Come il nonno prese moglie

Quel gran disinganno della signora Giovannina ci aveva richiamata alla memoria la prima moglie del nonno, morta da molti anni, e che noi naturalmente non avevamo mai conosciuta.

Ma avevamo udito ripetere in casa e fuori che era una gobbina, alta appena un metro, e che non usciva mai di casa. In sedici anni circa che aveva vissuto col nonno, non era uscita più di otto o dieci volte, in carrozza.

Perchè mai il nonno aveva sposato quel povero essere deforme? Lui doveva essere stato bello nella prima gioventù. Certo era alto, molto alto, ben proporzionato, forte, cogli occhi buoni ed i lineamenti regolari. Tutto questo si vedeva ancora ad ottantasei anni.

Ed anche la signora Giovannina, la sua prima passione, era stata bella. Ne portava le traccie nelle linee correttissime del volto, nella persona alta e svelta. E poi, il nonno stesso ce l’aveva detto più volte.

Come mai era poi andato a scegliere quella sposa disgraziata?

Ci pensammo tanto, che alla fine, non potendo più frenare la curiosità, domandammo alla signora Giovannina com’era andata quella cosa strana.

Era un pomeriggio d’estate quando le facemmo quella domanda.

Eravamo tutte e tre alla cascina del nonno, che noi ragazze chiamavamo per affettazione «la villa» quando però il nonno non udiva.

Si stava sedute sopra una panca di legno, addossata al muro esterno della casa civile, la quale era poco più civile di quella rustica.

Dinanzi a noi si stendeva una striscia di terreno lunga e stretta come una strada maestra, tagliata fuori dalle praterie e dagli orti, e fiancheggiata da due viali.

In quella striscia crescevano alla rinfusa delle dalie d’ogni colore, delle ortensie, dei gigli, delle peonie, fiori ed arbusti comunissimi, che costituivano tutte le bellezze del nostro giardino.

I viali laterali erano fiancheggiati da piante di calicanto, di persicaria, che il nonno chiamava sempre polygonum persicario in memoria della cattedra di botanica che aveva occupato per molti anni, di lilla e di altri alberi ed arboscelli fioriti, che chiudevano il giardino come in una fitta siepe, separandolo dal resto del fondo.

Nel viale di destra vedevamo il nonno, con una vecchia giubba nera, ed un vecchio cappello a tuba grigio, avanzi della sua guardaroba di città, che egli faceva servire come costume di campagna, per misura d’economia.

Camminava lentamente, allontanandosi da noi, colle mani dietro la schiena, e con in mano il falcetto che luccicava al sole.

Tratto tratto alzava il braccio destro armato di quell’arma innocente, spiccava con un solo colpo un ramo troppo sporgente, poi riprendeva la sua positura colle mani di dietro incrociate, e tirava via a camminare canticchiando certe sue tre note, stonate ed invariabili.

«Hum! Hum! Hum!»

Quel giorno eravamo troppo distanti per udire le note, ma conoscevamo le sue abitudini, e ci pareva di udirle.

La signora Giovannina strinse le labbra ed alzò il mento, accennando il nonno, e, cogli occhi fissi in quella larga schiena diritta, rispose:

«Perchè è sempre stato buono come un santo. Ecco perchè ha fatto quel matrimonio!

Noi non parlammo, perchè avevamo sorpreso nella voce della signora Giovannina un certo suono gutturale, che ci aveva imbarazzate.

E lei pure s’era interrotta, un po’ mortificata di quella commozione.

Si diede una gran scrollata, come per scuoterla via, poi cominciò a raccontare, parlando a scatti, col suo accento asciutto, che quel giorno stonò più volte col senso pieno di calore delle sue parole.

················

«Quella povera gobbina, era figlia di certi signori Ripamonti, lontani parenti di Andrea.

«Erano tre figliole e quattro maschi.

«Le figlie erano maggiori dei fratelli.

«Le due prime erano sane e belle. La terza era stata colpita a dieci anni da un’artritide deformante, che l’aveva ridotta in uno stato da far pietà: gobba, colle mani contorte e nodose, e quasi inferma. Soltanto il volto aveva serbato una gran dolcezza d’espressione, ed una gran gentilezza di linee; ed i capelli biondi erano così lunghi ed abbondanti, che formavano come un cimiero troppo grave, per quel povero capino delicato dell’Editta.

«La signora Ripamonti era una buona donna, ma d’un’intelligenza assai limitata. Era di Biandrate, figlia d’un possidente rozzo, che non le aveva data nessuna istruzione, oltre quella che aveva ricevuta alla scuoletta comunale del villaggio, in quei tempi, quando le maestre non avevano bisogno di diplomi, e ne sapevano abbastanza se riescivano a scrivere una lettera, ed a fare le quattro operazioni aritmetiche.

«Ripamonti l’aveva sposata, perchè appunto era figlia d’un ricco possidente.

«Ma quel possidente, che non era una gran testa neppur lui, s’era sempre lagnato di non aver altri figli che quella ragazza; ed aveva dichiarato di voler lasciare a lei, soltanto la parte che le spettava a titolo di legge, e di voler legare il grosso del suo patrimonio ai discendenti maschi.

«Se sua figlia aveva dei maschi, come era da sperare, essi erediterebbero la sostanza del nonno materno, coll’obbligo di portarne il nome, unito a quello del padre: Ripamonti-Pratinelli.

«Se per disgrazia sua figlia non aveva figli maschi, gli eredi sarebbero i figli d’un fratello di lui, dei veri Pratinelli, due ragazzoni robusti, che promettevano di godere a lungo i quattrini dello zio.

«Si può figurarsi con che ansietà il signor Ripamonti, un piccolissimo proprietario, che cavava appena da’ suoi fondi, tanto da vivere, aspettasse d’esser padre d’un bel maschiotto, Ripamonti-Pratinelli, ed anche Gaetano, perchè, per abbondare di cortesia, contava di farlo tenere a battesimo dal suocero e di dargli il suo nome.

«La sposa pregava il Cielo con fervore che le mandasse un bambino.

«Ma videro invece, e con crescente terrore di tutti, venire al mondo, una dopo l’altra, tre bambinette.

«La signora Ripamonti le amava, le allattava, ne aveva tutte le cure, e le trovava bellissime. Ma se ne vergognava, come di tre cattive azioni che avesse commesse.

«E, certo, suo padre e suo marito le consideravano, se non proprio come tre cattive azioni, come tre errori; e la facevano responsabile delle conseguenze finanziarie, disastrose per la famiglia.

«Finalmente, dopo sei anni di matrimonio, quella povera donna trovò grazia dinanzi a Dio, che le mandò il piccolo Gaetano Ripamonti-Pratinelli, destinato a richiamare sulla retta via il patrimonio di suo nonno, che stava per sviarsi. Il fausto avvenimento fu festeggiatissimo da tutta la famiglia, ed il bambino divenne l’idolo, l’arbitro della casa.

«A due anni, quel piccolo despota, si ammalò gravemente di morbillo, e fu lì lì per tornare al limbo dal quale era partito. Fu una tale ansietà, un tal terrore, che per poco non morirono tutti i Ripamonti, di quella sua malattia.

«Le cure assidue, amorosissime della madre, contribuirono molto a salvarlo. Però era ridotto come un cadaverino, ed il medico ripeteva:

« — Ora io ho finita la mia parte. Il resto lo deve fare la mamma. È la sola che possa assisterlo con tutta l’attenzione, con tutta la devozione che si richiede. Avrà una convalescenza lunga e difficile assai. La menoma inavvertenza, un soffio d’aria, un boccone che mangi più del bisogno, possono mandarlo all’altro mondo da un’ora all’altra.

«La povera mamma non si risparmiava di certo, ed era disposta a rimetterci la vita, pur di guarire il piccolo ammalato.

«Ma sgraziatamente il male era contagioso, o dopo alcuni giorni ne fu colpita anche lei molto gravemente. Si fece un consulto, ma i medici tentennavano il capo e davano poca speranza. Ed intanto il bambino, invece di riaversi, rimaneva abbattuto, languido, con un resto di febbriciattola che non si poteva sradicare.

«Quando si vide perduta, la povera donna s’impaurì, non tanto per sè quanto per quel piccolo essere, tanto necessario all’avvenire della famiglia, alla felicità di suo marito e di suo padre.

«La sua mente piccina si smarrì a quell’idea tremenda che, morta lei, anche il bambino, al quale erano indispensabili le sue cure materne, morrebbe, lasciando la casa nella disperazione e nella rovina.

«Sotto quell’incubo pauroso, ella fece un voto strano, inaudito, quasi incredibile.

«Giurò di offrire al Signore tutte e tre le sue figliole, di farle monache, se otteneva la grazia di guarire, per curare il piccolo Gaetano.

················

Noi interrompemmo il racconto della signora Giovannina, per esclamare con indignazione:

— Ma era una cattiva madre!

— Una donna senza cuore!

— Un’egoista!

La signora Giovannina stette zitta un lungo tratto, chiudendo quasi gli occhi, e stringendo le labbra, come per fare violenza a sè stessa e trattenere le parole che le venivano in bocca. Poi disse con molta fermezza:

— No. Anch’io ho pensato come voi alla vostra età, ed ho giudicato quella donna severamente. Ma ho fatto male. Più tardi dovetti riconoscerlo. Fu sempre per le sue figlie una madre affettuosa, le allevò colla massima tenerezza; guai se si ammalavano, se alla scuola subivano qualche piccola ingiustizia; era sempre pronta ad assisterle, a difenderle con una parzialità affatto materna. Quando l’Editta fu colpita dall’artritide che durò più d’un anno nello stato acuto, poi prese un carattere cronico, la mamma abbandonò ogni cosa per curarla giorno e notte, non risparmiò nè fatiche nè veglie, tutti la videro soffrire, agire ed amare come una vera e buona madre.

Io risposi:

— Però deve ammettere che, quelle povere figlie, le amava molto male, e le sacrificava. Lei non aveva diritto di disporre della loro vita.

— È vero. Ma era semplice di mente. Queste cose che tu dici non le sapeva. Siccome il privarsi delle sue figlie era un sacrificio, un dolore anche per lei, non poteva immaginarsi d’essere egoista. Chi non sa di fare il male è come se non lo facesse. Credete a me, ragazze, non abbiamo diritto noi di erigerci a giudici. Io ho compreso questo, quando ho veduto Andrea, quel giovane buono ed onesto, troncare ad un tratto tutte le mie speranze, il mio avvenire di donna, per una questione di principii giusta a’ suoi occhi, ma troppo severa. Ho compreso allora che si può far male ad altri senza essere cattivi, nè colpevoli:

Mia sorella disse:

— Oh è stato cattivo, sì, quella volta il nonno con lei. È stato crudele. Io non glielo posso perdonare.

E la vecchia, con un accento secco, come di stizza, rispose:

— Ed io sì. Voi siete giovani. Non sapete. Ma quando si vede che una persona è buona, giusta, onesta in tutta la sua vita, non si deve giudicarla per un atto solo che sembra crudele. Può essere soltanto uno sbaglio; e può essere che noi non lo comprendiamo e che sia un atto buono, nel fine o nell’intenzione. Il nostro cuore di donna ci porta a stimare barbare le madri spartane, che spingevano i loro figli in guerra, e non piangevano quando erano morti. Invece pare che fossero migliori delle altre madri, grandi addirittura. Siamo noi povere donnette semplici, che non le comprendiamo. Forse al mondo non vi sono vere cattiverie; vi sono soltanto degli errori.

La signora Giovannina finì quel discorso mite, che aveva detto coll’asprezza d’una invettiva, e rimase assorta in quelle riflessioni, che chissà quanta parte avevano occupata nella sua povera vita solitaria.

Io era stupita, come se la vedessi e la udissi per la prima volta.

Non avrei mai supposto che quella vecchia zitella, priva di coltura, piena di piccole manìe, fosse capace, per sola intelligenza e nobiltà d’animo naturali, di quelle due virtù tanto grandi e pie:

Essere indulgente, e non giudicare il prossimo.

Sono le più difficili delle virtù umane.

Il perdono, la dolce virtù del perdono, che Cristo ci comanda e ci insegna, non è che una riparazione per chi ha mancato a queste altre. Chi ha commesso l’atto di superbia di giudicare arbitrariamente un suo simile, deve poi espiarlo, perdonando la colpa che gli ha imputato.

Ma l’uomo umile e giusto, che dice: — «Io non posso giudicare le azioni d’un altro, perchè non gli vedo nel cuore; perchè, forse, anche facendo quanto a me sembra male, ha delle intenzioni buone», — quel giusto, non ha bisogno di perdonare.

Queste cose che ora dico, allora le sentivo soltanto. Ed ammiravo quella vecchia semplice e sfortunata, che in tanti lunghi anni di vita senza gioie, non le aveva rinnegate.

La signora Giovannina dovette darsi una scrollata famosa per riscuotersi da quelle idee filosofiche. Tutti i suoi abiti, i nastri, le gale, svolazzarono; la panca tremò, e noi saltammo sulla panca, come se ci fosse il terremoto.

Poi ella riprese a parlare in fretta, come per farci dimenticare quegli sfoghi di sentimento e quei voli di pensiero, dei quali, nella sua timidezza selvatica, si vergognava.

················

«La signora Ripamonti guarì, e potè allevare quel primo erede Pratinelli, e due altri che vennero poi, a garantire solidamente alla famiglia il possesso della sostanza materna.

«Ed intanto, accanto ai fratelli ricchi, crescevano le sorelle povere.

«Le due maggiori erano già al Sacro Cuore per esservi educate, e per avvezzarsi a quell’ambiente nel quale dovevano passare tutta la loro vita.

«La povera Editta, a quindici anni, ne dimostrava appena dieci.

«Camminava con difficoltà, era incapace di qualsiasi lavoro, aveva bisogno di un’assistenza continua.

«Quando sua madre, l’aveva trasportata a Trecate per farla ammettere al Sacro Cuore come educanda, aveva ricevuto un rifiuto formale, irrevocabile.

«E, non solo non poteva esservi ammessa come educanda, ma non potrebbe neppure, più tardi, entrarvi come monaca professa. La sua infermità la escludeva dalla vita monastica.

«Allora la coscienza timorata della signora Ripamonti cominciò ad inquietarsi.

«Nel suo voto solenne aveva promesse al Signore tutte e tre le sue figlie; ora dandone due soltanto, si sentiva spergiura.

«Cosa sarebbe di lei, cosa sarebbe de’ suoi figlioli, e di quella figlia stessa, in questa vita e nell’altra? Era continuamente tormentata da scrupoli religiosi, atterrita dall’idea delle punizioni soprannaturali che la minacciavano.

«La Editta, che colla sua infermità la obbligava a trasgredire un voto, divenne ai suoi occhi un oggetto di repulsione; era al tempo stesso causa e rimprovero della sua colpa.

«L’eccitazione della povera donna raggiunse il grado d’una idea fissa, d’una manìa. Ella non parlava più d’altro, e colle sue lagnanze, come coi silenzi feroci, rimproverava continuamente all’inferma la sua disgrazia, e le conseguenze orrende che, secondo lei, ne dovevano derivare.

«Quando ebbero compiuta la loro educazione nel Sacro Cuore, le due sorelle maggiori tornarono in casa per passarvi un anno prima di prendere il velo. Tutte e due, ma specialmente la Delfina, la maggiore, furono prese da un’immensa pietà per la loro giovane sorella, sulla quale pesavano due grandi miserie: l’infermità, e l’ingiustizia della madre.

«Le due educande tentarono ogni mezzo per far ragionare la signora Ripamonti; ma la sua scarsa intelligenza, l’ignoranza, il fanatismo religioso, l’avevano ridotta in uno stato d’irritazione vicino alla demenza.

«Neppure il suo confessore riesciva a toglierle dalla mente quello strano scrupolo del voto trasgredito.

«In quel tempo, Andrea, che prima frequentava poco quei lontani parenti, era diventato il più assiduo di casa Ripamonti.

«Aveva posti gli occhi ed il cuore sulla Delfina, la bella bruna malinconica, dai grandi occhi azzurri. Egli, che non era mai entrato nelle confidenze della famiglia, sapeva vagamente, come tutti lo sapevano a Novara, che le due sorelle Ripamonti erano destinate a farsi monache; ma non poteva immaginarsi a che punto la madre fosse tenace e irremovibile in quel suo proposito.

«Appena comunicò alla Delfina la sua intenzione di domandarla in isposa, e di cambiare il suo destino, lei gli tolse ogni illusione, perchè non gli riescisse più amaro il disinganno.

«Per la madre era una questione di coscienza, ed il contrariarla avrebbe finito di farla impazzire. Il nonno Pratinelli era imbecillito da qualche anno e non poteva più esercitare nessuna influenza sulla figlia. Ed il signor Ripamonti aveva troppo desiderati ed aspettati gli eredi maschi, per non aver aderito, fin dal principio, al voto di sua moglie. Dunque non c’era speranza di revocarlo.

«Del resto, a quei tempi, erano molto frequenti i casi di fanciulle che prendevano il velo, anche senza averne la vocazione, per considerazioni di famiglia. E quel caso delle Ripamonti non suscitava l’indignazione ed il compianto che susciterebbe ora.

«Andrea e la Delfina erano due anime forti: videro che il loro matrimonio era impossibile, e si rassegnarono colla tranquillità delle anime forti. Andrea aveva condivisa con le due educande la grande pietà per la povera Editta, e le aveva posto affetto come ad una sorella infelice.

«Mancavano pochi giorni alla vestizione delle due novizie. Il signor Ripamonti pensò che la presenza continua di quel giovinotto in casa, e le sue occhiate amorose e meste alla Delfina, potrebbero mettere la ribellione nel cuore della sua figliola, e suscitare nella sua triste famiglia altri guai, oltre a quelli che la funestavano già.

«Quella sera stessa, quando Andrea si congedò, egli uscì ad accompagnarlo un tratto, e, quando furono in istrada, lo pregò di sospendere le sue visite, finchè le due monache fossero partite pel loro mesto destino.

«Senza un saluto, senza una stretta di mano, Andrea si vide separato dalla Delfina, per non rivederla mai più. Se almeno il signor Ripamonti avesse parlato due ore prima! Avrebbe potuto darle un ultimo addio...

«Questa riflessione Andrea la fece nel suo cuore; ma obbedì al padre della Delfina. Era troppo onesto per ribellarsi a quell’ordine o per eluderlo coll’astuzia. Ne sofferse molto. Ma se l’onestà non costasse nessuna pena, non sarebbe tanto rara.

«La farmacia d’Andrea era in fondo al corso di porta Milano. La carrozza che doveva condurre le due monache a Trecate al Sacro Cuore, doveva necessariamente passarle davanti. Il giorno della partenza era stato fissato da un pezzo, ed Andrea lo conosceva.

«Quella mattina abbandonò le polverine, le pillole, i decotti al suo praticante, ed appena ebbe aperta la farmacia, si mise in sentinella all’ingresso. Prese il caffè là fuori. Rinunciò a far colazione per non abbandonare il suo posto, ed aspettò pazientemente, ore dopo ore, per vedere un’ultima volta gli occhi azzurri della Delfina.

«Finalmente, verso le undici, vide venire da lontano la carrozza da nolo, una miserabile timonella, che il signor Ripamonti guidava stando a cassetta.

«Le due fanciulle erano sedute di dentro ai due lati, rincantucciate contro le pareti della carrozza per non schiacciare la mamma, che era seduta in fondo in mezzo a loro.

«Come Andrea, anche la Delfina doveva aver pensato a quell’ultima occhiata, perchè si era messa dalla parte della farmacia, a destra.

«Tutti salutarono Andrea, senza fermarsi. Il signor Ripamonti gli gridò che lo aspettava a casa la sera dopo, le ragazze chinarono ripetutamente il capo e sorrisero. La Delfina sorrise più a lungo, lo guardò fisso, lo salutò colla mano, poi abbandonò il braccio fuori della carrozza, e lasciò cadere un fogliolino piegato.

«Andrea corse innanzi sulla strada, dove il foglio era caduto, e stette là a custodirlo finchè la carrozza fu scomparsa.

«Allora, sicuro di non esser veduto, si chinò, raccolse il biglietto, corse in casa, traversò la farmacia in fretta, e salì a rinchiudersi nella sua camera.

«Non so se pianse lassù, o cosa fece. Non lo disse mai. Ma certo in quel breve istante, mentre la carrozza passava, mentre egli salutava e sorrideva, aveva sentito il suo avvenire spezzarsi, la sua più cara speranza svanire per sempre.

«Io l’avevo provato un anno prima, per lui, quel dolore. E so quanto è tremendo per un cuore giovane.

«Il biglietto della Delfina diceva:

«Caro Andrea,

«Io accetto, per obbedienza figliale una vita di sacrificio. Accettatela anche voi per sentimento di carità. Sposate la mia povera Editta; toglietela a quell’esistenza tribolata, a quei maltrattamenti che la uccidono.»

«È la sola prova che posso domandarvi del vostro amore, e ve ne sarò grata, e vi benedirò per tutta la vita, e pregherò per voi.»

«Delfina

«Andrea esitò qualche tempo.

«Il sacrificio era troppo grande pei suoi venticinque anni.

«Ma una sera trovò l’Editta col capo fasciato; ed il signor Ripamonti non esitò a dirgli che, un pugno violento della madre, l’aveva fatta cadere contro un mobile, dove aveva battuta la fronte in mal modo.

«Dopo qualche giorno l’Editta scomparve dal tinello, dove stava di solito radunata la famiglia. Andrea ne domandò conto alla signora Ripamonti; ed ella rispose che l’aveva rinchiusa in camera, perchè era colpevole di sacrilegio.

«Allora Andrea si rammentò la preghiera della Delfina, e si risolvette al sacrificio eroico. Sposò la povera gobba, per sottrarla alla persecuzione di quella pazza.

«Ora che si cura prima d’ogni cosa l’igiene, la salute, lo sviluppo fisico, quel matrimonio sarebbe considerato più mostruoso che sublime.

«Anche allora, molti esclamarono inorriditi:

« — Avranno dei bambini deformi!

«E parlavano dei Greci che gettavano i bambini contraffatti giù dalla rupe Tarpea, perchè non si moltiplicasse la loro razza disgraziata.

«Può darsi che a forza di discorsi scientifici si possa dimostrare che avevano ragione.

«Ma Andrea non almanaccò tanto. Fu generoso, pietoso, ed obbedì alla preghiera della Delfina.

«Grazie alla sua carità eroica, quella povera gobbina visse sedici anni tranquilla, circondata da cure amorevoli.

«E sua madre, non vedendosela più continuamente accanto, si calmò, ed evitò il manicomio, al quale l’avrebbe condotta indubbiamente la sua pazzia religiosa.

«È certo che, se Andrea si fosse veduto crescere intorno una corona di bambini deformi avrebbe sofferto; si sarebbe anche pentito del suo eroismo.

«Ma la provvidenza gli risparmiò quella prova. Egli non ebbe figli. Forse fu quello il compenso della sua buona azione.

«Ad ogni modo, in quel matrimonio, come in ogni atto della sua vita, Andrea fu nobile, generoso e buono.

Nota. — Questo racconto, che forse sembrerà a molti improbabile, è tutto, tutto verissimo, e non vi ho aggiunto del mio altro che la forma letteraria.

L’Autrice.