Il nonno, che quando era bimbo, come è ben naturale, non era punto nonno, e si chiamava Andrea, abitava in un piccolo villaggio del basso Novarese. Suo padre era farmacista, il che, a quei tempi, non significava, come ora, preparare e vendere medicinali e, per giunta, tenere una raccolta di specialità più o meno ciarlatanesche in boccette e scatoline eleganti, e ciarlar di politica col medico condotto e con le altre autorità e notabilità del paese.
Il farmacista di Cerano, allora, vendeva e fabbricava una serie di cose, anche estranee affatto alla farmacopea; come per esempio il carbone, la polvere di riso, la cioccolata, la mostarda.
Era dunque un uomo straordinariamente affaccendato, ed aveva ben poco tempo, per non dire che non ne aveva punto, per occuparsi a vezzeggiare i suoi figli.
Sua moglie era in farmacia fin dalla mattina, e faceva le veci del marito tutto il tempo che egli doveva passare alle carbonaie. E quando lui prendeva il suo posto dietro il banco, lei badava alla cucina, al bucato, a tenere in ordine i vestiti dei figlioli, all’allevamento dei bachi nei mesi di maggio e giugno, ai polli, alle oche, ad un’infinità di cose, per le quali le ventiquattr’ore della giornata le bastavano appena, grazie alla sua grande attività; ma, a rigore, sarebbero state insufficienti.
I figli, che erano tre, venivano svegliati ogni mattina dalla mamma, che, di buonissima ora, bussava forte all’uscio dello stanzone, dove dormivano su tre lettucci, composti di due cavalletti, d’un saccone di foglie e d’una materassa.
A cinque anni cominciavano già a lavarsi e vestirsi da sè alla meglio. Prima dei cinque anni, era Andrea, il fratello maggiore, che aiutava i più piccini. Gli era capitata addosso a sei anni quella prima responsabilità; ma non gli era mai riuscita gravosa.
È vero che qualche volta i piccini, assonnati, capricciosi, gli menavano qualche pugno; ma lui lo rendeva equamente; se gridavano, gridava più forte di loro, e, bene o male, finivano sempre per esser vestiti tutti ogni mattina, e per scendere in cucina.
Era là che la mamma li aspettava per le preghiere; così, senza perder tempo, recitava forte un pater, un’ave, un credo, mentre scodellava la polenta, e versava in ogni scodella di polenta calda, una buona mestola di latte fresco pei figlioli.
Dette le orazioni e mangiata la polenta, i tre ometti andavano alla scuola, muniti del sillabario, della dottrina cristiana, dell’abbaco, del quaderno per lo scritto, e d’un panierino col pane ed una mela per la colazione del mezzogiorno. Il pane era abbondante, la mela era sempre una sola; e quando non era la mela erano quattro noci, o una pera. Mai nulla di più appetitoso. La costoletta, la bistecca, o le ova sbattute delle nostre scolarine moderne, non erano mai balenate alla mente di quei ragazzi, neppure in sogno. Se avessero udito di qualcuno che si fosse portato il vino per la colazione a scuola, come ora si fa da molti, avrebbero creduto che si trattasse del principe Camaralzaman o della principessa Badour, delle Mille ed una notte, e l’avrebbero considerata come una delle tante stravaganze di quei personaggi meravigliosi.
Al ritorno dalla scuola, babbo e mamma, facevano trovare ai figli il desinare, il focolare acceso nell’inverno, il letto per dormire, gli abiti per mutarsi. Confetti, trastulli, passeggiate, giochi, vezzeggiamenti, erano cose ignote.
E questo, non perchè il babbo del nonno fosse veramente povero. Aveva qualche fondo, la farmacia, e guadagnava benino, ed in un piccolo paese come Cerano, dove la vita costava meno che in città, ed a quei tempi, si poteva dire un uomo agiato.
Ma prendeva la vita molto sul serio. Aveva dei principii austeri. Guai a fare un debito! A’ suoi occhi era una vergogna. Guai a ritardare d’un giorno un pagamento; era mancare ad un dovere. Guai a spendere quattrini in una cosa inutile, in una superfluità, in un divertimento, mentre con quel denaro si poteva fare qualche cosa di seriamente giovevole all’avvenire dei figli, o soccorrere della gente in miseria! E quell’austerità l’applicava a sè stesso prima che agli altri. Vestiva quasi come i contadini del paese, mangiava nel modo più frugale, non aveva mai portato guanti in vita sua, non andava mai neppur fino a Novara, se non per necessità del suo commercio o della famiglia, non entrava mai nell’unico caffè del paese, e tanto meno nell’osteria.
Nessuno dunque poteva biasimarlo se non comperava dei giocattoli ai suoi figli, per quanto loro li desiderassero.
Del resto i ragazzi si trastullavano egualmente. Ma lo facevano per iniziativa propria e come potevano. Uscivano soli pel paese, andavano in cerca di nidi, coglievano le more sulle siepi, pescavano nella Morra, vi facevano i bagni; ed era un arrampicarsi, un saltare, un correre, un dimenarsi in tutti i modi, che non aveva nulla da invidiare alla ginnastica sistematica delle nostre scuole.
La mamma se ne accorgeva dagli strappi che trovava nei vestiti, ognuno dei quali era salutato da una sgridata o da uno scappellotto. Ma la mamma non ci metteva fiele, ed i ragazzi non se ne avevano a male.
Nei calori ardenti dell’estate, tutti gli altri spassi erano trascurati, ed i giovinetti del paese passavano nell’acqua tutte le ore che la scuola e le occupazioni di casa lasciavano loro di libertà.
Quasi tutti sapevano nuotare. Eppure nessuno aveva mai presa una lezione di nuoto, nè era mai stato accompagnato in acqua da un marinaio, nè s’era legate sulla schiena due zucche come le ali d’un amorino, nè s’era aggrappato disperatamente ad un salvagente. I parenti d’allora non si davano tante brighe. Trovavano che il nuoto non era una necessità, e dicevano: «Se non potete imparare da voi, fatene a meno».
Molti, molti anni dopo, quando il piccolo Andrea era diventato il nonno, noi s’andava qualche rara volta in campagna per alcuni giorni sul lago d’Orta. Là c’erano delle nostre compagne, che avevano una casa in riva al lago, una darsena, un canotto, un marinaio, o piuttosto un barcaiolo, marinaio d’acqua dolce.
Noialtri pure avremmo voluto nuotare, ma non sapevamo. S’entrava nell’acqua a uno a uno col barcaiolo che ci teneva le mani, e ci faceva fare l’esercizio, ripetendo all’infinito, come fanno i caporali coi coscritti: «Uno, due, tre, quattro». Noi ci si metteva un’attenzione intensissima che ci irrigidiva tutti, e si aveva una paura smisurata, e non si riesciva mai a mettere d’accordo le braccia con le gambe, e s’andava regolarmente sotto, appena il barcaiolo ci lasciava.
Il nonno, alto, forte, tutto bruciato dal sole, stava ritto sulla spiaggia come una grande statua di bronzo, e, ridendo dei nostri sforzi, diceva:
«Io non ho mai imparato quell’esercizio, eppure sono stato un nuotatore famoso. Ma ai miei tempi queste cose non entravano nel numero di quelle che si debbono imparare. Era un gusto come un altro, e, chi lo voleva, se lo procurava come poteva».
«A Cerano, poco fuori dal paese, c’era un ponte sulla Morra, alto come un secondo piano, ed anche più. Si chiamava: Il ponte del diavolo. Vi sono molti ponti che si chiamano così, sebbene non abbiano nulla di tremendo, di diabolicamente pauroso e bello, come il Ponte del diavolo che i viaggiatori vanno ad ammirare sulla via del Gottardo.
«Vedevo i miei compagni che spiccavano il salto da quel ponte, affondavano un istante, poi diguazzavano scotendo l’acqua e spruzzandone da tutte le parti, e col capo fuori dall’acqua tiravano via a nuotare allegramente.
«Li invidiavo. Mi struggevo di fare altrettanto. Ma ero ancora molto piccino. Avevo, credo, sette anni. Non sapevo nuotare, e dovevo accontentarmi di bagnarmi alla riva, correndo nella sabbia, coll’acqua fino alle spalle.
«Una volta domandai a mio padre:
— Come si fa per imparare a nuotare?
«E lui mi rispose:
— Ma! Si prova. Io ho nuotato finchè sono stato giovane, senza che nessuno mi abbia mai insegnato.
«Poi, crollando le spalle, soggiunse:
— Del resto, non c’è nessun bisogno d’imparare a nuotare, quando non si deve fare il marinaio.
«Io non ne parlai più. Ma ne avevo una gran voglia. Un giorno stavo sul Ponte del diavolo guardando alcuni compagni che nuotavano di sotto, e dissi a due altri che si preparavano a fare il salto:
— Come mi piacerebbe di saper nuotare anch’io!
«Non avevo terminato di dirlo che mi sentii sollevare da terra e precipitare nel vuoto, mentre i compagni che mi buttavano giù, gridavano agli altri che erano già nel torrente:
— Attenti! attenti! Badate che vien giù Andrea!
«Affondai nell’acqua, provai un gran freddo, una gran soffocazione, poi respirai a stento. Avevo la testa fuori dell’acqua e due nuotatori me la reggevano, tirandomi innanzi.
«Non so come avvenisse, ma bastò quella lezione.
«Il giorno dopo spiccai il salto da me, ed ebbi appena bisogno dell’aiuto dei compagni per tornare a galla.
«La terza volta non ebbi bisogno di nessun aiuto. Sapevo nuotare.
«La mamma, quando le dissi quel fatto si mise di malumore; forse aveva paura per me; ma non me lo disse.
«Mio padre borbottò tutto accigliato: — che ero una testa matta, che avevo arrischiato di rompermi il collo per imparare una cosa inutile, un perditempo...
«Io mi arrischiai a dire:
— Ma ha detto l’altro giorno che anche lei ha nuotato finchè è stato giovane, babbo...
— È vero. Ma non ho cominciato dal salto. E poi, se io ho perduto del tempo inutilmente, non è quello che ho fatto di meglio, e non devi imitarmi. Se hai delle ore di troppo vieni alle carbonaie, che troverai da occuparti meglio.
«Fu tutta la gloria o l’ammirazione che mi fruttò quel mio rapido progresso nella nautica.
«Tenetelo a mente, signorini, che mi fate spendere i quattrini della lezione, e credete di aver fatto molto, e quasi quasi pretendete ch’io vi lodi e vi ringrazi, quando ne avete profittato un pochino.