Quella storiella dei burattini ci aveva molto scoraggiate. Era stata come una gran raffica, che aveva spazzato via tutte le nostre speranze di divertimenti.
A noi pareva anche ingiusta perchè, in realtà, non eravamo musone, e la baracca dei burattini, se fosse capitata sotto la nostra terrazza, avrebbe divertite anche noi, come ci divertiva alle volte una partita a tombola col nonno e con le zie.
Soltanto, quegli spassi lì non ci bastavano. Avevamo sempre il desiderio d’andare ai balli, dove andavano la tale e la talaltra; di vestire come loro; e quei continui confronti ci rendevano malcontente, e dissipavano presto l’allegria, che ci avevano procurato i nostri modesti e semplici piaceri.
Per combinazione, appunto pochi giorni dopo quel discorso sul teatro, ricevemmo per la prima volta un invito per una festa da ballo.
Eravamo a tavola; noi si pranzava al tocco; la donna venne a dirci che c’erano giù in sala delle signore.
— Chi mai?
Il nonno non voleva esser disturbato quand’era a pranzo; e sebbene, quando si trovava con le signore, le trattasse con la squisita cortesia dei suoi tempi, preferiva però di non trovarcisi.
Ci permise di scendere in sala noi a ricevere quella visita, e rimase a tavola solo, perchè allora nostro fratello era in collegio.
In sala trovammo la signora Righi, con due delle sue sei figliole. Non volevano neppure sedersi, perchè avevano una gran premura; erano in giro a fare gl’inviti «per quattro salti» che si farebbero in casa loro il domani sera.
Dovevano ancora girare tutta Novara, perchè non si trattava d’una festa, per la quale mettesse conto di mandare gli inviti per lettera.
— Quattro salti, semplicemente. In tutta confidenza. Un vestito chiaro purchessia. Chiaro, perchè è più allegro; ma senza eleganza, vedete? E badate di non mancare. Ditelo al nonno che contiamo su voi....
Ed erano già in fondo alla scala.
Io era come sbalordita, in uno di quegli accessi di contento insperato, che quasi non si osa credere alla nostra felicità.
Stavo a guardare mia sorella, aspettando di sentire cosa ne pensasse lei, prima d’abbandonarmi alla gioia che mi gonfiava il cuore.
La Giuseppina scrollò il capo, e disse sfiduciata:
— È inutile pensarci, non ci si va, sai!
— Perchè? Il nonno non vorrà?
— Figurati! Lui, che crede che una commedia di burattini basti a mantenere l’ilarità delle ragazze finchè dura la gioventù, penserà che l’opera dell’altra sera debba bastare a farci giubilare pel resto dei nostri giorni.
Mi parve che avesse ragione, e susurrai scoraggiata:
— Allora non gli si dice neppure?
— Io non glielo dico per non sentirmi dare un rifiuto.
— Ma se domanda perchè sono venute le Righi...
— Gli si può dire, come novità del giorno. Ma non ci fondare speranze, sai.
Invece, con nostra grande meraviglia, e con altrettanta gioia, il nonno non discusse neppure quell’invito. Ci domandò a che ora si dovesse andare, e ci avvertì che si dovrebbe tornare a mezzanotte, perchè lui non permetteva che si vegliasse più tardi.
Non mi riuscì più d’ingoiare un boccone, tanto ero eccitata. Un ballo! Continuavo a parlare, a parlare con una vivacità insolita, senza badare a quanto dicevo, come ubbriaca di gioia.
Mia sorella era assai meno allegra. Appena il nonno si alzò da tavola e scese nel suo studio, io dissi alla Giuseppina:
— Vedi? Se non gli si diceva dell’invito, si perdeva il divertimento. Pensa; un ballo!
Lei scrollò le spalle infastidita, e disse:
— Ma che ballo! non ci si va.
Rimasi sbalordita, poi mi venne una grande indignazione ed esclamai:
— Vedi come sei? Ha ragione il nonno. Nulla ti contenta. Lui, povero vecchio, è disposto a condurci ad un ballo, e tu non vuoi. Allora è colpa tua se non ci si diverte....
Lei non si scompose e tornò a rispondere fredda fredda:
— Sì, è colpa mia. C’è un bel vestito bianco in guardaroba, ed io non me lo voglio mettere, nevvero?
— Un vestito bianco?... Chi ce l’ha messo?...
— Non fare la scimunita. Ti dico che non abbiamo vestito per andare a ballare, ecco perchè non ci si andrà.
Io osservai timidamente:
— Ma quello bianco e verde?...
— Già, per fare la figura che abbiamo fatta al teatro. Sarebbe un bel divertimento.
— Ma le Righi hanno detto «in tutta confidenza; un vestitino chiaro purchessia...»
— Sono cose che si dicono. Io preferisco non andarci.
Quella risoluzione inaspettata mi affliggeva troppo; ci pensai un pochino, poi feci questa proposta temeraria:
— Se si dicesse al nonno di farci un vestito; o, anzi, di farlo soltanto per te, che sei la maggiore, e lo desideri... A me non importa di venire con quello bianco e verde...
Mia sorella alzò le braccia al cielo, e gridò:
— Per carità! Ci racconterebbe un’altra storia, noiosa come quella de’ suoi vestiti andati in fumo, che ci raccontò due anni fa in collegio; e non ci si guadagnerebbe altro.
Io sospirai:
— È vero. Tutti i nostri ideali sono destinati a svanire in una storiella.
Tuttavia avevo l’animo pieno di gratitudine pel nonno, che aveva acconsentito con tanta facilità ad accompagnarci a quel ballo, e mi addolorava il pensiero di non profittare di quella concessione.
Cercai di conciliare le cose con un’altra proposta:
— Infatti, domandare un abito nuovo sarebbe un’indiscrezione. E poi la sarta non avrebbe neppure il tempo di farlo. Ma si può accomodare ogni cosa. Io mi metto il vestito verde. Tu prendi quella vecchia gonnella rossa di seta della povera mamma, che è nell’armadio. La copriremo tutta coi nostri due veli di tulle bianco della prima comunione, che sono affatto nuovi, e che ti faranno una bellissima sopravveste. Quanto alla vita, metterai quella di seta nera, ed avrai una toletta da serata senza spendere un soldo.
Mia sorella si rasserenò tutta all’idea di quell’abbigliatura, che allora era di gran moda, e che certo le avrebbe fatto fare una figura magnifica.
Soltanto, la gonnella rossa la teneva il nonno in un armadio chiuso a chiave, con tutto lo spoglio della nostra povera mamma, e non si poteva pigliarla, se lui non ci dava la chiave, ed il consenso.
Questo ci mise in gran pensiero, perchè, conoscendo i suoi principî severi, temevamo un serio rabbuffo.
Tuttavia, siccome non c’era tempo da perdere, io che, domandando non per me ma per un altra, mi sentivo più coraggio, andai dal nonno, e pian piano gli dissi che la Giuseppina sarebbe stata tanto bene con un vestito da ballo, e che si poteva combinarlo senza nessuna spesa, perchè c’era tutto in casa...
E gli esposi il mio disegno, il vestito rosso, i veli, ecc. ecc.
Egli corrugò la fronte, poi rispose una sua parola che noi conoscevamo decisiva, inesorabile, ed alla quale non avremmo mai osato di rispondere:
— Non se ne parli altro!
Io rimasi male. Ma cosa potevo dire?
Non dava nessuna ragione del rifiuto; non c’era mezzo di combatterlo. Mia sorella si limitò a crollare il capo ed a dire che prevedeva che sarebbe andata così. Ma aveva le lagrime agli occhi; e ripetè che non voleva venire al ballo. Io poi, ero disperata di rinunciare al divertimento per quella storia del vestito, e suggerii di far parlare al nonno da qualcuno più influente di noi.
— Se si provasse la signora Giovannina? La stuzzica sempre per la sua età, ma in fondo le vuoi bene. Ha fatta tutta quella cosa della baracca dei burattini per lei...
La Giuseppina stette un minuto perplessa, poi mi approvò:
— Forse hai ragione. La signora Giovannina è la sola che lo possa persuadere. Se si andasse da lei?
Felice di vedere ancora accettato un mio consiglio, e di potere, ad ogni modo, andare a quel ballo, corsi dal nonno a domandargli il permesso di uscire colla serva e con la mia sorella, per fare una visita alla signora Giovannina.
Il nonno si tolse gli occhiali per guardarmi, e cominciò a dire:
— Mi pare una stravaganza.
Ma poi, forse ricordandosi d’avermi dato un rifiuto secco secco un momento prima, si strinse nelle spalle, e disse:
— Ma se vi fa piacere, andate.
Corsi in cucina ad avvertire la serva, che brontolò perchè le si faceva smettere di rigovernare, e ci avviammo.
Infatti la serva aveva ragione. Era un’avventatezza indegna di due giovinette destinate a diventare due modelli di donne di casa, l’interrompere le occupazioni importanti dell’unica donna di servizio, per una visita che non si giustificava in nessun modo.
Ma la strada era breve, ed appena fummo alla porta della signora Giovannina, rimandammo la donna alle sue faccende, e salimmo sole.
Era la prima volta che andavamo spontaneamente da quella vecchia parente, e la prima volta che invocavamo il suo appoggio.
Come accade sempre dei disegni troppo arditi, passata l’eccitazione orgogliosa d’averlo concepito, mi si affacciavano tutte le difficoltà dell’attuarlo. Nel salire le scale, dissi con un sospiro:
— Non otterrà nulla neppur lei, come la direttrice quando si trattò delle lezioni di piano.
E la Giuseppina rispose:
— Almeno la signora Giovannina non corre il rischio di sentire una storiella, perchè le storie del nonno le sa tutte anche lei.
Ed io soggiunsi:
— E così non la sentiremo neppur noi; sarà tanto di guadagnato.
Fu invece la signora Giovannina, che, questa volta, ci raccontò una storia.
Appena, un po’ intimidite, un po’ esitanti, le ebbimo detto quanto volevamo da lei, si scrollò tutta con tale nervosità, che i nastri della cuffia, i lembi della cravatta, il grembiule, tutto si mise a svolazzare ed a sbattacchiarle intorno.
E, mentre si agitava a quel modo, diceva:
— No, no, ragazze, no. Io non glielo dico; e nessuno glielo deve dire. E voi dovete rinunziare a questa idea del vestito, e non pensarci più, e metter da parte l’ambizione... Perchè, se sapeste che male può farvi! Se sapeste! Bisogna sapersi accontentare del proprio stato, e non pretendere di imitare i ricchi, ecco! Non importa che quell’abito non costi nulla. Non dovete farlo.
Poi, con una certa peritanza, e con espressione di rammarico, soggiunse:
— Io l’ho imparato a mie spese...
La Giuseppina disse spaurita:
— Oh, Dio! Vuol raccontare una storiella anche lei, signora Giovannina?
E lei rispose con impeto:
— Ma sì; appunto. Siete ragazze, e vi può fare del bene. Sapete perchè sono invecchiata sola, senza marito, senza figlioli, in questo isolamento che mette pietà? Per l’ambizione. E per un’ambizione che non costava nulla ai miei parenti e che prima non avevo...
— «State a sentire. Voi conoscete quanto è buono Andrea, e quanto ha studiato, e che uomo d’ingegno è. Ma allora, ai tempi di cui parlo io, non era ancora professore di fisica e di botanica. Era farmacista e giovane. Aveva comprata la farmacia con poche migliaia di lire che gli aveva date suo padre, impegnandosi a pagare il resto del prezzo convenuto, nel termine d’un certo numero di anni. E lavorava molto, e spendeva poco, per finire quel pagamento e diventare proprietario assoluto della farmacia: E diceva:
— «Allora avrò una situazione modesta, ma sicura, e potrò pensare al mio avvenire, a farmi una famiglia...
«Non aveva mai detto di più; ma frequentava moltissimo la nostra casa, e mi dimostrava tanto affetto...
La Giuseppina, che cominciava a prender gusto a quella storia, la interruppe ridendo:
— Sì, sì, sappiamo, signora Giovannina. Le imprese d’Ercole! Ha portato un teatro con tutta la compagnia drammatica, per risparmiarle un raffreddore.
E la signora Giovannina riprese:
— «Appunto. Mi voleva bene a quella maniera. Ed era contento che mi divertissi delle burattinate! Diceva che gli piacevano le ragazze semplici, contente del loro stato, sanamente allegre.
«I miei genitori dicevano apertamente che Andrea sarebbe stato un buon marito per me. Che sarebbero stati felici d’avere un genero con quell’intelligenza e con quel carattere.
«Ed io non lo dicevo apertamente, ma lo pensavo, e, più ancora, lo sentivo.
«Disgraziatamente, qualche anno dopo la storia dei burattini, ebbi, come voialtre, l’invito per una festina da ballo.
«Allora le case della borghesia non ostentavano il lusso di appartamento e di mobili che si ostenta ora.
«La famiglia che dava il ballo possedeva un salottino, ma piccolo, appartato, che non si prestava ai ricevimenti un po’ numerosi, e stava quasi sempre chiuso e buio.
«Invece avevano una bella cucina, vasta, quadrata, colle pareti bianche ed i fornelli di mattoni rossi.
«Si toglieva la tavola di mezzo, si stendeva un lenzuolo sopra una parete per nascondere il rame, si annaffiava il pavimento di mattoni con acqua insaponata, e si ballava in cucina.
«Per musica c’era un organetto, per rinfreschi il secchio dell’acqua con il rispettivo ramaiuolo, per illuminazione due lampade ad olio sul camino, e due candele sui fornelli.
«Però, nel fare gl’inviti, la padrona di casa aveva detto, come dissero le Righi a voi, di vestirci di chiaro, per dare alla serata un’aria più gaia.
«Allora si usavano gli abiti scollati, con le maniche corte e rigonfie, con la vita cortissima, e la gonnella stretta alla persona tanto da disegnarne le forme, e lunga appena fino alla caviglia; tutto il piede rimaneva scoperto; si portavano scarpe scollate e calze bianche a trafori.
«Io aveva un abito di mussola bianca; una stoffa che cominciava appena a comparire e costava più cara della seta. Era un regalo che m’aveva mandato da Parigi una signora, alla quale mio padre aveva prestato i suoi servigi come medico, durante un suo viaggio in Italia. Era un vestito di lusso per me.
«Andai dunque alla prima festa con quell’abito. Il nonno vi disse, come, senza maestro, avessi imparato a ballare assai bene. Non si ballavano le polke ed i walzer, che ballate ora; si ballava la contraddanza, la monaco, balli eleganti in cui le abbigliature figuravano meglio e si sciupavano meno che nei balli d’adesso. Ora, con quei giri violenti che fate, strette strette contro il ballerino vestito di nero come un notaio, ed in mezzo al turbinìo di molte altre copie, che girano urtandovi e calpestando gli strascichi, le eleganze del vestire sfuggono.
«Allora anche gli uomini portavano dei calzoni chiari, delle giacchette corte color grigio di sorcio o verdolino. Ma questo non importa. Io mi avvidi d’aver fatto una bellissima figura col mio vestito bianco, e tornando a casa mi promettevo una serie di trionfi identici. Andrea, che ci accompagnò a casa, io e la mamma, perchè mio padre, occupato de’ suoi ammalati, non aveva potuto venire, ci assicurò che in quella casa si sarebbe ballato ancora quattro volte nel corso del carnevale.
«La mamma aveva osservato l’assiduità d’Andrea a ballare con me, e se ne rallegrò più volte parlandone col babbo a tavola. Io me ne rallegrai senza parlarne.
«Alla seconda festa, due signorine che mettevano tutta la loro ambizione nel vestire con grande eleganza, comparvero con un abito differente dal primo. Un abito d’un turchino brillante, che era di moda quell’anno e si chiamava celeste Maria Luigia.
«Tutto le signore le complimentarono per quel vestito; gli uomini si affollarono intorno a loro, leticando per essere i primi a farle ballare, ed io fui assai meno ammirata della prima volta; ballai quasi sempre con Andrea, che non dovette leticare con nessuno per avermi.
«Quella sera, al ritorno, ero assai meno contenta; e, quando la mamma parlava dell’assiduità di mio cugino, e ci fondava sopra i suoi disegni d’avvenire, io, invece di rallegrarmene, mi sentivo mortificata, e pensavo che, se non m’avesse fatta ballar lui, sarei rimasta seduta; e che certo lui mi aveva compianta per quell’abbandono.
«Ero troppo orgogliosa per rassegnarmi ad essere compianta, e mi proposi di non andare ad un terzo ballo con lo stesso vestito. La mia preziosa mussolina bianca mi era doventata odiosa.
«Tuttavia, sapevo che mio padre non era ricco, e che lavorava per mantenere la famiglia, e non mi passò neppure per la mente di domandare un vestito nuovo. Ero molto laboriosa ed ingegnosa, e mi venne l’idea di trasformare il mio vestito bianco in un vestito celeste. A questo la mia mamma si oppose un pochino dapprincipio, perchè dubitava della riescita, ma poi consentì, e mi lasciò fare.
«A forza di bagnarla in un’acqua con molto turchinetto, mi riescì di dare alla mussolina un color celeste, meno bello di quello Maria Luigia, ma abbastanza grazioso; e quando l’ebbi stirato e rimesso a nuovo, il mio vestito stava molto bene; ed alla terza festa fui ammirata e ricercata come alla prima.
«Allora, invece di badare alla maggioranza delle signorine, che venivano con la stessa abbigliatura della prima sera, e si divertivano con semplicità, come conveniva ad un modesto ballo di giovinette, e quando non erano ricercate dai ballerini, ballavano tra loro, mi rallegrai del mio trionfo, mi compiacqui di poter compiangere Andrea, perchè, circondata com’ero, avevo potuto ballare ben poco con lui, e mi parve che questo dovesse darmi maggior valore ai suoi occhi, e che se non mi fossi mantenuta a quel grado di eleganza, sarei decaduta nella sua considerazione.
«Pensai dunque al modo di cambiare ancora abbigliatura per la prossima festa, e, dopo quel primo risultato, mi attenni al primo sistema, della tintura. Lavai io stessa il mio vestito; feci bollire una quantità di spinacci, ed in quell’acqua verdognola che lasciarono, immersi il vestito bianco.
«Avevo pensato di dargli quel certo color verdolino che si usava per le giacchette degli uomini, e che si chiamava, poco elegantemente, caca d’oie.
«E la cosa mi riescì a meraviglia. Quando il vestito fu stirato, ed il volante pieghettato fu rimesso in fondo alla gonnella, mia madre mi fece delle lodi per la mia abilità. Mi diceva:
« — Sei una figliola industriosa; sai figurare senza spender quattrini.
«Andrea invece, quando mi vide con quella nuova abbigliatura, ed udì la storia della mia abilità, disse:
« — Io non capisco che utilità ci sia a parere di più di quello che siamo.
«E non mi fece nessun elogio.
«Quella sera ancora fui molto circondata e potei fare soltanto un ballo o due con mio cugino. Ma mi avevano trovata tutti così bizzarra, per aver adottato quel colore degli abiti maschili, che io ne ero lusingatissima; e, del resto, ci mettevo dell’amor proprio a potermi far preziosa con lui. Non mi pareva mai d’aver riscattata abbastanza l’umiliazione di quella seconda sera, quando, vedendomi trascurata, m’aveva fatta ballare per compassione.
«Almeno io aveva creduto che fosse per compassione.
«Incoraggiata dai risultati ottenuti, per l’ultimo ballo rilavai il vestito e, sempre con lo stesso metodo, m’ingegnai a dargli un nuovo colore. Questa volta lo bagnai nel caffè e gli diedi una forte tinta di tela greggia, che allora si chiamava color nanchino. Con due o tre lire di spesa vi aggiunsi una cintura rossa, e fu ancora una serata trionfale per me.
«Quella sera la mamma osservò che, con Andrea, non avevo ballato affatto. Neppure una volta. Ma io me ne consolai. Chissà quanto doveva aver sospirato d’avermi, senza trovarmi mai libera! Doveva ammirarmi tanto più, dacchè m’aveva veduta tanto ricercata da tutti.
«Finito il carnovale non si parlò più di divertimenti, e si tornò alla solita vita casalinga.
«Andrea si vedeva di rado; ma era molto occupato nella farmacia; si capiva che non gli rimanesse tempo d’andare in giro.
«Non gli mancava più che un’ultima rata del pagamento per diventare proprietario.
«La mamma diceva a mio padre:
— «Sono sicura che, appena avrà finito di pagare la farmacia, verrà a domandarci la Giovannina.
«Ed il babbo rispondeva:
— «Io non desidero di meglio. È un bravo giovane. Ha cuore ed intelligenza. Farà una bella strada.
«Quanto a me non dicevo nulla; ma pensavo anch’io che verrebbe, e mi rallegravo di aver tanto brillato a quelle feste, pensando che lui doveva rammentarmi così elegante e corteggiata.
«Ma passarono dei mesi. Andrea continuò a farci delle visite settimanali, senza mai fare la menoma allusione al pagamento della farmacia, nè al suo proposito di crearsi una famiglia.
«Verso la fine di giugno ci preparammo a partire per un paesucolo vicino a Novara, dove s’aveva una casetta e poca terra, e dove s’andava ogni anno per badare ai raccolti e per fare un gran bucato annuale, non per villeggiare nè per cura climatica, perchè era una brutta campagna, tutta circondata di risaie che ammorbavano l’aria.
«La vigilia della nostra partenza Andrea venne a salutarci, e la mamma lo trattenne a pranzo, sperando che dicesse qualche cosa. Questa speranza me la comunicò più tardi; ma io l’avevo indovinata subito, perchè era anche la speranza mia.
«A tavola Andrea disse, guardando sul piatto vuoto, come se gli facesse pena di guardare in faccia qualcuno di noi.
— «Sa, zia? Ho cominciato a studiare seriamente le scienze naturali. Voglio doventar professore e dedicarmi all’insegnamento.
«La mamma capì, come l’avevo intuito io stessa, che quegli studi serii, nei quali sarebbe tutto assorbo per un tempo relativamente lungo, distruggevano que’ suoi primi propositi che ci avevano lusingati, e ne prendevano il posto; ed esclamò:
— «Oh! e la farmacia?
— «Ho preso con me un buon praticante; così avrò tutto il tempo di studiare.
«Mio padre fece la sua osservazione da uomo pratico.
— «Ti sei assunta questa spesa, prima di aver finito il pagamento della farmacia?
«Andrea rispose, sempre cogli occhi sul piatto, e facendosi rosso, ed asciugandosi la fronte sudata:
— «Il praticante mi costa poco; soltanto il vitto e l’alloggio; ed il pagamento è compiuto fin da questo carnovale... Misericordia, che caldo!
«La mamma guardò me, che ero tutta agitata, e mi disse d’andare a far il caffè. Poi quando fui uscita, riprese il discorso con intimità da parente:
— «Allora non ci pensi più a crearti una famiglia, come dicevi?...
«E lui brusco brusco:
« — Per ora no.
«Si alzò in piedi, girò per la stanza come se volesse uscire, poi fermandosi dinanzi alla finestra, e sporgendosi in fuori come per cercare un soffio d’aria, disse ancora:
— «Voglio prendere gli esami, e doventare professore di fisica o di botanica; e si sventolava con la pezzuola.
— «Ma perchè? Non avevi già scelta una professione? Non vuoi più fare il farmacista?
— «Sì: ma ho bisogno di occupare la mente, di fare qualche cosa di più. La vita della farmacia mi rattrista...
«In quel mentre entravo col caffè.
«Si parlò d’altro, poi ancora di quegli studi che Andrea si proponeva; poi egli si alzò per andarsene, dicendo che faceva troppo caldo a star rinchiusi, che aveva bisogno d’uscire a respirare un po’ d’aria.
«Mio padre nel salutarlo gli disse:
— «Dacchè hai un praticante, potrai andare qualche volta da mia moglie a Caltignaga. Non c’è buon’aria, ma è meno caldo che in città... almeno la sera.
«Andrea esitò un minuto, poi rispose:
— «No; grazie, zio. Debbo studiare; quest’anno non potrò venire neppure la domenica con lei.
«Allora la mamma, che, come tutti noi, vedeva benissimo che voleva evitarci ad ogni costo, s’avviò verso la sua camera, dicendo:
— «Vieni qui un momento. Ho dimenticata una commissione, e domattina si parte presto. Mi farai il favore di farla tu...
«Andrea la seguì, e stettero circa un quarto d’ora.
«Io sentii che qualche cosa di doloroso mi era accaduto; sentii che quel cugino buono, intelligente, pieno di buone intenzioni e che prometteva tanto per l’avvenire, si era staccato da me; che non dovevo più considerarlo, come l’avevamo considerato fin allora, il mio fidanzato, il compagno del mio avvenire.
«Compresi che facevo una gran perdita, e sentii come uno schianto al cuore.
«Incrociai le braccia sulla tavola, chinai il capo sulle braccia, e piansi in silenzio.
«Mio padre passeggiò un tratto su e giù per la stanza, sbuffando contro il caldo, come se quello fosse il suo solo pensiero; poi, sfiorandomi il capo con la mano, mi disse:
— «Via, non crucciarti. Ne capiterà un altro! Mi dispiace anche a me, perchè era un buon partito. Ma si vede che non ci pensava. Abbiamo preso un granchio.
«Quella riflessione aggiunse una puntura di amor proprio al dispiacere che provavo già. Pensai ai commenti delle mie amiche e dei nostri conoscenti, i quali avevano indovinato di certo i nostri disegni su Andrea, che noi non ci davamo molta briga di nascondere.
«Dopo un tratto sentii tornare la mamma, che disse subito con un po’ di risentimento:
« — Mia cara; non è il caso di piangere, ma di picchiarsi il petto e dire mea culpa. Sai perchè ha smessa l’idea di sposarti? E l’aveva, sai? me l’ha detto. Per i tuoi tre vestiti, cioè per i tre colori del tuo vestito di questo carnovale. Dice che hai dimostrato un’ambizione che lui non sarebbe in grado di soddisfare; e, per quanto cercassi di fargli capire che non si è speso nulla per quei vestiti, che anzi sei stata industriosa, ed hai saputo figurare bene con poco, non volle saperne. Mi rispose:
— «Quella è un’industria pericolosa, zia. Per me, che si sia speso o no, non cambia nulla alla cosa. Ho veduto che mia cugina ama la società e l’eleganza del vestire; e questo è contrario ai miei gusti ed ai miei principii. Ho sempre pensato di trovarmi una moglie che si contenti dello stato in cui l’avrò posta, non per far atto di doverosa rassegnazione, ma spontaneamente, per modestia di carattere, per semplicità di gusti. Invece ho veduto che i gusti della Giovannina sono differenti. Si compiaceva di essere elegante, o di parere, che per me è la stessa cosa; si compiaceva d’essere ammirata, corteggiata. Il vivere senza queste soddisfazioni le costerebbe un sacrificio, un atto d’abnegazione, che farebbe forse volentieri per me, ma che sarebbe sempre sacrificio ed abnegazione. E questo io non lo voglio, perchè fa fare a me la parte del tiranno, ed espone lei al rischio di pentirsi più tardi. Dal canto mio non potrei mai rassegnarmi a quella vita esteriore e leggiera, e se volessi farlo per lei, anch’io m’imporrei un sacrificio, e correrei il rischio di pentirmene. Alla nostra età la vita può essere ancora molto lunga, e non bisogna esporsi al pericolo di renderla infelice all’uno e all’altra. La Giovannina troverà facilmente un giovane meno orso di me, il quale sarà felice di avere una moglie, che fa bella figura in società, che si fa ammirare; e si sposeranno, e, non dovendo nessuno dei due far violenza ai proprii gusti, andranno perfettamente d’accordo. E quanto a me, se più tardi, molto più tardi, mi stancherò d’esser solo, farò lo stesso anch’io; cercherò una giovane che si diverta semplicemente, modesta come me, e che non debba imporsi nessun sacrificio per accettare la situazione che potrò offrirle.»
················
La signora Giovannina stette un tratto pensosa, e sospirò come se rimpiangesse ancora dopo cinquant’anni, quel buon matrimonio andato a monte. E forse lo rimpiangeva davvero, perchè la sua vita doveva essere stata molto arida e triste.
La Giuseppina osservò:
— Però, quella volta, il nonno è stato cattivo. L’ha punita troppo severamente.
La signora Giovannina si scrollò tutta con grande energia, e rispose:
— Ma no, ma no! Lui non l’ha fatto per punirmi, nè per atteggiarsi a giudice. Ha dovuto sopportare anche lui le conseguenze di un errore della mia educazione. I miei genitori erano stati deboli, per cieco affetto, e non mi avevano corretta a tempo della mia vanità; io, giunta ad una età ragionevole, invece di considerare il male che poteva farmi quella tendenza, creandomi dei gusti e dei bisogni non adatti al mio stato, assecondai la mia inclinazione, e, realmente, se allora avessi sposato Andrea, sarei stata infelice di non poter più sfoggiare dei bei vestiti, e di non essere ammirata e complimentata in società. E la mia infelicità avrebbe reso infelice lui. Fu una disgrazia per me, ma lui ebbe ragione di non sposarmi. E, vedete, nessun altro mi domandò. Rimasi zitellona. Forse appunto perchè tutti mi trovarono molto vana, per una giovane della mia condizione.
Noi comprendemmo che tutto questo era vero, e, senza più parlare del famoso vestito rosso, andammo a quelle due festicciole col nostro vestito da estate di lanetta bianca e verde, che ora farebbe rabbrividire certe nostre giovinette pretenziose ed inspirerebbe loro chissà quanti epigrammi maligni.
E ci divertimmo allegramente, ballando fra noi ragazze quando i ballerini non venivano a prenderci.
Però quel giorno, mentre la signora Giovannina era andata a mettersi il cappellino per accompagnarci a casa, la Giuseppina mi disse:
— Dicevi bene, dianzi a casa, Maria. Tutti i nostri ideali sono destinati a svanire in una storiella.
E tutte e due sospirammo con grande rammarico.