VII. AD ARAM LEGUM

Il carattere dell'accusa e l'ambiente.

Non potevano davvero mancare a Verre accusatori, ed accusatori implacabili. Quello di accusare un uomo politico importante, un governatore di provincia era un modo, se anche un po' discreditato, di venire in fama e di acquistare importanza; ma l'accusa di Verre, questa volta, trascendeva i confini di un interesse semplicemente individuale.

Le lotte civili soffocate, ma non spente, da Silla, si erano riaccese non appena egli era sceso nel sepolcro; e la parte popolare tentava in ogni modo di riconquistare il potere, riprendere i suoi diritti, indebolire in tutti i modi la parte sillana, combattendola non solo come partito, ma, individualmente, ne' suoi uomini principali e più intransigenti.

Verre, come uomo di parte, era di una selvaggia energia, implacabile ed ostinata, aliena da tergiversazioni e da scrupoli, e non dovea essere piccolo guadagno per i suoi avversarî metterlo fuori di combattimento. La plebe, da lui avversata specialmente nel periodo della sua pretura; i cavalieri, trattati molte volte senza riguardi in Sicilia e feriti ne' loro interessi sopratutto con la preferenza accordata negli appalti delle decime agli uomini della coorte pretoria, aspettavano ed invocavano una vendetta contro C. Verre, ed, altrettanto o più, l'invocavano tutte le vittime delle proscrizioni e delle confische sillane, le cui piaghe recenti non si erano peranco rimarginate, e che in Verre odiavano non solo l'acolito di Silla, ma l'antico disertore che, passando a Silla dalla parte mariana, vi avea portato tutto l'ardore e lo zelo del rinnegato. Ma, oltre allo sfogo che il processo di Verre potea procacciare a queste ire, oltre ad essere una questione di sentimento; esso avea una presente ed evidente importanza politica, ed era destinato ad avere un'azione immediata sugli avvenimenti del giorno e sull'atteggiamento dei partiti. Non erano trascorsi ancora otto anni dalla morte di L. Cornelio Silla, e già il fondamento politico della sua costituzione era scosso e l'egemonia dell'ordine senatorio vacillava, sì per il crescere delle forze de' suoi avversari, sì per la cattiva prova che aveva fatta nel suo esclusivo reggimento del governo.

In questo stesso anno del processo, nell'anno 70 av. C., sotto gli auspicî di Cn. Pompeo, l'antico e massimo aderente di Silla, ora console con M. Crasso, si veniva ad una serie di concessioni, da cui la costituzione sillana usciva tanto modificata. Pompeo, giunto ad un grado elevato di potenza e guardato con gelosia dalla parte aristocratica, era attratto verso la parte popolare, di cui, ogni giorno più, crescevano l'ardire e le forze. Il tribunato, per la cui completa reintegrazione si lottava già da parecchi anni, e che era riuscito a liberarsi da qualcuno de' vincoli ad esso imposti da Silla, vi acquistava già in principio di quest'anno, per opera di Pompeo[602], la pienezza de' suoi diritti e delle sue prerogative[603]. L'altro validissimo privilegio del giudicare veniva minato con la proposta di ammettere a giudicare altresì i cavalieri ed i tribuni aerarii, fatta da L. Aurelio Cotta, zio di C. Giulio Cesare e fratello di quel C. Aurelio, sotto il cui consolato, nel 75 erano state abrogate le incapacità de' tribuni a coprire le altre magistrature[604].

La democrazia riprendeva le sue posizioni, attaccando la reazione in tutti i suoi baluardi; ed, in un tale momento della lotta politica, il processo di Verre si presentava come un'arma di combattimento di prim'ordine. Un processo che svelasse tutte le prepotenze, le ruberie, gli abusi di ogni sorta di un membro della fazione aristocratica, com'era Verre, riusciva già per sè solo, quale che ne fosse l'esito, di non piccola efficacia; poichè ne sarebbe risultata chiara la cattiva amministrazione delle provincie, e le colpe individuali si riflettevano, in ogni modo, sull'intero ordine. Ma anche più imbarazzante era questa volta il processo per gli ottimati. Una condanna li obbligava a volgersi contro uno de' più validi loro sostegni, a togliersi un appoggio ed a confessare quasi lo sgoverno delle provincie, che all'ordine veniva rimproverato. Un'assoluzione, quando la colpa fosse dimostrata, o ne fosse indotto almeno il sospetto nella cittadinanza, faceva anche più apertamente assumere all'intero ordine la responsabilità de' fatti imputabili a Verre e non poteva a meno di provocare una reazione, la quale si dovea manifestare specialmente col togliere all'ordine senatorio la prerogativa de' giudizî, così caduti in discredito.

Il processo di Verre acquistò per ciò stesso un'importanza di gran lunga maggiore di quella che poteva venirgli dall'alta posizione dell'accusato, e dall'ingente valore delle concussioni, di cui gli si dava colpa. C. Verre diveniva come il vivente segnacolo di una grande e decisiva battaglia politica, ed il suo processo era destinato a destare tutto l'interessamento de' contemporanei e ad avere, anche per i venturi, un'importanza storica più assai di molti altri processi consimili.

Cicerone.

Perciò, quando i Siciliani si presentarono in Roma, per proporre regolarmente l'accusa, non mancarono loro appoggi, nè costò difficoltà il trovare chi la volesse sostenere; se pure, come non è ardito il supporre, non furono essi stessi allettati ed incitati a venire. E sicuramente l'invito a sostenere la loro causa, se non fu sollecitato da Cicerone, fu in ogni modo accolto da lui più che di buon grado e ricevuto come una buona ventura: giacchè questo processo era destinato anche a rappresentare, come rappresentò, una tappa notevolissima nella carriera politica ed oratoria di Cicerone.

Il conterraneo di C. Mario, che egli, quale che ne fosse la ragione[605], avea preso anche a soggetto de' suoi versi giovenili, non poteva proprio avere le maggiori simpatie per Silla ed il suo ordinamento, che, tra l'altre cose, non era destinato ad agevolare il suo cammino, a lui homo novus ed aspirante a farsi una via con l'eloquenza. Nè i tempi, nè forse la natura dell'animo suo lo potevano spingere a mettersi sulla via di un'opposizione ostinata ed aperta; pure i suoi primi passi, le sue prime prove nel fòro lo posero contro ad aderenti di Silla e all'azione diretta o indiretta di lui. La difesa sua di Roscio Amerino, nell'80 a. C., fu una lotta fortunata, massimamente contro L. Cornelio Chrysogono, uno de' potenti liberti di Silla[606]; e, quand'anche si voglia far la tara al suo coraggio, supponendo che alcune frasi fossero posteriormente inserite nell'orazione e che lo francheggiasse la protezione de' Metelli, di Servilio, e degli Scipioni, amici di Roscio[607], mentre Silla non prendeva vero interesse alla cosa; resta nondimeno quell'orazione a prova delle sue antiche tendenze. Le quali si mostrarono anche più manifeste, e in forma più recisa, nell'anno seguente, quando, essendo ancora vivo Silla, fece ritener nulla da' giudici la disposizione, con la quale Silla avea privato dell'jus civitatis gli Aretini[608]. Ora, l'incarico di sostenere l'accusa contro Verre non era solo l'occasione di richiamare una pena sul capo di uno de' più appassionati e meno scrupolosi adepti di Silla, ma era anche la via per portare un ultimo colpo alla costituzione del dittatore, per attaccare nel fòro apertamente tutta quella fazione di ottimati, orgogliosi ed intransigenti, che niente più mostravano di spregiare, quanto gli homines novi[609], alla cui categoria Cicerone apparteneva.

Oltre a tutto poi, o forse innanzi tutto, questa causa era il tornèo, tante volte invocato ed aspettato, in cui l'oratore dovea e potea fare la prova della sua eloquenza. I trionfi di L. Ortensio, del famoso oratore, di otto anni più vecchio di lui[610], non gli aveano lasciato i sonni tranquilli; e, per una natura ingenuamente ambiziosa, come quella di Cicerone, così innamorato della sua arte, emulare e superare il più grande oratore del suo tempo, era al tempo stesso un'aspirazione ed un bisogno.

Già, in una delle sue prime cause, la prima, di cui l'orazione ci sia rimasta, quella di P. Quinzio nell'a. 81[611], Cicerone si era trovato a fronte del grande avvocato; ma la causa, una contesa d'interessi privati, poco si prestava ad un vero duello oratorio, e poi Cicerone allora era giovane, e stette a fronte del suo contraddittore, così come i tempi, la diversa fama, la diversa posizione sociale esigevano. Ma d'allora undici anni circa erano passati: il giovane era divenuto un uomo maturo di trentasette anni; si era valso del volontario esilio, che si era imposto negli ultimi anni della vita di Silla, per compiere i suoi studî filosofici e retorici, nella culla stessa della cultura e dell'eloquenza; avea fatto le sue prime prove di magistrato; avea preso il suo posto nella lotta de' partiti, e potea bene sperare d'ingaggiare la tenzone desiderata col suo emulo, da pari a pari, in una causa a cui doveano essere rivolti, non solo gli occhi di Roma, ma di tutto il mondo romano, ed in cui egli potea sperare di avere la miglior parte.

Nè solo la fama di primo oratore dovea dargli quel singolare duello giudiziario; era anche un'altra spinta sulla via degli onori. Dopo avere nel 75 a. C. coverta, in Sicilia, la carica di questore del propretore Sesto Peduceo[612], egli, ora, trascurando di chiedere il tribunato, che forse non credeva interamente conforme alla sua indole e al genere di politica che intendeva seguire, chiedeva l'edilità; e lo speciale compito, che disimpegnava in questo processo, lo metteva in vista come l'uomo del giorno, e faceva sì, che sul suo nome, più che su di ogni altro, la sua parte avrebbe affermato i suoi sentimenti e il suo programma.

I primi maneggi di Verre.

Verre dal canto suo non se ne sta inoperoso.

Mentre egli era ancora in viaggio verso Roma, Timarchide scriveva ad Apronio in Sicilia, suggerendogli i modi di neutralizzare la cattiva fama, in cui si cercava mettere presso Metello tanto lui che Verre; modi che erano quali poteva consigliare un artefice esperto di ogni corruzione com'era Timarchide. «Adoperati con ogni diligenza, perchè non abbia a scapitare l'opinione del pretore. L'abilità e l'eloquenza non ti mancano. Hai di che spendere. Tira a te gli scribi, gli uscieri: con Volteio, che può moltissimo, fai comunella e taglia per diritto e per traverso. Voglio, o fratello mio, che tu presti ascolto al tuo fratelluccio; e tutta la compagnia ti avrà caro. Abbi pronta una pezza per ogni sdrucitura; con l'intercessione tua ognuno è avvezzo a vincere. Sai che Metello è un talentone. Se Volteio sarà con te, tutto si farà come per gioco. Hanno insinuato a Metello e Volteio che tu hai ruinati gli agricoltori. Hanno loro intronato le orecchie dicendo che tu eri il compare del pretore. Fa che sappia la tristizia loro; ed essi avranno da correre un bel po', se gli dèi vorranno[613]

L. Metello infatti doveva essere giunto in Sicilia assai preoccupato, non solo di queste voci, ma della condizione generale della Sicilia, quale che egli potesse crederne la ragione. Ne è prova la lettera, che egli, nell'anno istesso della sua propretura, diresse a' consoli Crasso e Pompeo, in cui accennava alle decime vendute secondo la lex Hieronica; all'opera interposta, con le lettere e con le parole, perchè vi si seminasse quanto più era possibile, malgrado la difficoltà de' tempi ed il numero stremato degli agricoltori, ed a tutti i provvedimenti presi, perchè la percezione presente non fosse tale da esaurire le fonti stesse del reddito[614]. Egli cercò, a quanto pare, di mostrare un'attitudine conciliante e di riparare alle conseguenze di alcuni atti compiuti dal governatore precedente. Reintegrò così Eraclio ed Epicrate nel possesso de' loro beni[615]. Rescisse altri giudicati di Verre, a Panhormus, ad Agrigentum e Lilybaeum; mise da parte il censo fatto durante la pretura di lui, valendosi del precedente: fece insomma cose tali, da far dire a Cicerone che l'opera sua consisteva massimamente nel disfare l'opera del suo predecessore[616]. Ma, improvvisamente, poco prima dell'arrivo di Cicerone in Sicilia, si mutò. Fu questo l'effetto de' consigli dati da Timarchide ad Apronio? Non pare. Cicerone ne attribuisce la causa all'arrivo, da Roma, di un tal Letilio, suo segretario, e ad alcune lettere che gli portò. Venivano direttamente da Verre queste lettere, come alcuni volevano, per rammentargli l'antica amicizia e la parentela e tante altre cose? La lettera che operò il miracolo doveva essere una lettera ricevuta di casa sua[617], e, probabilmente, al mutamento dettero causa ragioni assai più forti d'ordine politico. L'aspetto, sempre più chiaramente politico, che assumeva il processo di Verre, la parte che costui prendeva nelle elezioni di quell'anno, finite poi con la vittoria di Metello; tutto dovea consigliare un mutamento che subito seguì. Verre, da questo punto, ebbe in L. Metello un amico ed un alleato, che non poco vantaggio era in grado di recargli. Alla sua coorte poi Verre potè entrare in grazia, non solo per favore riflesso, ma anche con altri argomenti più positivi[618].

La proposizione dell'accusa. Cicerone e Q. Cecilio.

Intanto Cicerone si era presentato innanzi al pretore M. Acilio Glabrione, destinato a presiedere i giudizî de repetundis, facendo la sua postulatio, perchè a nome di tutte le città di Sicilia, meno Messana e Syracusae, venisse egli incaricato della delatio nominis contro Verre per le sue concussioni. Ma, contemporaneamente, o prima, o poco dopo di lui, in ogni modo prima che la querela di Cicerone venisse regolarmente accolta e gli fosse data regolare facoltà d'iniziare la sua inquisizione, Q. Cecilio Niger, già questore di Verre e siciliano di patria, dolendosi anch'egli di essere stato a torto danneggiato da Verre, si presentò alla sua volta per muovere querela ed essere abilitato a menare innanzi egli stesso il processo[619].

La necessità di evitare sentenze contraddittorie menava, senz'altro, all'unità del giudizio; e, nel caso di più querele, specialmente quando riguardavano una sola specie di reati, occorreva, con un procedimento molto sommario e con un giudizio quasi di delibazione, vagliare la condizione giuridica de' vari accusatori per affidare poi ad uno di essi, od a varî congiuntamente, la cura di portare innanzi l'inquisizione e l'accusa. A considerare il nome familiare di Cecilio, può argomentarsi che egli fosse, per tradizione familiare, un aderente de' Metelli, di cui portava il nome. La questura, da lui gerita in Sicilia con Verre, non è fatta per diminuire valore a questa ipotesi, e Cicerone, nella Divinatio, lo accusa apertamente di essere un accusatore simulato. Gl'intrighi e le escogitazioni di Verre crescevano, quanto più il pericolo minacciava ed incalzava; e non sarebbe punto improbabile che, perduta la speranza di mandare a monte il processo, egli avesse pensato, con un accusatore di sua scelta, un nemico compiacente, di farlo finire in una bolla di sapone e magari in un trionfo. Non è men vero d'altra parte che Verre e Cecilio, uniti e concordi forse a' danni de' Siciliani, aveano finito col venire in contrasto al momento della spartizione delle spoglie[620]; la riconciliazione, che potè aver luogo tra loro, non si sa se fosse sincera e tale da mettere del tutto a tacere l'avidità delusa e le vecchie ire[621]. Varî mesi dopo, lo stesso Cicerone parlava dell'inimicizia di Q. Cecilio verso Verre, come di giusta inimicizia[622], e, forse, quest'asserzione di un tempo non sospetto, e in cui, di Cecilio, si poteva parlare senza secondi fini, potrebbe anche essere stata la vera. Due altri Cecilii, Quinto e Lucio, erano testimoni d'accusa contro Verre nella causa[623]. Ma niente di certo si può asserire; perchè, d'altra parte, a poca distanza, Cicerone parla dell'attitudine ostile, mostrata verso di lui da due de' questori di Verre[624]. Era tra questi anche Cecilio?

La Divinatio.

Fosse intanto egli un emissario di Verre, o ne fosse francamente nemico, Verre amava meglio che l'accusa rimanesse affidata a Q. Cecilio, anzi che ad un avversario poderoso, eloquente e politicamente importante, come era Cicerone. La questione venne in decisione probabilmente nel Gennaio del 70 av. C., come si può calcolare, tenendo conto de' cento dieci giorni assegnati a Cicerone per l'inquisizione e di tre mesi perduti per la interposizione del giudizio contro il governatore di Acaia, attraverso cui bisogna rimontare dalla data della causa[625]. Anzi, si può ritenere che ciò avvenne proprio ne' primi giorni del Gennaio, se si crede a Cicerone che i Siciliani erano venuti per accusarlo, mentre Verre non avea ancora lasciata la Sicilia e n'avea ancora in mano il governo[626]. A risolvere la controversia era chiamato lo stesso Glabrione, assistito da un consesso di giudici, che non era precisamente quello stesso che poi giudicò della causa, ma avea parecchi nomi comuni[627]. Di preciso sappiamo che v'era C. Marcello[628].

Questo primo incidente del giudizio era anche come un praeiudicium[629], non tanto per l'esame superficiale dell'ammissibilità dell'accusa, che poteva andar congiunta alla postulatio nomen deferendi, quanto perchè la scelta dell'uno o dell'altro accusatore poteva essere l'oroscopo della fine che avrebbe avuto il processo.

Ortensio si adoperava per escludere Cicerone, ma con un lavorìo occulto ed insidioso, ora facendo vedere quanto modesta per sè ed indifferente fosse la sua pretesa di avere uno piuttosto che un altro accusatore; ora cercando intimidire i giudici col dire che egli avea nel consesso chi gli avrebbe dato notizia del voto di ciascuno, giacchè il genere di votazione, molto sommario e senza preoccupazioni di segreto, offriva modo di sapere di ognuno il fatto suo[630]. Ma i Siciliani non volevano saperne di Q. Cecilio, di cui pare non avessero avuto nemmeno a lodarsi nel tempo della sua amministrazione, ed erano disposti a tutto, pur di non avere a far causa comune con lui[631]; e Cicerone anche più di loro. Egli, che avea fatto di tutto per acquistarsi la benevolenza de' Siciliani, che si gloriava di aver rintracciato per loro la tomba di Archimede[632], che, sul partire, avea pubblicamente dato saggio della sua eloquenza, promettendo loro dal fòro di Lilybaeum ogni suo appoggio[633]; si credeva il naturale patrono de' Siciliani, e non sapeva concepire che altri gli mettesse il piede innanzi. Tanto più non sapeva concepirlo, considerando l'importanza che per lui avea questa causa, mentre egli si presentava candidato alla carica di edile. Cicerone, da questo contrasto, trasse occasione di una prima avvisaglia oratoria, e venne fuori con quella sua orazione contro Q. Cecilio, chiamata divinatio, probabilmente perchè rifletteva un genere di giudizi, ove la sentenza dipendeva meno da prove e più da induzioni[634]. Fu una vera scaramuccia, ed una scaramuccia fortunata, combattuta con grande abilità. L'ironia, la minaccia, l'argomentazione stringente furono tutte adoperate per ottenere quanto a Cicerone importava raggiungere. Di questo, come di tutti gli altri suoi discorsi, egli mirava a farsi un piedestallo; ma questo suo scopo lo dissimulò con molto tatto. Il paragone con Cecilio, ch'era uno de' grandi argomenti per far decidere la contesa in suo favore, è affrontato e trattato con tanta disinvoltura, che Cicerone ne esce con la sua affermazione di grande oratore, di solo degno competitore di Ortensio, senza pure aver l'aria di pretensioso e vanitoso. Al tempo stesso, mette in rilievo con molta intenzione la speciale figura, ch'egli avea in quel processo; si schermisce dalle censure, che il compito di accusatore, compito oramai discreditato, poteva attirargli, e cerca di togliere assolutamente alla causa l'aspetto di un duello di carattere personale, o di una semplice tenzone oratoria, per ridarle il suo pieno significato politico e civile. Questo valore anzi disinteressato della sua accusa e il sentimento di solidarietà sociale che l'inspira, sono punti, su cui Cicerone torna ed insiste anche più volte in appresso, e la sua eloquenza e la sua persona si rilevano molto, sotto quella favorevole luce e lo mettono a parte, e al di sopra, degli altri oratori semplicemente forensi del suo tempo.

Di questo stesso prologo del giudizio profittò intanto Cicerone per dare come un prospetto di tutta la causa, mettere Verre nella luce più fosca, cercare di sgominare tutte le mene sue e de' suoi fautori e protettori e fare i primi attacchi, benchè in forma velata e condizionale, contro i tribunali senatorî.

Da questa prima prova Cicerone uscì trionfante. Non solo riuscì ad ottenere che a lui si affidasse l'accusa; ma evitò anche che gli si aggiungesse, come subscriptor, Cecilio, che avrebbe potuto essere una spia ed un traditore, e, con lui, scartò anche i due, che Cecilio si era aggregati come coaccusatori, L. Appuleio e Alieno, un uomo questo, che aveva forza più ne' polmoni che nel cervello, e, con loro, tutto l'altro infinito gregge di accusatori di occasione, i quali indifferentemente, a scopo di lucro o di vanità, tenevano ad unirsi nell'accusa con chi che sia[635].

La vittoria di Cicerone dipese essa, tutta, dalla sua eloquenza, o dalle premure di tutti que' legati di Sicilia, che, mentre parlava, gli facevan corona? o dalla considerazione da lui stesso messa innanzi che l'accusa sua fosse quella meglio atta a dispiacere a Verre e soddisfare a' Siciliani? o finalmente dalla persuasione che Cecilio fosse davvero un falso accusatore? Tutte le ragioni vi contribuirono un po'; ma, oltre alle considerazioni politiche e al merito di Cicerone, dovè concorrere molto a fare escludere Cecilio, secondo un'antica consuetudine[636], la stessa carica di questore, ch'egli occupò già presso Verre e che lo avea fatto, se non proprio partecipe, assenziente almeno in qualche modo agli atti di Verre[637].

L'inquisizione di Cicerone.

Cicerone si fece assegnare per la sua inquisizione un termine di centodieci giorni, un termine assai breve, a parer suo[638], ma che in ogni modo (poichè gli riuscì di sbrigarsi in più breve tempo) gli avrebbe permesso di fare le cose ad agio, se altro non fosse sopravvenuto a dargli fretta. L'accusatore del governatore di Acaia (Cicerone non ne dice il nome e, secondo il Ps. Asconio[639], si sarebbe trattato di un Rupilio che accusava un Oppio, o addirittura di Q. Metello Nepote che accusava Curione), mentre Cicerone avea chiesto un termine di centodieci giorni per la inquisizione contro Verre, ne chiese due di meno, cent'otto per la propria.

Secondo Cicerone quest'accusa e quest'accusatore sarebbero stati escogitati e suscitati nell'interesse stesso di Verre, perchè, a misura che il processo si presentava sempre più come inevitabile e pericoloso e se ne avvicinava il tempo, non restava altra speranza nè altro aiuto che il prender tempo, il differire, finchè fosse stato possibile, sino all'anno successivo in cui tutto faceva sperare, come avvenne, che il consolato sarebbe venuto nelle mani di L. Ortensio e Q. Metello; ed a M. Metello, nominato pretore, probabilmente avrebbe potuto toccare in sorte la direzione della sua causa[640]. L'unica, o la maggior preoccupazione di Verre, a quanto sembra, fu questa che il tempo potesse mancargli[641].

Questo anonimo accusatore acaico non giunse neppure a Brindisi, non si mosse da Roma. Bene invece partì Cicerone. Egli stesso ci dice[642] che era in Sicilia nel cuore dell'inverno, e da altri luoghi[643] si desume che vi arrivò, poco meno d'un mese dopo di L. Metello. Se si deve credere a Cicerone, ogni maniera d'insidia, per mare e per terra, gli fu tesa; ma egli, or con la propria diligenza, or col benevolo aiuto degli amici, ne uscì sempre sano e salvo, e con lui il cugino che l'accompagnava[644].

Arrivò così in Sicilia, e si mise subito all'opera. Suo proposito era quello di appurare tutto, tutto vedere, tutto toccare e sapere per propria scienza. Un conveniente concetto delle condizioni della regione glielo dava già, a suo dire, la vista dello stato stesso della campagna squallida e derelitta[645]: le valli e i colli d'Agrigentum, il fecondissimo e famoso territorio di Leontini[646], ora mesti e desolati; e, nelle città stesse, le statue di Verre demolite e spezzate, mentre i piedestalli e le epigrafi rimanevano là a testimoniare l'onta patita[647]. Ma tutto ciò non gli bastava. Egli dice che andava a cercare gli agricoltori nelle loro stesse capanne per udirne le doglianze; li cercava sul luogo stesso del lavoro, ne' campi, e li ascoltava, mentre, interrotta la faticosa opera dell'aratro, con la mano sulla stiva, gli narravano tutte le offese ed i danni[648].

Certo gli si paravano difficoltà gravissime e, qualche volta, quasi insormontabili. L. Metello, che il messaggio di Letilio, giunto due giorni prima di Cicerone, avea del tutto mutato, non vedea più in Verre che l'affine, l'amico e, forse più di tutto, il grande elettore de' suoi fratelli: forse lo stringevano a lui anche argomenti del genere di quelle tabellae tributariae[649], a cui una volta Cicerone allude, benchè altre volte si affretti a dissipare ogni siffatto sospetto[650].

Così, sino a quel punto, ne avea contraddetti gli atti, imponendo a' Mamertini, che dall'altro n'erano stati esonerati, la contribuzione del frumento[651]; ne avea rescissi i giudicati[652]; avea messo da parte il suo censo, servendosi di quello di Sesto Peduceo, intanto che se ne facesse un altro[653]; parea insomma più intento a disfare l'opera del predecessore che a menare innanzi la propria, e, in trenta giorni, l'avea già disfatta in gran parte[654]. Ora invece imponeva a' Centoripini di rialzare le statue demolite di Verre[655]; impediva a C. Gallo Senatore di procedere contro Apronio per le sue concussioni, acciò Verre non ne fosse compromesso[656].

E, quasi che tutto ciò non bastasse, cercava costringere le città Siciliane ad assumere la parte di laudatores nel processo di Verre[657], e minacciava, e tratteneva anche quelli che andavano a deporre contro Verre[658], e cercava insomma di porre ostacoli di ogni sorta all'inquisizione di Cicerone. E, fatti tanto più forti del suo esempio, gli tenevan bordone i questori[659]; tutta la sua coorte, divenuta a dire di Cicerone, roba d'Apronio[660]; gli amici che Verre avea lasciati in Sicilia in numero non indifferente[661]. A Messana, nonostante il suo grado di senatore, Cicerone ricevette un'accoglienza, più che fredda, ostile; e, ciò che in nessun altra città mai accadde, non fu pubblicamente ospitato[662].

Ma a tutte queste animosità, a questi piccoli e grandi intrighi, Cicerone resisteva, forte dell'autorità della legge e della particolare funzione, che andava colà ufficialmente a disimpegnare, sotto gli auspicî di Glabrione[663], sorretto anche da' consoli in carica, e specialmente da Pompeo, tra i cui clienti ed aderenti, numerosissimi in Sicilia, reclutò testimoni, denunzianti, fautori. Lo sorreggeva anche tutto il sentimento pubblico e l'aura popolare, che faceva vedere in lui come un vindice ed un liberatore; e a lui si facevano via, per trovare uno sfogo ed un'espressione, tutte le ire, tutti i dolori, tutte le speranze. Quell'accusa era anche un conforto alla loro irrequietezza di soggetti, e, nella rivolta contro Verre, vi era in germe la rivolta contro ogni mala signoria, anzi contro ogni dominio. Ad Henna gli vennero incontro i sacerdoti, vestiti de' loro paramenti sacri, e tutto il popolo che, sotto il peso della superstizione, parea oppresso dal furto della statua di Cerere e prorompea in pianti e lamenti alle parole di Cicerone[664]. Altrove gli andavano incontro, se Metello non riusciva ad impedirlo, le madri e le sorelle degli uccisi. Ad Heraclea, la madre di uno de' navarchi, fatti uccidere da Verre, andò incontro a Cicerone, di notte, al chiaror delle faci, scortata dalle matrone della città, e, poichè l'ebbe visto, gli si gittò a' piedi supplicando e piangendo, quasi egli avesse potere di richiamare in vita il figliuol suo[665].

L'inquisizione ottenne così tutto il suo effetto. Rese la causa in Sicilia anche più popolare di quel che avesse potuto essere da prima; rialzò gli animi de' Siciliani e li rese più tenaci e più coraggiosi nell'accusare, e fece sì che Cicerone potesse tornare in Italia, con testimonianze e prove e documenti di ogni sorta.

Egli frugò negli atti pubblici di tutte le città, attraverso le quali passò, per trarne materia di accusa contro Verre[666]; perquisì la casa di Apronio, per trovare i suoi libri di conti, ma non ne trovò, o che davvero non ne avesse, come asseriva, o, come è anche probabile, che li avesse fatti sparire a tempo[667]; vi trovò bensì la lettera di Timarchide, a cui già si è accennato, e ch'era tanto adatta a mettere in luce il dietroscena del processo[668]. Ad Halaesa, dove un membro del senato cittadino, Enea, avea avuto incarico di rendere grazie a Cicerone, in nome della città, e coadiuvarlo nell'inquisizione, potè guardare gli atti pubblici ed i conti ed averne la prova che, realmente, a Valenzio e Timarchide non si era dato frumento ma denaro[669]. Ad Entella, intervenne nel senato per prendere conoscenza di tutti i torti fatti da Verre alla città[670]. A Leontini, fu più difficile il compito di Cicerone, perchè quel territorio era tutto un latifondo della famiglia di un tale Mnasistrato, e gli altri tutti non potevano avere quindi interesse a denunziare i torti a lui fatti, o ne aveano uno contrario[671]. Egli dunque, qui, si aiutò con quanto gli potè dire Mnasistrato, prendendo dati e tirandone deduzioni[672]. A Syracusae, vi andò sopratutto per guardare i conti de' pubblicani e le somme che Carpinazio, loro preposto, dava a credito per conto di Verre, dopo che ne divenne l'amico, l'uomo di fiducia e il banchiere.

Carpinazio, che avea già cercato di rendersi utile a Verre, facendo scomparire le denunzie fatte da L. Canuleio delle sue abusive esportazioni, cercò di sperdere anche queste altre tracce, facendo di Verre un C. Verrucio; ma la cancellatura, sempre ripetuta e mal dissimulata, la coincidenza delle somme a lui accreditate e di alcune prevaricazioni di Verre, rivelavano facilmente, dice Cicerone, la magagna, che si rese più aperta, quando, in pubblica piazza, non vi fu nessuno che potesse attestare l'esistenza di questo Verrucio.

Così Cicerone ne prese copia, anche con l'autorità de' testimoni presenti (giacchè que' registri de' pubblicani non potevano asportarsi); e fu assai pago della scoperta, che gli dovea poi appresso permettere anche di ricamarvi su delle facezie[673]. Altro non si riprometteva da una città come Syracusae, che non aveva nemmeno veduta rappresentata nelle legazioni venute per accusare Verre[674]; che dovea essere affezionata a Verre per l'ottenuta eredità di Eraclio e per i cuori conquistati delle sue donne e le benemerenze acquistate presso i loro mariti[675], e che, finalmente, avea ancora, nella curia, la statua dorata di Verre[676]. Vi si tratteneva dunque Cicerone, più che altro, per ripigliare un po' fiato nella sua inquisizione ed attingere quegli elementi, che gli potevano essere forniti da cittadini romani. Ma, sembra che con la partenza di Verre, avesse perduto il sopravvento chi ne teneva le parti, e la preeminenza l'aveano omai i suoi avversarî; o, quali che fossero, almeno gli si erano ora voltati contro. Eraclio, che avea la suprema magistratura, invitò Cicerone e suo cugino ad intervenire in Senato, dove seguì uno scambio di dichiarazioni e spiegazioni, per cui si rigettava tutta sugli amici di Verre l'odiosità della statua eretta a Verre nella curia ed ancora in piedi, la dilapidazione dell'eredità di Eraclio e la dissidenza dagli altri Siciliani, andati a Roma, per proporre l'accusa contro Verre. L'ansia di allontanare ogni sospetto di favore verso Verre, di provare la nuova cordialità verso Cicerone, andò tant'oltre che Cicerone e il cugino suo furono dichiarati ospiti pubblici; a Cicerone fu data comunicazione degli atti pubblici, che provavano le ruberie di Verre, e fu messa a partito e votata, a pieni voti, la proposta di rivocare la laudatio, concessa già a Verre a malincuore, sotto la pressione di L. Metello.

Ma, quando Cicerone andò per avere copia di questa deliberazione, P. Cesezio, già questore di Verre, benchè non ne avesse facoltà, cercò impedirlo; e Metello, a cui Cicerone ricorse, in quel giorno cercò di evitarlo, e, nel dì appresso, non solo non volle aderire alla sua richiesta, ma gli fece rimprovero dell'aver parlato greco ed in un senato greco. Cicerone non ebbe altro rimedio che prenderle per forza, non senza aver dovuto impegnarsi in una rissa con Theomnasto, un mattacchione, zimbello de' Siracusani, da essi chiamato Theoracto, forse quello stesso che Verre a suo tempo avea fatto gran sacerdote.

Ma l'ebbe; l'ebbe, malgrado la rinnovata opposizione di Metello; e Theomnasto, vedendolo più forte, com'era natura dell'uomo, non pensò che a rabbonirlo, e finì, come soprassello, per dargli un libretto, dov'erano scritti tutti i furti da Verre compiuti a Syracusae[677].

Il ritorno di Cicerone.

L'inquisizione di Cicerone in Sicilia, omai poteva dirsi compiuta. Essa era durata cinquanta giorni: egli si vantava di averla compiuta in un termine più breve di quello assegnato, ed in un modo da avere raccolto quanto si poteva, e di non essere stato a carico di alcuno, nè ad alcuno d'impaccio, fermandosi sempre, quantunque senatore, soltanto da' suoi ospiti privati[678]. Pure il suo ritorno, che, anch'esso, come l'andata, a sentir Cicerone, si sarebbe compiuto tra le insidie di Verre e tra pericoli di pirati e masnadieri, dovette essere assai frettoloso, e da Vibo a Velia il tragitto fu compiuto sopra una piccola barca[679]. È inutile qui discutere se fosse stato lecito a Cicerone d'abbreviare il termine ottenuto di centodieci giorni ed iniziare prima la causa, anche per eludere lo strattagemma del processo suscitato contro il governatore di Acaia. Che che si voglia ritenere, in astratto, di questa facoltà[680], Cicerone non avrebbe potuto farne uso; perchè, se il finto accusatore acaico non s'era mosso di Roma, non gli avrebbe mai permesso, non piacendo a Verre, di trattare il suo processo prima di lui. Inoltre Cicerone dà come ragione del suo ritorno, più che affrettato, precipitoso, non il desiderio di affrettare la trattazione della causa, ma il bisogno di trovarsi a Roma allo spirare del termine a lui concesso, per evitare che, nell'assenza dell'accusatore, Verre si facesse prosciogliere dall'accusa. Se è così, si può allora ritenere che Cicerone avesse consumato ancora in Roma, prima di partire, una parte del tempo a lui dato per l'inquisizione; ovvero che, finita l'inquisizione, rimanesse ancora un po' di tempo in Sicilia. Infatti egli dava convegno a molti de' testimoni, perchè tornassero con lui; e ciò potè essere causa dell'indugio; anche perchè la partenza di alcuni era impedita o distornata da Metello[681]. Potea poi anche darsi che attendesse il tempo favorevole pel ritorno. Ammettendo l'una cosa e l'altra, e che tra il termine fissato e la reale trattazione della causa passassero altri tre mesi[682]; Cicerone dovè tornare a Roma sulla fine dell'Aprile. Che se tornò prima, vuol dire che Cicerone dovè trovare opportuno, specialmente in un'orazione non pronunziata, d'introdurre anche quest'altro particolare, per rendere sempre più interessante e drammatico il suo contegno in questo processo.

La candidatura di Cicerone e i preliminari della causa.

Altre cose, del resto, oltre al processo, chiamavano a Roma Cicerone, e gli consigliavano d'affrettare il ritorno. Egli era candidato, ed occorreva ch'egli stesse bene sull'avviso, per non farsi dare dagli avversari il gambetto. Intanto che il processo del governatore di Acaia, montato nell'interesse di Verre, si faceva, (e pare che si trascinasse in lungo per tre mesi), Cicerone non perdeva di vista la sua causa, ed, anche a Roma, radunava altri documenti ed altre prove. Sequestrò così i codices accepti et expensi di Verre e del padre di lui; ma trovò ch'egli li avea fatti sino al consolato di M. Terenzio e C. Cassio, cioè sino all'anno 73[683], epoca della partenza di Verre per la Sicilia; così che non gli servirono che per trarre un argomento dalla loro mancanza[684]. Sequestrò pure presso L. Vibio, già amministratore della società de' pubblicani di Sicilia, la copia privata di due lettere, in cui L. Canuleio, loro agente a Syracusae, denunziava le abusive esportazioni di Verre; lettere che Carpinazio, poichè divenne amico di Verre, avea fatto sparire, insieme alle sue stesse, dagli atti della società[685]. Rinvenne presso L. Tullio le copie delle lettere che P. Vezio avea mandate a Carpinazio, e che Cicerone avea già ritrovate in Sicilia presso costui[686]. Ma tanta parte del tempo di Cicerone, dopo questo suo ritorno, dovette essere assorbito dal lavoro elettorale. La lotta era fierissima. Vi erano impegnati personalmente i Metelli, i consoli per decreto del fato, con due della loro famiglia, che chiedevano il consolato e la pretura; e candidato al consolato era anche l'avvocato stesso di Verre, Q. Ortensio.

Innanzi tutto, occorreva formare il corpo giudicante, il collegio de' giudici. Era soltanto un preliminare della causa, ma un preliminare, che doveva essere il miglior pronostico dell'esito del giudizio, ed, in realtà, dovea decidere di esso. Verre ponea in questo le maggiori, o tutte le sue speranze; e le somme, che avea spese sin dal suo ritorno, quelle che ancora era pronto a spendere, lo facevano tener sicuro del fatto suo[687]. A Cicerone d'altra parte tardava anche di venire alla costituzione della giuria, per assicurare un severo giudizio, e al tempo stesso per dare la prima smentita alle ciarle messe in giro sulla sua collusione con Verre[688].

E riuscì, pure bene nell'una cosa e nell'altra[689]. Un Q. Curzio, consorte di Verre, che, falsamente, è stato da qualcuno ritenuto presidente di questa causa di Verre, ma che in realtà, come è stato ampiamente dimostrato[690], non poteva avere in questa causa un ufficio, che consta essere stato gerito da Glabrione; venne in aiuto di Verre, cercando di perturbare il regolare e sincero sorteggio de' giudici. Sembra, benchè ciò sia un'ipotesi e null'altro, che tutto l'albo de' giudici fosse diviso in tante decurie, quante erano le quaestiones[691]. Ora Q. Curzio, delegato a presiedere una delle quaestiones, cercò comprendere nella decuria, assegnata alla sua quaestio, molti di quelli, che doveano invece prendere parte alla quaestio, innanzi a cui era rinviato Verre e che potevano essere giudici non grati a costui. Ma Cicerone pubblicamente sventò il suo inganno, e gli tenne testa, mentre alle rampogne sue si univano quelle di tutto il popolo[692]. Così il sorteggio seguì la sua via regolare e ne venne fuori un corpo giudicante, che Cicerone, con una amplificazione, molto naturale nell'oratore che parlava o fingeva parlare a giudici presenti, dice superiori per dignità e splendore a tutti quelli che si erano visti sin qui[693]. Tanto era un'amplificazione la sua, che, qualche tempo dopo, ed altrove, non si peritò di parlare di parecchi di loro in maniera affatto diversa[694].

I giudici della causa.

A noi non sono noti tutti i giudici, ed anzi non è nemmeno noto il loro numero. Ma sappiamo che v'erano tra loro M. Cesonio, anch'esso, insieme a Cicerone, creato edile per l'anno successivo[695] e noto già pel processo di calunnia[696] contro Cluenzio[697]; Q. Manlio; Q. Cornificio, homo sobrius et sanctus e di famiglia che avea dato consoli allo Stato[698]; M. Crepereio, C. Cassio, Cn. Tremellio, P. Sulpicio, M. Metello, P. Servilio, Q. Lutazio Catulo, Q. Titinio[699], C. Marcello[700]. Verre, che, per la sua qualità di senatore, non avea ristretto a tre soltanto il numero de' giudici da ricusare[701], ricusò sei giudici: P. Cervio, che era stato suo legato in Sicilia e con cui probabilmente era venuto in disaccordo[702]; Sesto Peduceo, che l'avea preceduto nel governo della Sicilia, e che non poteva avere verso lui i migliori sentimenti, sopratutto per l'impedimento posto ad una manifestazione del Senato di Syracusae in suo onore[703]; Q. Considio, uomo di animo forte[704], giudice probo, amico di Cicerone probabilmente, se tale possono farlo credere le lodi con cui sempre lo menziona[705]; C. Cassio, uomo consolare, giudice severo, della cui moglie avea offeso gl'interessi nel Leontino[706]; Q. Junio, avverso a Verre per la tradizione popolare della sua gente, e ancor più, se come è probabile, congiunto al iudex quaestionis, condannato in seguito al giudizio di Oppianico ed al pupillo Junio, vessato per l'appalto del tempio di Castore[707]; P. Galba, appresso competitore di Cicerone nel consolato[708]. Sesto Peduceo, Q. Considio, Q. Junio li ricusò, nonostante che Hortensio ne lo dissuadesse[709]. Nel collegio giudicante, così come riuscì composto, v'erano familiari di Verre, amici del padre; almeno egli ne menava vanto[710]; e, stando infatti anche a quelli soli qui nominati, era notevole per lui il nome di M. Metello. Tuttavia, per quello che Cicerone ne dice, il complesso de' giudici sarebbe riuscito affatto contrario a' suoi desiderî: egli anzi ne sarebbe stato sgominato e disanimato al punto di credere senz'altro perduta la sua causa; e gli altri credevano altrettanto con lui[711]. In verità, parecchi di questi nomi non erano fatti per alimentare le sue buone speranze. Cesonio, candidato all'edilità, in quell'anno, con Cicerone e trionfato indi con lui, era probabilmente del suo stesso partito; e in ogni modo il processo di corruzione, a lui intentato per la causa di Oppianico, cui avea preso parte, se anche era finito con la sua completa assoluzione, non gli avea potuto lasciare l'animo ben disposto verso Verre, che avea avuto in quel processo la parte che sappiamo[712]. Q. Manlio e Q. Cornificio, oltre a tutti i caratteri personali, che potevano renderli contrarî a Verre, o refrattarî alle sue corruzioni e che Cornificio specialmente sembrava avere[713], erano stati eletti tribuni della plebe per l'anno seguente[714] e, per coerenza alla loro carica stessa, doveano essere avversi al dispregiatore della plebe, al puntello della fazione sillana. Di P. Sulpicio, di cui come si è visto, è stata confusa la persona, non si sa molto. Anzi, mentre il Pseudo Asconio[715] lo dà come tribuno della plebe, v'è chi[716] mette in dubbio tale dato, per il cominciare che faceva l'anno tribunizio il 10 Decembre, e non il 5. L'esclusione di questa carica è anche meglio dimostrata, benchè non incontrastabilmente, dalla sua qualità di patrizio e dalla considerazione, che Cicerone l'avrebbe menzionato insieme a' due altri tribuni, Manlio e Cornificio. Al tempo stesso non poteva essere edile, perchè tali erano Cicerone e Cesonio. Non resta dunque a ritenere se non che egli fosse questore, e come tale entrava in ufficio alle none di Decembre[717]. L'esempio recente tra i Sulpici di un altro P. Sulpicio (Rufo), che avea aderito alla parte mariana, poteva non farlo prevedere favorevole a Verre; e, in ogni modo, per tale non dovea darlo la sua qualità di iudex iustus et integer[718]. C. Cassio, oltre all'appartenere alla famiglia di quel L. Cassio, la cui severità era passata in proverbio[719], dovea risentire le ire del console C. Cassio, offeso e danneggiato da Verre in Sicilia. M. Crepereio apparteneva ad una famiglia equestre, e ciò dovea bastare a renderlo avverso a Verre; per giunta poi, nella sua famiglia, era ereditaria l'acrimonia e la severità[720]. Cn. Tremellio, se è quello stesso che ci appare poi legato in amicizia con Cicerone[721], non poteva nemmeno essergli benevolo; e, studioso di cose agricole[722], dovea vie maggiormente sentirsi spinto a prendere le parti degli agricoltori siciliani. P. Servilio era nipote di Q. Metello il Macedonico[723]; ma l'alta posizione, ch'egli avea, poteva far concepire a Cicerone la speranza di un retto giudizio. Del resto, un altro P. Servilio, preposto della società de' pubblicani, e che non sappiamo in che rapporti fosse con questo, avea avuto a dolersi degli abusi di Verre[724]. Q. Lutazio Catulo apparteneva, è vero, alla fazione sillana, anche per tradizione paterna, ed era divenuto, o dovea divenire, il cognato di Ortensio; ma, oltre all'essere di riconosciuta probità[725], avea la ferma persuasione che l'essere severi ne' giudizî era ancora una delle poche cose, che potessero fare argine al rifluire della parte popolare[726]. Q. Titinio, di una famiglia plebea, che avea dato alla repubblica tribuni, i quali si erano opposti in altro tempo (193 av. C.) al trionfo di Q. Metello, e cavalieri, che avevano lottato per le prerogative dell'ordine[727], dovea ora vedere in Verre non solo l'aderente di Silla e de' Metelli, ma anche il pretore, da cui il suo fratellastro C. Junio era stato, o pretendeva di essere stato danneggiato[728]. C. Marcello, discendente dell'espugnatore di Syracusae, era anche stato pro-pretore in Sicilia (79 av. C.)[729] e, mentre da un lato era legato da un vincolo di patronato ereditario a' Siciliani[730], dall'altro era imparentato con la famiglia Junia[731].

Di tutti questi, che conosciamo, se non il solo favorevole, certamente il più favorevole era M. Metello, per i rapporti di famiglia, per l'aiuto da lui avuto nelle elezioni, per tradizione politica.

Cicerone ne dovè ricusare degli altri ben più compromessi, se si adattò a ritenere M. Metello; tra gli altri dovette ricusare quel M. Lucrezio, che rimproverava quasi a Verre di aver voluto ritenere e che non sappiamo in quali rapporti fosse con Verre[732].

Tuttavia, o che guardasse agli altri giudici -- ve ne doveano ben essere molti altri; nel processo di A. Cluenzio erano trentadue[733] -- o che, chiuso in quelle distrette, prendesse a fare quell'alchimia, che gli accusati sogliono fare, almanaccando su tutti i possibili rapporti con i giudici[734]; cominciò forse a riaversi un cotal poco da quell'abbattimento, che Cicerone gli appone. Che quando, con l'intervallo di pochi giorni, l'elezioni ebbero luogo e dettero la vittoria alla sua parte, ogni abbattimento era dileguato, ed egli credeva vedere in esse l'auspicio e l'augurio della vittoria.

Le elezioni.

Le elezioni ebbero luogo, probabilmente, tra la fine del Luglio ed i primi di Agosto, epoca solita, poichè l'entrata in carica avea luogo nel Gennaio[735]; prima i comizî consulari, e ne uscirono trionfanti Q. Metello e Q. Ortensio; poi i pretori, e ne uscì eletto M. Metello.

Parve il trionfo di Verre. Alla notizia della riuscita di Q. Ortensio, L. Curione, che s'imbattè in Verre presso l'Arco Fabiano, lo fermò e l'abbracciò, auspicando d'allora la sua assoluzione; e la sua opinione era l'opinione di tutti[736]. Quando poi si seppe che a M. Metello toccava presiedere per l'anno appresso i giudizî de repetundis, Verre mandò un messaggio in sua casa, perchè la moglie sapesse subito la fausta notizia[737]. Pure il trionfo non era completo, nè certo l'auspicio, se le elezioni non si chiudevano con la disfatta di Cicerone; e a ciò tendevano ora gli sforzi. Prima e soprattutto si ricorse al danaro. Dieci scrigni di danaro siciliano furono lasciati presso un senatore, perchè servissero contro Cicerone. Mestatori elettorali furono chiamati a congresso e, con i ricordi delle passate largizioni, con l'eloquenza del danaro e con le promesse di somme maggiori, furono incitati e confortati nell'opera loro contro Cicerone. Pure il còmpito parve ad alcuni difficile e fin disperato; solo Q. Verre, della tribù Romilia, consanguineo di Verre, si riprometteva la riuscita della cosa, quando fossero depositati cinquecentomila sesterzi. Cicerone sapeva tutto per mezzo de' suoi clienti, di uomini di sua fiducia; ma, messo com'era tra l'elezioni ed il giudizio, che si seguivano a poca distanza di tempo, non poteva far tutto quello che voleva. Non poteva attendere esclusivamente all'una cosa ed all'altra. Le convenienze delle elezioni gli vietavano di dare addosso alle corruzioni, che minacciavano il giudizio; e, d'altra parte, i corruttori delle elezioni, sapendolo già tutto avvolto in quella bèga, si tenevano sicuri del fatto loro[738]. Intanto, quasi che tutto ciò non bastasse, si era messa in giro la voce che anche Cicerone fosse stato corrotto e comprato[739]; calunnia fatta per compromettere a un tempo l'elezioni e la causa, ma già sfatata dalla maniera onde era avvenuta la costituzione del corpo giudicante.

Alla vigilia del giudizio.

Ma, a dispetto di tutto, malgrado tutto il da fare che si dettero e Verre e il figliuol suo, Cicerone riuscì eletto; e, avendo omai le mani libere, potè attendere tutto al giudizio, che era imminente e richiedeva ogni sua cura.

Verre avea bene tratto profitto della lunga mora, che avea saputo procacciarsi. Sin da prima che Cicerone partisse, aveva mandato per avere attestati laudatorî (laudationes) di città siciliane, e ne avea avute due, una di Messana, l'altra di Syracusae, rilasciato, secondo fu detto di Cicerone, quasi a denti stretti, e senza molto entusiasmo. Poca roba; ma, in ogni modo, si trattava di due delle città più importanti, una la più amica a' Romani, e l'altra nella quale egli avea vissuto per tre anni.

Avea poi, a dire di Cicerone, cercato aiutarsi in ogni altra maniera col corrompere, con l'insidiare, col placare. Avea promesso di restituire alcune delle cose, che avea estorte e rubate[740] salvo, come fece, a non mantenere la promessa, quando, messo in piazza l'intrigo, gli nuoceva più che non gli giovasse. Sopratutto poi avea sparso danaro a dritta e a manca. Cicerone lo accagionava anche, ma chi sa con quanto fondamento, d'aver fatto aggredire ed uccidere M. Lollio, figlio di quel Q. Lollio, che era stato vessato ed ingiuriato a suo tempo da Apronio, e il cui figlio superstite veniva ora a portare la vendetta in giudizio[741]. Nell'imminenza stessa del dibattimento Q. Ortensio, già designato console, fece chiamare i Siciliani, perchè desistessero dall'accusa; ma essi presentirono la ragione della chiamata e non vi andarono[742]. Rinnovò la prova l'altro console, e fu più fortunato, soprattutto, perchè fratello di Lucio, il governatore di Sicilia. Questa volta i Siciliani andarono da lui, ed egli fece di tutto per dissuaderli, per disilluderli sulle conseguenze dell'accusa; ma non approdò a nulla[743]. Essendo essi in gran parte legati della città, forse non avrebbero potuto desistere, anche volendo.

Così si venne finalmente alla causa.

La causa.

L'interesse politico, l'importanza dell'accusato, la fama degli oratori, la passionata attenzione di tutto un popolo, fanno rievocare da alcuni, per trovare alcun che di simile, Warren Hastings, quando comparve innanzi alla Camera alta per essere giudicato. E, certo, sotto vari aspetti, il richiamo non è fortuito e il paragone è calzante. Per noi, cui è toccato assistere a processi come quelli del Panama e della Banca romana, vengono spontanei alla mente anche questi, che, meno conformi a quello di Verre nel loro aspetto esteriore, gli si accostano tanto in quel che hanno di più intimo, e son così adatti a far comprendere l'ambiente viziato, in cui quello si svolgeva, il turpe dietroscena e la sua importanza, come indizio di un irrimediabile decadimento e decomposizione di certe forme economiche e politiche, di cui fatti come questi sono la diretta conseguenza. L'attenzione non di Roma soltanto, ma di tutto il mondo romano, si può dire, dovea essere rivolta a ciò che avveniva in que' giorni nel Fòro di Roma. Non era veramente nè la prima volta, nè la seconda che un personaggio, anche più importante di Verre, si vedea tratto a rispondere di un'accusa così grave. Ma ora non si trattava come già altre volte di un interesse esclusivamente locale, o di una contesa meramente personale. L'accusato avea già spesa l'opera sua in Italia, in Sicilia, in Oriente, lasciando dovunque tracce del suo passaggio ed ire e rancori: inoltre, il suo giudizio era uno degli ultimi episodi della lotta contro la parte sillana, mescolato alla lotta elettorale, alla legge iudiciaria, che, in Roma, pareva fatta per modificare seriamente le condizioni de' partiti, e, ne' soggetti, poteva destare l'illusione di una norma adatta ad infrenare alcuni abusi de' magistrati.

Come già da prima era lecito prevedere[744], una folla enorme si pigiava nel Fòro[745], in vista del tempio di Castore, intorno a' banchi destinati a' giudici, alle parti, a' difensori, a' testimoni, aspettando che il dibattimento s'iniziasse; e l'arrivo de' più importanti di loro dovea eccitare nella folla un vario movimento.

Verre vi comparve, ma, pare, non, come gli accusati solevano, in attitudine dimessa e supplichevole, per guadagnarsi la simpatia o almeno la pietà de' giudici e del pubblico; ma in atteggiamento che dovea essere quasi di provocazione, di sfida, se erano vere le dicerie ch'egli spargeva e faceva spargere sull'esito del giudizio. Una sola volta egli diceva di aver trepidato per la sua sorte, quando, tornato appena dalla provincia e fatto segno alle accuse, avea temuto di non avere il tempo necessario ad ordire tutti gli intrighi[746]. Ora, tempo ne aveva avuto tanto, e non inutilmente; ed altro ancora sperava di prenderne, se gli servisse. Egli si ringalluzziva vedendo que' nobili suoi fautori, in cui confidava più che in ogni altra cosa[747]. Non mancava neppure la presenza di qualcuno de' suoi bracchi: Claudio, da' capelli neri e ricciuti, con contegno di saccente, stava a prendere note e dava suggerimenti[748]; Apronio, non di rado atteggiava il volto al riso[749].

Manio Acilio Glabrione, il pretore, intanto, assumeva la presidenza e dava regolarmente principio al giudizio.

Era il dì cinque d'Agosto, ed avea principio l'aspettato duello tra Ortensio e Cicerone.

Ortensio e Cicerone.

Difensore di Verre era anche L. Cornelio Sisenna[750], che avea governata la Sicilia sette anni innanzi nel 77[751]. P. Scipione, al pari di altri nobili, più che difenderla direttamente, era di quelli, che prestavano un'assistenza morale, e che riescivano proficui, secondo un'usanza invalsa, alla causa, sedendo vicino a' veri difensori, patroni della causa.[752] Ma tutto il nerbo della difesa era riposto in Q. Ortensio, ed a lui si dirigeva Cicerone, a lui guardava, contro lui combatteva. Oltre ad esser la causa di Verre, specialmente per parte di Cicerone, questa era la causa loro, degli avvocati; un contrasto determinato dalla loro posizione sociale, e politica, da' loro caratteri personali, dalle condizioni dell'eloquenza giudiziaria in quel tempo.

Ortensio apparteneva ad una famiglia, che, già da tempo remoto, si era resa nota nella repubblica, e le cariche, che gli antenati aveano coperto, e la considerazione che aveano saputo guadagnarsi, aveano dato il battesimo e il prestigio della nobiltà alla schiatta plebea[753]. Egli non avea dunque da farsi da sè un posto al sole, e la sua natura fiacca ed imbelle non lo portava a fare della sua stessa posizione un posto più elevato di combattimento. Alieno da' pericoli e dalla gloria militare, anche se ciò gli portasse il rimprovero d'ignavia[754], cercava con sapiente studio i diletti della vita, e si dimenticava tutto nella cura della sua piscina e delle sue ville[755]; e della voluttà godeva, coltivandola e cantandola.

Il suo volto, privo di espressione, non a torto ha richiamato alla mente di qualcuno quella di Claudio imperatore[756]; ed egli, uomo privo di una vera energia, si era rifugiato nel culto della parola, da cui aspettava tutto e che lo portò infatti a' primi onori. Egli naturalmente faceva causa comune con la nobiltà prevalente e teneva alla continuazione del privilegio, ma senza poter pretendere alla direzione politica della sua parte, ed, anche quando si trovava alla testa di essa, guidato assai più che non guidasse, cercato e corteggiato per la sua facondia e per le stesse qualità negative, che in alcuni momenti della politica consigliavano di metterlo innanzi.