La sua stessa eloquenza si manifestò assai più nell'arringo forense che in quello politico; ed i maggiori servigi alla sua parte li rese appunto nei giudizi, e non sempre, nè solo con l'eloquenza. Uomo del suo tempo, egli avea cercato d'informare al genere greco-asiatico, specialmente a quello venuto in moda a' suoi giorni, l'eloquenza giudiziaria latina; e, tutto quanto di pregio potesse esservi in esso, la parsimonia e la venustà dello stile, il dire caldo e faceto[757], egli li possedeva pienamente. Poi tutto quanto potea giovare a dar nell'occhio e piacere, il gesto accurato, l'eleganza dell'abito e del movimento, la dolcezza della voce, la cura perfino dell'acconciatura; egli lo cercava sino al punto da farsi appiccicare il nomignolo di Dionysia, la ballerina più in voga[758]. Egli voleva essere insomma, e vi riesciva completamente, un virtuoso della tribuna giudiziaria; e la sua eloquenza, che pure gli dava la fama indiscussa di primo oratore, piaceva più al volgo che a' meglio atti a giudicarne; e le sue orazioni, messe in iscritto, perdevano molto di pregio. Queste sue attitudini ora egli le pose interamente al servigio della sua parte, specialmente della consorteria dominante; e tutti i magistrati prevaricatori e concussionari ebbero in lui il più strenuo de' difensori. Tanto più strenuo, perchè, dove non arrivava la parola, giungevano le sue malizie e i mezzucci d'avvocato consumato nell'arte. Era rimasta, così, famosa, tra le sue malizie quella adoperata, allorchè fu difensore di M. Terenzio Varrone, suo cugino; e, per esercitare un controllo su' giudici corrotti, fece sì che le tabelle di cera, distribuite per la votazione, fossero tutte di colore diverso[759]. Egli era divenuto così l'ègida di tutti i governatori concussionarî, che, in cambio, lo sostenevano ne' comizî elettorali, gli permettevano, da edile, di dare i giuochi più suntuosi, gli ornavano le ville e gli davano il vanto di avere le cantine meglio fornite[760]. M. Canuleio, i due Cn. Dolabella, Terenzio Varrone erano stati difesi tutti da lui, ed assai più si accingeva a difenderne[761] in appresso. Egli era il «re dei giudizî, il lume della curia, l'ornamento del fòro».
E contro questo signore assoluto della curia, Cicerone sentiva, prima di tutto, il bisogno d'insorgere.
Anche a lui non sorrideva la vita delle armi, e, per uscire, lui uomo novo ed ignoto, dall'oscurità, avea veduto, per riflessione e per esperienza, che altra via non v'era, se non quella di conquistarsi cariche e fama nel fòro, sotto gli occhi stessi de' suoi concittadini[762]. Tra lui e il suo scopo, Ortensio era forse l'ostacolo maggiore; e non gli perdonò mai, anche quando, per le vicende della politica, cessò di essere suo avversario per restare semplicemente suo emulo. Anche sotto il colore della benevolenza e dell'amicizia, l'insinuazione si fa via per ferirlo, da vivo e da morto[763]. Non apprezzato, come volea esserlo, da' nobili, al principio della sua carriera, Cicerone, che faceva una politica eminentemente personale, fu con la parte popolare più temperata, per forza stessa della cosa e per far meglio sentire la sua forza e la sua importanza alla parte aristocratica, altezzosa e chiusa in sè stessa[764]; che egli, secondo ogni apparenza, si proponeva di trarre ad accordi coll'ordine equestre specialmente, per passare poi come lo schermo dell'una e dell'altro ed il puntello della repubblica. Ora, sin che questa parte politica avesse avuto il suo oratore, il suo uomo, uscito quasi dal suo seno, non avrebbe ricorso ad un altro. Perchè si ricorresse a lui, Cicerone dovea infondere la persuasione della superiorità del suo talento oratorio e politico, ed a ciò tendevano i suoi sforzi, coronati in fine da buon esito.
La causa di Verre era proprio un punto culminante e forse decisivo per questa sua carriera, ed egli lo sentiva, fors'anche più che non lo comprendesse.
Intanto essa veniva a mettersi in modo che bisognava scegliere fra il trionfo oratorio e quello politico. L'uno avrebbe forse fatto svanire l'altro; e Cicerone vedeva, che, così accadendo, lo stesso trionfo oratorio ne sarebbe stato più che dimezzato; perchè il grosso del pubblico giudicava naturalmente dall'esito, e, per quanto ne potesse ammirare il discorso, e quali che potessero essere politicamente le conseguenze dell'assoluzione, avrebbe visto in lui sempre il rappresentante della parte soccombente.
Gli ultimi maneggi di Verre.
Per quanto i fautori di Verre facessero pompose vanterie, per quanto Alba Emilio, uomo dappoco, tenuto a vile persino da' buffoni, seduto all'entrata del macello, bandisse a' quattro venti la tariffa, secondo cui erano stati comprati i giudici, a 300, a 400, a 500 mila sesterzî, ed aggiungesse che, per venire ad una condanna, le cose dovevano essere presentate così smaccatamente da non esservi luogo a rispondere[765]; per quanto si facesse e dicesse, il consesso dei giudici non era tale, che egli potesse fare a fidanza con essi per un'assoluzione. La stessa vittoria elettorale di Ortensio e Metello, che avea così improvvisamente rialzato gli spiriti abbattuti di Verre e de' suoi, avrebbe prodotto tutto il suo effetto, se si fosse riusciti a far discutere nell'anno seguente la causa, sotto il loro consolato, mentre essi potevano mettere al servigio del loro amico, non il credito loro personale soltanto, ma tutto il potere, che potea dare ad essi la loro posizione ufficiale. Tutte le mene dunque di Verre e de' suoi patroni erano dirette a portare la causa al prossimo anno, per farla decidere sotto la direzione di M. Metello. Un rinvio della causa al nuovo anno avrebbe dato un corpo giudicante affatto diverso; giacchè doveano cessare dal farne parte M. Cesonio, per prendere la sua carica di edile; Q. Manlio e Q. Cornificio, per occupare il tribunato; Q. Sulpicio pel suo ufficio di questore; M. Crepereio, L. Cassio, Cn. Tremellio, già designati al tribunato militare; e, in luogo di tutti costoro, se ne sarebbero sorteggiati altri. Anche il posto lasciato vacante da M. Metello avrebbe dato luogo al sorteggio di un altro giudice[766].
Si teneva tanto al rinvio della causa al nuovo anno, e tante speranze erano riposte in questo espediente, che quelli i quali, per prezzo, aveano assunto l'incarico di far assolvere Verre, l'aveano stipulato espressamente[767].
E questo proposito veniva incoraggiato ed agevolato dalla stagione dell'anno e dal succedersi di varie festività, durante le quali il giudizio dovea, necessariamente, essere sospeso. Era il giorno cinque d'Agosto[768], quello in cui cominciava la discussione vera della causa. Tra dieci giorni, a' 16 del mese, cominciavano i giuochi, che Cn. Pompeo avea promesso di compiere nella guerra contro Sertorio, ed avrebbero occupati ben quindici giorni di tempo[769]. Tra i giorni 4 e 19 Settembre aveano luogo i ludi Romani. A' 26 d'Ottobre cominciavano i giuochi della Vittoria, istituiti già da Silla per la battaglia da lui vinta alla porta Collina, e andavano sino al 1 Novembre. A' 4 dello stesso mese cominciavano i ludi plebei per proseguire sino a' 17[770]. Restava ancora del tempo utile per la causa, tra gli uni e gli altri ludi; ma una sequela, abilmente escogitata, di gherminelle, di astuzie, di differimenti avrebbe potuto stremare ed anche rendere insufficiente quel tempo.
Il sistema d'accusa di Cicerone. L'orazione.
Contro questo tranello dunque, che gli si tendeva anche poco copertamente, tra per leggerezza e tra per cinica confidenza in sè stessi, Cicerone dovea mettersi in guardia; e lo fece, e s'ingegnò anche a tutto potere di sventarlo.
Uno de' pericoli poteva stare nella sua ambizione letteraria, o nel suo amor proprio che fosse. Di fronte ad Ortensio, la cui carriera oratoria era lì lì per prendere la curva discendente della parabola (il suo avversario ne data proprio dall'epoca del consolato la decadenza[771]); egli ora potea presentarsi come avversario maturo e temibile, nel pieno rigoglio delle sue forze; e poche cause, forse, come questa, per il grande interesse e per la larga materia e la varietà grande degli episodi, potevano metterlo in grado di sfoggiare tutte quelle qualità, che, a senso suo stesso, costituivano il suo primato: la perizia letteraria, il ragionamento addestrato nello studio della filosofia, la conoscenza del diritto e delle istituzioni dello Stato, la memoria de' tempi presenti e degli andati, la digressione opportuna e sapiente, quello spirito bonariamente ironico ed arguto, che dava l'impronta alla sua fisionomia, e sopratutto quell'abilità di eccitare a sua posta il riso ed il pianto, per meglio stringere in un cerchio di acciaio l'avversario e trarre i giudici al proprio avviso[772]. Pure, questa volta, il senso dell'opportunità e del momento, l'interesse della causa, lo sguardo strategico, insomma, della lotta impegnata potettero far passare in seconda linea perfino il suo invincibile e prepotente bisogno di fare un bel discorso; e si appigliò ad un espediente, fatto per togliere a Verre ogni via di scampo e sventare tutti i suoi più sottili artifizî.
L'ordine consueto e normale de' giudizî (solo in parte e temporaneamente modificato dalle leggi di Pompeo nel 702 a. u. = 52 a. C.) portava che l'accusatore dovea svolgere l'accusa nella sua orazione; ad essa dovea seguire la difesa; e tutte le prove della colpa e dell'innocenza, che facean poi seguito a questa, chiudevano questa prima parte del giudizio, che avea nella comperendinatio come un'appendice ed una seconda parte, in cui le prove ed il loro esame erano meglio completati e discussi[773].
Quanto tempo potesse occupare questa orazione d'accusa non sappiamo, in ogni modo: ad essa, come all'orazione defensionale, era assegnato un tempo determinato[774], che, per giunta, a dedurlo da' casi analoghi[775], non era molto lungo; si trattava di ore. Pure, per Cicerone, specialmente in vista degli imminenti ludi di Pompeo, ogni tempo era prezioso, ed intendeva risparmiarlo, lesinarlo anzi, in ogni modo.
Così pensò di rinunziare ad una lunga e diffusa orazione, in cui ogni capo d'accusa fosse diffusamente, o particolarmente almeno, proposto, esaminato, discusso, limitandosi a fare soltanto una breve e compendiosa proposizione dell'accusa e riservandosi di spiegare tutti i capi nello svolgimento delle prove, che egli intendeva presentare aggruppate ed ordinate insieme, secondo la connessione del loro soggetto.
L'orazione che Cicerone pronunziò, calda, serrata e piena di concitazione, accennò appena[776] a tutte le colpe personali di Verre e più brevemente ancora a quelle ch'erano l'oggetto determinato dell'accusa, e tenne piuttosto a rilevare l'indole speciale della causa, la sua importanza politica e morale, ed il suo rapporto col momento che si attraversava. Pur mostrando di non volere essere oppositore sistematico dell'ordine senatorio, a cui egli stesso apparteneva, in realtà ebbe parole roventi per la progrediente corruzione dei giudizî senatorî; sulla qual nota egli poi tornava ripetutamente e con istraordinaria insistenza[777], giacchè, mentre da un lato essa gli dovea servire a guadagnare il favore di quelli che sostenevano la riforma de' giudizî ed a preparare a questa il terreno, dall'altro canto, agitata come uno spettro rosso innanzi agli occhi de' giudici, dovea spingerli a compiere il sacrificio di Verre. Le insidie di Verre, poi, le sue improvvide vanterie e le ciniche ostentazioni, sue e de' suoi amici, sull'effetto sicuro delle corruzioni e degl'intrighi, furono tutte da Cicerone, in quel breve discorso, portate in piazza e sventate, confondendo in un solo biasimo l'imputato e la causa, i patroni e la parte cui appartenevano, ed affrontando apertamente i Metelli ed Ortensio col denunziare la loro prepotenza politica e forense.
L'orazione, in cui le tinte forti s'alternavano abilmente co' chiaroscuri, i consigli con le insinuazioni, le lusinghe con le minaccie, rispondeva pienamente alla sua indole di uomo, al suo programma politico, alla sua posizione di accusatore, al momento stesso; ed, anche dal punto di vista oratorio, quello dovette essere per lui un trionfo sui suoi avversarî.
Il lato nuovo della condotta, serbata da Cicerone in questa causa, non era già l'omissione di un'orazione continua, in cui analiticamente si desse il prospetto di tutta l'accusa; il lato nuovo consisteva nel rompere, come fece, quest'orazione, adattandola, come un'introduzione ed un commento, ad ogni gruppo di testimoni e di prove. Quell'orazione preliminare era stata già, molte altre volte, pretermessa anche da' maggiori e più riputati degli accusatori; e far ciò potea sembrare ed essere un loro diritto. Questo sistema anzi, invalso, conferì forse a fare adottare la legge di Pompeo, per cui l'udizione de' testimoni regolarmente precedeva le requisitorie e le difese. Nondimeno, in pratica, esso veniva a mettere in una strana posizione l'accusato e la sua difesa; e, sotto questo aspetto, s'intende come Verre ed Ortensio se ne dolessero[778]. Alle accuse vaghe e generali, contenute in questa prima orazione, ove gli epiteti tenevano luogo de' fatti, era piuttosto impossibile, che difficile, dare alcuna conveniente risposta. E così il diritto del difensore di parlare due volte era in pratica ridotto ad una sola.
Nè stava in ciò tutto il male: l'orazione preliminare dava già, così a' giudici come all'accusato stesso, un concetto chiaro ed anticipato dello svolgimento dell'accusa e permetteva a questo di premunirsi contro tutti gli attacchi, con l'addurre opportuni elementi di prove, di non trovarsi innanzi ad ogni testimone ed ad ogni carico, come innanzi ad una cosa inaspettata, che non dava modo di ben considerare le domande da svolgere, le obbiezioni da fare. Ed Ortensio sentiva bene tutto questo, quando deplorava che il silenzio dell'accusatore era un modo di sopraffare l'imputato, che niente era tanto pericoloso per la sorte degl'innocenti come questa congiura del silenzio, ordita dagli avversarî; che se Cicerone avesse molto parlato, sarebbe stato di qualche sollievo al suo difeso; che l'avea invece perduto tacendo; che occorreva conoscere la causa, e che così facendo, si toglieva all'imputato tutto il vantaggio della doppia fase del giudizio[779].
Fu opinione difatti che Cicerone contribuisse alla condanna di Verre col suo silenzio, più che con la sua parola[780].
Era invero malagevole rispondere ad un'orazione vaga ed indeterminata come quella di Cicerone, ed infatti nè Ortensio, nè alcun altro dei difensori vi rispose[781].
Si procedette quindi a sviluppare l'accusa per mezzo di prove e di testimonî.
L'oggetto dell'imputazione.
In quali termini era sviluppata l'accusa, e quale estensione, precisamente, avea essa in questa causa? Quali erano veramente i delitti, su cui il tribunale dovea pronunziare?
V'è chi crede che l'accusa[782] riguardava tanto gl'illeciti profitti, fatti in Sicilia per un valore di quaranta milioni, quanto gli atti arbitrarî e crudeli, di cui è parola nelle varie orazioni. Questa opinione si fonda sulla conclusione dell'orazione della prima azione, in cui Cicerone dice che Verre «avendo commessi molti atti di libidine, molte crudeltà in danno di cittadini romani e di provinciali, avendo compiute molte azioni riprovevoli contro gli dèi e contro gli uomini, avea inoltre, con violazione delle leggi, fatti in Sicilia illeciti profitti per una somma di quaranta milioni di sesterzî[783]».
Il fatto stesso che gli atti di libidine, le crudeltà, le altre azioni vergognose sono collocate in un inciso della proposizione, ove si contiene l'accusa, spinge a credere che sieno menzionate là, soltanto in via sussidiaria, per rendere più odiosa l'accusa principale, indicando insieme con quali mezzi gl'illeciti lucri furono fatti.
Ma, a rendere più salda ancora tale opinione, concorrono ancora varî tratti delle varie orazioni di Cicerone, che, riuniti insieme, son tali da indurre un criterio di certezza.
Che molti di questi atti iniqui furono commessi, appunto a scopo di lucro, e come mezzi per raggiungerlo, è detto espressamente[784]; come pure espressamente è rilevato il multiforme aspetto de' delitti da lui compiuti e la contemporanea violazione di molte norme, non solo giuridiche, ma altresì religiose[785].
Rileva pure altrove Cicerone, per qualcuno de' fatti a Verre apposti, che esso presenta tutti i caratteri del peculato[786]; ma nota altresì che, quando a Verre avvenisse di sfuggire, ora, a questa condanna, egli, Cicerone, lo trarrebbe innanzi ad un'altra quaestio, in un'apposita causa di peculato[787]. Del pari, per l'archipirata sottratto al supplizio, dichiarò di voler serbare integro l'argomento, giacchè «vi è un luogo apposito, un'apposita legge, un apposito tribunale, al cui giudizio è riservato questo delitto[788]», e, similmente, per le uccisioni de' cittadini romani, dice che porterebbe la causa innanzi al popolo romano, nel febbraio, se Verre ora sfuggisse all'accusa presente[789]. Ed era naturale che così fosse. Portando una tale accusa la pena capitale, non se ne poteva giudicare se non da tutto il popolo, (maximo comitiatu).
Tutto ciò dimostra sufficientemente la natura vera dell'accusa proposta contro Verre e l'oggetto vero della sentenza, che si provocava. Ma, anche più manifestamente, se è possibile, Cicerone dice che era un delitto di avarizia quello, di cui specialmente si voleva convincere Verre[790], e lo chiarisce anche là, dove parla della disfatta dell'armata e delle sevizie usate contro i navarchi e su' loro stessi cadaveri[791]. In più altri luoghi poi si rivela o si torna a rammentare che l'oggetto della causa è il rintracciare le concussioni commesse da Verre[792], e che la causa presente ha origine e prende nome dalla legge de repetundis[793]. A' giudici si rammenta che sono iudices de pecunia capta, conciliata[794]; di Heio, si dice che si serve della legge, dalla quale ha origine questo giudizio, e la legge è appunto la lex de repetundis[795]; e de repetundis viene espressamente chiamato il giudizio anche in altre occasioni. E che tale fosse e non altro, lo dimostrano la considerazione che la causa era fatta ad istanza di Siciliani, e la natura e il genere della domanda, che dava origine al processo; e tutto ciò che riguardava specialmente l'uccisione di cittadini romani, era trattato da Cicerone piuttosto per soddisfare un dovere morale; ma egli stesso avea cura di rilevare che ciò non entrava nella causa a lui affidata (recepta)[796].
Il danno e il risarcimento.
I lucri indebitamente fatti da Verre, e di cui quindi dovea rispondere innanzi alla quaestio de repetundis, ascendevano, secondo l'accusa, a quaranta milioni di sesterzî[797]. Tra questo dato e l'altro della Divinatio[798], in cui si chiedevano invece cento milioni di sesterzî, non vi è vera discrepanza; giacchè la cifra minore potrebbe, come molti vogliono, indicare che la domanda, in seguito all'inquisizione di Cicerone, venne ridotta; fors'anche il dato della Divinatio determinava la somma, che si chiedeva come risarcimento del danno; gli altri dati indicano il valore del danno. Nel primo caso è adoperata una parola (repeto), che vuol denotare la domanda proposta in giudizio; negli altri due una parola (abstulit, abstulisse), che dinota il puro fatto materiale compiuto da Verre, e, se si tien conto del carattere penale, che andava sempre più assumendo la lex de repetundis, del tribunale, innanzi a cui fu portato Verre e della verosimiglianza di un risarcimento che sapesse anche di multa; apparirà sempre più probabile la seconda opinione.
L'esame delle prove e de' testimonî.
A svolgere dunque quest'accusa, si venne senz'altro all'esame delle prove e de' testimonî; e, poichè era peculiare degli antichi processi che venisse in essi in discussione tutta la vita dell'accusato (del giudice antico, specialmente, si poteva dire, come Vergilio di Minosse: vitasque et crimina discit), non si trascurò d'introdurre tutto quanto potesse concorrere a mettere in cattiva luce la vita e la persona di Verre.
Quello che di nuovo Cicerone portò in questa causa, come si è detto, non fu già l'eliminazione di una lunga orazione preliminare di accusa, ma il sistema di presentare per gruppi, secondo i diversi delitti, i testimoni e le prove, premettendo all'esame di essi un'esposizione ed un esame del fatto che si voleva provare. E il metodo seguito da Cicerone e queste stesse esposizioni e discussioni, noi possiamo dire di conoscerli. Si sa infatti che il giudizio non ebbe, come dovea, la sua seconda fase, a seguito della comperendinatio: tuttavia, a ben considerare le cinque orazioni, comprese nella secunda actio, si vede che son fatte precisamente con questo metodo; sicchè non è punto improbabile supporre che, ridotte in iscritto e pubblicate, fossero foggiate in modo da comporre come una seconda accusa, ampliate, coordinate ed arricchite di dati e di fatti; ma, in realtà, in esse bisogna cercare lo schema primitivo di queste introduzioni e commenti, fatti alle singole prove. Per esempio quelle apostrofi a' giudici, fatte ora di minacce, più o meno larvate, ora di lusinghe[799]; quegli eccitamenti, fatti anche più spesso e più direttamente al popolo, col solletico del suo amor proprio, del suo sentimento religioso e del suo interesse[800]; quello studio di aizzare ora i Marcelli[801], ora lo stesso ordine senatorio[802], e gli stessi Scipioni[803] contro Verre; mentre, d'altra parte, faceva l'apologia degli homines novi contro la nobiltà ereditaria[804]; quelle insinuazioni contro Ortensio[805]; quegl'incensi bruciati sotto il naso di Pompeo[806]; son tutte cose che ben potettero e forse dovettero trovar luogo in questi intermezzi di Cicerone.
Così i testimonî, come le altre prove, si seguirono in gran copia, come era stato promesso[807].
Cittadini romani in gran numero, appartenenti anche all'ordine senatorio ed a quello dei cavalieri, e, con essi, Siciliani, intesi sia come privati, che come delegati delle loro città, vennero a deporre su fatti compiuti da Verre, tanto in danno loro che d'altri; e furono esibiti pure atti pubblici e privati, lettere, sentenze ed ogni altra specie di documenti[808].
Su' furti di Verre a Samo, fu udito Caridèmo di Chio[809]; sull'episodio di Lampsaco, P. Tettio, già tribuno militare[810], e si lessero, inoltre, la deposizione resa da Verre nella causa contro Artemidoro, e varie lettere da lui mandate a C. Nerone[811]. Sull'amministrazione della tutela del figlio di C. Malleolo, furono prodotti come testimonî questo stesso, la madre e l'ava[812]. Quanto alla pro-questura di Verre, forse, furono letti alcuni degli atti della causa fatta a Cn. Dolabella, suo pretore[813]. Per ciò che Verre avea fatto nel periodo della pretura, M. Ottavio Ligure depose sulla sentenza da Verre resa nella sua causa[814]. Sulla sua corruzione nel collaudo degli edifici pubblici, deposero C. Fannio, dell'ordine equestre e Q. Tadio, congiunto di Verre, che confermò la sua deposizione con i suoi libri di conti[815]. Sulla dilapidazione, a cui, in quell'occasione, andò soggetto il pupillo Junio, e sulle ingerenze di Chelidone negli affari dell'ufficio, furono condotti, per rendere testimonianza, lo stesso pupillo Junio, i suoi tutori P. Tettio e M. Iunio, e fu pure udito L. Domizio; ed è verosimile che Cicerone si avvalesse anche de' registri del sedicente appaltatore Habonio o Rabonio e delle norme dell'appalto, di cui si serve nella seconda accusa[816]. Sull'eredità fatta dal figlio di Dione di Halaesa e sul ricatto compiuto in suo danno, furono uditi molti testimonî: Sesto Pompeo Cloro, Q. Cecilio, Dione, L. Cecilio, L. Ligure, T. Manlio, L. Caleno, M. Lucullo, con l'accenno a registri e documenti[817]. Lo stesso Sesto Pompeo Cloro ricomparve per deporre, con Cn. Pompeo Theodoro, Posidio Mucrone Soluntino e Cn. Lentulo, sul caso di Sthenio[818]; caso che non sappiamo se, anche nella prima accusa, fu illustrato come nella seconda, con accenni a una seduta del senato, con una petizione di Siciliani, col registro delle sentenze di Verre, con la menzione di un provvedimento de' tribuni, con un'epigrafe posta in suo onore a Thermae e con le laudationes di molte città sicule; perfino con la menzione di un Cupìdo d'argento del tempio di Eryce[819].
Molti testimoni, ma non sappiamo quali, furono anche uditi per provare il danaro estorto a Sosippo e Philocrate di Agyrium, in occasione della successione paterna[820]. Eraclio di Centoripae depose sulla somma che gli era stata estorta da Verre[821]: Q. Minucio, già difensore di Sopatro, su quanto era stato fatto a danno del suo cliente[822] e del re Antioco[823]; Q. Vario e C. Sacerdote sulle corruzioni giudiziarie di Verre[824]. Sull'abusivo e venale conferimento degli uffici pubblici, e specialmente de' posti di senatori nelle città siciliane, deposero legati di Centoripae, di Halaesa, Catina, Panhormus e di altre città ancora, e molti privati[825].
Molti testimoni riferirono, pure, su i ricatti fatti da Timarchide[826], tanto nel campo giudiziario, che in quello amministrativo.
Di tutti gli illeciti lucri fatti nell'esigere le diverse contribuzioni di frumento, Cicerone si propose di dare maggiori prove e trattare più a lungo nella seconda accusa[827]. Pure non si trascurò di sentire molte testimonianze pubbliche di città siciliane[828]. Resero la loro testimonianza alcuni legati agyrinensi[829]; Philino Herbitense[830]; i legati etnei presieduti da Artemidoro[831]; Mnasistrato, il latifondista di Leontini[832]; Arconida di Helorum, che parlò de' suicidî degli agricoltori[833]. Per meglio sfatare la laudatio di Messana, in onore di Verre, Cicerone chiamò a deporre C. Heio, presidente dell'ambasceria mandata da Messana, e l'obbligò, senza alcuno sforzo, a dire delle opere d'arte a lui carpite da Verre e della nave oneraria, che s'era fatta donare dalla città[834]. Phylarco di Centoripae[835] e L. Papinio[836], deposero delle cose a loro tolte; L. Curidio di quello, che gli era stato prima tolto, poi reso[837]; Phylarco depose anche della requisizione fatta per ordine di Verre a Centoripae[838], come Artemidoro di quelle fatte ad Agyrium[839]; Arcagato e Cn. Lentulo Marcellino di quella fatta ad Haluntium[840]; legati di Tyndaris della manomissione de' doni di Scipione[841] e del modo, onde fu compiuta[842]. Ismenio e Zosippo dissero anche delle promesse di Verre di voler restituire il Mercurio[843]. Diede lettura pure Cicerone, in questo primo stadio dell'accusa, degli atti pubblici di Segesta[844]. Theodoro, Numenio e Nicasione, legati di Henna, dissero della statua di Cerere e della Vittoria, invano ridomandate[845].
Qualche testimonio depose ancora su i templi spogliati di Syracusae e, tra l'altre cose, sulle canne d'India rubate[846].
Su' ricatti fatti ad Eumenida di Halycia ed al cavaliere romano C. Matrinio, sotto il pretesto delle congiure de' loro schiavi, deposero gli stessi Eumenida e C. Matrinio, e, con questo, L. Flavio, suo procuratore[847]. M. Annio depose sull'archipirata sottratto al supplizio[848]; Phylarco di Haluntium sulla cattura della flotta[849]; Onaso di Segesta sulla messa a prezzo della facoltà di seppellire i navarchi[850]; L. Suezio sulle uccisioni di cittadini romani nelle prigioni[851]; sull'uccisione di P. Gavio, deposero C. Numitorio, M. e P. Cozio, Q. Lucceio[852]; L. Flavio, cavaliere romano, depose sull'uccisione di L. Herennio[853].
Ma oltre a questi testimoni, che furono uditi, ed a questi documenti, che furono letti, Cicerone, nell'attesa del secondo stadio del giudizio, in cui l'accusa dovea essere rinnovata e completata, avea tenuto in riserva, a quanto appare, almeno, dalle sue orazioni, altro buon numero di testimoni e di prove[854]. Così furono riserbati i testimoni intesi a provare alcuni de' furti di Mileto[855]; quelli intesi a mostrare, che le somme, la cui malversazione era stata attribuita a Dolabella, furono in realtà rubate da Verre[856]; il figlio di Sopatro ed altri di Halycia o di altre città di Sicilia[857]; molti che sapevano del caso di Stenio[858]; Cn. Sertio, M. Modio, e almeno seicento cittadini romani, che aveano dati danari a Verre, per averne sentenze favorevoli[859]; molte persone, che potevano attestare della soppressione delle lettere di Carpinazio, ove si parlava delle esportazioni abusive di Verre[860], ed altri, dalle cui deposizioni dovea risultare che Carpinazio era l'intermediario e il cassiere degli atti di corruzione di Verre e delle somme pagate[861]. Sopratutto gl'illeciti lucri, carpiti nell'esazione del frumento, doveano essere più ampiamente trattati nel secondo stadio del giudizio[862]. Dovea essere inteso M. Lollio, il figliuolo del vecchio Lollio[863]; doveano essere intese le testimonianze di molte delegazioni di città siciliane[864]; quella di L. Cassio, già ricusato come giudice[865]; quelle degli Agrigentini, degli Entellini, degli Heraclei, de' Gelensi, de' Soluntini, de' Catinensi, de' Tyndaritani, de' Cephaloeditani, degli Haluntini, degli Apollonensi, de' Capitini, degli Enguini, degli Inensi, de' Murgentini, degli Assorini, degli Helorini, Jetini, Citarini, Scherini, tutte sul sistema vessatorio di esigere i tributi; e doveano esser letti i registri delle terre seminate dagli Hyblei e del contratto di esazione stipulato da' Menenei[866]; dovevano essere uditi i tre legati, mandati dagli agricoltori di Centoripae, che si trovavano sparsi in tutta la Sicilia[867]; si doveano esaminare i conti di Halaesa, ed atti pubblici e testimonianze pubbliche di varie città[868]. Doveano essere uditi altri testimoni su furti di opere d'arte, come per es. Polea e Demetrio di Tyndaris[869]; il censore Cn. Lentulo sul danaro carpito a C. Matrinio[870]; altri, tra cui P. Granio, sulle uccisioni di cittadini nelle carceri[871]; cittadini di Compsa sul caso di Gavio[872]. Di questi testimoni e di queste prove si può dire con asseveranza, che non furono portati all'esame. Ma, per un altro buon numero degli uni e delle altre, Cicerone, nelle orazioni che vanno sotto il nome di actio secunda, usa espressioni (dicit, dicunt, cognoscite), che non consentono di affermare recisamente se furono, oppur no, portati innanzi a' giudici. Probabilmente non furono uditi in quel primo stadio del giudizio i legati di Melitta[873] e quelli della città di Centoripae[874], nè lette le testimonianze pubbliche e gli atti de' Thermitani e degli Imacarensi, degli Amestratini[875], de' Liparensi[876], de' Tissensi[877].
Le attestazioni pubbliche delle città, il più delle volte, erano mandate a mezzo di speciali legati e, in qualcuno di questi casi, come p. e. nel caso di Agyrium[878], poterono i legati deporre oralmente, mentre la lettura delle deliberazioni della città e degli altri suoi atti pubblici potea forse esser fatta dall'accusatore nella seconda sua accusa. In altri casi, come in quelli ultimamente mentovati, benchè più rari, le testimonianze pubbliche delle città potevano essere affidate per iscritto all'accusatore, perchè le leggesse al momento opportuno[879]. Phalacro di Centoripae[880], probabilmente, dovea essere ancora inteso, a quanto può sembrare dal contesto, benchè l'espressioni adoperate per lui (adest, dicit) sieno le stesse usate per Phylarco, già udito.
È verosimile che di varî testimoni, che dovevano deporre sugli stessi fatti o su fatti analoghi, Cicerone ne fece udire qualcuno nel primo periodo del giudizio, riserbando altri al secondo, sia per sentimento di opportunità, che per accelerare, com'era suo intento, il corso del giudizio. Così l'editto urbano di Verre[881], i codices contenenti le interposizioni di L. Pisone[882], i documenti sul danaro estorto per le statue, e le petizioni de' Siciliani, che seguirono poi[883]; le lettere di Canuleio[884], fors'anche le copie de' registri de' pubblicani[885], l'editto provinciale di Verre[886], la lex decumis vendundis[887], la decisione di Verre sulle contribuzioni di Messana[888], gli atti pubblici de' Mamertini[889], le lettere di Verre a Segesta[890], ed altre lettere sue[891], quelle di Vezio Chilone[892], quelle di Timarchide[893], i conti di Diocle[894], varî provvedimenti di Metello e le sue lettere[895], l'autodifesa di Furio di Eraclea[896]. Di questi ultimi scritti Cicerone volea servirsi probabilmente come di un colpo ultimo, decisivo, da portare inaspettatamente.
In molti altri casi, Cicerone non ricorse a prove determinate; ma si riferì alla voce pubblica, alle sorde vociferazioni anonime, alla coscienza generale[897], pur offrendo di citare, in prova, quanti testimoni si volessero, od atti pubblici[898], e, qualche volta, dicendosi pronto a richiamare un testimone, già innanzi udito su di altri fatti[899].
Verre avea anche de' testimoni, che deponevano a favore suo, ma, a dire di Cicerone, erano gente di nessun valore, venuta da' borghi più poveri ed abbandonati, senza incarico del popolo e del senato cittadino[900]. Era tutto quello, che Metello avea potuto ottenere; meglio, forse, era riuscito nel compito d'impedire l'andata a legati, destinati a portare a Roma le testimonianze pubbliche delle loro città[901]. Di città che pubblicamente lo lodassero, non ve ne furono che due: Messana e Syracusae: ma Cicerone, oltre a rilevare che nessuna importanza potevano avere le laudationes, quando non giungevano neppure a dieci[902], discreditò più particolarmente, in quel primo stadio della causa, la laudatio di Syracusae con la testimonianza di Eraclio[903] e quella di Messana con la deposizione di Heio[904]; e più ancora si apprestava a discreditarle in appresso, mostrando tutti i rapporti, cui accenna, di Verre con Messana, e provando il modo, onde la laudatio di Syracusae era stata estorta e la successiva sua revocazione. Pare che in quel primo stadio del giudizio la laudatio fosse stata presentata, ma senza sentire tutti i laudatores, che Cicerone si riserbava d'interrogare poi, per convertirli in tanti testimoni a carico di Verre, rincarando la dose con l'esibizione degli atti pubblici[905].
Il contegno di Ortensio e di Verre.
Una grande qualità degli avvocati romani, ne' processi, era quella di assoggettare i testimoni ad un fuoco vivo ed incrociato d'interrogazioni e di obiezioni, per trarre dalla loro bocca de' dati, ovvero scemare il credito delle loro parole. Era quella stessa cross-examination, che forma il vanto degli avvocati inglesi. Pure, Ortensio, e Verre con lui, rinunziarono volontariamente a questo espediente di difesa, per servirsene solo eccezionalmente e casualmente, qualche volta[906]; e preferirono veder passare in silenzio tutti i testimoni. Cicerone, naturalmente commenta questo contegno, in modo da trarne le conclusioni più sfavorevoli per la causa, e dedurne la condizione disperata dell'imputato. Ma, forse, il sistema seguito da Ortensio veniva da un esatto concetto della situazione e da un'esperienza forense, la quale avea potuto dimostrargli come, in alcuni casi, il silenzio valga, per lo meno, quanto la più raffinata arte d'interrogare. Verre dava anticipatamente già come sospetti[907] tutti, o almeno la massima parte de' testimoni prodotti nella causa. Era questa la sua maniera di screditare l'accusa e il suo argomento. Insistere dunque sulle deposizioni, stuzzicare i testimoni, cercare di circonvenirli era sicuramente, con gente spesso assai scaltra, come quella che veniva al giudizio, irrito e vano, e poteva anche probabilmente riescire un gioco pericoloso. Meglio dunque lasciarli liberi ne' loro detti, per coglierli dopo in fallo, se occorreva e si poteva, e ritenere fatti e detti a propria posta, secondo la verità, o contro di essa, avvalendosi di tutti gli espedienti e di tutte le particolarità de' casi.
Gl'incidenti del giudizio.
Ciò pareva a Verre e a' suoi difensori ingegnoso[908]; e forse era, realmente, ingegnoso. Pure, alla deposizione di P. Tettio, Ortensio crede uscire dalla sua riserva per opporre la cosa giudicata[909]. Verre qualche volta, pur serbando il silenzio, non sapeva contenere il gesto, come per accennare di leggere tutta e non una parte di un documento[910]; tal'altra, come alla testimonianza di M. Annio, balzò in piedi per ismentirlo[911], o interloquì in tono ironico[912].
Così, dunque, sfilarono, l'un dopo l'altro, i testimonî, seguiti con la più viva attenzione da' giudici, col più vivo e passionato interesse dalla folla, accorsa ad assistere[913], la quale, talvolta, non riusciva a frenarsi. Quando il pupillo Junio, un fanciullo che ancora non avea lasciato la praetexta, comparve, vennero le lagrime agli occhi di molti; al punto che Ortensio se ne dolse con Cicerone[914]; come mosse lamento, altresì, contro Artemone di Centoripae, che investì Verre in modo da sembrare un accusatore più che un testimone[915].
Alla descrizione de' danni degli agricoltori, della loro ruina, fatta da Philino di Herbita, quasi un gemito si levò nella folla, facendo eco alle sue parole[916]. Qualche volta, al movimento di commiserazione, o di maraviglia[917], si avvicendava uno scoppio di viva ilarità, come all'udire le ingenue risposte di Heio[918], od al vedere forse il comico imbarazzo di L. Domizio, che stentava a nominare Chelidone[919]. Ma, quando C. Numitorio venne a dire di Gavio, fatto mettere in croce senza pietà, con dispregio de' suoi appelli alla qualità di cittadino romano, il popolo ne fu, insieme, così commosso ed eccitato, che M'. Glabrione dovette togliere la seduta, per evitare che dell'imputato venisse fatta giustizia sommaria[920].
Il primo stadio del giudizio.
Questo primo stadio del giudizio durò nove giorni[921], togliendo ogni giorno a Verre un'illusione, od una speranza. Già dal primo giorno, a quanto dice Cicerone[922] i testimoni furono tanti, e dissero tali cose in giudizio, che pubblicamente parve impossibile l'assoluzione di Verre, se si voleva ancora tenere in piedi lo Stato; al secondo giorno, i suoi stessi amici e i difensori aveano perduto, non solo ogni speranza di salvarlo, ma eziandio ogni volontà di difenderlo; e, il terzo giorno, egli stesso era omai così abbattuto e così fuor d'ogni speranza, che s'ammalò, o si finse ammalato. Gli altri sei giorni compirono l'opera di questi tre, e, allo spirare del nono giorno, quando il primo stadio della causa fu chiuso, egli e tutti doveano parlare piuttosto di una condanna che di un rinvio. Tutto lo studio di Verre consisteva nel rispondere all'accusa dopo i secondi giuochi, cioè almeno dopo il 19 settembre; quello di Cicerone, invece, nel far sì che il primo periodo si chiudesse innanzi a' primi giuochi, innanzi al 15 di agosto, e cominciasse a decorrere da quel punto il termine, che separava i due stadî del giudizio[923].
Cicerone, dunque, era completamente riescito nel suo intento.
La comperendinatio importava l'intervallo di un giorno libero tra l'uno e l'altro stadio del giudizio[924], e, poichè i primi giuochi terminavano nel dì 31 d'agosto ed i secondi non cominciavano prima del 4 settembre, è precisamente nel primo giorno di settembre, che dovea riaprirsi il giudizio; e, in questo secondo stadio, alla rinnovata e più diffusa accusa di Cicerone avrebbero dovuto tener dietro la difesa di Verre e la sentenza.
La difesa di Verre?
La difesa di Verre?
Ma Cicerone non si stanca mai di ripetere che questa difesa, anche più che iniqua, più che vana, era a dirittura impossibile; lo dice, considerandola nella sua generalità, e, caso per caso, sempre, con un'insistenza quasi petulante[925].
Era dunque veramente così: la difesa di Verre non potea nemmeno tentarsi?
Per quanto noi siamo costretti ad aggirarci in un confine così stretto, come sono le orazioni dell'accusatore, e ci troviamo nella stessa condizione, in cui ci troveremmo, se dovessimo giudicare Warren Hastings dalle orazioni di Burke; pur nondimeno un esame delle accuse, che sia un po' più che superficiale, ci mette subito sull'avviso, e ci fa vedere quanto avea di assolutezza, di partigianeria e di iattanza l'asserzione di Cicerone, che del resto ricorre precisamente nelle orazioni attribuite al secondo stadio del giudizio e che quindi non vennero pronunciate.
La natura delle accuse.
Cicerone, egli stesso, ci dice in un'altra orazione[926], quanta fede si potesse prestare, e quanta in realtà se ne prestasse, alle orazioni d'accusa pronunziate ne' giudizî, che, come questo, aveano un retroscena di motivi e d'interessi politici. Cicerone, egli stesso, parla di simili accuse, che furono pronunciate contro uomini, come M'. Aquilio, L. Cotta, e come lo stesso L. Pisone Frugi, da lui non mai lodato abbastanza; e pure non vi si prestò fede, se anche quelli che le sostenevano aveano perfino il nome di C. Gracco. Che se contro P. Rutilio tali accuse riescirono, non perciò, a senso di Cicerone e d'altri[927], ne dovea rimanere menomato l'onore e la fama, che Cicerone teneva anzi a rivendicare. Cominciando così, per la natura stessa delle cose e la considerazione de' tempi, ad essere un po' meno creduli, quelle accuse, quelle invettive perdono già anticipatamente qualche cosa del loro valore, quanto più sono acri e più eccessive.
La questura e la proquestura.
Si è già veduto, come, nel giudicare della questura e della proquestura di Verre, Cicerone confonda i dati cronologici, e probabilmente a disegno, per trarne precipitate o false illazioni, sulla sua mancanza di fede e su tutto il modo come le tenne. Per quel che riguarda poi la sua proquestura, Cicerone non dubitò, per far torto a Verre, di attaccare la verità della cosa giudicata, del cui rispetto altra volta si mostra tanto zelante; ed attribuisce a Verre colpe e responsabilità, di cui egli, giuridicamente almeno, poteva oramai dirsi mondo, dopo che la sentenza pronunziata da C. Nerone, da Cicerone stesso chiamato vir optimus atque innocentissimus, e per l'occasione fatto coccodrillo, contro Philodamo e il figliuol suo, e l'altra, pronunziata contro Dolabella, ne aveano riconosciuto in altri i responsabili[928]. Nè il vago accenno, fatto alla deposizione resa da Verre contro Artemidoro ed al condono concesso a Themistagora e Thessalo, può menare logicamente ad altra conclusione.
La pretura.
Del potere, specialmente giurisdizionale, esercitato poi da Verre nella sua pretura, là, dove abbiamo la possibilità di un qualsiasi controllo, abbiamo veduto che non fece tutto quell'abuso, che Cicerone vuole sostenere; e, molte volte, egli s'inspirò ne' suoi provvedimenti all'indirizzo, che il diritto civile andava prendendo, secondo l'interpretazione, che il diritto pretorio gli dava.
Del resto, poi, in un giudizio come quello de repetundis, fatto ad iniziativa e nell'interesse de' provinciali, e qui, più propriamente, ad istanza de' Siciliani, i fatti, relativi specialmente alla gestione delle magistrature urbane, non potevano trovar luogo; e si adducevano più che altro per aggravare moralmente la condizione dell'accusato. I lucri illeciti fatti in Sicilia costituivano la vera materia della causa, e, per quanto Cicerone lo dicesse stretto e sopraffatto dalle prove, la condizione di Verre non era tale da precludergli ogni via di scampo.
Il valore delle prove.
Anzi tutto quali erano i mezzi di prova? Si è veduto che molti de' testimoni e de' documenti, a cui si allude, e forse i più importanti, non erano ancora stati prodotti in giudizio, ed avrebbero dovuto essere presi in esame nel secondo stadio. A questi, come a quelli ch'erano già stati dedotti contro di lui, Verre opponeva una ragione pregiudiziale, scuotendo la fede, che a loro si sarebbe potuta aggiustare, con il richiamo alle ire, che li animavano contro di lui. Cicerone[929] cercava di distruggere questa difesa in ogni modo, opponendogli le deposizioni de' cittadini romani, quando Verre diceva di aver nemici i Siciliani per aver voluto proteggere gl'interessi de' primi; opponendogli le deposizioni de' Siciliani, sia di città soggette che d'immuni, quando Verre diceva di aver nemici i cittadini romani per aver tenuto conto degli interessi de' Siciliani. Pareva un'argomentazione inoppugnabile, una via senza uscita; eppure, quali che fossero le sue colpe, Verre non avea tutti i torti a prendersela con questa valanga di rancori e di vendette che si rovesciava su lui. Figurarsi, in tre anni di governo, quanti interessi aveano potuti essere offesi, a dritto od a torto; quanti odî inevitabilmente non aveano dovuto germogliare; ed ora cercavano di avvolgerlo tutto e di schiantarlo. Cicerone stesso se ne ricordava, in altra occasione, di tutta questa posizione imbarazzante, in cui un governatore di provincia si dovea trovare. «Come è difficile e pericoloso questo governo delle città e delle provincie: la diligenza ti acquista inimicizie, la negligenza ti procaccia biasimi; la severità è piena di pericoli, la larghezza è mal corrisposta: la parola è pregna d'insidie, fatale la compiacente adulazione; spianato e ben disposto è il volto di ognuno, gli animi di molti pieni di rancore; gli odî covano segreti, mentre manifeste son solo le lusinghe. Il pretore è atteso al suo venire, inchinato durante la sua dimora, abbandonato al suo partire[930]».
Era, così, tutta una fioritura di inimicizie e di intrighi, contro Verre, da parte di appaltatori, tributarî, o litiganti, riusciti soccombenti ne' giudizî; e da questi si comunicava agli altri, sino a quelli stessi che Verre avea careggiati e decorati[931]. La suggestione dell'odio dilagava e conquistava tutti; e, in questa rivolta contro di lui, v'era anche, più che in germe, la rivolta contro il dominio, di cui era il rappresentante. Il fenomeno non era nuovo: è così che Cicerone screditava e contraddiceva le accuse contro M. Fonteio e L. Flacco, difesi da lui stesso in tempi posteriori. Quest'abitudine di non risparmiare il nemico in giudizio e farne il proprio bersaglio, sia da accusatore che da testimone, era divenuta una cosa comunemente intesa, e più giustificata, quanto più avea per fondamento una inimicizia personale ed il ricambio di danni patiti; ma ciò stesso avea finito per rendere innocue le testimonianze anche de' primi uomini dello Stato. In varie occasioni, non aveano trovato ascolto deposizioni, come quelle di Cn. e Q. Cepione, di L. e Q. Metello, di M. Emilio Scauro, di L. Crasso[932]. Le testimonianze poi de' soggetti erano, già in tesi generale, screditate. Con tali criteri Cicerone stesso trattava le testimonianze de' Galli[933], peggio ancora quelle de' Greci in generale, e di quelli d'Asia, specialmente[934]. E Greci, di linguaggio e di origine, erano per la maggior parte i testimoni adibiti contro Verre, per quanto Cicerone li volesse far diversi dagli altri[935]. In buona parte anche, per quel tanto che possiamo saperne noi, erano persone, che con lui aveano ragioni particolari d'inimicizia.
Per Charidemo di Chio l'accusare Verre era stato ed era il precipuo mezzo di scolparsi[936]. E che valore giuridico potevano avere le deposizioni della madre e dell'ava di Malleolo[937]? L. Ligure, che avea una gran parte nella causa e veniva a deporre due volte, su due distinti capi di accusa, era fratello di quel M. Ottavio, riuscito soccombente e, pare, non a torto, in una causa giudicata da Verre[938].
Sulla gestione de' sarta tecta deponevano il pupillo Junio, M. Junio, suo zio e tutore; P. Tettio tutore anch'esso, di una famiglia plebea e in cui Cicerone aveva aderenti; L. Domizio, il cui fratello era morto combattendo contro la parte Sillana (Plut. Pomp. 12; Oros V, 21, 13); C. Fannio, cavaliere, ed appartenente ad una famiglia oppugnatrice de' nobili; Q. Tadio, che, appunto perchè affine di Verre e già devoto a suo padre, non poteva ora indursi a deporre contro di lui, se non per ragioni di inimicizia personale[939]. L. Minucio, cavaliere, e vinto da Apronio nella gara di appalto delle decime di Leontini, veniva a deporre su di una causa, in cui egli era stato difensore[940]; e difensore del pari nella causa, su cui deponeva, era stato Sesto Pompeo Cloro[941]. Q. Vario era, anch'esso, un danneggiato[942]. Quel Sopatro, poi, condannato da Verre, per quanto Cicerone lo chiami locuples, honestus, innocentissimus, era sempre una persona, che avea potuta essere tratta in giudizio per delitto capitale[943].
Non si vuol già dire che tutti proprio i testimoni, addotti contro Verre, fossero strettamente interessati, consapevolmente falsi: ciò potrebbe essere esagerato, e non potrebbe in ogni modo provarsi, per una certa parte di casi. Semplicemente, quello che sappiamo d'alcuni, può rendere diffidenti verso di altri; e questi plebei, maltrattati da Verre nella pretura, questi cavalieri, questi aderenti di Cicerone e di Pompeo, chiamati a raccolta dalla Sicilia, danno ansa ad accogliere con qualche circospezione i fatti narrati. È probabile che un'analisi molto minuta ed accurata de' rapporti personali di questi testimoni, quale avrebbe potuto fare, se vi fosse stata, l'orazione di Ortensio; avrebbe compiuto, nel campo dell'accusa, un lavoro di eliminazione, non meno ampio e non meno severo di quello che si studiò di fare, da difensore, Cicerone, nelle sue orazioni a pro di Fonteio e di Flacco; ed avrebbe, anche in questo processo come in quelli, scorto tutto il lavorio di Cn. Pompeo[944] e di altri avversarî di Verre.
Che se uno sguardo generale, anche superficiale, all'indole delle prove ci fa vedere come esagerasse Cicerone nel ritenere impossibile la difesa di Verre, alla stessa conseguenza ci mena un esame più speciale di varie delle accuse.
L'ordinamento della Sicilia e il jus edicendi.
L'accusa fatta a Verre in linea preliminare, e che è come la base e la condizione di molte altre, l'accusa di aver commesso un eccesso di potere modificando le norme, che regolavano l'amministrazione e la vita giudiziaria in Sicilia, dal punto di vista costituzionale, anche più che discutibile, può dirsi, a dirittura, priva di fondamento.
Le leges Rupiliae, la lex Hieronica, gli statuti delle singole città non emanavano direttamente dal popolo, potere sovrano, ma da magistrati, che esercitavano una funzione delegata, e, benchè chiamate leges, erano leges datae e non rogatae. Ora, il diritto di emettere e di applicare disposizioni legislative (ius edicendi), ch'era una conseguenza del potere delegato dal popolo al magistrato, e che trovava solo il suo limite nel carattere temporaneo delle sue disposizioni e, dove ciò era possibile, nella intercessione di altri magistrati; se non incontrava un impedimento assoluto nelle vere leggi, quando, interpretandole od allargandole, le modificava; tanto meno poteva trovare un intoppo in queste altre norme, che, in fondo, non erano se non editti anch'essi. Verre perciò, nell'introdurvi qualche innovazione, era, formalmente, nel suo diritto[945], e la censura poteva colpirlo piuttosto da un punto di vista morale, in quanto, ciò facendo, si allontanava dalla consuetudinaria e comune osservanza di que' precetti. Lo stesso Cicerone[946] osservava che le leggi date da quelli, cui il popolo romano avea conferito l'imperium, doveano tenersi per leggi del popolo romano; ed, anche senza l'auctoritas del senato, di cui egli parla ivi stesso, quegli effetti dell'imperium doveano rimanere, quali egli li scorgeva. Anzi, la consuetudine del senato di girare al magistrato, fornito d'imperium, la commissione avuta di dar leggi ad un comune, può valere come una conferma di quel principio[947].