La nostra povera mamma se n’era andata con Dio. Eravamo soli col povero vecchio nonno.
Dopo le quattro classi elementari, egli ci mandò, mia sorella ed io, ad un istituto privato, come esterne, per impararvi il cucito e la lingua francese, la sola lingua straniera che trovasse grazia ai suoi occhi; ne aveva compresa la necessità ai tempi di Napoleone I, quando aveva veduti i francesi in carne ed ossa, sulle strade e nelle campagne del basso Novarese.
Verso la fine di novembre la direttrice dell’istituto venne in classe ad annunziare che aveva fissato un buon maestro di ballo, per quelle allieve che volessero prender lezioni durante tutto il carnevale, e parte della quaresima; sessanta lezioni in tutto.
La spesa sarebbe minima, venendo suddivisa, com’era da supporre, fra tutte le scolare, o almeno fra la massima parte di esse.
Si può figurarsi in che stato di eccitamento ci ponesse quell’annunzio. Avevamo veduto una volta un ballo al teatro, e ci pareva già di far le piroette col vestito corto, con una gamba stesa, come quelle ballerine color di rosa, che ci erano sembrate delle enormi e leggerissime farfalle.
Trovammo modo di parlarne il resto del tempo di scuola, e durante la strada del ritorno, animatissime, cogli occhi lucenti, le guance accese, gesticolando esageratamente, sebbene, a ripensarci ora, non mi riesca d’immaginare che cosa potessimo dire così a lungo su quell’argomento, tanto più che nessuna di noi pensava a sollevare il menomo dubbio su quelle lezioni tanto desiderate.
Però, quando ci trovammo in faccia al nonno, provammo un senso di sgomento, una peritanza inesplicabile. Quel vecchio alto, color di bronzo, con le mani dure, con la parrucca messa alla peggio senza la menoma pretesa d’ingannar nessuno, aveva qualche cosa di troppo positivo, di troppo pratico, di troppo contrario all’idea elegante e pittoresca che noi ci facevamo del ballo, per incoraggiarci.
Si stette un po’ impacciate, ripetendo: «Buona sera, nonno; buona sera» e non osando aggiunger altro.
Fu lui che, sedendo a tavola, domandò, come del resto domandava ogni giorno:
— Che cosa c’è stato di nuovo a scuola?
Allora noi ci guardammo, molto confuse, e mia sorella scrollava il capo come per dire:
— Io non parlo; non se ne fa nulla.
Ma io, che di solito mi eccitavo di più e riflettevo meno, mi feci un gran coraggio, e dissi:
— C’è stata una famosa novità. La direttrice ha preso un maestro di ballo.
Il nonno alzò le spalle in atto di sprezzo, e sospendendo un minuto di soffiare nella minestra, disse:
— Che idea! Poi ricomincio a soffiare.
La Giuseppina mi diede una pedata sotto la tavola, ed io mi sentii batter forte forte il cuore.
Per un momento la confusione c’impedì di parlare. Ma a misura che il desinare s’avvicinava alla fine, la mia impazienza cresceva e sentivo il bisogno di uscire da quella incertezza. Cercai di parlare con voce calma, e domandai:
— Non le pare che sia una buona idea, nonno, quella del maestro di ballo?
— Mi pare inutile. Cosa ne vuol fare, la direttrice, di questo maestro?
Io risposi:
— Far insegnare il ballo... a quelle che vogliono impararlo.
Il nonno mi guardò, poi guardò la Giuseppina attentamente. Aveva capito; ma non lo disse, ed invece riprese:
— Io ho ballato tutta la mia gioventù, e non ho mai pensato a prender lezioni di ballo.
La Giuseppina, che non aveva ancora parlato, vedendo che le cose prendevano una brutta piega, venne in mio soccorso, insinuando timidamente:
— Avrà ballato male...
Ed io, con un’energia provocante, confermai:
— Sicuro! Avrà ballato male.
Il nonno sorrise, come ad un’immagine lontana che vedesse lui solo, ma non rispose.
Poco dopo s’udi una scampanellata secca, nervosa, e subito entrò la signora Giovannina.
Era una cugina del nonno, una zitellona, alta e sottile come una guglia, con una testina piccola, un naso diritto, come quello delle statue greche, le tempia depresse, e le labbra sottili sulle gengive sdentate. Pareva più una zitellona da romanzo, che una vera zitellona viva di provincia.
Quella personcina così priva di carne, che a vederla pareva di sentire scricchiolare le sue piccole ossa sporgenti, era tutta nervi; vibrava come un apparecchio elettrico. Specialmente quando era irritata si scrollava tutta energicamente, e pareva un pioppo scosso dal vento. Il nonno aveva la facoltà di farla vibrare a quel modo parecchie volte ogni sera; perchè, o per distrazione o per il gusto di farla stizzire, la chiamava sempre a testimonio quando narrava le sue gesta giovanili; e la signora Giovannina rifiutava ostinatamente di rammentarsi di quelle date remote.
Quel giorno, appena fu entrata, il nonno le disse:
— Dite un po’, Giovannina, vi pare che noi si ballasse male, quando s’andava ai veglioni del ventuno...
La signora Giovannina si diede una lieve scossa che fece svolazzare tutti i nastri che aveva addosso. Poi, voltandosi per deporre il cappellino, rispose:
— Siete matto! Come volete che mi ricordi del ventuno? Ero una bambina...
— Sì, una bambina di ventiquattro anni... Siete dell’altro secolo, Giovannina; non rinnegate vostro padre...
E dopo aver lasciato che la signora Giovannina si scrollasse, scattasse, si facesse svolazzare tutti i vestiti intorno per un tratto, quando la vide un po’ più quieta, riprese:
— Via, dite un po’ a queste grulline come si ballava noi, e come si era imparato a ballare.
Si guardarono un momento ridendo, poi la signora Giovannina disse:
— Le prime prove si fecero laggiù a Cerano, davanti alla farmacia di vostro padre... Ma dite voi, Andrea, ci avete più gusto di me a raccontare.
Infatti il nonno ci aveva gusto, e cominciò a raccontare col volto ridente:
«Il babbo di quel vecchio Lavatelli che viene ogni anno a potare le nostre viti, abitava, a Ceràno, in faccia a noi; e la domenica e tutte le feste comandate, passava il pomeriggio seduto fuori della porta di casa, sonando certe zampogne primitive che si fabbricava da sè, con la scorza dei pioppi.
«Ora dico così, perchè ho veduto di meglio, ma allora avevo un’ammirazione infinita per le zampogne del vecchio Lavatelli, ed andavo in sollucchero quando lo sentivo sonare.
La nostra Giovannina che allora era piccina, e portava quei vestiti lunghi colla vita corta, come quelle donnine in miniatura che vi fanno ridere quando le vedete nelle incisioni di quei tempi in cui non usavano ancora i calzoncini, veniva sempre a passare qualche settimana nell’estate con noi.
Una sera, poteva avere allora nove o dieci anni, era nel...
— Lasciate stare! interruppe con una grande scrollata di testa la signora Giovannina. — Voi avete la manìa delle date...
Il nonno rise un pochino in silenzio, poi continuò:
«Una sera senza data, dunque, la Giovannina era appena arrivata da Novara, quando il vecchio Lavatelli cominciò a sonare la zampogna.
«Allora lei spiccò un salto giù dai quattro scalini della farmacia, balzò in istrada in piedi, e, rialzandosi delicatamente le gonnelline sui fianchi, col pollice e l’indice chiusi e le mani tese, cominciò a ballonzolare avanti e indietro, dimenando il capo beatamente.
«Mio padre con tutta la famiglia, il medico ed alcuni avventori, uscirono dalla farmacia; tutti i vicini della contrada, i ragazzi vagabondi, si accostarono, e fecero cerchio intorno alla ballerina. Era un trionfo, e la mia vanità mi spingeva fortemente a pigliarvi parte.
«Saltai in istrada anch’io, e, piantandomi dinanzi a lei colle mani sui fianchi, mi posi ad imitare ogni suo movimento.
«Il repertorio del vecchio Lavatelli si limitava a poche cantilene di canto fermo di chiesa, e ad una sua canzone prediletta, che cantava in tono gemebondo quando lavorava nei campi, e della quale ricordo ancora lo stupido ritornello:
«I quattro evangelisti, la luna e il sol
«E chi ha creà sto mondo l’è stà nostro Signor.»
«Quel giorno era appunto l’aria piagnucolosa, lenta, misteriosa della sua canzone, che il Lavatelli sonava; per cui i movimenti della danza dovevano essere straordinariamente lenti e languidi, per accompagnare la musica. Erano dei dondolamenti malinconici, degli inchini solenni, dei passi d’una gravità da funerale. Io, che, ballando, mi ricordavo e canticchiavo il ritornello misterioso, ne ero profondamente commosso.
«Il nostro pubblico trovò che noi si ballava stupendamente, e la domenica seguente c’incoraggiò a ripetere la danza. Questa volta ballammo improvvisando, sull’aria maestosa del «Tantum ergo» ambrosiano.
«E così di festa in festa, poi d’autunno in autunno ci esercitammo a quel ballo fantastico e bizzarro, indipendente da ogni regola, che noi ed i nostri ammiratori chiamavamo minuetto, unicamente perchè si cominciava sempre, io colle mani sui fianchi, lei, rialzandosi le gonnelline.
«Una volta, io era a Novara in casa della Giovannina per le vacanze di carnovale, quando certi suoi parenti vennero, tutti in gala, a fare l’invito per una festicciòla in casa loro, in tutta confidenza.
«A noi non parve vero d’andare a sfoggiare la nostra abilità ad una vera festa da ballo, e colla vera musica d’un organetto.
«Io aveva tredici anni, e lei...
La signora Giovannina cominciò a scrollarsi, ed il nonno invece di dire la sua età, riprese ridendo:
«Via, lasciamo andare!
«Entrammo trionfanti, la Giovannina col suo vestito più bello di lana scozzese, io con un jabot molto rammendato ma di vera trina, sebbene grossa e fatta al tombolo.
«Alle prime battute, senza curarci degli altri, ci mettemmo in posizione, uno colle mani sui fianchi, l’altra coi rigonfi dell’abito fra le dita, e cominciammo i nostri passi stravaganti, un po’ impacciati dal tempo accelerato a cui non eravamo avvezzi, ma lei inventando meravigliosamente, io secondandola alla meglio.
«Ad un tratto, uno scoppio di risate irrompenti, poi, subito, una salva d’applausi fragorosi, ci fece fermare.
«Soltanto allora, guardandoci intorno, ci accorgemmo che eravamo soli a ballare, mentre tutta la sala ci faceva circolo intorno, e rideva alle nostre spalle.
«Molti si figurarono che ballassimo una danza caratteristica di qualche paese, e ci domandarono ripetutamente:
— Che ballo è? È la tarantella? È il fandango? È il bolero? Dov’è che si balla così?
«Un minuto si rimase male tutti due. Ma la Giovannina, che ha sempre avuta la lingua pronta, si rinfrancò subito, e, ridendo anche lei cogli altri, rispose:
— Si balla così dove non si sa ballare. È una danza di nostra invenzione.
«Volevano che si facesse il bis. Ma lei mi prese per la mano, e mi disse piano:
— No, sai. La seconda volta ci burlerebbero. Stiamo a vedere come fanno gli altri, poi faremo lo stesso anche noi.
«Infatti, sia pel lungo esercizio che s’era fatto alla nostra maniera, sia per l’amor proprio che ci spingeva, prestammo un’attenzione così intensa a tutti i passi, a tutte le movenze degli altri ballerini, che la sera stessa incespicando, imbrogliando un poco le figure, riescimmo a ballare la gavotta ed a prender parte ad una contraddanza.
«Il giorno dopo, a casa, ci chiudemmo nella stanza da pranzo, e, senza musica, accompagnandoci con dei tra la la, tra la la, interrotti, ansimanti, stonati, riprovammo ripetutamente quei balli.
«E l’anno seguente andammo a parecchie festicciòle, e ce la cavammo alla meglio, pestandoci i piedi tra noi. Ed anche più tardi, quando io era un giovinotto e lei una signorina da marito, la Giovannina era molto ricercata dai ballerini migliori, ed io potevo scegliere fra le signore, perchè ero conosciuto per un famoso ballerino.»
La lunga storia del nonno ci fece ridere, ma non ci persuase. E la signora Giovannina, che amava sfoggiare le idee moderne per ringiovanirsi, osservò:
— Queste sono coso d’altri tempi, Andrea. Ora se una signorina si mettesse a ballare a quel modo, senza saperne nulla, la metterebbero sulla Vendetta.
— Il nonno corresse ridendo: Vedetta.
Era un giornale che usciva a Novara con questo titolo, che la signora Giovannina non aveva mai capito cosa volesse dire; e si ostinava a chiamarlo «Vendetta» per dargli un senso nella sua mente. Per cui alla correzione del nonno, ribattè appoggiando forte sulla n: «Venn-detta.»
E ricominciarono le eterne spiegazioni e discussioni su quel titolo di giornale, che si ripetevano ogni sera, senza che la signora Giovannina si persuadesse mai.
Intanto le nostre lezioni di ballo andarono a monte, e noi imparammo a ballare da noi, come potemmo, e la Vedetta non ne parlò.
Ma ora credo davvero che, quando tocca una sventura simile alle nostre bambine, non sia fuor del caso che qualche giornale di sport rimandi alla storia il fatto memorabile.