Come il nonno si fece levare un dente

Un giorno il nonno ricevette una lettera da mio fratello, che era in collegio a Vercelli, nella quale il povero ragazzo annunziava d’essere tormentato da un forte dolor di denti.

Il giorno dopo giunse un’altra lettera con una descrizione straziante degli spasimi del malato. Il direttore aveva fatto chiamare il chirurgo dentista, e Mario aspettava con ansietà d’essere visitato.

Il terzo giorno venne una terza lettera.

Il dentista aveva dichiarato che la carie era troppo avanzata perchè il dente si potesse ancora impiombare. Il paziente però non si sentiva il coraggio di farselo levare, ed aveva domandato che, prima di ricorrere a quella misura estrema e barbara, si tentassero tutti i rimedi possibili.

Aveva trovato un sollievo momentaneo nel laudano; ma poi era ricaduto nelle sue atroci sofferenze. Inutile dire che, da otto giorni, aveva lasciato gli studi e tutto, e stava nell’infermeria gemendo e piangendo.

Per una settimana ancora continuò a venire ogni giorno un bollettino sanitario, nel quale il malato stesso riferiva minutamente le cure tentate, le pillole d’oppio, persino un’iniezione di morfina descritta pomposamente, come una seria operazione sopportata con coraggio, poi il creosoto, gli empiastri applicati alla guancia, e gli effetti più o meno buoni, e più o meno durevoli d’ogni rimedio.

Finalmente venne una lettera del direttore, il quale avvertiva solennemente il nonno, che la sofferenza di Mario, sebbene non avesse nessuna gravità, non si potrebbe realmente guarire, se non coll’estirpazione del dente cariato. Questo annuncio era accompagnato da una dichiarazione del chirurgo-dentista, il quale faceva ogni settimana una visita ai denti di tutti gli allievi del collegio, li puliva, li limava quand’era necessario, li medicava, ed in questa circostanza speciale di Mario, giudicava inevitabile l’estirpazione del dente guasto.

Si pregava il nonno di rispondere per telegrafo, perchè il malato era molto nervoso ed intollerante.

Il nonno non s’era mai crucciato di tutto questo; più volte aveva data una scrollatina di spalle ricevendo le lettere urgenti di Mario; ed anche quella mattina sorrideva tra sè mentre scriveva il suo telegramma di risposta che diceva:

«Si faccia pure grande operazione. Raccomando coraggio piccolo eroe.»

Sgraziatamente, pare che il piccolo eroe non ne avesse di molto, perchè in giornata venne un altro telegramma del direttore:

«Mario esige essere cloroformizzato. Non oso assumere responsabilità. Cosa fare?»

Il nonno questa volta fece una vera risata, e rispose, sempre per telegrafo:

«Differite finchè avrete lettera. Scrivo subito.»

E, spedito il telegramma, temperò una bella penna d’oca, una rarità che si trovava sempre in casa nostra, perchè il nonno aveva una pessima opinione delle penne d’acciaio, e scrisse a mio fratello:

«Caro Mario,

«Sono sbalordito del chiasso che fai per un dente cariato.

«Ammetto che ti dolga molto, e ti compiango... fino ad un certo punto.

«È un fatto che noialtri vecchi siamo sempre un po’ in lotta coi nuovi sistemi. Ma è certo che ai miei tempi, quando non si usavano le visite settimanali del medico (trenta lire all’anno), alla dentatura dei ragazzi, e si badava un po’ meno a qualche piccola sofferenza, o anche a qualche grave sofferenza purchè non presentasse nessun pericolo, e si lasciava un pochino che i giovinetti si dibattessero da sè nella gran lotta della vita, si era, alla tua età, più coraggiosi e più forti di quanto tu hai dimostrato di essere.

«In risposta alle molte lettere, bollettini sanitari, dichiarazioni mediche e telegrammi, che costituiscano il voluminoso incartamento del tuo caso straziante, ti dirò come io, a nove anni, mi feci levare un dente.

«Vivevo, come sai, a Cerano, non lontano dalle risaie, in mezzo alle praterie irrigate, paese di nebbia e di vapori malsani. Un autunno l’umidità fu tanta, che anche i miei giovani denti se ne risentirono. Cominciai dall’avere una flussione alla guancia destra, che si gonfiò enormemente tirandomi il naso tutto da un lato, e coprendomi un occhio, e finii per rimanere con una fitta acuta, dolorosissima, come se m’introducessero un succhiello proprio sotto l’occhio destro, poi lo togliessero con uno strappo, poi lo introducessero di nuovo girandolo e rigirandolo dentro.

«Mio padre era occupato intorno ai lambicchi dove distillava le vinaccie per far l’acquavite; la mamma aveva al fuoco dalla mattina alla sera un’enorme caldaia in cui faceva cuocere, collo zucchero e col miele, le frutta per la mostarda.

«A queste faccende straordinarie dell’autunno, si univano quelle ordinarie della famiglia e della casa.

«Per conseguenza nessuno aveva tempo d’intenerirsi per il mio mal di denti.

«O, forse, s’intenerivano, perchè, sebbene non facessero carezze, i miei genitori mi volevano molto bene. Ma non avevano tempo nè di compiangermi, nè di chiamare a consulto la facoltà per un male del quale non si muore. E quanto ad amministrarmi narcotici e corrosivi, il babbo non voleva saperne, dicendo con ragione: «È meglio patire un po’ di più, che guastarsi i denti, e magari anche la salute, con le medicine.»

«Io, dunque, non andavo a piagnucolare con loro. Mi sforzavo di sopportare il mio male con coraggio, aspettando che finisse.

«Ma non finiva.

«Una mattina mio padre mi disse:

— Dovrei mandare a Novara questa partita d’acquavite che ho venduta ad un liquorista, e mi accomoderebbe che tu andassi sul carro per tener d’occhio il carrettiere, che non mi avesse a fare qualche marachella. Ma con quel male, non potrai?...

«Pensa, caro il mio infermo, fin dove tu alzeresti le braccia per invocare il cielo in testimonio dell’umana barbarie, se in questo momento ti proponessero, non dico una strada di sette chilometri sopra un carro scoperto in una giornata umida di novembre, ma soltanto di scendere dall’infermeria per assistere ad una lezione.

«Io invece, senza essere per questo un eroe, ero avvezzo a prendere la vita sul serio, ed a rendermi utile nella misura delle mie forze di nove anni. Dissi ad un mio compagno più grande di me, che aveva dei denti infelicissimi:

— Come dovrei fare per farmi cavare questo maledetto dente nella giornata? Vorrei star bene per andare a Novara domattina...

«L’altro mi rispose:

— Fa come faccio io ogni volta che ho un dente troppo dolente e troppo guasto: vieni dal fabbro.

«Fui un po’ meravigliato, e dissi:

— Dal fabbro? Per farmi levare un dente?

«Ma sì! Vorresti andar dal chirurgo come una donnina?

«A dire il vero, avrei preferito andare dal chirurgo come una donnina. Quel fabbro mi faceva un po’ di paura. Ma il chirurgo era burbero; mi vedeva da parecchi giorni girare per la farmacia col volto sfigurato, ed invece di guardarmi in bocca per veder di guarirmi, mi aveva detto: «Effetto dell’umido; passerà» e non ci aveva badato più. Era anche, per principio, contrario alla estirpazione dei denti. Mi rassegnai dunque ad andare col mio compagno, che mi condusse dal fabbro, in fondo al paese, e gli disse:

— «Lavatelli, c’è un’operazione da fare. Un buon colpo; mi raccomando: è un mio amico.

«Il fabbro, senza neppur guardarmi, andò a prendere uno spago, poi venne da me e domandò:

— «Dov’è questo dente?

«Io glielo mostrai. Egli mi pose in mano lo spago e mi disse:

— Legalo; prendi lo spago nel mezzo, per lasciarmi i due capi della stessa lunghezza.

«Da me solo stentavo; ma, coll’aiuto del compagno, si riescì a legare il dente cariato collo spago.

«Allora il fabbro legò i due capi all’incudine tenendoli molto corti, tanto che dovevo star chino per non sentirmi tirare il dente indolito.

«Io domandai:

— Ed ora, come si fa?

«Il mio compagno, venendomi accanto in modo da non lasciarmi vedere nè l’incudine nè il fabbro, mi rispose:

— «A momenti, quando te ne sentirai il coraggio, darai una stratta spingendo il capo indietro...

In quella un colpo tremendo, formidabile, del martello sull’incudine, fece tremare tutta la bottega, echeggiò come lo scoppio d’una bomba; e, nel sussulto pauroso che mi fece fare quel colpo inaspettato, diedi involontariamente una grande stratta allo spago, che rimase attaccato all’incudine col dente malato, mentre il mio compagno esclamava:

— Ecco fatta l’operazione!

«Infatti, tutto era finito; non soffrivo più, e non mi pareva neppure d’aver sofferto nel momento dell’estirpazione, tanto quel colpo m’aveva sorpreso e sbalordito.

«E la mattina seguente potei andare tranquillamente a Novara sul carro, per proteggere con la mia presenza l’acquavite del babbo, contro gli attentati del carrettiere.

«Ecco, figliolo mio, come il nonno si fece levare un dente. Ora quel mezzo primitivo ed un po’ barbaro non si potrebbe usar più, nè te lo vorrei consigliare. Ma rifletti a questa storiella della mia vita semplice, e fanne l’uso che credi.

«Il Nonno.»

Si stette due giorni senza nuove di Mario. Poi venne una lettera, tranquilla e seria, nella quale parlava degli studi, dei prossimi esami semestrali, di certe provviste che gli occorrevano; e soltanto in fondo, come cosa secondaria, diceva:

«Sa, nonno? quel dente me lo feci cavare. Ma senza cloroformio. Avevo la sua lettera che ne faceva le veci.»