Questa storiella il nonno ce la narrò solennemente nel salotto della direttrice, ed ecco in quale circostanza.
Bisogna dire che, nonostante quanto il nonno e la signora Giovannina ci avevano raccontato del loro tirocinio e dei loro trionfi nell’arte della danza, noi avevamo provato una grande mortificazione a dover confessare in iscuola che non avremmo presa parte alle lezioni di ballo.
Non avevamo pensato mai seriamente quale potesse essere la nostra situazione finanziaria; ma avevamo una gran vanità istintiva, un’ambizione stupida da non parere da meno delle compagne ricche, e, parecchie volte, ci eravamo abbandonate alle più ridicole bugie, vantando delle grandiosità inverosimili, volendo passare per signorine cresciute nell’opulenza.
Quella volta la Giuseppina si provò persino a dire che il nonno non voleva saperne delle lezioni di ballo, perchè il veder ballare gli faceva girare il capo.
Ma una compagna sguaiatella le rispose un po’ brutalmente:
— Già. Se voialtre ballaste qui, al vostro nonno girerebbe il capo a casa nel pagar le lezioni!...
Da quel giorno ci eravamo messe in testa l’idea d’essere vittime di un nonno crudele ed avaro, che ci condannasse a vivere di privazioni. Quando ci accadeva di leggere una delle solite sentenze: «che l’uomo è nato per soffrire» — «che il mondo è una valle di lagrime» noi ci mettevamo a sospirare, come se conoscessimo per esperienza quelle tristi verità.
È vero che in tempo di ricreazione c’ingegnavamo a ballare con le compagne; ed, a vederci, non c’era gran differenza fra quelle che imparavano il ballo, e quelle che ballavano senz’aver preso lezione; ma appena si toccava quel discorso, o si presentava qualche occasione opportuna, non mancavamo mai di riprendere il nostro languido atteggiamento da vittime.
E quando, finito il carnevale, cominciarono le lezioni di pianoforte, alle quali intervennero moltissime allieve, noi non pensammo neppure un istante di proporre al babbo quel lusso d’educazione, per non esporci ad un altro rifiuto umiliante.
Ci atteggiammo da vittime più che mai, e cercammo, non di rassegnarci, ma di esser compiante.
Ma le lezioni di pianoforte non dovevano durare soltanto un breve periodo di tempo come quelle di ballo. E non c’è più costrutto a fare la vittima quando nessuno ci compatisce.
Por dire la verità, fummo poco compatite.
Il nonno, da quell’uomo operoso e filosofo che era, non se ne avvide neppure. Le compagne più superbiose, invece d’intenerirsi, ci misero in burla, noi e le nostre compagne di sventura, chiamandoci le «musicofobe.» Alcune, più buone, cercarono per alcuni giorni di consolarci; ma vedendo che non ci riescivano, perdettero la pazienza e vi rinunziarono.
Allora, prive anche del misero sollievo di attirare l’attenzione, sentimmo più acerba che mai la ferita dell’amor proprio, e cominciammo a pensare a mille ripieghi per uscire da quella situazione che ci mortificava.
Avremmo voluto abbandonare l’istituto, andarci soltanto un’ora al giorno per la lezione di francese; ma per far questo ci voleva il consenso del nonno, e noi non osavamo domandarlo, non sapendo come giustificare la nostra domanda.
Mentre stavamo in questo abisso d’incertezze, una sera capitò a casa nostra un signore che aveva due nipotine da mandare a scuola, ed il nonno gli fece un grande elogio della nostra direttrice, che diceva degna d’ogni stima e d’ogni fiducia.
Queste dichiarazioni ci suggerirono l’idea d’interessare la direttrice alla nostra causa, e di invocare il suo appoggio, per ottenere nientemeno che di studiare il pianoforte.
Naturalmente, ci guardammo bene dal dirle che la causa del nostro gran malcontento, ed il movente che ci spingeva allo studio della musica, era la meschina vanità di non voler figurare da meno delle compagne.
Capivamo benissimo che questa ragione non era fatta per disporre l’animo della direttrice in nostro favore. Parlammo invece d’una gran passione per la musica, un’attrazione prepotente, una vocazione addirittura. Mia sorella, la voce più stonata ch’io avessi mai udita, osò dire che le bastava d’ascoltare una frase musicale, per impararla e ripeterla esattissimamente.
Io, per non esser da meno, dissi con accento elegiaco, che quando udivo, dalle compagne che prendevano lezione, la melodia soave delle cinque note: «do-re-mi-fa-sol, fa-mi-re-do» avevo delle palpitazioni violente, impallidivo, e finivo per struggermi in pianto dirotto, che continuava finchè durava il commovente esercizio.
La direttrice si rannuvolò, e disse:
— Via! Non dite grullerie! Non occorrono tante esagerazioni per dimostrare che amate la musica, e vorreste studiarla. Dacchè credete ch’io abbia qualche ascendente sul vostro nonno, gli parlerò volentieri, e se non avrà nessuna ragione in contrario...
Fu in seguito a questo, che la direttrice scrisse al nonno per pregarlo d’andare da lei; e lui accorse premurosamente, com’era sua abitudine cortese, quando una signora lo chiamava; poi fummo chiamate in sala anche noi, ed alla nostra presenza, la direttrice espresse al nonno il nostro desiderio.
Il nonno l’ascoltò con deferenza, poi rispose:
— Deve sapere, cara signora, che queste ragazze non sono ricche; dirò meglio; non hanno nulla. Per conseguenza, intendo farne due buone massaie, che sappiano governar bene una casa, che amino lavorare e non isdegnino nessuna specie di lavoro.
La direttrice osservò:
— La musica è anche un lavoro; ed in alcune circostanze può riescire di grande utilità, appunto per una ragazza senza mezzi.
Ma il nonno la interruppe:
— Vuoi dire che potrebbe diventar maestra di piano, non è vero? O concertista? È verissimo. Ma bisognerebbe che queste signorine avessero cominciato a studiare da sei o sette anni almeno, quando erano bimbe. In quel caso soltanto, e consacrando moltissime ore al giorno a quello studio esclusivo, dato che avessero delle disposizioni veramente eccezionali, avrebbero potuto diventare delle brave pianiste. Ma avrebbero anche potuto non avere quelle tali disposizioni eccezionali, e perdere molto tempo inutilmente. Perchè, creda a me, cara signora, la smania della musica non prova sempre la capacità di riuscire in quell’arte tanto difficile e bella. Io ne so qualche cosa!
Il nonno disse queste ultime parole con quel sorrisetto e quello sguardo fisso davanti a sè, come in una visione lontana, che aveva sempre quando rivedeva col pensiero qualche scena del suo passato tanto remoto.
La direttrice, che conosceva la sua abitudine di raccontare le sue memorie alla spicciolata, sotto forma di aneddoti e di storielle, gli disse:
— Vedo che ha una storiella da narrare a questo proposito. Me la dica, la prego; se non altro per insegnarmi ad essere più cauta nell’immischiarmi indiscretamente nei fatti degli altri.
Il nonno protestò energicamente, che lei non era stata indiscreta, che non aveva bisogno di imparar nulla; ma consentì a raccontare la storiella «per insegnare a queste signorine a non far troppo a fidanza col loro supposto genio musicale.»
Noi chinammo il capo, imbronciate e contrite, ed il nonno cominciò:
«Queste ragazze sanno che un certo Lavatelli, un vecchio contadino del mio paese e mio vicino di casa, sonava la zampogna, e che io lo ammiravo straordinariamente, ed avevo imparato a ballare sulle arie gemebonde che egli sonava, e che mi commovevano fino al pianto.
«Ma potevo udirlo soltanto la domenica, perchè gli altri giorni io era a scuola, e lui lavorava in campagna. Mi ero tanto innamorato di quelle cantilene patetiche, che tutta la settimana ne sentivo la mancanza, e le desideravo ardentemente.
«Dal desiderare una cosa, al cercare tutti i mezzi di procurarsela, queste signorine l’hanno dimostrato or ora, non c’è che un passo.
«Io, dunque, cercai d’imparare a sonare da me solo, con uno zuffoletto di legno che m’ero comperato alla fiera di Novara.
«Mi mettevo in faccia al vecchio Lavatelli, e cercavo d’imitare colle dita e colle labbra i movimenti che faceva lui.
«Erano delle stonature orribili. Tutta la contrada protestò raccapricciata.
«Mio padre mi diceva:
— «Povero figliolo. Come vuoi riescir a sonare con quello zuffoletto? Dà retta a me; smetti.
«Ma la mamma, che capiva quanto mi sarebbe dispiaciuto di rinunciare a quell’aspirazione, insinuò:
— «Sul solaio c’è un vecchio flauto del povero zio Tommaso. È tutto rotto. Ma se si potesse accomodare...
«Guardava il babbo come per suggerirgli di farlo accomodare; ed anch’io lo guardavo.
«Ma lui non ci pensò neppure ed intavolò un discorso di politica col medico condotto.
«Allora io me ne andai sul solaio, cercai in mezzo ad una quantità di roba rotta, di cocci, di cenci, di mobili fuori d’uso, finchè mi riescì di trovare tutti i pezzi sparsi di quel povero flauto.
«La sera lo portai nella stalla dei Lavatelli, e tra me ed il vecchio musicista, lo accomodammo alla meglio. Mandava certi stridi, certi rantoli, da far piangere i sassi; ma era un flauto e sonava.
«E cominciai, su quello strumento meno ignobile, ad imitare il vecchio, che sonava la zampogna. Fu un esercizio che durò dei mesi; con quali risultati si può figurarselo.
«Ma amavo con tanto ardore la musica, che le difficoltà, invece di scoraggiarmi, mi spronavano allo studio. Mia madre ed il vecchio Lavatelli dicevano che dovevo avere il genio della musica.
«Quanto a me non ne avevo mai dubitato.
«Soltanto, il vecchio disperava di poter fare da sè la mia educazione musicale.
«Avevamo due strumenti diversi. Lui non aveva tempo di farmi una zampogna per insegnarmi su quella, ed il mio flauto era anche tutto guasto. E mi diceva:
— «Ci vorrebbero due cose: un flauto buono, ed un maestro.
«Era quanto dire: ci vorrebbero il sole e la luna.
«Ai miei tempi i ragazzi delle famiglie borghesi non avevano certe aspirazioni alte, che hanno i ragazzi moderni. Sapevano che le cose di lusso erano da lasciare ai signori, e si contentavano del loro stato.
«Io dunque non domandai a mio padre nè il flauto nè il maestro; e tornai tranquillamente alle mie occupazioni di scuola, di casa e di campagna, rassegnandomi, sebbene a malincuore, a privare il mondo del mio genio musicale.
«Un tratto fuori dal paese c’era un vecchio fabbricato, tra palazzo e castello, di proprietà del marchese De Landi di Novara.
«Non sapevo come si componesse la famiglia; ma conoscevo il marchesino, un ragazzo della mia età, superbioso e bello, circondato di servitori e di maestri, che martirizzava coi suoi capricci. L’avevo veduto molte volte in giardino a cavalcioni sulle spalle d’un povero vecchio, che obbligava a star delle ore carponi per fargli da cavallo, e che frustava come una bestia.
«Un giorno, sull’imbrunire, mio padre mi mandò a portare al castello, come lo chiamavano in paese, una medicina che gli aveva ordinata il marchese nel passare.
«Nell’avvicinarmi cominciai a sentire un suono che andò facendosi man mano più distinto e chiaro.
«Erano delle scale eseguite sul flauto,
«Per entrare nel castello bisognava traversare un ponte, sul fossato che lo circondava. Io era rimasto sbalordito sul ponte, quando vidi uscire dalla corte il giardiniere e, tutto palpitante, gli domandai:
— «Chi è che suona?
«Egli si fermò, e rispose:
— «È il marchesino che prende lezione di flauto.
«Tornai ad interrogarlo:
— «Comincia ora?
— «Chè! Sono due mesi che fa gli stessi urli. Non ne ha voglia. È suo padre che vuol fargli imparare la musica ad ogni costo. E tutte le sere, lassù, in quella sala al primo piano, dove vede il lume, il povero maestro, venuto apposta da Novara, ci rimette tanto di fiato con quello zuccone da marchesino.
«Consegnai la medicina al giardiniere, poi tornai a varcare il ponte, e feci il giro del castello fuori dal fossato, fissando sempre quella finestra illuminata, ed ascoltando con amore quell’orrore di scala stonata.
«Un lungo e forte ramo d’ippocastano, che sporgeva traverso il fossato, andava a finire dinanzi alla finestra, e ne velava e frastagliava la luce.
«Ero sveltissimo, per la lunga pratica di arrampicarmi sugli alberi in cerca di nidi.
«Pensai d’arrampicarmi al tronco forte dell’ipocastano, che sorgeva sulla strada, e giunto in cima, di strisciarmi su quel ramo sporgente, e così spingermi fin dinanzi alla finestra, per vedere come si desse una lezione di flauto.
«La cosa mi riescì facile. Quel ramo pareva steso là apposta per me. Vedevo benissimo ogni cosa. Il marchesino stava in piedi dinanzi ad un leggìo sul quale c’era la musica. Il maestro era in piedi anche lui, dall’altro lato del leggìo, e senza musica.
«Pare che lui non ne avesse bisogno.
«Avevano un flauto ciascuno. Il marchesino cominciava la scala, e, quando sbagliava, il maestro lo interrompeva per correggerlo, e ripeteva lui la parte sbagliata, che l’altro tornava a ripetere, il più delle volte sbagliando ancora.
«Il maestro non s’impazientiva mai. Il marchesino sempre. Ad ogni sbaglio scrollava le spalle, pestava i piedi, borbottava, andava a sedere tutto imbronciato, e bisognava che il maestro andasse a riprenderlo ed a pregarlo, per fargli ripigliar la lezione.
«Ero indignato di veder così male accolti i benefizi della Provvidenza, e pensavo:
— «Se questa fortuna fosse toccata a me, chissà che progressi avrei già fatti, chissà che maestro riescirei!
«E, tornato a casa, guardavo con disprezzo i vasi e le ampolle della farmacia; mi sentivo artista.
«La notte, che è la madre dei consigli, me ne suggerì uno famoso.
«Dacchè c’era quel ramo d’ippocastano, da dove potevo assistere alla lezione di flauto, perchè non ne profitterei?
«Era tutto un avvenire musicale che mi si parava dinanzi, e la sera stessa mi trovai al mio alto posto d’osservazione, munito del mio flauto, all’ora della lezione.
«Non che m’illudessi di poter sonare anch’io.
«Sarei stato scoperto, e cacciato via, per conseguenza, come un intruso.
«Ma mi proponevo d’imitare in silenzio la mimica del maestro, cavandone quel tanto di utile che era possibile, il movimento delle dita, la misura del tempo.... A casa poi, proverei ad eseguire la stessa manovra emettendo i suoni.
«Quest’idea, che sembra una fola, ebbi il coraggio di metterla in pratica.
«Era d’estate, avevo allora dai tredici ai quattordici anni, e la sera, dopo la cena, mio padre mi concedeva un paio d’ore di libertà per andare a passeggiare.
«Io, invece, correvo alla mia strana lezione di flauto, e mi pareva di cavarne molto vantaggio, e d’essere già avviato sul sentiero della gloria.
«Se soltanto avessi avuto un flauto meno scellerato, o almeno moderno!
«Ma era uno di quegli strumenti del secolo passato, con due sole chiavi, mentre il maestro ed il marchesino studiavano con due bei flauti moderni, di quelli inventati appunto allora, circa il 1812, che hanno più di sedici chiavi.
«Si può figurarsi come il mio studio riuscisse difficile e pieno di lacune!
«Avrei dato la mia parte di paradiso, per possedere un flauto con tutte quelle chiavi lucenti.
«Una sera, ero alla mia decima lezione sul ramo d’ippocastano, che sovrastava al sentiero sabbioso del giardino, quando il marchesino, irritato da un esercizio che assolutamente non gli riesciva, dopo averlo ripetuto tre o quattro volte, si mise a picchiare i piedi, a gesticolare, come dichiarando che non voleva più saperne.
«Io udiva soltanto la voce stizzosa; non ero abbastanza vicino per capir le parole.
Ad un tratto buttò il flauto sul leggìo, ed andò a sedere sul solito divano, nascondendo il volto nei cuscini, e facendo spalluccie dispettosamente.
«Il maestro, paziente come un santo, prese lo strumento, ed andò accanto all’allievo, accarezzandogli le spalle, e parlandogli con tono persuasivo.
«Allora il marchesino alzò il volto rosso dall’ira, afferrò il flauto, e, strappandolo con mal garbo dalle mani del maestro, corse alla finestra e lo scaraventò giù gridando:
— «Va’ al diavolo! Non sonerò mai più!
«Al rumore secco del flauto caduto sulla sabbia, seguì un altro rumore sordo, come un tonfo.
«Ecco che cos’era accaduto:
«Alla vista di quel bel flauto, tanto desiderato, laggiù in terra, io non avevo ragionato più; ed impazzito dal desiderio di possederlo, avevo spiccato il salto dal ramo dove ero seduto, ed ero piombato in giardino.
«Dalla finestra dove il maestro si era affacciato, partì un grido di terrore.
«Un minuto dopo mi sentii sollevare pietosamente, ed aprendo gli occhi, vidi, nella penombra d’una sera senza luna, il maestro ed il marchesino, che mi reggevano, pallidi dalla paura. Il marchesino non era più superbioso.
«Per fortuna, dalla finestra del primo piano, il salto non era stato alto, ed anzi, passato il primo sbalordimento, mi parve di non essermi fatto nessun male.
«Fu soltanto quando vollero rialzarmi, che mi accorsi d’avere una gamba, che non mi reggeva, e che era rotta.
«Il marchesino voleva portarmi al castello, ma il maestro ed il marchese, che era accorso anche lui, dissero che si troverebbe più pronto il soccorso portandomi alla farmacia di mio padre.
«Là fui accolto da rimproveri per la mia sbadataggine, che velavano male il turbamento e l’angoscia de’ miei poveri genitori, punto carezzevoli, ma in fondo amorosissimi.
«Ma questo non c’entra con la mia storia.
«Il maestro ed il marchesino erano stati colpiti all’udire che la passione della musica m’aveva spinto a salire sull’albero, ed a saltar giù; e pensarono, come gli altri, che dovevo avere delle attitudini eccezionali per la musica e che non si dovevano trascurare.
«Mio padre si stringeva nelle spalle, e diceva che avrebbe preferito che avessi delle attitudini per la farmacia.
«Ma il marchesino insisteva a volermi regalare il suo flauto; forse per liberarsene. Il maestro si offriva di darmi lezione per nulla; il marchese protestava che lo pagherebbe lui, ed allora mio padre disse:
— «No, no. Se mio figlio deve prendere queste lezioni, voglio pagarle io. Me le metta meno che può, maestro, perchè sono un povero farmacista... Ma voglio pagarle.
«Ed infatti, appena la mia gamba fu guarita, ci mettemmo, il maestro ed io, con uno zelo, un ardore straordinario, a sviluppare il mio genio musicale.
«Ma, pur troppo, quel genio non c’era. Il mio amore per l’arte, era un amore non corrisposto.
«Dopo aver soffiato dei mesi nel flauto del marchesino, non avevo fatto più progressi di lui. Il maestro, mortificato del granchio che aveva preso, e troppo coscienzioso per continuare a farsi pagare delle lezioni inutili, si licenziò con bel garbo, consigliandomi di tornare alla farmacia.
«Ed io, ostinandomi a consacrare al flauto tutte le ore che avevo libere, mettendoci tutto l’entusiasmo che avevo in cuore per la musica, riescii a stento a sonare, con qualche stonatura, la canzone piagnucolosa del vecchio Lavatelli, e, più tardi, la Marsigliese.