CAPITOLO CXCII. Guerra santa. Conquassi.

La vittoria era assai meno facile che il trionfo. Sulle orme del nemico fuggente si cacciarono alquanti, di coraggio risoluto e intelligente; e deh come pareano belli que’ giovani, che alfine avevano qualcosa da fare! come ne’ loro atti sfavillava eroico, incitato, romanzesco il sentimento! Altrettanto deforme e scomposto era l’esercito austriaco; lacero, tutto mota e sangue, famelico, con impotente anelito di vendetta, e temendo da ogni siepe un assalto, sotto ogni ponte una mina, in ogni villaggio barricate e tegoli; che se davanti a quello, scompigliato da tante diserzioni, dall’insolita guerra delle vie, dalla privazione di riposo, dall’incertezza degli avvenimenti viennesi, si fossero abbattute le piante, recise le vie, diffuse acque, lanciata la morte, qual ritornava di là dai monti? Ma Radetzky ebbe ad avvedersi ben presto che il popolo non prendeva parte a quell’insurrezione; i campagnuoli non secondarono l’impulso delle città, nè la bassa rispose alla risolutezza dell’alta Lombardia; sicchè egli, neppure mai attaccato, potè giungere al Mincio, e dentro al formidabile quadro, formato dai monti, dal mare, dall’Adige colle fortezze di Verona e Legnago, dal Mincio con quelle di Peschiera e Mantova, rincorare le truppe, attenderne di nuove, e coi migliori uffiziali allestire la difesa e la riscossa.

Nè alla Potenza austriaca restava allora altro appoggio che quell’esercito e quel capitano, il quale non lasciò di tenersi per guardie i granatieri italiani; mancante del denaro fin per vivere due giorni, pure affacciavasi al balcone a ricevere anch’egli applausi dal vulgo, cui buttava il poco resto de’ suoi quattrini.

L’esercito piemontese si trovò scarso oltre ogni aspettazione e impreparato: i generali confessavano la propria inettitudine, e consigliavano a cercare un maresciallo ai Francesi[67]; ma questi erano sospetti a Carlalberto. Cuore intrepido con incerto consiglio, mancante di quell’attitudine impassibile del comando, che impone alle fantasie popolari e affascina le volontà col supporre nel comandante una profonda persuasione; perchè era spada d’Italia egli credette essere la mano che bastasse a maneggiarla, e ripetè l’ambiziosa parola Italia farà da sè, la quale[68], d’effetto drammatico in bocca di letterati e di preti, acquistava tremenda importanza ripetuta da un re che montava a cavallo per darvi realtà.

L’esercito arrivò tardi (29 marzo), ed anzichè precipitarsi su Mantova, mal presidiata, e con cittadini disposti alla rivolta, entrò per Milano e Pavia, e a marcie regolari spintosi al Mincio, valore mostrò (8 e 9 aprile) ai ponti di Goito, Valleggio, Monzambano. Passato il fiume, coll’inutile assedio di Peschiera s’intepidì l’entusiasmo, aspettando il parco che arrivò solo il 15 maggio: e lungo l’Adige distesa una linea di trentasei miglia, cominciossi una guerra di posizioni. Ben presto sessantamila uomini si trovò Carlalberto. Vi si aggiunsero cinquemila Toscani fra volontarj e di ordinanza; diciassettemila Romani avvicinavansi al Po; e quattordicimila Napoletani, oltre innumerevoli volontarj; tremila Parmigiani e Modenesi stavano sul Mincio; cinquemila Lombardi verso il Tirolo; bande di Veneti alle alpi Carniche.

Anfossi, Longhena, Griffini, Manara, Arcioni, Simonetta, Sorresi, Bonfanti, Tololti, Sedabondi, Torres.... capitanavano bande; bande di volontarj polacchi ci erano menate dal gran poeta e mistico Mickiewitz; napoletani dalla principessa Belgiojoso, siciliani da La Masa, altri dal belgio Thamberg, altri ancora dall’attore Modena, la cui moglie ne portava la bandiera, e di più serj dal famoso Garibaldi; nè mancavano preti, e l’eloquente Bassi barnabita, che nel 1836 avea tanto giovato a Palermo durante il cholera, e il padre Gavazzi parevano santificare la causa e meritarle il nome di crociata; i seminaristi medesimi si organizzarono per le armi: nobili impeti, a cui mancavano la disciplina e l’unione, che sole possono dare la vittoria.

Ma improvvida fiducia in noi e improvvido disprezzo pel nemico fecero che, quando ognuno avrebbe dovuto offrire sin l’ultimo soldo e l’ultima stilla di sangue pel riscatto nazionale, si stiticasse sui sacrifizj, e si dissentisse sui mezzi. Come i Lombardi eransi lusingati di vincere democraticamente in tempo che ogni forza sta concentrata ne’ Governi, così i Piemontesi opponevano battaglia di fronte a un esercito di mirabile disciplina ed esperienza; mentre alla vittoria, unico scopo, sarebbe dovuto dirigersi l’impeto nazionale, non si seppe o non si volle effettuare la leva a stormo; si tennero in lieve conto i volontarj che, con ottima sentita, si portarono a difesa dei varchi alpini, benchè si vedesse il nemico avvantaggiarsi dei subitarj, corsi ad ajutarlo dalle scuole austriache o dalle fucine stiriane. Da cinquantamila uomini che si trovavano in Lombardia fra i ventotto e i trentott’anni, che aveano militato; e non furono richiamati istantanemente sotto le armi: seimila trecento ch’erano disertati dagli Austriaci, furono rejetti dall’onor militare, e coperti di quel sospetto che invita a tradire: invece di innestare subito i coscritti nell’esercito piemontese, con camerati esperti, sotto vecchi uffiziali, si volle formare un esercito lombardo, sciupando denaro e tempo, crescendo gli scioperi e quindi gl’intriganti, e non recando ajuto alla gran causa. Giovani baliosi non aveano vergogna di rimanersi a casa a pompeggiare nella guardia nazionale e nelle parate, e poeteggiare sui giornali e nelle canzoni quel coraggio che è si facile allorchè l’occasione è lontana.

In quelle ore procellose dove sono gli avvenimenti che impongono i dittatori, d’ogni città presero il governo le persone che si trovarono o che vollero mettersi in una posizione di molti pericoli e di nessun vantaggio, e ripagata coll’impopolarità. Per accentrare la resistenza e i comandi, il Governo provvisorio di Milano faticò a vincere le gelosie, che sono brina ad ogni fiorire di speranze italiche, e fare che ciascuna provincia gli mandasse un deputato. Vennero scelti non coloro che aveano tramato o intrigato, forse neppure sperato; alcuni anzi già bersaglio della stampa demagogica[69]: sì poco era figlia di congiure quella sollevazione, che traeva nobiltà e forza dall’intento comune e semplice di rivendicare la nazionalità.

Ogni Governo rivoluzionario si trova debole a fronte dei compagni di rivolta, ed esposto ai mille rischi della inesperienza, della precipitazione, del disordine. Il nostro poi, vacillante per inesperienza e incoerente per gli antecedenti, neppure cercossi la sanzione popolare, tanto facile in paese sistemato a municipj. Nei momenti sublimi in cui l’ispirazione viene dalle moltitudini, essa irradia taluni che, cessato quel lampo, devono ricadere nelle tenebre: e caratteri medj, i quali usano riguardo a tutti, carezzano il bene come il male politico, potrebbero mai condurre una rivoluzione, che vive di moto, d’azione, d’audacia? Alla nostra, mentre era nel primo lancio, imposero la formola delle società in riposo, conservare l’ordine; nè tampoco si seppe governare una gente, così facile a governare perchè così facile a illudere; quando tutto era straordinario, operavasi come in occorrenze consuete.

I prestiti volontarj sono uno spediente che piace a leggersi ne’ vecchi repubblicani; si piange d’una fanciulla che offre l’anello di fidanzata, d’una vecchia che dona la tabacchiera d’argento, d’un prete che levasi le fibbie; ma che profittano ora che le forze e il denaro sono concentrati nei Governi. Si abolivano la gabella del sale e il testatico, mentre col sospendere i pagamenti del Monte sconcertavansi tante famiglie; si chiedeano le argenterie domestiche e gli spogli delle chiese, mentre tesori poteano cavarsi annunziando la suprema necessità del vincere.

Pronte nubi offuscarono quel rosato, di cui si colora l’alba d’ogni rivoluzione. I sistemi corruttori pregiudicano l’avvenire col far che, al punto di cambiarli, non si trovino persone capaci a rappresentare la nuova età; e che i vulghi, lusingati di alleviamenti e beatitudini, ricusino gli stenti con cui bisogna conquistarli, e lo spostamento degl’interessi e delle abitudini. In società educate così, le qualità negative prevalgono, e guaj a chi trascende una mediocrità, palliata col nome d’eguaglianza! nome illustre, operosità, esaltazione di nobili sentimenti, influenza riconosciuta divengono pericolosi e denigrati. Se non bastava dunque il trovarci inesperti degli affari, delle armi, della vita politica; se non bastava che Tommaseo e Cattaneo, Gioberti e Rosmini, Cibrario e Brofferio, Carlalberto e Berchet si fossero palleggiati insulti, che poteano mettere in disparte ma non disfare, i generosi restavano elisi dal dispetto proprio o dal sospetto altrui, all’istante che più n’era bisogno.

Gente irritabilissima gli scrittori! E alcuni di essi, che sulle prime esageravano l’eroismo per incitarlo, ripigliarono presto il riso sardonico; altri, che avevano aspirato ad essere primi, non soffersero di rimanere secondi, e sbracciavansi a rivelare gli errori di chi non faceva come loro, e autorizzavano le ire delle fazioni, che sempre gridansi tradite da chi non le serve come esse vogliono. Mentre il riuscire a cose straordinarie allucina in modo da far credere tutto possibile, i tentativi arrischiati cacciano indietro molti spiriti sbigottiti, compromettono ciò che esagerano, ruinando ciò che trascendono. Fra coloro dunque che, per moda o per primeggiare, aveano invocato la tempesta, molti sgomentaronsi al vederla scatenata; e dagli inconditi sussulti di Francia presagendo qui pure la ghigliottina o il comunismo, corazzavansi contro coloro che pur seguitavano a chiamare fratelli.

Mentre tutti credeansi valevoli a proporre, nessuno volea la responsabilità del risolvere; il popolo male obbediva a governanti, dipintigli come spregevoli; e fra le canzoni e la proclamata fraternità nessuno avea fiducia in nessuno. Finchè trattavasi di bruciare in effigie Guizot o Metternich, e di mettere in caricatura Radetzky, molti faceano l’eroe; quando si trattasse di fatti, l’inerzia, che prima si crogiolava nell’impossibilità di affrontare il nemico, dappoi coglieva pretesto dalla facilità della vittoria, tutto asserendo finito colla cacciata de’ Tedeschi.

Ai nuovi reggitori accalcavansi i servidori degli antichi, che cogli antichi non volendo cadere, chiedeano compensi di persecuzioni non sofferte; improvvisati statisti offrivano consigli; speculavasi sulle armi, sugli impieghi, sulla pubblicità, sulla fame; dilettanti del mestiere di delatore e di carceriero continuavano a vedere cospirazioni e delitti, e mentre sovrastava un esercito minaccioso, eccitavano schiamazzanti paure contro spie che non si trovavano, contro contadini che voleano soltanto far chiasso come i cittadini. Vaglia il vero, di que’ tumulti licenziosi che altrove metteano sdegno o terrore, danneggiando le persone e gli averi, qui non fu ombra; ma le dimostrazioni clamorose attestavano che freno d’autorità non v’avea, e i reggitori erano impotenti.

Di fuori ci vennero anche ibridi innesti, e in paese ove il clero sempre era comparso nelle prime file, si urlò contro gli ecclesiastici; in paese che da ottant’anni non conosceva dell’aristocrazia se non la casualità dei natali, si seminò odio ai nobili, anche in ciò snervando col dividere.

Quindi oberate le finanze nella pinguissima Lombardia, e sospesi i pagamenti del Monte; inettissimamente provveduto alla guerra; e nell’inazione si cominciò a disputare del come si governerebbe la nazione, prima d’essere certi che nazione saremmo. La repubblicana parea forma consentanea a paese ribattezzatosi col proprio sangue, dove nè dinastie da rispettare, nè aulica nobiltà da gonfiare; ciascuno avea contribuito alla redenzione, ciascuno conserverebbe la massima porzione di sovranità. I bei ricordi della Lombardia non erano repubblicani? ed ora questa forma dalla Francia iniziatrice non sarà diffusa a tutto il mondo? non ci procaccerebbe volonterosi ajuti da quella sorella? non allontanerebbe le gelosie degli antichi e le ambizioni dei principi nuovi? D’altra parte, gli avversarj più risoluti di essa aveano predicato che da Repubblica a Governo costituzionale poca o niuna differenza intercede[70].

Pure, nel supremo intento della liberazione, la Giovane Italia si era obbligata, già prima dell’insurrezione, a velare il suo vessillo, chè non turbasse i principi rigeneratori. Se Carlalberto al primo entrare in Lombardia avesse assunto poteri dittatorj, e concentrate tutte le forze allo scopo unico, chi avrebbe mosso lamento? Ma ed egli e il Governo provvisorio iteratamente aveano promesso, della forma di governo non si ragionerebbe che a causa vinta, quando liberi tutti, tutti deciderebbero. Or eccoli invece sollecitare il paese a dichiararsi; e nonchè gl’intraprenditori di dimostrazioni e di mozioni, il filosofo nel cui nome si era iniziato il movimento, uscì dai dignitosi suoi studj per vagare apostolando la fusione col Piemonte[71]; con ciò determinando un altro, in cui si personificavano le spasmodiche speranze di diciott’anni, a contrapporvi il grido di repubblica.

Allora il paese restò scisso, e il dissenso offrì pretesti alle debolezze, alle avarizie, ai calcoli personali. I disordini della Francia svogliavano già molti dalla repubblica, perchè considerata come fine, mentre non è che mezzo alla libertà. Di coloro stessi che la vagheggiano come la pacificazione dell’avvenire, alcuni trovavano che il paese nostro non fosse abituato alla legale subordinazione, ch’è la prima virtù repubblicana, e bisognasse arrivarvi traverso alle alchimie costituzionali. D’altra parte, un sovrano, irradiato dall’aureola della libertà, e campeggiante per la causa comune, un Governo già stabilito il quale non avrebbe che ad estendersi, l’eroismo dei Piemontesi pugnanti pel nostro riscatto, la potenza che alla guerra verrebbe dall’unità del comando, inducevano a sovrapporre una corona al simbolo nazionale. Per queste ragioni, da non confondere colle servilità dei fiacchi che s’allietano qualora il caso loro manda un padrone, e degl’intriganti che, avendo l’accorgimento di voltarsi un quarto d’ora prima della fortuna, s’erano già ingrazianiti i cortigiani di Carlalberto, anche persone lealissime, anche tali che aveano imprecato al disertore del 1821, come Berchet, immolarono i rancori alla speranza ch’egli compirebbe la redenzione, e avvierebbe l’unità del paese.

Gli adulatori, che furono i peggiori nemici suoi, svilivano il re magnanimo fino a supporre che subordinasse la nazionale alla quistione dinastica, e trovasse convenevole ad una gran nazione il disporre di se stessa in modo intempestivo e tumultuario; i dissolventi tacciavansi di venduti all’Austria, fossero pure di quelli che più aveano contribuito a cacciarla; e posta come alternativa «Carlalberto o l’Austria», proruppero le stomachevoli prepotenze dei deboli.

Chè l’impulso venne dal basso. Il popolo di Modena, ripudiando la reggenza lasciata dal duca, avea creato un Governo provvisorio, preseduto da Malmusi: ma Reggio protestando ne formò uno a parte, e più d’un mese ebbe a contendersi prima d’unirli. Invece Parma stette contenta ai conti Luigi Sanvitale, Ferdinando Castagnoli, Girolamo Cantelli, e all’avvocato Ferdinando Maestri, designati dal duca stesso, e che formaronsi in Governo provvisorio, aggiunti il professore Pellegrini, Giuseppe Bandini e monsignor Carletti: ma i Piacentini esclamando contro il principe spergiuro, costituirono (1848 8 maggio) una reggenza separata, alla quale veniva l’avvocato Gioja; poi ben presto aperti registri, la fusione del ducato col Piemonte fu voluta senza restrizioni, com’era ad aspettarsi in paese piccolo e sconnesso. Brescia, col dichiarare proprietà della nazione bresciana i beni de’ Gesuiti, costrinse il Governo provvisorio a quelle persecuzioni di frati, da cui aborriva per indole, per politica, per rispetto a sè e alla libertà: dappoi la classe bassa e fiera cominciò a gridarvi la fusione col Piemonte. Bergamo assecondava; altre città minacciavano se indugiasse l’unione, la farebbero da sè; fin l’esercito divenne deliberante, e la legione Griffini mandò la sua adesione. Balbo, da che scese di carrozza a Milano fin quando vi rimontò, non sapea ripetere se non «Fondersi, e subito, subito»: Gioberti, ricevendovi le solite ovazioni, cercò far gridare a voce di popolo la fusione, promettendo Milano capitale dell’alta Italia[72].

Il Governo provvisorio chiamò dunque alla votazione, confessando che, «mentre avea proclamata la neutralità per poter essere un Governo unicamente guerriero ed amministratore, si trovava trascinato in mezzo alle distrazioni d’incessanti dispute politiche, e costretto a difendersi ogni giorno dall’insistenza delle più divergenti opinioni».

Chi non può sottrarsi da condizioni repugnanti alla coscienza, abdica il potere. Essi invece aprirono registri in tutte le parrocchie, chiamando il popolo a votare su punti dove non era competente; e come avviene immancabilmente, a grande maggiorità fu chiesta l’immediata fusione della Lombardia col Piemonte.

Il Piemonte nella dinastia di Savoja vede da un pezzo la gloria e la potenza, come l’interesse proprio; pure anche colà si cozzavano fazioni. La Savoja avea respinto una banda d’operaj, venuti di Francia proclamando la repubblica; ma dall’italianità non era infervorata agli aggravj impostile dalla guerra, sebbene li portasse con serena intrepidezza. Genova mirava altrove che il Ministero, e a surrogare il berretto alla corona, appena questa non paresse più necessaria alla causa nazionale. La coccarda tricolore, come fregiava il patrioto, così mascherava il brigante, che gettava nel fango il potere onde raccorne qualche brano; il sofisto, che preponeva la forma al fondo, l’espressione alla dottrina; l’intollerante, che la libera discussione strozzava cogl’insulti; il declamatore, amico e nemico prestabilito di qualunque siasi risoluzione; il pauroso che, portando al bottone Pio IX e tamburando Italia, non mirava che a sguizzare dal pericolo coll’adulare coloro che lo aveano cagionato. Ma da una parte quei che sempre eransi lamentati del troppo spendio nell’esercito, ora lamentavansi perchè a soldati e uffiziali nuovi mancassero le virtù di veterani; da un’altra si disapprovava come lusso di sacrifizj il mandarne altri nella vincitrice Lombardia: un prestito di dieci milioni restringevasi a sei; interpellavasi il Ministero sulle provvigioni di guerra, sull’esito di alcune battaglie, su quel che intendeasi fare, quasi premesse d’informarne il nemico; tutti quelli che sentivano vergogna di non combattere in campo, la mascheravano col combattere nella Camera, aperta l’8 maggio, o nei caffè con motteggi, con articoli, con frivole mozioni, ora di sottoporre i chierici alla coscrizione, ora di espellere i Gesuiti e le dame del Sacro Cuore; onde vi ebbe chi esclamò: — Se perdiamo tempo a cacciare i frati, non cacceremo mai i Tedeschi». Le affollate tribune applaudendo, fischiando, urlando, vilipendevano la maestà della rappresentanza nazionale, e violentavano la coscienza de’ legislatori.

A questi trambusti si gittò in mezzo la fusione colla Lombardia. A molti gradiva l’avere i Lombardi messa per patto un’assemblea costituente, colla quale speravasi introdurre nello statuto un più largo equilibrio fra il potere legislativo e l’esecutivo; ma un geloso antagonismo facea paurosi che Torino dovesse cedere il grado di metropoli a Milano, secondo l’avrebbero desiderato Genova, Novara e i ducati, e che i Piemontesi restassero in minorità nell’assemblea costituente[73]. In fine, si votò (13 giugno) che «la Lombardia cogli Stati sardi e coi ducati formerebbe un sol regno; e in assemblea generale si stabilirebbero le norme d’una nuova monarchia costituzionale, sotto la Casa di Savoja, coll’ordine di successione secondo la legge salica». Vale a dire che un Parlamento legislativo parziale imponeva limiti a un Parlamento costitutivo da eleggersi dalla intera nazione; e ch’è peggio, decretavasi la fusione di paesi già rioccupati.

Perocchè fra questi maneggi le condizioni italiane erano ite alla peggio. Alla vittoria de’ Milanesi tutta la penisola era trasalita di libertà e di speranze, e il movimento già trasceso, non che lasciarsi regolare dai principi, torcevasi contro di loro: da Modena e da Parma sommosse i duchi partirono: il granduca dovette deporre i titoli austriaci, e scegliere ministri di minor suo gradimento. Il papa, che colla cara ed autorevole voce avea benedetto alle speranze italiche, deputò un prelato suo dilettissimo (monsignor Corboli Bussi) al campo italiano; alle sue truppe diede generale Giovanni Durando piemontese e l’ordine d’accordarsi con Carlalberto; sollecitò i principi a mandar deputati a Roma per conchiudere una lega (29 marzo): ora però dolevasi si tiranneggiasse la sua coscienza: eppure fu costretto estrudere i Gesuiti, mentre dichiaravali «instancabili collaboratori nella vigna del Signore»; ai consiglieri di sua confidenza surrogarne altri, che gl’imponevano e parole e generali e guerra. I suoi intimi gli mostravano come pericolasse non solo lo Stato ma la nave di Pietro: i nunzj da Vienna e da Monaco gli faceano temere che la Germania non si separasse da un papa, il quale mettevasi ostile ai cattolici tedeschi: poi vedendo che Carlalberto domandava un’alleanza guerresca, e che fervea la briga di riunire l’Italia ma sotto altri auspizj, Pio IX pronunziò non favorirebbe un principe a scapito degli altri: — Il nome nostro (rispondea all’indirizzo de’ deputati) fu benedetto in tutta la terra per le prime parole di pace che uscirono dal nostro labbro: non potrebbe esserlo sicuramente se quelle n’uscissero della guerra... L’unione fra i principi, la buona armonia fra i popoli della penisola, possono solo conseguire la felicità sospirata. Questa concordia fa sì che tutti noi dobbiamo abbracciare egualmente i principi d’Italia, perchè da quest’abbraccio paterno può nascere quell’armonia che conduca al compimento de’ pubblici voti».

Inerme sacerdote, circondato da un concistoro cosmopolitico, sentendo tardi che la popolarità vuole schiavi i proprj feticci, lamentò che dalla diffusa voce della gran congiura si togliesse pretesto a perseguitare persone onorande e religiose[74]: poi come parvegli pericolare la nave che Dio gli affidò (29 aprile), disdisse ogni partecipamento colle rivoluzioni; non aver egli se non attuato quel che le Potenze già aveano suggerito a Pio VII e a Gregorio XVI, e ch’egli credea vantaggioso a’ suoi popoli; dolergli che questi non avessero saputo contenersi in fedeltà, obbedienza, concordia; non a lui doversi imputare le convulsioni italiche, a lui che aborriva la guerra, e repudiava coloro che parlavano d’una repubblica italiana, preseduta dal papa.

Roma, che obbediva al papa a condizione che il papa obbedisse a lei, sobbolle a questi voci (1 maggio), e bestemmiando come si bestemmia colà, minaccia sommergere nel sangue il pretesco dominio; si levano dalla posta le lettere dirette a cardinali e prelati, esponendole pubblicamente colle più strane interpretazioni; la guardia civica occupa le porte e Castel Sant’Angelo; grida di morte si diffondono. Pio IX procura calmare con un proclama mansueto: ma ogni parola n’è presa a onta, come un tempo prendeasi a lode; i circoli fremono. Il filosofo Terenzio Mamiani, profugo sin dal 31, e che coll’ingegno, l’onestà, la cortesia erasi acquistato venerazione in Francia, era stato ricevuto benchè negasse sottoporsi alle condizioni e promesse che l’amnistia esigeva, e da cui la coscienza sua repugnava; e favorito dalle classi colte, ne profittava per insinuare miti consigli; sicchè rimaneva indicato a capo d’un nuovo Ministero, nel quale entrarono il cardinale Ciacchi, Massimo, Galletti, Marchetti, Lunati, Doria Pamfili, Pasquale Rossi.

La onesta vacuità del Parlamento, dominata dalla melliflua parola di Orioli, dalla fulminante di Sterbini, dalla incessante del principe di Canino, rendea sempre più vacillante l’azione governativa, e cresceva lena alla sovversione ne’ circoli, ne’ giornali, sulle piazze. I liberali stessi scindeansi in centralisti e federalisti; quelli volendo metropoli di tutt’Italia Roma, questi conservando le prische capitali: ma ecco aspirar a questo onore anche Genova e Palermo: tutti poi nel concetto italico dimenticavano che un popolo non si amalgama come i diversi metalli per far una statua, e che l’unità nazionale è tutt’altro da quell’unità amministrativa e despotica, sciaguratamente trasmessaci dalla Rivoluzione francese.

Il nuovo Ministero, debole come i buoni, non volea l’unità italiana, non la rivoluzione, bensì l’indipendenza italiana e la separazione dei due poteri; il Mamiani dichiarava che «dimorando nella serena pace dei dogmi, Pio IX prega, benedice, perdona, ma lascia gli affari all’assemblea»; col che elevandolo in cielo, lo svestiva d’ogni autorità terrena. Il papa protestò, come protestò contro gli Austriaci allorchè un loro corpo invase Ferrara per dissipare un branco di truppe pontifizie: ma l’efficacia di lui era passata, come altre mode; e la forza popolare abbandonò il papato, allora appunto che più importava sorreggerlo e spingerlo.

Nè Pio aveva rinnegato la causa italiana; e quando il presidente della repubblica veneta gli raccomandava la sua città e «questa Italia, tempio magnifico del Dio vivente, nel quale la dimora dello straniero insultatore è una quotidiana bestemmia», esso, il 27 giugno, di proprio pugno rescriveva: — Iddio benedica Venezia, liberandola dai mali che teme»; al La Farina deputato siciliano, che gli faceva rimostranze, disse risentito: — Io sono più italiano di lei, ma lei non vuol distinguere in me l’italiano dal pontefice»; dal cardinale Antonelli fece scrivere al Farini, inviato suo a Torino, essere «volenterosissimo d’interporre la propria mediazione come principe di pace, sempre nel senso di stabilire la nazionalità italiana»; e il 3 maggio scriveva all’imperator d’Austria: — È stile che da questa santa Sede si pronunzii una parola di pace in mezzo alle guerre. Non sia dunque discaro alla maestà vostra che ci rivolgiamo alla sua pietà e religione, esortandola a far cessare le sue armi da una guerra, che, senza poter riconquistare all’Impero gli animi dei Lombardi e dei Veneti, trae funesta serie di calamità, certamente da lei aborrite. Non sia discaro alla generosa nazione tedesca, che noi la invitiamo a deporre gli odj, ed a convertire in utili relazioni d’amichevole vicinato una dominazione, che non sarebbe nobile nè felice quando sul ferro unicamente posasse. Quella nazione, onestamente altera della nazionalità propria, metterà l’onor suo in sanguinosi tentativi contro la nazione italiana? o non piuttosto nel riconoscerla nobilmente per sorella, come entrambe sono figliuole nostre e al cuor nostro carissime, riducendosi ad abitare ciascuno i naturali confini con onorevoli patti e con la benedizione del Signore?» Anzi, per mediar la pace non meno col nemico che fra i parteggianti, pensò trasferirsi a Milano; e quanto la sua presenza avrebbe rincorato i nostri!

Ma già la diffidenza aveva ossesso gli spiriti; si sospettò che il Piemonte intisichisse in una mena dinastica la gran causa italiana; si sospettò che il Governo romano recuperasse il Polesine e le antiche ragioni sul Parmigiano e il Modenese; si sospettò del prelato che il papa deputava all’imperatore[75]; si sospettò del Ministero romano quando affidava a Carlalberto tutte le forze pontifizie; si sospettò della flotta che re Ferdinando spediva nell’Adriatico a rinforzare la sarda, i Siciliani al passaggio la cannoneggiarono, e nei proclami la insultavano ogni giorno; i capitani sospettavano dell’esercito napoletano, che ostinavasi a gridare «Viva il re»; l’esercito sospettava delle bande siciliane, contro cui avea combattuto nell’isola; Romagnuoli e Marchigiani sospettavano che i Napoletani volessero occupare Ancona, e prendere i loro paesi.

E il sospetto mandava a precipizio le cose del Regno meridionale. Vedemmo come la Sicilia rompesse il concetto dell’unione italica col dichiararsi indipendente sotto la presidenza di Ruggero Settimo. Il re, che i tempi rendevano impotente a resistere, consentì (18 genn.) ogni loro domanda; ma i Siciliani non aggradirono come dono quel che già teneano conquistato; data a Napoli la costituzione, essi la ricusarono perchè importava «unico regno la Sicilia e il reame di Napoli, e unica la rappresentanza nazionale»[76]; solo aggiungendo «bramar di unirsi al regno con legami speciali, e formare insieme due anelli della bella federazione italiana».

Il re, che i trattati impediscono dal separare i due regni, accorda alla Sicilia Parlamento distinto (10 febbr.), e un luogotenente generale con ministri, oltrechè terrà un ministro siciliano presso di sè: ma i Siciliani vogliono non s’intitoli più re del regno delle Due Sicilie, ma solo delle Due Sicilie; sia bandiera la tricolore, nè truppe napoletane nell’isola: il Comitato generale più domanda quanto più il re concede e via via infervorandosi, rifiuta i servigi de’ migliori perchè ne aveano prestato ai Borboni, e così obbliga a valersi dei ribaldi; in odio della centralità amministrativa scioglie i legami che congiungeano i Comuni collo Stato, onde non resta nè forza nè obbedienza. I trasmodati inviperivano contro i Napoletani, proclamando, — Che hai tu fatto, regno d’infingardi e di perfidi? «Fu la Sicilia che ti spinse; volesti che il nostro brando ti spezzasse le catene che amendue ci serrava, per divenire libero e offenderci. Mentre poltristi nella viltà, osi chiamar sorella la Sicilia, che non tenne la spada nel fodero mentre tu nel meglio ti ritratti, quasi sacrilegio avessi commesso. Il cuore ti trema, nè oseresti tentare ciò che con minori genti abbiam noi in un giorno compito. Non appellarci dunque fratelli, che mai fra noi non è stato nè sarà nulla di comune». Anche il padre Ventura, avvoltolatosi nella politica, commemorava gli storici patimenti della Sicilia, e quanto fosse giusta nelle sue domande, ingiusti i Napoletani nel negarle, e nel volerla unita con loro nei mali della guerra che intraprendevano e nei pericoli d’una libertà che non conserverebbero.

Lord Minto, che avea girato l’Italia in condizione anfibia, supposto inviato dall’Inghilterra, e sparpagliatore di consigli di cui restava irresponsale, si offre mediatore; e tanto basta perchè l’isola credasi appoggiata dagl’Inglesi. Il re consente a tutto, fin a nominare suo luogotenente il Settimo; ma la Sicilia esige che il re risieda nell’isola, e le ceda metà dell’esercito e della flotta, protestando non farebbe «niuna essenziale modificazione a tali proposte, ed essere inutile qualunque forma di negoziazione». Il Ministero napoletano pubblica una protesta (22 marzo) contro pretensioni, «che turbano positivamente il risorgimento d’Italia, e compromettono l’indipendenza e il glorioso avvenire della patria comune, specialmente in questo momento supremo, in cui tutti gl’Italiani sentono potentemente il bisogno d’affratellarsi in un solo volere»; e i Siciliani per risposta convocano il Parlamento; aprendo il quale (25 marzo) Settimo dichiara che il Comitato generale operò sempre nella convinzione che la Sicilia non dovesse dipendere da verun altro Stato.

Era allora sul crescere la marea de’ popoli; talchè Palmerston, il quale avea sconsigliato il re dal prender parte alla guerra d’Italia come repugnante ai trattati, allora lo esortava a rassegnarsi a qualsifosse condizione, giacchè nè Inghilterra vorrebbe, nè Prussia potrebbe ajutarlo a sottomettere l’isola[77]. E il re esibì perfino di trasmettere la corona di Sicilia a suo figlio minore, coll’unico patto che fosse ricevuto: e la risposta fu dichiarare scaduti i Borboni (13 aprile).

Nel tempo che dappertutto parlavasi d’unità italiana, inestimabile danno recò questa scissura, che costrinse il re di Napoli a volgere contro Italiani una parte di sue forze. Le restanti furono avviate alla Lombardia sotto Guglielmo Pepe, caporione in tutte le sommosse dal 1796 in poi. La flotta erasi già spinta ad Ancona sotto l’ammiraglio De Cosa: ma neppure questo potentissimo ajuto doveva arrivare. Il nuovo Ministero, dov’erano entrati i liberali Poerio, Savarese, Carlo Troya, e come presidente il principe di Cariati, diplomatico esercitatissimo, nel suo programma professava che «le due Camere, d’accordo col re, avriano facoltà di sviluppare lo statuto, massimamente in ciò che riguarda la Camera de’ pari». Per attuarlo convocavasi a Napoli il Parlamento, proponendo ai deputati giurassero di «professare e far professare la religione cattolica; fedeltà al re del regno delle Due Sicilie; osservare la costituzione del 10 febbrajo». Nell’adunanza preliminare questa formola incontra gravi contraddizioni; «è da Sant’Uffizio cotesto inceppare le credenze: se riconosciamo il re, veniamo a giustificare la guerra fratricida di Sicilia: la fedeltà alla costituzione data sminuirebbe il diritto promesso alle Camere di modificarla»; si parlotta, si declama, più a baldanza si grida perchè si sa come il Governo è disposto a cedere. In fatto quella formola si tempera, riservando le modificazioni che allo statuto farebbero il re o il Parlamento: ma la concessione pare machiavellica sopraffina, tanto o le menti erano stemperate, o rese diffidenti da storiche perfidie: si ripete dover il Parlamento essere costituente, non costituito; il re esser uno, essi cento; il diverbio dal palazzo civico di Montoliveto echeggia di fuori, e ne nasce tumulto, che gli uni dissero eccitato dai repubblicani per trascendere, gli altri dai reazionarj per toglierne titolo a comprimere, e chi dai Piemontesi per trarre anche questo paese alla loro fusione; ciascuno solendo imputare agli avversarj o le imprudenze o i misfatti di cui soffre le conseguenze. E il re assentì altre domande (11 maggio) e un nuovo Ministero; onde alcuni deputati si diffusero fra la turba raccomandando di disfar le barricate dacchè l’oggetto della dimostrazione era conseguito: ma il movimento è facile ad imprimersi, non a regolarsi.

Coloro che altrove si adulano col nome di popolo e quivi si vilipendono col nome di lazzaroni, presero parte pel re contro cotesti disputatori; gittatisi alle furie, incendiarono, uccisero; gli orrori che di quella giornata raccontano i liberali, si direbbero inventati per iscagionare i Croati. I deputati rimaneano raccolti senza prendere alcun partito, finchè da un uffiziale ebbero l’intimazione di ritirarsi; e fatta protesta, se n’andarono tra i fischi della popolaglia. La necessità del reprimere la rivolta restituì al potere gli arbitrj strappatigli dalla ragione; e il re, stretto fra la ribellione della Sicilia e la sommossa della capitale, richiamò l’esercito suo dal Po.

Pepe, generale sfortunato della sommossa del 1821, esule d’allora in poi, era conosciuto nelle società segrete ma non da quei soldati, docili piuttosto ai particolari capitani, e devoti al re; sicchè egli rassegnò il comando al generale Statella: ma ecco i volontarj tumultuano contro l’ordine del re traditore; Statella, costretto a ritirarsi, in Toscana è insultato, mentre s’applaude a Pepe, che disobbedendo mena di là dal Po un battaglione di cacciatori e due di volontarj napoletani, uno di lombardi, uno di bolognesi, una batteria di campagna, e va a Venezia dov’è creato comandante supremo delle forze. Il resto dell’esercito diè volta; e quest’altro potentissimo e ben ordinato soccorso rimase sottratto alla causa nazionale, dolendosi il re di «non poter partecipare a sì nobile impresa, e dover soltanto ammirare le gloriose geste dell’esercito sardo, cui augura sollecita e lieta vittoria».

Troya rinunzia al Ministero, che è ricomposto con Bozzelli, coi principi di Cariati, d’Ischitella, di Torella, col generale Carascosa e l’avvocato Ruggeri, in voce di liberali. Al 15 giugno si tolse lo stato d’assedio, e si rintegrò la libera stampa, che trascorse subito in eccessi, corretti solo dalla plebaglia o da’ militari, che istigati od offesi andavano a rompere i torchj. Rinnovate le elezioni, ricaddero quasi sulle persone stesse: ma alcune erano profughe, sgomentate altre; e quei che accettarono, davano indietro dalle dottrine testè proclamate, come la cittadinanza rimanea muta avanti al vessillo tricolore, che tornò a sventolare da Sant’Elmo. Il re, aprendo il Parlamento (11 luglio), ripeteva «l’inflessibile risoluzione di assicurare a’ suoi popoli il godimento d’una libertà saggiamente limitata; fidassero nella sua lealtà, nella sua religione, nel suo sacro e spontaneo giuramento». Ma i deputati diffidavano dei ministri e del re, il popolo diffidava dei deputati: e ciancie e reciproche recriminazioni furono l’unico frutto del senno ivi congregato. Si richiese di mandar ancora un esercito alla guerra santa; ma come farlo se nelle provincie ripullulavano sommosse e guerra civile, odj reciproci, reciproche paure di tradimenti?

In Calabria Ricciardi, Mileti ed altri vollero considerarsi come una continuazione del Parlamento, sebbene gran parte dei deputati della nazione avesse accettato di sedere nel nuovo. Le truppe, reduci dalla guerra santa, repressero gl’insorti, invano sorretti da Sicilia: i costoro capi poco mancò non dessero lo spettacolo di accapigliarsi fra loro; perchè non riuscirono, ebbero taccia di traditori, e fin Ribotti non potè purgare il proprio nome, benchè sempre fosse comparso alla prima fila, e côlto dai Napoletani fosse sepolto nelle carceri. Francia repubblicana, Inghilterra istigatrice, il papa cattolico (diceasi) protesteranno contro gli abusi della vittoria regia, e vendicheranno i popoli. Ahimè! il papa era avviluppato in domestiche sciagure: Francia, svogliata della libertà, si contentò di domandare compensi pei danni patiti da Francesi in Napoli: Inghilterra e altre Potenze non credettero che Ferdinando avesse torto di usare d’una vittoria datagli da’ suoi avversarj.

Perduto coi fatti, resta lo sfogo delle parole: e poichè in quei tempi nè l’odio nè l’ammirazione conoscevano misura, le imprecazioni contro Pio IX traditore, contro il Borbone assassino erano tante, quanti gli applausi a Carlalberto, dappertutto salutandolo re d’Italia; in tal senso faceansi prediche, intrighi, tumulti qua e colà; il principato di Monaco pronunziavasi per lui; il Parlamento siciliano, dopo una tumultuosa discussione, chiedeva re un figlio di esso (10 luglio). Era naturale che Roma, Toscana, Napoli ingelosissero di vedersi condotte a combattere, non più per la causa nazionale, ma per indossare ad un solo i proprj manti, e rinascesse l’inveterato capriccio del volere servire tutti, piuttosto che veder sovrastare uno de’ nostri. Cessato il buon accordo, il nicchiare de’ principi accanniva i popoli; e lo stesso Carlalberto, re che guidava una guerra d’insurrezione, soccombeva alle sconsigliate ammirazioni, e sentiva tentennarsi in mano la spada, che avea promessa redentrice d’Italia.

I Tedeschi, a principio diffusi per tutto il regno, dovettero rimaner inferiori, sinchè non si concentrarono nelle loro fortificazioni. Carlalberto non si credette sicuro qualora non possedesse come base d’operazioni il Mincio e l’Adige; e mentre avrebbe dovuto confidare in Venezia, si ostinò davanti a fortezze, inespugnabili da soldati inavvezzi alle stragi del cannone. La cui prodezza non potea contro i terribili munimenti della natura e dell’arte? Nulla scoraggia quanto l’inutilità degli sforzi. I viveri erano mal distribuiti, e lasciavano affamare nel paese dell’abbondanza. Le bande de’ Crociati, inesperti, smaniosi di titoli e di comandare tutti, mostrarono eroismo allo Stelvio, al Tonale, a Curtatone, ma non l’accordo, l’obbedienza, la perseveranza che richiedonsi per vincere; vi si mescolava feccia di viziosi che disonoravano anche i buoni; e colle improvvide correrie nel Tirolo e a Castelfranco cagionarono ruine di paesi e infruttuosi supplizj.

Una volta il Governo provvisorio mandò al colonnello Alemandi perchè sistemasse quelle squadriglie, ma ciò le scompose. Rimossi dalle battaglie, traviavano in giuochi e bagordi entro le case testè bombardate dai Tedeschi e testimonj di gloriosissime difese, o intrigavano di politica. Come avviene fra gente inusata alle imprese, prodigavansi lodi a costoro, o se le prodigavano da sè nei giornali; qualunque gran coraggio, qualunque lunga pazienza trovavansi qualità affatto ovvie nei soldati; trovavasi miracolo ogni minimo sforzo in questi subitarj, d’altra parte avuti in sospetto come democratici; laonde i tattici ripeteano: — A chi le fatiche, i patimenti, le morti? A noi; mentre quei che stanno a casa a far feste e banchetti ci lanciano vituperj, ci chiamano vili; ringrandiscono le geste de’ nemici, le nostre deprimono; noi più che gli Austriaci odiano; la nostra disfatta desiderano affinchè la repubblica trionfi. Oh, i nostri nemici non sono a Verona, ma a Milano, a Genova, a Torino; non sui campi e dietro le trincee, ma ne’ giornali e ne’ circoli, ove imbelli parlatori eccitano malevolenze nelle città, sedizioni nel campo, e credono mostrare libertà col disapprovare tutto, col gridare ai tradimenti perchè non vinciamo, non moriamo».

Ciò svogliava il re dal valersi delle bande: eppure fu vero torto l’arrestarsi nella strategia precettiva, e repudiare la potente alleanza dell’insurrezione popolare; e per la sublime ambizione d’esser l’eroe dell’italico riscatto, non avere sofferto altre spade, meglio acconce ad una guerra che non era da re. Francia, briaca dei trionfi suoi e intormentita dalle proprie convulsioni, prendeva alla causa italica soltanto un interesse di ciarle; oltrechè se ne elidevano le simpatie col gridare Italia farà da sè. Gioberti avea detto di temere meno il dominio austriaco che l’ajuto francese. Mamiani ministro a Roma, proferiva: — Massima sventura della nostra nazione sarebbe la troppo fervorosa e attiva amicizia di alcun grande potentato» (giugno). Quando l’Austria, quasi non cercasse che la decenza dell’abbandono, mediante l’Inghilterra offrì di comporre Modena, Parma e la Lombardia fin all’Adige in un regno indipendente sotto un arciduca, poi persino di cedere questi paesi, non fu tampoco permesso di darvi ascolto; e il re medesimo, almeno in pubblico[78], trovava che alla guerra assunta per l’italianità non poteva convenirsi altro termine che l’intera emancipazione.

È sempre degno del più forte il propor la pace; ma i linguacciuti non vi vedeano che un sintomo dello sfasciamento dell’Austria. E per verità le proposizioni erano state dirette dal ministro imperiale Fiquelmont nel momento che l’Austria, arietata dalle rivoluzioni rinascenti dappertutto e nella stessa sua metropoli, pareva sobbissare: ma ben tosto ella potè ripigliare il vantaggio; e dacchè l’impero non fu più che nel campo di Radetzky, l’onor nazionale si trovò impegnato a sostenerlo a ogni costo. Quelle Alpi, che sgomentano l’immaginazione e fanno bel giuoco alla poesia, non furono mai insuperabili ad eserciti forestieri da Ercole fin adesso, quando Nugent menò per le Carniche ventimila uomini a rinforzo di Radetzky. Invece di perder tempo intorno a Palmanova ed Osopo, come faceano i nostri a Peschiera, dissipando qualche resistenza delle città munitesi subitariamente e delle bande, egli passò il Tagliamento e la Livenza, e presa Udine (23 aprile) un mese appena dopo insorta, accampò a Conegliano presso la Piave. Giovanni Durando, generale de’ Pontifizj, dopo molto esitare fra gl’impulsi popolari e le renuenze del pontefice, era comparso; e il dover suo sarebbe stato d’accorrere nella Venezia, e impedire questa calata di rinforzi: e ve lo sollecitavano i Veneziani[79], ma così non la sentivano nè il Ministero romano nè Carlalberto; sol tardi giunse, e non impedì che fossero prese (5 maggio) Feltre, Belluno, Bassano. Oltre la non dissimulata avversione del papa a questa guerra, intrecciavansi i comandi suoi con quelli del generale Ferrari capo di volontari romagnuoli, e del generale Antonini capo di raccogliticci in Francia: gente mal disciplinata, e capitani gelosi perchè pari, gli uni credonsi traditi dagli altri perchè non si sussidiano a vicenda, e tutti pajono intenti più ch’altro a non pericolare i loro seguaci. Ferrari, non soccorso nel fatto di Cornuda da Durando ch’erasi ritirato alla Brenta, recede a Treviso: quivi accorre pure Durando, e il nemico ne profitta per assalire Vicenza: se non che la gagliarda resistenza dei cittadini basta a respingerlo.

Nuovi rinforzi al nemico conducea Welden pel Tirolo; e Radetzky con un colpo arrischiato tentò girare alle spalle de’ Piemontesi, i quali senz’averne avviso trovaronsi assaliti a Goito (29 e 30 maggio): i soldati e i volontarj toscani a Curtatone e Montanara aveano sostenuto coraggiosi l’assalto di triplo numero di nemici, comandandoli Laugier; e dopo sei ore dovettero ritirarsi in rotta quei che non rimasero morti come il professore Pilla, o prigionieri come il Montanelli. Quanto fu il lutto della mal agitata Toscana, e quanto lamentarsi di madri e di fratelli, impreparati a tante perdite! Tardi giunse a soccorso Bava coi Piemontesi, o non informati della mossa, o lenti a ripararla: intanto però Carlalberto avrebbe potuto vantaggiare di quel soprattieni, e colla sua copiosa riserva involgere il corpo di Radetzky, e tagliarlo fuori delle sue fortificazioni: ma mentre tutta Italia solennizzava la resa di Peschiera, lasciò che il nemico, rifattosi e fidando nell’inesperienza di lui, abbandonasse le proprie posizioni per correre ad incalzare Vicenza, che difesa dai cittadini, dagli Svizzeri, dai Pontifizj sopraggiunti, pure dovette capitolare (11 giugno). Durando patteggiò di ricondurre di là dal Po i Romagnuoli, nè più combattere nella guerra santa; alquanti ricoverarono a Venezia con Ferrari e Antonini; Treviso, Palmanova, Osopo non tardarono ad essere occupate (13 giugno) dagli Austriaci, ai quali restò aperto il varco verso la Germania per la Ponteba e pel Tirolo, mentre Radetzky, compite le decisive operazioni, rientrava nelle inespugnabili bastite.

Cessava la speranza del vincere, eppure le illusioni cresceano, e mostrando i disastri ripeteasi: — Nessun’altra salvezza che nel re e nel suo esercito». Ciò fece sollecitare la fusione della Lombardia: ma qual capitano avrebbe potuto condursi fra le ciarle di quattro Parlamenti, di centinaja di circoli, di migliaja di giornali? e Carlalberto che «era entrato in campo più per cancellare colpe vecchie che per acquistare glorie nuove» (Ranalli), era costretto rispettare quell’inesauribile retorica. Rinforzarsi sull’alture di Sommacampagna, che sono il baluardo della Lombardia, era il partito che unico gli restava, e lo prese: ma stanco dell’inazione, e spronato dalle lodi e dalle accuse, volle prendere l’offensiva col bloccare Mantova, e spinse quarantamila uomini sull’ala destra; col che assottigliò la linea, scoprì la sinistra, e aperse il varco di Rivoli, ch’egli erasi acquistato con tanto vanto. Allora Radetzky, sbucato da Verona, e con ardita mossa sfondando il sottile nemico, si spinse contro il centro (23 aprile), e prese Sommacampagna senza aver vinto una battaglia. Dov’io, sebbene schivi le particolarità de’ combatimenti, avvertirò come il nemico non esitasse ad abbandonare sguarnita persino Verona, tanto sentiva l’importanza di farsi grosso sopra un punto solo; e come la posizione decisiva di quella giornata fosse presa da ottocento volontarj viennesi, giovani nuovi alle armi, di cui soli cencinquanta uscirono illesi. Sono atti proprj della guerra insurrezionale, e li faceva il domatore.

Tardi accortosi del fallo, il re diresse tutta la gagliardia a ricuperare la posizione, ma non potè celeremente concentrare truppe così disgiunte, e dalla inattesa celerità del nemico si trovò circuito; e il nome di Custoza (25 luglio), come altri, ricorda valori e sventure. Allora cominciano i disastri. I grossissimi magazzini cadono preda degli Austriaci; gl’invii di nuove provvigioni restano tagliati fuori, e l’esercito per due giorni difetta di cibo e di vino, mentre lo sferza un sole cocentissimo, e lo incalzano senza resta i nemici, ben pasciuti e incorati dalla vittoria. Il re, sconfitto prima d’essersi accorto dell’attacco[80], da Goito manda a cercare un armistizio; e Radetzky lo consente; purchè abbandoni tutte le fortezze, e si ritiri dietro l’Adda. A questi patti esorbitanti il re preferì piegare sopra Cremona per coprire questa città, dove giaceano i feriti. Giuntovi, e accortosi di non vi si poter reggere, ogni buona legge di guerra gli suggeriva di ricoverare per Piacenza ad Alessandria, sua base d’operazione: ma non l’avrebbero tacciato di combattere per sè, anzichè per l’Italia? Difilasi dunque sopra Milano (3 agosto), professandosi risoluto a difenderla, quasi sia possibile per una città sì estesa e sguarnita, e dopo che avea mandato di là dal Po il gran parco d’artiglieria.

A Milano il Governo provvisorio, dopo la fusione, avea ceduto il potere ai commissarj regj generale Olivieri, Montezemolo, Strigelli. Giunsero allo stringere del pericolo; onde si pensò invigorire la resistenza mediante un Comitato di pubblica difesa[81], che pubblicò prestito, armamento, silenzio de’ giornali, inquisizione contro gli abbondanzieri, quella sfuriata d’editti che si fanno quando non si può far altro. Realmente nella città aveasi sufficienza di viveri, di polvere, di cartuccie, recente memoria d’eroismo, afflusso di profughi dalle città rioccupate; la guardia nazionale, messa al comando del generale Zucchi, potea valere a difesa, appoggiata dall’esercito che battesse di fianco il nemico: inoltre tutto l’alto paese era libero; le creste dell’alpi Retiche munite di cinquemila volontarj; Griffini con cinquemila altri presidiava Brescia; il temuto Garibaldi accorreva dal Bergamasco nella Brianza, sicchè poteasi minacciar le spalle del nemico con dodicimila volontarj, a dirigere i quali il re avea spedito Giacomo Durando, generale piemontese impratichito in Ispagna alla guerra di squadriglie.

Se di ciò incoravansi gli animosi, i più disperavano, e torme lamentevoli e costernate fuggivano dalla città. Noi difendevamo l’Adda da Cassano in su, e i Tedeschi già la passavano (1 agosto) verso le foci sul ponte di Grotta d’Adda, lasciato sprovvisto; a gran pena evitasi nell’esercito il pieno scompiglio; le strade ingombre di carriaggi fanno penosissima la marcia, desolata anche da rovesci di pioggia; e di cinquantamila uomini, che eransi mossi in ritirata da Goito, venticinquemila appena avvicinavansi a Milano. Radetzky, lasciati tremila uomini a Cremona, diecimila avviatine verso Pavia, con trentacinquemila accampò nei prati di San Donato presso Milano, e battendo rincalzava i nostri verso la città. Molti cittadini sortirono a combattere, e il re vedemmo in mezzo a noi aspettare le palle nemiche, siccome chi più non ha nulla a perdere nè a sperare. Conosciuta irreparabile la rotta, ci diemmo di tutta forza a far risorgere le barricate: ahimè! l’entusiasmo era sbollito; e quei che bastarono a cacciare il Tedesco quando concordi, or non valeano a tenerlo fuori perchè disuniti: gli uffiziali ripetevano essere inutili quelle difese popolari quando cannoni s’aveano da spazzar le vie: il popolo supponea volessero difendere una città, sulla quale aveano attirato il nemico, e invece li vide sfilare verso la patria.

La disgrazia rende ingiusti, e cessata la speranza della vittoria, parvero cessare le scuse della sconfitta. Si pretese che Carlalberto, vistosi incapace di restaurare la fortuna, patteggiasse con Radetzky d’aver libero il ritorno, consegnandogli una ad una le città cui passerebbe. Sempre il tradimento! ragione infingarda che dispensa dal cercare le vere. Unico suo torto fu l’essersi creduto buono a condurre una guerra, sol perchè la desiderava, e l’aver sino a quell’estremo dissimulata la miserabile condizione del proprio esercito, e con ciò dato lusinga d’una difesa, anche dopo aver capitolato. Avesse scoperto il vero, si fosse immediatamente ricoverato sotto Alessandria, risparmiava tanti patimenti al suo esercito e gli estremi sforzi ai Milanesi, che, delusi nell’aspettazione e non ancora ridotti alla rassegnazione di chi si trova sconfitto, proruppero in improperj; il grido di traditore fu lanciato di nuovo in volto al misero re, che aveva esposto la vita propria e de’ figli; e coloro che l’incensavano inorpellato di diademi, non seppero rispettarlo coronato dell’avversità, nè ricordare che ciò ch’è coraggio davanti alla tirannia, diviene viltà dinanzi alla sventura. La notte (6 agosto) egli usciva celatamente da Milano: il domani rientravano i Tedeschi in una città muta e vuota d’abitanti, che a migliaja rifuggivano in Piemonte o in Isvizzera[82].

L’armistizio (9 agosto) portava, che l’esercito vuoterebbe la Lombardia e le piazze forti di Peschiera, Osopo, Rôcca d’Anfo, gli Stati di Modena, Parma, Piacenza, e inoltre Venezia e la sua terraferma: nessuna parola dei popoli, e neppur delle bande volontarie. Non era firmato dal Ministero, bensì dal generale Salasco, al quale allora i ministri stranieri presero a rinfacciare d’aver con ciò rovinato i buoni accordi ch’essi erano in via d’ottenere, cioè che i due eserciti restassero nella relativa posizione, finchè si negoziasse una pace, fondata sull’indipendenza della Lombardia[83]; allora il Parlamento a imputarlo d’aver trasceso i poteri con un atto che teneva alla politica; allora il vulgo a insultarlo, poichè in ogni disgrazia vuolsi una vittima che cangi in ira la vergogna, e incolpasi chi fece quel che non potea tralasciare. Ma Salasco rispondeva: — Le insurrezioni si fanno dai popoli, le guerre si combattono dai soldati; e questa era guerra: e poichè i primi nè s’erano mossi nè accennavano di muoversi, e gli altri mostravansi e disordinati e ritrosi, unica salute rimaneva una sospensione d’armi».

In fatto per allora i Tedeschi fermaronsi al Ticino, lasciando inviolato il Piemonte: i volontarj di Lombardia vi furono dal bravo Giacomo Durando ricondotti traverso a territorio occupato dai nemici, benchè di loro non parlasse la capitolazione, e dai repubblicanti fossero esortati a buttarsi ne’ monti e cominciare la guerra del popolo, il quale non si scosse: le milizie toscane lasciarono Piacenza, macchiandosi coll’assassinare il proprio colonnello Giovanetti. Ma i Tedeschi si stesero nei ducati, pretestando gli accordi, la parentela e le aspettative, e istituendovi Governi militari; passarono anche in Romagna, proclamando recar guerra non a Pio IX, ma ai fazionieri che, malgrado suo, gli avevano osteggiati. Pio protesta contro quel proclama, e non voler separare la sua dalla causa de’ popoli, e intima a Welden che sgombri: ma il sant’uomo avea perduto ogni efficacia, e i suoi ministri barcollavano, discordi e da lui e dalla nazione. Bologna con ammirato coraggio respinse gli aggressori (8 agosto), facendo tra il suono dei cannoni e delle campane a stormo echeggiare per l’ultima volta congiunti i nomi d’Italia e Pio IX: l’eroismo soccombette, e se ne prevalsero i ribaldi, che abbrancate le armi, le disonorarono con ferocia di saccheggi e assassinj, continuati più giorni contro chicchefosse, col titolo di spia o di aver servito al Governo papale, o più veramente perchè aveano denari o un nemico; talchè la forza nazionale dovette ritorcersi contro costoro, i quali non tolsero che Bologna fosse ingloriata d’eroismo al par di Milano e Palermo.

E un’altra volta l’alta Italia restava a discrezione degli Austriaci, eccetto Venezia. Vedemmo come questa legalmente acquistasse la propria libertà, ma parve dimenticare la necessità di difenderla; ed oltre l’errore che la privò della flotta, rimandò a casa i tremila capitolati italiani, e lasciò prendere a chi volle le munizioni dell’arsenale. Secondo le sue tradizioni, proclamossi repubblica, ottenne l’adesione delle città della terraferma, e fu riconosciuta dal Ministero del Piemonte, che vi mandò il generale Lamarmora affinchè sopravvedesse agli armamenti. Stavano a capo delle cose l’avvocato Manin e il dalmata Tommaseo, elevati perchè vittime, ma nuovi agli affari, e che ben presto discordarono fra sè. Apponeasi a Manin che restringesse le sue idee alle lagune, alle Potenze straniere parlasse di Venezia, non dell’Italia, non della liberazione della terraferma, le cui città presto dimenticarono l’adesione per torcersi a Carlalberto, il quale potea salvarle se avesse diretto parte di sue truppe alle alpi Carniche, o spintovi gli alleati di Romagna[84]. Se nol facea, davasene per ragione l’aver preferito la bandiera repubblicana alla regia; e il Comitato di Padova, ergendosi interprete anche delle altre città, intimò al Governo di Venezia di fondersi col Piemonte, o esse se ne staccherebbero. Decidere della patria per ischiamazzi di plebe o di giornalisti pareva indegno; onde si assegnò un’assemblea di deputati che risolvesse: ma le città neppure questo attesero, e sull’esempio della Lombardia si diedero al re, ne’ giorni appunto che i Tedeschi le rioccupavano.

Venezia però era ancor salva, e per la sua posizione poteva difendersi. Sprecata l’occasione d’aver tutta la flotta, teneva due corvette e due brigantini sotto Brua, cui si unirono due fregate a vela e altrettante a vapore napoletane e tre brigantini a vapore, comandati da De Cosa, e quando gli uffiziali di essa vennero a visitare Venezia (22 maggio), fu la festa più splendida che da cinquant’anni si vedesse: il Piemonte avea spedito la sua flottiglia sotto l’ammiraglio Albini che comandava in capo; e così formavano il doppio dell’austriaca. Questa rincacciarono nella rada di Trieste, dove facilmente avrebbero potuto distruggerla, e sollevare quella città e l’Istria; ma per riverenza alle proteste germaniche non osarono; poi ben presto i Napoletani se ne staccarono, come dicemmo, per combattere non Tedeschi ma Italiani. Pepe, ridottosi a Venezia, fu eletto comandante supremo dell’esercito, che consisteva in diciottomila uomini, mal in monture, bene in armi e munizioni, privi d’esercizio, con un’infinità di uffiziali che il grado eransi dato da sè, o s’erano fatto dare dai soldati o dallo schiamazzo. Vero è che poco aveano a fare, poichè, sebbene Welden avesse occupato tutto il littorale, stendeva appena diecimila uomini su lunghissima linea; in fazioni parziali, massime alla Cavanella e a Malghera, esercitarono il valore, nulla decisero.

Cessato di sperare da Napoli, non restava che Carlalberto, e a lui gridavansi i Viva, i Mora a Manin e Tommaseo, da quei moltissimi che dal continente correano a cercarvi ricovero dalla paura, libertà di piazzate, apparenza d’eroismo. Raccolta l’assemblea (4 luglio), esposero i ministri la condizione delle cose; abbondarvi l’armi, bastevole la marina, ma occorrere due milioni e mezzo di lire al mese, mentre n’entravano appena ducentomila. Messasi allora in dibattimento la fusione, non mancò chi s’opponeva. Venezia, diceano, proclamando la repubblica, non avea che seguìto la sua storia; del resto capì la necessità di non disgiungersi dalla sorella

Lombardia, e la imitò, asserendo si terrebbe neutra sulla forma politica fin a guerra finita. Tale neutralità erasi violata da coloro che primi l’aveano annunziata; ed avviatasi la fusione della Lombardia, le città venete blandite dai cortigiani, che usavano arti semiliberali, semipopolari, semimagnanime per farsi esibire il carciofo invece di ciuffarlo risolutamente, aveano rivolto indirizzi, poi deputazioni al re. Ripetono che il paese non è maturo a repubblica, e intanto lo fanno decidere da sè le proprie sorti colla più avanzata forma repubblicana, qual è il voto diretto universale, e senza previa discussione, e sopra gli affari in cui è meno competente, i politici. Che se il pericolo è urgente, forse si svia colla fusione? Se vi erano dissensi, non invelenirono con queste brighe? Perchè supporre al re la grettezza di rovinare la causa nazionale per aspirazioni dinastiche? Se bisognano soccorsi stranieri, ciò renderà men facile l’ottenerli.

Discussioni superflue quando l’esito era prestabilito, e l’immediata fusione col Piemonte restò vinta a gran maggiorità. Manin, professando di pensare repubblicano ma di non ostare a quel che la necessità impone, non volle parte nel nuovo Governo, ed ebbe lodi e vituperj. Accettata dal Parlamento piemontese la fusione (7 agosto), vengono commissarj regj il generale Colli e lo storico Cibrario, proclamando che «chiamato dal loro libero voto, il re Carlalberto gli accoglie e li proclama eletta parte della sua grande rigenerata famiglia». Era il domani appunto della resa di Milano; e all’11 giunge l’avviso che Carlalberto nell’armistizio cede anche Venezia. Più non si rattiene la folla dei tanti colà ricoveratisi; e concitati dal lombardo Sirtori e dal toscano Mordini, costringono i commissarj a congedarsi; Manin, rialzato sull’aura popolare, quieta la sommossa, e dice: — Per quarantott’ore governo io: ora sgombrate la piazza, chè bisogna silenzio e calma per provvedere alle necessità della patria»; e il popolo si ritira (13 agosto), ed egli salva gli Albertisti dal furor demagogico: poi radunata l’assemblea, è gridato dittatore, mentre, per togliergli un emulo e un ostacolo, Tommaseo viene spedito a invocare gli ajuti di Francia; si decreta di resistere fin all’estremo; ed esulta la speranza che Venezia basti ancora una volta a ricovrare le reliquie della perduta Italia.

Quel diroccamento delle fortune italiche, oltre eccitar dappertutto la riazione contro la violenta unità predicata dagli Albertisti, esacerba gli animi anche in Piemonte, e precipita i consigli. Il re, con un proclama mestamente dignitoso annunzia i disastri dell’esercito in cui stavano tutte le patrie speranze; «torna esso con onore di forte e bellicoso; vogliate accoglierlo con fraterno saluto che ne allevii il dolore: io co’ miei figli sto in mezzo a voi, pronti a nuovi patimenti per la patria». Ma che in quattro mesi l’esercito sì agguerrito non riportasse una vittoria, mentre tante n’avea avute il popolo inesperto a Milano, a Bologna, nel Cadore, dove sin le donne mostraronsi eroine, nel Vicentino; che centomila uomini, senza campale sconfitta nè gravi perdite, in pochi giorni cedessero un vastissimo territorio e tante città, le quali dianzi da se medesime aveano saputo liberarsi, pareva strano fin a quelli che la guerra aveano sempre sconsigliato: or pensate ai diversi! Da Torino vengono deputati a chiedere de’ misteriosi rovesci spiegazione al re, il quale in Alessandria celava quasi obbrobrio quella ch’era sventura; i Lombardi ivi rifuggenti sono accolti con aspreggio, dai retrogradi come incitatori d’una guerra che rovinò il paese, dai caldi come troppo pigri ai soccorsi, dai municipali come avversi al Piemonte; l’ingiuria baldanzeggia, quanto un giorno la fratellanza.

Cesare Balbo che, dopo ventisette anni d’aspirazione, erasi trovato ministro, e avea potuto dichiarare guerra all’Austria e far decretare la fusione della Lombardia, ne esultava fin all’ebbrezza; un tratto volle esser anche ministro della guerra, pregò il re di chiamarlo quando s’avesse a combattere una battaglia, e assistette a quella di Pastrengo con cinque figli tutti militari. Ma i vortici della rivoluzione inghiottono le reputazioni più sode; e se il Ministero era parso facile tra gli applausi e i primitivi prosperamenti, divenne scabroso nelle traversie e in faccia alle Camere. Avea dunque dovuto scomporsi per formarne un nuovo con persone de’ varj paesi uniti, Casati e Durini milanesi, il piacentino Gioja, il veneto Paleocapa; oltre Rattazzi, Plezza, Lisio, Collegno, antichi perseguitati. Ma le stizze municipali inviperirono contro di essi, e il gridío non frenavasi se non all’autorevole voce di Gioberti.

All’annunzio poi degli inaspettati disastri, il Parlamento decretò la dittatura a Carlalberto, ma non sapea che far declamazioni; e il Ministero si sciolse, protestando contro l’armistizio Salasco come conchiuso da autorità non competente: nell’intervallo restarono l’arbitrio e l’illegalità, finchè si rassegnarono ad assumere il portafoglio Alfieri, Pinelli, Revel, Merlo, Dabormida, Roncompagni, Perrone, Santarosa, sentendone il carico e le difficoltà. Qui una furia d’interpellanze sulle presenti, di recriminazioni sulle passate cose, e un sistematico avversare le proposte del Ministero, o snaturarle con emende; l’improperio peggiore era l’essere detto moderato, e dimostrazioni e minaccie e lettere anonime e fischi e insulti sui giornali e coi fatti lanciava ad essi quella turba di rifuggiti d’ogni paese, che si denotava col nome di Lombardi: al Balbo, costante nei consigli temperati, fu più volte minacciata la vita se tornasse alle Camere, e v’andava col pugnale; e quei che non voleano ingiuriarlo, il compativano come imbecillito dall’età. Fu duopo soddisfare agli schiamazzanti col punire Salasco autore dell’armistizio, Federici e Bricherasio che cedettero Peschiera e Piacenza: a Genova si assalì il generale Trotti, benchè sciorinasse la bandiera crivellata da palle nemiche: giunti poi in quella città il padre Gavazzi e De Boni, cinti da quei che cercavano ventura col predicare libertà sconfinata, procurano far proclamare la repubblica. Insomma il nemico comune, la plebe, dopo invasa la stampa, invadeva anche il Governo; e i guasti ne furono peggiori che quelli dell’Austriaco.

Allora tornasi agli esercizj di chi non n’ha di migliori; e a Torino radunasi un Congresso Federativo italiano (10 8bre), preseduto da Gioberti piemontese, Mamiani romagnuolo, Romeo calabrese, cui si aggiungono presidenti di sezione, vicepresidenti, segretarj[85]; assistito dai più fervidi declamatori, e dall’irremissibile Canino, che voleano pensare qualche assetto alle cose italiane con vacuità di retorica e di applausi, come si soleva prima della rivoluzione, e col solito rito di credere e far credere ciò che non è. Ben presto si sfasciò.

Il malcontento e il furore si erano sparsi principalmente nello Stato pontifizio e a Roma, che di tutta quella rivoluzione fu il centro vero. Dopo il 30 aprile la turba si separò dal papa, e viepiù da che tornarono i capitolati di Vicenza, i quali, col nome di Reduci, divennero istromenti alle turbolenze, e braccio dove non vi era nessun nemico e moltissimi declamatori. La rotta di Carlalberto riuscì tanto più dolorosa, quanto ch’erasi divulgata una portentosa vittoria: al dissiparsi della qual voce, il vulgo prorompe furioso; una gran dimostrazione notturna a fiaccole (30 luglio) minaccia l’autorità; il Parlamento decreta milioni, e di muovere la guardia nazionale, una legione straniera, un generale italiano, e sottomette al papa un indirizzo tanto più infervorato, quanto che tardo e inutile. Il papa vi risponde vagamente; onde il Ministero Mamiani si dimette, sottraendosi alle difficoltà per rovesciarle sul papa, il quale, abbandonato sopra un pendìo dove l’aveano issato a forza, fu costretto firmare tutti quei decreti, e ricostruire un Ministero sotto la presidenza del conte Fabbri. Le società di sollazzo e di ciancia erano divenute di intrigo e di cospirazione (1847): Ciciruacchio, Faccioti, Grandoni si posero capi di tre conventicole, che discordavano tra loro, e ciascuno spingeva agli eccessi con proposizioni distinte, tanto più violente perchè non toccava agli sbraitanti il metterle ad effetto, concordi solo nel domandare il secolarizzamento. Tra i sommovitori primeggiava Pietro Sterbini, capo del circolo popolare; fuori romoreggiavano giornalisti e piazzajuoli; chi cercasse reprimerli non poteva che essere esecrato, e principalmente Pellegrino Rossi.

Questo carrarese (n. 1785), di buon’ora illustratosi a Bologna come avvocato e professore, nel 1815 avea caldeggiato la spedizione di Murat, sperando inoculare idee italiche alla forza materiale: in conseguenza costretto a migrare, non credette che l’esiglio l’obbligasse alle accidiose melanconie e ad aspettare dagli altri l’imbeccata; e postosi a Ginevra, allora ritrovo d’insigni persone, quali la famiglia di Staël, il duca di Broglie, Sismondi, Bonstetten, Bellot, Dumont, Pictet, De Candolle, De la Rive, italianizzò alcune poesie di Byron, mentre s’esercitava nelle scienze positive e nel francese, che adottò pei futuri suoi scritti. Presto ad una cattedra libera di giurisprudenza attirò e studiosi e curiosi in folla, col che si fece via ad un posto nell’Università, benchè cattolico, e dirugginò l’insegnamento della giurisprudenza e della storia romana. Fatto cittadino, intraprese con Sismondi, Bellot, Dumont, Meynier gli Annali di legislazione e giurisprudenza. Quando il paese ribollì per la rivoluzione del 1830, fu scelto a compilare una costituzione, conosciuta col nome di patto Rossi, che allora rifiutata, rivisse poi nello statuto unitario del 1848: ma egli ripudiava la radicale fusione, conoscendo quanti vantaggi porterebbe l’unione, quante violenze l’unità. Perduta con ciò la mutabile aura popolare, passò in Francia, e vi fu eletto professore di diritto costituzionale, malgrado i fischi scolareschi, e membro dell’Istituto, e cittadino, e presto pari e conte, molto ascoltato dal re, e bersagliato dall’opposizione come straniero e come nella pratica applicazione modificasse o, voleano dire, tradisse le sue dottrine economiche. Di rimpatto i dispensieri della fama lo eressero fra i primi pubblicisti con soverchia condiscendenza; giacchè di facoltà inventiva egli era scarso, quanto abile a giovarsi degli altrui trovati ed abbellirli, e nulla aggiunse alle dottrine, vuoi nella teoria del diritto penale, ove, disertando da Bentham col quale militava da principio, conobbe fondamento delle leggi e della penalità la giustizia assoluta; vuoi nelle economiche, dove ammette verità speculative, che poi la pratica può contraddire; dimostri principj, dei quali insegna diffidare. Erano difetti della scuola eclettica, alla quale s’era aggregato, e che in politica dicevasi dei Dottrinarj, coi quali opinando nella Camera dei pari, sosteneva spesso applicazioni che pareano repugnanti co’ suoi principj, mentre erano questi che lo rendeano capace di servire a qualsifosse partito.

Tale esitanza di atti, e il fare burbanzoso e riservato che spesso acquista chi vagheggiò la popolarità e subì invece oltraggi, e che fa dispettare le arti colle quali essa vuol essere comprata, alienavano da lui e gli scolari e i fuorusciti italiani, accusanti questo rivoluzionario divenuto sostegno dei Governi, questo cittadino svizzero convertitosi in campione dei re. Luigi Filippo assai valevasi di esso, e quando la Francia trambustava contro i Gesuiti, lo deputò a Roma per indurre il papa a qualche provvedimento contro di essi. L’invio di un carbonaro, d’un semielvetico, d’uno che avversava la santa Sede come filosofista e come profugo, d’uno che alla vulgare paura de’ Gesuiti sagrificava la libertà dell’insegnamento, somigliò ad un insulto; pure egli seppe cattivarsi anche il ritroso Gregorio XVI, e non isgomentandosi a minaccie e ripulse, menava a fine i suoi intenti. Studiava intanto la situazione del paese e il valore degli uomini; e dopo incoronato Pio IX, procurò che il Ministero francese ne sorreggesse il coraggio, francamente cooperando coll’Inghilterra a rigenerare l’Italia; al che, sebbene vecchio, e persuaso non si potesse condurvisi che passo a passo, sperò che l’entusiasmo de’ popoli arriverebbe. Intanto i giornali lo insultavano come cosmopolito senza color nazionale, discepolo del Guizot che allora cadeva di moda, manutengolo di Luigi Filippo e di Metternich.

Al ruinare di questi, il Rossi perdette gli onori e gli impieghi: ma rimase da privato in Roma[86], ove Pio IX ne apprezzò la pratica e le cognizioni amministrative e politiche, quanto più la marea montava, e un dopo l’altro assorbiva gli uomini su cui egli faceva conto; in questi ultimi frangenti poi, vedendosi imposte persone sgradite, chiamò il Rossi nel Ministero (1846 16 9bre), di cui lasciava capo nominale il cardinale Soglia. Accettò il Rossi quel grave incarico, non come un balocco o una onorificenza, ma come un grave dovere; si applicò a restaurare l’erario con imposte effettive, promuovere i lavori pubblici e le strade ferrate e i telegrafi, porre scuole d’economia pubblica e diritto commerciale, avviare una statistica: promesse solite d’ogni nuovo reggitore, ma fatte con più serio aspetto, in quanto egli subito diede sussidj ai volontarj reduci e alle vedove degli uccisi, e riordinò la milizia volendo compagno nel Ministero il modenese Zucchi (t. XIII, p. 396) che dal 1831 sepolto in una fortezza austriaca, n’era stato tolto dalla presente rivoluzione, e che allora fu spedito a quietare Bologna, sovvolta ancora da quei ribaldi e dal padre Gavazzi. Aborrente da un’unità che poteva solo attuarsi colla violenza, il Rossi desiderava un’unione sincera e reale de’ varj Stati, e perciò combinare la lega italiana, «della quale Pio IX era stato spontaneo iniziatore ed era assiduo promotore»; e — Noi abbiamo speranza di vederla fra breve posta ad effetto per l’onore d’Italia, per la tutela de’ suoi diritti e delle sue libertà, per la salvezza delle monarchie rappresentative testè ordinate, e che un sì splendido avvenire promettono agl’Italiani di vita civile e politica»[87].