rifiutò, quasi non fosse buono, il frumento di molte città, come di Halaesa, Thermae, Cephaloedium, Amestratum, Tyndaris, Herbita ed altre, e, non dando nulla di quanto loro doveva, o le obbligò a comperare il frumento di Apronio, o altrimenti esigette, per ogni medimno, il massimo prezzo corrente, quindici sesterzî[525]; da alcune città, come Centoripae, Agrigentum ed altre, prese il frumento e pagò il denaro, ma facendo notevoli detrazioni per l'esame del grano, per il collybum, il cambio delle monete, e per il così detto cerarium, onde veniva un diritto del quattro per cento a favore dello scriba[526]. Considerando tali detrazioni, l'interesse carpito e i diciotto o ventun sesterzî avuti dallo Stato per ogni medimno e ritenuti, si ha che i lucri ascendevano ad una cifra assai forte. Oltre di che Verre, o la sua coorte, avea modo così di mettere in commercio il frumento arbitrariamente ed indebitamente esatto nella percezione delle prime decime[527].

Quanto al frumentum aestimatum, il senato avea assegnato a Verre quattro sesterzî a modio per comperare il grano e due per comperare l'orzo[528]. Avuto riguardo al prezzo del frumento, secondo ci dice Cicerone, allora assai basso, di due, o al più, di tre sesterzî al modio, Verre seguendo una consuetudine invalsa, avrebbe potuto ritenere il denaro, astenendosi dal comperare il frumento[529]. Servendo questo frumentum aestimatum al vitto del pretore e de' suoi dipendenti, per uso, se non per legge, il governatore era divenuto arbitro dell'acquistarlo oppur no, dell'esigerlo in genere o in denaro, del richiederlo in un luogo, piuttosto che in un altro, della sua provincia. La composizione, che ne potea seguire tra agricoltori e governatore, quando non era fatta con sistema assolutamente leonino, potea riuscire anche a vantaggio de' provinciali, esimendoli dalle noie di trasporti in luoghi lontani, dalle molestie di privarsi del grano, che avevano bisogno d'impiegare in uso proprio o di ritenere, per venderlo in tempi più propizî[530]. Verre si dispensò dal percepire il frumento, ma, invece di esigerne l'equivalente al prezzo corrente di due o tre sesterzî a modio, fece tutto un coacervo dell'orzo e del grano, che avea diritto di esigere, e stabilì, per ogni modio, un prezzo di tre denari, cioè dodici sesterzî, e per conseguenza ritenne i quattro sesterzî a modio, a lui assegnati dal Senato, e per giunta ne esigette altri otto[531]. Cosa affatto ingiustificata, secondo Cicerone; giacchè, nè le spese di trasporto potevano portare a quel prezzo, nè il costo del grano variava da una città ad un'altra di Sicilia[532]. Tutto questo danaro, che Verre veniva così accumulando, serviva, massimamente, a realizzare nella vita quel suo sogno di lusso e di piacere, che era come la mèta di ogni suo desiderio; una vita di dominio e di godimento, allietata da tutti i diletti de' sensi, menata innanzi, giorno per giorno, in conspetto di quanto più potesse allegrare la vista, in ville e palagi magnifici e splendidamente ornati[533].

La caccia alle opere d'arte.

Per la moda incalzante, pel senso dell'arte, che la coltura greca progrediente rendeva sempre più vivo, le opere d'arte di fattura greca, se anche non completamente apprezzate, doveano costituire una delle maggiori, se non la maggiore attrattiva; e l'averne quanto più fosse possibile, l'avere le più belle, per Verre, più che una passione, più che una tendenza irresistibile, costituiva una vera manìa[534], la quale in un paese di coltura greca, come la Sicilia, potea trovare il suo massimo sfogo[535]. Egli vi avrebbe fatta, secondo Cicerone, una vera razzìa. Dovunque arrivavano i suoi occhi, arrivavano le mani; e per vedere, anzi per fiutare più da lontano e per prendere, gli stavano alle costole Tlepolemo e Jerone, i due fratelli; i due cani di Cibyra, a cui nulla sfuggiva, fuori di quello che a loro convenisse non vedere[536].

Così il suo accusatore potea dire, intendendo dare alle parole il loro pretto significato letterale, che non vi era gemma, vaso prezioso, statua, arnese fatto d'oro o d'avorio, dipinto od arazzo, che egli avesse veduto e non avesse preso, pagandoli molte volte a prezzi vilissimi, tanto per salvare le apparenze e mostrare di aver comperato. Si era venuto a tale che, per possedere ancora tutti questi oggetti artistici e di pregio, bisognava possederli clandestinamente. Guai a metterli sotto i suoi occhi in un convito, in una festa, nell'ospitarlo; il giorno appresso essi partivano, seguendo l'ospite[537]. Già una cosa di tal genere era stato il pomo della discordia tra lui e Stenio: ma quello, nell'accusa di Cicerone, non era destinato ad essere che un piccolo episodio di tutto un sistema. Ospite di Q. Heio di Messana, Verre l'obbliga a vendergli per seimila e cinquecento sesterzî tutto quanto formava l'ornamento e il decoro del suo sacrario domestico: un Cupido di Prassitele, uguale a quello famoso di Tespi, un Ercole di Myrone, due canefore di Policleto[538]. Queste apparivano comprate: per alcune stoffe attaliche, intessute d'oro, non occorse nemmeno questa finzione. Semplicemente, spedite ad Agrigentum, per ordine di Verre, trovarono la via dell'andata, mai più invece quella del ritorno[539].

Ad Aristone di Palermo, a Cratippo di Tyndaris, a Phylarco di Centoripae estorse alcune splendide collane; nè l'averle nascoste riuscì a quest'ultimo di giovamento per salvarle[540]. Pamphilo di Lilybaeum perdette nello stesso modo un'anfora (hydria) d'argento, lavorata da Boetho di Calcedonia, splendida per fattura e preziosa per qualità di materia; e salvò due sue coppe lavorate a rilievo, a stento, intendendosi co' cani di Cibyra e rimettendovi mille sesterzi[541]. Diocle il genero di lui, anche di Lilybaeum, dovette pentirsi di far delle mostre, perchè Verre gli portò via tutti i vasi d'argento, così come li avea esposti sulla mensola, facendo, come al solito, mostra di pagarli[542]. Da M. Celio, cavaliere romano, prese quel che volle; da C. Cacurio tutta la sua suppellettile; da Q. Lutazio Diodoro, cittadino romano per beneficio di Q. Catulo, una magnifica e grande tavola di cedro. Con Apollonio di Drepanum, figlio di Nicone, chiamato poi, dopo l'acquisto della cittadinanza, A. Clodio, prima saccheggiò i beni de' pupilli affidati alle cure di lui, e poi lo spogliò di tutto l'argento lavorato. Da un altro pupillo, Heio, posto sotto la tutela di C. Marcello, portò via quantità di denaro e nappi di fine lavoro. Da Lysone, uno de' primarî di Lilybaeum, portò via una statua di Apollo, per un prezzo irrisorio di mille sesterzî[543].

Diodoro di Malta, anch'esso dimorante a Lilybaeum, possiede molti vasi di fine lavoro, e, tra gli altri, alcuni nappi, lavoro di Mentore, il famoso cesellatore, chiamati tericlei dalla forma, che il vasaio Tericle dette primo ad essi. Verre non sa starne senza, e manda per averli, nè sa privarsene Diodoro. Così, tra i due, comincia una vera scherma per depredare e non essere depredato. Non sono a Lilybaeum; sono a Malta? Verre manda anche colà. Ma prima di Verre, ha mandato anche Diodoro a Malta, e fa che i vasi non si trovino. Così il giuoco continua, ma Diodoro sta per uscirne con un'accusa capitale, da cui lo scampano solo l'intervento del padre di Verre e l'essere Verre ancora novizio: si era al primo anno della sua propretura. Pure la cosa costa a Diodoro un volontario esilio di tre anni[544].

Più fortunato fu invece con L. Curidio e con Gn. Calidio, a cui l'essere figlio di senatore non giovò a salvare certi suoi bicchieri di argento (eculei)[545]. A L. Papirio, cavaliere romano, tolse semplicemente il fregio dell'incensiere, restituendogli il resto, quasi fosse vago non del metallo, ma del lavoro; e così del resto fece con molti altri; che in ogni casa, si può dire v'erano arredi, specialmente sacri, con qualcuno di questi fregi attaccati[546].

Ne fecero esperienza, fra gli altri, Cn. Pompeo di Tyndaris, già, prima di essere cittadino romano, chiamato Philone; Eupolemo di Calactae ed altri. Eschilo e Trasone di Tyndaris, Nymphodoro di Agrigentum, intanto, vi rimisero, oltre al fregio, anche gli arredi, un incensiere, una tazza, un vaso (patella)[547].

Una caccia speciale dava agli anelli, alle gemme. Vien portata un giorno una lettera al suo interprete Valenzio. Verre ne vede l'impronta che gli piace, e non ha pace, sin che l'anello non passa dal dito di chi avea spedito la lettera, di L. Tizio, nelle sue mani[548]. Ma questi erano gli amminicoli, presi qua e là, come l'occasione si presentava, in mancanza di preda maggiore. Le razzìe assumevano talvolta proporzioni più vaste e forme ufficiali, o quasi. A Catina chiama il proagoro Dionysiarco, a Centoripae Phylarco, ad Agyrium Apollodoro, ad Haluntium Arcagato, tutti primi cittadini o magistrati de' luoghi, ed impone loro di fare una regolare requisizione di vasi d'argento cesellati, di vasi corinti, che egli si faceva portare e, fidato al fiuto de' cani di Cibyra, ne faceva la scelta. Ad Arcagato, secondo Cicerone, dette anche il compito di essere in questa occasione, suo banchiere, ma senza mai rivalerlo[549].

A Syracusae poi, nello stesso palazzo del pretore, sotto i suoi occhi, per rifondere e foggiare a nuovo tutta questa preda raccolta[550], si era impiantata una vera officina per allestir vasi d'oro, staccare fregi e adattarli. Per tutta la Sicilia, a Segesta, in casa di Lamia, a Netum, in casa di Attalo, a Lilybaeum, in casa di Lysone, ad Aetna, in casa di Critolao, a Syracusae in casa di Escrione, Cleomene e Theomnasto, ad Helorum, in casa di Arconida, tanti telai lavoravano indefessamente per Verre, a tappezzare i letti delle sue molte ville[551]. Altrove si facevano i letti stessi e i candelabri.

Quella sua manìa degli oggetti d'arte lo metteva a tale da non perdonare a nessuno, non a re, non agli dèi. Antioco l'Asiatico, figliolo di Antioco il Pio, reduce da Roma, dove era stato a brigare per l'eredità di sua madre Selene[552], traversava la Sicilia, e avea con sè un magnifico candelabro, che intendeva dedicare nel tempio di Giove Capitolino e che riportava con sè, non essendo stato ancora, dopo l'incendio, rifatto quel tempio. Verre riuscì per favore speciale a vederlo, e gli fece tale impressione, che, avendolo avuto a casa per inganno, lo ritenne per forza; senza che dal suo proposito potessero rimuoverlo l'autorità, le lagrime stesse del principe, le sue promesse, il dovere dell'ospitalità, o la paura di un futuro gastigo[553].

Contro un gastigo degli uomini si sentiva bene agguerrito, e, quanto a Giove, pensava che il dio non guardasse a ciò; od egli almeno non guardava al dio, troppo lontano.

I sacrilegi.

Verre era sulla via del sacrilegio, e seguitava a batterla, spensieratamente. Era una guerra dichiarata, insieme, al sentimento religioso ed a quello patrio de' Siciliani; giacchè da' loro templi rapiva le statue delle divinità, ed erano quelle stesse che, prese da' Cartaginesi, erano ritornate in Sicilia, dono insigne di Scipione, come testimonianza e trofeo della distruzione di Cartagine[554].

Verre cominciò dal volere la Diana di bronzo di Segesta; e, poichè non l'ebbe, giù con vessazioni contro i Segestani, aggravî nella compera del frumentum imperatum e nell'esigere il contributo di marinai e remiganti, molestie nel chiamarli in giudizio, tirandoseli dietro per tutte le giurisdizioni della provincia; e, per giunta, minaccie di peggio a tutti, presi insieme o singolarmente. Così la resistenza si fiaccava e veniva meno; venivano vinti, sotto l'impulso della paura, gli ultimi scrupoli patriottici, le ultime superstizioni, e, infine, la statua di Diana, cosparsa di unguenti, coronata di fiori, usciva, tra i pianti delle donne e il muto cordoglio degli uomini, da Segesta e da' confini del suo territorio, e la base, che portava scritto l'atto magnanimo di P. Africano, veniva demolita, quasi a sperdere la memoria del fatto e del misfatto[555].

A Tyndaris, dove il senato gli negava una bellissima statua di Mercurio, dono anch'esso di Scipione, Verre fece in pubblico, d'inverno, legare il proagoro Sopatro alla statua equestre di C. Marcello, e ve lo tenne, sin che la cittadinanza ed il senato, per salvare il concittadino e il magistrato, quasi semivivo dall'onta e dal freddo, assentirono all'importuna richiesta del pretore, e la statua di Mercurio, a spese pubbliche, fu portata a Messana[556].

Ad Enguion, dal tempio, a cui sempre P. Scipione ne avea fatto dono, prese loriche ed elmi di bronzo cesellato, ed urne ed altre opere d'arte[557].

Ad Agrigentum, di soppiatto, fece rubare dal tempio di Esculapio una bellissima statua d'Apollo, che un'iscrizione, incisa nel femore, attribuiva a Myrone[558]. Ma imprese di questo genere non sempre gli riuscirono bene. Agrigentini e cittadini romani, residenti in Agrigentum, messi sull'avviso, stettero in guardia, e quando, sotto la condotta di Timarchide, in una fosca notte, gli emissarî di Verre andarono per rubare dal tempio di Ercole la statua stessa dell'eroe, venerato tanto, che per i baci de' devoti aveva avuto logoro il mento; tutto il popolo accorse ed a sassate li obbligarono a fuggire con soli due piccoli emblemi, mentre già, con forza di corde e con ogni fatica, tentavano di smuovere la statua, senza pure riuscirvi[559]. Ad Assorum uguale insidia fu tesa al nume fluviale indigete Chrysa da' due cani di Cibyra, ed ugualmente fu elusa, chiamando, a suon di buccina, a raccolta i cittadini[560]. Ma questi tentativi, mal riusciti, non disanimavano Verre, nè lo intiepidivano. A Catina, i suoi stessi servi rubarono un'antichissima statua di Cerere da un sacrario, a cui le sole donne aveano accesso; e poi, per distornare da sè l'accusa, fece imputare del fatto un servo, ad esso estraneo ed innocente. Ma il senato di Catina l'assolse, avendo sentore della trama, e quasi in onta al vero colpevole[561].