Quando il nonno usciva dalla sua camera dopo essersi fatta la barba, aveva sempre sulle guancie, sul mento, sotto il naso, da una parte o dall’altra del viso, qualche strisciolina di sangue, come un filo di seta rossa. E noi gridavamo:
— Oh, nonno! S’è tagliato?
Egli si stropicciava il viso con una mano, domandando:
— Dove?
E soltanto quando ritirava la mano, guardandola da lontano come fanno i presbiti, e la vedeva macchiata di sangue, diceva:
— Già! è vero.
A noi faceva una gran meraviglia che si tagliasse così senza sentir dolore. Dovevano essere delle ferite a fior di pelle; ed infatti si rimarginavano subito e non lasciavano traccia.
Però mio fratello rabbrividiva al vederle, e diceva:
— Io, quando avrò la barba, me la farò fare dal barbiere; da un buon barbiere.
Questa, d’avere la barba e di farsela fare, era una manìa, che aveva invaso Mario appena s’era messo gli abiti da uomo, a dieci anni; ed erano circa sei anni che vagheggiava quell’ideale, e faceva, con le dita al di sopra della bocca, l’atto d’aricciarsi dei baffi immaginari.
Finalmente, verso il diciassettesimo anno, cominciò a spuntargli una peluria bruna al di sopra del labbro superiore, una sfumatura, della quale egli andava oltremodo superbo.
Ma era proprio il caso di dire: «Non c’è rosa senza spine.»
Mentre il suo labbro si ornava di quella peluria fitta, morbida, gentile, sul mento gli spuntavano qua e là certi peli isolati, duri come setole; vere spine, che gli amareggiavano di molto la sua gioia.
Avevamo una serva, che aveva varcato il passo doloroso della cinquantina, e che, appunto, aveva il mento deturpato da quelle setole. Le tagliava con le forbici, ma questo non faceva che renderle più dure e più buffe.
Mio fratello era mortificatissimo di quella comunanza di sventura con la Maddalena. Si era aspettato ben altre glorie dalla sua barba, e quell’esordio infelice era un vero disinganno per lui.
Un giorno venne a pranzo col mento liscio come noi. Non aveva più neppure una setola.
Lo guardammo stupefatte, poi la Giuseppina gli accarezzò il mento con una mano, e disse:
— Un velluto addirittura!
Io gridai:
— E le setole? Le hai tagliate con le forbici! Confessa! Come la Maddalena!
Mario era molto indispettito; scrollava le spalle per respingerci con lo stesso garbo che usano i ciuchi per respingere le mosche, e mangiava, col naso nel piatto, per non risponderci.
La Giuseppina gli diede una gomitata e disse:
— Via, rispondi, ghiottone! Che cosa ne hai fatto «dell’onor del mento» che non pungi più come una spazzola?
Non eravamo molto gentili fra noi fratelli. Mario rispose con la bocca piena:
— Me la son fatta fare.
— Oh! dal barbiere?
— Che domanda sciocca! Da chi volete che me la facessi fare? Dal tosa-cani?
— Ma perchè non fartela da te?
— Già, come fa il nonno, eh? Per comparir poi tutto coperto di ferite, come un eroe del quarantotto!
Il nonno rideva e mangiava senza parlare. Non prendeva mai parte ai nostri battibecchi, se non qualche volta, di rado, per dire a mio fratello che, a’ suoi tempi, gli uomini erano più cortesi colle signore. Al che Mario rispondeva, facendo dei garbacci a me ed a mia sorella:
— Belle signore! E gentili poi!
Ed il battibecco continuava, più aspro di prima. Ma tutto questo per burla, per spavalderia. In fondo ci si voleva tanto bene, quanto quelli che si fanno mille smancerie.
Quel giorno cessai di bisticciarmi con Mario, per dire al nonno:
— Ma sì, appunto, nonno; perchè non va dal barbiere, invece di tagliuzzarsi tutto il viso a quella maniera?
Il nonno inghiottì la cucchiata di minestra che aveva in bocca, poi rispose:
— È laggiù, lontano, il perchè. Nel milleottocentoquattordici, mi pare.
E sorrideva tra sè guardando nel vuoto, come faceva sempre, quando rivedeva col pensiero uno de’ suoi ricordi remoti.
Gli domandai:
— Allora, è una storia?
Il nonno rispose:
— Un aneddoto, piccino...
Mario disse con disprezzo:
— Un aneddoto dei tempi barbari? Via, lo dica, nonno. Servirà a farci ingoiare quest’altra barbarie della carne lessa.
Il nonno esitò un pochino, dicendo:
— Veramente... veramente... quell’aneddoto non è fatto per far ingoiare... tutt’altro...
Poi soggiunse:
— Ma via! Alla vostra età si ha lo stomaco forte, e non si guarda tanto pel sottile.
E cominciò a raccontare, rivolgendosi a Mario:
«Alla tua età, anzi un anno prima, a sedici anni, avevo già il mento coperto di quelle setole rade e disuguali, che tu avevi fino a ieri...
Io non potei a meno di dire ironicamente a Mario:
— Consolati. È una bellezza di famiglia.
Il nonno continuò:
«Dopo parecchi mesi, le mie setole erano cresciute tanto, che avevo una barba ispida.
«Mio padre, che aveva sempre portato il volto sbarbato, come l’ho poi sempre portato anch’io, non poteva soffrire quel mento barbuto, del quale io andavo superbo.
«Un giorno mi disse:
« — Bada, non ti voglio più vedere quella barba da zappatore. Prendi i miei rasoi, e levatela.
«Allora i figlioli, anche grandi, usavano obbedire ai genitori senza rimbeccarsi, e, per quanto il privarmi della barba m’increscesse, non mi venne neppur in mente di volerla portare, dal momento che spiaceva a mio padre.
«Però mi sgomentai all’idea di mettermi sul volto il rasoio, che non sapevo maneggiare affatto, ed osservai:
« — Ma non so fare, babbo. Mi tagliuzzerei tutto il viso.
«Il babbo sorrise, poi mi diede sei soldi e disse:
« — Allora prendi. Questi sono i quattrini. Se ti basta l’animo, va a fartela fare dal barbiere.
«Non capivo perchè mi dovesse bastar l’animo, come se si trattasse di un atto eroico.
«Ad ogni modo, ben contento di poter andare a farmi fare la barba con i quattrini in mano come un signore, e come un uomo, la mattina dopo andai dal barbiere.
«Cerano parecchi avventori. Il parroco, che era già seduto coll’asciugamani sotto il mento e col volto insaponato; il vecchio Lavatelli, quello dalla zampogna; ed un uomo di mezza età, che masticava tabacco e sputacchiava nero.
«Sedetti ad aspettare mentre il barbiere faceva la barba al parroco, appunto sulla gota destra, dove aveva un’enorme gonfiezza.
«L’avevo veduto la sera prima in farmacia, e pensavo:
— Come mai gli è gonfiato il viso a quella maniera in una notte? Ieri sera stava bene...
«Tirai fuori il libro di scuola che avevo in tasca, e, per passare il tempo, rilessi due volte un pezzo di latino difficile. Poi guardai a che punto stava la barba di Don Domenico, e, con mia grande stupefazione, vidi che la gonfiezza gli era passata dalla guancia destra alla sinistra, che appunto il barbiere stava radendo.
«Pensai:
« — È l’insaponatura che gli fa quest’effetto. Soffre forse di flussioni... Ma è strano che gli vengano tanto istantaneamente, e scompaiano colla stessa rapidità.
«Intanto il barbiere aveva finito. Prese le due estremità dell’asciugamani che pendeva sul largo petto di Don Domenico, glielo buttò sul viso, stropicciò forte per togliere ogni residuo d’umidità e di sapone, poi staccò l’asciugamani, ed il volto del parroco rimase bianco, con una lieve sfumatura turchina al posto della barba, e regolarissimo senza la menoma gonfiezza da nessuna parte.
«La mia stupefazione fu al colmo. Cosa poteva essere quel fenomeno? E doveva accadere anche a me?
«Guardai attentamente l’uomo che sputacchiava nero. Sedette col volto dritto e regolare. Il barbiere gli pose l’asciugamani sotto il mento facendoglielo entrare un pochino tra il collo ed il goletto. Poi prese il bacino, glielo mise sotto il volto e, presto presto, con la mano che aveva libera, gli inondò la faccia di spuma bianca. Quando depose il bacino per prendere il rasoio, il paziente aveva la guancia destra gonfia, come dianzi Don Domenico.
«Non staccavo più un istante gli occhi da quel prodigio, ansioso di scoprirne il segreto. Ad un tratto il barbiere disse:
— «Un po’ più alto...
«Ed immediatamente la gonfiezza salì più alto sulla guancia.
«Finalmente avevo capito, e risi di cuore della mia ingenuità. Si gonfiavano la guancia empiendola d’aria, e stringendo forte le labbra, per impedire che sfuggisse. Era una cosa che avevo fatta tante volte per chiasso.
«Sicuro. Come mai non l’avevo capito subito? Ecco. Finita la guancia destra, quell’uomo sputacchiò due o tre volte, mentre il barbiere passava dall’altro lato, poi gonfiò la guancia sinistra. Era buffo. Non vedevo l’ora di provare anch’io quel gioco. Intanto lo provavo da me, nel mio cantuccio.
«Mentre il barbiere stropicciava coll’asciugamani il volto dell’uomo che sputava nero, il vecchio Lavatelli, che era molto affezionato a tutti noi, mi disse:
— «Se vuol farsi la barba prima di me, signor Andrea, io non ho premura...
«Non mi parve vero, e corsi a sedermi sulla poltroncina. Appena fui conciato, coll’asciugami sotto la gola, mi empii la bocca d’aria, e mi gonfiai le gote, come un amorino paffuto, tenendo le labbra bene strette e respirando a stento dal naso.
«Il barbiere prese il bacino con la saponata e mentre mi passava la mano sulla bocca ripetutamente, disse:
— «La palla.
«Capii che voleva una sola palla, e che chiamava così la tensione delle guance, e spinsi tutta l’aria nella gota destra come avevano fatto gli altri.
«Ma cominciavo a soffocare, e stringevo più che mai le labbra per contenere l’aria in bocca. Il barbiere tornò a dire:
— «La palla.
«Ed intanto mi premeva a tutta forza un corpo duro sulla bocca, dicendo:
— «Ma apra dunque.
«Mi spinsi indietro sbalordito per poter guardare, e vidi... una palla d’avorio!
«Quella che aveva gonfiate le gote del parroco, e dell’uomo che sputava nero!
«Afferrai l’asciugamani che avevo dinanzi, e stropicciandomi il volto in fretta, balzai in piedi, poi scaraventando l’asciugamani dietro a me senza saper dove, fuggii di corsa fuori della bottega, e via per le strade, come un ladro inseguito; e non mi fermai che nella nostra farmacia.
«Mio padre, vedendomi arrivare a quel modo, fece una risatina, e disse:
— «La palla, eh? Non t’è bastato l’animo!
«Da quel giorno cominciai a farmi la barba da me. Non ci ho attitudine; riesco male; mi tagliuzzo tutto il volto. Ma non ho più potuto vincere quella prima avversione che m’hanno inspirata le botteghe de’ barbieri, sebbene la palla sia passata di moda da un pezzo.